Febbraio 15th, 2019 Riccardo Fucile
GRAFFIO DELLA MINISTRA LOISEAU: “LEADER POLITICI ITALIANI HANNO MOSTRATO DI ESSERSI PENTITI”… DETERMINANTE LA TELEFONATA TRA MATTARELLA E MACRON
L’ambasciatore francese Christian Masset richiamato la settimana scorsa rientrerà oggi a Roma. Lo riferisce il ministero francese per gli Affari europei.
“Riparte oggi per Roma”, ha annunciato su Radio Rtl Nathalie Loiseau, con un commento graffiante. “Il presidente della Repubblica italiana, Mattarella, ha telefonato al presidente Macron, si sono parlati, hanno convenuto su quanto sia importante l’amicizia tra la Francia e l’Italia, quanto i due paesi abbiano bisogno uno dell’altro. Abbiamo ascoltato anche leader politici che si sono concessi parole e comportamenti francamente inaccettabili, mostrare di essersi pentiti”.
Prove di pace dunque tra Italia e Francia, dopo una settimana, dopo la decisione clamorosa del Quay d’Orsay di chiamare in patria il rappresentante diplomatico per consultazioni, a seguito dei “ripetuti attacchi” ricevuti dal Governo italiano, tra cui la visita di Luigi Di Maio all’ala dura dei gilet gialli.
Determinante nei giorni scorsi una telefonata distensiva tra Sergio Mattarella e Emmanuel Macron per abbassare i toni. In questi giorni si è lavorato tra Roma e Parigi a ricucire i rapporti dopo lo strappo del 7 febbraio.
La crisi politica, prima che diplomatica, si è sviluppata sulla base di diversi dossier bilaterali che tuttavia restano da risolvere: dalla Tav appena bocciata dall’analisi costi-benefici a dossier industriali come quello di Fincantieri-Stx, dalla gestione dei migranti, con le continue tensioni alla frontiera, fino alla richiesta – più volte reiterata da Salvini – di estradare i latitanti italiani rifugiatisi in Francia dopo gli anni di piombo.
Su questo punto, un primo segnale è arrivato nei giorni scorsi con l’incontro tra magistrati italiani e francesi al ministero di Giustizia di Parigi per discutere di una lista di nomi.
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2019 Riccardo Fucile
CI SI CHIEDE COME UN VICEPREMIER POSSA INCONTRARE UN CAZZARO DEL GENERE
In un video rubato mostrato ieri a Piazzapulita si sente il leader dei Gilet Gialli incontrato da
Di Maio e Di Battista mentre dice: “Abbiamo dei paramilitari pronti a intervenire perchè anche loro vogliono far cadere il governo”.
Nel video Chalenà§on dice: “Io so che rischio molto. Posso prendermi una pallottola in testa in qualsiasi momento. Ma me ne fotto. Andrò in fondo a quello in cui credo. Perchè se mi ficcano una pallottola nella testa il popolo… Macron finirebbe sotto la ghigliottina. Oggi siamo arrivati a un tale livello di scontro che se mi colpiscono cade anche Macron. Perchè il popolo irrompe nell’Eliseo e distrugge tutto. Lui, sua moglie e tutta la cricca. Siamo in tanti così, se ne colpisci uno abbiamo delle persone, dei paramilitari pronti a intervenire perchè anche loro vogliono far cadere il governo. Oggi è tutto calmo ma siamo sull’orlo della guerra civile. Quindi si trovino delle soluzioni politiche molto rapidamente. Perchè dietro ci sono delle persone pronte a intervenire da ovunque”.
Un’altra voce gli chiede se è vero che abbia dei militari al suo fianco e lui risponde: “Sì. Dei paramilitari. Delle persone che si sono ritirate dall’esercito e che sono contro il potere”.
E tu sai che sono pronti a intervenire?, chiede l’altra voce. “Certo che lo so. Sì, è inquietante ma voi non vi rendete conto. Per questo ti dico che Macron ha paura, molta paura”.
Il fuori-onda è stato realizzato a margine dell’intervista di Alessandra Buccini, trasmessa da Piazzapulita su La 7.
Nel colloquio Chalenà§on invece dice anche che “la Francia è un bel paese, come l’Italia, ma serve rimetterle sulla retta via” e spiega che con il M5S “è previsto un altro incontro. Dovremmo venire noi a Roma”. E alla domanda: “Quindi, alleati? È certo?”, risponde: “Sì. Assolutamente”. Il leader dei Gilet gialli indica anche Di Battista nella foto scattata nell’incontro francese e commenta: “E’ bravo lui! E’ un pò come me! ci siamo guardati. E anche se io non parlo italiano, ci siamo capiti al volo”.
Sull’incontro Chalenà§on spiega che sono stati i grillini a contattarlo. “Esatto, E’ questo il bello. — dice — Anzi, è straordinario. Il vicepremier del governo italiano che viene in Francia, a Montargis, e nessuno sapeva niente. Ha preso l’aereo ma non si è fermato a Parigi, il cuore del potere. Perchè è venuto qui da noi. Abbiamo passato due ore insieme, ed eravamo d’accordo su tutto! Dopo la riunione abbiamo fatto le foto. Ma quando le abbiamo pubblicate: allarme rosso!”.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 15th, 2019 Riccardo Fucile
ROVIGO: L’UOMO E’ STATO SALVATO, I CRIMINALI CHE LO INCITAVANO A BUTTARSI SARANNO INDAGATI
Istigazione al suicidio. È quanto rischiano alcune persone che sono stati videoripresi dalla polizia scientifica mentre stavano incitando a gettarsi in acqua il 38enne albanese di Solesino (Padova) che si era sporto sulla balaustra del ponte sull’Adige a Boara con intenti suicidi.
Non ci sono ancora fascicoli in Procura a Rovigo al riguardo, ma gli incitatori rischiano di dover rispondere di un reato punito con la reclusione da 5 a 12 anni se il suicidio si realizza e con la reclusione da 1 a 5 anni anche se l’atto suicida non si verifica.
Come accaduto l’altro pomeriggio, quando dopo due ore di trattativa con agenti della polizia e una psicologa l’uomo ha desistito dai suoi intenti mettendosi da solo in salvo.
Nella concitazione di quei momenti, con la trattativa appena iniziata ed il 38enne ancora sulla balaustra, qualche «testa calda» che stava guardando a pochi metri di distanza l’avvenimento ha incitato a voce alta e gratuitamente l’uomo a gettarsi: «Dai salta», «Buttati giù».
Attraverso la procura rodigina poi sono stati coinvolti i Servizi sociali del Comune dove abita l’albanese perchè organizzino gli incontri coi due figli dell’uomo, separato dalla moglie. L’impossibilità di vederli è stato il motivo per cui il 38enne è andato sulla balaustra del ponte sull’Adige.
(da “il Corriere dela Sera”)
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Febbraio 15th, 2019 Riccardo Fucile
AVVISO DI FAVOREGGIAMENTO PER L’ALLORA CAPO DEL NUCLEO OPERATIVO DI ROMA
Prigionieri del vincolo di omertà con cui l’Arma dei carabinieri ha sequestrato per nove anni
la verità sull’omicidio di Stefano Cucchi, cadono uno dopo l’altro. E tutti insieme. Ufficiali, sottufficiali, truppa.
In una sequenza in cui i “morti” (marescialli e appuntati), abbandonati al loro destino giudiziario, si afferrano ai vivi (capitani, maggiori, colonnelli, generali), trascinandoli a fondo.
E tocca ora, dunque, al colonnello Lorenzo Sabatino, ambiziosissimo ufficiale cresciuto all’ombra dell’ex Comandante generale Leonardo Gallitelli e oggi comandante provinciale dei carabinieri a Messina.
Il pm Giovanni Musarò lo ha interrogato come indagato mercoledì pomeriggio, contestandogli il reato di favoreggiamento per l’attività di occultamento e manipolazione delle prove condotta nel novembre 2015 dal Reparto Operativo dell’Arma di Roma, di cui era allora comandante, che avrebbe dovuto far deragliare anche l’inchiesta bis dalla Procura sull’omicidio (quella per cui si sta celebrando il processo ai tre carabinieri responsabili del pestaggio di Stefano).
Al colonnello Sabatino, che in quel novembre del 2015 aveva ricevuto l’incarico di raccogliere e trasmettere alla Procura tutti gli atti interni all’Arma su Cucchi, il pm Musarò contesta infatti di non aver segnalato come in questo scartafaccio di carte che trasmise al suo ufficio fossero state “manomesse” due delle evidenze chiave in grado di ricostruire cosa fosse accaduto la notte del 16 ottobre 2009, quella dell’arresto e del pestaggio di Stefano.
Si trattava delle relazioni di servizio dei carabinieri Colicchio e Di Sano, due piantoni di guardia nella caserma di Tor Sapienza, quella dove Stefano trascorse la notte dell’arresto. A entrambi — come l’indagine della Procura ha recentemente documentato — venne imposto dalla catena gerarchica dell’Arma di correggere quanto avevano inizialmente annotato per iscritto nelle loro relazioni in modo tale che scomparisse ogni riferimento alle tracce, già in quella notte dell’ottobre 2009 evidenti, del pestaggio appena subito da Stefano dai carabinieri che lo avevano arrestato. E vennero dunque confezionati due falsi. Due nuove “annotazioni di servizio” che di quelle originali avevano la medesima veste grafica e lunghezza, riportavano la stessa data, ma erano appunto purgate nei contenuti.
Ebbene, Sabatino, sulla carta un fine investigatore, almeno se si sta al suo curriculum (Comando del Nucleo Investigativo e del Nucleo operativo dei carabinieri di Roma, Comando di una delle sezioni del Ros, reparto di eccellenza dell’Arma, e quindi il comando a Messina), non notò quella discrepanza.
Piuttosto, affastellò originali e falsi di quelle annotazioni in un unico malloppo di carte dove solo l’ostinazione del pm Musarò riuscì a scovarli, a notarne la “diversità ”, e dunque a farli “parlare”.
Nè le omissioni dell’indagine di Sabatino si fermarono qui. A quella che, al momento, è per altro la sola contestazione formale che gli è mossa da Musarò . Per ordine dello stesso colonnello Sabatino, infatti, il capitano Testarmata (all’epoca in forza al Nucleo Investigativo e anche lui indagato per favoreggiamento), tra le carte da consegnare alla Procura, non acquisì in originale il registro “sbianchettato” del fotosegnalamento di Stefano la notte dell’arresto nella caserma Casilina (fu prodotta soltanto una fotocopia da cui il bianchetto non appariva). Nè tantomeno raccolse lo scambio di mail con cui erano documentate le pressioni e le indicazioni dell’allora comandante del Gruppo Carabinieri (il colonnello Alessandro Casarsa) perchè appunto le relazioni dei due piantoni della caserma di Torsapienza fossero manipolate.
Il colonnello Sabatino, per quanto è stato possibile ricostruire, si è difeso durante l’interrogatorio scegliendo di indossare i panni dello sprovveduto. Ha provato infatti a scaricare la responsabilità della mancata segnalazione alla Procura delle “doppie annotazioni” prima sul povero capitano Testarmata, quindi sull’allora comandante del Nucleo Investigativo. A quanto pare senza riscuotere grande successo.
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2019 Riccardo Fucile
AVVOCATO CASERTANO ORIGINARIO DELLA NIGERIA, HA 32 ANNI
“Avverto un clima di odio dove persone che dovrebbero vergognarsi, e che fino a ieri erano restie nell’esternare determinate ideologie, oggi, con questo governo populista e sovranista (a parole) si sentono legittimate a doversi esprime in tema di odio razziale e di ferocia verbale”
Hilarry è il primo avvocato nero eletto nel consiglio di un Ordine professionale, in questo caso quello degli Avvocati di Napoli. Hilarry Sedu, 32 anni, avvocato casertano originario della Nigeria ha le idee chiare su quanto sta accadendo nel nostro Paese.
Arrivato in Italia, a Castelvolturno, in provincia di Caserta, dalla Nigeria quando aveva solo un anno, a TPI racconta del suo percorso, che in altri Paesi sarebbe normale e non dovrebbe destare tanto “clamore”.
“Ho vissuto a Castelvolturno dall’infanzia fino a inizio adolescenza, poi ho vissuto a Napoli. Ho giocato a calcio da professionista ma poi mi sono iscritto all’università , ho avuto la mia laurea, il mio master, labilitazione alla professione forense. Un percorso come tanti, come quello di qualsiasi cittadino italiano solo che a differenza dei cittadini italiani io sono figlio di genitori stranieri.”
La sua elezione nel consiglio dell’Ordine ha fatto notizia per il colore della sua pelle.
È chiaro che in Italia ci stupiamo ancora di queste cose, specialmente per una nostra storia colonialista che non ha avuto successo. Non avendo colonizzato l’Africa così come i francesi, i portoghesi, gli inglesi, i migranti di questo periodo — che sono per la maggior parte del sub-Sahara — quando si scontrano con la realtà italica hanno delle grosse difficioltà di integrazione, perchè c’è un handicap a monte che è la barriera linguistica.
Il mezzo di integrazione più veloce è la capacità di integrazione più veloce è proprio la capacità di apprendere in tempi rapidissimi la lingua del paese ospitante.
Cresciuto in un territorio difficile come Castelvolturno, la scelta di fare l’avvocato nasce da un desiderio di aiutare la sua terra?
Ho deciso di intraprendere questa strada per seguire una mia inclinazione, come facciamo tutti. La mia è l’avvocatura. Poi se il mio lavoro e i miei valori e sentimenti mi consentono anche di dare una mano nel sociale ai fini di tutelare o rivendicare qualche diritto, ben venga.
Quali sono i cambiamenti che ha riscontrato a Castelvolturno nel corso degli anni, come sono cambiate le dominanzioni tra mafia nigeriana, camorra.
Il territorio di Castelvolturno è così da almeno 20-25 anni e parlando di mafia nigeriana il termine “mafia” non è corretto, in quanto in Italia siamo abituati a conoscere la mafia in Italia come quella che si intrufola nelle Pubblica Amministrazione, quela che governa gli abitanti di un determinato territorio e lo fa con connivenze con i funzionari della P.A. In questo caso la mafia nigeriana non ha di queste capacità perchè non disponde di soggetti letterati oppure istruiti a tal punto da poter comprendere addirittura un testo in italiano. Quindi io non parlerei di mafia nigeriana ma di “bande criminali”.
Ricordiamoci che la mafia sul territorio di Castelvolturno c’è già , come quella della dominazione dei Casalesi, se ci fosse una mafia nigeriana assisteremmo a faide per il controllo del territorio.
In questo caso è la mafia che ha reclutato e assoldato “nuove leve” da un bacino assai ricco.
L’organizzazione criminale nigeriana sul quel territorio non è altro che la manus longa della mafia casalese. Ormai la mafia casalese delega certe attività che non vuole fare più, quello dello spaccio. Attività che non vuole fare più ma sulle quali vuole comunque esercitare un controllo.
Durante il suo percorso si è mai confrontato con episodi di razzismo?
Episodi che abbiano leso la mia certezza di essere cittadino italiano, no. È chiaro che qualche episodio sporadico ci può stare, ma non scalfisce la mia identità italiana.
Crede che con la retorica del nuovo governo ci possa essere un cambiamento in questo senso? Avverte un clima diverso?
Avverto un clima di odio dove persone che dovrebbero vergognarsi, e che fino a ieri erano timidi ad esternare determinate ideologie, oggi, con questo governo populista e sovranista (a parole) si sentono legittimati a doversi esprime in tema di odio razziale e di ferocia verbale. Questo governo certamente non aiuta.L’ho sperimentato direttamente.
Cosa pensa del decreto sicurezza?
Credo sia un disegno per creare clandestinità , illegalità , per poter poi associare i crimini nascenti dallo stato di bisogno di queste persone e porli all’attenzione pubblica come binomio immigrazione-insicurezza.
Cosa significa vivere in Italia oggi?
L’Italia non è un paese razzista, l’Italia è un paese classista che bada più all’aspetto della ricchezza dell’individuo che alla sua soggettività , in quanto portatore di diritti fondamentali. Non mi preoccupo del futuro dell’Italia: questo della mescolanza delle etnie è un processo irreversibile e inarrestabile perchè ne gioveremo tutti, sarà un arricchimento culturale: dove c’è interazione tra diverse etnie c’è più democrazia.
Sentendola parlare si penserebbe che lei è per la politica dei porti aperti.
No, non sono per la politica dei porti aperti e per l’accoglienza indiscriminata, altrimenti non ci sarebbe uno Stato sovrano e uno Stato di diritto. Ogni Stato deve poter decidere chi far entrare e chi far uscire dal territorio. È geopolitica. Però fomentare determinate logiche razziste o di lesione dei diritti fondamentali dell’uomo non fa di te uno Stato di diritto.
(da “TPI”)
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Febbraio 15th, 2019 Riccardo Fucile
ALLA CAMERA SU 221 BEN 56 NON SONO LAUREATI, AL SENATO SONO 24 SU 107
Il MoVimento 5 Stelle ha deciso di intraprendere una riflessione dopo il deludente risultato
delle elezioni amministrative in Abruzzo.
Ci vorranno mesi, ha scritto ieri il Capo Politico, Luigi Di Maio per decidere di un’eventuale apertura alle alleanze con le liste civiche, che fino all’altro ieri il M5S definiva “accozzaglie” o “liste civetta”.
Nel frattempo c’è da lavorare per le europee di maggio. Su Rousseau sono state pubblicate le linee guida per gli aspiranti candidati, con qualche novità .
Il MoVimento ha deciso di introdurre — visto che il controllo dei candidati impresentabili ha funzionato benissimo alle politiche — il “sistema dei meriti”.
In pratica questo significa che la regola dell’uno vale uno non esiste più. Perchè tra i nove “meriti” che verranno attribuiti ai candidati c’è ad esempio quello di aver già svolto un mandato elettivo e quindi chi attualmente è un portavoce del M5S avrà un merito in più degli altri.
Una faccenda complicata perchè chi ha già svolto un mandato e si candida a questo giro avrà esaurito il numero di mandati e quindi al prossimo giro — se venissero eletti solo parlamentari al secondo mandato — il M5S dovrà cambiare nuovamente sistema dei meriti.
Tra gli altri meriti c’è anche quello di aver partecipato ai corsi di formazione di Rousseau (che però in teoria è un’altra cosa rispetto al M5S) ad esempio gli Open Day Rousseau i Villaggio Rousseau oppure ai corsi corsi e-learning di Rousseau (ma solo se il candidato ha seguito almeno tre moduli).
Il merito più interessante però riguarda i curriculum e i titoli di studio.
Se il candidato «ha conseguito una laurea triennale o specialistica (magistrale) o un dottorato di ricerca o un master post-laurea» allora verrà segnalato il merito. In buona sostanza il MoVimento 5 Stelle ha deciso di privilegiare i laureati.
Ma se è vero che dei 14 eurodeputati pentastellati che fanno parte del gruppo EFDD solo Marco Valli, divenuto celebre per lo scandalo della laurea inventata, risulta non essere laureato non è così per gli attuali componenti del Parlamento (deputati e senatori) eletti tra le fila del MoVimento 5 Stelle le cose cambiano.
In molti, stante le regole attuali delle Europarlamentarie, non otterrebbero il “merito” e sarebbero penalizzati al momento della candidatura.
Alle politiche del 4 marzo 2018 però le regole per le Parlamentarie erano diverse. E così tra i 221 onorevoli eletti con il M5S a Montecitorio 56 non hanno la laurea.
Stando alle informazioni pubblicate sul sito della Camera, cinque sono in possesso della sola licenza media (gli onorevoli Sergio Battelli, Luciano Cadeddu, Massimiliano De Toma, Davide Galantino e Davide Tripiedi).
Altri cinquantuno onorevoli pentastellati invece hanno solo il Diploma di scuola secondaria superiore. Sono i deputati Nicola Acunzo (che risulta laureando in Lettere alla tenera età di 43 anni), Cosimo Adelizzi, Piera Aiello, Maria Soave Alemanno, Alessandro Amitrano, Azzurra Cancelleri, Luciano Cantone, Santi Cappellani, Andrea Caso, Rosalba Cimino, Claudio Cominardi, Emanuela Corda, Federica Daga, Celeste D’Arrando, Sabrina De Carlo, Rosalba De Giorgi, Daniele Del Grosso, Carmen Di Lauro, il vicepremier e bisministro Luigi Di Maio, Iolanda Di Stasio, Leonardo Donno, Luca Frusone, Veronica Giannone, Andrea Giarrizzo, Carmela Grippa, Michele Gubitosa, Luigi Iovino (che è iscritto a Giurisprudenza), Marialucia Lorefice, Giorgio Lovecchio, Alvise Maniero (già sindaco di Mira e attualmente studente universitario), Teresa Manzo, Felice Mariani, Bernardo Marino, Luca Migliorino, Riccardo Olgiati, Paolo Parentela, Filippo Perconti, Gianluca Rizzo, Paolo Romano, Francesca Ruggiero, Emanuele Scagliusi, Davide Serritella, Rachele Silvestri, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora, Elisa Tripodi, Riccardo Tucci, Simone Valente, Giovanni Vianello e Stefano Vignaroli.
Non era laureata nemmeno Iolanda Nanni, la compianta deputata deceduta ad agosto del 2018. Così come non sono laureati i deputati eletti con il M5S e ora nel gruppo misto Antonio Tasso e Andrea Mura (cessato dal mandato il 27 settembre 2018 è in possesso di una laurea honoris causa).
Sono invece 24 su 107 i senatori del M5S senza laurea: Fabio Di Micco, Daniela Donno, Giorgio Fede, Vito Crimi, Marco Croatti, Gabriele Lanzi (che non è nè laureato nè diplomato, come specifica su Rousseau), Giulia Lupo, Laura Bottici, Elena Botto, Antonella Campagna, Nunzia Catalfo, Lello Ciampolillo, Emanuele Dessì, non è laureata la ministra del Sud Barbara Lezzi, Barbara Guidolin, Pietro Lorefice, Matteo Mantero, Sergio Puglia, Fabrizio Ortis, Simona Nocerino, Vilma Moronese, Cataldo Mininno, Paola Taverna e Sergio Vaccaro.
Tutti i candidati sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri
Va da sè che il sistema dei “meriti” finirà per privilegiare quei candidati che ne hanno di più e quindi i laureati avranno un marcia in più rispetto a chi non ha una laurea.
È un criterio che non solo viola la regola dell’uno vale uno ma che è anche classista perchè manda avanti chi ha avuto l’opportunità di conseguire una laurea e terminare un corso di studi universitario.
Una condizione che in Italia riguarda solo una minoranza della popolazione, dal momento che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani non ha una laurea. Il non avere una laurea non è un titolo di demerito e privilegiare i laureati non ha nulla a che fare con la meritocrazia.
Ci sono famiglie che semplicemente non si possono permettere di mandare il figlio all’Università . Avere i soldi e il tempo per poter studiare all’Università e quindi laurearsi non è un titolo di merito.
Ci sono deputati e senatori, anche tra le fila del M5S, che sono molto preparati e competenti pur non avendo una laurea.
Viceversa ci sono “professoroni” — come li chiama il M5S, ma ora che li candiderà chissà , magari cambierà idea — assolutamente non adatti a svolgere il ruolo di rappresentate dei cittadini.
L’ufficio statistica del Senato del resto ci informa che i senatori non laureati sono circa un terzo del totale. Ai politici infatti gli italiani non chiedono di essere laureati, o di avere chissà quale dottorato ma di rappresentarli all’interno delle istituzioni. Il Parlamento — e anche il l’Europarlamento — sono uno specchio del Paese.
Puntare sui laureati solo per poter dire “siamo il partito con il maggior numero di laureati” è una mera operazione di propaganda. Se a farlo poi è il partito che vuole (o voleva, a seconda della convenienza) abolire il valore legale del titolo di studio la vicenda diventa semplicemente ridicola.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 15th, 2019 Riccardo Fucile
UN RAGAZZO INTEGRATO CHE FA ATLETICA CON LA SOCIETA’ SPORTIVA LOCALE… LA SOLIDARIETA’ DELLA CITTA’ A UN GIOVANE VITTIMA DELLA SOLITA FOGNA RAZZISTA
“Pagate per questi neri di merda” e “Italiani=merda”. Due scritte nell’androne della casa del quartiere Borgo, con una freccia a indicare il loro appartamento: se le sono ritrovate a Melegnano in provincia di Milano Angela Bedoni, 59 anni, e il marito Paolo Pozzi, 60 anni, educatore del Serd a Rozzano.
Il bersaglio è il figlio Bakary Dandio, senegalese, 21 anni, che la coppia ha ufficialmente adottato il 3 ottobre, ma che vive con loro da due anni.
L’episodio è stato subito denunciato ai carabinieri. “Le due scritte sono state impresse a spray sul muro dell’androne di casa nostra, nel cortile interno. Le parole che abbiamo letto sono ‘Italiani=m.’ e ‘Pagate per questi negri di m.’, spiega Angela .
“Non ci sono dubbi sul fatto che quelle scritte fossero rivolte a noi — aggiunge — perchè accanto alla seconda frase è stata impressa una freccia che indicava esattamente la nostra abitazione.
“Ora vorrei solo guardare negli occhi chi ha scritto queste cose. Li invito a parlarmi. Mio padre, dopo essere stato partigiano, fondò gli Scout qui nel sud di Milano. Ci insegnò valori ben lontani da gesti simili”.
I due genitori, racconta oggi Repubblica, vengono dalla perdita di un’altra figlia, Lucia, uccisa a 17 anni la sera di Natale del 2004 da una Porsche Cayenne nel centro di Melegnano guidata da un 32enne in stato di ebbrezza:
«Facevamo volontariato nel centro di accoglienza di San Zenone al Lambro – racconta Angela Bedoni – e l’abbiamo conosciuto lì».
La storia di Bakary è il solito concentrato di povertà e orrore: fuga dal Senegal, l’inferno dei campi in Libia, la traversata in barcone fino a Lampedusa nel 2016, l’approdo al Nord con la protezione umanitaria.
«Perchè è scappato? Aveva i suoi motivi. Noi l’abbiamo incontrato che era un orfano, non aveva niente, negli Sprar di zona non c’era posto, abbiamo chiesto a nostro figlio Lorenzo, 27 anni, se era d’accordo, e lo era, e lo abbiamo preso con noi, così semplicemente».
«Chi è stato a fare quelle scritte? Non ho proprio idea. Tra l’altro non capisco il riferimento ai soldi perchè non abbiamo avuto alcun contributo pubblico. E nemmeno mi spiego il nesso tra le due frasi – risponde il padre, Polo Pozzi – Bakary qui ha avuto tutti contatti molto positivi con associazioni e persone. Fa atletica ed è amatissimo da genitori, allenatori, bambini».
Con l’Atletica Melegnano ha vinto l’oro nel 2017 e nel 2018 del campionato nazionale di categoria Csi nei 400 e negli 800 piani.
L’episodio è stato duramente condannato anche dal sindaco di Melegnano Rodolfo Bertoli: «Già domani in Comune — ha aggiunto il sindaco — incontrerò la famiglia con la quale voglio parlare per esprimere personalmente solidarietà , ma la stessa famiglia sarà invitata a presenziare anche nel prossimo Consiglio comunale per esprimere piena solidarietà anche a livello di assise. Sono molto provato da questa situazione. Non capisco come a Melegnano, città così aperta, con forme di integrazione grandi e radicate nel tempo, città di volontariato e solidarietà sociale, possa essere accaduta una cosa simile»
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 14th, 2019 Riccardo Fucile
TUTTI RADUNATI ATTORNO AL FUOCO DAVANTI A UN CASEIFICIO: “LA LOTTA NON SI FERMA, SIAMO SOLO ALL’INIZIO, QUI FINISCE MALE”
Alle cinque del pomeriggio i pastori radunati a Thiesi accendono il fuoco e preparano gli
spiedi davanti al caseificio Pinna, il più grande dell’isola presidiato giorno e notte. “Questo significa che la serata sarà lunga”, Paola sospira mentre guarda il cellulare in attesa che il marito Gianuario Falchi, al tavolo con Matteo Salvini e gli industriali, le comunichi una buona notizia da Roma e l’innalzamento del prezzo del latte a un euro. E invece niente.
Dalla Capitale arriva il responso di questa sera, rimbalza sugli schermi. Dalla speranza si passa in un attimo al rammarico e poi di nuovo all’orgoglio: “70 centesimi? Sono dei miserabili”, parla Antioco mentre fuma una sigaretta: “Non ce ne andiamo e continuiamo a lottare”. Contro gli industriali e contro i politici. Quindi i pastori rifiutano l’offerta e la loro resistenza andrà avanti.
Le scene davanti all’azienda bloccata da quattro giorni dai manifestanti, che da qui non si spostano neanche per un minuto affinchè il latte non arrivi attraverso i camion di altri paesi, si intreccia con le immagini del Viminale.
In una grande sala Salvini ha riunito il ministro dell’Agricoltura Gianmarco Centinaio, Coldiretti, i pastori, gli industriali e le cooperative per trovare un accordo sul prezzo del latte. Ma il vertice finisce con un nulla di fatto dopo ore e ore di trattativa.
Eppure gli annunci del ministro dell’Interno erano stati dirompenti: “Non mi alzo se il prezzo del latte non arriverà a un euro al litro”. Invece si è fermato ai settanta centesimi proposti dagli industriali e alla promessa da parte del governo di ritirare 67mila quintali di formaggio così da far aumentare la richiesta del latte e di conseguenza – secondo i calcoli dei leghisti – la richiesta del latte stesso. “Entro tre mesi il prezzo salirà a un euro”, garantisce Salvini.
Ma i pastori, che di questo lavoro ci vivono da sempre, non ci credono e non si fidano: “Tra tre mesi, a giugno, le nostre pecore non produrranno il latte fino a dicembre. E nessuno ci garantisce che il prezzo risalga”, spiega una ragazza, mentre si riscalda davanti al fuoco insieme a tutti gli altri pastori della zona.
Il sole caldo della Sardegna è tramontato e inizia a fare parecchio freddo.
Qui il mestiere lo conoscono tutti molto bene perchè lo praticano da generazioni: “A giugno il latte non ci sarà e noi moriamo e muoiono di fame le nostre famiglie. Vogliamo la garanzia del latte a un euro almeno per cinque anni”.
A questo punto sono pronti a bloccare i seggi: “Se ne blocchiamo anche solo uno, le elezioni vengono invalidate”, riflettono.
Il pomeriggio scorre pieno di apprensione. Tutti i pastori tengono in mano il cellulare sperando in un messaggio positivo da parte degli otto di loro seduti a trattare. Otto dei “pastori singoli”, si definiscono così per sottolineare la differenza con quelli che fanno parte di Coldiretti.
“Ancora niente”, quando sono le sette di sera. Poi le prime informazioni: “Gli industriali non mollano”. Si sparge questa voce: “Propongono 70 centesimi a litro”. “Un euro, un euro”, si sente urlare: “O da qui non ce ne andiamo”.
Un gruppo di ragazzi ha acceso un altro fuocherello: “Scrivetelo, siamo pastori e siamo umani. Non siamo violenti, non facciamo del male a nessuno, vogliano solo che il nostro lavoro venga pagato per quello che vale”, dice Alessia, una ragazza che avrà una ventina d’anni.
La disillusione a tarda sera ha fatto capolino qui: “Bugie, solo bugie”, ripetono i pastori in un modo quasi ossessivo.
Il vertice continuerà sabato in Sardegna con il ministro competente Gianmarco Centinaio. Nel frattempo i blocchi proseguiranno così come lo svernamento del latte sulle strade.
“Domani blocchiamo di nuovo tutta l’isola, da qui non ce ne andiamo. Finisce male”, i pastori che a Thiesi presidiano il caseificio Pinna si preparano a trascorre qui davanti la settima notte.
Questa notte attorno al fuoco aspettano “uniti”, come recitano gli striscioni, il ritorno dei pastori da Roma.
Sui cancelli del caseificio si legge “Lacrime per l’oro bianco” e da qui non entrano e non escono camion. La filiera produttiva è bloccata finchè il latte sarà versato sulle strade.
Sui tavoli di legno vengono poggiate le forme di formaggio da mangiare insieme alla carne preparata sul fuoco: “Ciò che produciamo lo mangiamo noi. E non ci facciamo sfruttare da nessuno”.
Qui da giorni non si dorme. “Siamo stanchi”, viene detto apertamente ma ci si organizza per i turni a oltranza.
Fino a quando qualcosa non cambierà .
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 14th, 2019 Riccardo Fucile
SI SONO ACCORTI SOLO ORA CHE FAVORISCE LE REGIONI RICCHE, CREA CITTADINI DI SERIE A E ALTRI DI SERIE B, METTE A RISCHIO IL RUOLO DEL PARLAMENTO
Un’analisi dei 5 Stelle smonta il piano messo a punto dalla ministra leghista Erika Stefani sulle autonomie regionali.
Tutto questo a breve distanza di tempo dal Consiglio dei ministri che dovrebbe analizzare il testo, con Matteo Salvini che dice: “Siamo d’accordo”.
Un piano che viene definito una “secessione dei ricchi”, che rischia di creare cittadini di Serie A e di Serie B, di compromettere il ruolo del Parlamento, di trasferire risorse dalle regioni più povere a quelle più ricche, con profili di incostituzionalità che comporterebbero ricorsi alla Consulta.
L’analisi, di cui l’agenzia Dire è in possesso, è stata messa a disposizione dei parlamentari M5S.
INCOSTITUZIONALE PARTIRE DA REGIONI PIU’ RICCHE
Legare i fabbisogni standard, come sostiene il Veneto, alla capacità fiscale dei territori “rischia di far sì che le regioni più ricche abbiano maggiori trasferimenti a scapito da quelle più povere”. Su questo punto M5S “non può accettare un calcolo dei fabbisogni standard legati alla capacità fiscale delle regioni che stanno chiedendo maggiori autonomie. E si badi bene: siamo contrari perchè l’esito finale non potrebbe che essere anticostituzionale”, si legge nel report
NO CITTADINI DI SERIE A E DI SERIE B.
“Il trasferimento di funzioni non può e non deve essere un modo per sbilanciare l’erogazione di servizi essenziali a favore delle regioni più ricche. Insomma, guai alla creazione di un contesto in cui ci sono cittadini di serie A e cittadini di serie B, esito espressamente vietato dalla Costituzione. Su questo bisogna essere molto chiari”. Il Movimento è “favorevole a un processo di autonomia soltanto a patto che questo sia solidale e cooperativo”.
A RISCHIO IL RUOLO DEL PARLAMENTO
Il ruolo delle Camere è “a rischio”, scrive il Movimento 5 stelle, che “esige che il Parlamento mantenga un ruolo centrale nella valutazione delle legge che recepisce le intese” sull’autonomia “con la possibilità di correggerle se necessario. Secondo l’interpretazione accreditata dalle regioni che chiedono maggiore autonomia, in particolare il Veneto, la legge in questione non sarebbe emendabile dal Parlamento, che potrebbe unicamente dire ‘Sì o No al testo”. È “assurdo”, secondo M5S, “impedire che il Parlamento “possa formulare proposte di correzione a una legge che recepisce un’intesa che tocca la vita di tutti”.
CORRETTO CONTEGGIO DEI FABBISOGNI STANDARD.
Il Movimento 5 stelle chiede che sia garantito “il corretto conteggio dei fabbisogni standard, i quali vanno affidati a un organismo già esistente e funzionante, la commissione tecnica fabbisogni standard, anche per evitare un moltiplicarsi di commissioni e di parametri una volta che il processo di autonomia differenziata sarà intrapreso da altre regioni. Il conteggio dei fabbisogni, per funzionare si deve basare sulle oggettive esigenze di un territorio e di una popolazione, senza introdurre elementi in contrasto con la Carta Costituzionale come l’attribuzione di maggiori fabbisogni dove c’è maggiore gettito fiscale. Altrimenti non si capisce perchè non si proponga altresì di “regionalizzare” anche il debito pubblico italiano, facendolo “pagare” in proporzione alla ricchezza prodotta da ciascuna regione e alla residenza territoriale dei possessori dei titoli di Stato”.
VERSO UNA PIOGGIA DI RICORSI.
“Per un’efficace attuazione dell’autonomia differenziata e per scongiurare ricorsi (scontati) alla Corte Costituzionale è fondamentale che tutti gli equilibri previsti dalla Costituzione siano rispettati e in particolare che siano determinati i livelli essenziali delle prestazioni (LEP) concernenti diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale. La mancata determinazione dei Lep, infatti, renderebbe impossibile per lo stato esercitare, come prevede l’art. 120 della Costituzione, quei poteri sostitutivi nei confronti degli enti locali inadempienti, in particolare nel caso di mancato rispetto dei livelli essenziali indicati per l’istruzione, la tutela dell’ambiente, la sicurezza del lavoro”.
(da “Huffingtonpost”)
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