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REPORT SUL PADRE DELLA MELONI: “ERA UN UOMO DEL BOSS SENESE”

Gennaio 11th, 2024 Riccardo Fucile

DOMENICA ANDRA’ IN ONDA IL, SERVIZIO SUI TENTATIVI DELLE MAFIE DI ENTRARE IN CONTATTO CON FDI, SPECIE IN LOMBARDIA… IL RACCONTO DEL PENTITO PERRELLA

I rapporti del padre di Giorgia Meloni con il boss campano, ma considerato il Re della droga a Roma, Michele Senese. A parlarne sarà Report in una puntata molto delicata che andrà in onda domenica (su Rai Tre alle 21) e che si concentrerà sui tentativi delle mafie, soprattutto in Lombardia, di tenere contatti con esponenti di spicco di Fratelli d’Italia. E proprio indagando su questi “rapporti” il giornalista Giorgio Mottola intervista un noto collaboratore di giustizia che parla dei legami tra Senese e Francesco Meloni, padre della presidente del Consiglio scomparso nel 2012 e definito dalla figlia più volte «da tempo un estraneo»: la leader di Fratelli d’Italia ha raccontato nella sua autobiografia di non avere rapporti con lui dal 1988, da quando aveva undici anni.
Report domenica manderà in onda una intervista a Nunzio Perrella, collaboratore di giustizia e uomo di Camorra che ha raccontato la gestione illecita dei rifiuti in Campania facendo scattare diverse indagini. Amante dei riflettori, Perrella si è prestato qualche anno fa per Fanpage a fare da “agente provocatore” nella pubblica amministrazione e far emergere la disponibilità alla corruzione di alcuni funzionari.
Adesso racconta a Report di aver conosciuto il padre di Giorgia, Francesco Meloni detto Franco, nei primi anni Novanta: Franco il 25 settembre del 1995, come riportato dalla stampa spagnola, è stato arrestato nel porto di Maó, a Minorca, perché trovato in possesso di 1.500 chili di hashish su una barca a vela.
Perrella sostiene di aver chiesto in quegli anni a Michele Senese la disponibilità di importanti quantitativi di hashish. Senese gli risponde in maniera positiva, assicurandolo di avere queste disponibilità: e avrebbe fatto riferimento a un suo uomo che con la barca a vela faceva in quegli anni uno o due viaggi al mese tra la Spagna, il Marocco e l’Italia. Il suo nome è Franco, appunto.
Perrella aggiunge di aver visto quindi Franco con Senese a Nettuno nel 1992. All’inizio non sapeva il cognome di questo contatto di Senese, poi Perrella dopo le notizie riemerse sul padre della presidente del Consiglio ha visto la foto e a Report conferma: «Ho visto che era proprio il papà della Meloni». Il giornalista chiede se è sicuro. E lui risponde: «Si». Perrella, che avrebbe parlato anche ai magistrati di questo Franco dopo l’avvio della sua collaborazione con la giustizia, continua sostenendo che Franco Meloni era finito nel giro dei Senese per un vecchio debito che aveva con il capostipite del clan di Camorra, già dagli anni Novanta presente in forze a Roma nella gestione del traffico di droga.
Come affermato, Giorgia Meloni non ha contatti con il padre dal 1988.
Report comunque nella puntata che andrà in onda domenica si concentra soprattutto su alcuni rapporti vischiosi tra personaggi in odor di mafia in Lombardia ed esponenti di Fratelli d’Italia.
In particolare Gioacchino Amico, che secondo una indagine della procura di Milano, per conto dei clan di Camorra, ‘ndrangheta e Cosa nostra avrebbe tentato di procacciare affari e costruire relazioni con esponenti di primo della politica lombarda: da qui i contatti con la sottosegretaria Paola Frassinetti e l’eurodeputato Carlo Fidanza, che non sapevano dei suoi legami con i clan.
Amico progetta anche di candidarsi a sindaco del Comune milanese di Busto Garolfo proprio con Fratelli d’Italia. Ed è proprio indagando sulle infiltrazioni del clan Senese fuori dalla Campania che Report intervista Perrella che parla quindi del ruolo di Franco Meloni negli anni Novanta per i Senese.
(da La Repubblica)

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“SO CHE A MARZO MATTEO SARÀ A MOSCA. TI CERCA VINCENZO TRANI”: RENZI, CHE FA IL TURBO-ATLANTISTA, HA AVUTO RELAZIONI SOLIDE E PRIVILEGIATE CON MOSCA.

Gennaio 11th, 2024 Riccardo Fucile

A CURARLE, COME DIMOSTRA L’INFORMATIVA DELLA GUARDIA DI FINANZA ACQUISITA DAL COPASIR, L’AMICO DI SEMPRE (E SOCIO) MARCO CARRAI… IL RUOLO DI ANTONIO FALLICO E QUELLO DI TRANI, FONDATORE DELLA SOCIETÀ DELIMOBIL

Nel febbraio del 2015 un funzionario della Presidenza del Consiglio scrive a Marco Carrai per informarlo che lo sta “cercando Vincenzo Trani, avvisato dall’entourage di Putin che frequenta, che nel prossimo marzo Matteo sarà a Mosca. Voleva avere uno scambio di battute con te”. Pur non ricoprendo ruoli formali nel governo Renzi, la tela di relazioni tessuta da Carrai è di altissimo livello. Spesso viene presentato come colui che “si occupa di relazioni privilegiate con Matteo”.
Alcune di queste guardano alla Russia e sopravviveranno nella second life di Renzi: nel 2021 il senatore di Rignano entrerà nel Cda di Delimobil, società lussemburghese di Trani, che si occupa di car sharing.
Vincenzo Trani è un imprenditore napoletano vicino al Cremlino, che ha tentato di portare in Italia il vaccino Sputnik ed è in società con la banca moscovita Vtb. In quello stesso anno sembra a un passo la quotazione di Delimobil a Wall Street, appuntamento cui è annunciata anche la presenza di Renzi. Alla fine non se ne fa nulla. Anzi, all’inizio del 2022, con l’inizio dell’invasione russa in Ucraina, l’ex premier decide che è arrivato il momento di togliere il disturbo e si dimette dal Cda della società di Trani.
In questa nuova fase il Renzi senatore è uno dei maggiori critici del governo Conte, accusato di aver spalancato le porte a una missione russa di medici e infermieri durante la pandemia.
Ma nell’informativa di 457 pagine acquisita dal Copasir, sulle attività internazionali della coppia Carrai-Renzi, non mancano i contatti con società e uomini d’affari russi, talvolta molto vicini al Cremlino.
Nel 2014 Carrai propone con l’allora presidente del Consiglio di prendere contatto con Igor Sechin, oligarca molto vicino a Putin, proprietario del colosso petrolifero Rosneft. Fra il 2018 e il 2019, quando secondo la Guardia di Finanza Carrai e Renzi stanno avviando un’attività di procacciatori d’affari insieme, gli investigatori trovano traccia di proposte commerciali da presentare ad alti dignitari di Paesi esteri, come il Qatar.
Sechin, detto Dart Vader, è un ex Kgb, che guida la fazione politica dei “siloviki”, ex appartenenti agli apparati fedelissimi del presidente. Il 20 marzo del 2014 il governo Usa lo sanziona per la vicinanza al governo russo e la responsabilità nei disordini in Ucraina.
Il 4 ottobre del 2014 Carrai e Renzi discutono via mail delle modalità per organizzare un incontro proprio con l’oligarca: “Ciao Matteo, dopo che tu mi hai dato il via libera ho preso i contatti per l’incontro con Sechin. Tra l’altro ho avuto ok da Manenti (Alberto, ex direttore dell’Aise, ndr) a che io faccia l’incontro. Tronchetti che ho visto stasera rientrando in Italia me lo fisserà.
Bisognerebbe visti i casini (Fallico si era accreditato verso di lui per fare un incontro con te, poi sempre Fallico ha chiesto a Moretti di fissare un incontro con te, poi i Moratti ti hanno chiesto) che arrivasse il messaggio che io lo posso incontrare. Così vado a breve e sento cosa vuole e poi riferisco prima che tu incontri il suo capo. Perché è bene che tu non lo veda. Fammi sapere quanto prima perché lui chiede di vedere un interlocutore urgentemente”.
Renzi risponde a stretto giro: “Lo vedo io”. Carrai replica: “Il punto è che ti ci vuole qualcuno che faccia questo per te. Qualcuno che conosce di economia e che conosce quei mondi. Perché a mio avviso te non lo dovresti vedere. Queste cose non le fa il pdc (presidente del Consiglio). Su questo mondo facendo il nome tuo stanno lavorando troppi. Fallico che mercoledì ha portato a Mosca Bazoli impegnandosi a farti incontrare Sechin tramite Moretti. I Moratti (che per parlare con Sechin devono passare da Tronchetti sic!!)”.
Nella lettera, Carrai sembra fare riferimento ad Antonio Fallico: presidente di Banca Intesa Russia, ex compagno di scuola di Marcello Dell’Utri e uomo Fininvest a Mosca dagli anni Ottanta. Un riferimento che sembra tornare in un altro messaggio di Carrai, inviato questa volta a Mohammad Al-shaibani, potente rappresentante del governo emiratino, contattato a proposito di affari in Montenegro: “Ho bisogno anche di avere una dichiarazione con il tuo interessamento all’isola del Montenegro – scrive Carrai – che ora è proprietà della banca Gazprom, perché i miei amici in Russia (il presidente della banca Intesa in Russia è la persona più vicina al Ceo della banca di Russia) sono pronti ad aiutarci”.
(da Il Fatto quotidiano)

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IN VENETO È GIÀ COMINCIATA LA BATTAGLIA NEL CENTRODESTRA, ANCHE SE MANCA PIÙ DI UN ANNO AL VOTO: SE NON CADRÀ IL LIMITE DEL TERZO MANDATO, IL REGNO DEL “DOGE” LEGHISTA E DELLE SUE PERCENTUALI BULGARE (76% NEL 2020) SARÀ OGGETTO DI UN TUTTI CONTRO TUTTI

Gennaio 11th, 2024 Riccardo Fucile

FRATELLI D’ITALIA GIÀ SI PRENOTA CON LUCA DE CARLO, MA SALVINI NON VUOLE PERDERE LA STORICA ROCCAFORTE DEL NORD-EST

La Lega vuole restare in sella ma Fratelli d’Italia sventola i sondaggi e recrimina il proprio turno, mentre Forza Italia punta al ruolo di terzo che gode a fronte dei due litiganti. La Regione Veneto è al centro di una partita che, attualmente, sembra tutta in mano al centrodestra di governo.
Se non cadrà il limite del terzo mandato per i governatori, il regno di Luca Zaia sembra destinato a terminare. E quindi la regione ribattezzata “Zaiastan” da Andrea Pennacchi dopo la percentuale bulgara del 76% raggiunta alle ultime regionali, cerca un nuovo leader. Come se non bastasse, l’orizzonte della riforma sull’autonomia differenziata rende il boccone ancora più goloso. Anche per questo in una delle aree produttive locomotiva d’Italia si stanno concentrando i giochi di potere dei principali partiti.
C’è un problema innanzitutto tra Lega e Fratelli d’Italia. Il segretario regionale di FdI e senatore Luca De Carlo non si nasconde e parla a viso aperto di un partito pronto a governare il Veneto […]. “Se Zaia non sarà in campo è normale che FdI punti al Veneto. A Zaia, piuttosto, chiederei se ha stimoli per governare ancora, visto che lo fa dal 2010”.
Proprio questo suo essere esplicito sul punto ha già causato qualche problemino. E se Zaia dribbla ogni domanda in merito per evitare lo scontro diretto, il suo assessore Roberto Marcato lo scorso anno gli ha risposto per le rime dal palco della Festa del Popolo Veneto di Montorio (Verona) con un sonoro: “Col caz…”.
Video ripreso e diventato virale che la dice lunga sulle regole di buon vicinato tra Lega e FdI. In questa dinamica apparentemente a due, da un anno a questa parte si è inserita anche Forza Italia a trazione Flavio Tosi.
L’ex sindaco di Verona ha resuscitato un partito che in Veneto era in coma profondo dalla caduta dell’impero di Giancarlo Galan sotto i colpi dello scandalo Mose. Tosi è riuscito a dare nuova energia sul territorio, con una campagna acquisti aggressiva proprio tra i leghisti scontenti di Salvini.
“Flavio Tosi certamente è nella rosa di Forza Italia il candidato che potrebbe governare benissimo il Veneto” ha detto il segretario di Forza Italia Antonio Tajani avvertendo gli alleati. “Non poniamo veti ma non ne accettiamo”. Tosi, ben consapevole del fatto che la spartizione delle regioni si deciderà con un tavolo nazionale, spera di poter riportare in Veneto la bandiera di Forza Italia. E queste sono le dinamiche tra i partiti alleati.
Ma ci sono anche sommovimenti interni che non vanno sottovalutati. In casa Lega, per esempio, non è una novità il disallineamento ideologico (fine vita, Lgbtq, migranti) tra la frangia che risponde a Matteo Salvini e quella che invece esprime Luca Zaia
Come non è un mistero la stima che il Capitano nutre nei confronti di Alberto Stefani, giovane deputato leghista che ha recentemente strappato anche la segreteria regionale del partito, aprendo le porte a una nuova generazione di leghisti che sta via-via espellendo la vecchia guardia pane, salame e porchetta.
Tuttavia, Zaia ha dalla sua ancora un forte consenso: la sua lista personale potrebbe valere più del doppio di quella ufficiale del partito. In questo l’ha aiutato la campagna elettorale permanente sull’autonomia, di cui è indiscutibile progenitore.
Tensioni interne ci sono anche in Fratelli d’Italia, dove le correnti sono ben distinte. C’è Luca De Carlo in asse con Francesco Lollobrigida. E poi c’è l’assessora regionale Elena Donazzan che invece sta nella corrente di Adolfo Urso. Proprio il ministro delle Imprese e del Made in Italy è il principale contendente di De Carlo nella corsa alla presidenza del Veneto.
Nato a Padova da padre siciliano e mamma veneta, eletto proprio nel collegio veneto, ambisce ad essere il successore di Zaia: il lavoro che sta portando avanti con le imprese come ministro potrebbe dargli una grande spinta. Ma al di là dei particolarismi locali, è inutile ricordare come tutto ciò che succederà sarà il risultato dell’inevitabile incrocio con lo scacchiere nazionale e il successivo effetto domino.
(da agenzie)

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LA GUARDIA DI PUTIN E IL COLONNELLO DEL FSB: 150.000 PERSONE A – 25 GRADI SENZA RISCALDAMENTO VICINO A MOSCA

Gennaio 11th, 2024 Riccardo Fucile

E DIETRO IL MIX SERVIZI SEGRETI RUSSI-CRIMINALITA’ ORGANIZZATA

La guerra e il caos nei servizi russi si arricchiscono di un nuovo episodio. Dopo l’arresto con accuse di corruzione di tre dirigenti del Direttorato “M”, quello incaricato proprio della lotta alla corruzione nei ministeri, negli apparati e nelle corti di giustizia, si scopre adesso che altri pezzi grossi del Fsb sono coinvolti in uno scandalo che pesa sulla carne viva dei russi: centinaia di russi lasciati al gelo senza riscaldamento nelle notti di capodanno e oltre. Ascoltate la storia.
La notte del 4 gennaio gli abitanti del distretto di Klimovsk a Podolsk, a 45 chilometri da Mosca, sono rimasti senza riscaldamento mentre fuori la temperatura era di -25 gradi. Buon Natale (ortodosso). Secondo i dati ufficiali forniti dal governo, fino al 7 gennaio sono rimaste al gelo – nel solo distretto di Klimovsk – 149mila persone, e è stato introdotto lo stato d’emergenza. Sebbene anche a Mosca, o Vladivostok, o in altre regioni, diverse migliaia di russi siano rimasti al gelo per una somma di tanti piccolo micro-incidenti, quello di Podolsk è un incidente clamoroso, perché racconta perfettamente dei disastri del putinismo. Mentre il regime istiga con la sua propaganda a odiar,e variamente gli ucraini, i gay, le influencer che organizzano party “nudi”, e il Cremlino spende miliardi in corruzione e armi, il popolo russo affoga nell’inverno polare senza i più basici servizi.
Si è appreso infatti che l’incidente che ha lasciato al gelo circa 150mila persone è avvenuto nel locale caldaia di un’impresa del comparto della Difesa (di nome “Ordine Klimovsky della Guerra Patriottica”), stabilimento in cartucce che prende il nome da Yuri Andropov. Dalla scorsa estate l’impianto è soggetto alle sanzioni americane e, udite udite, nell’ultimo anno e mezzo è stato gestito e amministrato da guidato dall’ex guardia di sicurezza di Putin, e da un colonnello del Fsb che ha nel curriculum l’accusa di aver creato negli anni novanta uno dei gruppi criminali organizzati di Mosca (in quel periodo detto dei “lupi mannari”, in cui un Kgb in apparente disfacimento si collegò attivamente a settori della criminalità organizzata, costituendo l’ossatura del futuro putinismo). L’ex guardia di sicurezza di Putin si chiama Igor Rudyka. Il colonnello del Fsb, Igor Kushnikov.
Putin ha reagito abbastanza in fretta, ma nei modi classici della dittatura putinista: annunciando la nazionalizzazione dell’impianto. Secondo il governatore della regione di Mosca, Andrei Vorobyov, i due proprietari dell’impresa sono all’estero. Secondo i dati consultati dal collettivo giornalistico indipendente “Agentsmedia”, i loro nomi non sono nel sistema SPARK-Interfax proprio perché l’impianto, in quanto legato alla difesa, è secretato. Kommersant riferisce che Igor Kushnikov risulterebbe lo stesso uomo accusato di aver guidato il gruppo criminale organizzato Golyanovskaya nel 1992, quando lavorava nel dipartimento di informazione e analisi del Fsb, dove poi ha fatto discreta carriera fino ad arrivare al grado di colonnello. Il gruppo è considerato responsabile di almeno 40 omicidi, e poi banditismo, estorsione, esplosioni e traffico illegale di armi. Ma il giudice ritenne che l’accusa si basava «per lo più su speculazioni», e Kushnikov venne dichiarato colpevole solo di abuso di potere. L’altro uomo, Igor Rudyka, è un ex combattente Alpha del Fsb che – ha scoperto “Agentsmedia” – appare regolarmente tra le guardie del corpo di Putin almeno dal 2017 al 2019.
A Podolsk, per il sesto giorno di fila non c’è riscaldamento nei condomini con gelate di 20 gradi. La fornitura è stata ripristinata solo in 81 case su 174. La Russia è piena di gas (che deve svendere a Cina e India, dopo le sanzioni europee), ma grazie a Putin non riscalda nemmeno i suoi cittadini.
(da La Stampa)

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