Gennaio 18th, 2024 Riccardo Fucile
L’ISTITUTO NAZIONALE DI STATISTICA HA REGISTRATO CHE NEL 2023 SONO VENUTI AL MONDO APPENA 700MILA BEBÈ, IL DATO PIÙ BASSO DAL DOPOGUERRA
Il 2024, in Francia, comincia con l’annuncio dell’introduzione di un
“congedo di nascita” di sei mesi per entrambi i genitori. Ad annunciarlo è Emmanuel Macron nel corso della conferenza stampa di inizio anno all’Eliseo.
Parole che arrivano nel giorno in cui l’Insee, l’Istituto Nazionale di Statistica, ha comunicato un forte calo della natalità, il più basso dal dopoguerra (meno di 700.000 bebè nati nel 2023). Il presidente francese ha sottolineato che la natalità “è in calo anche perché l’infertilità maschile e femminile progredisce facendo soffrire molti uomini e donne”.
Il piano di “riarmo” della Francia
A sei mesi dalle elezioni europee di giugno, Macron si è impegnato per un ambizioso piano di ”riarmo” della Francia, come l’ha chiamato, in campo economico, sociale e demografico, annunciando un congedo parentale di 6 mesi per entrambi i genitori.
I dati sulla natalità
Ieri l’Insee ha pubblicato dati inquietanti sulla natalità d’Oltralpe. Secondo l’Istituto parigino, nel 2023 le nascite sono state appena 678.000, in calo del 6,6% rispetto allo scorso anno, il livello più basso dalla fine della Seconda guerra mondiale.
“Dopo l’estensione del congedo di paternità – ha precisato Macron – credo profondamente che l’introduzione di un nuovo congedo di nascita possa essere un elemento utile di una tale strategia” di rilancio delle natalità.
(da agenzie)
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Gennaio 18th, 2024 Riccardo Fucile
SI BATTERA’ PER DIRITTI UMANI E GIUSTIZIA CLIMATICA LA VERA CAPITANA CHE HA SCONFITTO IL CAPITANO FARLOCCO
La donna che era diventata un simbolo di attivista anti-Salvini, Carola Rakete, si butta in politica. Ancora una volta per un salvataggio, ma questa volta del partito di Sinistra «Die Linke».
Una svolta che era nell’aria per l’ingegnere 35enne, diventata nota in Italia per la missione di soccorso della Sea Watch3, di cui era capitano, che nel giugno 2019 aveva salvato in mare 53 persone nella zona Sar libica, ma ancora di più per lo scontro acceso con l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, accusato di diffamazione continuata e aggravata per aver offeso la reputazione dell’attivista.
«Sento di non avere altra scelta che impegnarmi nella politica. È il momento giusto», ha detto al Guardian. Un’intervista in cui non usa mezze misure: «Vogliamo che coloro che sono a favore dei diritti umani e della giustizia climatica siano in maggioranza, o lasceremo la decisione alla destra e ai fascisti? È una domanda abbastanza semplice che dobbiamo farci».
Scende in campo con Die Linke, partito di estrema sinistra emerso nel 2007 dall’ex comunista della Germania dell’Est, SED, in grave crisi. Sahra Wagenknecht, il suo membro più importante ed ex leader del gruppo parlamentare, si è infatti dimessa settimane fa per formare il suo nuovo partito lanciato questo mese. Portando con sè nove parlamentari. La mossa segue anni di tensione tra Wagenknecht e i leader del partito che si sono opposti ai suoi tentativi di combinare idee di sinistra, come un’imposta sul patrimonio, con un rifiuto dell’immigrazione irregolare guidato dai nazionalisti di destra.
Rackete, che proprio per volontà del partito rimarrà indipendente («dà più influenza per raggiungere un pubblico diverso») rifiuta l’idea di unirsi a una nave che affonda. «Quando si sono avvicinati a me era abbastanza chiaro che il partito si sarebbe diviso. Vedo questa come un’opportunità per impostarlo su un percorso nuovo e chiaro, attirare nuovi membri, abbandonare definitivamente la retorica nazionalista e trasformarlo in un solido luogo di organizzazione per la sinistra progressista. Mi piace l’immagine della fenice che risorge dalle ceneri», ha detto.
Rackete dice che l’addio di Wagenknecht, seguita dal suo arrivo sulla scena, ha «creato increspature provocando un’improvvisa ondata di iscritti a Die Linke». Slancio su cui il partito spera di costruire.
«Abbiamo ricevuto molto interesse da parte di persone di sinistra che non si sono mai impegnate nella politica dei partiti, insistendo che ora è il momento di fare qualcosa», ha detto.
L’ispirazione è stata presa dall’ascesa del partito laburista nel Regno Unito, dalla recente decisione degli elettori polacchi di abbandonare il loro governo illiberale e dal ritorno di Lula da Silva in Brasile, ha detto.
Le imprese come attivista e lo scontro con Salvini
L’attivismo di Rackete l’ha portata dall’occupare i ponti di Londra con Extinction Rebellion nel 2018 alla difesa dei diritti umani e ambientali delle comunità indigene Sami nel nord della Finlandia.
Nel 2019 ha sfidato il ministro degli Interni italiano, Matteo Salvini, attraccando una nave di ricerca e salvataggio di decine di migranti nel porto di Lampedusa, per il quale è stata arrestata e successivamente costretta a nascondersi.
Tra giugno e luglio 2019, Salvini avrebbe offeso «la reputazione» della giovane con dirette Facebook e post su Twitter con frasi come «quella sbruffoncella di questa comandante», «criminale tedesca», «ricca e viziata comunista».
L’Aula del Senato ha però detto no alla richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini per le frasi rivolte all’attivista Carola Rackete.
(da agenzie)
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Gennaio 17th, 2024 Riccardo Fucile
MA I CONFINI LI DIFENDONO SOLO DAI POVERACCI?… UN’INFRASTRUTTURA NAZIONALE STRATEGICA VENDUTA A PRIVATI STRANIERI E’ IL MASSIMO DELLA FARSA SOVRANISTA
Tim, nell’ambito delle attività volte al closing dell’operazione di
cessione di NetCo e in seguito alla firma del transaction agreement con Optics BidCo (società controllata da Kohlberg Kravis Roberts & Co. L.P. “KKR”), comunica di “aver ricevuto l’assenso all’esecuzione dell’operazione medesima ai fini della normativa Golden Power“.
In una nota si sottolinea come “il provvedimento autorizzativo, con il quale il Consiglio dei Ministri ha esercitato i poteri speciali nella sola forma delle prescrizioni, ha fatto propri gli impegni presentati nel corso del procedimento. Si tratta di impegni ritenuti dal Governo pienamente idonei a garantire la tutela degli interessi connessi agli asset oggetto dell’operazione”.
“Nei piani del Governo c’è una maxi opera di privatizzazioni volta a recuperare decine di miliardi di euro svendendo tutto il vendibile. Oggi è il turno della rete di telecomunicazioni, ceduta al fondo americano Kkr.
Ricordo molto bene quando, mentre si stava costruendo il progetto di rete unica sul modello Terna, Giorgia Meloni ci attaccava perché stavamo, secondo lei, svendendo gli asset nazionali. Cosa, ovviamente, non vera. Ora, passati al Governo dopo gli anni tuonanti dell’opposizione nei quali hanno racimolato ogni voto possibile, cade l’ennesimo velo”. Così Stefano Patuanelli (M5S), su Facebook.
“La leader di Fratelli d’Italia solo nell’agosto del 2022 diceva: ‘Seguire esempio di tutte le grandi democrazie occidentali a garanzia della sicurezza nazionale. Un’infrastruttura strategica non può essere lasciata in mano ai privati, soprattutto se stranieri’.
Questo Governo di destra-centro è ormai avviluppato nel tentativo, molto ben riuscito, di smentire tutto ciò che hanno propagandato. Svendita asset nazionale, rimozione di ogni incentivo alle imprese, accettazione di un Patto di Stabilità europeo penalizzante, crescita ormai certificata allo zero virgola”.
“È una combinazione micidiale per il Paese, il Governo non gioca ad alcun tavolo internazionale se non in maniera remissiva, accondiscendente, con la sindrome dell’ultimo della classe. Questo è un Governo eterodiretto che non tutela gli interessi nazionali, ormai non c’è più alcun dubbio”, conclude.
”Il M5S lo aveva denunciato immediatamente. Purtroppo siamo arrivati alla gravissima decisione del Governo Meloni di autorizzare la cessione della rete di telecomunicazioni da parte di Tim a un veicolo partecipato dal fondo americano Kkr in compagnia del fondo sovrano di Abu Dhabi. I sedicenti sovranisti, che hanno speculato in campagna elettorale sul patriottismo economico e sulla difesa delle infrastrutture italiane, si sono quindi genuflessi per l’ennesima volta di fronte ai desideri di alcuni poteri economico-finanziari ubicati all’estero, di fatto cedendo un asset a dir poco strategico come la rete di telecomunicazioni”. Così Marco Pellegrini (M5S), componente della Commissione difesa della Camera e del Copasir.
“La nuova società che deterrà la rete, vedrà lo Stato italiano messo all’angolo con uno striminzito 20% – continua – mentre il veicolo estero partirà dal 65% con la concreta possibilità di salire intorno al 73-75%. Nella nuova società della rete, infatti, Kkr potrà conferire anche la sua partecipazione in FiberCop, la società della rete secondaria già costituita all’epoca dagli americani con Tim. Nel pacchetto di cui è stata autorizzata la cessione, al momento, è compresa anche Sparkle, la società degli strategici cavi sottomarini”.
“Siamo di fronte a una catastrofica ritirata dei patrioti alla vaccinara da uno degli asset più importanti per lo sviluppo tecnologico e la sicurezza dello Stato. E’ un gravissimo regalo della rete di telecomunicazioni all’estero, un regalo che polverizza anni di ipocrita narrazione sovranista. La subalternità totale del Governo Meloni ai poteri forti esteri rischia di svendere pezzetti di Italia neanche fossimo tra le bancarelle di un mercato”, conclude.
“Il governo Meloni ha autorizzato la cessione della rete TIM al fondo infrastrutturale americano KKR, rinunciando all’attivazione del golden power. È una decisione che consegna ad un soggetto privato estero il controllo della rete di telecomunicazioni, un asset strategico di fondamentale importanza per l’Italia. È indispensabile che il governo renda conto al più presto di fronte al Parlamento sui termini dell’operazione, a partire dagli strumenti previsti per tutelare gli interessi nazionali e su come si intende salvaguardare i livelli occupazionali e gli investimenti sulla rete”. Così Antonio Misiani, responsabile Economia del Pd, su twitter.
(da agenzie)
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Gennaio 17th, 2024 Riccardo Fucile
LA DECISIONE DEL TRIBUNALE DI MILANO SULLA SOCIETA’ DI ALTA MODA DOPO LE VERIFICHE DELL’ISPETTORATO DEL LAVORO… MA CHE BELLA IMPRENDITORIA CHE ABBIAMO IN ITALIA
L’azienda dell’alta moda Alviero Martini spa, specializzata in borse ed accessori, è stata «ritenuta incapace di prevenire e arginare fenomeni di sfruttamento lavorativo nell’ambito del ciclo produttivo» dalla Sezione autonoma misure di prevenzione del Tribunale di Milano che ne ha disposto l’amministrazione giudiziaria. La decisione arriva dopo un’inchiesta condotta dai carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro e del pm Paolo Storari. Secondo i giudici sarebbero stati massimizzati i profitti usando «opifici cinesi» e «facendo ricorso a manovalanza ‘in nero’ e clandestina».
La catena della produzione, dalle mancate ispezioni ai sub-appalti
Il commissariamento è stato disposto dalla Sezione misure di prevenzione, presieduta da Fabio Roia, a carico dell’azienda fondata nel ’91 e con sede a Milano. Secondo le indagini l’impresa non avrebbe «mai effettuato ispezioni o audit sulla filiera produttiva per appurare le reali condizioni lavorative» e «le capacità tecniche delle aziende appaltatrici tanto da agevolare (colposamente) soggetti raggiunti da corposi elementi probatori in ordine al delitto di caporalato». La società avrebbe affidato «mediante contratto di appalto con divieto di sub-appalto senza preventiva autorizzazione, l’intera produzione a società terze, con completa esternalizzazione dei processi produttivi». E le aziende appaltatrici, però, non in grado di rispondere a tale domanda «possono competere sul mercato solo esternalizzando le commesse ad opifici cinesi, i quali riescono ad abbattere a loro volta i costi grazie all’impiego di manodopera irregolare e clandestina in condizioni di sfruttamento».
(da agenzie)
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Gennaio 17th, 2024 Riccardo Fucile
PER L’AD UN COMPENSO DI 240.000 EURO, PER IL PRESIDENTE 97.000 EURO, AGLI ALTRI COMPONENTI DEL CDA 25.000 EURO
In attesa della prima pietra, scattano i rialzi dei compensi. «In
risposta ad un mio Question Time rivolto al ministro Salvini, il sottosegretario Bignami ci informa che la relazione di aggiornamento del Ponte sullo Stretto, un progetto che vorrebbe realizzare un’opera mai costruita nel mondo, è stata presentata il 30 settembre, ovvero 24 ore dopo la firma dell’atto negoziale tra SdM e il consorzio Eurolink.
“Ma davvero hanno aggiornato un progetto vecchio di 12 anni in sole 24 ore? Sembra uno scherzo». Così, in una nota, il co-portavoce nazionale di Europa Verde e deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, Angelo Bonelli. «Per questo – afferma – mi vedo costretto a presentare un’ennesima interrogazione, questa volta anche sulla mancanza di trasparenza, in violazione delle norme legali, del sito di SdM, che non fornisce informazioni su questi atti, a eccezione dell’aumento dello stipendio dell’AD Ciucci, arrivato a 240 mila euro. Il decreto all’art.4 del DL 35/23 prevede espressamente che l’aggiornamento del progetto doveva essere preceduto dalla sottoscrizione di un atto negoziale che è avvenuto il 29 settembre. Voglio sperare che l’incarico formale al consorzio Eurolink non sia stato dato informalmente».
La Società stretto di Messina ha appena pubblicato i compensi dei componenti del cda. In un primo momento lo stesso cda aveva deliberato compensi par a 25 mila euro all’anno per ciascun componente. Ma dopo qualche mese il cambio di passo: adesso, comunica la società, l’amministratore delegato Ciucci ha un compenso di 240 mila euro, il presidente Giuseppe Rechi di 97 mila euro, e gli altri tre componenti restano invece a 25 mila euro: la docente dell’Università di Catania Loredana Nicotra (moglie del componente laico del Csm in quota Fratelli d’Italia Felice Giuffrè; l’avvocato Francesco Saccomanno (commissario della Lega in Calabria); e l’avvocata Eleonora Maria Mariani (dirigente Ferrovie dello Stato).
(da agenzie)
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Gennaio 17th, 2024 Riccardo Fucile
DOPO LA LEGGE CHE IMPEDISCE DI PUBBLICARE LE ORDINANZE DI CUSTODIA CAUTELARE, IL SOTTOSEGRETARIO DELMASTRO ANNUNCIA ISPEZIONI IN 13 PROCURE “PER QUANTO RIGUARDA LE LORO MODALITÀ DI COMUNICAZIONE SUI PROCEDIMENTI PENALI IN CORSO”… IL GIUDICE CICCIO ZACCARO: “È UN’INTIMIDAZIONE VELATA”
Come uno spartito che si ripete – Enrico Costa, provocatoriamente chiede, il governo ben contento risponde, segue polverone – ieri alla Camera è andato in scena l’ennesimo atto di quella che purtroppo non è una farsa. Ma qualcosa di ben più pericoloso: il tentativo di silenziare la cronaca giudiziaria sui media italiani.
Dopo la discussione sulla norma che impedirebbe di far conoscere i contenuti letterali delle ordinanze di custodia cautelare; dopo la proposta di sbianchettare i nomi dei non indagati nei brogliacci delle intercettazioni telefoniche, ieri è stata la volta di una «intimidazione velata» – la definizione è del segretario di Area, il giudice Ciccio Zaccaro – per giornalisti e magistrati.
Intimidazione che suonava più o meno così: cari pm, occhio a parlare con i giornalisti, perché abbiamo già in corso almeno tredici ispezioni sui rapporti tra procure e stampa. A dirlo è stato il sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove, una circostanza non esattamente neutra visto che il parlamentare di Fratelli d’Italia è sotto processo a Roma ed è in qualche modo uno dei protagonisti dello scandalo sul collega pistolero di Capodanno, Emanuele Pozzolo.
«L’ispettorato generale del ministero della Giustizia» ha spiegato in aula il sottosegretario, «ha attivato il monitoraggio su 13 procure per quanto riguarda le loro modalità di comunicazione sui procedimenti penali in corso: Avellino, Brescia, Cagliari, Ferrara, Catanzaro, Frosinone, Livorno, Rimini, Rovigo, Tempio Pausania, Vercelli, Latina, Torino».
Perché l’ispezione? È in realtà un lavoro già calendarizzato che riguarda a rotazione tutti gli uffici: sono controlli a campione su diversi parametri, non dunque un’iniziativa mirata.
Le novità però sono due: la prima è che nell’ispezione, a detta di Delmastro, un capitolo importante lo dovranno avere anche le modalità con cui si tengono i rapporti con i media, a partire dai nomi scelti per le operazioni di Polizia. La seconda novità è che l’intenzione di indagare il punto viene esplicitata in aula, con parole non chiarissime, lasciando così spazio alle interpretazioni, come appunto a voler lanciare un messaggio sia agli uffici giudiziari sia alla stampa.
Dunque: ispezioni in 13 procure, per ora, scelte a campione. Massima vigilanza sulle norme introdotte dalla riforma Cartabia e soprattutto nuove leggi per fare in modo, nei fatti, che si scriva il meno possibile dei procedimenti giudiziari.
«Intendiamo garantire la presunzione d’innocenza, evitare la spettacolarizzazione mediatica, che tanto male ha fatto alla stessa percezione che i cittadini hanno della giustizia», ha detto Delmastro ribadendo la «necessità di rivedere completamente la disciplina degli atti istruttori con particolare attenzione alle intercettazioni» e ricordando le «innovazioni normative» introdotte, «tese a rafforzare la privacy del terzo estraneo».
Mai come in questo momento la cronaca giudiziaria è affidata esclusivamente alla lettura di quegli atti che, dopo la discovery prevista dalla legge, vengono messi a disposizione delle parti, avvocati e indagati: da quel momento in poi (in caso di arresto, per esempio; oppure una perquisizione, un’udienza davanti a tribunale del Riesame o alla chiusura delle indagini preliminari) quegli atti sono noti e quindi pubblicabili, seppur non integralmente.
Un sistema che questo governo ha evidentemente intenzione di cambiare: praticamente ma prima ancora politicamente, introducendo una serie di paletti da tempo ormai rimossi. Delmastro ha per esempio ricordato «l’obbligo di vigilanza del pm anche sui brogliacci » delle intercettazioni telefoniche e si stabilisca «il dovere del giudice di stralciare tutto ciò che riguarda i terzi» vietando che si indichino «i loro dati».
«Messa così» dice Zaccaro, magistrato segretario di Area, «è tutto poco chiaro: non si capisce chi e come abbia scelto gli uffici da monitorare e in cosa consisterà questo monitoraggio. Mi auguro solo che non sia un’intimidazione velata per magistrati e giornalisti».
(da agenzie)
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Gennaio 17th, 2024 Riccardo Fucile
GLI IMMMIGRATI VANNO BENE SE POSSONO ESSERE SFRUTTATI: 500.000 VIVONO NELLE TENDOPOLI
La Piana di Gioia Tauro, in Calabria, è la protagonista del nostro
racconto di oggi, che intende offrire un focus sulla storica produzione agricola di piccoli centri calabresi come Rosarno, Taurianova, San Ferdinando, noti alle cronache nazionali dell’ultimo decennio anche per vicende di cronaca nera come quella del 7 Gennaio 2010 in cui si verificò la cosiddetta Rivolta di Rosarno, che scosse le coscienze di molti italiani. Questa vicenda ci darà l’opportunità di diventare dei consumatori più consapevoli e attenti. Innanzitutto un po’ di storia per inquadrare davvero a fondo il fenomeno.
Un po’ di storia
Gli agrumi hanno accompagnato la storia dell’uomo. La loro coltivazione, infatti, ebbe inizio in Asia orientale già intorno al 2400 a.C. Nel corso del tempo gli agrumi si diffusero dal luogo di origine ad altre regioni orientali e da qui seguirono il cammino della civiltà, unendo idealmente l’Oriente e l’Occidente. Gli arabi conobbero, presumibilmente, l’arancio amaro e il limone in India e da lì lo trasportarono prima nella penisola arabica e, parallelamente, alla loro espansione militare e culturale, nell’Africa settentrionale, in Spagna ed in Sicilia intorno al X secolo. Alcuni secoli dopo, quando iniziarono le grandi scoperte, furono i genovesi e i portoghesi che nel 1400 diffusero l’arancio dolce in Europa: Spagna, Liguria, Calabria e Sicilia. In Calabria l’agrume più tipico e simbolico è il bergamotto, in quanto essa produce il 90% dei bergamotti del mondo: non a caso viene chiamato l’oro verde della Calabria. Ma ovviamente la Calabria è anche la più grande produttrice italiana di mandarini e clementine. Nicola Parisi iniziò la coltivazione intensiva del bergamotto nel 1750, lungo la costa della provincia di Reggio Calabria, che rimane ancora oggi la maggiore produttrice del frutto. Nel 2001 il bergamotto calabrese ha ottenuto il marchio DOP (denominazione di origine protetta) dalla UE. La produzione di agrumi in Calabria e in tutto il Sud Italia è dunque un’attività economica ed agricola che è presente sin dal 1700. Tutto è andato bene fino agli anni 2005-2010 circa, quando sono successi dei fatti che hanno modificato in peggio – e che proseguono fino ad oggi – l’attività economica legata a queste produzioni.
La rivolta di Rosarno
Da più di 30 anni Rosarno non è più a Merichicchia (in dialetto significa la piccola America). Così un tempo era soprannominata questa cittadina calabrese, tanto era ricca. Ricchezza che ne ha fatto luogo di immigrazione, prima di italiani che si trasferirono in Calabria perché là c’era lavoro, anche dal ricco nord, poi dal Maghreb, dalla Polonia e, in tempi più recenti, dall’Africa Sub-Sahariana e dai paesi dell’Est Europa.
Rosarno è il centro più importante della Piana di Gioia Tauro, nel Sud della Calabria, un territorio da decenni dominato da agrumi e olive. Dai primi anni Novanta del 1900, nella raccolta sono impiegati in misura crescente lavoratori migranti. Le loro condizioni di vita e di lavoro sono difficili, con salari molto bassi o a cottimo. Le uniche “abitazioni” disponibili sono vecchie ex-fabbriche ai margini del paese o casolari abbandonati nelle campagne. E, spesso, questi lavoratori subiscono aggressioni violente e razziste. Nel pomeriggio del 7 gennaio 2010, due braccianti di origine africana al ritorno dai campi vengono feriti con colpi di arma da fuoco.
All’aggressione i migranti reagiscono uscendo dalle fabbriche abbandonate e scaricando la propria rabbia nelle strade, contro automobili e cassonetti. Segue una contro-reazione di una parte della popolazione locale: due giorni di pestaggi e “caccia al nero”. Intervengono forze dell’ordine ed esercito. Il bilancio è di decine di feriti, tra mille e duemila lavoratori vengono trasferiti o fuggono in altre città italiane. Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, attribuisce la causa degli scontri all’eccessiva tolleranza dell’immigrazione irregolare.
Quegli eventi drammatici, passati alla storia come la rivolta di Rosarno, hanno avuto degli effetti importanti.
In primo luogo, hanno fatto crescere in maniera decisiva la consapevolezza dell’opinione pubblica italiana ed europea in merito alle condizioni di lavoro nelle quali è prodotto il cibo che finisce nei supermercati e sulle tavole di tutto il continente; non solo a Rosarno, ma in molte aree di agricoltura intensiva in Italia – da Foggia a Salerno, da Campobello di Mazara a Saluzzo – e, allargando lo sguardo, in altri Paesi dell’Europa mediterranea.
In particolare, diventano oggetto di inchieste e dibattiti il caporalato e i “ghetti”, le baraccopoli informali nelle quali i braccianti, specie di origine africana, trovano un precario riparo nei loro spostamenti per inseguire la domanda di manodopera in agricoltura e in Europa.
“Mai più Rosarno” andarono a dire ministri e deputati italiani ed europei, ed è iniziata la stagione infinita delle tendopoli e dei campi container, realizzati con fiumi di denaro pubblico e subito dopo abbandonati a se stessi: veri e propri ghetti di stato!
In secondo luogo, la rivolta di Rosarno, assieme allo sciopero messo in atto ancora da braccianti africani in un altro centro rurale del Mezzogiorno, Nardò, nel Salento, solo un anno e mezzo dopo, nell’agosto 2011, ha spinto singoli e organizzazioni a impegnarsi in favore dei lavoratori agricoli migranti, talvolta insieme a essi. Associazioni, sindacati, ONG, organizzazioni religiose, gruppi del consumo critico: i progetti di intervento sociale, economico, sindacale, politico di questi ultimi anni non si contano. E questo è senz’altro un risvolto positivo.
In terzo luogo, quegli eventi – e l’impegno di individui e organizzazioni – hanno sollecitato le istituzioni locali e i governi nazionali a intervenire sulla questione.
Due leggi nazionali, (agosto 2011 e novembre 2016) introducono e modificano l’articolo 603 bis del Codice penale, ridefinendo le norme sul contrasto al caporalato e allo sfruttamento del lavoro. A partire da queste norme, sono un’ottantina le inchieste e i processi in corso in tutta Italia, non solo al Sud e non solo in agricoltura. Vengono firmati protocolli e istituiti tavoli, da ultimo il Tavolo nazionale anticaporalato presso il ministero del Lavoro, attivo da gennaio 2019. Le regioni sono intervenute soprattutto per sgomberare ghetti e allestire tendopoli e altre tipologie di centri di “accoglienza” per braccianti, dalla Piana di Gioia Tauro al foggiano, dalla Basilicata al Piemonte.
Eppure, per molti aspetti le condizioni di vita e di lavoro dei braccianti migranti sono rimaste immutate. Nel settembre 2019 è stato diffuso un report delle Nazioni Unite – frutto della visita in Italia degli ispettori ONU sulle forme contemporanee di schiavitù – che rileva che “i diritti dei lavoratori sono spesso violati ed essi possono essere esposti a severo sfruttamento o schiavitù” e chiede allo Stato italiano di fare attenzione alla “continue sfide nell’assicurare condizioni di vita e di lavoro decenti ai lavoratori migranti nel settore”.
La situazione oggi in Calabria: risorse senza controllo
Secondo un rapporto recente del Ministero del Lavoro sarebbero 500 mila i braccianti agricoli stranieri presenti nel nostro Paese, quelli che girano l’Italia per raccogliere pomodori, olive e arance. E vivono in condizioni poco dignitose dentro delle baraccopoli. Per tale motivo è stato previsto dal PNRR uno stanziamento di 200 milioni di euro al fine di risanare una situazione così deleteria. Il Ministero del Lavoro è incaricato di censire i ghetti dove vivono tutti questi braccianti e il numero esatto di essi. In base a questi censimenti verranno poi dati i contributi europei.
Su 200 milioni ben 114 sono finiti in Puglia e dalle inchieste giornalistiche della trasmissione Report del 2023 è emerso che difficilmente le amministrazioni e i comuni locali riusciranno a realizzare i progetti richiesti dal PNRR per poter ricevere i fondi. I rimanenti 89 milioni di euro sono stati attribuiti alle altre regioni italiane ma qui la situazione appare ancora peggiore di quella della Puglia, con dichiarazioni palesemente false da parte di alcuni comuni, sprechi su sprechi e anche presentazione di progetti che erano stati già finanziati in passato.
In Calabria il comune che riceverà più soldi per il superamento degli insediamenti abusivi è quello di San Ferdinando (4 milioni e 729 mila euro) per 250 persone dichiarate che vivono nella tendopoli del paese. Si sono spostate qui dopo lo smantellamento della baraccopoli di Rosarno. Ma la tendopoli è comunque un vero e proprio ghetto, come denunciano tutti gli osservatori e organizzazioni umanitarie, con condizioni igieniche e di salute molto precarie. Le tende sono state apposte dal Ministero dell’Interno e sono il simbolo del ghetto di Stato.
Per superare questo insediamento abusivo sono stati stanziati già 15 milioni di euro dei fondi europei Supreme, gestiti dalla Regione Calabria per la costruzione di un eco-villaggio che a oggi è solo previsto nel comune limitrofo di Gioia Tauro.
Quindi, due finanziamenti diversi per il superamento della stessa tendopoli. In attesa della realizzazione di questo ecovillaggio, il comune di San Ferdinando ha deciso di richiedere ugualmente i fondi del PNRR realizzando delle condizioni migliori per gli abitanti della tendopoli, in particolare con l’allaccio alla rete elettrica di tutta la tendopoli, di modo che chi ci vive dentro possa almeno avere la possibilità di riscaldarsi, nonostante le condizioni di degrado. Inoltre il sindaco di San Ferdinando intende restaurare anche alcuni immobili abbandonati, per destinarli ai migranti più stabili che sono nel territorio già da alcuni anni. Quest’ultimo progetto di riparazione degli immobili prenderà come modello quello realizzato da una piccola cooperativa agricola locale che produce arance, SOS Rosarno, assieme alla Chiesa Valdese locale. Questi ultimi hanno costruito La Casa della Dignità, un immobile ricavato da un ex albergo abbandonato, con 6 appartamenti e 18 immigrati, i quali pagano 90 euro al mese di affitto per vivere in condizioni dignitose e integrarsi perfettamente nel territorio. In passato però altri fondi europei erano arrivati nella Piana di Gioia Tauro e sono stati clamorosamente sprecati o spesi per opere mai portate a realizzazione definitiva.
Gli esempi virtuosi da far conoscere
Il progetto La Casa della Dignità messo in opera da SOS Rosarno è molto significativo e ci offre spunti di riflessione interessanti: una piccola quota della vendita delle arance raccolta dalla cooperativa SOS Rosarno finanzia gli appartamenti della Casa della Dignità. Le arance le vendono a Gruppi di Acquisto Solidale (GAS) che comprano sapendo che sono raccolte da braccianti a cui sono riconosciuti sia i diritti dei lavoratori, sia che vivano in una situazione dignitosa. Tra l’altro gli agrumi costano la metà rispetto al supermercato.
Anche il comune di Taurianova in provincia di Reggio Calabria ha già ricevuto finanziamenti dai fondi europei Supreme per la creazione di insediamenti abitativi per i migranti e sta costruendo dei moduli abitativi per i braccianti stagionali. Inoltre, per i migranti che lo richiedono, il comune ha fatto degli accordi con i proprietari di abitazioni del centro storico da dare in affitto ai lavoratori, pagando in anticipo la metà del canone di affitto annuale. L’altra metà la pagheranno i lavoratori. Questi stranieri hanno finalmente la possibilità di integrarsi appieno nel centro abitativo, a contatto con gli abitanti locali, vivendo dignitosamente in una casa con tutti i servizi piuttosto che in una tendopoli con pessime condizioni igienico-sanitarie. Con i nuovi fondi europei del PNRR che arriveranno a breve, il sindaco di Taurianova ha previsto l’acquisto di vecchi immobili abbandonati da anni da abitanti del posto, la restaurazione e poi l’affitto partecipato con la stessa formula di pagamento della metà dei canoni annuali da parte del comune stesso.
Paradossalmente il comune della Calabria che prende meno fondi europei è proprio quello di Rosarno. Il PNRR gli ha assegnato 2 milioni e 145 mila euro. Rosarno è stato il simbolo dei ghetti e dei braccianti africani, che oggi vivono in containers e sono più di 200. E pensare che a Rosarno, dopo la rivolta del 2010, furono stanziati milioni di euro per il superamento del ghetto. Furono costruite con i Fondi P. I.S.U. delle palazzine destinati ai migranti, costate 3 milioni e 80 mila euro, ma le palazzine non le hanno mai assegnate e non sono mai state abitate fino ad ora.
Ora, l’idea degli amministratori locali è quella di utilizzare i nuovi fondi del PNRR per renderle finalmente agibili. Inoltre esiste a Rosarno anche un insediamento abitativo chiamato Villaggio della Solidarietà, mai assegnato ai migranti, che è stato prima vandalizzato e poi nuovamente ristrutturato. Questo villaggio sarà finalmente destinato ai migranti stagionali, che però dovranno essere in regola con il permesso di soggiorno e avere un contratto di lavoro. Questo significa che serve un’azione di contrasto delle istituzioni al Caporalato e al lavoro nero, altrimenti tutto continuerà a essere solo un progetto sulla carta e uno spreco di risorse nella pratica.
In Calabria, in sintesi, negli ultimi 13 anni sono piovuti decine e decine di milioni di euro per risolvere l’emergenza abitativa dei migranti ma non hanno risolto nulla, solo sprechi.
Ora arriveranno altre decine di milioni dai fondi del PNRR. Il comune che ha usufruito del più importante finanziamento è quello di San Ferdinando che ha ottenuto 4 milioni e 729 mila euro. Questi soldi dovevano essere destinati per dare una sistemazione stabile ai migranti, invece verranno impiegati per portare la corrente ad una tendopoli, che è diventata di fatto un nuovo ghetto formato da coloro che erano scappati dalla baraccopoli di Rosarno, il vecchio ghetto di Stato di cui abbiamo parlato. Ma non sono mancati esempi virtuosi, come abbiamo documentato, e tante iniziative di vera solidarietà e accoglienza da parte di gruppi, cooperative e associazioni locali. Se non altro però, da oggi, quando acquistiamo arance e clementine di Calabria, tutti noi sapremo dare un valore più grande a questi preziosi frutti che sono il simbolo di una lotta di emancipazione, diritti e dignità sociale che va avanti tra l’Africa e l’Italia sin dai primi anni 90 del secolo scorso.
(da lindipendente.online)
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Gennaio 17th, 2024 Riccardo Fucile
GLI ASSISTITI PASSANO DA 843.000 A CIRCA 400.000
Dopo settimane di cifre a caso, arriva la conferma della ministra del Lavoro Marina Calderone: a gennaio si dimezzerà il numero di famiglie povere aiutate dallo Stato. Lo ha detto proprio ieri in un’intervista alla Stampa: “Entro il 26 gennaio pagheremo l’Assegno di inclusione a circa 450mila famiglie”. Dato che, a novembre, i nuclei con Reddito di cittadinanza erano 823mila, nel passaggio all’Adi – misura approvata dal governo Meloni – la nuova platea di beneficiari di sostegno pubblico si ridurrà, in un solo mese, a poco più di metà.
Non è tutto, perché la stima di Calderone è persino ottimistica: 450mila, infatti, erano le domande arrivate al 7 gennaio, manon è detto che queste siano tutte accolte. La tabella di marcia delle richieste ha nettamente rallentato; l’ultimo aggiornamento parla di 520mila, significa che stiamo viaggiando a ritmo di poche migliaia al giorno e a questo punto è lecito chiedersi se e quando sarà raggiunto il target di 737mila domande, ovvero la platea totale indicata da Calderone.
Nel frattempo, la ministra ha fornito per la prima volta qualche numero sul Supporto lavoro e formazione (Sfl), cioè il sostegno riservato agli occupabili (non solo ex percettori Rdc). Finora l’indennità da 350 euro per i corsi di formazione è stata presa da sole 23mila persone, malgrado le ben 160mila domande e una platea potenziale di 250mila individui. Pare che in 11mila abbiano trovato lavoro, ma anche questo è un dato fornito con la consueta approssimazione. Non è specificato se il lavoro è stato trovato grazie alla piattaforma Siisl – circostanza improbabile – o se i beneficiari si sono mossi da soli.
Zero dettagli, poi, sulla natura di questi contratti: sono stabili o precari? A tempo pieno o part time? In ogni caso, non è strano che 11mila abbiano trovato lavoro, perché questa platea anche con il Reddito di cittadinanza risultava spesso occupata, ma con rapporti deboli e tali da consentire di mantenere i requisiti per il sussidio. Al 31 dicembre 2022, per esempio, 157mila beneficiari del Reddito di cittadinanza avevano un’occupazione.
Calderone, intanto, oltre a diffondere a suon di interviste numeri che dovrebbero invece comunicare ufficialmente l’Inps e il ministero del Lavoro, sta in questi giorni riorganizzando il ministero. Il suo fedelissimo Massimo Temussi è appena stato nominato direttore delle politiche attive. A marzo, Temussi era stato nominato presidente Anpal servizi. La notizia del passaggio al ministero, dice il sindacato Clap, non era stata comunicata ai dipendenti Anpal servizi, che l’hanno appresa “con sconcerto su Linkedin”. Quindi ora Temussi passa da vigilato a vigilante, perché il ministero svolge funzioni di controllo sulla società in house. Il nome per la successione all’Anpal servizi è Paola Nicastro, direttrice Arpal Umbria e già direttore generale Anpal.
La breve esperienza di Temussi non sembra destinata a lasciare il segno: “In questi ultimi mesi – prosegue Clap nella nota – abbiamo solamente assistito a una accelerazione relativa al riposizionamento organizzativo del top management, pur avendo il presidente promesso di rilanciare l’azione strategica dell’agenzia, e di dare seguito agli impegni presi con le Organizzazioni Sindacali sulle materie negoziali. Ci troviamo di fronte a una comunità professionale disorientata dai continui cambi al vertice”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Gennaio 17th, 2024 Riccardo Fucile
QUATTRO MESI IN CUI ROMA SI IMPEGNA AD AGGIORNARE LA MAPPATURA DELLE SPIAGGE (GIÀ INVIATA A BRUXELLES) IN DEROGA ALL’ADEGUAMENTO ALLA DIRETTIVA BOLKENSTEIN. E NEL FRATTEMPO CHE SUCCEDE? SI PROCEDE CON LA SOLITA PROROGA. ALLA FACCIA DELLA CONCORRENZA
La Commissione europea ha ricevuto la lettera dell’Italia con la
risposta del governo ai rilievi Ue sul dossier balneari e “ora la analizzerà”. Lo riferisce una portavoce dell’esecutivo Ue. Nella missiva, Roma risponde al parere motivato con cui a novembre Bruxelles aveva sancito un passo avanti nella procedura di infrazione per il mancato adeguamento dell’Italia alla direttiva Bolkestein sulle concessioni balneari.
Il riferimento è tecnico, nascosto tra le 17 pagine del documento inviato a Bruxelles. Ma l’obiettivo politico è chiaro: prendere tempo sulla messa a gara delle concessioni balneari. Quattro mesi, per scavallare le elezioni europee e preservare così il consenso dei titolari degli stabilimenti nei confronti del centrodestra. E quindi – è la linea del governo italiano – andare avanti con le proroghe, anche fino alla fine del 2025.
Eppure la lettera che risponde al parere motivato della Commissione europea, il secondo passaggio della procedura d’infrazione che pende sull’Italia per le mancate gare, auspica in più passaggi una collaborazione con l’Europa per arrivare a una soluzione condivisa. Ma solo dopo alcuni passaggi che allungano ulteriormente i tempi, rallentando quindi un iter che l’Ue, più volte, ha raccomandato di accelerare, per attuare la direttiva Bolkestein, impegno disatteso dall’Italia.
Ecco perché si prevede “entro un termine di quattro mesi dalla data di invio della presente nota di concludere un primo confronto con la Conferenza unificata in merito alla determinazione della scarsità delle risorse e ai relativi indirizzi di riordino del settore”.
Eccola la richiesta di tempi supplementari: quattro mesi, fino al 17 maggio quindi, per aggiornare la mappatura delle spiagge, già inviata a Bruxelles, e determinare la scarsità o meno del bene, l’elemento che divide il governo italiano dall’Ue: per Roma questa scarsità non c’è e quindi niente Bolkestein.
Ma cosa succede nel frattempo? E qui arriva la seconda richiesta del governo. “In un contesto tuttora in divenire – si legge in un altro passaggio del documento – si ritiene pertanto che sussistano i presupposti per l’esercizio da parte degli enti concedenti della valutazione discrezionale connessa alla cosiddetta proroga tecnica”.
Si dice, in sintesi: i dati sulle spiagge libere e occupate vanno integrati, includendo nella mappatura anche i laghi e i fiumi, per arrivare a determinare i criteri sulla definizione della scarsità della risorsa. Ma intanto avanti con le proroghe. Che – ecco il riferimento tecnico – si agganciano alla legge annuale sulla concorrenza del 2021. In particolare all’articolo 3, lì dove si dice che si può andare anche oltre il termine del 31 dicembre 2024, scadenza che già blinda le proroghe fino alla fine di quest’anno.
(da agenzie)
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