Marzo 25th, 2025 Riccardo Fucile
I LAVORATORI STATALI SENZA I SOLDI DEL TAGLIO DEL CUNEO FISCALE… E NEMMENO GLI AUMENTI DEL RINNOVO DEL CONTRATTO
Non solo i 75 (o 260) euro in più nella dichiarazione dei redditi che i contribuenti saranno costretti a pagare nel 2025. Il caso delle aliquote più alte e detrazioni più basse che fanno pagare più tasse del dovuto non è l’unico. Le tasse più alte e buste paga più basse per l’acconto Irpef nel 730 di lavoratori e pensionati sono un pasticcio targato governo Meloni. Che ha previsto che quest’anno nella dichiarazione
precompilata varranno le regole precedenti alla riforma 2023 che ha tagliato uno scaglione Irpef accorpando i primi due sotto l’aliquota del 23%. E attualmente lavoratori e pensionati stanno quindi prestando di fatto allo Stato cifre che saranno restituite tra un anno.
Le conferenze stampa e la realtà
Il Fatto Quotidiano spiega oggi che lo schema è sempre lo stesso. Il governo approva norme che aumentano il netto in busta paga degli stipendi. Le presenta in conferenza stampa e fa circolare tabelle che mostrano gli effetti. Ma l’applicazione è più lenta degli annunci. I lavoratori statali a marzo aspettavano i soldi del taglio del cuneo fiscale. Ma questo non è stato applicato. O meglio: è stato rimosso lo sconto sui contributi Inps non calcolando il nuovo bonus. Risultato: meno soldi in busta paga. E i dipendenti statali non si sono ritrovati nemmeno gli aumenti previsti dal rinnovo del contratto e gli arretrati. Le ultime norme fiscali hanno anche altri difetti che creano un effetto contrario a quello voluto. Per esempio sui redditi attorno agli 8.500 euro lordi.
La decontribuzione 2024 e il bonus Irpef 2025
Il passaggio tra la decontribuzione del 2024 e il bonus Irpef del 2025 ha provocato un taglio di cento euro al mese nelle buste paga. Il bonus 100 euro non possono più ottenerlo perché risultano incapienti e quindi non pagano l’Irpef. L’Ufficio parlamentare di bilancio, organo indipendente che analizza la finanza pubblica, aveva ampiamente mostrato con tanto di tabelle questo scenario il 6 novembre scorso. Il governo non ha ritenuto di dover intervenire per correggere. E ancora: il nuovo cuneo fiscale premia solo i redditi tra i 35 e i 40 mila euro. Poiché questi erano esclusi dalla decontribuzione e ora otterranno la nuova detrazione. Sotto i 35 mila euro i contribuenti ci perdono.
L’aliquota marginale
E dopo i 32 mila euro si crea un’aliquota marginale pari al 56%. Ogni euro guadagnato oltre quella cifra viene tassato per più della metà. Questo, secondo la Cgil, disincentiva gli straordinari e vanifica gli effetti degli aumenti di stipendio. Che a loro volta non è che siano così floridi.
(da agenzie)
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Marzo 25th, 2025 Riccardo Fucile
L’EX LIBERA UNIVERSITA’ DI MALTA E LE INDAGINI SULLE LAUREE FACILI
La laurea della ministra Marina Elvira Calderone alla Link Campus University rimane
un caso. La responsabile del Welfare del governo Meloni ha replicato con un post su Facebook all’articolo di Thomas Mackinson del Fatto Quotidiano. Sostenendo che gli esami di domenica erano normali per una studentessa lavoratrice. Oggi però il quotidiano ricorda che all’epoca Calderone, presidente dei Consulenti del Lavoro, era anche professoressa a contratto all’università. Dove? Proprio alla Link. E c’è un’altra questione curiosa che riguarda la matricola N. 1001420. Il voto del 26 luglio 2016 è lusinghiero: 110 e lode. La media degli 11 esami sostenuti è però di 26,64/30, ovvero 97,67 su 110.
Il voto di laurea di Calderone
Il Fatto spiega che alla media si arriva dall’Anagrafe nazionale dei Laureati del ministero dell’Istruzione (ANS). Che certifica un voto di 96. La Link le attribuisce altri tre esami. Due dati il 3 marzo 2016 (lo stesso giorno), uno il 23 giugno. Così media sale fino a 99. Ma Calderone era dispensata dal darli. E infatti sono registrati senza voto. Rimane anche il mistero della laurea triennale del 12 novembre 2012. Che non risulta né al ministero né alla Link. Non solo: nell’anno accademico 2012/2013 risulta iscritta con matricola RM09578 al secondo anno della triennale, e con la matricola 1001420 al primo della biennale, contemporaneamente. Si tratterebbe, nel caso, di un’immatricolazione non valida per mancanza di titolo precedente.
L’ex Libera Università di Malta
La ministra Calderone ha omesso di dire dove si sia laureata. E questo è comprensibile: la Link, già Libera Università di Malta, deve fronteggiare molte accuse di esamificio. E all’epoca incombeva anche un’indagine sul fondatore Vincenzo Scotti per le lauree facili. Tra gli imputati c’è anche il professor Claudio Roveda, all’epoca prima membro del Cda e poi rettore. Oltre che presidente del corso in Gestione aziendale in cui Calderone si laurea nel 2016. «Io sono arrivato nel 2013, la vedevo circolare in giro, ma non ricordo altro», dice oggi Roveda al Fatto. «Strano che sulle registrazioni degli esami non ci siano i nomi dei docenti. Perché erano loro che avevano l’obbligo di registrarli nel sistema elettronico e firmarli. Solo così l’esame è valido». Ma aggiunge anche «non sapevo fosse professore a contratto».
La pagina segreta della Link (non si apre)
Il Fatto dice anche che all’indirizzo internet www.unilink.it/paginasegretadoc ci sono i nomi dei docenti della Link. La pagina attualmente non si apre: la risposta è un gateway timeout. Tra i nomi dei docenti, sostiene il quotidiano, c’è quello della ministra Calderone. Ma anche quello del marito Rosario De Luca. Diventato presidente dei Consulenti dopo la sua chiamata al governo.
(da Open)
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Marzo 25th, 2025 Riccardo Fucile
ORA L’UDIENZA PRELIMINARE POTREBBE RIPARTIRE DA ZERO… L’ENNESIMO ESCAMOTAGE PER PRENDERE TEMPO
La ministra del Turismo Daniela Santanché cambia avvocato. Nell’udienza preliminare di mercoledì 26 marzo Santanchè, avrebbe dovuto affrontare davanti alla giudice milanese Tiziana Gueli per l’accusa di truffa aggravata allo Stato sui contributi della cassa integrazione Covid ai dipendenti della sua società Visibilia. L’udienza avrebbe dovuto concludersi con la decisione del giudice sul proscioglimento o sul rinvio a giudizio. Ma salterà perché la ministra ha cambiato uno dei suoi due avvocati, sostituendo Salvatore Sanzo con Salvatore Pino a fianco del collega Nicoló Pelanda. L’avvocato, come sempre avviene in questi casi, ha dunque chiesto i termini di legge per avere il tempo di studiare le carte. Ma c’è anche un problema che riguarda la giudice Gueli. Il 31 marzo cambierà ufficio e passerà da gup a giudice del dibattimento nella 10ª sezione. Il presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia potrà applicarla al procedimento per consentirle di definirlo. Altrimenti l’udienza preliminare dovrà ricominciare da zero davanti a un altro giudice.
(da agenzie)
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Marzo 25th, 2025 Riccardo Fucile
CHIUNQUE PER LA VERGOGNA SI SAREBBE DIMESSA PER DEDICARSI A UNA VITA DA EREMITA
Passo in rassegna le cose che mi vengono in mente, ma la lista risulterà parziale. Mille
euro con un click? No. Blocco navale dell’Africa? No. Rimpatrio dei migranti? No. Finita la pacchia per l’Europa? No. Via le accise? No, aumentate. Via le commissioni sul Pos? No. Via la legge Fornero? No. Italia “locomotiva d’Europa”? No (23 mesi filati di calo della produzione). Tanti soldi alla sanità? No. Tanti soldi alla scuola? No. Tanti soldi per le armi? Eh, sì! E il taglio delle tasse? Macché, finte mosse per confondere le idee: pressione fiscale salita dal 41,4% al 42,6%. Il liceo Made in Italy? Fallimento completo del progetto ideato dalla più famosa diplomata all’Istituto alberghiero. La quale ha ideato anche il Piano Mattei per fermare i migranti: altra figuraccia cosmica. I governi di tutta l’Africa, convocati a Roma, hanno capito che era un bluff (finanziamenti pari a un caffè all’anno per ogni africano per 5 anni) e se ne sono andati imprecando e sgranando allocuzioni irripetibili. Meloni: L’Africa non ci sta? Ripiego sull’Albania! Nuova figuraccia da globo terraqueo: migranti 3 volte portati in Albania e 3 volte riportati in Italia dopo 48 ore. Chiunque altro per la vergogna si sarebbe dimesso per dedicarsi a una vita da eremita. Ma la Meloni no. E i giornalisti? La incalzano? La inchiodano alle sue responsabilità? Eh, no, sarebbe sgarbato disturbarla mentre è così impegnata: “Sto riscrivendo la Storia” ha detto. Si prega ripassare quando riscriverà la Geografia.
(da La Notizia)
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Marzo 25th, 2025 Riccardo Fucile
“TRUMP POTREBBE RITIRARSI DALLA NATO O RIDURRE L’IMPEGNO DEGLI USA MA SE SI CONSIDERANO I SONDAGGI, EMERGE UN GRANDE SOSTEGNO ALLA NATO IN AMERICA. L’OPINIONE PUBBLICA STATUNITENSE È ISOLAZIONISTA PER CIRCA UN TERZO. UN DATO STABILE DAL 1974. TRUMP È RIUSCITO A MOBILITARE QUESTO ZOCCOLO DURO. MA I REPUBBLICANI TRADIZIONALI NON SEGUONO QUESTO ISOLAZIONISMO … QUANTO SONO POPOLARI MUSK E IL SUO TEAM ‘DOGE’? IL SOSTEGNO STA DIMINUENDO
Joseph S. Nye ha coniato la nozione del “soft power”, grazie al quale dopo la fine della Guerra fredda l’America è assurta a superpotenza cercando di governare il mondo globale anche con la persuasione basata sui propri valori. Ma ora, nota, negli Stati Uniti di Trump non c’è più nulla di “soft”. Incontriamo l’ottantottenne professore emerito di Harvard ed ex vicesegretario di Stato a Cambridge, Massachusetts.
Professor Nye, poco dopo la fine del millennio lei ha pubblicato “Il paradosso del potere americano. Perché l’unica superpotenza non può agire da sola”. Gli Usa sono ancora oggi l’unica superpotenza mondiale?
«Gli Stati Uniti dispongono di capacità di esercitare la forza militare a livello mondiale superiori a quelle di qualsiasi altro Paese. Ma sotto il profilo economico americani, cinesi ed europei, quando questi ultimi agiscono unitariamente, sono su un piano di parità. […] a livello economico viviamo indubbiamente in un mondo multipolare. E in politica, […] il potere è molto ripartito».
Ma nel 2025 gli Usa non sembrano più aver bisogno di alleati. È proprio così?
«Questo non è vero per la maggioranza degli americani, se prestiamo fede asondaggi.
Certamente non lo è per il Partito democratico o per i repubblicani di orientamento tradizionale. Perciò, la risposta alla sua domanda è: per Trump sì, per l’America no».
«Trump non ha mai avuto un adeguato senso della storia. È un uomo senza ideologia. Un uomo che crede in ciò che si potrebbe chiamare personalismo. I narcisisti non hanno un buon senso della realtà o della storia, poiché valutano ogni cosa in base agli effetti sul proprio ego».
Fra dieci anni esisterà la Nato?
«Trump potrebbe ritirarsi dalla Nato o ridurre l’impegno degli Usa. Se però si considerano i sondaggi d’opinione negli Usa, emerge un grande sostegno alla Nato. E sono convinto che un governo democratico nel 2028 ripristinerebbe ciò che Trump ha demolito».
Non è troppo ottimistico immaginare una sconfitta dei repubblicani Maga nel 2028?
«C’è in me una debole scintilla di cauto ottimismo».
«L’opinione pubblica statunitense è isolazionista per circa un terzo. Questo dato si mantiene stabile, sia pure con leggere variazioni, fin dal 1974. Questo zoccolo duro di isolazionisti è rimasto inalterato. Trump è riuscito a mobilitarlo. Avendo ottenuto il controllo del partito repubblicano, può trascinarlo in questa direzione. Tuttavia, i repubblicani tradizionali non seguono questo isolazionismo. Sarà interessante vedere se il partito nel suo insieme proseguirà lungo il percorso verso il quale Trump cerca di sospingerlo o se invece si riorienterà sulle sue posizioni tradizionali».
Lei è nato nel 1937, all’inizio di quello che viene chiamato “il secolo americano”. Come stanno oggi le cose a questo riguardo?
«Penso che gli americani siano ancora i numeri uno. Ma la distanza dal numero due si è decisamente ridotta. Non siamo più così dominanti. Questo potrebbe significare che il nostro primato si sta erodendo. Trump non farà che accelerare questa erosione».
Quando si parla di declino delle grandi potenze, è inevitabile riferirsi a Roma, come termine di paragone. Anche lei lo fa spesso.
«La potenza romana raggiunse l’apice con Traiano, che morì nel 117 dopo aver conquistato l’attuale Romania. Ma il crollo definitivo di Roma avvenne soltanto nel 476.
Perciò, il fatto che un Paese giunga all’apice della sua parabola non significa che il suo tramonto sia imminente. Peraltro, quando si parla di Roma, è anche importante ricordare che la potenza romana non era soltanto quella dura, militare. Essa si basava anche sul soft power derivante dalla forza di attrazione della cultura romana».
E così veniamo al concetto più influente da lei elaborato: soft power. In cosa consiste, esattamente
«Il potere è la capacità di far fare agli altri ciò che si desidera che facciano. A questo scopo ci sono tre possibilità: coercizione, pagamento e attrattiva. Il soft power è la capacità di ottenere ciò che si vuole grazie all’attrattiva […] Il potere viene
massimizzato se si è in grado di combinare tutte e tre le forme. Questo è ciò che chiamo smart power».
Un’importante fonte del soft power americano è stata la Usaid. Il Doge di Elon Musk ne ha ridotto i collaboratori da 10 mila a 300.
«Un grave errore. Ma è parte dell’ideologia dei repubblicani Maga opporsi agli aiuti finanziari ai Paesi stranieri, anche se rappresenta meno dell’1% del bilancio federale».
Quanto sono popolari Musk e il suo team?
«Ciò che stanno facendo piace a un terzo degli isolazionisti. Se lei crede che nel governo ci siano molti sprechi, frodi e abusi, come affermano Trump e Musk per rendersi graditi ai repubblicani Maga, allora sostenga il Doge. Perché chi altri vorrebbe appoggiare una cosa del genere? Chi però considera nel dettaglio cosa fanno e come lo fanno, vede che il sostegno sta diminuendo. La mia previsione è che con l’andare del tempo Musk verrà emarginato.Tra quattro anni potrà essere ancora lì, ma non sarà più così potente come lo è adesso».
(da agenzie)
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Marzo 24th, 2025 Riccardo Fucile
“PRIMA O POI, MELONI RIPROPORRA’ LA SUA RIFORMA SUL SISTEMA COSTITUZIONALE”
L’Italia è un Paese fallito.
Professor Michele Ainis, così definitivo, così pessimista?
Santificare, ormai da qualche decennio, l’idea dell’appartenenza, farla cioè trionfare sulla competenza, ha prodotto l’esito a cui oggi assistiamo: tutto il potere (o quasi) ai mediocri.
La mediocrità come sistema, come progetto e destino comune.
Vogliamo misurare il livello attuale della discussione pubblica? Nel secolo scorso, e qui riassumo sommariamente, abbiamo avuto menti grandiose. Dico tre nomi alla rinfusa di scienziati e pensatori pescando in un cartello enormemente ricco e vario di personalità: Norberto Bobbio, Umberto Eco, Rita Levi Montalcini. Oggi neanche col lumicino, neanche alla lontana siamo in grado di avvistarne la metà della metà.
Recessione economica più recessione culturale più recessione civile.
Oggi, è terribile dirlo, i venti di guerra sproneranno tutti a correre verso il falso pozzo della sicurezza. Ricordare quel che diceva Freud: tutti noi faremo volentieri a meno di un po’ di libertà e di un po’ di felicità per godere di un briciolo di sicurezza in più.
Svuoteremo quel che rimane della democrazia.
Intanto c’è da dire che la democrazia, come sistema di rappresentanza popolare, risulta un’eccezione nella vasta compilazione costituzionale mondiale.
Corsa al riarmo e corsa ad affidare il potere nelle mani di uno solo. L’uomo (o la donna) soli al comando.
Assolutamente sì. La guerra in Ucraina, tra gli altri effetti, produrrà quello di essere un balsamo nel finale di partita della riforma costituzionale disegnata in Italia da questo governo.
Vincerà la riforma della Meloni? Il premier che decide quasi tutto, nomina il governo e lo dimette insieme al Parlamento.
Penso che sul finire della legislatura la premier tirerà fuori la sua riforma che oggi ha messo in stand by perché impaurita da un referendum che avrebbe potuto ucciderla nella culla. Vedrà che tra qualche mese tornerà all’attacco.
Il suo libro l’ha titolato infatti Capocrazia.
Facciamo due conti. Iniziamo dai quattro Stati più potenti del pianeta: India, Cina, Russia, Stati Uniti. L’India è governata da un signore, Narendra Modi, artefice di una politica repressiva nei confronti della parte musulmana della popolazione e di una inaudita stretta nei confronti della stampa. La Cina è un sistema autocratico conclamato, della Russia non c’è bisogno di aggiungere considerazioni di merito. Gli Usa col trumpismo stanno vivendo il tempo di una democrazia dai contorni spiccatamente illiberali.
Lei, per non farci abbattere troppo, non ha aggiunto alla lista delle nuove e vecchie tirannidi le monarchie dispotiche del Medio Oriente, né le prestazioni autoritarie offerte dall’America latina.
Siamo al fascio costitutivo di una nuova mentalità che accetta la riduzione dei diritti, anche di quelli fondamentali, per godere di una maggiore sicurezza. La paura è il fuoco che alimenta l’energia della destra, che gonfia le sue vele. E sulla paura germoglieranno le nuove necessità e temo le prossime restrizioni.
Se la destra vive la stagione d’oro attraverso l’autoritarismo e tanti sono già pronti a scimmiottare il Trump che oggi dichiara guerra all’Europa, la sinistra cosa dovrebbe fare o dire?
La sinistra dovrebbe valutare una politica di riduzione del danno. Non c’è aria di nuovi diritti da conquistare, non c’è la possibilità di avanzare con le libertà civili. Tanto per capirci, e per spiegare come la nostra identità sia scossa dalle fondamenta, ricordiamo che l’Europa che fino a ieri ha accolto milioni di immigrati oggi ne è impaurita. Si vede in pericolo e accetta che venga legittimata anche la forza bruta, la dimensione a volte incivile del respingimento a tutti i costi e nei confronti di chiunque.
Riduzione del danno, ha detto.
Limitare le perdite dei diritti per salvare la pelle alla democrazia.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Marzo 24th, 2025 Riccardo Fucile
LO STUDIO DELL’UNIVERSITA’ CATTOLICA CON IPSOS
Come emerge dopo ogni tornata elettorale, l’interesse degli italiani per la politica è sempre più in picchiata. Stando all’ultima rilevazione del centro di Polidemos-Ipsos, frutto della partnership creata tra il Centro di ricerca sulla democrazia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e la società di indagini di mercato e sondaggi di opinione, tutti gli indicatori segnalano una crescita dello scetticismo e della disaffezione.
C’è un aspetto, però, su cui la maggioranza delle italiane e degli italiani si trova concorde, pur in un contesto di cambiamenti di rotta spettacolari, a cominciare dagli Stati Uniti di Donald Trump: la necessità di agire per mitigare il cambiamento climatico riducendo le attività inquinanti. Per esempio, il 62% è per un’ulteriore riduzione degli spazi dove è consentito fumare e ben il 73% è per una limitazione del consumo di suolo.
Il report mette in evidenza che non è un buon periodo per la democrazia. Il senso di vera e propria “inutilità” della politica rispetto alle grandi dinamiche economiche globali, la percezione dell’inconsistenza della classe politica e della sua distanza dalla gente comune, la sfiducia anche verso il sistema mediatico, e la più generale percezione di un declino della nostra società: sono tutte tendenze che si consolidano e rafforzano, con ampie e crescenti maggioranze di italiani ormai schierate sul versante pessimista del sentiment.
Ciononostante, le italiane e gli italiani non sono alla ricerca di un’alternativa: è la convinzione del 68% del campione, mentre solo il 31% pensa sia preferibile una maggiore concentrazione di poteri in un’unica figura di vertice. I dati analizzati nel dettaglio, infatti, chiariscono un aspetto che fino ad oggi appariva equivoco relativamente alle possibili alternative al sistema democratico.
Come spiega Andrea Scavo: “In questa indagine abbiamo voluto approfondire il tema e capire cosa implicasse la convinzione che ‘la democrazia oramai funziona male, è ora di cercare un modo diverso per governare l’Italia’. Abbiamo scoperto che il ‘modo diverso’ per la maggioranza degli italiani – fortunatamente! – corrisponde a un sistema maggiormente democratico, con il rafforzamento della partecipazione dei cittadini e degli strumenti di democrazia diretta”.ione locale e quella internazionale.
(da agenzie)
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Marzo 24th, 2025 Riccardo Fucile
VARSAVIA: “FINALMENTE LIBERI DI DIFENDERCI”
Un trattato quasi trentennale stracciato, e immediatamente sostituito con un piano 
industriale di produzione di oltre un milione di mine antiuomo da posizionare lungo il confine con la Russia e la Bielorussia. Questa la decisione della Polonia, che ha «cancellato» la sua firma dalla Convenzione di Ottawa che dal 1997 proibiva a 160 Paesi di produrre – utilizzare – quel tipo di ordigno perché potenzialmente pericoloso per i civili. Accanto a Varsavia, un passo indietro deciso lo hanno fatto le tre Repubbliche Baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania). Una netta presa di posizione nei confronti della crescente minaccia posta da Mosca, contro la quale – ha detto il vicepremier polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamysz – è diritto di ognuno attuare «politiche di deterrenza o difesa».
La «libertà» di difendersi: l’impegno della Polonia e delle Repubbliche Baltiche
«Abbiamo sciolto il corsetto che era stato messo sulle forze armate». La sensazione in Polonia è chiara: uscire dalla Convenzione significa essere nuovamente liberi di prendere ogni contromisura ritenuta necessaria per impedire che il pericolo russo si trasformi si tragica realtà. O perlomeno avere la possibilità di essere pronti a ogni eventualità. Se per quanto riguarda il piano ReArm Europe a molti è indigesto il termine “riarmo”, in questo caso è difficile evitarlo. Anzi, è il viceministro della Difesa Paweł Bejda a spiegare il progetto di Varsavia: «Dobbiamo e vogliamo salvaguardare i confini orientali del nostro Paese con la Russia e la Bielorussia». Una linea politica che trova appoggio anche in altre decisioni portate avanti dal governo di Donald Tuskk, su tutte la reintroduzione della leva obbligatoria e la promessa di aumentare le spese militari fino al 4,7% del Pil.
L’iter burocratico e la produzione militare
Tra il dire e il fare, però, passeranno un po’ di mesi. Prima, ha spiegato il vicepremier Kosiniak-Kamysz. Prima l’uscita dalla Convenzione di Ottawa dovrà essere ufficialmente approvata dal Parlamento. Poi sarà data comunicazione alle Nazioni Unite, che a loro volta impiegheranno circa sei mesi a ratificare il tutto. Infine, dopo tutto l’iter burcoratico, bisognerà riattivare una macchina di produzione bellica che nel comparto delle mine antiuomo è rimasto arrugginito da trent’anni di inattività. «Saranno prodotte in Polonia, ne abbiamo le capacità», ha detto il viceministro Bejda. Probabile che due delle principali aziende produttrici di mine anticarro, la Belma e la statale Pgz, siano immediatamente riattivate.
(da agenzie)
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Marzo 24th, 2025 Riccardo Fucile
LA SOLITUDINE PUO’ SPINGERE I PIÙ VECCHI ANCHE A TOGLIERSI LA VITA … IN ITALIA GLI ANZIANI SOLI SONO IL DOPPIO RISPETTO ALLA MEDIA DEI PAESI EUROPEI: IL 14% NON HA NESSUNO A CUI CHIEDERE AIUTO E IL 12% NON HA NESSUNO CON CUI PARLARE
In Italia, il tasso di solitudine tra la popolazione anziana è doppio rispetto alla media dei Paesi europei, con impatti sulla salute mentale e fisica, tra cui l’aumento del rischio di depressione, disturbi del sonno, demenza, malattie cardiovascolari e suicidi.
“Un’ epidemia sociale che aumenta il rischio di demenza del 50% e la pre-mortalità del 30% – spiega Diego De Leo, presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria, in vista del 25° congresso Aip previsto dal 27 al 29 marzo a Padova- con un impatto paragonabile al tabagismo cronico e all’obesità. Alcuni Paesi si sono
dotati di strumenti come Linee Guida o raccomandazioni per affrontare questa realtà – prosegue
In Italia non vi è ancora un approccio definito, nonostante sia il Paese più vecchio al mondo dopo il Giappone”. Tra gli elementi che concorrono a peggiorare la situazione: “lo spopolamento dei centri storici, la chiusura dei negozi di prossimità, il proliferare delle truffe agli anziani, la discriminazione nota come ageismo”. I suicidi degli anziani, in particolare “sono il 37% di quelli totali, sebbene gli anziani rappresentino il 24% della popolazione generale. Fenomeno che riguarda soprattutto gli uomini e le persone con più di 80 anni”.
Secondo i dati Eurostat, il 14% degli anziani in Italia non ha nessuno a cui chiedere aiuto, mentre il 12% non ha persone con cui condividere questioni personali, a fronte di una media europea del 6,1%. I primi sintomi delle conseguenze di una marginalità sociale dell’anziano sulla psiche possono emergere dai disturbi del sonno e dalla maggior frequenza di incubi, che può a sua volta favorire lo stato depressivo.
“Gli incubi persistenti, che interferiscono con la vita quotidiana, possono essere diagnosticati come disturbo da incubi, una condizione che aumenta con l’età e ha gravi ripercussioni sulla salute mentale-conclude De Leo – La prevalenza è di oltre tre volte superiore tra coloro che hanno più di 70 anni (6,3%) rispetto agli adulti tra i 50 e i 70 anni (1,8%). Gli individui con incubi frequenti hanno maggiori probabilità di tentare il suicidio e di adottare comportamenti autolesionistici”.
(da agenzie)
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