Luglio 29th, 2024 Riccardo Fucile
SONDAGGIO DEMOS: SOLO IL 15% LA RITIENE “MOLTO IMPORTANTE DA SEGUIRE” E TRA GLI UNDER 30 SI SCENDE AL 5%… E PESA SEMPRE MENO SULLE SCELTE ELETTORALI
“La passione religiosa appassiona sempre meno gli italiani”. Ed è divenuta molto tiepida. Questa tendenza non accenna a rallentare. Al contrario. Negli ultimi anni si è accentuata, come dimostra il sondaggio di Demos sulle passioni degli italiani, condotto alcuni mesi fa.
In pochi anni, rispetto al 2016, infatti, l’interesse verso “la religione o la comunità religiosa” è sceso sensibilmente. E oggi, “appassiona” meno del 40% degli italiani. In calo di 15 punti, negli ultimi 8 anni. E oggi appare ridimensionata, rispetto ad altri aspetti e attività che attraggono gli italiani. I luoghi del territorio e lo sport, anzitutto.
Ma la religione ha perduto interesse anche rispetto ai temi della politica. Che, negli ultimi anni, ha coinvolto e attratto i cittadini soprattutto in quanto “centro dell’opposizione”. Contro le istituzioni, i luoghi e gli attori di governo. Che agiscono in Italia e oltre confine. Non è un caso che si siano affermati anti-partiti, fautori di anti-politica. Con il problema che, quando conquistano il potere, divengono, a loro volta, partiti e leader di governo. E, quindi, bersaglio di opposizione e di ostilità. Non per caso alle ultime elezioni politiche, nel 2022, si sono affermati i Fd’I di Giorgia Meloni, ultimi e unici a non aver partecipato a maggioranze di governo. Fino ad allora.
Quanto alla Chiesa, è indubbio che molto è cambiato nel corso del tempo. Lo rileva l’Istat, quando osserva come, negli ultimi anni, si sia toccato il minimo storico della frequenza alla messa. Meno del 20% fra gli italiani, infatti, va a messa regolarmente, ogni settimana. Mentre i “mai praticanti” sono saliti a oltre il 30%. Cioè, il doppio rispetto a 20 anni. fa. Il sociologo Luca Diotallevi ha raffigurato e descritto questo processo in un testo dal titolo suggestivo ed efficace: “La messa è sbiadita” (pubblicato da Rubbettino nel 2022). Di conseguenza, è difficile riproporre l’esortazione “andate in pace”. La pace, d’altronde, è una condizione ormai in declino. Dovunque.
Il recente sondaggio condotto da Demos conferma questa tendenza e dimostra come continui a diminuire la quota di coloro che considerano “l’insegnamento della Chiesa rispetto alla morale e alla vita delle persone” molto importante e da seguire. Una componente ormai ridotta al 15%.
Nel 2019, 5 anni prima, costituiva ancora il 22%. Mentre oggi, al contrario, oltre il 20% pensa che la Chiesa dovrebbe occuparsi d’altro, anzitutto, se non solo, della fede. E l’8% sostiene, semplicemente, che la Chiesa non abbia più nulla da insegnare. E il suo messaggio non debba essere seguito. Mai.
Peraltro, anche fra coloro che dichiarano una pratica religiosa assidua e regolare l’insegnamento della Chiesa è ritenuto, in prevalenza (50%), “utile ma non essenziale”, perché ciascuno deve agire “secondo coscienza”.
L’età orienta in modo evidente questi atteggiamenti. L’in-differenza nei confronti della Chiesa e dei suoi insegnamenti, infatti, cresce sensibilmente inversamente all’età. Fino a raggiungere il distacco maggiore fra i più giovani, al di sotto dei 30 anni. Mentre circa 3 su 4 fra coloro che superano i 65 anni continuano a esprimere interesse e attenzione.
Anche la posizione politica influenza, in modo significativo, lo sguardo verso la Chiesa. Riflesso del passato, quando, fino agli anni ’70, la fede e la pratica religiosa erano una base della distanza rispetto alla Sinistra. Verso il “comunismo filosovietico”. Ora quel riferimento non ha più base per r-esistere. Ma la tradizione politica continua a pesare. E delinea un altro motivo alla base del distacco fra partiti e coalizioni.
Fra gli elettori e i simpatizzanti di Centro Destra, infatti, l’area di interesse verso il messaggio ecclesiale appare più ampia. Mentre cala e si riduce fra i sostenitori e i simpatizzanti del Centro Sinistra. E del Terzo Polo. Dovunque, però, oltre ogni distinzione e differenza di partito, appare maggioritaria la quota di chi attribuisce al pensiero ecclesiale un’importanza relativa, non determinante al punto di condizionare le scelte delle persone. D’altronde, nel corso degli anni, è cambiata profondamente anche la Chiesa. Non solo perché la sua influenza sulla società e sulla vita delle persone si è ridimensionata. Ma perché i suoi orientamenti si sono differenziati. Il suo insegnamento è divenuto pluralista.
E oggi, nel mondo cattolico e nella Chiesa, le posizioni sui temi della disuguaglianza e del rapporto con la società vanno ben oltre la distanza e la distinzione fra Destra e Sinistra. In particolare, se si pensa all’impegno nei confronti delle persone e dei Paesi più deboli. Testimoniato da esperienze, associazioni e figure importanti. E io ne ho conosciute e frequentate molte. Che mi hanno aiutato a guardare il mondo nel segno della solidarietà. Ad aiutare gli altri. E me stesso.
Ilvo Diamanti
(da repubblica.it)
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Luglio 29th, 2024 Riccardo Fucile
IL PROGETTO E’ CARENTE, PER LA COMMISSIONE DI VALUTAZIONE IMPATTO AMBIENTALE NON E’ STATO CALCOLATO “IL RISCHIO LEGATO ALLE AZIONI SISMICHE E A POSSIBILI EFFETTI DI LIQUEFAZIONE”
Nel novembre del 2015, il Tribunale Permanente per i Diritti dei Popoli emise una storica
sentenza su “partecipazione delle comunità locali e grandi opere”. Il caso concreto di cui si occupava il tribunale fondato da Lelio Basso era la vicenda del Tav in Val di Susa, e la principale raccomandazione fatta al governo italiano fu questa: “rivedere la Legge obiettivo del dicembre 2001, che esclude totalmente le amministrazioni locali dai processi decisionali relativi al progetto, così come il decreto Sblocca Italia del settembre 2014 che formalizza il principio secondo il quale non è necessario consultare le popolazioni interessate in caso di opere che trasformano il territorio”.
Ora, sulle orme di Berlusconi (padre della Legge obiettivo) e di Renzi (cui si deve lo Sblocca Italia) incede un altro gigante, l’incommensurabile Matteo Salvini, monumento vivente all’ignoranza istituzionale e alla tracotanza politica. E naturalmente corre, a rotta di collo, in direzione contraria a quella predicata dal Tribunale.
Il nuovo Tav si chiama Ponte sullo Stretto: un’arma letale contro ambiente, sostenibilità, partecipazione democratica. Il prossimo 5 agosto arriva in Aula a Montecitorio un emendamento della Lega al già pessimo disegno di legge 1660 sulla “sicurezza pubblica”, il cui scopo è introdurre una pesante aggravante “se la violenza o minaccia è commessa al fine di impedire la realizzazione di un’opera pubblica o di un’infrastruttura strategica”.
Non solo le Grandi Opere non conoscono affatto quella partecipazione popolare preventiva che sarebbe tipica di una democrazia evoluta, ma anzi si mira a impedire qualsiasi forma di protesta: perché la ‘violenza’ e la ‘minaccia’ coprirebbero anche interruzioni temporanee del traffico e manifestazioni in realtà assolutamente non violente (e il meraviglioso paradosso è che il primo proponente di questo emendamento anti-violenti è quel violentissimo Igor Lezzi che in Aula ha pestato un deputato 5 Stelle).
Una lettera aperta al presidente Mattarella, firmata da numerosissimi docenti universitari (tra i quali chi scrive) convinti della palese incostituzionalità della norma, nota che si costruisce così «un diritto penale diseguale, che protegge a oltranza il pubblico ufficiale contro gli improbabili soprusi di chi manifesta un’opinione non gradita. Un diritto penale che tutela, paradossalmente, le manifestazioni fasciste più̀ di quelle contro gli scempi ambientali e culturali, cercando di far passare nell’opinione pubblica il subdolo messaggio della natura “violenta” del dissenso. Un diritto penale che abroga l’abuso d’ufficio e aggrava le pene per chi azzardi violenza, resistenza e lesioni a un pubblico ufficiale. Va da sé́ che un diritto penale “ungherese” come quello di cui discutiamo sia incostituzionale.
L’aggravante, proposta dal leghista Igor Iezzi, fresco di rissa, è illegittima non solo per l’entità della pena minacciata – in origine superiore a quellaprevista per l’omicidio doloso – e non soltanto per l’intollerabile vaghezza del concetto di “infrastruttura di interesse strategico”.
Per Salvini, entusiasta fan della ‘democrazia’ di Vladimir Putin, la Costituzione è una variabile indipendente. Così come lo è la geologia, restando al Ponte. In questi stessi giorni, il WWF ha rilanciato le richieste (del maggio scorso) della Commissione nazionale di Valutazione di Impatto Ambientale, che torna a chiedere che la fattibilità del Ponte venga valutata solo dopo aver finalmente realizzato ciò che si chiede invano dal 2013, e cioè una “documentazione con un congruente studio geologico strutturale, studi di microzonazione sismica per analisi delle amplificazioni locali e definizione delle aree suscettibili alla liquefazione. Con riferimento alla caratterizzazione delle faglie si richiede restituzione cartografica a scala 1:5000 di tutti i sistemi di faglia attivi, con distinzione delle faglie capaci. Si richiede la sistematizzazione delle carte geologiche e geomorfologiche coerenti rispetto alla mappatura delle faglie”.
La Commissione Via ricorda anche che non è stato valutato “il rischio legato alle azioni sismiche e agli effetti tra cui i possibili effetti di liquefazione”: un’omissione piuttosto allarmante, visto che secondo lo stesso progetto “tutti i sistemi di faglia sono da considerarsi attivi”, e che “non è stato effettuato uno studio strutturale dedicato alla caratterizzazione delle faglie presenti”. Ma cosa importa a Salvini, e a questo imbarazzante governo, della realtà? Che sia la realtà dei diritti costituzionali, o quella dei movimenti della terra su cui dovrebbero poggiare i ciclopici piloni del Ponte. Dettagli irrilevanti, di fronte al vero obiettivo: esibire il plastico del Ponte (degno gemello di quello di Cogne) dall’immarcescibile Vespa, o presentarlo in pompa magna al G7. Tutto finto: tranne i danni, quelli terribilmente veri e duraturi, che questa classe politica da incubo sta infliggendo ai diritti e all’ambiente degli italiani.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Luglio 28th, 2024 Riccardo Fucile
MALAGO’ INFURIATO: “CERTE SCELTE SI COMMENTANO DA SOLE”… L’ITALIA NON CONTA UN CAZZO NEANCHE NELLO SPORT, CI POSSONO PRENDERE PER IL CULO
Mentre nella seconda giornata delle Olimpiadi di Parigi 2024 tarda ancora ad arrivare l’oro nel medagliere azzurro, che conta cinque metalli – 2 argenti, 3 bronzi – dalle pedane e dai ring arrivano grandi delusioni per la squadra italiana.
Ma all’amarezza si mescola la rabbia per alcune scelte arbitrali risultate decisive e sfavorevoli agli azzurri, e che quantomeno sono risultate dubbie. Gli atleti italiani non hanno montato la polemica ma hanno espresso le loro perplessità.
Come ha fatto la porta bandiera azzurra Arianna Errigo che si è fermata ai quarti di finale di fioretto contro la statunitense Lauren Scruggs con il risultato di 15-14. E proprio il 15esimo punto di Scruggs è stato contestato dall’italiana. Prima in pedana, chiedendo al giudice di andare a rivedere la stoccata, poi a fine gara. «Mi dispiace, ma non sarei un’atleta e una persona migliore con una medaglia d’oro: quindi sono felice», ha chiarito Errigo, che ha parlato però poi chiaramente dell’errore, «la stoccata era mia. Perdere per un errore arbitrale dispiace, anche se fa parte del mio sport. Però forse ho sbagliato io, prima, a farla arrivare fino al 14-14».
Una delusione analoga è quella che ha patito la judoka Odette Giuffrida, fermata in semifinale dalla kosovara Distria Krasniq. L’italiana ha ricevuto terzo shido, un cartellino giallo, al golden score, per una grip avoidance – lo svincolo dalla presa – che la giudice ha assegnato contestualmente a entrambe le sfidanti, e che per Giuffirda è significato l’eliminazione. Nella finalina per il bronzo Giuffrida ha subito un altro ko per 10-0 contro la brasiliana Larissa Pimento
Una scelta contestata è stata quella di assegnare la giudice della semifinale ad arbitrare anche la finalina. «L’arbitraggio? Anche nella finale l’ultimo shido era dubbio. Con questo arbitro un giorno prenderò un caffè e le chiederò che problemi ha con me. Va avanti da tanto. Quando vedo che sale lei, già so che devo fare qualcosa in più di quello che basterebbe. Non ha molta simpatia per me», ha detto Giuffrida della rumena Rou Babiuc, che ha arbitrato i suoi due ultimi incontri persi ai Giochi, «non so cosa dire, è ancora tutto troppo fresco. Mi sto ripetendo che ho dato tutto. Sicuramente il Signore vuole mostrarmi qualcosa. Mi dispiace perché ci credevo. Non mi piace dare la colpa agli arbitri, ma meritavo di più».
All’incontro ha assistito anche il presidente del Coni Giovanni Malagò: «Onestamente dire che fa riflettere è dir poco», è stato il suo commento a fine gara sulla semifinale e sulla finalina, «ho visto la semifinale e finale per il bronzo col presidente Falcone e il segretario generale Benucci, persone competenti ed equilibrate – ha aggiunto -. La cosa che ci ha sorpreso è che lo stesso arbitro della semifinale persa da Giuffrida lo hanno rimandato alla finalina: credo che questo si commenti da solo».
Ma non solo, perché c’è un altro caso. È quello del pugile dei pesi massimi Aziz Abbes Mouhiidine, che a Parigi sognava l’oro e si è invece fermato agli ottavi di finale contro l’uzbeko Lazizbek Mullojonov. Ferito all’arcata sopracciliare da un movimento involontario dell’avversario con la testa, Mouhiidine sembrava aver condotto l’incontro ma il secondo round è stato giudicato in maniera discutibile dai giudici. Alla fine è risultato sconfitto per 4-1, con l’uzbeko che al momento dell’annuncio ha scosso la testata e fatto cenno di “no” con il dito, riconoscendo il valore dell’avversario italiano. Se il pugile azzurro non ha espresso alcun commento, è il presidente della Federazione pugilistica Italiana ha sfogare tutta la rabbia: «Vergognatevi. Ancora una volta l’Italia è scippata. Pensavamo che il Cio tutelasse i pugili ed evitasse le nefandezze del passato. Niente, siamo alle solite. L’incontro dominato da Abbes e perso con un verdetto sciagurato dimostra che niente è cambiato. Ciò mi induce a fare serie riflessioni sulla mia ulteriore permanenza in questo mondo che ho amato e amo», ha dichiarato il presidente Fpi Flavio D’Ambrosi, ex arbitro, «purtroppo gli sciacalli, anche quelli più anziani, approfitteranno di questa palese ingiustizia e fermeranno anche il cambiamento che a livello nazionale il pugilato lentamente stava subendo. Sono il presidente e devo rispondere degli insuccessi anche quando non sono a me direttamente riconducibili. Non so, quindi, se mi ricandiderò. Non so se ne troverò la forza. Intanto spero che i pugili italiani ancora in gara non subiscano lo stesso oltraggio di Abbes». Ieri era stato eliminato anche Salvatore Cavallaro fra le polemiche, tanto che dopo il verdetto aveva preso a calci per la rabbia le corde del ring.
(da Open)
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Luglio 28th, 2024 Riccardo Fucile
TRA “TI VOGLIO BENE”, FRASI PRO-LGBT (“NON CAPISCO COSA STAI FACENDO, MA TI SOSTENGO”) SPARATE CONTRO “THE DONALD” (“È UN RAZZISTA, “UN ESSERE UMANO MORALMENTE RIPROVEVOLE”, “DICE STRONZATE“) E CONTRO LE FORZE DELL’ORDINE (“ODIO LA POLIZIA”), IL RITRATTO CHE EMERGE È MOLTO LONTANO DAL TRUMPIANO DI FERRO CHE VEDIAMO OGGI
Il passato continua a tornare a galla e a riscrivere la storia di J. D. Vance, scelto da Donald
Trump come candidato vicepresidente dei Repubblicani e che ogni giorno aggiunge un nuovo capitolo alla sua rapida metamorfosi. Sophia Nelson, difensore d’ufficio a Detroit, che ha frequentato il corso di legge a Yale con Vance e si definisce transgender, ha mostrato al New York Times una novantina di email e messaggi, scritti tra il 2014 e il 2017, in cui emerge come Vance non fosse solo un forte oppositore di Trump, definito pubblicamente un “Hitler”, ma affettuoso amico di Nelson e avesse accettato serenamente la sua condizione di transgender, dando il suo sostegno.
La relazione, però, si è incrinata nel 2021 dopo che Vance aveva dichiarato pubblicamente di appoggiare la decisione dell’Arkansas di mettere al bando le cure di genere per i minori. “Ha raggiunto un grande successo ed è diventato molto ricco presentandosi come un ‘Never Trumper’ (mai con Trump, ndr)” “Ora – aveva aggiunto – sta ammassando ancora più potere esprimendo l’esatto contrario”.
Quando nel 2016 era uscito il libro autobiografico, Vance aveva mandato a Nelson una email per scusarsi, perché nel libro il futuro candidato vicepresidente aveva parlato di Sofia come “lesbica progressista” e non transgender. “Hey, Sofi
Riconosco – aveva aggiunto – che questa definizione non riflette in modo accurato come ti vedi, e per questo mi scuso”. “Spero non te la prenda – aveva concluso – ma se fosse così, scusami. Ti voglio bene. JD”.
Nelson aveva risposto lo stesso giorno, chiamando Vance “buddy”, amico, e ringraziandolo per l’attenzione, aggiungendo: “Se avessi scritto pragmatica gender queer radicale nessuno avrebbe capito cosa intendessi”. Nelson gli aveva chiesto una copia autografa e concluso il messaggio con “Love, Sofia”.
Questo scambio fa parte delle email che i due amici si sono inviati negli anni. Ma ora sono su fronti opposti. Nelson è contro il ticket Trump-Vance e spera che la pubblicazione delle conversazioni private possa gettare nuova luce su un uomo accusato di aver rinnegato tutto il suo passato in nome dell’opportunismo politico.
Tra i messaggi appaiono giudizi corrosivi dati da Vance a Trump in cui lo accusa di “razzismo” e di essere “un essere umano moralmente riprovevole”. Vance aveva dato il suo sostegno a Nelson dopo l’intervento chirurgico per la transizione sessuale. Dopo quell’operazione, il loro rapporto era diventato ancora più saldo. “Il senso delle nostre conversazioni – ha spiegato Nelson al Times – era del tipo: non capisco cosa stai facendo, ma ti sostengo. E questo per me significava molto, perché penso fosse la base della nostra amicizia”.
La pubblicazione delle email ha segnato un punto di non ritorno e una violazione della privacy. “E’ una scelta sventurata – ha commentato un portavoce del senatore – rivelare al New York Times vecchie conversazioni tra amici. Il senatore Vance considera le sue amicizie con le persone al di là dello spettro politico”. “Vance – ha aggiunto – ha già chiarito come il suo punto di vista di un decennio fa sia cominciato a cambiare quando è diventato padre e ha messo su famiglia e ha spiegato ampiamente perché ha mutato idea su Trump”.
“Nonostante questo dissenso – ha concluso – il senatore Vance tiene a Sofia e augura a Sofia il meglio”. Il portavoce non ha usato pronomi per riferirsi a Nelson. Riguardo la polizia, il futuro senatore era su posizioni tipo Black Lives Matter: “Odio la polizia – aveva scritto a commento dell’uccisione di un giovane afroamericano, Michael Brown – e viste le numerose esperienze negative che ho avuto negli anni, non riesco immaginare cosa possa passare un ragazzo nero”.
Nel dicembre 2015 aveva scritto del tycoon, candidato presidenziale: “Sono ovviamente indignato dalla retorica di Trump e preoccupato di come cittadini musulmani possano sentirsi nel nostro Paese. Ma penso che la gente abbia sempre creduto alle più grosse str…”. “E c’è sempre stata – aveva aggiunto – la demagogia di voler sfruttare la gente che crede a queste grosse str…”. “Più i bianchi vogliono votare Trump – aveva commentato un’altra volta – più i neri sono destinati a soffrire. Lo credo davvero”. In un’altra email aveva definito Trump un “disastro”. “E’ proprio un uomo cattivo”, aveva aggiunto.
(da La Repubblica)
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Luglio 28th, 2024 Riccardo Fucile
MERITO DELL’EX STELLA DELLA NBA LUOL DENG, PRESIDENTE DELLA FEDERAZIONE LOCALE, CHE HA DECISO DI CHIAMARE I CAMPIONI CRESCIUTI ALL’ESTERO: “SIAMO UNA SQUADRA DI RIFUGIATI”… AL MATCH D’ESORDIO AI GIOCHI HA BATTUTO IL PORTORICO
Nato il 9 luglio 2011: quando il tassametro dei punti messi insieme in Nba dai mammasantissima LeBron James, Kevin Durant, Steph Curry, Jrue Holiday segnava già 29.994 punti e il più giovane dei suoi dodici cestisti a cinque cerchi – Khaman Maluach, il gigante (219 centimetri) non ancora maggiorenne che maturerà alla Duke University – aveva più di cinque anni.
Il Sud Sudan, quel giorno, neanche poteva fantasticare di giocarsela nel basket punto a punto con gli Stati Uniti, evento successo realmente una settimana fa (101-100 deciso sulla sirena da LeBron James) in amichevole a Londra e che potrebbe riproporsi mercoledì in gara ufficiale a Lille, o di sbarcare alle Olimpiadi, unica rappresentante dell’Africa tra i canestri.
L’utopia non circolava ancora nella mente illuminata del pigmalione cestistico Luol Deng, allora pezzo grosso sul parquet dei Chicago Bulls e in procinto di preparare la sua prima e ultima Olimpiade da giocatore sotto la bandiera adottiva della Gran Bretagna, dove trovò riparo nella sua gioventù itinerante da rifugiato e più giovane di nove fratelli.
E l’illuminazione, agevolata dal riconoscimento del Cio nel 2015 nel bel mezzo della guerra civile tra le etnie dinka e nuer, arrivò. «Organizzando camp di basket, ogni estate, vedevo che c’erano tanti ragazzi talentuosi di origine sud sudanese. E molti di loro, purtroppo, sceglievano di giocare con altre Nazionali», la scintilla che ha fatto scoccare nella testa di Deng la pazza idea di rimettere insieme i cocci (non solo) cestistici della diaspora del suo paese d’origine e di candidarsi a presidente della federazione locale, elezione avvenuta il 25 novembre 2019.
«Nel nostro Paese non abbiamo campi di basket al chiuso. Di fatto siamo un gruppo di rifugiati che sta facendo qualcosa di grande: mostrare che possiamo competere contro squadre di campioni e che anche il basket può rivelarsi fondamentale per lo sviluppo dell’Africa», il pensiero di Wenyen Gabriel, un altro dei figli del Sud Sudan sbocciati altrove (con un transito pure in Nba ai Lakers) riportati a casa da Luol Deng.
«Due anni fa ci allenavamo su campetti allagati con le aquile che ci volavano sopra la testa», ricorda il coach americano Royal Ivey, voluto da Luol Deng per i trascorsi comuni liceali (e il prestito delle scarpe da basket) alla Blair Academy, confrontando le strutture del Sud Sudan con quelle Nba degli Houston Rockets (dove è uno degli allenatori in seconda).
Anche il paese più povero del mondo, secondo uno studio commissionato nel 2023 dal Fondo Monetario Internazionale, può avere una spedizione olimpica di 14 rappresentanti: nel basket con 12 ragazzi acciuffati in giro per il mondo e nell’atletica leggera con Lucia Moris nei 100 metri femminili e Abraham Guen negli 800 maschili.
(da la Stampa)
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Luglio 28th, 2024 Riccardo Fucile
E ORA, DOPO AVER COMPRATO IL “SECOLO XIX” DA JOHN ELKANN, PUNTA ALL’AEROPORTO DI GENOVA
Il metodo Aponte è semplice e si può riassumere così. Se il Comandante desidera qualcosa
apre il portafoglio e la compra. E non c’è prezzo che tenga. Certo, Gianluigi Aponte detto il Comandante se lo può permettere, visto che tira le fila di un grande gruppo globale del trasporto marittimo (crociere, merci e porti), una galassia dal giro d’affari multimiliardario che comprende decine di aziende sotto l’ombrello della holding Msc. La novità, semmai, è che in questi ultimi anni il numero delle acquisizioni è cresciuto a un ritmo senza precedenti.
L’italiano più ricco di Svizzera (e tra i più ricchi del mondo), 84 anni, origini campane, da mezzo secolo residente a Ginevra, ha consolidato il suo potere nel business globale del mare comprando a fine 2022 le attività logistiche in Africa del gruppo francese Bolloré per 5,6 miliardi di euro, ma poi ha allargato ancora i confini dell’impero con una raffica di acquisizioni anche in settori solo indirettamente collegati a quello del trasporto marittimo.
Giusto per restare dalle nostre parti, un anno fa Msc ha investito un miliardo per rilevare Rimorchiatori Mediterranei, forte di una flotta di 170 mezzi nei porti italiani e nei principali scali del Mediterraneo. Nell’autunno scorso invece Aponte è sbarcato in ferrovia, prendendo il controllo dei treni di Italo per 4,2 miliardi di euro.
Per dare un’idea della potenza di fuoco del Comandante e famiglia (la moglie Rafaela Diamant, il figlio Diego e la figlia Alexa) vale la pena segnalare che le tre operazioni citate, del valore complessivo di quasi 11 miliardi di euro, sono state in gran parte finanziate con un maxi aumento di capitale da oltre 10 miliardi di euro di una delle principali società del gruppo, la lussemburghese Shipping Agencies Services (Sas), che a sua volta ha fatto il pieno di risorse supplementari da un’omonima sigla off shore con base a Cipro.
In base al bilancio del 2023 la sola Sas conta oltre 46 mila dipendenti con giro d’affari globale di 9,5 miliardi. Una cifra che non comprende le attività crocieristiche di Msc e quelle ancora più grandi del business dei container. Non è mai stato pubblicato un bilancio ufficiale consolidato, ma secondo le stime più attendibili il giro d’affari complessivo del gruppo avrebbe ormai superato i 90 miliardi di euro.
E adesso? A inizio anno è arrivato l’accordo con gli spagnoli del gruppo Boluda, che si porta in dote circa 400 rimorchiatori portuali dislocati in Europa, in Sud America e nell’Africa Occidentale. In questo caso, la holding Sas ha messo sul piatto circa 240 milioni per comprare il 15 per cento della società iberica
Nel frattempo, ad aprile, è stata annunciata l’acquisizione, sempre da parte di Sas, di Gram Car Carriers, uno dei più grandi operatori al mondo nel trasporto marittimo di automobili, con sede in Norvegia. Prezzo: 650 milioni di euro.
Fin qui l’elenco, per sommi capi, della vertiginosa ascesa dell’italianissimo gruppo che batte bandiera elvetica. Per raccontare la voracità su scala globale del Comandante, non c’è punto d’osservazione migliore di Genova.
FRONTE DEL PORTO
Le carte dell’inchiesta giudiziaria descrivono manovre e ambizioni di Aponte per consolidare il suo potere sulla città portuale più importante d’Italia. Va detto che quello ligure è solo uno degli scali italiani finiti nell’orbita della multinazionale targata Msc, presente anche a Trieste e Gioia Tauro.
Aponte, si legge nei documenti dell’indagine, puntava ad allargare la sua zona di operazioni nello scalo genovese, anche per garantire spazio supplementare ai traghetti di Grandi Navi Veloci, che fanno capo alla multinazionale del Comandante. L’obiettivo è stato raggiunto alla fine del 2022 dopo una serie di scontri pesantissimi con Aldo Spinelli, l’altro uomo forte del porto. Interrogato dai pm il 12 giugno scorso l’armatore con base a Ginevra ha confermato i suoi incontri con l’allora governatore, negando di aver mai ricevuto richieste di finanziamenti da parte dell’uomo politico.
Il gruppo Aponte non ha però rinunciato a dare un aiuto concreto a Toti. Dai documenti depositati alla Camera dei deputati sulle erogazioni ai partiti politici risulta infatti che la società Msc procurement & logistics, che fa capo al colosso ginevrino, ha più volte staccato un assegno a favore del “Comitato Giovanni Toti Liguria”. L’ultimo finanziamento di 4.500 euro, un finanziamento legale, porta la data del 27 marzo scorso
ASPETTANDO LA DIGA
Le cronache dell’indagine hanno portato sotto i riflettori gli affari del solitamente riservatissimo Aponte. Negli ultimi mesi il Comandante ha rafforzato ancora la sua presa su Genova. Il gruppo svizzero gestisce anche alcuni strategici terminal di approdo
Il panorama, però, è destinato presto a cambiare con la nuova diga foranea, che consentirà di aumentare di molto la capacità dello scalo. Più lavoro, quindi, molto più lavoro, per le aziende di Aponte. La più grande tra le opere finanziate dal Pnrr (1,35 miliardi di lavori) dovrebbe essere completata entro la fine del 2026 e per quell’epoca, […] il gruppo Msc potrebbe aver preso posizione anche in aeroporto.
MANI SULLA CITTÀ
Le sinergie tra navi e aerei sono evidenti, per un gruppo che muove ogni anno milioni di turisti in crociera, dai Caraibi al Mediterraneo fino al mare del Nord. Non per niente, meno di due di anni fa, Aponte aveva a lungo trattato anche per compare Ita, la ex Alitalia. L’operazione a Genova segue la stessa logica della fallita acquisizione della compagnia aerea. Il primo passo risale a poche settimane fa quando da Ginevra è arrivata un’offerta per rilevare il 15 per cento della società che gestisce l’aeroporto ligure.
Nel ruolo di venditore c’è l’Adr della famiglia Benetton, di base a Fiumicino. Aeroporto di Genova spa, che ha come principale azionista, al 60 per cento, l’Autorità di gestione del porto, è presieduta da Alfonso Lavarello, un manager di lungo corso conosciuto e apprezzato da Aponte. È stato proprio Lavarello, raccontano le carte giudiziarie, a gestire la trattativa con Spinelli per dividersi le zone d’influenza nello scalo marittimo.
Lo stesso Lavarello che avrebbe avuto un ruolo centrale anche nel negoziato per rilevare il Secolo XIX, lo storico quotidiano di Genova di proprietà di Gedi, la società della Exor di John Elkann che possiede Repubblica e Stampa.
(da Editorialedomani)
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Luglio 28th, 2024 Riccardo Fucile
IL DIRETTORE DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE, ERNESTO MARIA RUFFINI, SOTTOLINEA IN AUDIZIONE ALLA COMMISSIONE PARLAMENTARE LA NECESSITÀ DI PROCEDURE PIÙ MIRATE PER I PIGNORAMENTI AI CONTI CORRENTI…LA GRAN PARTE DELLE AZIONI CADE NEL VUOTO PERCHÉ I DEBITORI NON RISULTANO AVERE PATRIMONI O DISPONIBILITÀ SU CUI RIVALERSI
L’80% delle maggiori entrate accertate con la lotta all’evasione non viene poi riscosso. Sono necessarie procedure più mirate per procedere ai pignoramenti, in particolar modo quelli sui conti correnti, e ribaltare le statistiche attuali che vedono la gran parte delle azioni cadere nel vuoto perché i debitori non sono capienti, ossia non hanno patrimoni o disponibilità su cui rivalersi.
Sono alcuni dei messaggi emersi dal direttore dell’agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini durante l’audizione in commissione parlamentare di vigilanza sull’Anagrafe tributaria presieduta da Maurizio Casasco (Forza Italia). Audizione in cui Ruffini ha sottolineato che le banche dati di cui dispone l’agenzia delle Entrate sono «molto complete ma non rappresentano certamente un Grande fratello» e ha ribadito ai parlamentari la necessità di sostenere il rafforzamento del personale […]
Sollecitato dalle domande dei commissari, Ruffini ha posto l’accento su quali siano i problemi dell’attuale sistema di recupero del fisco italiano. «Con la Guardia di Finanza – ha precisato – individuiamo buona parte dell’evasione fiscale esistente nel nostro Paese. Il tema è la possibilità e la capacità di recupero dell’evasione fiscale che si individua.
A fronte di un’evasione fiscale individuata pari a 100 tra imposte, sanzioni e interessi, il recupero è al di sotto del 20 per cento. Non per un’incapacità dovuta a inefficienza, ma per strumenti che possono essere il personale o strumenti che il legislatore di tempo in tempo deve affinare mano a mano che le conoscenze emergono.
Quindi a fronte di 100 miliardi di evasione fiscale accertata, quindi non ipotizzata ma di evasione per cui è stata presentata una contestazione, è stato effettuato un ricorso e il contribuente ha perso o c’è stata una rinuncia a presentare ricorso, la capacità di incasso dell’amministrazione finanziaria nel suo complesso non supera il 20 per cento».
Ad avviso del direttore delle Entrate diventa quindi necessaria una serie di interventi che, passando da una velocizzazione dei meccanismi di incasso, operando «una razionalizzazione dell’intervento nelle procedure mobiliari, che sono i conti correnti o i rapporti di fornitura costante presso terzi». In prospettiva ci sono già strumenti utili: «L’ultima legge di Bilancio ha previsto un decreto di prossima emanazione – ha rimarcato Ruffini – per razionalizzare le procedure mobiliari, in modo da evitare anche che l’attività fatta da Agenzia Entrate Riscossione cada nel vuoto.
Questo perché molto spesso, per carenza di informazioni, attorno al 70%-80% dell’attività di recupero non va a buon fine in quanto viene effettuata verso soggetti incapienti. […] Quindi il tema dell’evasione fiscale non è tanto quello di individuarla e basta, ma di fare in modo che quell’attività vada all’incasso
Tra i temi particolarmente sentiti dalla commissione di vigilanza sull’Anagrafe tributaria c’è anche quello di un miglioramento dei rapporti con i contribuenti, anche alla luce delle modifiche introdotte dai decreti attuativi della riforma fiscale e in particolar modo del contraddittorio preventivo.
(da agenzie)
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Luglio 28th, 2024 Riccardo Fucile
IL POLITOLOGO SERGIO FABBRINI SULLE ELEZIONI NEGLI STATI UNITI: “IL PARTITO REPUBBLICANO E’ CENTRALIZZATO, MA DIVISO. E’ UN MODELLO PRIVO DI CONTROLLI E BILANCIAMENTI, E’ AUTORITARIO. NON È COMPATIBILE CON IL PLURALISMO DELLA DEMOCRAZIA AMERICANA”… “C’E’ UN NUOVO ATTORE POLITICO CHE CONDIZIONA I PARTITI, I GRANDI DONATORI”
L’America non finisce di stupirci. Joe Biden, ha dichiarato che non si sarebbe presentato
per un secondo mandato. Kamala Harris, è diventata la candidata di fatto del partito democratico. Donald Trump, che pensava di avere la presidenza in tasca, ha dovuto rivedere i suoi piani. Cosa ci dice questa vicenda?
Innanzitutto, che i partiti americani, contrariamente al passato, non si assomigliano più. Il Partito repubblicano, conquistato dalla fazione trumpiana , ha centralizzato il potere nelle mani del leader supremo, Donald Trump. I repubblicani critici verso tale centralizzazione sono stati messi ai margini.
Il Partito repubblicano è centralizzato, ma diviso. Il suo funzionamento prefigura un modello decisionale controllato dal presidente, privo di controlli e bilanciamenti, decisamente autoritario.
Un modello congeniale con la cultura del suo gruppo di riferimento, l’America mono-razziale dei suprematisti bianchi.
Il Partito democratico, invece, continua ad essere un partito pluralista e senza un centro di comando formalizzato. Rappresenta l’America multirazziale, una società in continuo movimento, di cui Kamala Harris è l’espressione. Con un suo presidente democratico in carica, è quest’ultimo che lo rappresenta.
Quando non è così, a rappresentarlo sono i maggiori leader democratici del Congresso. Seppure disaggregato, dispone però di un network di leader nazionali e statali che orientano le sue scelte, talora imponendosi sul suo stesso presidente quando è in carica.
Se la centralizzazione repubblicana non è compatibile con il pluralismo della democrazia americana, la decentralizzazione democratica invece lo è. Per questo motivo, il Partito trumpiano costituisce oggi una seria minaccia per l’equilibrio dei poteri della democrazia americana.
In secondo luogo, quella vicenda ci mostra che un nuovo attore politico condiziona la vita dei partiti, i grandi donatori. Ciò è l’esito della sentenza della Corte suprema del 2010 (Citizens United vs Federal Election Commission), che liberalizzò i contributi indipendenti alle campagne elettorali, in particolare delle grandi corporations. […] Donald Trump è andato a vendere le sue future politiche di de-fiscalizzazione tra i petrolieri e gli imprenditori della Silicon Valley per avere i loro finanziamenti elettorali.
Kamala Harris, anche se ha raccolto in due giorni circa 130 milioni di dollari attraverso piccole-medie donazioni, è comunque grata ai big donors che hanno esercitato un ruolo cruciale nel promuovere la sua candidatura (e per convincere Joe Biden a ritirare la sua). Una democrazia controllabile dai grandi finanziatori è in pericolo permanente, denunciò Barack Obama quando era alla Casa Bianca. Ciò detto, anche se la popolarità di Kamala Harris crescerà, ciò non garantirà affatto la sua vittoria elettorale
Il presidente americano non è eletto direttamente dal voto popolare, bensì è eletto indirettamente dai “grandi elettori” degli stati. Ogni stato dispone di un Collegio di grandi elettori equivalente al numero dei rappresentanti di quello stato alla Camera, più i due senatori assegnati in modo eguale ad ogni stato, a prescindere dalla loro popolazione. Il candidato che prende più voti in uno stato, si prende tutti i grandi elettori di quest’ultimo. Il Collegio elettorale, dunque, sovra-rappresenta i piccoli stati, rurali e collocati nelle aree continentali del Paese (che votano repubblicano), rispetto ai grandi stati, urbani e collocati nelle coste (che votano democratico).
Con alcuni stati (come Wisconsin, Michigan, Pennsylvania) che sono in bilico tra i due partiti. Il pregiudizio pro-repubblicano del Collegio elettorale è ulteriormente rafforzato dalle politiche perseguite dai repubblicani negli stati da loro controllati (ridisegno dei distretti elettorali per favorire i loro elettori, ostacoli imposti alle minoranze etniche per penalizzare gli elettori democratici). L’esito è che i repubblicani hanno potuto controllare la presidenza per 12 anni degli ultimi 24 anni, pur risultando regolarmente minoritari nel voto popolare.
Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, due scienziati politici di Harvard, hanno parlato di una democrazia sottoposta alla “tirannia delle minoranze”, in virtù della quale chi perde le elezioni può comunque controllare la presidenza. Insomma, l’America continua a stupirci, per i suoi cambiamenti e le sue contraddizioni
Sergio Fabbrini
per il “Sole 24 Ore”
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Luglio 28th, 2024 Riccardo Fucile
DATI AGCOM: IL CALO SOPRATTUTTO NELLE EDIZIONI SERALI… TRACOLLO TG2: MENO 15%… MALE ANCHE MEDIASET, SOLO LA7 IN CONTROTENDENZA
Un milione di spettatori in fuga dai telegiornali della Rai nei primi tre mesi del 2024: oltre 500mila ascolti persi nelle edizioni serali, tra le 18 e 30 e le 20 e 30, altri 470mila nella fascia compresa tra le 12 e le 14 e 30. I dati dell’osservatorio Agcom fotografano la crisi dei telegiornali: una flessione che coinvolge anche Mediaset e La7 se si considera l’arco temporale 2020-2024. Ma restringendo il confronto all’ultimo anno, La7 inverte nettamente la tendenza mentre spicca la sofferenza di Rai e Mediaset. E la tv pubblica paga il prezzo più alto, con il Tg2 del direttore Antonio Preziosi che raggiunge un disastroso picco negativo (meno 15%) nell’edizione delle 20 e 30.
L’attacco del Pd
Un “tracollo”, lo definisce il Pd: “Prendiamo atto e ci dispiace veder ridotto così quello che una volta era il servizio pubblico di tutti e per tutti e che oggi è un triste megafono del partito della presidente Giorgia Meloni. Fa male assistere al tracollo degli ascolti dei telegiornali della Rai. Un fallimento su tutta la linea, un disastro vero e proprio per Telemeloni”, commenta Sandro Ruotolo, europarlamentare e responsabile Informazione nella segreteria nazionale dem. La replica di FdI: “Se il Pd volesse davvero parlare di fallimenti, allora dovrebbe raccontare quelli che ha prodotto quando lottizzava ed occupava la Rai. Un indebitamento alle stelle, senza un piano industriale e senza alcun rispetto del pluralismo”.
La crisi della sera
Nel primo trimestre 2024, rispetto al 2023, per le edizioni serali si registra una riduzione di circa 750 mila ascolti (da 17,30 a 16,55 milioni di spettatori). Sorride solo La7, con Enrico Mentana, in aumento del 20% rispetto all’anno precedente ma con un totale di 1,27 milioni di spettatori (erano 1,06 un anno fa). Il Tg1 delle 20 resta il più visto (con 4,81 milioni di ascolti medi giornalieri), seguito dal TG 5 delle 20 (con 4,02 milioni) e dall’edizione del TGR delle 19.30 (trasmessa su Rai 3 per le edizioni regionali), che complessivamente raggiunge 2,46 milioni di ascolti.
In media, i Tg della Rai perdono su base annua il 5,2% degli ascolti giornalieri (da 10,74 a 10,19 milioni di spettatori), con una riduzione per il TG1 delle 20 del 4,4% (da 5,03 a 4,81 milioni di spettatori), del 3,8% per il TG3 delle 19 (da 2,04 a 1,96 milioni di spettatori) e del 15,2% per il Tg2 delle 20 e 30 (da 1,12 a 0,95 milioni di spettatori).
Anche i TG serali di Mediaset hanno registrato una complessiva riduzione del 7,3% (da 5,50 a 5,10 milioni di spettatori): nello specifico, gli ascoltatori del TG5 delle 20:00 passano da 4,24 a 4,02 milioni (-5,2%), quelli di Studio Aperto delle 18 e 30 da 600 mila a 540 mila (-10,2%), mentre gli ascolti del TG4 delle 19:00 passano da 660 a 540 mila spettatori giornalieri circa (-18,4%)
Male anche di giorno
Guardando alle edizioni della fascia oraria 12:00-14:30 nel primo trimestre del 2024 si osserva una flessione su base annua di oltre 560 mila spettatori (da 13,22 a 12,65 milioni di spettatori). Il TG più visto è il TG 1 delle 13:30 (3,33 milioni di ascolti), seguito dal TG5 delle 13:00 (2,84 milioni) e dall’edizione del TGR delle 14.00 (anch’essa trasmessa su Rai 3 per le edizioni regionali), che complessivamente raggiunge 2,17 milioni di ascolti.I TG della Rai perdono complessivamente 470 mila spettatori (da 8,32 a 7,85 milioni, -5,7%) mentre quelli del gruppo Mediaset mostrano una riduzione del 4,4% (da 4,39 a 4,20 milioni circa).
Nei primi tre mesi del 2024 l’andamento degli spettatori medi giornalieri dei due principali telegiornali, il TG1 delle 13:30 ed il TG5 delle 13:00, evidenzia per entrambi ascolti in flessione rispetto all’analogo periodo del 2023. Quelli del TG1 diminuiscono del 7,0% (da 3,59 milioni a 3,33 milioni), mentre quelli del TG5 flettono del 4,5%, (da 2,97 a 2,84 milioni di spettatori giornalieri).Gli ascolti del TG La7 delle 13:30 passano da 500 a 600 mila circa (+20,5%).
Il crollo di ascolti dal 2020
Ampliando l’arco temporale dell’analisi (2020-2024), emerge come gli ascoltatori medi giornalieri dei TG considerati risultino nettamente inferiori ai livelli registrati nel 2020. Nella fascia 18:30-20:30 gli ascolti complessivi dei TG analizzati si riducono di 5,93 milioni (-26,4%), passando da 22,49 a 16,55 milioni di ascolti giornalieri [1]. La concessionaria pubblica in questo caso registra una flessione del -27,8% (da 14,11 a 10,19 milioni), riduzione simile (-27,1%) è fatta segnare dai Tg del gruppo Mediaset (da 6,99 a 5,10 milioni). Il TG La7 passa da 1,38 a 1,27 milioni di ascolti giornalieri (-8,1%), mentre di particolare intensità risulta la contrazione degli ascolti del TG2 delle 20:30 (-51%) e di Studio Aperto delle 18:30 (-48,5%).Per le edizioni dei telegiornali nella fascia 12:00-14:30 gli ascolti complessivi si riducono di 5,01 milioni passando da 17,66 a 12,65 milioni giornalieri (-28,4%). Più in dettaglio, i tg di Rai hanno perso 3,27 milioni di spettatori giornalieri (-29,4%), la flessione dei tg Mediaset risulta di intensità lievemente più contenuta (-27,3%), mentre la riduzione registrata dal tg La7 delle 13:30 risulta del 21,8%.
Le tv all news funzionano al mattino
Nel complesso, i principali canali “all news” (Rai News 24, TGcom24 e Sky TG24) nell’“intero giorno” riducono gli ascolti del 3,6% su base annua. In leggera crescita risultano gli ascolti nella fascia oraria 07-09 (+1,8%), mentre nella fascia 18-20:30 diminuiscono del 15,3%. Rai News 24 è il canale più seguito sia nell’“intero giorno” che nella fascia oraria 07-09, mentre TGcom 24 lo è in quelle 12:00-15:00 e 18:00-20:30.Nel giorno medio è Rai News 24 il canale che su base annua mostra la flessione maggiormente rilevante (-7,5%), mentre Sky TG24 registra una più contenuta flessione del 2,2% e TGcom24 non mostra variazioni di rilievo.
(da agenzie)
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