Febbraio 14th, 2019 Riccardo Fucile
UN GRUPPO DI RICHIEDENTI ASILO HA CREATO UN’IMPRESA DI SUCCESSO: PRODUCONO GIOCHI EDUCATIVI… DOPO UNA SERIE DI RICONOSCIMENTI ORA RISCHIANO DI RESTARE SENZA DOCUMENTI
Alcuni venivano da famiglie benestanti, sterminate per ragioni politiche. Altri hanno
trascorso un’infanzia di abbandono e povertà .
Sono un gruppo di giovani migranti nati in Guinea, Mali, Gambia. Due anni fa sono arrivati a Palermo ancora minorenni. In poco tempo hanno creato una start up, “Giocherenda”, che produce giochi educativi ispirati alla cultura e ai colori africani.
Nulla di assistenziale. Al contrario, vogliono creare posti di lavoro anche per gli italiani.
I risultati? Straordinari. I giovani imprenditori, tra le altre cose, sono stati ricevuti al Parlamento Europeo, hanno vinto un premio dell’agenzia Erasmus e collaborano con aziende di alta moda.
Tutto questo potrebbe finire. Per colpa del governo giallo-verde.
Da quando è entrato in vigore il provvedimento firmato da Salvini, i loro documenti rischiano di diventare carta straccia, a causa del “decreto sicurezza”. Per convertirlo, serve il passaporto. Per capire cosa significa andare prendere un passaporto in Guinea, per chi è scappato dalla Guinea dopo che gli hanno sterminato tutti i parenti, dobbiamo raccontare la storia dall’inizio.
La Guinea Conakry è un piccolo paese dell’Africa Occidentale. I fondatori di “Giocherenda” vengono da lì.
Uno di loro ha perso tutta la famiglia per ragioni politiche. Unico superstite, ha deciso di scappare per mettersi in salvo. Ancora minorenne, si è presentato davanti alla “Commissione territoriale” che decide sulle domande d’asilo.
Come nel caso di tanti altri minori, la domanda è stata accolta. Ma gli hanno dato un permesso umanitario, una via di mezzo tra lo status di rifugiato e il rifiuto totale.
«Non è andata male», dicevano gli avvocati. «Anche se il documento scadrà , potrai facilmente rinnovarlo. Non vale la pena di fare ricorso per avere l’asilo politico. È costoso e ci vuole del tempo. Comunque hai qualcosa in tasca. Non sei un irregolare, un fantasma». Sbagliato.
Tutto questo era vero fino al provvedimento di Salvini che cancella proprio il permesso umanitario. Chi ne è in possesso deve convertirlo in un documento di altro tipo. Ma, per farlo, la Questura di Palermo chiede il passaporto: significherebbe ritornare nel paese d’origine, ovvero nell’incubo da cui sono scappati.
Nel frattempo, a qualcuno è anche scaduto il permesso che aveva. Adesso possiede soltanto la richiesta di rinnovo. Con questo non si può viaggiare. Comunque, c’è il serio rischio di rimanere incastrati tra le frontiere e perdere tutto.
Ma tutto cosa? Mentre la trappola burocratica si costruiva intorno a loro, infatti, sono successe molte cose.
In questi due anni e mezzo in Italia, i giovani migranti hanno accumulato curriculum impressionanti. Decine di progetti tra cui un documentario, uno spettacolo con un liceo classico di Palermo, recitato in greco antico e bambara, una lingua africana. E la progettazione e l’avvio di “Giocherenda”. «Abbiamo bisogno di documenti in regola per portare avanti le nostre attività », dicono.
Il paradosso è che non hanno fatto nulla di sbagliato, anzi si sono impegnati con tutte le loro forze. È la legge che è cambiata. Adesso rischia di bandirli e di mandare all’aria tutti i loro sforzi per crescere loro e per far crescere il paese dove adesso vivono.
“Giocherenda” è un termine pular, una lingua parlata in parecchi paesi africani, composto dai termini “giuntura” e “linfa vitale”. Clelia Bartoli, docente dei ragazzi nel primo corso di italiano frequentato a Palermo, è rimasta molto colpita da questo termine. Spiega che si tratta del «fluido che, scorrendo nelle articolazioni, le tiene insieme e ne permette il movimento». Come dire: la vita nasce dall’unione.
L’assonanza con l’italiano “gioco” è dunque casuale, ma ha suggerito un’idea. Molti di loro sanno fare più cose. Soprattutto sono in grado di unire l’attività manuale a quella intellettuale: sono sarti, disegnatori, artigiani, formatori, attori.
Così è nato “La ronda dei desideri”, un gioco cooperativo. «Lo scopo è coronare il proprio desiderio», si legge nella scheda del prodotto. «Si può giocare da 3 a 300 persone. Da 10 a 100 anni».
Come funziona? «È semplice», spiegano. «Apri la confezione di stoffa africana, prendi il tabellone di legno colorato a mano, le pedine fatte di tappi di bottiglia riciclati e i biglietti decorati artigianalmente. Decidi qual è il tuo desiderio.
Mentre le ruote girano sul tabellone, si decide il tuo destino. Ecco, le ruote si sono fermate. Sei un rifugiato in Alaska? Un gangster a Parigi? Probabilmente, come accade nella vita reale, il tuo desiderio era un altro. Puoi correggere il destino solo grazie alle tue virtù (“la resilienza”) e alla solidarietà (“gli aiutanti”).
In meno di 24 mesi, i ragazzi sono passati dalle onde assassine del Mediterraneo a una serie di incontri al Parlamento Europeo. Il gruppo di “Giocherenda”, infatti, lo scorso aprile è stato ricevuto a Bruxelles.
Erano tutti arrivati da poco in Italia tranne H., una ragazza di origine marocchina.
Arrivata piccolissima a Palermo, ha rischiato l’espulsione perchè al passaggio alla maggiore età ha perso la madre, cui era legata per il permesso di soggiorno.
A questo punto, per non finire in un paese dove non era mai vissuta, ha dovuto perdere molti giorni di scuola a causa di complicate pastoie burocratiche e per svolgere dei lavoretti che le permettessero di attestare un certo reddito e ottenere i documenti. Alla fine, a causa delle assenze, non ha superato l’anno, anche se aveva la media del “sette”.
Nonostante le difficoltà , nessuno di loro si è perso d’animo. I risultati sono arrivati uno dopo l’altro.
Hanno vinto il premio dell’agenzia europea Erasmus. Per conto della stessa organizzazione, hanno fatto da guide “turistiche” nel centro di Palermo. Non si sono limitati a mostrare monumenti, ma hanno evidenziato le radici meticce della città : quelle normanne di Santa Rosalia, quelle africane di San Benedetto.
L’azienda di alta moda Dell’Oglio, uno storico marchio cittadino nato a fine ‘800, ha organizzato una formazione del personale. La casa editrice Erickson, la più importante in Italia nel settore educativo, ha commissionato un gioco per una sua produzione.
I prodotti, poi, non sono solo oggetti da vendere ma l’occasione per “animare” incontri di ogni tipo, dalle scuole palermitane a quartieri come Ballarò, Zen, Ciaculli e Brancaccio, dove fu ucciso don Giuseppe Puglisi. Del resto, quando sono arrivati in Sicilia, i ragazzi hanno subito commentato: «Noi vogliamo aiutare gli europei». Perchè? Intorno hanno trovato diffidenza, solitudine e paura. Hanno scoperto che, anche chi vive nel benessere, non è felice: «L’Europa ha bisogno di giocherenda e noi dobbiamo diffonderla».
Quando devono compilare un modulo, pagare i fornitori o controllare le fatture, i giovani imprenditori di Giocherenda si mettono intorno a un tavolo di “Moltivolti”, un co-working molto speciale nel quartiere di Ballarò. Quando devono usare forbici, pialle e colori, una stanza del “Centro Arrupe” diventa il loro laboratorio.
Sono due luoghi simbolici della lunga stagione del rinnovamento palermitano. Il primo è ormai un riferimento della città solidale: organizza viaggi in Senegal, è un ristorante multietnico e ha partecipato all’iniziativa di Mediterranea, la nave che effettua soccorsi in mare. Il secondo, gestito dai gesuiti, è il luogo in cui nacque la primavera del sindaco Leoluca Orlando, trent’anni fa.
«Questi ragazzi non sono migliori degli altri sbarcati in questi anni», commenta Bartoli. «Semplicemente, un contesto locale favorevole ha dato loro le giuste opportunità ». Un contesto nazionale sfavorevole, invece, se le sta riprendendo.
(da “L’Espresso”)
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Febbraio 14th, 2019 Riccardo Fucile
IL RESTAURO, CONSIGLIATO DA MOLTI ESPERTI, AVREBBE PRIVATO DEL’ATTESA IMMAGINARIA, ELEMENTO CHIAVE DELLA SOCIETA’ DELLO SPETTACOLO IN CUI SGUAZZANO I POLITICI
Durante la Prima e la Seconda repubblica, prima di ogni elezione, il governo organizzava qui e là qualche inaugurazione.
Preferibilmente strade e autostrade, più o meno nuove, più o meno telegeniche. Tra le favorite, la via crucis tra Salerno e Reggio Calabria: almeno un tronco, uno svincolo, un viadotto non mancavano mai.
E ricordo con tenerezza il molo di un mega-porto calabrese sullo Ionio, che s’inabissò mestamente mentre chi lo aveva appena inaugurato in mattinata stava festeggiando a pranzo.
Non va meglio nel secolo sovrano, se i governanti si cimentano nell’eterna campagna elettorale inaugurando le demolizioni.
Anzichè posare la prima pietra, la rimuovono. E smantellano così l’eredità culturale di un Paese, come accade con la cancellazione del viadotto genovese sul torrente Polcevera progettato da Riccardo Morandi.
Quando Guy Debord — il filosofo che soggiornò a lungo nella riviera di ponente assieme agli artisti del movimento situazionista — scrisse La società dello spettacolo, non poteva certo prevedere che, dopo mezzo secolo, le sue profezie si sarebbero materializzate proprio da queste parti, dove il potere trasforma i cittadini in “consumatori di illusioni”.
Inaugurando la demolizione del viadotto Polcevera, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti ha esordito con un’affermazione temeraria: “Questa ricostruzione sarà l’immagine del rilancio del Paese”.
Siamo proprio sicuri? La demolizione del supposto relitto è iniziata con comodo: 178 giorni dopo il crollo, 14 agosto 2018.
Non sarà un record mondiale in materia, ma ci piazziamo bene nella corsa a questa malinconico primato, se viene rimossa la prima pietra dopo quasi sei mesi.
E, sempre a beneficio dello spettacolo, le previsioni sul ripristino del viadotto hanno nel frattempo frastornato i cittadini, scivolando vorticosamente sull’asse del tempo.
Dai pochi mesi — prima cinque e poi nove, sparati a botta calda dal Concessionario — s’arrivò al più prudente vaticinio del governatore: “Entro settembre inizio demolizione, entro novembre inizio cantiere” per una ricostruzione da fare in 11-15 mesi.
Ai primi di ottobre, il sindaco-commissario affermò coraggioso che “le cose si possono fare in 12-16 mesi“. Poi, il sentimento del tempo si è stemperato, trasformando languidamente il tempo di attesa della ricostruzione in un “numero complesso”, composto da una parte immaginaria e da una parte reale.
C’è un tempo di attesa perchè il ponte sia visibile; ed è la parte immaginaria.
E poi c’è la parte reale, il tempo di attesa affinchè il viadotto entri in esercizio, diventando nuovamente percorribile dalle auto e dai tir.
Rinforzare il relitto esistente, ricostruendo la tratta crollata, avrebbe ridotto l’attesa reale, quella vera e propria da parte degli utenti.
Parecchi tecnici — architetti, urbanisti e territorialisti, ingegneri — avevano chiesto formalmente che, prima di decidere la demolizione, si riflettesse sull’opportunità del ripristino.
Alcuni di loro stimavano che il restauro potesse costare assai meno delle offerte progettuali più ambiziose, compresa la soluzione finale poi vincitrice, scelta tra le più care. Volevano anche salvare un capolavoro infrastrutturale del 900 che, se pollaio o capanno, avrebbe goduto della tutela di qualche vincolo architettonico, paesaggistico o storico. Poichè nessuno ha mai spiegato perchè questa soluzione sia stata messa da parte, azzardo un’ipotesi: il restauro avrebbe privato i cittadini dell’attesa immaginaria, un elemento chiave della società dello spettacolo.
Anche l’occhio vuole la sua parte, con buona pace dei trasportatori europei.
Tra le diverse offerte, è stata scelta una delle soluzioni più costose, nemmeno la più rapida.
Aspettiamo perciò fiduciosi il dettaglio dell’Abc che ha orientato questa decisione, l’analisi tra benefici e costi oggi in voga per le opere già cantierate e, dunque, ben più efficace per quelle da cantierare. E siamo curiosi di conoscere la contabilizzazione dei benefici associati al sentimento del tempo e al resistibile fascino dello “spettacolo”.
Altrove, a sei mesi dal disastro, la ricostruzione era già a buon punto, come accadde per il ponte Hintze Ribeiro a Porto, crollato nel 2001 con 59 morti.
Poche ore dopo il crollo il ministro dei Trasporti Jorge Coelho aveva rassegnato le dimissioni. Non aveva alcuna responsabilità diretta, ma si assunse la responsabilità politica dell’incidente: “Non sarei stato a posto con la coscienza se non lo avessi fatto”.
E nessuno vide mai Jorge Coelho razzolare nel cantiere di demolizione del vecchio relitto in cerca di souvenir, perchè il ponte non fu demolito ma restaurato, mentre al suo fianco corre il suo nuovo e moderno gemello, costruito a tempo di record.
Renzo Rosso
Docente di Costruzioni idrauliche e marittime e Idrologia a Milano
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Febbraio 14th, 2019 Riccardo Fucile
ANCORA UNA VOLTA IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA RIMEDIA AGLI ERRORI DEI CIALTRONI AL GOVERNO… L’AMBASCIATORE FRANCESE RIENTRERA’ A ROMA
L’ancora di salvataggio per tutte le crisi oltre confine è il presidente della Repubblica Sergio
Mattarella.
Sempre più spesso i leader di altri paesi si rivolgono al Quirinale per risolvere e stemperare situazioni “imbarazzanti”.
Questa volta il presidente francese Macron non ha indugiato un attimo e si è rivolto al presidente italiano per ritrovare il filo della ragionevolezza su cui ancorare i rapporti storici, a dire dei francesi “eccezionali”, tra Francia e Italia.
Durante il colloquio telefonico Macron ha espresso il desiderio di avere Mattarella quale suo ospite all’Eliseo. Mattarella, naturalmente, ha accettato l’invito e ha espresso il rammarico per il ritiro dell’ambasciatore francese da Roma.
In serata poi la notizia che l’ambasciatore transalpino ritornerà presto in Italia.
Una fonte diplomatica francese ha poi voluto precisare: “Il nostro gesto non è mai stato contro il popolo italiano ma una reazione dovuta a comportamenti inaccettabili di alcuni membri dell’attuale governo”.
L’ambasciatore Christian Masset è ancora a Parigi per una serie di appuntamenti istituzionali. Domani incontrerà la ministra Elisabeth Borne, omologa di Danilo Toninelli, per discutere della spinosa questione Tav. “Continueremo ad avere ogni tanto posizioni divergenti su alcuni dossier conclude la fonte diplomatica francese — ma auspichiamo che ora ci sia maggiore consapevolezza che la risoluzione dei problemi va cercata insieme”.
(da agenzie)
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Febbraio 13th, 2019 Riccardo Fucile
ORMAI E’ TUTTO DECISO, MERCOLEDI’ LA FORMALIZZAZIONE: IL SEQUESTRO DI PERSONA AGGRAVATO NON E’ PIU’ UN REATO SE LO COMMETTE SALVINI, CON I BASISTI CONTE, DI MAIO E TONINELLI… SE NE ACCORGERANNO ALLE EUROPEE QUANDO NON ARRIVERANNO NEANCHE AL 20%, MA LO STIPENDIO E’ ASSICURATO
“Prima si chiude meglio è”, dice Francesco Urraro alzando gli occhi alla magnifica cupola del Borromini di Sant’Ivo alla Sapienza, illuminata dal sole.
Sotto le ombre si sono già allungate, e un vento fresco spinge i senatori a varcare la Giunta per le immunità , dove si decide la sorte di Matteo Salvini.
Il senatore del Movimento 5 stelle aggiunge: “Lo sa quanto lavoro abbiamo da fare? Oggi e domani si discute, poi già martedì, al massimo mercoledì votiamo”.
Il dado per Luigi Di Maio e la sua war room è tratto, solo che al momento lo si tiene nascosto in tasca.
M5s voterà No all’autorizzazione a procedere per Matteo Salvini, e vuole archiviare la pratica al più presto possibile. Intorno alle 18 la riunione si scioglie, si aggiorna a giovedì, con in programma il voto per martedì o mercoledì prossimi.
Esce Mario Giarrusso, unico dei componenti stellati alla seconda legislatura, un passato intransigente, barricadero, sostanzialmente giustizialista. A chi gli domanda se la base del Movimento 5 stelle capirebbe un ‘No’ all’autorizzazione a procedere, replica serafico: “Gli attivisti sono con noi. E gli attivisti capiscono, capiscono…”.
Riecco Urraro: “Si sta dispiegando un interesse pubblico evidente”. C’è poco da aggiungere.
Se non che la decisione è tutt’altro che pacifica, e investe con violenza quella parte di gruppo (il pallottoliere oscilla tra i dieci e i quindici senatori) che non vuole sentir parlare di votare No a un’autorizzazione a procedere.
“Nemmeno se mi ricoprono d’oro lo faccio”, sbotta un senatore a due passi da Palazzo Madama. “E non sono il solo sai, ricordatelo bene”, aggiunge alterato.
Di Maio lo sa, lo ha messo in conto. E si muove con estrema prudenza.
Al punto che nella seduta pomeridiana della Giunta nessuno dei pentastellati proferisce verbo. Carte coperte, attesa totale. La costruzione della strada verso il No prevede che le carte non vengano scoperte fino all’ultimo.
E l’ultimo è fissato per metà della prossima settimana. Quando si è intravista all’orizzonte la possibilità di calciare il barattolo un po’ più in là , il Movimento ha chiuso subito la porta.
L’invio delle memorie del capo politico e di Giuseppe Conte alla procura di Catania ha per un attimo aperto alla possibilità di sospendere l’iter e aspettare nuove eventuali determinazioni del tribunale dei ministri.
Ma il rischio di vedersi recapitare un nuovo plico a ridosso delle Europee ha sconsigliato di imboccare quella strada, se pur fosse stato tecnicamente possibile.
Levarsi il dente al massimo il 22 marzo, con due mesi di rumore assordante da campagna elettorale a far dimenticare l’accaduto, è stata considerata come la miglior strategia di contenimento dei danni.
“Ma poi i nostri se se ne vanno si spostano a destra — dice un sostenitore fautore del No — non avremo grandi ripercussioni”. Anche per questo è probabile si proceda con un voto-ratifica sul blog, forse all’inizio della prossima settimana.
Contenere i danni da un lato, ristrutturare il Movimento dall’altro.
Lunedì sera il leader ha convocato un’assemblea congiunta dei parlamentari. All’ordine del giorno l’analisi del voto d’Abruzzo. E la nuova organizzazione territoriale dall’altro. In fase di gestazione, ma che prevede apertura ad alleanze con liste civiche e una gerarchia locale (Regioni, Province, Comuni) per governare le istanze che provengono dal territorio e che troppo spesso vengono scaricate su Roma, obbligandola a decisioni dall’alto mal digerite dagli uni e dagli altri.
Il primo passo di una strategia di rilancio che deve tenere conto di un’altra probabile debacle in Sardegna. E che sul tema dei temi di questo periodo, il Tav Torino-Lione, prevede di spostare il dibattito a dopo le europee. Sapendo che è difficile piegare la resistenza di Salvini.
E che un ulteriore cedimento potrebbe infliggere un altro duro colpo alla credibilità del leader. Senza contare che il voto per l’Europarlamento coinciderà con quello per il Piemonte. E il No-Tav rimane pur sempre un ottimo argomento da campagna elettorale.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 13th, 2019 Riccardo Fucile
UN LIBRO E UN TOUR LUNGO TUTTA L’ITALIA PER SANCIRE LA SUA SEPARAZIONE CON IL PD
Rieccolo. Torna Renzi, eternamente uguale a se stesso, incapace di ammettere limiti e
errori, perchè “a differenza dei comunisti, penso che se uno si deve pentire si pente davanti a un confessore”.
Anche l’autocritica diventa sfoggio narcisistico su una grande rimozione di ciò che è stato che, in fondo, era tutto giusto e poteva solo essere comunicato meglio: “Non ho investito su una comunicazione social, ho solo lavorato su twitter. E intanto twitter è morto”.
Poco importa che, nel frattempo, sia morta — o quasi — la sinistra.
Rieccolo, con un libro che sarà presentato a Roma, poi a Firenze, dove stanno organizzando i pullman per l’iniziativa, poi in un tour in tutta Italia, anche a Sasso Marconi e nei piccoli comuni, proprio come si fa quando si deve “lanciare” un nuovo movimento.
In un sms che gira tra i suoi amici fiorentini scrive: “Dieci anni fa le primarie di Firenze segnarono l’inizio di una storia incredibile. Una storia ricca di successi e di cadute, ma una storia bellissima. Esattamente dieci anni dopo ci ritroviamo nella Sala Rossa del Palazzo dei Congressi”. Per un nuovo inizio, per un Un’altra strada. Matteo”
Ecco. Nuovo inizio e altra strada, rispetto al cosiddetto populismo altrui, inteso come governo ma, evidentemente, in un gioco — per ora – di non detti e allusioni, anche rispetto al Pd, partito di cui ha perso il controllo e rispetto al quale si sente, e non da oggi, altra cosa.
Perchè, prima ancora della politica, della razionalità , prima ancora del pensiero stesso, c’è l’indole che condiziona politica, logica e pensiero.
L’Io di chi preferisce sentirsi capo di una casa più piccola, piuttosto che costruttore, assieme agli altri, di una casa più grande.
In fondo, anche Berlusconi, che del suo partito è padrone, pensa che il suo partito morirà con lui.
L’Io, prima ancora del progetto, di chi al momento non sta nè fuori nè dentro, ma è pronto a uscire al momento opportuno, magari dopo le Europee: “Gli conviene aspettare il risultato delle europee — dice Giachetti — e lì decide”.
È proprio il “quando” si consumerà la rottura ad alimentare incredulità , congetture, ipotesi.
Non il “che cosa” farà , che in molti considerano annunciato da tempo. Ci sarà un momento in cui la scelta di Marco Minniti di ritirarsi dalla primarie sembrerà meno incomprensibile di come è stata raccontata.
Perchè è avvenuta proprio su questo. Nell’ultima riunione prima dell’annuncio, con Lotti e Guerini, l’ex ministro dell’Interno vincolò la sua decisione a una frase da inserire nel documento che si sarebbe presentato.
Questa: “Il Pd è e resterà sempre casa nostra”.
I due che intimamente la ritenevano giusta, dopo qualche telefonata, dissero che non c’erano le condizioni per inserirla. E a quel punto vennero meno anche le condizioni della candidatura per Minniti, perchè è complicato candidarsi se il tuo principale sostenitore pensa di sfasciare il suo partito e di fare un’altra cosa.
Il libro segna una separazione politica, emotiva, umana, tra Renzi e il Pd, col primo che scommette su di sè chiamando a raccolta il quel che resta del suo popolo.
Lo chiama a raccolta, con lo spirito reducista di chi confonde l’elaborazione critica con l’abiura, prigioniero di un lutto mai elaborato, in pieno stile, anch’esso populista: disintermediazione, personalizzazione, visione degli anni di governo come mito fondativo di un “nuovo inizio” perchè “il tempo è galantuomo”.
Ovviamente, dirà , “con amore e senza rancore”, e ovviamente “guardando al futuro” anche se nel libro sono annunciati vari passaggi polemici sul “fuoco amico” di questi anni.
Nella convinzione che il tempo sia “galantuomo” e il fallimento che prima o poi arriverà del governo gialloverde, farà risorgere ciò era giusto ed è stato incompreso. Che è un po’ come dire, parafrasando Brecht, che “ha sbagliato il popolo” interpretando il pericolo come cambiamento.
Basta fare due chiacchere alla Camera per percepire che, anche chi lo ha sostenuto con grande convinzione, non nasconde un certo sarcastico fastidio.
Perchè è evidente che l’operazione è tutta contro il Pd.
Disincentiva la partecipazione alle primarie, indebolisce il partito nell’immediato e nella prospettiva, contribuisce a rendere plastico che a sinistra, più che un’alternativa, c’è l’ennesima guerra civile.
Antonello Giacomelli, ad esempio, dice: “Che cosa farà Renzi? Fa in modo che tu scriva pezzi come quello che vuoi scrivere, che se ne parli insomma. Sei esecutore inconsapevole di uno dei suoi obiettivi, ma non vedo un suo progetto”.
Debora Serracchiani, impegnata nel congresso del Pd, è visibilmente infastidita: “Non farmi dichiarare che il momento è delicato, ma lo vedi anche tu. Sta dentro ma fuori, sostiene Giachetti ma pensa a un suo partito. Insomma, è fatto così, qualcosa deve sfasciare. C’è un problema di accettazione del principio di realtà “.
Principio di realtà . L’ultimo sondaggio dell’infallibile Alessandra Ghisleri attribuiva a un partito di Renzi un non entusiasmante 4 per cento sulla carta.
Voti tutti presi al Pd che precipiterebbe al 13 per cento.
I comunisti, gente semplice, avrebbero detto che un’operazione siffatta non è la costruzione di una alternativa, ma un’avventura velleitaria che divide la sinistra e, dunque, favorisce l’avversario.
Ma nel confessionale renziano, i peccati non esistono.
Esistono solo le autoassoluzioni.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 13th, 2019 Riccardo Fucile
LA REGISTRAZIONE, DESTINATA AD UNA CHAT PRIVATA DELLA LEGA, E’ STATA PUBBLICATA DA UN SITO WEB ALTOATESINO IN LINGUA TEDESCA.. LUI PROVA A SMENTIRE MA C’E’ CHI NE CHIEDE LE DIMISSIONI
“Vieni allo Juwel, c’è una dj figa da violentare. Adesso ti mando una foto, p***o dio”. Un audio lungo appena 7 secondi, ma pesante abbastanza da mettere nei guai Kevin Masocco, da poco più di un mese consigliere comunale per la Lega a Bolzano.
La registrazione, che da qualche giorno girava sulle chat private altoatesine, è stata pubblicata dal quotidiano online in lingua tedesca Tageszeitung, che lo presenta come un messaggio vocale di WhatsApp destinato ad una chat privata della Lega locale.
A stretto giro è arrivata la smentita di Masocco, con un post Facebook in cui nega la paternità dell’audio e annunciando azioni legali: “A breve mi recherò a sporgere denuncia e diffido Tageszeitung a continuare a diffondere questa fake news”.
Ma la smentita non ha convinto il comitato pari opportunità del capoluogo, che adesso chiede le dimissioni del neo-consigliere per voce della sua presidente, Ulrike Oberhammer, e si spinge a chiedere una perizia tecnica.
Non è la prima volta che la sezione bolzanina della Lega finisce nel fuoco incrociato delle polemiche.
Durante una recente seduta del consiglio comunale, il capogruppo del Carroccio Kurt Pancheri aveva utilizzato l’epiteto “finocchi” per riferirsi alle locali associazioni Lgbt, giustificando la scelta linguistica con l’appartenenza alla minoranza linguistica tedesca.
(da agenzie)
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Febbraio 13th, 2019 Riccardo Fucile
IL CAMBIAMENTO NON DECOLLA… I CONTRATTI SENZA GARA DI PALAZZO CHIGI… INDICATE 25 MISSIONI QUANDO INVECE SONO 105
Il 24 dicembre, la vigilia di Natale, Palazzo Chigi ha firmato un contratto da 120mila euro —
“affidamento in economia” — per il catering sugli aerei di Stato.
Il 31 dicembre, il giorno del veglione, la stessa struttura ha ordinato 1.482 euro in vini per i passeggeri.
La propaganda contro la casta ha un limite invalicabile, un muro che spesso la respinge: la realtà .
Pure il governo gialloverde di Cinque Stelle e Lega — che propugna una politica francescana, essenziale, mezzi pubblici e felpe sdrucite — perpetua la solita gestione dei famigerati voli blu, fastidioso emblema del potere.
Più che il cambiamento, si manifesta la perfetta continuità : ogni dicembre — e il governo di Conte non ha ribaltato la tradizione — Palazzo Chigi pianifica le spese per il ristoro a bordo e stanzia sempre all’incirca 120mila euro.
Il vino è una simbolica eccezione, tra l’altro un calice di rosso è salutare, e dunque si sopperisce semmai a una mancanza del passato.
Qui la vicenda, e non la morale, va oltre qualche euro in più che di certo non infierisce sul bilancio italiano.
Il tema è il rapporto “normale” — nè populista nè sovranista — tra i gialloverdi e i voli di Stato. Il portale del governo ha una pagina, aggiornata con estrema puntualità , che enumera i voli blu per ragioni di governo, umanitarie o di Stato.
Questa pagina è soprattutto un cimelio che rammenta ai politici il controverso passaggio dei tecnici al governo: è la legge n. 98 del 2011, all’epoca di Mario Monti, che impone la trasparenza.
Forse trasparenza è una parola eccessiva, un impegno esagerato, perchè la legge scherma i viaggi del presidente della Repubblica, del presidente del Consiglio, dei presidenti di Camera e Senato e di quelli che restano segreti per ragioni di sicurezza nazionale. In sostanza: la trasparenza è una promessa che non si può mantenere.
Dal 1° luglio al 29 ottobre 2018, per esempio, il servizio voli di Stato riferisce che il 31esimo Stormo dell’Aeronautica militare ha svolto 25 missioni.
E l’elenco propone i viaggi ampiamente raccontati dai media dei ministri, di Giovanni Tria o di Elisabetta Trenta o di Matteo Salvini.
Con una richiesta d’accesso agli atti, però, il Fatto ha scoperto che il 31esimo Stormo ha completato 105 missioni nel periodo citato. E la discrepanza non si giustifica con le visite istituzionali delle più alte cariche dello Stato.
Anche la dotazione per il catering da 120mila euro è superflua: l’esborso è più consistente, ma diluito nel tempo. Sempre dal 1° luglio al 29 ottobre 2018, come già documentato dal Fatto, le carte di credito di Chigi hanno acquistato 26.540 euro di catering in Italia, 14.851 all’estero, 3.720 per corredo al catering, cioè porcellane dell’azienda Manifattura di Venezia.
Allora è impossibile ricostruire il costo annuo dei voli di Stato: Palazzo Chigi li autorizza con l’ufficio del tenente colonnello Filideo De Benedictis e copre le spese impreviste (catering a parte); il 31esimo Stormo li controlla e si occupa di manutenzione, carburante, equipaggio. Nei prospetti finanziari del ministero della Difesa ci sono le previsioni di un triennio di “trasporto aereo di Stato” (non è incluso il personale): 25,1 milioni di euro per il 2018; 26,1 per il 2019; 26,1 per il 2020. I Cinque Stelle hanno celebrato più volte la rottamazione dell’Airbus A340 — il famoso Air Force Renzi da più di 150 milioni di euro per sette anni — e l’interruzione del contratto di leasing con Etihad (ex azionista di Alitalia), ma l’enorme quadrimotore è ancora parcheggiato a Fiumicino, il contenzioso legale con la compagnia emiratina è appena cominciato e il risparmio — ormai il danno è fatto — sarà di poche decine di milioni di euro.
Al contrario, il 31esimo Stormo ha una flotta di almeno due elicotteri per ricerche e soccorso, tre modelli di Falcon, tre Airbus A319CJ. Il più capiente ha 50 posti.
Il governo di Enrico Letta voleva vendere una coppia di Airbus: uno è andato all’asta e non ha ricevuto offerte, l’altro è di nuovo operativo. Perchè per governare occorre volare. Non solo con la fantasia.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 13th, 2019 Riccardo Fucile
E PERCHE’ VERHOFSTADT CHE LO HA ATTACCATO TECNICAMENTE CI RAPPRESENTA DI PIU’
Sì. Tecnicamente Giuseppe Conte è un burattino. Un burattino nel suo senso figurativo ben scritto dalla Treccani di “persona che opera per impulso altrui”.
E spiace per i sovranisti de’ noialtri o per gli ultimi innamorati del rispetto istituzionale (quelli secondo cui Mattarella era meglio che morisse al posto del fratello oppure quelli che con la bandiera italiana ci si pulivano il culo e tutta quell’altra masnada di disperati che hanno contribuito a questo odore fecale del dibattito politico negli ultimi vent’anni sdoganando l’offesa personale come arma di stillicidio per inferocire le stesse folle da cui finiranno divorati).
Giuseppe Conte è un burattino perchè è stato preso dal nulla, estratto da un cilindro di cui ancora adesso non si conosce bene l’appartenenza (una presunta conoscenza con Di Maio è l’unico dato a nostra disposizione), perchè ha pompato il proprio curriculum evidentemente cosciente di non avere i numeri e la storia per provocare da solo un buon impatto istituzionale, e poi è stato un “non scelto”.
Giuseppe Conte, vale la pena ricordarlo, è presidente del Consiglio perchè nè Luigi Di Maio nè Matteo Salvini hanno voluto che l’altro facesse il premier. Vi è chiaro?
È stato scelto per togliere il posto a qualcuno, come funziona negli screzi tra fidanzati che si stanno per mollarsi, come si usa tra bambini che non vogliono mollare in qualche disputa durante l’intervallo. Conte è stato partorito così.
E poi è un burattino per il ruolo che gli hanno affidato e che in realtà non esiste: dovrebbe essere garante di un contratto di governo che non ha nulla a che vedere con il governare un Paese, dove le situazioni si evolvono, la scala delle emergenze e l’agenda delle priorità si capovolgono.
E, volendo bene vedere, la sua opera di garanzia su Quota 100 e reddito di cittadinanza non sembra che stia dando grandi frutti.
Per non parlare della Tav, quello è un disastro annunciato in cui l’avvocato del popolo Giuseppe Conte potrà al massimo ramazzare i cocci fingendo che gli vada bene così.
Giuseppe Conte è un burattino perchè dovrebbe essere la rappresentazione plastica del “in medio stat virtus” e invece in mezzo a Lega e Movimento 5 Stelle ora c’è il vuoto, al massimo un rigagnolo di veleno e quindi il nostro benamato presidente del Consiglio sta facendo la fine di un Caronte che finge di portarci in crociera.
Giuseppe Conte è un burattino dal momento in cui ha deciso di farsi commissariare da un addetto stampa, uomo diretto da Casaleggio, come se fosse un ebete che è stato buttato nel mucchio.
Giuseppe Conte è un burattino ogni volta che convoca un Consiglio dei ministri (sì, quello di cui dovrebbe essere autorevole presidente) e il suo vicepremier gli dice che preferisce vedersi la partita del Milan oppure l’altro non si presenta perchè è rimasto abbattuto dal risultato di qualche elezione regionale.
Giuseppe Conte è un burattino perchè a livello internazionale viene usato come tappabuchi, spende la stragrande maggioranza delle proprie energie a incerottare le cagate dette da Salvini e compagnia e insiste ancora nel vedere “l’Italia non isolata in Europa” quando siamo diventati lo zimbello del continente.
E poi, a ben vedere, come ha giustamente fatto notare Luca Sofri, Verhofstadt è più “rappresentante” di Giuseppe Conte, essendo politico eletto in Parlamento europeo. Quindi in un nostro Parlamento.
E non attacca la storia “anche Renzi non lo ha eletto nessuno”: dirci che lo facevano anche gli altri non annulla gli errori riproposti pari pari. Non siamo all’asilo.
In conclusione, per tutti quelli che si scoprono improvvisamente nazionalisti vale la pena riprendere un tweet del solito smemorato Salvini che il 19 marzo del 2017 scriveva “I burattini che sfileranno a Roma” riferendosi a Merkel, Hollande e Gentiloni.
Direi che basta, no?
(da Globalist)
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Febbraio 13th, 2019 Riccardo Fucile
VIAGGIO NELLE FABBRICHE GENOVESI CHE AVEVANO PREMIATO I PARTITI DI GOVERNO… CHI NON LI RIVOTERA’ SI RIFUGIERA’ NELL’ASTENSIONISMO
Delusione sì, certo, ma soprattutto indifferenza. 
Anche a Genova la classe operaia – esiste ancora… – aveva dato una timida apertura di credito ai 5 Stelle (e in minor parte alla Lega) e il voto delle Politiche dello scorso anno lo aveva dimostrato plasticamente.
Perchè la mappa elettorale limitata al territorio comunale era praticamente un monocolore, con il giallo del M5S dilagante nelle vallate del Polcevera e del Bisagno, ma anche a ponente, in quartieri operai come Voltri o Sestri; e poi in contemporanea c’era stato l’exploit leghista, col record per il Carroccio a Genova e in Liguria, attestata sul 20 per cento.
Avvenne anche perchè, seppur confusamente, i due futuri alleati di governo sembravano mostrare una loro sensibilità rispetto al tema del lavoro.
Criticando ad esempio il jobs act varato dal Pd, oppure pensando a norme per evitare le delocalizzazioni delle imprese italiane all’estero, dove il costo del lavoro è minore.
E ora? Bruno Manganaro è il segretario della Fiom Cgil, i metalmeccanici del sindacato di Corso Italia a Roma.
È un uomo di sinistra ma non irreggimentato: racconta le cose per come stanno (per dire, alle scorse elezioni disse che probabilmente si sarebbe astenuto).
Qual è il clima in fabbrica?
“I lavoratori si aspettavano sicuramente di più – spiega Manganaro – si sono sentite tantissime chiacchiere e pochi risultati concreti. Il famoso cambiamento, per il mondo del lavoro, non c’è stato » .
La promessa abrogazione della legge Fornero alla fine ha partorito la molto più modestra ” quota 100″ « e le persone che verranno coinvolte da questa possibilità sono davvero poche”.
Quanto al reddito di cittadinanza, “va a dare giustamente un sostegno a chi un lavoro non ce l’ha. Ma per chi invece lo ha?”.
Le crisi aziendali c’erano prima e ci sono oggi, ai cassintegrati di Ilva le spettanze sono arrivate in ritardo, magari senza assegni familiari, con le integrazioni a fine anno che alla fine hanno fatto aumentare la tassazione: “E dai lavoratori chi viene considerato responsabile se non Luigi Di Maio e il suo ministero?” , ragiona Manganaro. Va detto – continua il sindacalista – che è difficile che questa delusione si trasformi in nuovo consenso per la sinistra: “È considerata l’altra faccia della medaglia. Al salario di chi lavora non sembrano pensarci neanche loro. Da qui la disillusione generale. Perchè anche se qualcuno ha scelto M5S o Lega, bisogna ricordare che gli indici di astensione sono stati altissimi”.
Anche Domenico Saguato, una delle anime di Lotta comunista, formazione con solide base nella working class genovese, è sicuro: “Il consenso per questo governo è basso ma non ci sono travasi in corso, da 5 Stelle a Lega per intenderci. Il punto è che ad oggi non c’è una alternativa, il Pd non sembra capace di approfittarne. Ma rimane una forte incertezza per quanto riguarda le condizioni del lavoro. Quindi finisce che l’astensionismo beneficerà di questa situazione”.
Secondo Alessandro Vella, segretario generale della Fim Cisl, “se non si riparte dal lavoro si va poco lontano e sulle infrastrutture siamo fermi. Non vediamo alcun sviluppo e i dati preoccupanti. Per dire, da ben due mesi aspettavamo un incontro per Piaggio, poi è arrivato fissato per il 26 febbraio ma al di là dei proclami bisogna passare dalle parole ai fatti».
Le fabbriche – commenta – sono luoghi reali, «fatti di persone in carne e ossa con le quali ci raffrontiamo ogni giorno. Il governo farebbe bene a relazionarsi meglio con i corpi intermedi”.
(da “La Repubblica”)
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