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L’ANNO SCORSO 733 MILIONI DI PERSONE NEL MONDO HANNO SOFFERTO LA FAME: UN ESSERE UMANO OGNI UNDICI

Luglio 27th, 2024 Riccardo Fucile

SECONDO L’ONU, LA POPOLAZIONE AFFLITTA DALLA FAME CONTINUA AD AUMENTARE IN AFRICA (20.4%), SI È STABILIZZATA IN ASIA (8.1%) MENTRE MOSTRA SEGNI DI MIGLIORAMENTO IN AMERICA LATINA (6,2%)

Nel 2023, circa 733 milioni di persone hanno sofferto la fame, il che equivale a una persona su undici in tutto il mondo e a una persona su cinque nella sola Africa, secondo l’ultimo rapporto dal titolo “Lo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo” (Sofi), pubblicato, oggi, da cinque agenzie specializzate delle Nazioni Unite. Per il terzo anno consecutivo, il numero delle persone che soffrono la fame non accenna a diminuire.
Il rapporto annuale, presentato quest’anno nell’ambito della riunione ministeriale della task force dell’Alleanza globale contro la fame e la povertà del G20 in Brasile, avverte che il mondo è in grave ritardo nel conseguimento dell’Obiettivo di sviluppo sostenibile (OSS) n. 2, Fame Zero, entro il 2030. Il rapporto mostra inoltre che il mondo è arretrato di 15 anni, precipitando a livelli di sottoalimentazione paragonabili a quelli del 2008-2009.
La geografia della popolazione afflitta dalla fame continua ad aumentare in Africa (20,4 percento), si è stabilizzata in Asia (8,1 percento)—benché la fame continui a rappresentare un problema enorme in questa area, dove vive più della metà degli affamati del mondo —e mostra segni di miglioramento in America latina (6,2 percento). Dal 2022 al 2023, il fenomeno della fame si è aggravato nell’Asia occidentale, nei Caraibi e nella maggior parte delle sotto-regioni africane.
Se queste tendenze continueranno, nel 2030 si prevedono circa 582 milioni di sottoalimentati cronici, la metà dei quali in Africa. A lanciare il monito, sono stati l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad), il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef), il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Pam) e l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).
Si tratta di una previsione molto simile ai livelli già registrati nel 2015, anno in cui sono stati adottati gli Obiettivi di sviluppo sostenibile, e che denota un’allarmante stagnazione dei progressi. Il rapporto delle agenzie Onu rivela che miliardi di persone non hanno accesso a un’alimentazione adeguata. Nel 2023, circa 2,33 miliardi di persone in tutto il mondo hanno dovuto fare i conti con un’insicurezza alimentare da moderata a grave, un dato che non ha mostrato sviluppi positivi di rilievo dopo il picco registrato nel 2020, durante la pandemia Covid-19.
Anche il mancato accesso a una dieta sana per ragioni economiche continua a essere un grave problema, che investe oltre un terzo della popolazione globale. Sulla scorta dei nuovi dati sui prezzi dei generi alimentari e dei miglioramenti metodologici introdotti, il rapporto rivela che, nel 2022, oltre 2,8 miliardi di persone non hanno potuto permettersi un’alimentazione sana.
Queste disuguaglianze sono particolarmente pronunciate nei paesi a basso reddito, dove il 71,5 percento della popolazione non ha accesso a una dieta sana, rispetto al 6,3 percento degli abitanti dei paesi ad alto reddito. Più nello specifico, la percentuale è scesa al di sotto dei livelli pre-pandemici in Asia e in America settentrionale ed Europa, mentre è salita enormemente in Africa.
(da agenzie)

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L’AQUILA, MOLESTIE A UNA GIOVANE ALLIEVA, INDAGATO UN CAPITANO DELLA FINANZA, E’ GIA’ STATO TRASFERITO

Luglio 27th, 2024 Riccardo Fucile

TRASFERITI ANCHE ALTRI TRE UFFICIALI DELLE FIAMME GIALLE CHE AVREBBERO COPERTO I FATTI

Su «Radio Scarpa», in gergo il passaparola non tracciabile capace di diffondersi in un attimo anche in una caserma, la notizia ha cominciato a circolare qualche settimana fa. Poi è finita anche in chat. E così in molti ne sono venuti a conoscenza all’interno della Scuola ispettori e sovrintendenti della Guardia di Finanza a L’Aquila.
C’è un’inchiesta per presunte molestie di natura sessuale a una giovane allieva ancora al primo anno da parte di un ufficiale, che come risulta dalla denuncia che lei ha presentato, l’avrebbe convocata più volte nel suo ufficio per incontri riservati. Il capitano delle Fiamme gialle è stato trasferito in un ufficio in un’altra città, mentre la Procura militare — e anche quella aquilana — indagano per fare luce sulla vicenda. Altri tre suoi colleghi, non indagati, sono già stati destinati a un altro incarico.
Una caserma storica
L’ufficiale risulta al momento soltanto iscritto sul registro degli indagati. Nei suoi confronti potranno essere presi provvedimenti più severi se dovesse arrivare una misura cautelare o il rinvio a giudizio. Sulle molestie all’allieva finanziera, che nei mesi scorsi ha iniziato a frequentare i corsi dell’anno accademico insieme con oltre 1.000 colleghi, c’è il massimo riserbo.
E anche imbarazzo per quello che sarebbe accaduto nel complesso abruzzese, fiore all’occhiello della Guardia di Finanza e anche uno dei simboli del capoluogo. Tanto che la settimana scorsa sulle tribune dello stadio Gran Sasso in occasione della Partita del Cuore fra la Nazionale cantanti e quella dei politici c’erano centinaia di allievi finanzieri in divisa.
I tre capitani trasferiti
Vista la gravità delle accuse contestate al capitano, il Comando generale non si è limitato a disporre il suo immediato trasferimento, ma ha notificato lo stesso provvedimento ad altri tre ufficiali. Tre capitani che, stando agli accertamenti investigativi, sarebbero stati a conoscenza di quello che accadeva nell’ufficio del superiore e lo avrebbero coperto.
I loro nominativi sarebbero emersi dalle analisi delle chat su Whatsapp utilizzate dagli allievi (e non solo loro) della Scuola dove la vicenda della collega molestata era diventata ormai di dominio pubblico.
Non si esclude che nei confronti dei tre ufficiali possano essere presi anche provvedimenti disciplinari, oltre al trasferimento ad altri incarichi in comandi operativi molto lontani da L’Aquila. Come del resto lo stesso capitano indagato. Al momento tuttavia ai colleghi finanzieri allontanati non viene contestato il favoreggiamento nei suoi confronti.
La Procura militare
Le indagini sono solo all’inizio. A Roma la Procura militare segue la vicenda. L’ufficiale finito sotto accusa potrebbe essere interrogato nei prossimi giorni, come anche le altre persone coinvolte nella vicenda. La Finanza è stata delegata agli accertamenti insieme ad un altro nucleo investigativo. Sarebbero già stati acquisiti gli smartphone che contengono le chat incriminate con i messaggi contenenti riferimenti agli episodi — e più in generale la storia — che vedono come vittima la ragazza. Anche lei — che è già stata interrogata — potrebbe essere riconvocata proprio per delineare meglio la vicenda.
(da agenzie)

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LA DOTTORESSA DI MEDICI SENZA FRONTIERI CHE CURA I BAMBINI DI GAZA: “ISRAELE NON LASCIA ENTRARE NEPPURE GLI ANTIDOLORIFICI”

Luglio 27th, 2024 Riccardo Fucile

“IL SISTEMA SANITARIO E’ AL COLLASSO PER CARENZA DI FORNITURE MEDICHE E DI OPERATORI”

“La situazione sanitaria a Gaza è drammatica e peggiora di giorno in giorno. Gli ospedalihanno subito 489 attacchi e l’intero sistema sanitario è ormai al collasso per la carenza di forniture mediche e di operatori in grado di fornire assistenza alle persone vulnerabili e ferite”. A dirlo, in una testimonianza raccolta da Fanpage.it, la dottoressa Amy Kit-Mei Low, responsabile medico di Medici Senza Frontiere nella Striscia di Gaza da settimane in prima linea per curare feriti di guerra e malati ridotti allo stremo dopo oltre nove mesi di bombardamenti quotidiani che non hanno risparmiato neppure luoghi che erano stati individuati come “sicuri”.
La dottoressa Amy è nell’enclave costiera palestinese da circa un mese e lavora ogni giorno nel reparto di pediatria dell’ospedale Nasser di Khan Younis: “Il tasso di occupazione dei letti nelle stanze di degenza è costantemente aumentato durante la mia permanenza. La prima settimana era del 202%, poi è salito al 312%. Questo significa che non c’è abbastanza spazio per curare tutte le persone che ne hanno bisogno”. I pazienti – racconta il medico dell’Ong – sono ormai stipati in ogni angolo del reparto, tra le grida disperate dei familiari e quelle dei feriti che si mescolano e si confondono.
Emblematico un episodio raccontato dalla dottoressa e riferito al 22 luglio, giorno in cui un bombardamento israeliano ha provocato molte vittime civili: “Una bambina di 5 anni è arrivata da noi in condizioni molto difficili. I miei colleghi sono riusciti a metterle un tubo toracico nel polmone per drenare il liquido e far espandere di nuovo l’organo. In quel momento nel reparto c’era molto caos, con persone che entravano ed uscivano, pazienti feriti e familiari che cercavano i loro cari. Così a un certo punto è arrivata anche la madre della bimba. Non so se le sue fossero grida di terrore o di sollievo nel sapere che sua figlia era ancora viva. Penso che vederla in condizioni così critiche debba essere molto difficile per quella donna. Può capitare di assistere a scene simili in televisione, ma il fatto che sia accaduto davanti ai miei occhi mi ha davvero colpita. Non lo dimenticherò mai”.
Le condizioni in cui operano i medici sono estremamente difficili. Alla carenza di spazi, e al caos generato dall’arrivo ondate di feriti, si deve sommare l’impossibilità di reperire il necessario per curare i pazienti: solo una parte delle forniture necessarie a far funzionare una struttura sanitaria viene infatti fatta entrare a Gaza da Israele, “ma ce ne sono molte che non entrano, come medicine, guanti, saponi, detergenti, pezzi di ricambio per attrezzature biomediche”. Persino l’ossigeno è bandito, così dei cinque serbatoi disponibili al Nasser hospital prima della guerra oggi solo uno è funzionante. E naturalmente non basta.
In quello che sempre di più somiglia un girone infernale non vengono fatti arrivare nei dispensari neppure i farmaci di strettissima necessità. Racconta la dottoressa Amy Kit-Mei Low che “scarseggiano antibiotici e antidolorifici, medicinali indispensabili per il funzionamento dell’ospedale e per garantire che si possano eseguire interventi chirurgici in condizioni adeguate. Abbiamo bisogno di spazio, abbiamo bisogno di letti, abbiamo bisogno di attrezzature per curare i pazienti”.
Neppure gli oggetti più semplici – ma fondamentali per far funzionare una struttura sanitaria degna di essere considerata tale – vengono immessi nei magazzini. Al Nasser hospital, quindi, sono bandite persino la biancheria e le forniture per la lavanderia dell’ospedale. “Questo – spiega ancora la responsabile di MSF – sarebbe un ospedale molto bello, perfettamente funzionante. Ma la mancanza di forniture rende la situazione molto complicata. Non è possibile neppure fare un’adeguata separazione dei rifiuti. Non ci sono sacchi per la spazzatura. Il sito di smaltimento e l’inceneritore non funzionano, quindi c’è un accumulo di rifiuti che porta malattie, infezioni ed epidemie. Sono sicuro che tutti sappiate che l’OMS è molto preoccupata per la polio che è stata rilevata nell’acqua. È tutto collegato. Questa guerra ha distrutto molte cose: non solo edifici, ma intere infrastrutture e l’intera società di Gaza”
(da Fanpage)

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LE ELEZIONI IN LIGURIA DOPO L’ADDIO DI TOTI: CENTRODESTRA SENZA CANDIDATO, CENTROSINISTRA SU ORLANDO

Luglio 27th, 2024 Riccardo Fucile

RIXI DICE NO… ITALIA VIVA NELLA COALIZIONE?… IL VOTO CON UMBRIA ED EMILIA ROMAGNA

Dopo le dimissioni di Giovanni Toti si apre la partita delle elezioni regionali in Liguria. E arriva subito un colpo di scena: Edoardo Rixi, indicato come il candidato del centrodestra, dice che non vuole correre. E pensa a un civico al suo posto. Mentre Matteo Renzi annuncia che Italia Viva sarà nel centrosinistra alle regionali, anche in Liguria. Dove quindi potrebbe arrivare il debutto del Campo Larghissimo in una coalizione che vede il centrosinistra con il Movimento 5 Stelle. Il candidato dovrebbe essere Andrea Orlando, che nei giorni scorsi non ha smentito il suo impegno. Anche se ha fatto sapere che «se emerge una candidatura che riesce a unire più della mia sarò il primo a sostenerla». Toti, che non può correre in ogni caso per la regola del terzo mandato, potrà fare campagna elettorale con la sua lista. Che ha cambiato nome per evitare di dover raccogliere le firme.
Il voto in Liguria
Secondo la legge il voto deve essere convocato entro 90 giorni. Con questo conteggio la prima data utile sarebbe quella del 27 ottobre, come spiegato dal governatore ad interim Alessandro Piana. In autunno andranno alle urne anche i cittadini dell’Emilia-Romagna e l’Umbria. L’ipotesi è quella di un unico election day. In Emilia il voto è già fissato tra il 17 e il 18 novembre. Per avere un’idea delle forze in campo è utile guardare ai risultati delle elezioni europee. In Liguria il centrodestra si è fermato al 44%: Fratelli d’Italia ha preso il 26% e la Lega il 9%. Il fronte (disunito) del centrosinistra ha superato il 51%. In Emilia-Romagna la maggioranza di governo è appena sopra il 40%. In Umbria la governatrice della Lega Donatella Tesei cerca la conferma. Ma il suo partito ha preso il 7% a giugno, mentre FdI è arrivata al 32%. Attualmente la somma dei voti del centrodestra è superiore a quella del centrosinistra.
Edoardo Rixi non si candida
A dire no alla candidatura è invece Edoardo Rixi. Il viceministro alle Infrastrutture in un’intervista al Corriere della Sera dice che non ha intenzione di cambiare idea: «Nelle ultime tornate elettorali il centrodestra ligure non ha dimostrato unità d’intenti», esordisce. Smentendo l’accordo tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini sul suo nome, Rixi dice che se si fosse votato tra un anno e mezzo ci avrebbe pensato. «Oggi sarei solo una pezza per tamponare una situazione di emergenza. Quindi, cercherò di continuare a lavorare per amministratori pubblici come il sindaco Bucci, che nonostante i suoi problemi di salute era a Roma per difendere le infrastrutture della Liguria».
Aggiunge che si tira fuori anche perché «le indiscrezioni sul mio nome fanno pensare ad accordi predeterminati, e questo non crea serenità nell’elettorato».
Toti, amori e odi
Rixi parla pure del presidente di Regione uscente. Quello che gli accaduto, secondo il viceministro, è un «fallimento della democrazia», perché si è dimesso senza nemmeno essere rinviato a giudizio. «Obbligare qualcuno a scegliere tra la propria libertà personale e il ciclo amministrativo di un ente, è una cosa barbara. Se non c’è una reazione della società civile davanti a una aberrazione come questa, significa che alla fine è tutto inutile». Dice che Giovanni «è stato il miglior presidente da quando è stata fondata la Regione Liguria». Mentre «la grandeur totiana faceva parte del personaggio. Ognuno ha il suo stile. Sicuramente Giovanni creava intorno a sé amori e odi. Come purtroppo si è visto». Per i candidati c’è anche il nome di Marco Scajola, assessore regionale all’urbanistica e fedelissimo dell’ex governatore.
Il Campo Largo in Liguria
Intanto il centrosinistra tesse la tela del Campo Largo. A dimissioni ancora calde del governatore Giovanni Toti, Renzi ha aperto il fronte: noi staremo col centrosinistra anche in Liguria. Poi si è avventurato in scenari di là da venire, quando ci saranno le politiche: «Elly Schlein è la leader del Pd. Se vince le elezioni tocca a lei fare la presidente del consiglio». La prospettiva di un campo largo ligure ha diverse chance. Il passo indietro di Toti ha creato «l’occasione per le forze alternative alla destra per costruire un progetto che guardi al futuro della regione», ha detto la segretaria Pd. Ma qualche scalino da superare ci sarà. Dal M5s fanno sapere che per adesso l’accordo «non è scontato». Perché in Umbria e in Emilia-Romagna c’è stato un percorso lungo, confronti, un delicato lavoro di preparazione, mentre in Liguria siamo agli albori, ancora c’è da cominciare a discutere e i nodi da sciogliere non mancano.
(da agenzie)

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TOTI, IL TORMENTO E LA RESA DEL GOVERNATORE CHE CITA NELSON: “CIASCUNO FACCI IL PROPRIO DOVERE”

Luglio 27th, 2024 Riccardo Fucile

QUANDO LA LOTTA PER RIMANERE ATTACCATO ALLA POLTRONA E’ DIVENTATA VANA

«Nel pieno della battaglia di Trafalgar, l’ammiraglio Nelson disse ai suoi marinai pochissime parole: in questo momento la Gran Bretagna si aspetta che ciascuno di voi faccia fino in fondo e con tranquillità il proprio dovere».
A un certo punto, Giovanni Toti ha smarrito la strada. E in apparenza, anche il messaggio fatto arrivare agli ultimi fedelissimi forse ne è una prova. Ma sarebbe ingiusto considerare la sua caduta come diretta conseguenza del progressivo esaurimento della sua esperienza politica, che comunque gli aveva permesso di conquistare per due volte una regione non sempre incline al centrodestra come la Liguria.
La prima in maniera inaspettata, la seconda con una sorta di plebiscito popolare che certificò il suo consenso personale, ed era appena tre anni fa.
Non è stato il collasso di un sistema, che per quanto affaticato non aveva rivali a livello politico. È stata una esplosione inattesa, dovuta all’azione esterna della Procura di Genova, che ha fatto venire giù tutto.
Anche per questo, l’ormai ex presidente aveva deciso di mantenere la sua personalissima linea del Piave. Non dimettersi, anche se in pratica era quello che gli veniva richiesto dai magistrati, resistere dettando una linea difensiva che anteponeva gli interessi istituzionali a quelli della persona indagata, e forse trasformare sé stesso in uno dei tanti simboli del perenne conflitto tra magistratura e politica.
È stato chiaro fin da subito che si trattava di una lotta vana. Non poteva durare. Lo hanno sempre saputo tutti, fin dall’inizio. Tranne lui, che ci ha creduto davvero. Ma lontano dagli occhi, lontano da tutto. Non si può fare politica in assenza, non si può lottare per interposto avvocato, se non in un’aula di tribunale. L’impossibilità della scommessa lanciata dall’esilio forzato di Ameglia era questa.
Toti ha cominciato a capirlo all’inizio di luglio, quando ha dovuto prendere atto di una serie di decisioni passate sotto silenzio e in apparenza minori, come ad esempio il mancato reinserimento nei ranghi del suo staff, da lui richiesto con forza durante gli incontri politici concessi dalla procura, che somigliavano molto a una sorta di liberi tutti, ognuno per sé.
Il senso della fine imminente gli è arrivato addosso il 12 luglio. Quel giorno, ha appreso dai giornali che il presidente facente funzioni, il leghista Alessandro Piana, senza consultarsi con i “suoi” assessori, aveva annunciato «parere politico contrario» della Regione all’installazione di un rigassificatore al largo della costa di Vado Ligure, sovvertendo la decisione presa da Toti, che «nell’interesse del Paese» aveva dato parere favorevole al piano del governo nazionale. A partire da quel momento, è stata solo questione di quando sarebbe successo.
Ufficialmente, le dimissioni arrivano per motivi giudiziari. Sia il giudice per le indagini preliminari che quello del Riesame hanno legato la possibile reiterazione del reato al ruolo istituzionale che Toti avrebbe potuto tornare a rivestire una volta liberato dagli arresti domiciliari.
Ma le vere ragioni di quella che lui oggi sta vivendo come una resa, sono di natura politica. Ed è qui che forse pubblico e privato si incrociano. Se per molti l’origine delle disgrazie di Toti è dovuto alla necessità di alimentare le proprie ambizioni nazionali, con una serie di fallimenti che lo hanno portato sempre più a trincerarsi nel cosiddetto laboratorio Liguria, oggi per lui diventa quasi un crudele contrappasso la presa di coscienza della propria irrilevanza.
I partiti nazionali si sono spesi nei suoi confronti con molta parsimonia, a parte qualche singola presa di posizione, in primis quelle di Matteo Salvini. Nessuno degli alleati di governo ha mai fatto sua la partita che Toti stava giocando. Quasi che la sua eventuale sopravvivenza politica fosse una questione privata, che interessava solo al diretto interessato. «Più il tempo passa, più si logora il giudizio sul mio lavoro».
Toti non vuole uscire di scena così. E una volta preso atto della propria solitudine politica, accentuata dalla richiesta di un vertice regionale della sua maggioranza da tenersi «alla luce dei nuovi avvenimenti», così veniva definita la seconda ordinanza di custodia cautelare nei suoi confronti, ha deciso di scegliere per il proprio bene, senza tenere conto delle velate richieste di resistenza che soprattutto all’inizio gli sono state fatte pervenire da Roma nel timore di elezioni anticipate a novembre, insieme a Emilia-Romagna e Umbria.
Alle prossime elezioni regionali, Toti non ci sarà. «Ma se votiamo subito, diventerà un giudizio sul nostro operato, un referendum tra nuova e vecchia Liguria, tra progresso e restaurazione» è il concetto che ha fatto giungere al suo circolo ristretto, che quasi postumo in vita ieri si è ritrovato per celebrare la riapertura della Via dell’Amore alle Cinque Terre. A Trafalgar, l’ammiraglio Nelson trovò la morte in combattimento. Ma vinse la battaglia.
(da Il Corriere della Sera)

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“SPOGLIATA E PERQUISITA IN QUESTURA, HO AVUTO PAURA”: LA DENUNCIA DELL’AMBIENTALISTA IN CUI SI IPOTIZZANO I REATI DI FALSO IDEOLOGICO E ISPEZIONE CORPORALE ARBITRARIA

Luglio 27th, 2024 Riccardo Fucile

INDICATI TRE AGENTI DI POLIZIA CHE AVREBBERO AGITO IN MANIERA ILLEGITTIMA

Costretta a spogliarsi e piegarsi all’interno di un «bagno lurido» della Questura di Bologna dopo il blitz ambientalista a Palazzo d’Accursio contro il summit del G7 Scienza e tecnologia che si stava svolgendo al Tecnopolo.
«Ho avuto paura, mi sono resa conto di aver subito un abuso, unica tra tutti i fermati quel giorno». Così Valentina Corona, attivista 33enne di Extinction rebellion (movimento ambientalista internazionale nato nel 2018), ha deciso di sporgere denuncia per il trattamento subito lo scorso 9 luglio e, tramite il legale Ettore Grenci, ha depositato in Procura un esposto in cui si ipotizzano i reati di falso ideologico e perquisizione personale arbitraria.
Nella denuncia si fanno anche almeno tre nomi degli agenti di polizia che gestirono la situazione, tra cui la poliziotta che ha condotto l’ispezione corporale e l’ispettore che l’ha ordinata.
Venerdì 26 luglio in una conferenza stampa Corona e altri attivisti hanno spiegato quanto accaduto e annunciato che otto persone che parteciparono alla protesta hanno ricevuto dei fogli di via da Bologna: «Si tratta di persone che vivono e studiano qui da anni, pagano affitti e tasse».
La denuncia
Tornando alla denuncia di Corona, che è incensurata e lavora in un’istituzione pubblica, lei stessa spiega: «Mi costa molto metterci la faccia ma desidero che quello che è successo a me non succeda ad altri». Nel corso del presidio, una decina di attivisti si erano incatenati all’ingresso del palazzo comunale mentre altri provavano a srotolare uno striscione sulla Torre dell’Orologio.
«Io non ero tra loro — racconta Valentina — ma ho provato a salire in terrazza insieme a un’altra persona». Mentre salivano, «un agente mi ha detto di mettermi al muro e stare ferma», «siamo rimasti un’ora. Ho chiesto se ero in stato di fermo e mi hanno risposto di no».
Dopodiché, in Questura, «sono stata fotosegnalata e mi hanno preso le impronte digitali», «ho insistito di chiamare il mio ragazzo perché avevo paura», avrebbe poi optato per un messaggio sms. Dopo le procedure di identificazione «siamo stati chiamati per la firma dei verbali».
Il verbale
Nel documento «c’era scritto `non mi avvalgo di qualcuno che mi assista´, né che c’erano `note aggiuntive´. Non ho firmato». Per questo nella denuncia si ipotizza il falso ideologico.
Successivamente «sono stata raggiunta dall’ispettore che ha ordinato la perquisizione, mi ha chiesto scusa perché si era andati oltre la normale procedura, era evidente che non avessi droga o armi».
Questa dichiarazione, spiega l’attivista, «è stata videoregistrata e allegata alla mia denuncia». Quel giorno 21 attivisti furono poi denunciati per manifestazione non autorizzata, violenza provata e danneggiamento, dopo essere rimasti circa sette ore in Questura.
«Un trattamento illegittimo per delle semplici identificazioni — concludono — peraltro per una manifestazione pacifica». Il giorno dopo la protesta, la Questura aveva dichiarato in un comunicato che la perquisizione sarebbe avvenuta «nei limiti e nel rispetto delle procedure» e che l’autorità giudiziaria ne era stata informata.
(da Open)

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INFLUENCER USA BOCCIANO SU INSTAGRAM LE CINQUE TERRE: “TROPPI TURISTI, UNO DEI CINQUE POSTI AL MONDO DA EVITARE”

Luglio 27th, 2024 Riccardo Fucile

L’OVERTOURISM SEMBRA GENERARE L’INIZIO DI UN EFFETTO BOOMERANG SUI BORGHI UNESCO

Prima o poi doveva capitare. Dopo milioni di selfie, reel e video postati su Instagram per celebrarne la bellezza, per le Cinque Terre arrivano le prime bocciature, tra l’altro proprio in contemporanea con l’affollata – dai politici – cerimonia per la riapertura della Via dell’Amore. La colpa, evidentemente, non è dovuta ad un calo di fascino dei paesini in bilico sulle alte scogliere o le ripidissime colline su cui si inerpicano gli escursionisti o gli intrepidi viticoltori.
La responsabilità della stroncatura è l’overtourism, fenomeno che proprio su Repubblica lo scrittore Maurizio Maggiani aveva indicato come “nemesi” per l’avidità dei residenti.
Overtourism, troppi turisti, in altre parole, l’ammasso, la folla, la calca dei turisti che invadono luoghi costruiti, in questo caso, per poche persone.
Thedorcys sono una coppia di influencer specializzati in viaggi. Alle Cinque Terre hanno dedicato due video poco lusinghieri. Il primo a settembre 2023 e il secondo pochi giorni fa. I paesini protetti dall’Unesco si sono guadagnati il marchio di “Posto in Italia in cui non vorrei mai tornare” o anche “Uno dei cinque posti nel mondo che non vorrei mai più visitare”.
Il video che accompagna è eloquente: turisti ammassati nei sentieri, nei vicoli dei borghi, sulle spianate o agli imbarcadero.
Ecco il testo che accompagna il video:
«Per prima cosa, lasciatemi dire che avevo salvato questo posto su Pinterest per almeno 10 anni prima che lo visitassimo… Sì, è bellissimo. Ma la folla alla fine di settembre… e non vorrei vedere com’è in alta stagione. Oltre ad essere troppo affollato, il cibo era davvero deludente.Vale la pena visitarlo? Forse. Ma per noi, questo è un posto che abbiamo spuntato dalla lista dei desideri e che non visiteremo nuovamente. Ci sono invece tanti altri angoli d’Italia che ci piacerebbe esplorare».
Il rischio è che inizi una fase boomerang per le Cinque Terre. E’ chiaro che non basterà un post con 15 mila like (non pochi) e visualizzato però da milioni di persone, ma non è un atteggiamento isolato e come sa bene chi studia i fenomeni di massa, se dovesse a diffondersi il pregiudizio in una cerchia di soggetti in grado di influenzare il comparto turistico, specie quello più attento ad ambiente e sostenibilità, allora potrebbe davvero essere un problema per le Cinque Terre.
Nei borghi si inizia a discutere di numero chiuso e sono scattate le prime contromisure con l’accesso limitato ai sentieri e una programmazione più attenta con le ferrovie. Ma il tema dei crocieristi e dei gruppi organizzati o dello sbarco dai traghetti non è certo risolto e i numeri restano altissimi e sempre meno sostenibili sia dal territori che dalla popolazione, in realtà ormai scarsissima, dei residenti, quei pochi che non hanno trasformato la propria abitazione in un b&b.
D’altra parte sono sempre più numerosi in tutto il mondo i segni di insofferenza rispetto alle invasioni estive di turisti. Le Canarie, poi Barcellona con le pistole ad acqua puntate contro i turisti sulle ramblas, e pochi gironi fa la “serrata” dell’isola di Santorini in Grecia che ha deciso di imporre un limite allo sbarco indiscriminato di decine di migliaia di crocieristi che si riversano in un paese oramai divenuto un posto da selfie e non da visitare. Esattamente quanto sta accadendo anche alle Cinque Terre.
(da Open)

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NONOSTANTE LA RIDUZIONE DEL NUMERO DEI PARLAMENTARI LA SPESA PER GLI STIPENDI È STATA SUPERATA DA QUELLA PER PENSIONI E VITALIZI

Luglio 27th, 2024 Riccardo Fucile

I TAGLI DEI GRILLINI SONO EVAPORATI: IL PRESIDENTE DELLA CAMERA ORA POTRÀ FAVORIRE ALCUNI “EX” DEPUTATI CON VITALIZIO

Camera e Senato sono lo specchio del Paese: pochi lavoratori, molti pensionati. Anzi, si può dire che Palazzo Madama e Palazzo Montecitorio siano diventati una sorta di paradiso dei pensionati, alcuni dorati. Se avessero un istituto ad hoc per erogare vitalizi e assegni pensionistici, questo però sarebbe già fallito perché il costo delle pensioni ha superato quello per gli stipendi dei “lavoratori” in questione.
Ma Senato e Camera non hanno di questi problemi nonostante la spesa per gli stipendi dei parlamentari sia stata superata e di gran lunga da quella per pensioni e vitalizi. Nel mondo un po’ all’incontrario dei palazzi della politica accade che perfino i tagli, alla fine, si trasformino in ulteriore spese: come accaduto con la riduzione di deputati e senatori nel 2022 che ha portato a minori eletti e quindi a un boom di richieste di pensione che ha fatto schizzare la spesa pensionistica e per vitalizi. E i tagli del 2018 ai super assegni dei vitalizi ante 2012, prima della riforma e dell’inserimento del contributivo anche per gli onorevoli e i senatori?
Allora i 5 stelle trasformarono questi tagli in un simbolo della battaglia contro la “casta” che li aveva portati al 30 per cento dei consensi nel Paese. Di quei tagli però rimane poca cosa e anche la decisione presentata in questi giorni dall’organismo di garanzia della Camera, che conferma le riduzioni del 2018, in realtà apre la porta a rivederle e del tutto in maniera discrezionale. Il Senato, invece, i tagli li ha cancellati e ha restituito i soldi persi agli ex senatori.
Ma andiamo per ordine. Oggi Camera e Senato spendono più per vitalizi ante 2012 e pensioni che per indennità e emolumenti vari ai parlamentari in carica. Palazzo Madama nel bilancio di previsione 2024 stima una spesa per i 1.280 ex senatori (e loro parenti in caso di reversibilità) pari a 64 milioni di euro; per gli stipendi dei senatori la spesa è poco meno di 50 milioni. Sorpasso anche alla Camera.
Per pensioni e vitalizi dei 2.300 ex deputati (e parenti) la Camera nella previsione 2024 approvata ieri stima una spesa di 148 milioni di euro, a fronte di 89 milioni per emolumenti ai deputati in carica.
Ora, che sia diminuita la spesa per “stipendi” dei parlamentari è normale dopo il taglio di 345 tra deputati e senatori in Parlamento.
Ma quello che colpisce è che la spesa pensionistica aumenta nonostante la riforma del 2012 che ha abolito i vitalizi per chi è stato eletto in Parlamento dopo quell’anno: prevedendo il calcolo contributivo ma garantendo una pensione a 65 anni anche se si è stati in Parlamento 5 anni, e non con venti anni di contributi come un normale lavoratore.
Anche i tagli dei grillini nel 2018 sono evaporati: dovevano portare a circa 80 milioni di risparmi tra Camera e Senato. Palazzo Madama li ha eliminati. La Camera ieri li ha confermati, ma in una versione light: dei 40 milioni di risparmi stimati nel 2018, siamo arrivati ad appena 15 milioni, con una novità di non poco conto.
Dopo la scure di sei anni fa, già nel 2019 con una delibera interna si consentiva all’ufficio di presidenza di poter aumentare il vitalizio agli ex deputati in particolari condizioni: ad esempio se non avevano nessun altro trattamento previdenziale o reddito, o avevano condizioni di salute particolarmente gravi che richiedevano cure costose.
In base a questi parametri l’allora presidente Roberto Fico aveva incrementato l’assegno a una sessantina di ex deputati con vitalizio. Adesso, con la decisione della Camera da un lato si confermano i tagli, ma dall’altro si consente per casi particolari di poter intervenire: togliendo i vecchi paletti, però, e lasciando ampia discrezionalità all’ufficio di presidenza. «Un cavallo di Troia» dicono alcuni parlamentari convinti che adesso scatterà la questua nei confronti del presidente Lorenzo Fontana dei pensionati d’oro che vogliono ripristinato il vitalizio per intero.
(da La Repubblica)

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I RICCHI DIVENTANO SEMPRE PIÙ RICCHI, E SONO SEMPRE MENO TASSATI: SECONDO “OXFAM” NEL DECENNIO 2013-2022 LA RICCHEZZA AGGREGATA DEL “TOP-1%” DEL PIANETA È CRESCIUTA DI 42MILA MILIARDI DI DOLLARI

Luglio 27th, 2024 Riccardo Fucile

UN INCREMENTO PARI A 34 VOLTE QUELLO REGISTRATO DALLA METÀ PIÙ POVERA DELLA POPOLAZIONE MONDIALE… UN ESPONENTE DELL’1% PIÙ FACOLTOSO SU SCALA GLOBALE HA GUADAGNATO 400MILA DOLLARI, CONTRO I 335 (9 CENTESIMI AL GIORNO) INCAMERATI IN MEDIA DAI PIÙ POVERI

I (pochi) super-ricchi del pianeta sono sempre più ricchi, e – denuncia Oxfam – sempre meno tassati. La ricchezza aggregata del top-1% del pianeta è cresciuta, in termini reali, di ben 42.000 miliardi di dollari nel decennio 2013-2022.
Un incremento pari a 34 volte quello registrato, nello stesso periodo, dalla metà più povera della popolazione mondiale. La ricchezza media di un esponente dell’1% più facoltoso su scala globale è aumentata di quasi 400.000 dollari contro i 335 dollari (appena 9 centesimi al giorno), incamerati in media da un rappresentante appartenente al 50% più povero del pianeta.
È quanto emerge da un’analisi di Oxfam diffusa oggi, in occasione del vertice dei Ministri delle Finanze e dei Governatori delle Banche Centrali del G20, in programma a Rio de Janeiro fino a venerdì. Il summit rappresenta un importante banco di prova per verificare il grado di convergenza tra le più grandi economie del mondo sulla proposta avanzata dalla Presidenza di turno brasiliana del G20 – e supportata da Sud Africa, Francia e Spagna – per la definizione di un nuovo standard globale, volto a incrementare il prelievo fiscale a carico degli ultra ricchi.
“La richiesta di aumentare le imposte sui più ricchi è sostenuta da una parte consistente dell’opinione pubblica mondiale. – ha detto Misha Maslennikov, policy advisor su giustizia fiscale di Oxfam Italia – Preoccupati e indignati, i cittadini reclamano sistemi fiscali più equi, un’azione più incisiva contro la crescente concentrazione di ricchezza e potere al vertice della piramide sociale, risorse certe e adeguate per contrastare l’avanzamento della povertà, l’ampliamento dei divari economici e la crisi climatica in corso.
A fronte di una simile richiesta di maggiore giustizia distributiva, c’è da chiedersi se i governi del G20 mostreranno volontà politica e decideranno di cooperare su misure coordinate di tassazione degli ultra-ricchi o se invece, malauguratamente, preferiranno mantenere l’attuale iniquo status quo.”
Invertire la rotta richiede prima di tutto una presa d’atto di quanto poco, in proporzione alla propria ricchezza, gli individui più facoltosi contribuiscano oggi al finanziamento dei beni pubblici, derogando in larga parte al dovere di solidarietà sociale a cui ciascuno di noi è chiamato.
Negli ultimi 40 anni i miliardari globali hanno, in media, versato su base annua agli erari l’equivalente irrisorio dello 0,5% del valore dei propri patrimoni. Nello stesso periodo i loro patrimoni hanno registrato un rendimento nominale annuo lordo del 7,5%. Negli ultimi 4 decenni, inoltre, la quota di reddito nazionale dell’1% dei percettori di redditi più elevati nei Paesi del G20 è cresciuta del 45%, mentre l’aliquota massima dell’imposta sui redditi (nella media del G20) si è ridotta di circa un terzo. Oxfam stima inoltre che oggi, nei Paesi del G20, per ogni dollaro di entrate fiscali, meno di otto centesimi derivano da imposte sulla ricchezza.
(da agenzie)

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