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ALTRO SCANDALO AL PARLAMENTO UE, SOLDI E BIGLIETTI DELLO STADIO A 15 EUROPARLAMENTARI

Marzo 13th, 2025 Riccardo Fucile

LA REGIA DI UN ITALIANO: ARRESTATI LOBBISTI DI HUAWEI IN BELGIO

Offrivano migliaia di euro, cellulari, biglietti esclusivi per partite dell’Anderlecht e altri vantaggi ad almeno 15 deputati – passati e attuali – del Parlamento europeo in cambio di una promozione nell’emiciclo di Bruxelles degli interessi di Huawei. Al centro del caso, secondo Le Soir, ci sarebbe Valerio Ottati, 41enne dirigente dell’azienda che in passato avrebbe lavorato per 10 anni come assistente di almeno due eurodeputati italiani, uno dei socialisti (S&D) e uno del Partito popolare europeo (Ppe). All’alba di oggi, giovedì 13 marzo, una retata della polizia belga ha portato all’arresto di una serie di lobbisti legati al colosso cinese, che si sospetta abbiano interferito con le operazioni dell’Europarlamento. Le accuse a loro carico vanno dalla corruzione, al riciclaggio di denaro fino alla falsificazione. Le operazioni, condotte a Bruxelles ma anche in Vallonia, nelle Fiandre e in Portogallo, sono state condotte in concomitanza a 21 perquisizioni. Due anni dopo lo scoppio del cosiddetto Qatar-gate, il Parlamento europeo è investito da un nuovo scandalo di corruzione e interferenza internazionale.
Il ruolo di Ottati: migliaia di euro tramite il Portogallo e biglietti dello stadio
Il ruolo di Ottati all’interno della rete tra Huawei e Parlamento Ue è ancora da chiarire.
Il 41enne belga-italiano, originario del comune di Woluwe-Saint-Pierre nella regione di Bruxelles-Capitale, sarebbe entrato a far parte di Huawei nel 2019. Proprio il momento in cui il colosso stava intensificando la sua attività di lobbying in risposta alle pressioni degli Stati Uniti perché l’Europa abbandonasse le apparecchiature cinesi per il 5G. Stando al quotidiano belga Le Soir, il 41enne «avrebbe assunto conoscenze» e si sarebbe occupato di «organizzare molti incontri con i deputati» e «invitare le persone agli eventi», che Huawei avrebbe finanziati per quasi 2 milioni di euro. Questa posizione “organizzativa” sarebbe solo una parte del suo compito, una facciata «legale» a operazioni di corruzione portate che avrebbe portato avanti tramite complici. In particolare, merce di scambio erano oggetti di valore (tra cui cellulari della marca Huawei), biglietti per partite di calcio (soprattutto per lo stadio dell’Anderlecht, dove l’azienda cinese ha una tribuna privata), spese di vitto e alloggio e trasferimenti di migliaia di euro. Questi ultimi, iniziati nel 2021, avvenivano attraverso una lunga serie di intermediari a partire da una società portoghese, anch’essa perquisita.
Le indagini, gli arresti e la posizione di Huawei in Europa
La maxi-operazione, ordinata dalla procura federale e dal giudice, è scattata alle prime ore della mattina di giovedì 11 marzo. Perquisizioni e fermi a danno di una serie di lobbisti e dipendenti della multinazionale cinese Huawei. Lo schema operativo, secondo gli inquirenti, sarebbe identico a quello dello scandalo di due anni fa: promesse di vantaggi i cambio di un’intercessione, da parte dei parlamentari, in favore degli interessi commerciali dell’azienda in Europa. Oggetto della strategia del colosso cinese sarebbero state varie persone «influenti» all’interno del Parlamento europeo, su tutti eurodeputati e assistenti. Huawei al momento risulta regolarmente iscritta al Registro per la trasparenza dell’Unione europea, dove sono inserite tutte le aziende che partecipano dietro le quinte ai lavori di Bruxelles. Secondo il codice di condotta dei deputati al Parlamento Ue, qualsiasi regalo fatto da terzi di valore superiore a 150 euro deve essere dichiarato e inserito pubblicamente nel registro dei regali.
I sospetti su Huawei e i legami con Pechino
La presenza di Huawei nel mercato europeo, e in generale occidentale, ha destato più di un sospetto. Non solo all’interno dell’Unione europea, con la Commissione che ha già espresso le sue perplessità, ma anche nella Casa Bianca. L’azienda è ritenuta produttrice di apparecchiature ad alto rischio, dato che sarebbe strettamente intrecciata e connessa con il governo di Pechino. L’utilizzo di sue componenti in Europa, dunque, esporrebbe le infrastrutture alla minaccia di spionaggio, accusa negata con forza da Huawei. Gli inquirenti, dunque, stanno tentando di capire se gli sforzi dei lobbisti cinesi abbiano travalicato il limite della legalità – sfociando in corruzione. E se dietro a questi sforzi presunti illegali ci sia la mano dello Stato cinese, che tenta da lontano di influenzare le decisioni europee sul tech. Il Parlamento Ue si è detto disposto a «collaborare sempre e pienamente”

(da agenzie)

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IN UN MODO O NELL’ALTRO, LE ELEZIONI IN CAMPANIA SARANNO DECISE DA DE LUCA

Marzo 13th, 2025 Riccardo Fucile

LE GRANDI MANOVRE NELLE DUE COALIZIONI

Lo danno tutti per spacciato, eppure lui è in piena campagna elettorale: Vincenzo De Luca, presidente uscente della Regione Campania, è scatenato, organizza inaugurazioni, presenta progetti e conta di rifilare un bel pesce d’aprile a centrodestra e centrosinistra.
Il prossimo 9 aprile è fissata l’udienza della Corte Costituzionale sulla legge approvata lo scorso novembre dal Consiglio regionale della Campania che consente a De Luca di ricandidarsi per un terzo mandato alle elezioni del prossimo autunno. La legge regionale è stata impugnata dal governo guidato da Giorgia Meloni per la gioia di Elly Schlein, che non vede l’ora di togliersi dai piedi l’ingombrante figura dello “sceriffo”.
Se La Consulta darà torto a De Luca, avremo in campo un candidato di centrosinistra e uno di centrodestra; se gli darà ragione, in Campania sarà corsa a tre, con De Luca a capo di una sua coalizione civico-partitica e il centrosinistra e il centrodestra con i loro rispettivi candidati.
In realtà c’è anche una terza ipotesi: la Consulta, così come è successo per l’Autonomia differenziata, potrebbe passare la palla al Parlamento invitando Camera e Senato a fare chiarezza su una questione in effetti contorta.
La stessa legge regionale impugnata dal governo per la Campania, che recepisce una legge quadro nazionale del 2004, è stata infatti approvata in Veneto (e infatti Luca Zaia sta portando a termine il suo terzo mandato, dopo aver vinto le elezioni nel 2010, nel 2015 e nel 2020); in Piemonte (Alberto Cirio potrà ricandidarsi addirittura per altri due mandati dopo aver vinto le elezioni nel 2019 e nel 2024); e nelle Marche (Gian Marco Spacca, dopo due mandati consecutivi dal 2005 al 2015, si ricandidò per un terzo, ma perse le elezioni).
Il centrodestra campano non lo può confessare per evidenti ragioni, ma spera che la Consulta non fermi la corsa di De Luca. Il motivo è estremamente semplice: con due candidati di centrosinistra in campo, essendo le regionali a turno unico, il centrodestra potrebbe sperare in una vittoria clamorosa.
Elly Schlein, Giuseppe Conte e la premiata ditta Bonelli&Fratoianni infatti hanno già archiviato De Luca: il candidato in Campania sarà un esponente del M5s, e in pole position c’è il presidente della Camera, Roberto Fico. E’ questa la contropartita che la Schlein ha promesso a Conte in cambio del sostegno dei pentastellati nelle altre regioni e pure in vista delle politiche del 2027.
Fico, sussurrano in molti nel Pd e non solo, è stato lanciato in campo con largo anticipo per rosolarlo a dovere e sostituirlo al momento opportuno. Immaginare che un ex grillino “duro e puro” possa guidare una coalizione con dentro Clemente Mastella, Carlo Calenda e Matteo Renzi è effettivamente complicato. Non a caso nelle retrovie sgomita Sergio Costa, pentastellato assai più moderato, che spera di subentrare a “Robertino caggia fa”, il soprannome appioppato a Fico da Beppe Grillo lo scorso dicembre in un video nel quale l’ex elevato sbotta contro l’accordo Pd-M5s, ricordando la famosa foto dell’ex presidente della Camera che raggiungeva in autobus il suo ufficio a Montecitorio: “Io ti appoggio il candidato Pd in Liguria e Emilia Romagna”, dice Grillo, “e tu mi appoggi il caggia fa con l’autobus e la scorta in Campania”.
A quanto risulta a Panorama, Costa, attuale vicepresidente della Camera e Generale di corpo d’armata dei Carabinieri, si dice certo che su di lui potrebbe convergere addirittura De Luca.
Onnipresente De Luca: Elly Schlein ha intimato ai suoi colonnelli campani di ufficializzare il nome del candidato del campo largo prima del 9 aprile, perché sa perfettamente che con una sentenza favorevole in tasca l’attuale presidente manterrebbe dalla sua parte molti consiglieri regionali uscenti de campo largo e pure qualcuno dello stesso Pd. Pure Luigi De Magistris, ex acerrimo avversario di De Luca, sarebbe pronto a candidarsi con lui.
Manco a dirlo, Elly non sarà accontentata: prima del 9 aprile nessuno muoverà un dito, tutt’al più verrà convocato il tavolo di coalizione. Non tutti i Dem all’ombra del Vesuvio sono infatti disposti a giocare una partita “a perdere” contro De Luca da una parte e il centrodestra dall’altra, sacrificando un seggio in consiglio regionale sull’altare del patto tra la Schlein e Conte
Identico stallo c’è nel centrodestra, che aspetta di capire se De Luca sarà in campo o meno. Se la Consulta boccerà il terzo mandato, il centrosinistra libero da De Luca tornerà unito (salvo qualche defezione), e quindi nel centrodestra ci sarà molta meno ansia di conquistare la candidatura a presidente. Se De Luca resterà in campo, invece, con il centrosinistra spaccato in due e lacerato dalla guerra interna, la candidatura farà gola a tutti.
Fratelli d’Italia schiera il viceministro agli Affari esteri Edmondo Cirielli; la Lega il deputato Giampiero Zinzi e Forza Italia l’eurodeputato Fulvio Martusciello, che sta incontrando diversi consiglieri regionali “deluchiani” pronti a candidarsi in Forza Italia se il loro leader verrà stoppato dalla Consulta.
Intanto c’è già chi questa partita l’ha vinta: il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi. L’ex rettore della Federico II e ex ministro dell’Università, a Napoli guida una coalizione più larga di ogni campo largo immaginabile: lo sostengono tutti, da Avs ai centristi passando per il M5s, e ha pure ottimi rapporti con il governo nazionale di centrodestra.
Panorama è in grado di rivelare che la Schlein e Conte la scorsa estate gli hanno chiesto di candidarsi a presidente della Regione, ma lui ha declinato ed è diventato leader dell’Anci. Elly e Giuseppi, ma pure Matteo Renzi e Nicola Fratoianni, lo consultano in continuazione: gli hanno affidato la regia della coalizione per le regionali, e potete essere certi (lui lo è) che quando Fico verrà impallinato (politicamente parlando) torneranno a chiedergli di candidarsi.
Il sindaco però non cede: vuole concludere il suo mandato (ottobre 2026) e poi capire se ci saranno le condizioni per un impegno alle politiche del 2027. Manfredi punta in alto, anche a Palazzo Chigi: se il campo largo cerca un federatore, ne ha già uno pronto in casa.

(da Panorama)

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QUEI DISTINGUO DI MELONI: “BASTA ATTACCHI A TRUMP”. IRRITAZIONE DEI VOLENTEROSI

Marzo 13th, 2025 Riccardo Fucile

IN EUROPA NON APPPREZZANO LE AMBIGUITA’ DEL GOVERNO ITALIANO

Se Giorgia Meloni ha dato ordine ai suoi eurodeputati di non votare a favore della risoluzione per il sostegno all’Ucraina, ma di astenersi — mossa del tutto inedita per FdI — è perché il testo concertato da popolari e socialisti, per la premier, sarebbe stato zeppo «di insulti contro gli Usa e Donald Trump».
Così ragionava ieri la premier, sentendosi di continuo, dalle prime ore della mattina, con i suoi colonnelli a Strasburgo. I quali hanno prima chiesto il rinvio del voto sul testo per Kiev, per tenere conto delle intese di Gedda. Poi hanno provato a far votare al Ppe un emendamento che facesse da contraltare ai passaggi più critici nei confronti degli Stati Uniti, in cui si rilanciava l’idea della premier di un vertice urgente Ue-Usa, per rafforzare la cooperazione transatlantica.
Entrambe le mosse si sono infrante davanti al muro dei popolari, in asse con il Pse. A quel punto la presidente del consiglio ha deciso di sfilarsi dal sì, pur di non votare un atto che considera polemico con gli Usa e con l’inquilino della Casa bianca. E che secondo i meloniani avrebbe finito per «delegittimare anche gli sforzi diplomatici di Zelensky». E a proposito: Meloni non ha sentito direttamente il presidente ucraino, ieri, ma secondo fonti governative ci sarebbero comunque stati contatti con Kiev, con l’obiettivo di chiarire la posizione italiana nel pallottoliere di Strasburgo. E il distinguo dei Fratelli. Secondo fonti governative, ci sarebbe stato anche un nuovo contatto con la Casa bianca, dopo il summit di Gedda, ma Palazzo Chigi non conferma.
Le ultime mosse della premier hanno irritato altre cancellerie dell’Ue. Sia Parigi che Londra. Meloni ha fatto sapere al collega britannico Keir Starmer che non sarà alla call dei “volenterosi” convocata per sabato, se non cambierà l’ordine del giorno, per ora incentrato sull’ipotesi di inviare contingenti di pace a Kiev. Solo se cambiasse il perimetro del summit, allargandolo alla difesa in generale, potrebbe ripensarci ed apparire in video.
Chiusa la partita dell’Eurocamera, a destra va trovata la soluzione a un tetris decisamente più complicato. Entro martedì le forze della coalizione devono presentare un testo unitario da far votare in Parlamento in vista del consiglio europeo del 20-21 marzo.
Le posizioni in maggioranza sono distanti, quasi opposte, sul Rearm Eu. Matteo Salvini ancora ieri picconava Bruxelles, «impegnata a rompere le palle» e che sarebbe «il più pesante dei dazi». Ecco perché secondo fonti di primo piano di FdI e di governo si starebbe lavorando a una risoluzione stringatissima. Una riga: «Sentite le comunicazioni del presidente del consiglio, il Parlamento approva». Senza precisazioni o impegni di merito. Sarebbe Meloni, nel suo discorso alle Camere, a tentare una difficile sintesi, rifacendosi alle tesi espresse dal ministro leghista dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, secondo cui non si può procedere al riarmo a scapito di sanità e servizi e che la strada non può essere unicamente (e pesantemente) quella di indebitarsi di più a livello nazionale. Servono garanzie europee che smuovano investimenti privati. Anche di questo la premier ha discusso ieri con il leader olandese, Dick Schoof, ricevuto a Chigi.
La Lega però, nelle prime interlocuzioni di queste ore, ha fatto capire di non gradire una risoluzione così concisa e asettica. Vorrebbe specificare alcuni punti. Per esempio che l’Italia non manderà più armi a Kiev. Salvini ne discuterà oggi, nel consiglio federale convocato a tema «pace», che limerà anche gli ultimi regolamenti sul congresso di aprile.
Probabile che la premier e il vice del Carroccio, dopo le telefonate dei giorni scorsi, discutano della risoluzione a quattrocchi, a margine del Cdm convocato per le 17.30. L’altro vicepremier, Antonio Tajani, non ci sarà: nella notte è atterrato in Canada, per il G7 degli Esteri. Oltreoceano, domani avrà un bilaterale con il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, per discutere di Kiev, ma anche dei dazi che preoccupano e della postura dell’Ue, che per Meloni non deve cercare il muro contro muro. In linea generale, Tajani proverà a rilanciare l’idea della premier del vertice Ue-Usa, che per ora non ha il placet di Donald Trump, e soprattutto, in un summit in cui rischia di allargarsi ancora la frattura tra Washington e i partner europei, chiederà, come raccontava ieri in aereo, di «rinforzare la collaborazione tra gli Stati Uniti, l’Italia, la Germania, la Francia e il Giappone, l’Ue, perché abbiamo bisogno di grande coesione per costruire la pace».

(da La Repubblica)

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SOTTOSEGRETARI E COMMISSIONI, TENSIONE IN FRATELLI D’ITALIA E TRA GLI ALLEATI

Marzo 13th, 2025 Riccardo Fucile

LA COMMISSIONE BILANCIO AL CENTRO DELLO SCONTRO: FDI VUOLE LUCASELLI, MA FORZA ITALIA NON INTENDE MOLLARE

La squadra di governo va completata. La consapevolezza si è consolidata a palazzo Chigi: bisogna riempire le caselle vacanti, dal viceministro delle Infrastrutture al sottosegretario della Cultura. «La nomina dei sottosegretari mancanti è una necessità perché servono interlocutori sui vari provvedimenti», spiegano – off the record – fonti di area meloniana. Insomma, deve esserci un cambio di passo di Giorgia Meloni, che su questo dossier, normalmente, preferisce prendere tempo.
La questione si intreccia con il puzzle delle presidenze delle commissioni parlamentari, da rinnovare o confermare a metà legislatura. Una scadenza ormai arrivata. Il ruolo è molto ambito: garantisce potere e soprattutto mette a disposizione un plafond di oltre 5mila euro per l’assunzione di staff fiduciario. Era circolata l’idea di anticipare l’operazione entro febbraio per evitare un possibile stillicidio. Al Senato non cambierà nulla, diverso il discorso alla Camera.
Ma «le intese politiche devono essere prima raggiunte», spiega un parlamentare di Forza Italia, a microfoni spenti. La questione, già portata all’attenzione a gennaio, sarà ricordata a breve in una conferenza dei capigruppo. Le tensioni non mancano. FI non vuole perdere peso, la Lega vorrebbe acquisirlo. Senza dimenticare le ricadute interne agli stessi partiti.
Uno dei profili considerati in bilico nelle conversazioni in Transatlantico è quello di Federico Mollicone, presidente della commissione Cultura, che non convince più nemmeno Fratelli d’Italia, dopo le inchieste di Domani su possibili conflitti di interessi. Mollicone chiede la conferma. Anche perché tiene molto a quella posizione. Raccontano che usi il “logo” della presidenza della commissione per gli inviti a vari eventi. Alla fine potrebbe evitare il siluramento per scongiurare ulteriori scontri dopo le dimissioni di Manlio Messina da vicecapogruppo.
Il giro dei nomi è vorticoso. Spiccano la deputata di FdI Ylenja Lucaselli, che ambisce a una promozione dopo essere stata accostata (vanamente) a vari
incarichi, e Marco Osnato, attuale presidente della commissione Finanze a Montecitorio, molto apprezzato anche dalle opposizioni in questa veste. C’è poi Marco Perissa, leader romano di Fratelli d’Italia, indicato come sottosegretario alla Cultura (al posto di Vittorio Sgarbi), benché sia più un profilo con grandi relazioni nel mondo dello sport. Perissa è accostato pure alla presidenza della stessa commissione, nel caso dovesse saltare Mollicone.
La battaglia del Bilancio
La sfida più intricata si gioca sulla commissione Bilancio della Camera. L’attuale presidente (di Forza Italia) Giuseppe Mangialavori è finito nel mirino del capogruppo di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, per la gestione dell’ultima legge di Bilancio. Anche se fonti governative difendono Mangialavori: «Se l’è cavata bene». Ma Bignami vuole andare avanti: punta ad avere il controllo di questa commissione, fondamentale per l’esame dei provvedimenti più importanti (che muovono risorse economiche), facendo il paio con l’organismo gemello, guidato dall’altro meloniano Nicola Calandrini.
Al posto di Mangialavori era molto gettonato il nome di Luca Cannata, attuale vicepresidente. Ma l’esplosione del partito in Sicilia ha fatto crollare le sue quotazioni. Così viene segnalato un certo attivismo di Lucaselli, che da capogruppo di FdI in Bilancio è profonda conoscitrice dei meccanismi della commissione. Vanta titoli ed esperienza per ambire al ruolo. Solo che i forzisti sono pure disposti a sacrificare Mangialavori, ma non vogliono perdere la poltrona. I nomi spendibili sono quelli di Mauro D’Attis, parlamentare pugliese molto attivo su vari dossier, e Roberto Pella, abilissimo a districarsi nei reticoli dei provvedimenti economici più delicati.
Il piano B prevede lo spostamento alla commissione Bilancio di Marco Osnato, attuale presidente della commissione Finanze. A quel punto FI potrebbe scegliersi il nome per la Finanze, che fa gola alla Lega con Alberto Gusmeroli, l’uomo del fisco di Matteo Salvini. Il capogruppo azzurro Paolo Barelli è pronto alle barricate. Quindi Osnato resta il profilo adatto per rinforzare l’organico al Mef. Dopo la cattiva gestione della manovra, si vocifera di un nuovo sottosegretario di rito meloniano. L’attuale esponente di FdI a via XX Settembre, Lucia Albano, ha molti detrattori nel partito.
Ancora vuoto il posto al ministero dell’Università di Augusta Montaruli, che ha dato le dimissioni da sottosegretaria dopo la condanna definitiva (due anni fa) per l’uso dei fondi regionali in Piemonte. Qui il rebus è tutto da sciogliere.
Trasporti e turismo
Chi sembra in rampa di lancio per un nuovo ruolo è Salvatore Deidda, presidente della commissione Trasporti alla Camera, benedetto da Fratelli d’Italia come nuovo viceministro ai Trasporti al posto di Bignami. Il passaggio di Deidda al Mit può favorire la promozione alla presidenza della commissione di Fabio Raimondo, capogruppo di Fratelli d’Italia in Trasporti.
Sullo sfondo resta il dossier Santanchè: il rinvio a giudizio sulla presunta truffa all’Inps porterebbe la ministra alle dimissioni con l’avvicendamento al dicastero Turismo. Il principale candidato è il capogruppo al Senato, Lucio Malan, che ha scavalcato Gianluca Caramanna, consigliere della ministra in carica. Per la presidenza dei senatori di FdI è pronto da tempo Raffaele Speranzon, attuale numero due del gruppo a palazzo Madama, garanzia di melonismo doc.

(da editorialedomani.it)

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VIENI AVANTI SALVINI

Marzo 13th, 2025 Riccardo Fucile

VOTA NO AL PIANO URSULA, MA IL GOVERNO SE NE FREGA. TWITTA COME UN OSSESSO E GOVERNA COME UN SOPRAMMOBILE… ORMAI E’ UN UOMO DI SPETTACOLO, NON APPARTIENE ALLA POLITICA, QUELLA FATTA DI STRATEGIE, COMPROMESSI E RESPONSABILITA’

Lei governa, lui twitta. Gli alleati lo tollerano come un jukebox rotto che suona sempre la stessa canzone, l’opposizione lo gonfia come un palloncino da sagra paesana, ma alla fine è Giorgia Meloni a spegnere le luci. E noi stiamo a guardare, perché in Italia, si sa, anche il dramma più cupo finisce sempre con un Salvini che inciampa sul suo stesso rosario. Ieri pomeriggio, a Strasburgo, la Lega ha votato contro il piano di difesa europeo con quell’aria di chi dice “siamo pronti a iscriverci al Pd di Elly Schlein”. Fratelli d’Italia, i cugini di destra con cui i leghisti dividono il governo, ha invece votato a favore con Forza Italia, lasciando il pacifista Matteo Salvini a urlare da solo contro un mulino a vento che, guarda caso, continua a girare. E ora infatti viene il bello. La settimana prossima il Parlamento italiano dovrà decidere con quale mandato spedire il nostro governo al Consiglio europeo, dove si discuterà proprio di quel piano di difesa. E indovinate un po’?
La risoluzione italiana non potrà che essere un bel copia-incolla di quella europea. La Lega, che in teoria dovrebbe opporsi, si troverà a dover dire “sì” perché in politica – quella vera, non quella dei selfie – i numeri contano più dei decibel. C’è chi governa e chi la spara grossa e basta. Indovinate a quale categoria corrisponde Salvini? Non è una novità, intendiamoci. Il Capitano – così lo chiamano i suoi, forse perché affonda sempre la nave – ci ha abituati a queste pantomime. Parla di sovranità, di orgoglio nazionale, di muri contro l’Europa, di uteri in affitto, di vaccini, di pace fiscale e pace in Ucraina, di cavoli a merenda, insomma di qualsiasi cosa, ma poi, quando si tratta di passare dalle parole ai fatti, si scopre che il suo arsenale è composto di aria fritta. Egli è il trionfo dell’inconseguenza, nel senso che può dire davvero qualsiasi cosa ma questa non produrrà nessun effetto sul governo, sugli alleati e in definitiva sulla realtà. Twitta come un ossesso e governa come un soprammobile. La verità è che Salvini non appartiene alla politica, quella fatta di strategie, compromessi e responsabilità. Lui è un uomo di spettacolo, un giocoliere che lancia slogan come palle infuocate, ma quando il sipario cala resta solo il fumo. E qualche like. Dicono che in politica ci voglia fegato, ma a lui basta un fegatello: piccolo, morbido e già cotto.
(da il Foglio)

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C’E’ ANCHE UN POLITICO DI FRATELLI D’ITALIA TRA I MIGNOTTARI CHE FREQUENTAVANO LA “GINTONERIA”: SI TRATTA DI UN CONSIGLIERE COMUNALE DI UN PAESE LUCANO E AGENTE DELLA GUARDIA DI FINANZA (NON È INDAGATO)

Marzo 13th, 2025 Riccardo Fucile

DAVIDE LACERENZA LO TENEVA IN GRAN CONSIDERAZIONE, AL TAL PUNTO DA OFFRIRGLI GRATIS RAPPORTI SESSUALI CON LE ESCORT CHE FREQUENTAVANO IL LOCALE… POLITICI, INFLUENCER E GIORNALISTI TEMONO DI ESSERE COINVOLTI NELL’INDAGINE: MOLTI SAPEVANO E HANNO TACIUTO

Imprenditori, youtuber, giornalisti di gossip, influencer, rappresentanti di seconda fila delle forze dell’ordine, un ereditiere dal plafond importante. E c’è anche un politico (non indagato) tra i clienti “speciali” della Gintoneria e del suo privé, finiti al centro dell’inchiesta per prostituzione e spaccio che ha portato agli arresti domiciliari Davide Lacerenza e Stefania Nobile, rimasti entrambi in silenzio davanti alla gip Alessandra Di Fazio, martedì, una settimana dopo gli arresti.
Si tratterebbe di un consigliere comunale di un paese lucano, segretario cittadino per Fratelli d’Italia e finanziere. “Gli indagati vantano amicizie strette con le forze dell’ordine”, scrive la gip Alessandra Di Fazio nell’ordinanza che ha disposto i domiciliari per Lacerenza, Nobile e il loro factotum al locale, Davide Ariganello.
In particolare, tra queste presenza, spicca tale F. P., “tenuto in grande considerazione da Lacerenza al punto da offrirgli gratuitamente le prostitute”, annota la gip. Il suo nome ricorre in diverse testimonianze raccolte nel corso dell’indagine. E c’è una telefonata che per gli inquirenti conferma la presenza non sporadica del politico, 32 anni, nel privè di via Napo Torriani, la Malmaison.
È il 4 aprile 2024 e Lacerenza parla con Nobile. “Fa riferimento alle donne nel privé e ai rapporti sessuali consumati”, dice la gip. “Son qui con F. — dice Lacerenza — A F. ho già fatto sc….. la 2005 (il nome usato per una escort, ndr), e ora se vuole se ce la fa si s… anche la Marghe”.
Secondo la ricostruzione del nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf, coordinato dalla pm di Milano Francesca Crupi e dall’aggiunta Bruna Albertini, oltre a servire bollicine di pregio nel locale a due passi dalla stazione Centrale, la Gintoneria, i tre avrebbero offerto alla propria clientela droga — soprattutto cocaina, anche quella rosa, e marijuana — delivery a domicilio, e la possibilità di usufruire di prestazioni sessuali fornite da escort, acquisendo così lauti profitti illeciti, riciclati poi nell’attività commerciale. Le accuse a vario titolo sono di autoriciclaggio, favoreggiamento e sfruttamento
della prostituzione, detenzione e spaccio di stupefacenti.

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FASCI DA AVANSPETTACOLO: LE SARACINESCHE ARCOBALENO DELLA SEDE DI ARCIGAY A CATANIA SONO STATE IMBRATTATE CON VERNICE NERA E SCRITTE INNEGGIANTI IL FASCISMO: “VIVA IL DUCE”, “ANNO 103 ERA FASCISTA”

Marzo 13th, 2025 Riccardo Fucile

I MEMBRI DELL’ARCI NON SI LASCIANO INTIMORIRE:“SE IL MESSAGGIO È QUELLO DI FARCI SENTIRE MENO SICURI, LA RISPOSTA È CHE NON CI LASCEREMO FERMARE”

Le saracinesche arcobaleno della sede di Arcigay a Catania sono state imbrattate con vernice nera e scritte inneggianti il fascismo: “viva il duce”, “anno 103 era fascista”. Lo rende noto l’Arci sottolineando che “attaccare la sede di Arcigay significa attaccare tutto il movimento, tutte le associazioni democratiche, tutte le persone che credono nell’uguaglianza, nei diritti, nelle libertà e nella democrazia”.
“Un attacco gravissimo e vigliacco – si legge in una nota dell’Arci – Se il messaggio è quello di farci sentire meno sicuri e di fermare le nostre attività ci associamo alla risposta già data da Arcigay Catania: non ci lasceremo fermare, non ci lasceremo intimidire, non ci faremo cambiare da attacchi così vili. Il clima di intolleranza e spietata violenza contro la comunità queer che si respira nel mondo è inquietante e merita una risposta determinata da parte dell’intera comunità e anche dalle Istituzioni.
Non sarebbe accettabile il silenzio delle istituzioni della città – Prefettura, Questura, Comune – rispetto a un attacco così grave e così pericoloso. Noi esprimiamo la nostra assoluta solidarietà ad Arcigay e a tutti coloro che ogni giorno vivono la sede. Diteci quando vorrete ridipingere le saracinesche, i colori li portiamo noi. Siamo tutti sotto lo stesso arcobaleno!”
(da agenzie)

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IL “FATTO” E GIORGIA MELONI CHE VIOLA LA LEGGE DI NORDIO SULLE INTERCETTAZIONI: “VA INDAGATA”

Marzo 13th, 2025 Riccardo Fucile

LA PREMIER HA PUBBLICATO UN TWEET CON UN TESTO CONTENUTO IN UN’ORDINANZA DI CUSTODIA CAUTELARE

«L’Italia per noi è diventata scomoda. Io me ne devo andare». Era l’11 febbraio
2025 quando Giorgia Meloni pubblicava sul suo profilo X un’intercettazione contenuta in un’ordinanza di custodia cautelare. Si parlava di un’operazione antimafia che aveva portato a 180 arresti. Ma, spiega il Fatto Quotidiano, la procura di Roma non l’ha ancora iscritta nel registro degli indagati. Eppure Francesco Lo Voi è soggetto all’obbligatorietà dell’azione penale. Il reato è stato chiaramente consumato, spiega Thomas Mackinson.
Il reato di Meloni
Perché la presidente del Consiglio ha violato l’articolo 114 del codice di procedura penale. Che vieta di pubblicare intercettazioni, o stralci virgolettati delle ordinanze di misura cautelare, fino alla conclusione dell’udienza preliminare. Una norma voluta dal deputato di Forza Italia Enrico Costa. Che proprio l’altroieri ha presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia Carlo Nordio. Per l’inchiesta sugli abusi edilizi a Milano: «In molte cronache emerge la pubblicazione di stralci testuali di ordinanze di custodia cautelare, ivi compreso il contenuto letterale di intercettazioni telefoniche contenute nell’ordinanza». Ovvero proprio quello che ha fatto Meloni.
La disobbedienza
Il quotidiano di Marco Travaglio ha annunciato la propria disobbedienza alla norma. E quindi« ha continuato – e continuerà – a pubblicare intercettazioni e ordinanze. Meloni invece ha disobbedito a una legge che condivide e che – dobbiamo dedurne – vorrebbe applicata per gli altri, ma non per se stessa». La norma, è il ragionamento, l’ha violata anche Meloni: «Va indagata e processata pure lei. Se poi confesserà d’essersi (sia pure inconsciamente) ribellata a una norma ingiusta

(da agenzie)

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TRA L’UE E TRUMP, MELONI HA SCELTO TRUMP: L’ITALIA ROMPE IL FRONTE EUROPEO SULL’UCRAINA: LA PREMIER NON PARTECIPERÀ ALLA RIUNIONE VIRTUALE DELLA “COALIZIONE DEI VOLENTEROSI”, , IN CUI SI DISCUTERÀ DELL’INVIO DI TRUPPE UE SUL CAMPO

Marzo 12th, 2025 Riccardo Fucile

LA DISERZIONE SI DEVE AL PROTAGONISMO DI MACRON E STARMER CHE FA ROSICARE LA DUCETTA: SOGNAVA DI ESSERE LEI, IL PONTE TRA WASHINGTON E BRUXELLES, SI TROVA A DOVER INGOIARE LE DECISIONI PRESE DA LONDRA E PARIGI

Lo strappo si consumerà sabato. Giorgia Meloni non parteciperà alla videocall convocata dal primo ministro britannico Keir Starmer. La premier ha infatti chiarito ai suoi fedelissimi di non aver intenzione di mettere la faccia su un’iniziativa che «non convince».
E cioè su una riunione che, a seguito del vertice di Parigi di ieri tra i vertici della Difesa dei Paesi coinvolti nella “coalizione dei volenterosi”, avrebbe discusso apertamente dell’invio di truppe in Ucraina.
Dopo aver più volte mostrato le proprie perplessità sul formato e sulle modalità di questi tentativi, Meloni ha sciolto ieri sera la riserva, decidendosi a spaccare il fronte che il britannico ed Emmanuel Macron stavano costruendo a fatica.
In questo modo, l’Italia pare spostare al di là di ogni ragionevole dubbio il proprio asse verso Donald Trump, assumendosi l’onere di porre un pietra potenzialmente tombale sull’iniziativa che non avrebbe avuto né l’egida Onu, né tanto meno quella della Nato.
La diserzione italiana è arrivata dopo una lunga serie di riflessioni e di contatti con le cancellerie, compresa quella di Washington. Dopo giorni di indugi, a far decidere Meloni pare sia stato il buon esito dei colloqui tenutisi a Gedda tra Usa e Ucraina
A colpire Palazzo Chigi sono state le parole lasciate trapelare da Macron ieri: dobbiamo «assumerci le nostre responsabilità» perché «è il momento in cui l’Europa deve fare il possibile, per l’Ucraina e per se stessa». Fattori che […] non solo non motivano un’iniziativa alternativa a quella a stelle e strisce, ma impongono di tirare il freno.
La scelta italiana potrebbe però ora deflagrare nel cuore dell’Europa, aprendo una crepa che sarà difficilissimo risanare. Anche perché è forte il sospetto che il vero nodo della contesa sia stato il protagonismo di Macron e Starmer, determinati a sedersi al tavolo a cui Trump sta facendo il bello e il cattivo tempo.
D’altro canto, ieri sono arrivati molteplici segnali di disallineamento rispetto all’Europa da parte del centrodestra italiano. A Strasburgo, infatti, Fratelli d’Italia sta valutando di non sostenere la risoluzione di maggioranza «sull’incrollabile sostegno Ue» da destinare all’Ucraina.

(da Dagoreport)

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