Marzo 12th, 2024 Riccardo Fucile
LA PREOCCUPAZIONE PER IL CALO DELLA LEGA
E arrivò il tempo della vittoria sobria. Giorgia Meloni è
palesemente felice per l’Abruzzo ma limita l’esultanza al minimo sindacale di un video brevissimo, meno di un minuto, centrato sull’elogio degli alleati e dell’alleanza. «
Il mio ringraziamento a tutto il centrodestra che è stato premiato per il buongoverno di questi anni. Perché non conta quanto un campo sia largo, conta quanto un campo sia coeso e abbia un’idea chiara per i cittadini». Tutto qui.
Non è il momento di fare gli smargiassi con la Lega ridotta al lumicino e un risultato appeso alla diserzione dalle urne degli elettori grillini: quarantamila voti persi dal campo largo che hanno in gran parte deciso il risultato.
Se la sconfitta sarda è stata liquidata come un incidente di percorso, la vittoria abruzzese per paradosso determina ragionamenti più complessi e forse anche la scelta di una diversa postura in vista delle Europee.
Domande si accavallano: conviene o non conviene l’agonia della Lega, meglio un Salvini debole che appassisce pian piano o il salto nel buio di un’altra “notte delle scope” con cambio di leadership? Non si è ancora deciso. Nel frattempo ogni singola dichiarazione del day after tende a consolare, a smussare, a sopire lo choc leghista valorizzando il risultato della coalizione. «La fiducia nel centrodestra è salda», «Come sempre uniti si vince», «Noi un’alleanza vera, loro un cartello elettorale». Magro conforto per un Carroccio dove i grandi leader del Nord evitano addirittura di commentare il risultato di lista (Luca Zaia: «Evito di parlare di montagne russe». Massimiliano Fedriga: «Auguri e buon lavoro al presidente Marsilio»).
E tuttavia è evidente che il disastroso 7,6 del Capitano suggerisce nuovi scenari. Fino a ieri il timore della concorrenza a destra su immigrati, sovranismo, Donald Trump, relazioni con l’Europa, era un riconoscibile tic di Fratelli d’Italia.
Ha determinato una serie di scelte poco allineate con l’idea di un partito conservatore (non ultima l’alleanza con l’ultras francese Eric Zemmour) oltre che tonalità polemiche sferzanti, sempre in gara con gli eccessi del Capitano, sempre spaventati da una sua remuntada. Ma adesso? Il cattivismo salviniano sembra davvero in declino, anche elettoralmente non rende più: la svolta moderata che gli equilibri europei suggeriscono si fa più praticabile e meno rischiosa.
Il secondo interrogativo riguarda la famosa questione della luna di miele. Continua o no? Nelle dichiarazioni ufficiali è un coro: nessun cambio di vento, la fascinazione c’è ancora. Ma la grande paura della vigilia dimostra che questa è la sicurezza del dopo.
Nel “prima” si temeva davvero un testa a testa o addirittura un sorpasso, tanto che la premier è dovuta intervenire per rettificare decisioni sbagliate (la cancellazione della Roma-Pescara), per scuotere dall’apatia i suoi ministri, per spingerli a scovare tesoretti destinati a ogni provincia in difficoltà. Insomma, per incalzare ufficiali e luogotenenti piuttosto distratti.
Quella corsa finale contro il tempo ha reso chiaro anche ai più superficiali che lo stato nascente del melonismo, per usare le categorie socio-politiche di Francesco Alberoni, deve essere alimentato per trasformarsi in un rapporto duraturo e stabile. Dall’innamoramento all’amore il salto non è scontato. Ha bisogno di sostegni e classi dirigenti solide.
Ecco, la vittoria sobria di Meloni – senza vae victis, faccette, battute urticanti contro gli avversari – è probabilmente segno di ragionamenti che si aggiornano e suggeriscono un diverso tipo di aplomb. La serie delle Regionali 2024 è ancora lunga, ma solo la Basilicata andrà al voto prima delle Europee e ormai è quello l’obbiettivo su cui ogni scelta politica va tarata.
Il ruolo di partito di maggioranza relativa di FdI non è in discussione, ma i traguardi di cui si favoleggiava fino a qualche mese fa – superare il risultato delle Politiche 2022, ripetere gli exploit del primo Matteo Renzi o del primo Salvini ben oltre quota 30 per cento, sembra complicato.
I test locali, Abruzzo compreso, confermano una solida tenuta della coalizione di governo, dove i voti si travasano da un partner all’altro e non scappano mai altrove. E però finora non si è vista la capacità attrattiva verso l’elettorato “esterno”, quelli che non hanno mai votato a destra o hanno smesso di farlo.
Né i conti pubblici permettono operazioni-choc come furono a suo tempo gli 80 euro in busta paga e Quota Cento, misure acchiappa-voti messe in campo proprio nella prospettiva delle Europee.
Mai come adesso Giorgia Meloni può contare solo su se stessa e sulla sua capacità di interpretare una guida rassicurante e di lunga durata. Mai come ora la sua sfida si riflette nello specchio dell’avversaria che si è scelta, Elly Schlein, ragazza pragmatica e poco incline agli effetti speciali che in queste Regionali ha trovato la conferma di una linea e di una leadership.
Magari la vittoria sobria sarà solo una parentesi, ma sarebbe bello uscire dall’età del narcisismo dei troppi leader-pavoni che abbiamo visto alla ribalta per entrare in un’era dove si gareggia in affidabilità, idee, visioni del Paese.
Non succederà, però sperare non è vietato.
(da La Stampa)
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Marzo 12th, 2024 Riccardo Fucile
MARSILIO HA ATTRATTO IL 10% DEI VOTI GRILLINI E IL 15% DEGLI ELETTORI DI RENZI E CALENDA
317 mila voti, circa 18 mila voti in più rispetto alle elezioni politiche del 2022. Mentre gli avversari si fermano a quota 263 mila. In calo rispetto ai 290 mila di due anni fa, quando però correvano separati. Per il centrodestra la vittoria in Abruzzo non significa soltanto un sospiro di sollievo rispetto alla Sardegna. Ma c’è la capacità di attrarre i voti in fuga dal Movimento 5 Stelle e dal Terzo Polo. Ovvero Azione, Italia Viva e +Europa.
I flussi di voti§Oggi il Corriere della Sera pubblica un’analisi dei flussi di voti in entrata e in uscita dalle due coalizioni. Avvertendo che domenica ha influito anche il calo dell’affluenza, ovvero proprio quello su cui contavano il centrosinistra e il suo candidato Luciano D’Amico.
«Il centrosinistra ha perso pezzi», spiega Salvatore Vassallo dell’Istituto Cattaneo al quotidiano. Non solo per il tradizionale calo del M5s alle elezioni regionali. Anche e soprattutto per altre componenti del centrosinistra che hanno guardato a destra.
Forse proprio a causa del candidato unitario e del Campo Larghissimo. «Gli indiziati principali sono Azione e Italia Viva», avverte l’esperto. E lo confermano anche i dati degli exit poll di Antonio Noto in onda su Rete8: Marsilio non solo è riuscito a tenere in buona parte gli elettori del 2022. Ha attirato anche il 10% di chi due anni fa aveva votato i grillini.
M5s e Terzo Polo
E il 15% degli ex elettori di Azione, Italia Viva e +Europa. Il bottino è stimato intorno ai 20 mila voti. Che in una vittoria arrivata per 55 mila non possono non essere pesati. Fratelli d’Italia poi si conferma il partito più votato in regione: 140 mila preferenze, 100 mila in più rispetto al 2019 (ma era un’altra epoca: quella dell’ascesa di Salvini), con 33 mila voti in meno che alle politiche ma a causa della concorrenza della lista di Marsilio. E quasi il doppio dei voti della Lega. Infine, il dato geografico che emerge dalle mappe di Youtrend: Marsilio ha vinto a L’Aquila e a Chieti, mentre D’Amico ha portato a casa più voti a Pescara e Teramo. La sorpresa è che a ribaltare il risultato è stata la provincia: D’Amico infatti ha vinto di un soffio la corsa delle preferenze in città. Un dato che conferma che la forza del centrodestra risiede soprattutto nei piccoli centri.
(da agenzie)
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Marzo 12th, 2024 Riccardo Fucile
ELLY TRASCINA LA COALIZIONE: “NOI LOTTIAMO PER RESTIUTUIRE DIRITTI E PER LE GIOVANI GENERAZIONI, MELONI E SOCI PER FAVORIRE LOBBY E CLIENTELE”
«Io non mi arrendo. L’alleanza tra le forze di opposizione è un
percorso avviato. Sono sicura che ce la faremo». Il giorno dopo la sconfitta in Abruzzo la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein dice che quella del Campo Larghissimo rimane la scelta giusta. «Se restiamo uniti ce la giochiamo», dice in un’intervista a La Repubblica. Nella quale aggiunge che «c’è una bella notizia oggi. In Europa è stato raggiunto l’accordo sui diritti dei lavoratori delle piattaforme. Si tratta di una battaglia della nostra famiglia socialista e di Nicholas Schmidt, il commissario al lavoro che è anche il nostro candidato alla guida della Commissione Ue».
La vittoria a Bruxelles
Schlein dice che «con questa direttiva si anno finalmente diritti a 30 milioni di persone che nei nostri Paesi non ne avevano alcuno. Con l’introduzione della presunzione di subordinazione si evitano i “falsi autonomi” e si garantiscono tutele — su malattia, ferie, maternità, assicurazione obbligatoria — alle tante e ai tanti che finora hanno pagato sulla loro pelle questa intollerabile forma di sfruttamento. Un gigantesco passo in avanti. Che si accompagna a quello, altrettanto sostanziale, sulla trasparenza e la supervisione umana degli algoritmi. Non sarà più possibile licenziare via whatsapp. Davvero due bellissime vittorie».
Ma non sfugge alla domanda sull’Abruzzo: E parla di «una coalizione che si confronta e si unisce attorno a un progetto comune e a candidature credibili, diventando competitiva ovunque. Insieme abbiamo fatto diverse battaglie e altre sono in cantiere: sul salario minimo rilanceremo con una legge di iniziativa popolare lo stesso testo che la maggioranza ha bocciato in Parlamento; sul congedo paritario per aumentare l’occupazione femminile; sull’abolizione degli stage gratuiti. Noi lottiamo per restituire diritti e per le giovani generazioni, Meloni e soci per favorire lobby e clientele».
La candidatura
Sfugge però alla risposta sulla candidatura alle elezioni europee: «Non abbiamo ancora novità». Fa i complimenti di rito a Marco Marsilio ma fa anche notare che «fino a qualche mese fa nessuno poteva immaginare che quella regione, dove peraltro Meloni si è candidata, fosse contendibile: il governatore uscente era dato 20 punti avanti e noi, mettendo insieme le nostre forze su un progetto per il territorio e un profilo autorevole come Luciano D’Amico, abbiamo più che dimezzato lo scarto. Certo non basta, ma la strada è tracciata. Dimostra che ci siamo giocati la partita, divisi non sarebbe accaduto. Il dibattito per una volta è che il centrosinistra ha perso perché ha preso meno voti, non perché si è spaccato. Ci indica la direzione, spronandoci a insistere».
Conte, Calenda e Renzi
La leader Dem dice di aver sentito Giuseppe Conte e non si preoccupa del saliscendi di preferenze del Movimento 5 Stelle: «Credo che allearsi sia una necessità perché nessuno di noi è autosufficiente. Noi continueremo a seminare sapendo che è un lavoro di costruzione paziente». E a Calenda, che dice che il Campo Largo non esiste, risponde che le etichette non le sono mai piaciute: «Abbiamo vinto in Sardegna, purtroppo perso in Abruzzo, ma non demordiamo. La strada è quella giusta». E su Renzi e Bonino fa sapere che il Pd si rivolge «a tutte le forze che si oppongono al governo Meloni. È un fatto matematico prima ancora che politico». Mentre il rischio di vincere ma poi di non riuscire a governare lo considera minimo: «L’importante è la coerenza del messaggio. Il seme sul quale far germogliare la coalizione di centrosinistra».
Basilicata e Piemonte
Infine, le prossime tappe. Ovvero le elezioni in Basilicata e Piemonte. Dove governa il centrodestra ed è necessario scegliere un candidato comune: «Io penso che ogni tornata abbia una sua specificità, che varia anche a seconda della scala. Ha ragione Prodi: servono tanti contadini per arare il campo, dobbiamo puntare a una coalizione ampia e soprattutto coerente, in grado di fissare priorità comuni sui temi. Si può fare in altri territori e su altre scale. Ribadisco: uniti ce la giochiamo, divisi no».
(da agenzie)
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Marzo 12th, 2024 Riccardo Fucile
IL FANTASMA DEL PAPEETE, LA GUERRA DI LOGORAMENTO DEI BOSSIANI E I GOVERNATORI PRONTI A FARE DA SOLI
Nel centrodestra che vince in Abruzzo c’è uno sconfitto: Matteo Salvini. Non tanto per i quasi venti punti percentuali persi dalla Lega nel confronto con il 2019. Perché le condizioni di partenza erano troppo diverse: all’epoca il Carroccio sfruttava le difficoltà del Movimento 5 Stelle nel governo Conte I e il Capitano sembrava destinato ad arrivare a Palazzo Chigi. Poi il Papeete ha rovinato tutto. Ma soprattutto per le prospettive future. Perché anche il 34,3% raggiunto alle elezioni europee è destinato a fare la stessa fine. E intanto intorno a lui si addensano nubi. Quelle dei governatori delle regioni a Nord-Est, che sono ancora arrabbiati per il flop leghista sul terzo mandato. E ipotizzano di correre da soli. E quelle dell’opposizione interna. Che alza di nuovo la testa e chiede un passo di lato al segretario.
L’analisi della sconfitta
Dalle urne in Abruzzo la Lega esce con il 7,6% e 120 mila voti in meno. In Sardegna era andata peggio dal punto di vista delle percentuali, con quel 3,7% che però era spiegabile con la mancata candidatura di Solinas e le frizioni con il Partito Sardo d’Azione. E il voto disgiunto a favore di Todde era lì a dimostrarlo.
Ma la Lega arretra anche rispetto alle elezioni politiche del 2022, quando nella regione era all’8,1%. Ma nel voto in Abruzzo c’è anche un altro dato che innervosisce il Carroccio: il sorpasso di Forza Italia. Nei progetti di Salvini c’era anche quello di prendersi i voti azzurri dopo la scomparsa di Silvio Berlusconi. E invece per adesso è Antonio Tajani che pesca nel carniere del centrodestra ed esulta per aver superato il 10%. Tanto che c’è chi ipotizza un Salvini pronto a far saltare il banco del governo dopo il voto delle Europee.
Il fantasma del Papeete
Ma si tratta di un’ipotesi che non tiene conto del fatto che così il Capitano farebbe lo stesso errore fatto con Conte. E che all’epoca invece di finire a Palazzo Chigi andò all’opposizione con tutto il partito. Il fantasma di un nuovo Papeete sembra quindi esorcizzato. Piuttosto, spiega oggi Repubblica, sono i bossiani che tornano a picconare il leader. Paolo Grimoldi, un tempo vicino a Umberto Bossi, ha chiesto a Salvini «un passo di lato». E di togliere il suo nome dal simbolo della Lega alle elezioni europee «per evitare un’altra sconfitta».
Una prospettiva che farebbe malissimo al Capitano, che aveva attribuito – non a torto – la rivitalizzazione della Lega proprio alla presenza del suo cognome nel simbolo. Ma il pericolo maggiore per Salvini viene dai governatori.
Zaia e Fedriga
Nei giorni scorsi c’è chi ha ipotizzato una reggenza duale nel Carroccio: dentro, per gestire i rapporti con i territori, il presidente del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga. Un’ipotesi smentita dal diretto interessato. Mentre quel Luca Zaia che molti vorrebbero al posto di Salvini ha detto che non vuole commentare le altalene di voti: un chiaro riferimento ai risultati alti prima e bassi poi del suo leader.
Intanto il quotidiano racconta che nel Veneto roccaforte i leghisti cominciano a pensare a correre da soli. Ovvero a rompere il centrodestra e ad affidarsi a quelle liste civiche che proprio con il governatore veneto hanno cominciato a sbocciare. La cartina di tornasole saranno i comuni. Dove si annunciano accordi separati con Forza Italia dove i candidati sono ritenuti forti.
Triste, solitario y final
In mezzo tra tutte queste forze centrifughe c’è Salvini. Che non vuole fungere da capro espiatorio di un partito da sempre diviso tra aspirazioni di potere romane e rappresentazione politica di un territorio che invece vuole sempre più indipendenza. L’idea di candidare Roberto Vannacci al Sud doveva servire a tamponare l’emorragia di voti dopo la sbornia del 2019. Ma già oggi sembra essere diventata difficoltosa, tra critiche dei leghisti della prima ora e inchieste giudiziarie sul generale. Intanto Salvini pensa di far partire la campagna delle europee non da una città del settentrione ma da Roma. Anche questo sarebbe un modo per rischiare tutto e aggrapparsi a un risultato che alla fine potrebbe essere negativo. E lasciare il Capitano triste, solitario y final.
(da Open)
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Marzo 12th, 2024 Riccardo Fucile
CONTE HA BISOGNO DI UN BAGNO DI UMILTA’: COME LEADER DEVE FIDELIZZARE IL PROPRIO ELETTORATO
In casa Pd si fa fatica a mascherare la delusione per la
performance dei Cinque Stelle. Nella mattina del day after, l’analisi del voto la organizza Francesco Boccia al Senato. “Abbiamo perso a L’Aquila città”, dicono i maggiorenti dem, tabelle alla mano.
Per inciso, nel capoluogo abruzzese il Pd è finito primo partito. Chi è letteralmente franato è il Movimento Cinque stelle. Così anche Boccia, uno dei più convinti sostenitori dell’alleanza con i pentastellati, deve ammettere la delusione. “Se avessero tenuto, avremmo vinto le elezioni”.
Ma il senno di poi, serve a poco. Soprattutto in politica. I giallorossi si struggono pensando al futuro. Nel Pd, in particolare, si riflette sul fatto che i Cinque Stelle vanno bene quando hanno un candidato loro – anche se in Sardegna il miracolo l’ha fatto soprattutto Todde – vanno male, invece, quando devono portare acqua alla coalizione. Con performance, come quella abruzzese, che stridono con gli atteggiamenti della vigilia.
“Per mesi Conte ha fatto come quello che diceva ‘tenetemi che glie meno’. Poi nelle urne, i voti sono poca roba”. Lo ha ammesso anche il coordinatore locale del partito, Gianluca Castaldi, rassegnando le dimissioni. Conte invece, non è andato oltre l’amara constatazione di un “risultato modesto” del suo partito.
Gli fanno buon gioco le divisioni interne ai Democratici. Se i riformisti dem come Alfieri sono decisi a fargliela pagare, politicamente s’intende, Schlein non ha intenzione di affondare, votata ad essere come dice lei “testardamente unitaria”. Anche la leader dem si aspetta però quanto meno un bagno di umiltà. “I M5s devono finalmente decidere se lavorano per la coalizione, o per coltivare il loro orticello”.
Ma sono speranze mal riposte. Perché Giuseppe Conte non fa mea culpa. Chi si aspettasse un barlume di pentimento dal leader pentastellato rimarrebbe deluso. Alessandro Alfieri gli chiede di riconoscere dall’alto della differenza tra il 20 per cento del Pd e il suo 7 per cento, che i Democratici sono il partito guida, e quindi spetta a loro esprimere il candidato premier. Ma il leader M5s tira dritto. Gli alleati chiedono di mettere tra parentesi l’effetto Todde, “la cui vittoria è stata caratterizzata da troppe variabili esterne”, lui ricomincia proprio da lì. Dal campo giusto, come lo chiama. Non dal campo largo.
Il mezzo flop del M5s in Abruzzo per Conte dipende dall’ancora parziale “radicamento nei territori”. Va inserito, cioè, nel contesto della bassa resa del partito nelle competizioni locali.
E’ la tara originaria, il baco con cui nacque il partito di Beppe Grillo, un partito forte nel brand nazionale, ma debole nelle classi dirigenti locali. A ben guardare sono quindici anni che le cose vanno così. Ed era lecito attendersi un’inversione di tendenza, almeno nella regione in cui, cinque anni fa, il M5s prendeva il 20 per cento.
Ma quella era un’altra epoca, spiegano a via di Campo Marzio, dove l’ex premier ha riunito i collaboratori. A tutti ha dato la consegna del silenzio. Nella sostanza Conte resta convinto che la linea politica seguita fin qui sia giusta. La soluzione ai problemi del centrosinistra non può essere, cioè, di tipo “politicista”. Bisogna evitare di ricominciare dal campo largo, dall’affiancamento di sigle differenti. Se poi il campo lo fai diventare larghissimo – con l’allargamento ai centristi di Azione e Italia Viva fino a Rifondazione Comunista – si rischia di inquinare il progetto.
“Dobbiamo lavorare sulla scia della vittoria ottenuta in Sardegna, che ci ha portato qualche giorno fa ad eleggere la prima Presidente di Regione M5S della storia, Alessandra Todde. Quello è il segnale da cui ripartire”, ribadisce Conte. Ma la differenza tra il campo largo e il campo giusto, rilevano nel Pd, è che il campo è giusto se il candidato è di Conte.
Tant’è che neppure sulla questione della leadership, il M5s accetta di fare un passo indietro. Al più concede che è “prematuro parlarne ora, ed è anche fuori focus”. La qual cosa non significa che Conte sia disposto a rinunciare. Se ne riparlerà a tempo debito. Dopo le europee. Si ricomincia dall’inizio. E prova ne è la Basilicata. Nelle chat del Pd riprende fiato il partito di Angelo Chiorazzo, inviso ai grillini. “E’ la prova che sui territori possiamo fare a meno dei Cinque Stelle”, scrivono i parlamentari vicini a Roberto Speranza. Ma la segretaria percorre ancora il sentiero dell’unità. Sulla partita lucana ha sentito Conte, ed è pronta a chiedere a Chiorazzo un passo indietro su un nome condiviso. Così punta ad ottenere il placet dei Cinque Stelle. Sperando che l’effetto Sardegna cancelli quello abruzzese.
(da Huffingtonpost)
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Marzo 12th, 2024 Riccardo Fucile
“OCCORRONO ALTRE AGGREGAZIONI, LA STRADA E’ QUELLA GIUSTA”
“Per coltivare un campo largo ci vogliono tanti contadini. Per ora sono aumentati, almeno i nostri, ma non sono ancora abbastanza”. Ricorrendo alla metafora del campo da coltivare, Romano Prodi a Bologna commenta l’esito del voto in Abruzzo con la sconfitta del centro sinistra a cui non è riuscito il bis della Sardegna.
E sprona il Pd della Schlein a perseguire la strada intrapresa del campo largo che per l’ex premier “va coltivato ancora ed è importantissimo che cresca come sta crescendo”. Così il professore sorride comunque, all’indomani della sconfitta del candidato di centrosinistra Luciano D’Amico in Abruzzo, ospite a convegno con il sindaco Matteo Lepore e il presidente della Regione Stefano Bonaccini
Per Prodi comunque la scelta fatta sull’Abruzzo è la strada giusta, tanto più ora che dietro l’angolo ora c’è la Basilicata, dove si vota ad aprile. “E’ una buona seminagione, poteva andare meglio. Ma penso che l’Abruzzo è l’Abruzzo”, osserva il professore, che poi restando nella metafora della semina da proseguire scherza: “Il terreno in questo caso era roccioso, montagnoso, difficile”
Di sicuro soddisfatto, Prodi, dei risultati del Pd, che cresce rispetto alle precedenti elezioni: “Per il Pd è andata piuttosto bene, ed è un cammino di progresso che esiste. Qualcuno pensava che potesse compiersi in un breve periodo di tempo… forse la pretesa era impossibile. Ma la direzione è buona. Il campo largo vuol dire tanti agricoltori”
(da La Repubblica)
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Marzo 12th, 2024 Riccardo Fucile
L’ONU HA SEGNALATO CHE, A CAUSA DEGLI SCARSI LIVELLI DI ACQUA, NEL CANALE TRANSITANO IL 36% IN MENO DI NAVI
Il commercio mondiale è sotto pressione, in particolare quello
via mare. La guerra scatenata dagli Houthi, con il loro continuo lancio di razzi e droni che dallo Yemen colpisce la navigazione tra il Golfo di Aden e il Mar Rosso (e quindi anche da e verso Suez), mette a rischio rotte fondamentali. Vie commerciali che non soltanto sono vitali per Israele, primo obiettivo della milizia filoiraniana, ma che uniscono anche i porti dell’Estremo Oriente con quelli dell’Europa, coinvolgendo poi il trasporto di petrolio.
Gli effetti sul consumo non sono stati ancora particolarmente duri, dicono gli analisti. Ma le compagnie di navigazione hanno già fatto vedere cosa significa dover modificare la rotta che passa per il Canale di Suez: circumnavigare l’Africa con un aumento dei tempi di percorrenza, dei costi del carburante e di quelli assicurativi.
Gli Houthi sanno bene che questa loro escalation va a minare un pilastro della globalizzazione, cioè il commercio marittimo. Ed è anche per questo che Stati Uniti ed Europa hanno deciso di intervenire per mettere in sicurezza quelle rotte, con due operazioni distinte ma fortemente connesse tra loro: Prosperity Guardian e Aspides.
Ma se lo stretto di Bab el-Mandeb è diventato un passaggio pericoloso grazie all’attività della milizia sciita dello Yemen legata all’Iran, c’è un altro “collo di bottiglia” che è da tempo sotto osservazione per un altro tipo di problema: il Canale di Panama
La via d’acqua artificiale che unisce Atlantico e Pacifico subisce da molti mesi gli effetti di una grave siccità, che dura ormai dall’estate del 2023. Un articolo del Wall Street Journal ha messo in evidenza il pericolo che queste due crisi, quella bellica degli Houthi e quella ambientale per Panama, si uniscano destabilizzando il commercio globale, che passa in larga parte per le rotte navali.
Le navi che salpano dal Golfo del Messico per andare negli scali asiatici, ricorda il Wsj, hanno due possibilità: la rotta verso ovest e quella verso est. «Il viaggio in direzione ovest, attraverso il canale e poi attraverso il Pacifico, dura circa 25 giorni, rispetto ai 40 in direzione est attraverso Suez» spiega il quotidiano. E ora queste due rotte sono entrambe a rischio.
Per Panama, come ha spiegato la compagnia Gibson, «un fattore primario che contribuisce a questi bassi livelli di acqua e alle condizioni di siccità» è il fenomeno climatico noto come El Niño, «che si prevede persista fino al secondo trimestre dell’anno in corso». L’allerta è stata lanciata anche dagli organismi internazionali.
A fine gennaio, la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo aveva segnalato che a causa degli scarsi livelli di acqua del canale (che si alimenta con delle chiuse che permettono il passaggio delle navi) si era determinata «una sconcertante riduzione del 36% dei transiti totali nell’ultimo mese rispetto a un anno fa».
(da agenzie)
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Marzo 11th, 2024 Riccardo Fucile
SCOPPIA LA POLEMICA, I DEM LOCALI: “GESTO DI PESSIMO GUSTO. IL NOSTRO MODO DI FARE POLITICA È DISTANTE ANNI LUCE DA QUESTA CONCEZIONE DELLO SCONTRO, DELLA VIOLENZA, DELLA PREVARICAZIONE”
Il simbolo del Partito Democratico crivellato da due fori, apparentemente due colpi di pistola. E’ l’immagine utilizzata nei giorni scorsi da Salvatore Giangrande, candidato sindaco di Cecina (Livorno) del centrodestra, in un post sul tema sicurezza pubblicato sulle sue pagine social, che sta creando polemica.
Di “gesto di pessimo gusto” parla la segretaria dell’Unione comunale del Pd di Cecina Elena Benedetti secondo la quale “il post di Giangrande qualifica chi lo ha pubblicato. Che su quell’immagine vi siano rappresentati dei colpi di pistola sparati contro il simbolo del Pd o ‘semplicemente’ gli autori si siano limitati a danneggiare il nostro contrassegno, poco importa. Il nostro modo di fare politica è distante anni luce da questa concezione dello scontro, della violenza, della prevaricazione.
E sono contenta del fatto che molti utenti si siano immediatamente resi conto della gravità di questo post e lo abbiano espresso chiaramente sulle stesse pagine social di Giangrande”.
Per Benedetti “in democrazia vince chi ottiene più croci sopra il simbolo del suo partito, non chi danneggia il simbolo dell’altro. Mi auguro che questa caduta di stile sia soltanto un incidente di percorso e non rappresenti invece la cifra stilistica della prossima campagna elettorale della destra cecinese. Per noi il rispetto dell’avversario politico è fondamentale e crediamo necessario un richiamo alla sobrietà dei toni, oltre al ripudio di ogni forma di violenza, anche verbale. Allo stesso tempo mi auguro che i vertici provinciali, regionali e nazionali dei partiti che sostengono la candidatura di Giangrande si dissocino da questo post”.
(da agenzie)
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Marzo 11th, 2024 Riccardo Fucile
IL SONDAGGISTA NOTO: “GLI EXIT POLL HANNO MOSTRATO UN’OSCILLAZIONE DEL RISULTATO PER D’AMICO IN BASE AL NUMERO DI VOTANTI”… PREGLIASCO.: “NEL 2019 CHI SCEGLIEVA IL MOVIMENTO ERA PER L’ALLEANZA GIALLOVERDE”
La scarsa affluenza – il 52,2%, la più bassa di sempre in
Abruzzo – ha penalizzato il centrosinistra. C’è un dato empirico a dimostrarlo. Lo racconta Antonio Noto, il sondaggista che ha analizzato per primo i dati dell’Abruzzo negli exit poll per la tv abruzzese Rete 8.
“Quando al mattino abbiamo raccolto i primi dati per gli exit poll, c’era un picco di affluenza del 2% in più. E nelle nostre elaborazioni risultava che Luciano D’Amico era a una incollatura da Marco Marsilio. Quindi una affluenza più elevata, determinava una crescita del centrosinistra”.
La controprova c’è in serata. L’affluenza scema. Il dato definitivo sarà di meno 0,9% rispetto alle regionali del 2019. Cala a quel punto il consenso a sinistra e si allarga la forbice a favore della destra.
Dice Noto: “Per quanto sia sempre difficile stimare il consenso ai partiti sulla base dell’affluenza, dalle nostre osservazioni si potrebbe dedurre che più abruzzesi sono andati a votare e più il consenso si indirizzava al centrosinistra. C’è forse da aggiungere che il voto emotivo si è esercitato nella mattinata. Avvicinandosi a chiusura urne nei nostri exit poll Marsilio guadagnava fino a 3 punti”.
Va detto che in Abruzzo è stata una sfida all’ultimo voto. Forza Italia ha organizzato i bus dei fuorisede da Napoli. È stata un’idea del forzista Fulvio Martusciello quello di fare partire un pullman dalla Campania che ha poi fatto soste da Pescasseroli a Roccaraso.
Però c’è un tema politico che incrocia quello sull’affluenza. Lo indica Lorenzo Pregliasco, fondatore di YouTrend: “Per il centrosinistra la sfida è portare a votare i loro elettori attorno allo stesso candidato, perché quegli elettori votano i partiti quando corrono separatamente”.
In sintesi, continua Pregliasco, si può dire che c’è stato un effetto mancata affluenza sui 5Stelle. “Una parte del Movimento che era andata a votare nel 2019 adesso si è astenuta. O forse ha votato a destra. Va detto che nel 2019 i 5Stelle erano quelli dell’alleanza giallo-verde”.
Altro tassello da aggiungere: affluenza in calo probabilmente anche per gli elettori di Azione e renziani (questi ultimi senza una propria lista). Sempre Pregliasco: “Alle politiche la campagna elettorale di quei partiti e dei grillini è stata una partita a smarcarsi dal Pd. Gli elettori li votarono in funzione anti dem, in una coalizione in cui ricomprendi tutti, quegli elettori li perdi”.
Più prudente l’analisi di Salvatore Vassallo, il direttore dell’Istituto Cattaneo: “In Abruzzo non si è osservato il fenomeno osservato in Sardegna di una crescita della partecipazione rispetto alle elezioni politiche del 2022. Ma va detto che in Sardegna la partecipazione alle politiche era stata particolarmente bassa. In entrambi i casi, Sardegna e Abruzzo, la partecipazione è rimasta in linea con il 2019”.
(da La Repubblica)
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