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IL MES “ALL’ITALIANA” ESISTE SOLO NELLA TESTA DI GIORGIA MELONI: LA PROPOSTA DI DARE UNA NUOVA CONFORMAZIONE AL FONDO SALVA STATI VIENE RESPINTA AL MITTENTE ALL’EUROGRUPPO

Gennaio 16th, 2024 Riccardo Fucile

NON SI CAPISCE PERCHÉ, CON 19 PAESI SU 20 CHE HANNO APPROVATO LA RIFORMA, SI DEBBA ANDARE DIETRO ALLE UBBIE DELL’UNICO CHE SI È SFILATO

Il Mes non cambia e non prenderà una nuova conformazione, come invece auspicato dalla premier Giorgia Meloni dopo la bocciatura del Fondo salva-Stati da parte del Parlamento italiano. È quanto emerso dalla prima riunione dell’Eurogruppo del 2024, che segna il debutto del semestre di presidenza belga, dove l’Italia è tornata sul banco degli imputati per non avere ratificato il trattato per attutire le crisi bancarie.
A un mese dalla bocciatura da parte della Camera, i partner europei fanno ancora fatica a digerire la decisione di Roma e ne chiedono conto al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.
Inconcepibile, è il ragionamento dei partner europei, che una scelta dettata da logiche di mera politica interna impedisca l’entrata in vigore del backstop, il paracadute previsto dal nuovo testo che consentirebbe al Fondo di risoluzione unico finanziato dalle banche dell’Eurozona di sostenere gli istituti di credito in crisi.
Il disappunto è evidente, e nessuno si preoccupa di nasconderlo: «Mi rammarico per la decisione dell’Italia», commenta nella conferenza stampa al termine del vertice Pierre Gramegna, direttore del Mes, «abbiamo perso un’occasione per rendere l’Eurozona più resiliente e rafforzare l’unione bancaria».
«Per fortuna», rincara la dose «il voto del Parlamento italiano ha avuto luogo in una fase di relativa stabilità finanziaria con le banche ben patrimonializzate». Più diplomatico ma non meno fermo il presidente dell’Eurogruppo, Pascal Donohoe: «La mancata ratifica significa che i nostri sforzi per creare un’unione bancaria continuano a mancare di un sistema comune di sicurezza per sostenere il Fondo di risoluzione unico».
Come si esce da questo stallo all’italiana? L’idea di trasformare il fondo «in qualcosa di più efficace», come auspicato dalla premier Giorgia Meloni […]appare a dir poco impraticabile: difficile che un testo negoziato più di tre anni fa e ratificato nel frattempo da 19 Paesi su 20 venga gettato alle ortiche per scriverne uno nuovo.
Altrettanto difficile è che la soluzione al problema arrivi da chi il problema lo ha generato: «Abbiamo intenzione di capire insieme al ministro Giorgetti come trovare il modo per rafforzare la nostra unione bancaria», dice Donohoe, «per adesso il nostro unico impegno è riflettere sulle conseguenze della mancata ratifica».
Nel frattempo, spiega Gramegna, il Mes resterà in vigore nella sua formula originale delineata nel 2012: «Lo si voleva aggiornare e adattare alle esigenze odierne, ma anche questo non sarà possibile». […] Giorgetti ha ricordato che lo stop al Mes non è l’unico elemento che manca per completare l’Unione bancaria. Pertanto l’Italia non può finire da sola sul banco degli accusati.
«Giorgetti ha fornito una panoramica molto fattuale e chiara dei recenti sviluppi all’interno del Parlamento italiano. Ci siamo impegnati a continuare a collaborare con lui». Il presidente dell’Eurogruppo, Paschal Donohoe, in conferenza stampa al termine della riunione mantiene lo stile pacato di sempre e ribadisce il «rispetto» per il Parlamento italiano.
Ieri non c’è stata una discussione sulla bocciatura della ratifica del trattato di riforma del Meccanismo europeo di stabilità da parte della Camera, avvenuta il 21 dicembre scorso, ma un aggiornamento sui fatti da parte del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.
Dietro le quinte c’è un sentimento di «frustrazione» tra gli altri ministri finanziari— spiegava ieri una fonte Ue — che è aumentato con il passare dei mesi. Ieri non erano presenti né il ministro francese Le Maire né il tedesco Lindner. Il ministro Giorgetti ha spiegato che la mancata ratifica è legata a un problema politico: lo stigma che si porta con sé il Mes, dopo i salvataggi di Irlanda, Grecia, Spagna, Cipro e Portogallo
Ma dovrebbe fare riflettere il fatto che questi Paesi hanno ratificato il trattato che riforma il Mes e che gli attribuisce nuove funzioni tra cui quella di «backstop» (paracadute) pubblico al Fondo di risoluzione unico in caso di crisi bancarie. La mancata ratifica dell’Italia di fatto blocca uno dei tasselli per il completamento dell’Unione bancaria.
Dopo lo scambio con Giorgetti «al momento l’unico impegno che c’è è di riflettere sulle conseguenze della decisione» dell’Italia, ha spiegato Donohoe «e tornare su questo tema in futuro». È chiaro che «c’è un desiderio da parte di tutti di ascoltare attentamente Giorgetti e impegnarsi con lui per vedere se sia possibile trovare un modo per rafforzare la nostra Unione bancaria».
Una fonte di uno Stato membro presente alla riunione ha spiegato che «è difficile fare modifiche al Trattato del Mes con 19 Paesi che hanno già ratificato la riforma» e che l’intenzione è cercare di aiutare Giorgetti a promuovere una narrazione «positiva» della riforma, magari evidenziandone i miglioramenti.
Resta però il fatto, ha sottolineato Donohoe, che «se l’Europa dovesse affrontare una difficoltà finanziaria seria in una banca, ci mancherebbe uno strumento veramente importante che aiuterebbe a proteggere i contribuenti, le famiglie
(da Il Fatto Quotidiano)

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I POLITICI CHE ORA SI INDIGNANO PER LA GOGNA A CUI È STATA SOTTOPOSTA LA RISTORATRICE PEDRETTI SONO I PRIMI A USARE I SOCIAL COME UN MANGANELLO, SPIATTELLANDO LE FOTO DI PERSONE COMUNI FINITE AL CENTRO DI CASI DI CRONACA

Gennaio 16th, 2024 Riccardo Fucile

IL “FRATELLO D’ITALIA” GALEAZZO BIGNAMI FILMAVA I CITOFONI DEGLI ABITANTI DELLE CASE POPOLARI DI BOLOGNA PER DIMOSTRARE CHE A VIVERCI ERANO STRANIERI… IL CELEBRE VIDEO DI SALVINI (“SCUSI, LEI SPACCIA?”)

“Salve, mi scusi: lei spaccia?”. Basterebbe il ricordo della citofonata di Matteo Salvini nel quartiere Pilastro di Bologna per augurarsi almeno qualche ora di silenzio dalla politica sulla morte di Giovanna Pedretti, la ristoratrice nota per aver risposto a una recensione omofoba al suo locale, prima che alcune ricostruzioni (su tutte: Lorenzo Biagiarelli su Facebook e poi il Tg3) mettessero in forte dubbio la veridicità di quella recensione.
Sarebbe sufficiente la gogna pubblica a cui Bestie e Bestioline hanno esposto in questi anni perfetti sconosciuti, privati cittadini sbattuti sui social di ministri e leader politici provocando valanghe di insulti (non soltanto online). Una tragedia come quella di Pedretti diventa invece la solita farsa politica, coi partiti pronti a fare la morale al giornalismo.
È il 2019 quando il leader leghista posta il video di un cane trascinato al guinzaglio all’esterno di un’auto in corsa: “Che schifo. Tra Barletta e Trani un cane legato con il guinzaglio dentro al bagagliaio è stato vergognosamente TRASCINATO, chissà per quanto. Mi auguro che la BESTIA ‘umana’ che ha commesso questo crimine paghi fino in fondo”. Si scatena una caccia all’uomo.
Centinaia di utenti lavorano di intelligence decriptando la targa dell’auto e vomitando il peggio sui presunti autori del gesto orribile. Che resta grave, ma ben diverso da quello che aveva descritto Salvini: i proprietari del cane si erano dimenticati dell’animale legato, che dunque è stato trascinato non per crudeltà, ma per una orribile negligenza.
Nel 2018 Salvini posta il video di tre ragazzine minorenni di Sesto San Giovanni che protestano contro il leghista. Nel 2019 pubblica la foto di altri due giovani della Sardegna senza neanche oscurare il volto e i ragazzi vengono coperti di insulti nei commenti.
Poi, Salvini ricondivide – con tanto di nome, cognome e profilo Instagram – la foto di una ragazza che gli aveva fatto il dito medio (neanche a dirlo, massacrata dai leghisti più esagitati).
Nel gennaio 2020 Salvini pubblica il video di un ragazzo che parla a un incontro delle Sardine. Si chiama Sergio, ha 21 anni e soffre di dislessia. Salvini lo dà in pasto ai social: “Guardate la carica e la grinta che avevano i pesciolini e sinistri poco fa a San Pietro in Casale”.
Nel 2019, Marco Lisei e Galeazzo Bignami organizzano una spedizione in un quartiere di case popolari a Bologna per dimostrare che i beneficiari sono quasi tutti stranieri. Riprendono i nomi ai citofoni, che finiscono online. Nel 2022, senza farsi troppi problemi, Meloni condivide il video di uno stupro accaduto a Piacenza, sostenendo di non aver nulla di cui scusarsi perché i volti erano oscurati.
E così anche le innumerevoli iniziative della macchina social di Italia Viva, non a caso denunciata dagli ex renziani Elena Bonetti e Ettore Rosato non appena hanno abbandonato il partito. D’al tra parte il Pd di Renzi era quello che metteva alla gogna i titoli del Fatto e di altri giornali “nemici”, esponendoli alla Leopolda e ricalcando una pratica (quella del “giornalista dell’anno”) inaugurata a suo tempo da Beppe Grillo.
E che dire del piano di battaglia preparato da Fabrizio Rondolino per il senatore di Rignano, poi? Una “piccola, combattiva redazione ad hoc” che lavori su “rivelazioni mirate a distruggere la reputazione e l’imma ginepubblica” degli avversari, tra cui Alessandro Di Battista, Paola Taverna, Virginia Raggi, Marco Travaglio e Andrea Scanzi.
(da Il Fatto Quotidiano)

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“AVANTI POPOLO” CHIUDE: LA TRASMISSIONE-FLOP DI NUNZIA DE GIROLAMO NON RIPARTIRÀ DOPO IL FESTIVAL DI SANREMO

Gennaio 16th, 2024 Riccardo Fucile

LE VOCI DI CHIUSURA SI RINCORRONO DA DICEMBRE. GLI ASCOLTI CONTINUANO A PEGGIORARE

Pare giunta a fine corsa l’av ventura di Avanti popolo: ancora tre puntate per il talk condotto dall’ex deputata forzista Nunzia De Girolamo, poi arriverà lo stop che coinciderà con la settimana del Festival di Sanremo (6-11 febbraio), dopodiché il programma non ripartirà. Sarà sostituito da un altro prodotto d’informazione, “ un usato sicuro di Rai3” racconta una fonte, che potrebbe essere Elisir, Mi manda Raitre o Petrolio.
Al vertice della direzione approfondimento, guidata da Paolo Corsini, l’ipotesi è allo studio ma ancora non ci si sbilancia su chi arriverà. Qualcuno fa addirittura balenare l’idea di mettere al suo posto un programma d’intrattenimento, un nuovo show di Piero Chiambretti, che avrebbe da poco firmato con Viale Mazzini, anche se la voce viene smentita dai vertici aziendali.
“Non si può mettere in piedi un nuovo programma completamente diverso in così poco tempo”, si fa notare. A sostituire Nunzia sarà un altro prodotto giornalistico già in onda sulla rete, con un volto e contenuti riconoscibili, così da evitare esperimenti e altri possibili flop. Sbagliare è umano, perseverare è diabolico. Si guarderà in casa e si chiederà il “sacrificio” a un conduttore già in onda.
DI CHIUSURA ANTICIPATA s’era già parlato a dicembre: visti gli scarsi risultati in termini di share, si era pensato di levare le tende a Natale e questo, a quanto si apprende, era anche il desiderio della conduttrice, stanca di stare sulla graticola. La scelta di andare avanti è stata dettata dalla mancanza di alternative: così è stato chiesto a De Girolamo di proseguire fino al Festival di Sanremo. Il miracolo, intanto, non è avvenuto: martedì scorso, ospite Matteo Renzi, Avanti popolo s’è fermato al 2,5% con 431 mila telespettatori. Questa sera l’evento politico clou sarà un’intervista al leader 5S Giuseppe Conte: vedremo come andrà, ma ormai il destino di Nunzia pare segnato.
Il programma non ha quasi mai superato il 3%. A dicembre la Rai ha cercato di invertire la rotta, col taglio di budget […] e l’arrivo di nuovi autori, mentre quasi subito se n’era andata la capo autrice Emanuela Imparato e, a dicembre, uno degli inviati di punta, Danilo Lupo, con tanto di post polemico sui social.
(da agenzie)

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MATTEO SALVINI MEDITA DI PIAZZARE IL GENERALE VANNACCI COME CAPOLISTA IN TUTTE LE CIRCOSCRIZIONI ITALIANE, SCATENANDO L’INDIGNAZIONE DEI COLONNELLI LEGHISTI: “COSÌ SALTA IL PARTITO”

Gennaio 16th, 2024 Riccardo Fucile

CON I SONDAGGI CHE DANNO IL CARROCCIO ALL’8,9%, GIÀ MOLTISSIMI PERDERANNO IL SEGGIO. E VALORIZZARE UN ESTERNO PUÒ FAR DEFLAGRARE I NEMICI INTERNI DEL SEGRETARIO (CHE SONO MOLTI)

La «richiesta di sacrificio» di Matteo Salvini agli eurodeputati uscenti. Per la necessità di fare, il più possibile, il pieno dei voti: «Purtroppo — avrebbe detto — non potrò guardare in faccia nessuno. Le liste andranno fatte come serve».
Ma se i voti sono indispensabili, e lo sono, la possibilità conseguente — e inaudita — è che il generale Roberto Vannacci possa essere il capolista in tutte e cinque le circoscrizioni italiane. Perché, avrebbe ricordato il leader leghista, i voti di ciascuno, in elezioni con sistema proporzionali, sono preziosi.
Salvini non ha detto che il generale sarà candidato ovunque, anzi: si è limitato a raccontare di averlo incontrato senza avere ancora avuto la risposta definitiva. Eppure, la sensazione nettissima è che l’idea sia proprio quella: fino a ieri, tutti i leghisti ritenevano l’ipotesi «non improbabile ma impensabile».
Il malumore degli altri possibili candidati è comprensibile, ma anche chi non c’entra con le Europee è perplesso: «Così salta il partito…». Il problema è che già molti degli uscenti perderanno il seggio, anche salviniani della prima ora: nel 2019 la Lega era al 34%, ieri sera il sondaggio per La7 accreditava il partito all’8,9%.
Colpa anche, secondo Salvini, dei media che sulla Lega sono sempre in postura d’attacco. Fatto sta che mai si era sentito un esterno a un partito diventare l’unico candidato per tutte le circoscrizioni. Senza contare che anche il candidato del Sud, il re delle cliniche molisane Sandro Patriciello, alla Lega è approdato da Forza Italia soltanto negli ultimi mesi. Insomma, sbuffa un parlamentare senza personali interessi nelle Europee, «sarà una Lega senza Lega».
(da il Corriere della Sera)

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SALVINI SI SENTE ACCERCHIATO E HA PAURA DELLA BATOSTA ELETTORALE

Gennaio 16th, 2024 Riccardo Fucile

SERVONO NOMI FORTI, MA I GOVERNATORI SI SONO CHIAMATI FUORI. E LA SUGGESTIONE VANNACCI CAPOLISTA RISCHIA DI SPACCARE IL PARTITO

Solo i leader possono risolvere l’incastro delle regionali, ma sarà complicato anche per loro. Oggi la premier e i suoi vice si vedranno per il Consiglio dei ministri
Certo, la vigilia dell’incontro tra Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani non è serena. Il leader della Lega evita di fare i nomi degli alleati, ma allude significativamente.
Il ministro dei Trasporti parla ai pesi massimi del suo partito e in qualche modo denuncia la tracotanza di Fratelli d’Italia «non possono pretendere di imporre i loro candidati dappertutto». La premier viene citata indirettamente, attraverso un paragone: «Berlusconi sapeva essere generoso, il suo era il primo partito, ma non lo faceva pesare nei territori, dimostrando di essere un leader di coalizione. La sua grandezza non dipendeva da quanta gente piazzasse, ma dalla sua qualità umana».
I toni di Salvini sono bassi, ma qui e là emergono spigolature: «Non bisogna penalizzare i territori», dice, riferendosi alla decisioni prese a Roma e non a livello locale. In ogni caso «la Lega resta sempre collaborativa, ma occorre rispetto reciproco nella coalizione».
Matteo Salvini trasforma il Consiglio federale della Lega in un sorta di “gabinetto di guerra” e avverte i suoi: «Le Europee saranno fondamentali, c’è il rischio della polarizzazione del voto: bisogna darsi da fare». Lo spettro è l’affermazione degli alleati nel centrodestra, FdI in testa, ma anche Forza Italia, con la Lega che nel 2019 aveva preso il 34,3 per cento ridotta a poco più di un quarto.
Salvini è preoccupato: per le Europee servirebbero candidati forti, ma sa che i tre governatori leghisti, Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e Attilio Fontana, gli hanno risposto picche. Mentre il corteggiatissimo generale Roberto Vannacci ieri è stato l’unico citato dal segretario della Lega ma, come il vicepremier pare sia stato costretto ad ammettere, «non ha detto ancora sì».
Sulle Regionali, la trattativa con FdI e Forza Italia resta in stallo. Salvini ribadisce la posizione sui governatori uscenti che andrebbero «tutti ricandidati», ma è costretto ad ammettere che sulla riconferma di Christian Solinas in Sardegna è ancora tutto fermo.
Salvini, insomma, resta stretto tra due fuochi. Da una parte il segretario nazionale di Forza Italia, Antonio Tajani, che per le Regionali chiede la «conferma di Bardi in Basilicata e di Cirio in Piemonte: in Sardegna FI non presenterà candidati» e per le Europee apre alla sua candidatura: «Non escludo di farlo», dice.
Dall’altra Giorgia Meloni, che non cede sull’isola, anche se la deputata di FdI Ylenia Lucaselli assicura che «i leader troveranno un accordo come sempre». Il numero uno della Lega si accontenta per ora dell’aumento degli iscritti «superiore al 10%», ma sollecita «il massimo impegno affinché i prossimi mesi siano ancora più positivi».
Sostiene che «il gruppo Identità e democrazia, oggi formato da sessanta europarlamentari, secondo i sondaggi può arrivare ad averne almeno cento». Aggiunge che per la Lega «il centrodestra unito è un valore in Italia e non solo. Per noi la compattezza è fondamentale anche in Europa», ma poi, pur non citando Tajani non rinuncia a sottolineare che «chi divide dicendo no a Marine Le Pen fa il gioco della sinistra». […] Al capogruppo della Lega in Senato Massimliano Romeo, alla fine, non resta che lasciare via Bellerio con un laconico: «Andrà bene, una quadra si troverà di sicuro». Ma la quadra per ora è ancora lontana.
(da La Stampa)

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LA VITTORIA DI TRUMP AI CAUCUS IN IOWA È MERITO SOPRATTUTTO DELL’APPOGGIO DEGLI EVANGELICI, CHE VEDONO IN “THE DONALD” UNA SPECIE DI NUOVO MESSIA

Gennaio 16th, 2024 Riccardo Fucile

POCO IMPORTA SE L’EX PRESIDENTE, TRA CORNA E DIVORZI, NON SIA ESATTAMENTE UN “BUON CRISTIANO”: GLI EVANGELICI LO VEDONO COME L’UNICO IN GRADO DI TUTELARE I LORO INTERESSI (È SEMPRE UNA QUESTIONE DI SOLDI)

«Il 14 giugno del 1946, Dio guardò dall’alto in basso verso il paradiso da lui progettato, e disse: ‘Ho bisogno di un custode’. Quindi Dio ci diede Trump». Comincia con queste parole il video che ormai presenta Donald a tutti i comizi elettorali. Un’investitura messianica, per salvare la Terra dal collasso politico e morale.
Non tutti hanno apprezzato, per la verità. Come ha confessato al Washington Post il pastore della Fort De Moines Church of Christ, Michael Demastus: «Il video ha urtato molti, incluso me. Perché Trump non è il nostro messia o l’erede al trono divino. E poi è inaffidabile sul bando nazionale dell’aborto». Il punto però è che molti evangelici ormai lo vedono così, […] Secondo l’ultimo sondaggio ripreso dal Wall Street Journal , il 51% degli evangelici dell’Iowa vota Trump, contro il 26% schierato con DeSantis e il 12% rassegnato a Haley. Da qui il vantaggio di 28 punti che aveva nel rilevamento del Desoines Register, pubblicato prima dei caucus di ieri sera
Nel 2016, ultimo caucus pre Covid dell’Iowa, non era andata così. Il senatore Ted Cruz aveva battuto di un soffio Trump, proprio perché gli evangelici alla fine non se l’erano sentita di votare per uno che, fra l’altro, aveva pagato la porno star Stormy Daniels per nascondere la relazione sessuale avuta con lei, mentre la moglie Melania metteva al mondo il loro figlio Barron.
Nel Vangelo secondo Giovanni, Gesù ci aveva avvertiti che solo chi è senza peccato può scagliare la prima pietra. Però l’indifferenza degli evangelici per i peccati di Trump, purché dia loro ciò che vogliono, sta diventando patologica.
Quindi se Dio sceglie un adultero reo confesso, per cancellare la sentenza Roe vs Wade con cui la Corte Suprema aveva legalizzato l’aborto negli Usa, lui diventa l’Unto del Signore. E lo stesso vale per immigrazione, guerre culturali nelle scuole, diritti dei gay, tagli alle tasse, persino l’assalto al Congresso, le 91 incriminazioni penali o gli ammiccamenti ai dittatori.
L’Iowa che per due volte aveva votato Obama non esiste più, anche perché i giovani progressisti si sono rassegnati e stanno abbandonando le regioni rurali dello stato per andare a vivere nelle città di Minnesota, Illinois, magari Wisconsin. Resta da capire se questa svolta conservatrice riconsegnerà a Trump solo l’Iowa, o l’intera America.
Non deve dunque stupire però che Trump sia sostenuto e amato soprattutto dagli evangelici, il segmento elettorale di quello che per decenni è stata la colonna portante del conservatorismo di matrice reaganiana e bushiana.
Secondo il teologo Adam Kotsko, gli evangelici vedrebbero Trump non come un leader ipocrita che va raramente in chiesa e ha una conoscenza a dir poco sommaria del testo biblico, ma come la prova che Dio agisce anche usando strumenti imperfetti.
In un vecchio articolo del novembre 2018 intitolato “The Political Theology of Trump”, Kotsko si spingeva oltre, dicendo che per molti l’allora presidente rappresentava qualcosa di più.
Il disprezzo del tycoon per la vecchia leadership evangelica è stato forse esemplificato dalla scelta di una delle figure più visibili della campagna elettorale dell’ex presidente, l’ex candidata governatrice dell’Arizona Kari Lake, anche lei non nota per la sua grande Fede, di ascoltare il servizio domenicale nella chiesa frequentata da Vander Plaats a Soteria, un sobborgo nel Sud-Ovest di Des Moines.
Apparentemente solo per ragioni religiose, anche se agli osservatori è apparsa come una prova di forza del cerchio magico trumpiano.
(da La Repubblica)

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NIENTE GARE: IN ITALIA VINCE SEMPRE IL “LIBERI TUTTI”

Gennaio 16th, 2024 Riccardo Fucile

LA BOZZA IN CONSIGLIO DEI MINISTRI: SI POTRANNO AUTOCERTIFICARE I DOCUMENTI

Altro G7 a presidenza italiana, altre opere pubbliche affidate senza bando di gara. Come già avvenuto nel dicembre 2016 in vista del G7 di Taormina del maggio 2017, con una norma emanata dal governo guidato da Paolo Gentiloni del Pd, anche il governo di Giorgia Meloni affiderà alla procedura negoziata gli interventi infrastrutturali per la realizzazione degli eventi di quest’anno della presidenza italiana del G7.
Lo prevede una bozza del decreto legge che arriverà oggi all’esame del Consiglio dei ministri. Ma non basta: oltre all’affidamento diretto, saltano anche le procedure sul rilascio sul Documento unico di regolarità contributiva, il Durc, che le imprese aggiudicatarie dei lavori – il cui elenco e importi non sono ancora noti – potranno autocertificarsi. Una vera deregulation per le opere connesse ai 22 summit, che oltre a quello dei capi di Stato e di governo in Puglia prevedono altre 21 riunioni ministeriali in giro per l’Italia. Opere i cui benefici andranno anche ai privati.
La bozza del decreto che sarà esaminata oggi dal governo stabilisce che “agli appalti pubblici di lavori, forniture e servizi da aggiudicare da parte del Commissario di governo per la realizzazione degli interventi infrastrutturali connessi con la presidenza italiana del G7 e con lo svolgimento in Italia del vertice di capi di Stato e di governo programmato per i giorni dal 13 al 15 giugno 2024, si applica la procedura negoziata senza pubblicazione di un bando di gara anche per gli appalti di importo superiore alle soglie di rilevanza europea, sulla base di una motivazione che dia conto, per i singoli interventi, delle ragioni di urgenza e della necessità di derogare all’ordinaria procedura di gara, per motivi strettamente correlati ai tempi di realizzazione degli stessi nei termini necessari a garantire l’operatività delle strutture a supporto” della presidenza del G7. Ove previsto, “resta salvo il ricorso alle procedure di affidamento diretto”.
Ancora non sono note la mappa e il costo delle opere per il G7: per ora si sa che i 23 appuntamenti (e le relative opere) si terranno in 21 luoghi sparsi sul territorio nazionale. Tra i summit, a Capri si terrà la riunione dei ministri degli Esteri. In Puglia, nel resort extralusso di Borgo Egnazia di Savelletri (Brindisi) si terranno l’incontro dei ministri dell’Economia (23-26 maggio) e il vertice dei capi di Stato e governo (13-15 giugno). La struttura di proprietà di Aldo Melpignano è stata scelta personalmente da Giorgia Meloni nel giugno scorso. A Verona e Trento avranno luogo i focus su industria, tecnologia e digitale; a Milano l’incontro sui trasporti; a Torino quelli su clima, energia e ambiente. Venezia ospiterà il summit sulla giustizia, Stresa la riunione sulle finanze, Trieste quella sull’istruzione. Bologna e Forlì saranno sede degli incontri su scienza e tecnologia, Villa San Giovanni e Reggio Calabria di quelli sul commercio, Genova sullo sviluppo urbano. Cagliari ospiterà le riunioni su lavoro e occupazione, Positano i meeting sulla cultura e Siracusa sull’agricoltura, di Interni si parlerà ad Avellino e di Pari opportunità a Matera, di Salute ad Ancona, di Inclusione e disabilità a Perugia e Assisi. Fiuggi, Pescara e Napoli ospiteranno i summit ministeriali su Turismo, Esteri e Sviluppo.
Ma i regali non sono finiti: il decreto prevede che le ditte assegnatarie possano autocertificare il proprio Durc, salvo verifiche successive. Quella sul Durc è “una porcheria gratuita, anche perché ormai il Documento si rilascia in meno di 24 ore… L’autocertificazione, al di là dello specifico evento (il G7 sarà sicuramente monitorato), è un pericoloso precedente”, dichiara un esperto del settore. Parole che ricordano quelle del presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, contro l’assegnazione delle opere pubbliche connesse al G7 a Taormina senza gara, in deroga al Codice degli appalti. In audizione alla Commissione Bilancio della Camera, il 18 gennaio 2017 Cantone aveva espresso tutta la sua perplessità e il timore di infiltrazioni di imprese legate all’economia criminale. Chissà se queste obiezioni oggi risuoneranno anche a Palazzo Chigi.
(da ilfattoquotidiano.it)

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ERARIO SEMPRE PIU’ AMICO DEI POTENTI. STRANGOLATI DAI MONOPOLI

Gennaio 16th, 2024 Riccardo Fucile

GLI STATI SONO IMPOTENTI O CORRONO IN SOCCORSO DI CHI NON HA BISOGNO

Il rapporto annuale di Oxfam sullo stato delle disuguaglianze nel mondo quest’anno ha un titolo molto esplicito, “Disuguaglianza: il Potere al servizio di pochi”. Secondo gli analisti di Oxfam, infatti, dai microchip alla farmaceutica e all’agricoltura, «viviamo in un’era di immenso potere monopolistico, che consente alle grandi corporation di controllare i mercati, stabilire le regole del gioco e godere di rendite di posizione senza timore di perdere il giro d’affari».
Ciò avviene in tutti i settori, incluso quello primario, dell’agricoltura. Basti pensare che mentre 25 anni fa il 40 per cento del mercato delle sementi era controllato da 10 multinazionali, oggi questo stesso potere di controllo appartiene a due sole. Come avviene per i farmaci, dove le multinazionali controllano la maggior parte dei brevetti e di fatto impongono i propri prodotti e prezzi anche nelle zone più povere del mondo, ostacolandone la possibilità di ricevere cure adeguate, anche l’agricoltura deve sottostare al potere dei monopoli.
I decisori politici a livello nazionale non solo hanno spesso le armi spuntate rispetto ad aziende sfuggenti dal punto di vista della loro collocazione residenziale e alla competizione dei cosiddetti paradisi fiscali, ma spesso favoriscono l’accumulazione concentrata di ricchezza con politiche fiscali fortemente squilibrate a favore delle rendite finanziarie e con la riduzione delle imposte societarie.
Prelievo ridotto
L’aliquota media sui redditi societari dal 1980 si è più che dimezzata nei Paesi Ocse passando dal 48% nel 1980 al 23,1 per cento nel 2022. Si è anche ridotto il prelievo sugli utili distribuiti agli azionisti e sulle plusvalenze. Di conseguenza, la ricchezza dei grandi ricchi è aumentata notevolmente, mentre una larga fetta di lavoratori ha visto il proprio potere d’acquisto ridursi in termini reali e il lavoro povero, perché poco pagato e/o perché a termine o a part time involontario, è aumentato, accompagnato dall’indebolimento delle organizzazioni dei lavoratori.
Questo andamento generale vale anche, per alcuni aspetti in modo accentuato (ad esempio la perdita di potere d’acquisto dei salari), per l’Italia. Nei 23 anni intercorsi tra l’inizio del nuovo millennio e la fine del 2022, le quote di ricchezza nazionale netta detenute rispettivamente dal 10% più ricco e dalla metà più povera della popolazione italiana hanno mostrato un andamento divergente.
La quota di ricchezza detenuta dal top-10% è cresciuta di 3,8 punti percentuali nel periodo 2000-2022, mentre la quota della metà più povera degli italiani ha mostrato un trend decrescente, riducendosi complessivamente nello stesso periodo di 4,5 punti percentuali.
Non solo, il Rapporto osserva che tra i paesi Ocse l’Italia si colloca oggi ai primi posti per la disuguaglianza di reddito disponibile. Dopo un periodo di riduzione tra l’inizio degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta, le disparità reddituali sono infatti cresciute sensibilmente all’inizio degli anni Novanta, rimanendo a un livello elevato fino al 2015 e aumentando ulteriormente nel 2020.
Meccanismo inceppato
Si aggiunga che la persistenza intergenerazionale della povertà è molto più intensa in Italia rispetto alla maggior parte dei Paesi europei, a motivo della debolezza, quando non inesistenza, dei meccanismi che in un paese democratico dovrebbero aiutare a rompere il circolo vizioso della povertà, dalla scuola, al funzionamento del mercato del lavoro, al sistema di welfare.
In questa prospettiva, il Rapporto è molto critico nei confronti della riforma del sostegno a chi si trova in povertà promulgata dall’attuale governo, perché, senza correggere se non marginalmente le criticità del Reddito di cittadinanza, ritorna a forme di categorialismo spinto da cui l’Italia stava cercando di uscire a fatica e tardivamente e che lasceranno senza protezione, o con protezione inadeguata, centinaia di migliaia di famiglie e persone.
I motivi dell’aumento della disuguaglianza non sono tuttavia imputabili solo al governo attuale, anche se questo li ha in parte accentuati, ad esempio con l’allargamento delle possibilità di ricorso a contratti di lavoro non standard e ai voucher, l’ulteriore frammentazione di un sistema fiscale gravato da iniquità e intrasparenza, la riedizione dei condoni, l’incoraggiamento di fatto alla parziale evasione fiscale.
Ma la storia è più lunga e chiama in causa in misura maggiore o minore tutti i governi che si sono succeduti dall’inizio del secolo e anche prima: appunto un sistema fiscale frammentato e intrasparente, che tassa più il lavoro che il capitale mobiliare e immobiliare, in un paese in cui la quota dei redditi da lavoro sul Pil è in calo da anni e il prelievo sul lavoro supera di tre volte quello su profitti, rendite ed interessi, tassazione sull’eredità irrisoria e largamente inferiore a quella applicata in altri paesi a noi vicini. Chiama in causa anche le responsabilità delle imprese in un mercato del lavoro, ove dagli anni ‘90 del secolo scorso è aumentato a dismisura, anche per la debolezza dei sindacati, il lavoro non standard, specie tra le donne e i giovani.
Retribuzioni basse
Secondo gli estensori del Rapporto, infatti, il principale canale che ha prodotto l’incremento della disuguaglianza retributiva tra il 1991 e il 2021 è rappresentato, nelle conclusioni degli autori dell’analisi, dall’aumento della dispersione dell’intensità del lavoro. Una più marcata correlazione tra le retribuzioni settimanali e il numero di settimane lavorate ha anche contribuito ad ampliare i divari tra salari bassi e quelli alti.
Il Rapporto avanza alcune proposte per interrompere la tendenza alla crescita dei divari. Difficile che questo governo le prenda in considerazione.
Ma senza affrontare seriamente e sistematicamente le crescenti diseguaglianze la stessa sostenibilità diventa difficile.
(da La Stampa)

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LA LEGA NON HA MAI ABBANDONATO L’OBIETTIVO DELLA SECESSIONE

Gennaio 16th, 2024 Riccardo Fucile

L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA ATTENTA ALLE BASI DELL’UNITA’ NAZIONALE E FRANTUMA I PRICIPI DI SOLIDARIETA’ TRA TERRITORI E CITTADINI

«Il posto migliore per nascondere qualsiasi cosa è in piena vista», scriveva Edgar Allan Poe. La Lega Nord deve essersi abbeverata a quella fonte perché sta mettendo da anni ben in vista cioè che vuole nascondere: il tentativo di procedere alla secessione.
Non è una vera e propria ossessione, ma una caratteristica genetica, come usano dire gli scienziati politici che si occupano di partiti. La difesa delle regioni settentrionali e dei suoi interessi è la ragion d’essere della Lega anche sotto le mentite spoglie di una fasulla Lega nazionale
IL VERO OBIETTIVO LEGHISTA
La storia leghista rispetto alla questione nazionale è lineare, cristallina. Un partito che dalle origini non si identifica con lo stato/nazione nato nel 1861, che contesta la centralità politica ed istituzionale di Roma e che promuove in lungo e in largo coerenti azioni che minano l’unità nazionale.
I programmi, le dichiarazioni, le azioni, i proclami, le manifestazioni, la cultura politica e l’universo valoriale sono in netto contrasto con l’Italia in quanto stato e con la sua Costituzione. La Lega Nord lo ribadisce coerentemente da trent’anni.
Il secessionismo è rimasto acquattato pronto a dare l’assalto finale alla fragile struttura statale nazionale. Gli atti politici della Lega parlano chiaro e quelli normativi e legislativi ancora di più.
Avendo appreso le buone maniere e i regolamenti parlamentari, i facinorosi “barbari sognanti” (Roberto Maroni dixit) hanno cambiato strategia. Non le urla ancestrali del Senatur, ma una strategia molto più affinata (non raffinata, non è un refuso), ma in grado di infierire un colpo ferale allo Stato.
Un atto eversivo, come la Secessione di bossiana memoria, come la divisione in tre repubbliche proposta da Gianfranco Miglio (Padania, Etruria, Mediterranea).
LA LEGA SMASCHERA LA SUA NATURA
Dire “Roma ladrona”, “basta terroni”, parlare di lobby del sud e di sfruttamento della laboriosità nordista è oggi meno attraente. Meglio indorare la pillola e far trangugiare al Sud l’amaro calice, lasciando pensare ai cittadini meridionali che si tratti di un atto di generosità nei loro confronti. Con la correità di amministratori locali e parlamentari eletti nel Meridione.
Il progetto di riforma “Autonomia differenziata” attenta alla basi dell’unità nazionale, frantuma i principi di solidarietà tra territori e cittadini, divide la comunità, disintegra i cardini della statualità introducendo surrettiziamente una cooperazione ex post.
Il risultato è che avremmo regioni meno ricche e regioni più ricche con l’aggravante che non esisterà un principio di tenuta sociale, di aggregazione e mutuo sostegno. Tutte le proposte del senatore Calderoli, un falco in materia di proposte sulla divisione dell’Italia, contengono vaghi riferimenti a compensazioni, a possibili vantaggi sistemici una volta che la riforma andasse in porto.
IL PROGETTO SFASCIA ITALIA
Il progetto sfascia Italia della Lega (nord) è sostenuto da Fratelli d’Italia in cambio dell’approvazione della riforma costituzionale sulla forma di governo.
Ne deriva che la Secessione dei ricchi (Gianfranco Viesti, Laterza) è l’orizzonte assai plausibile che scaturirebbe dalla riforma leghista. Le risorse finanziarie sarebbero appannaggio delle regioni settentrionali, le quali non a caso hanno richiesto competenze autonome su oltre venti materie di politiche pubbliche.
In termini decisionali non è chiaro chi deciderebbe su grandi opere, trasporti, reti energetiche, comunicazioni. Il Ponte sullo Stretto è un esempio di inganno e sottrazione di risorse: venduto dal ministro della falsificazione storica quale infrastruttura utile al sud (e perciò avversato da parte della Lega) è costato la sottrazione di 1,6 miliardi dal Fondo di coesione sociale a Sicilia e Calabria, il cui presidente di giunta tace forse inconsapevole o colpevole, proprio perché opera locale pagata dai “locali”.
CITTADINI DISEGUALI A LOCRI E A VARESE
Il decentramento ha aspetti positivi e nessuna forma di neocentralismo può essere immaginata. Diverso però è quando le regioni, le più ricche, chiedono (come fatto da Veneto e Lombardia) di trattenere sul territorio il gettito fiscale.
La discussione sui livelli essenziali delle prestazioni da erogare in ogni parte del territorio è forviante e furfante: avere 22 sistemi territoriali di gestione di materie fondamentali è il contrario dell’uguaglianza per come stabilito nell’articolo 3 della Carta, che così sarebbe violata.
C’è poi un grande assente nel dibattito. L’opposizione è troppo cauta e divisa. Molti, troppi nel Pd sono stati accomodanti, indulgenti, complici, culturalmente inclini a pensare che il sud sia una battaglia persa.
Il divario Nord/Sud esiste su molti fronti ed ha tratti drammatici, ma non si cura la malattia amputando un arto. Serve una mobilitazione forte, costante, capillare, consapevole. Oggi un cittadino di Locri e una di Varese sono diversi quanto a risorse e opportunità, ma formalmente uguali in termini di garanzie e diritti. Domani sarebbero figli di due patrie.
(da editorialedomani.it)

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