Febbraio 16th, 2019 Riccardo Fucile
“SALVINI PASSA DAL TOTALE DISINTERESSE AL PUGNO DI FERRO”
Aboubakar Soumahoro scandisce le parole, ha il tono di chi non intende infilarsi in polemiche inutili rischiando di perdere di vista l’obiettivo. Che, a fronte dell’ennesima tragedia consumatasi nella notte nella tendopoli di San Ferdinando – la morte di Moussa Ba, senegalese di 28 anni, terzo migrante vittima di un rogo nell’ultimo anno – resta “la liberazione dei nuovi schiavi invisibili nelle campagne insieme ai contadini, come loro affamati, schiacciati, ghettizzati”.
Il dirigente sindacale italo-ivoriano della Usb sta seguendo da Roma gli sviluppi della vicenda che ha riacceso i riflettori, e le polemiche e le tensioni, riesplose dopo che il ministro Salvini ha annunciato “lo sgombero, come promesso”, sulle condizioni di vita dei braccianti nella piana di Gioia Tauro.
“A me interessa quello che dicono i lavoratori, noi non abbiamo scadenze elettorali. La questione riguarda il lavoro, il comparto agroalimentare, si devono esprimere i ministri Di Maio e Centinaio. Per la parte che riguarda il ministero dell’Interno si è espresso Salvini. Si esprimano tutti, ma senza strumentalizzazioni perchè qui si parla della vita delle persone”.
Aboubakar esprime cordoglio per i familiari della vittima, chiede “che si faccia piena luce sulle circostanze di questa ennesima morte” e invita a “prendere in considerazione il contesto”.
Lo aveva già fatto in passato subito dopo la morte dell’amico e collega, Sacko Soumayla, il sindacalista maliano ucciso con una fucilata a giugno scorso in provincia di Vibo Valentia, soffermandosi sulla discriminazione, sulle condizioni di schiavitù in cui i braccianti e contadini sono costretti a vivere e a lavorare. In un comunicato stampa diramato in mattinata, l’Unione Sindacale di Base, esprimendo soddisfazione per “l’accoglimento – proprio ai tavoli organizzati dal prefetto di Reggio Calabria – delle sue proposte cardine, basate su accoglienza diffusa e integrazione dei lavoratori”, ne “pretende ora l’immediata attuazione” e “dice no a qualsiasi tentativo di prendere a pretesto la morte di Moussa Ba per usare il pugno di ferro contro i braccianti, e soprattutto alle strumentalizzazioni del ministro Salvini che, eletto proprio in Calabria, della situazione calabrese si è sempre disinteressato”.
Com’è la situazione Soumahoro?
“Stiamo presidiando il territorio insieme ai lavoratori, vigilando affinchè gli interventi vadano nella direzione da noi indicata, e quindi accoglienza diffusa e integrazione dei lavoratori”.
Anche in questo caso, come avvenne dopo la morte di Sacko, lei sottolinea l’importanza di prendere in considerazione il contesto.
“Il contesto è il punto di partenza se si vuole affrontare e risolvere la questione. Nella filiera agroalimentare ci sono migliaia e migliaia di lavoratori che, insieme ai contadini, hanno fatto dell’Italia il terzo produttore di agrumi nell’area del Mediterraneo. A fronte di questo, però, le loro condizioni di vita e di lavoro non sono migliorate. Anzi”.
In passato lei ha denunciato la mancanza degli elementi basilari del rispetto della dignità umana e dei diritti di questi lavoratori.
“Il valore aggiunto, il profitto, non hanno permesso di liberare coloro che vengono sfruttati in questa catena delle nuove forme di schiavitù, affamandoli, emarginandoli, ghettizzandoli anche sul piano legislativo”.
Come se ne esce?
“Proprio partendo dalle considerazioni che facevo poc’anzi, dalle quali nessun intervento che voglia affrontare e risolvere veramente la questione può prescindere, noi chiediamo una sistemazione in termini di inserimento abitativo diffuso per tutti e il rilascio del permesso di soggiorno per questi schiavi invisibili delle campagne”.
Intanto il ministro Salvini ha annunciato lo sgombero.
“Noi rappresentiamo gli interessi dei lavoratori, i nostri rappresentanti sono lì per assicurarsi che, ripeto, gli interventi messi in campo vadano nella direzione da noi indicata”.
L’Usb ha confermato la riunione del Coordinamento dei lavoratori agricoli già indetta per lunedì 18 febbraio, alla vigilia della ripresa, a Catanzaro, del processo per l’assassinio di Sacko.
“Martedì 19 febbraio si terrà una nuova udienza, ci saranno i suoi familiari e ci sarò anch’io”, anticipa Soumahoro. il sindacato continuerà a presidiare la tendopoli di San Ferdinando. “Insieme ai lavoratori che sono affamati e schiacciati, come i contadini della piana – conclude Soumahoro – Nessuno può dividere il nostro destino da quello dei contadini, che è quello di poter vivere attraverso il lavoro della terra. Nessuno è lì per turismo”.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: denuncia | Commenta »
Febbraio 16th, 2019 Riccardo Fucile
DA SALVINI NEMMENO UNA PAROLA DI CORDOGLIO PER IL RAGAZZO MORTO, MA LE SOLITE ACCUSE AI MIGRANTI… VANNO BENE SOLO PER FARSI SFRUTTARE DA QUEI CRIMINALI CHE UN MINISTRO DEGLI INTERNI DOVREBBE METTERE IN GALERA
Se muori in una baracca la colpa è la tua che stai nella baracca. Poi se parliamo di soluzioni
concrete che non siano propaganda o mettere la gente in mezzo alla strada allora arriva lo zero assoluto.
Che ha detto il ministro della Paura? Ovviamente nemmeno una parola per la vittima, ma solo propaganda.
“Sgombereremo la baraccopoli di San Ferdinando. L’avevamo promesso e lo faremo, illegalità e degrado provocano tragedie come quella di poche ore fa (un incendio con una vittima)”.
Il sindaco sottolinea come ”in mezzo a tanta indifferenza e dichiarata xenofobia sia comunque scattata una gara di solidarietà , da parte di associazioni e abitanti di San Ferdinando, per donare generi di prima necessità a questi poveracci. Siamo paesi contadini chiusi ma che sanno esprimere una volontà di dono a chi soffre. Certo anche qui ci sono xenofobi, anche se pochi. Prima si vergognavano adesso, dopo che i ministri si esprimono con dichiarazioni senza misericordia, si sentono autorizzati a dire ogni cosa”.
Una strage annunciata, anche perchè nessuno ha mai fatto nulla di concreto per provare a dare una sistemazione più dignitosa a gente che lavora e, per pochi euro, dà una grande mano all’economia della zona.
Il prefetto di Reggio Calabria, Michele di Bari, ha convocato un Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, presso la sede del Comune di San Ferdinando, per verificare quanto accaduto e fare il punto per superare la situazione di precarietà e di pericolo per l’incolumità delle persone.
Nel corso del vertice il prefetto ha ribadito la necessità di attuare i programmi di accoglienza diffusa nella piana di Gioia Tauro, attraverso il coinvolgimento delle Amministrazioni comunali e della Regione Calabria, che ha manifestato la disponibilità a contribuire alla soluzione del problema con strumenti che incentivino le locazioni.
Tra questi la creazione di un apposito fondo di garanzia per i proprietari che concedono un immobile in locazione, nonchè l’investimento di risorse finanziarie per l’eventuale ristrutturazione di beni confiscati o del patrimonio pubblico.
(da Globalist)
argomento: denuncia | Commenta »
Febbraio 16th, 2019 Riccardo Fucile
A SAN FERDINANDO, NELLA PIANA DI GIOIA TAURO, E’ MORTO ALDO DIALLO, UN 25ENNE SENEGALESE … DA TEMPO IL GOVERNO DOVEVA PENSARE A TRASFERIRLI IN SOLUZIONI ABITATIVE DECOROSE E A INDAGARE SU CHI LI FA LAVORARE IN NERO
Una tragedia annunciata. L’ennesima. Ma non si è fatto nulla perchè lasciare nel disagio i migranti è diventato un passaporto per ottenere voti nel nome dell’odio e della paura: un incendio è divampato nella notte nella baraccopoli di San Ferdinando, a Gioia Tauro, ed ha provocato una vittima.
Le fiamme sono state spente dai vigili del fuoco che hanno allestito una postazione fissa sul posto. Il ragazzo morto si chiamava Aldo Diallo, un 25enne di nazionalità senegalese. Sul posto sono intervenuti polizia e carabinieri. Nel rogo sono state distrutte una ventina di baracche.
All’origine dell’incendio potrebbe esserci uno dei tanti fuochi accesi dai migranti per riscaldarsi. E’ questa l’ipotesi emersa dai primi accertamenti compiuti dagli investigatori di polizia e carabinieri giunti sul posto.
Una scintilla avrebbe provocato le fiamme che poi si sono rapidamente propagate tra le baracche fatte di materiale infiammabile come legno e plastica.
Salgono a tre le vittime di incendi nella baraccopoli di San Ferdinando registrate in un anno. Il 27 gennaio 2018 perse la vita una 26enne nigeriana, Becky Moses. In quel caso l’incendio fu doloso.
Pochi mesi dopo la polizia ha fermato una donna ritenuta la mandante del rogo, fatto appiccare per gelosia. Il 2 dicembre 2018, morì Surawa Jaith, del Gambia, che avrebbe compiuto 18 anni pochi giorni dopo.
Tensione tra i migranti della baraccopoli: verranno trasferiti
C’è tensione tra i migranti che vivono nella baraccopoli di San Ferdinando, dopo l’ennesimo incendio. I migranti da tempo chiedono soluzioni abitative alternative che superino l’emergenza della baraccopoli.
Nel campo c’è chi è pronto a dare vita ad un corteo di protesta fino a San Ferdinando. Anche per questo motivo è stato approntato un piano per trasferire, nel breve periodo e previe le necessarie verifiche di legge, i migranti che vivono nella baraccopoli.
(da agenzie)
argomento: Giustizia | Commenta »
Febbraio 15th, 2019 Riccardo Fucile
ABITA A SOMMA LOMBARDA E CONTINUA AD ANDARE DA ROMA A MILANO PER “SERVIZIO” … TRA SEDICENTI “MISSIONI” E NOMINE DI AMICI CON CUI HA RIEMPITO IL MINISTERO
Le “missioni” a casa sua a spese dello Stato e le nomine degli amici. 
Mentre la scuola sparisce dall’agenda del governo, l’Espresso ha scoperto che il ministro leghista Marco Bussetti compie continui viaggi “di servizio” a Milano spesati coi soldi pubblici.
Leghista della prima ora, catapultato senza troppo preavviso nella Capitale, il titolare del dell’Istruzione appena può fugge da “Roma ladrona” e torna nella sua amata Lombardia, dove tuttora abita (a Somma Lombardo, tra Milano e Varese).
Da quando il primo giugno scorso ha prestato giuramento al Quirinale, Bussetti percorre sempre la stessa tratta: quella per Milano.
Le fughe da Roma iniziano subito, appena messo piede al ministero di Viale Trastevere. Il primo “impegno istituzionale” nel capoluogo lombardo è infatti datato sabato 2 giugno: nemmeno il tempo di partecipare alle celebrazioni della festa della Repubblica che Bussetti è già di ritorno a Milano. Ed è il primo di 49 viaggi in soli sei mesi.
Ma nell’inchiesta L’Espresso racconta non solo quanto il “ministro dell’impegno” sia molto attaccato al capoluogo lombardo, dove torna spesso dai suoi amici e colleghi. Ma anche quanti di questi amici più stretti, abbia voluto portare con sè a Roma ripagandoli tutti con incarichi ministeriali. E moltiplicando le poltrone
Quella di Bussetti è una carriera trainata dal Carroccio, grazie all’amicizia di lunga data con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti.
Il braccio destro di Matteo Salvini ha riempito il ministero di uomini di sua fiducia, tutti provenienti dalla Lombardia, affiancando al ministro novello più di un burocrate esperto. Come Giuseppe Chinè , l’uomo che muove tutti i fili di viale Trastevere. ​
(da “L’Espresso”)
argomento: denuncia | Commenta »
Febbraio 15th, 2019 Riccardo Fucile
ALTRO CHE RISOLVERE IL PROBLEMA IN 48 ORE, ORA LA LEGA RISCHIA ALLE ELEZIONI REGIONALI… CAPACI SOLO DI FARE FAVORE AGLI SPECULATORI E TOGLIERE MILIONI AI POVERI
L’odore della guerra del latte si sente nell’aria. A Uras, un piccolo comune nell’entroterra della Sardegna, non si può non notare quanto ormai l’asfalto sia impregnato di questi nove giorni di battaglia dei pastori.
I deputati sardi del Movimento 5 stelle e il presidente grillino della commissione Agricoltura, Filippo Gallinella, senza big, accompagnano il loro candidato presidente Francesco Desogus nella palestra comunale per incontrare i pastori.
Circa venticinque in tutto, “me ne aspettavo di più”, confessa Luciano Cadeddu: “Ma non è questo l’importante. L’importante è fare chiarezza e non dare false illusioni ai pastori come sta facendo la Lega”.
Il problema del prezzo del latte è molto più complesso rispetto al messaggio che a caldo ha diffuso il vicepremier leghista prima dell’incontro di ieri al Viminale con i pastori e gli industriali: “Non mi alzo se non si arriva a un euro”.
Invece è ancora muro contro muro quando la campagna elettorale per le elezioni di domenica 24 febbraio è giunta allo sprint finale. Oggi sia il Viminale sia il dicastero dell’Agricoltura sono più cauti in vista dell’incontro di domani in Prefettura a Cagliari, ancora una volta tra le parti in causa, la Regione e Giammarco Centinaio.
“È disonesto chi dice: ‘facciamo una legge per mettere un prezzo fisso del latte’. Non si può fare, non vi fate prendere in giro perchè siamo in campagna elettorale”, Gallinella questo concetto lo ripete più e più volte.
Così come non è possibile dare aiuti di Stato, ovvero erogare soldi perchè l’Unione europea e le sue leggi non lo consentono. Quindi gli uffici tecnici del dicastero dell’Agricoltura stanno studiando un modo per risolvere la vicenda.
Si pensa di attingere al fondo per gli indigenti così fa stanziare 44 milioni di euro più i soldi che metterebbe a disposizione la Regione per acquistare dagli industriali le forme di formaggio non vendute.
In questo modo aumenterebbe la richiesta del latte e di conseguenza il prezzo. Ma i pastori a colloquio con i 5Stelle sollevano dubbi: “In questo modo, ancora una volta si danno soldi agli industriali e nessuno ci garantisce che il prezzo del latte sarà aumentato. E chi lo dice che ci sono le eccedenze di formaggio? Chi le ha viste?”.
Per questo il Movimento 5 Stelle è più cauto e propone un percorso più ragionato con l’aiuto anche dell’Antitrust per stabilire se in effetti gli operatori abbiano imposto agli allevatori un prezzo di cessione del latte al di sotto dei costi medi di produzione.
Insomma, il caos è tutto qui.
Il 21 febbraio ci sarà una nuova riunione, questa volta parteciperà anche Luigi Di Maio in qualità di ministro dello Sviluppo economico e con ogni probabilità sarà annunciato un decreto d’urgenza per far fronte all’emergenza ed evitare che i pastori sardi esasperati blocchino i seggi di domenica prossima.
Ammesso che questo decreto riesca ad accontentare sia i pastori sia gli industriali le cui posizioni sono inconciliabili.
Solo allora, forse, il capo politico M5s si farà vedere sull’isola.
Da Luigi Di Maio ad Alessandro Di Battista nessuno finora ci ha messo la faccia dopo aver perso le suppletive regionali.
Mentre sul fronte del centrodestra domani arriverà Silvio Berlusconi e domenica Matteo Salvini che, a parte mercoledì, resterà per tutta la settimana per far vedere ai pastori che è dalla loro parte ma nello stesso tempo stanziando i soldi per acquistare le forme di formaggio in eccesso è anche dalla parte degli industriali.
Ciò che è certo è che la protesta non si ferma se non ci sarà un atto concreto prima del voto.
(da “Huffingtonpost“)
argomento: denuncia | Commenta »
Febbraio 15th, 2019 Riccardo Fucile
I GRILLINI ANNUNCIANO ALLEANZE CON PARTITI MINORI DI CROAZIA, POLONIA, FINLANDIA E GRECIA, MA NE SERVONO ALMENO ALTRI DUE
Non era una conferenza stampa, perchè non è stato consentito ai giornalisti di fare
domande.
Ma l’iniziativa di oggi a Roma, con Luigi Di Maio e i leader di altre 4 forze politiche europee, non era nemmeno la presentazione di un nuovo gruppo al Parlamento europeo: perchè mancava il numero minimo per costituirlo (7) o per ambire a costituirlo, elezione all’Europarlamento permettendo.
Insomma, traditi gli annunci, visto che l’evento è stato annunciato ieri come conferenza stampa per presentare il nuovo gruppo europeo del M5s dopo le elezioni di maggio.
Il Movimento ancora non ha un gruppo nuovo, mentre alcuni interlocutori che aveva ‘saggiato’ già spariscono dall’orizzonte.
Cercare Christophe Chalencon, qui in questa sala dell’Unioncamere prestata all’evento pentastellato, è impresa vana.
Il francese, uno dei tanti portavoce dei gilet gialli scelti da Di Maio e Di Battista per parlare di nuove alleanze in Europa, non c’è. Eppure giorni fa aveva annunciato che sarebbe venuto a Roma questa settimana per incontrare ancora i cinquestelle.
Ma il suo gran parlare di “guerra civile”, per la verità noto fin dal giorno del primo incontro in Francia, ha sfondato e infranto il dialogo: già , finito.
Di Maio lo mette in chiaro subito: “Con i gilet gialli c’è un’interlocuzione, ma non abbiamo intenzione di dialogare con chi parla di guerra civile o lotta armata. Chi tra loro presenterà una lista, dovrà parlare di democrazia per cambiare le cose, se vuole parlare con noi”.
Chalencon fuori, insomma. E nemmeno Nigel Farage è un’opzione per i cinquestelle in Europa.
Quand’anche i britannici dovessero partecipare anche alle prossime elezioni (visto è il caos Brexit, l’ipotesi è sui tavoli europei), l’annunciato nuovo partito di Farage, ‘Brexit party’ appunto, non sarà un alleato del M5s, a dispetto del fatto che ora i pentastellati eletti all’Europarlmento stanno nello stesso gruppo con gli eletti dell’Ukip.
In questi ultimi anni però hanno maturato solo distanze: il M5s è al governo, al lavoro per tessere una tela europeista ed euroscettica allo stesso tempo; Farage insiste con l’addio all’Ue. Non si ritrovano dalla stessa parte della barricata.
E invece sono dalla stessa parte della barricata il croato Ivan Sincic, leader di ‘Zivi Zid’ (in italiano ‘Barriera umana’); il polacco Pawel Kukiz, leader di Kukiz15; la finlandese Karolina Kahonen del ‘Liike Nyt’ (‘Movimento adesso’), il greco Evangelos Tsiobanidis di Akkel (Partito dell’agricoltura e dell’allevamento). Ci sono loro quattro all’evento con Di Maio a Roma.
Le parole d’ordine sono “democrazia diretta”, lotta alla “austerità ” e “all’establishment”, soprattutto abolizione del discrimine “destra-sinistra” per avere più chance per fare un gruppo, tanto all’interno è garantita “libertà di voto”, dice Di Maio
“Quella tra destra e sinistra è una divisione fittizia, meglio quella tra persone oneste e disoneste”, dice Kukiz, 56 anni, ex cantante punk che ha fondato il suo partito (Kukiz15) nel 2015, partito di destra, anti-abortista.
Perchè, spiega, “dopo la caduta del muro di Berlino ci aspettavamo la democrazia come opportunità di controllare il potere e invece la situazione non è cambiata, il potere è dei padroni e il cittadino è schiavo delle tasse…”. E ci mette pure “l’aristocrazia europea: non voglio che l’Europa diventi un kolchoz”, le aziende agrarie collettive dell’era sovietica.
Tsiobanidis, che rivolge un saluto “ai pastori sardi in lotta contro i cartelli che hanno abbassato i prezzi…”, pensa che “dai memorandum concordati con l’Ue dell’era Papandreu, la Grecia abbia perso la sua sovranità : non è più indipendente. E’ occupata come quando fu occupata dai nazisti nella seconda guerra mondiale. Ora al loro posto ci sono gli Usa e la Nato”.
Anche perchè il leader di Akkel è “contro le sanzioni alla Russia: la Grecia è stata penalizzata dal blocco delle esportazioni”. Destra e sinistra? “Robe da guerra fredda”. L’immigrazione? Tsiobanidis la spiega così: “E’ deportazione, gestione delle popolazioni, così come i nazisti, i sovietici, gli ottomani deportavano interi gruppi per alterare le popolazioni locali…”.
Il croato Sincic, che ora ha 29 anni, si è già candidato alle presidenziali nel 2014, arrivando al terzo posto. “Siamo nati con una convocazione su Facebook come forza anti-establishment e contro le misure di risparmio imposte alla Croazia per entrare nell’Ue. La nostra battaglia principale è contro gli sfratti e un sistema di pignoramento spietato in Croazia”. Sincic parla di “corruzione” nel suo paese: “Vogliamo adottare le leggi anti-mafia italiane”.
La giovane finlandese Kahonen è l’unica ad azzardare una dichiarazione in inglese, poi prosegue nella sua madre lingua sempre leggendo, evidentemente emozionata, molto sintetica. “Ambiente, cambiamenti climatici: la politica democratica cerca nuove forme di partecipazione…”.
Resta sul vago perchè, a quanto se ne sa in Finlandia, non è detto che il suo ‘Liike Nyt’, movimento fondato da un uomo d’affari conservatore cui si è unito un ex socialdemocratico, riesca a superare la soglia minima per correre alle europee.
Tutti e quattro hanno i toni sopra le righe tipici di quando non si sta al governo.
Di Maio è l’unico a dover calibrare, tanto che è stato costretto a mettere da parte il francese Chalencon: gli è costato una crisi diplomatica con la Francia, il richiamo dell’ambasciatore da parte di Parigi, l’intervento di Mattarella al telefono con Macron. Ora il vicepremier pentastellato non può che dirsi “felice per il ritorno al Roma dell’ambasciatore francese, lo incontrerò…”, poi si corregge: “Chiederò un incontro”.
Resta il fatto che una forza di governo come il M5s, che esprime un presidente del Consiglio, un vicepremier, ministri e sottosegretari debba rapportarsi a forze molto più piccole e meno consolidate per formare un gruppo al Parlamento europeo.
Con tutte le incognite sulla loro performance europea: sono tutti al primo test elettorale per l’Europarlamento.
I croati di Zivi Zid hanno 3 deputati su 151 in patria: la Croazia elegge 12 deputati europei.
I finlandesi di Liike Nyt hanno 2 deputati su 200 in patria e, come si diceva, non è detto che riescano a correre per le europee: la Finlandia elegge 14 deputati.
Kukiz 15 ha ben 42 seggi al Parlamento polacco ma soffre la concorrenza a destra di ‘Diritto e giustizia’, partito di governo di Jaroslaw Kaszynski, interlocutore (pur con notevoli distanze) di Matteo Salvini in area sovranista.
Senza gruppo, a Bruxelles e Strasburgo non si hanno finanziamenti dal Parlamento, non si può fare il relatore per proposte di legge, insomma si diventa ‘eletti di serie B’ a tutti gli effetti. Forze piccole hanno notevoli difficoltà a passare il test.
Ma il pane si fa con la farina che si ha. E anche se per ora è poca, Di Maio è convinto di farcela.
“Popolari e socialdemocratici non saranno più autonomi – prevede – noi ci proponiamo come ago della bilancia. Non ci sarà più un monolite Ppe-Pse e così potremo incidere sulle scelte…”.
E dopo aver presentato un manifesto in dieci punti ancora da completare e sottoporre poi al voto dei militanti, aggiunge nel linguaggio di lotta: “Ci sarà uno tsunami contro la Commissione e il consiglio europeo”. Poi rientra nella parte di governo: “Non è un attacco al singolo…”, è per dire che “i cartelli di destra e sinistra non sono più attuali”, calza meglio “più deboli e soliti noti. L’Europa in questi anni ha scelto chi non aveva bisogno di aiuto”.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: elezioni | Commenta »
Febbraio 15th, 2019 Riccardo Fucile
AGCOM PREVEDE AUMENTI DELLE BOLLETTE DEL TELEFONO PER RIPAGARE I DEBITI… PER ALITALIA NON SONO BASTATI I SOLDI PUBBLICI PER GARANTIRE LIQUIDITA’, NE VERRANO SPERPERATI ALTRI
Il Tesoro è pronto a fare la sua parte in Tim e Alitalia.
Due partite delicate destinate a segnare il ritorno in forze dello Stato imprenditore già in parte testato con il Monte dei Paschi di Siena.
Per le due aziende, la soluzione riprende del resto il leit motiv che il governo gialloverde ha sfruttato anche in occasione del salvataggio di Banca Carige: “Se si dovessero mettere soldi pubblici, banca Carige deve diventare di proprietà dello Stato. Ovvero deve essere nazionalizzata”.
Nel caso di Tim, il governo entrerà in azione via Cassa Depositi e Prestiti, cassaforte dei risparmi postali degli italiani.
Il gruppo, controllato dal Tesoro, ha infatti comunicato di essere pronto ad aumentare la sua quota nel capitale dell’ex monopolista pubblico.
Attualmente Cdp ha già investito circa 500 milioni in Tim. Con questa somma, nell’aprile 2018, ha acquistato poco meno del 5% del capitale dell’azienda di telefonia. Ma secondo indiscrezioni la quota potrebbe salire fino al 10% attribuendo così allo Stato un ruolo di assoluto rilievo nella partita sul futuro di Tim e sulle possibili nozze con la rivale Open Fiber, controllata da Cassa Depositi e Prestiti e dall’Enel.
Del resto, già nell’assemblea dello scorso 4 maggio, Cdp aveva dimostrato di non voler essere un socio passivo e si era trasformata nell’ ago della bilancia dello scontro fra Vivendi e il fondo Elliott, i due maggiori azionisti di Tim.
E ora la società guidata da Fabrizio Palermo ha tenuto a precisare che l’investimento nella compagnia “si pone in una logica di continuità con gli obiettivi strategici sottesi all’ingresso nel capitale di Tim deliberato dal consiglio lo scorso 5 aprile. È coerente con la missione istituzionale a supporto delle infrastrutture strategiche nazionali — ha precisato una nota ufficiale — Vuole rappresentare un sostegno al percorso di sviluppo e di creazione di valore, avviato dalla società in un settore di primario interesse per il Paese”. Parole che hanno fatto schizzare in Borsa il titolo Tim (+6,4%).
Situazione diversa nella forma, ma non nella sostanza per il dossier Alitalia. Il Tesoro potrebbe diventare azionista dell’ex compagnia di bandiera all’interno di una nuova società creata ad hoc per il salvataggio e il rilancio del vettore.
Il ministero dell’Economia potrebbe convertire in azioni parte del prestito ponte (900 milioni) concesso ad Alitalia.
Anche a dispetto del fatto che il finanziamento sia al centro di un’indagine di Bruxelles per aiuti di Stato.
Accanto al Tesoro, nell’azionariato della nuova Alitalia dovrebbero esserci poi anche Poste Italiane e le Ferrovie dello Stato, oltre ai partner industriali stranieri Delta e Easyjet. Al momento non è ancora chiaro quali saranno i pesi di tutti i soggetti in gioco, ma è molto probabile che alla fine Roma, direttamente e indirettamente, finisca col detenere più del 50% del capitale di Alitalia.
Per ora c’è una sola certezza: in entrambi i casi, Alitalia e Tim, saranno i cittadini a mettere mano al portafoglio.
Nel caso di Tim, il governo ha affidato all’Agcom il ruolo di identificare “adeguate modalità di remunerazione” per gli operatori che stanno effettuando gli investimenti in fibra.
Così, secondo le associazioni dei consumatori, nulla esclude che Agcom possa aprire la strada ad aumenti sulle bollette del telefono finalizzati a ripagare investimenti e debiti di Tim e Open Fiber.
Quanto ad Alitalia, lo Stato ha finora ampiamente finanziato la ristrutturazione attraverso la cassa integrazione e le iniezioni di liquidità cui lo Stato ha contribuito in vario modo negli anni.
E, a questo punto, visto l’ingresso in scena delle Ferrovie, non è escluso che il prezzo del risanamento Alitalia venga in parte pagato dai passeggeri dei treni.
In che modo? Attraverso aumenti dei biglietti o magari con la riduzione degli investimenti su vagoni e strada ferrata.
Del resto quando la coperta è corta, le soluzioni sono ben poche. Persino per il ritorno dello Stato investitore che, a differenza del passato, deve fare i conti con 2.300 miliardi di debiti.
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: denuncia | Commenta »
Febbraio 15th, 2019 Riccardo Fucile
I GRILLINI VOGLIONO TRIDICO, I LEGHISTI NORI, SPUNTA L’IPOTESI DI UN COMMISSARIO TRAGHETTATORE
Pasquale Tridico? “No”. Pasquale Tridico? “Non va bene”. Pasquale Tridico? “Non se ne
parla”.
Chi nei 5 stelle ha guidato la trattativa con la Lega per la presidenza dell’Inps l’ha ripetuto in modo incessante nelle ultime due settimane: quel posto spetta al Movimento e nello specifico al papà del reddito di cittadinanza, super consulente e fidatissimo di Luigi Di Maio.
Dal Carroccio è arrivata sempre la stessa risposta: no. Solo che alla scadenza del mandato di Tito Boeri mancano 24 ore e una soluzione va trovata per non lasciare senza guida un istituto che è soprattutto strategico per il disegno del governo gialloverde. Leggere quota 100 e reddito di cittadinanza.
L’intesa politica però non c’è, nè si intravede. È stallo. Ecco che allora i pentastellati, secondo quanto riferiscono fonti vicine alla partita, hanno deciso di forzare la mano: l’unica exit strategy è un commissario a tempo, un traghettatore.
Anche i contatti delle ultime ore non hanno portato alla sintesi su un nome.
Un tentativo, lato 5 stelle, aveva provato a smuovere nuovamente la palude: la presidenza dell’Inps al Movimento, quella dell’Inail al Carroccio.
Ma gli uomini di Matteo Salvini che hanno in mano il dossier hanno respinto la mediazione anche alla luce della considerazione che l’Istituto contro gli infortuni sul lavoro ha un peso politico minore rispetto all’Istituto previdenziale.
È la carambola delle nomine, le cui dinamiche sono già affiorate pochi giorni fa in occasione del rinnovo della presidenza della Consob.
Questa volta, spiega chi ha avuto modo di sondare gli umori del Movimento, l’effetto che si vuole evitare è proprio l’effetto Consob.
Perchè negli accordi tra i due coinquilini di governo, la presidenza dell’Authority spettava ai 5 Stelle, che volevano affidarla a Marcello Minenna. Salvini accettò, ma altre questioni – a iniziare dai dubbi del Quirinale – alla fine hanno portato alla scelta di Paolo Savona, l’uomo che la Lega voleva al Tesoro.
E anche se i grillini hanno ottenuto (in forma di accordo politico perchè la nomina spetta agli organi Consob) che Minenna venga promosso segretario generale, di fatto hanno perso quella poltrona a discapito della Lega.
Su Tridico, però, la Lega non si smuove. E l’ultimo nome messo in campo dal Carroccio, quello dell’ex direttore generale dell’Inps Mauro Nori, ha ricevuto lo stesso trattamento a parti invertite: no.
Quando, intorno all’ora di pranzo, alcuni rumor hanno dato per fatto l’accordo su Nori presidente e Tridico vicepresidente, sia la Lega che i 5 stelle si sono affrettati a smentire. Il ticket non va bene a nessuno.
Come uscirne? Si pensa a una nomina a tempo, da mettere nero su bianco nei prossimi giorni attraverso un decreto congiunto del ministero del Lavoro e del Mef: un commissario di basso profilo che guidi l’Inps fino a quando entreranno in vigore le norme previste dal decretone su quota 100 e reddito di cittadinanza.
Solo allora – più o meno a metà marzo – il commissario lascerà il posto al presidente e agli altri quattro consiglieri che compongono la cabina di comando dell’Istituto. Sperando che in un mese maturi l’intesa politica. Quella che oggi non c’è.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: la casta | Commenta »
Febbraio 15th, 2019 Riccardo Fucile
LA CRISI DEL QUOTIDIANO E IL RIFIUTO DEI CONTRATTI DI SOLIDARIETA’… DIVERTENTE CHE PARLINO DI LIBERISMO SOLO ORA, QUANDO IL QUOTIDIANO E’ STATO PER ANNI SULLA LINEA DEI SOVRANISTI
Dopo lo sciopero del 5 settembre, il primo nella storia della testata, la redazione de Il Giornale è ancora sul piede di guerra contro i contratti di solidarietà al 30% proposti dall’editore Paolo Berlusconi.
La rappresentanza sindacale dei giornalisti (cdr) ha dato una settimana di tempo all’azienda per presentare un piano di rilancio che consenta di invertire la tendenza al calo dei ricavi dalle vendite e dalla pubblicità “ben più consistente rispetto alla media complessiva dei quotidiani nazionali” e per chiarire se ci sono le risorse per pagare una congrua buonuscita a chi accettasse di andarsene.
Venerdì prossimo, senza risposte soddisfacenti, il cdr è pronto a dichiarare un’altra giornata di astensione dal lavoro.
“Sulla solidarietà al 30% non è nemmeno partita la trattativa perchè è un sacrificio eccessivo per le nostre finanze”, spiega al fattoquotidiano.it Luca Fazzo, che fa parte del cdr del quotidiano fondato da Indro Montanelli.
“Peraltro quella riduzione equivale ad ipotizzare 22 esuberi, e con 22 persone in meno non possiamo fare il giornale. Prima di tagliare i nostri stipendi, comunque, chiediamo che l’azienda affronti due buchi neri che peggiorano di molto i conti. Innanzitutto è folle che gli articoli del cartaceo siano disponibili gratuitamente sul sito fin dal mattino, cannibalizzando le vendite. E su questo c’è stata una cauta apertura a introdurre un paywall. Poi ci sono molti altri sprechi da cui partire: parlo delle rendite di posizione legate a rapporti famigliari della famiglia Berlusconi. Ci sono parenti e congiunti pagati per compiti che potrebbero essere affidati ad altri con costi molto più bassi”.
Quanto agli esodi incentivati, “il direttore Sallusti ha chiesto ad ognuno quanti soldi vorrebbe, ma l’azienda ha frenato perchè non è detto che ci siano risorse sufficienti”.
Il timore della redazione è che “finiamo come il Milan…fino a quando Berlusconi è in politica avrà bisogno di un giornale, ma quanto durerà ? Per adesso, se voleva la pace sociale in periodo elettorale sappia che non gliela daremo”.
“Nei mesi che abbiamo davanti cadono importanti scadenze elettorali”, ribadisce il comunicato del cdr diffuso venerdì, “ed è fondamentale che in edicola i lettori trovino sempre il nostro quotidiano che dalla sua nascita rappresenta una voce irrinunciabile per l’opinione pubblica italiana e un riferimento altrettanto irrinunciabile per quella sua parte di orientamento moderato e di forti convinzioni liberali“.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Stampa | Commenta »