Aprile 30th, 2025 Riccardo Fucile
COSA DICE IL RAPPORTO DI LIBERTIES: SERVIZIO PUBBLICO VULERABILE E INTERFERENZE GRAVI
La libertà e il pluralismo dei media sono in forte declino in tutta l’Unione Europea. Lo
evidenzia l’ultimo rapporto pubblicato dalla Civil Liberties Union for Europe, di Liberties, redatto con il contributo di ben 43 organizzazioni per i diritti umani da 21 Stati membri. Il documento denuncia un attacco sistematico all’indipendenza dei media, favorito da una crescente concentrazione proprietaria, opacità nei finanziamenti pubblici e debolezze normative che minano l’efficacia della nuova legge europea sulla libertà dei media, l’EMFA (European Media Freedom Act), in vigore da agosto 2025. Il rapporto sottolinea anche come l’indipendenza dei giornalisti sia compromessa da intimidazioni, violenze fisiche e cause legali pretestuose (SLAPP), oltre che da una trasparenza insufficiente sulla proprietà dei media. In paesi come Croazia, Francia, Spagna, Slovenia, Svezia e Paesi Bassi, pochi gruppi privati dominano interi settori dell’informazione, riducendo drasticamente il pluralismo. Ma il caso italiano è tra i più gravi, secondo Liberties.
La vulnerabilità del servizio pubblico italiano
In Italia, il governo Meloni non ha ancora adottato misure efficaci per garantire trasparenza nella proprietà dei media né per prevenire conflitti di interesse. Particolarmente allarmante è la situazione della Rai, il servizio pubblico italiano, regolato dalla cosiddetta “legge Renzi” (n. 220/2015), che consente al governo e alla maggioranza parlamentare di nominare la quasi totalità del consiglio di amministrazione. Questa configurazione renderebbe così l‘emittente pubblica fortemente esposta alle pressioni politiche. L’amministratore delegato, scelto dal governo, gode di ampi poteri gestionali e
libertà di spesa, in contrasto con i principi di indipendenza stabiliti dall’EMFA. A maggio 2024, due ricorsi al TAR del Lazio hanno contestato la legittimità della procedura di nomina del CdA Rai, ritenuta contraria alle norme UE. Nonostante questo, il nuovo consiglio è stato insediato il 1° ottobre. Il rapporto segnala anche un clima di forte autocensura e pressione interna, testimoniato dal caso emblematico dello scrittore Antonio Scurati: la cancellazione di un suo monologo antifascista nel programma di Serena Bortone, e il successivo procedimento disciplinare a suo carico, hanno sollevato infatti dure reazioni. Usigrai aveva indetto uno sciopero generale il 6 maggio 2024, cui ha aderito il 75% degli iscritti, denunciando la trasformazione della Rai in “un organo di stampa del governo”.
L’Italia resta senza riforme e a rischio infrazione
Il report denuncia inoltre l’immobilismo delle istituzioni. A novembre 2024 si sono svolti gli Stati Generali del Servizio Pubblico, un evento promosso dalla commissione parlamentare di vigilanza Rai per avviare sostanzialmente un confronto sulle riforme, ma le conclusioni sono rimaste lettera morta. “È davvero avvilente leggere il Report sulla Libertà di Stampa 2025, prodotto da Liberties, che ancora una volta presenta un quadro davvero preoccupante per l’Italia”, ha dichiarato la presidente della Commissione di Vigilanza Rai, Barbara Floridia. Secondo la presidente, “le problematiche legate alla libertà di stampa e all’indipendenza dei media rimangono tutte lì, anzi in certi casi c’è stato un peggioramento”. Floridia accusa infatti la maggioranza di aver tradito lo spirito degli Stati Generali e denuncia il blocco della commissione di vigilanza Rai, fermo da oltre sei mesi: “Una situazione inaccettabile che sta impedendo il controllo democratico da parte di un organo di garanzia fondamentale”. La presidente della commissione avverte poi che il rischio di procedura di infrazione da parte dell’UE è assai concreto e che “bloccare la riforma e tenere in ostaggio la commissione significa trascinare il Paese verso un vicolo cieco” e poi chiede a Giorgia Meloni: “Di fronte a questo ennesimo monito dall’Europa, come reagirà? Avrà il coraggio di dire alla sua maggioranza che è ora di fare qualcosa di concreto? La violazione del Media Freedom Act europeo che si paleserà ad agosto danneggerà non solo
l’immagine internazionale del Paese, ma soprattutto la nostra democrazia”.
Floridia poi conclude: “La riforma del servizio pubblico e lo sblocco della commissione della vigilanza Rai devono diventare una priorità per il Parlamento, altrimenti la responsabilità di rendere l’Italia lo zimbello d’Europa sul fronte della libertà dei media continuerà ad essere tutta in capo a questa maggioranza”.
Il caso Angelucci e la concentrazione dei media
Oltre alla Rai, il rapporto mette in evidenza la crescente concentrazione proprietaria nel settore editoriale italiano. Destano particolare preoccupazione le operazioni del gruppo Angelucci, guidato dal deputato della Lega Antonio Angelucci, che già controlla quotidiani come Il Giornale, Libero e Il Tempo. L’annunciata acquisizione dell’agenzia AGI da parte dello stesso gruppo rappresenterebbe, secondo Liberties, un ulteriore passo verso la riduzione del pluralismo nel nostro Paese: la mancanza di trasparenza sulle proprietà e l’intreccio tra media, potere economico e politico aggraverebbero infatti il rischio di una stampa sempre meno indipendente e sempre più orientata a interessi di parte. Il mancato intervento normativo per evitare conflitti di interesse e garantire una distribuzione equa del potere mediatico, osserva il rapporto, contribuirebbe a rendere sempre più fragile l’indipendenza del sistema informativo italiano.
Pressioni, minacce e querele bavaglio
Il rapporto 2025 segnala poi gravi violazioni della libertà d’espressione. In Italia, come in altri paesi europei, i giornalisti sono stati oggetto di minacce, aggressioni fisiche e SLAPP, cioè le azioni legali strumentali a zittire la stampa. Nel marzo 2024 la ministra del Turismo Daniela Santanchè ha intentato una causa da ben 5 milioni di euro contro L’Espresso per un’inchiesta sul suo passato imprenditoriale. A giugno, il ministro Adolfo Urso ha chiesto risarcimenti tra i 250mila e i 500mila euro a Il Foglio e Il Riformista. Non sono ovviamente episodi isolati, ma parte di una tendenza che mette in discussione la possibilità stessa di fare giornalismo d’inchiesta in Italia. Il rapporto ricorda anche l’aggressione subita dal giornalista Andrea Joly, commentata dal presidente del Senato Ignazio La Russa con parole ambigue. Pur condannando l’atto, La Russa aveva allora insinuato che “il giornalista avrebbe dovuto identificarsi” e si è chiesto se “la sua presenza sulla scena fosse davvero una coincidenza”. Il quadro che emerge dal rapporto è dunque allarmante. Liberties ribadisce che la libertà di stampa è una condizione essenziale per il buon funzionamento della democrazia: “Quando i media fungono da portavoce del governo”, si legge nel rapporto, “rendono torbido il dibattito pubblico e indeboliscono la fiducia nelle notizie”.
In questo clima, la disinformazione prolifera e il potere politico può agire indisturbato. La speranza, secondo il report, è che l’Unione Europea non si limiti a scrivere leggi, ma si impegni a farle rispettare. L’Italia, in particolare, è attesa a un bivio: o procede verso una riforma reale e garantista, o continuerà ad affondare nella classifica della libertà di stampa, sotto gli occhi sempre più preoccupati di Bruxelles.
(da Fanpage)
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Aprile 30th, 2025 Riccardo Fucile
BLACKOUT CONTRO BREAKOUT
Chi conosce un po’ le cose, lo sa. Viviamo in un mondo in cui ogni azione locale ha ripercussioni globali, legate da reti invisibili che ignorano bandiere e confini. Le infrastrutture energetiche e digitali dimostrano che l’autonomia nazionale è una favola per ingenui. L’ultimo blackout in Spagna e Portogallo, propagatosi fino al Marocco, ne è la prova: i leader sovranisti che promettono “indipendenza” fanno ridere, non appena si accende la luce.
Le reti elettriche europee, collegate tramite l’ENTSO-E, non si fermano ai confini politici. La Spagna esporta energia al Marocco attraverso cavi sottomarini, mentre il Portogallo attinge da fonti rinnovabili condivise. Quando
un guasto tecnico o un picco di domanda spegne Madrid, Rabat trema. I generatori nazionali? Praticamente inutili. Il Marocco, che importa il 15% della sua elettricità dalla Spagna, subisce blackout a catena: ospedali, fabbriche, reti di trasporto si bloccano. I governi nazionalisti, che sventolano l’autosufficienza, non spiegano nei loro programmi elettorali come riparare un cavo sottomarino senza cooperare con il “nemico” di turno.
Un altro esempio? Internet è un gigante senza patria. Restando alle vicende di ieri, il Marocco dipende da cavi come Medusa, che lo legano alla Spagna. Se Madrid va in tilt, a Casablanca saltano i pagamenti digitali, i server delle banche, le piattaforme governative. E i cloud? Amazon Web Services e Google Cloud non hanno passaporto: i dati viaggiano su server in Germania o Olanda. I leader sovranisti che urlano “controllo nazionale” tacciono quando sul fatto che il loro sito di partito è ospitato in un server a Dublino.
Il blackout iberico-marocchino non è un incidente: è un avvertimento. Senza cooperazione, non si riaccendono le luci. Senza reti condivise, non si riavviano i server. Eppure, i partiti sovranisti continuano a vendere la favola del “noi contro loro”, ignorando che i loro elettori lavorano per multinazionali, pagano bollette collegate alla Francia, prenotano vacanze e comprano oggetti su piattaforme cinesi.
I leader nazionalisti? Sono eroi da tweet, che combattono nemici immaginari mentre il loro Paese crolla al primo blackout. Gridano “Riprendiamoci il controllo!”, ma non sanno come funziona un trasformatore. Promettono muri, mentre l’economia viaggia su cavi in fibra ottica.
La verità è semplice: in un mondo dove l’energia è condivisa e i dati volano via satellite, l’unico “breakout”, l’unica “exit” possibile sono quelli dalla realtà. E i blackout, invece, sono lì a ricordarcelo: ogni volta che cala il buio, scopriamo quanto siamo interdipendenti.
Questi bagni di realtà dovrebbero fare capire ai più che i vari leader nazionalisti sono come attori in una farsa: recitano l’orgoglio patrio, ma la scenografia è made in China, i riflettori funzionano col gas russo, e il pubblico paga in dollari. Ogni blackout è un sipario che cala sulla loro finzione.
(da glistatigenerali.com)
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Aprile 30th, 2025 Riccardo Fucile
UN TESTO SCHIZOFRENICO: PERCHE NON IN PROSSIMITA’ DI SCUOLE, OSPEDALI, AEROPORTI, DISCOTECHE, STADI?… OCCUPARE UNA CASA E’ PUNITA PIU’ DI UNA VIOENZA SESSUALE O DI UNA TORTURA… RIFIUTI PER PROTESTA IL VITTO IN CARCERE: DIVENTA RESISTENZA PASSIVA E RISCHI 5 ANNI
Dallo scorso 12 aprile in Italia commettere un furto, una rapina, una violenza sessuale
o persino un omicidio “all’interno o nelle immediate adiacenze” (qualunque cosa questo significhi: nel raggio di 100 metri? 200? Di più?) delle stazioni ferroviarie e delle metropolitane è più grave che commettere questi stessi reati in qualsiasi altro posto. Tutto ciò è conseguenza dell’entrata in vigore del decreto sicurezza, approvato dal governo in Consiglio dei ministri il 4 aprile, poi pubblicato in Gazzetta ufficiale una settimana dopo. Un provvedimento schizofrenico, sotto innumerevoli punti di vista.
Innanzitutto quello del metodo: il governo ha deciso di trasferire improvvisamente in un decreto legge un intero disegno di legge presentato oltre un anno fa e al cui esame erano state dedicate un centinaio di sedute tra Camera e Senato, con l’audizione di numerosi professori ed esperti.
Di colpo il governo ha individuato delle ragioni di “necessità e urgenza” per adottare queste misure attraverso un decreto, anche se non è dato sapere quali siano queste ragioni, visto che il provvedimento ne fa riferimento soltanto in
termini generici. Come risultato, comunque, il Parlamento è stato “scippato” dal governo dell’esame del ddl.
Ma la schizofrenia più evidente si rintraccia nei contenuti del decreto, che dovrà essere convertito in legge entro sessanta giorni. Il testo prevede l’introduzione di 14 nuovi reati, l’aumento di pena per 9 reati e l’introduzione di svariate aggravanti. Alla faccia delle promesse del ministro della Giustizia Carlo Nordio di combattere il populismo penale.
Una delle norme più assurde è proprio quella che prevede l’introduzione di una nuova circostanza aggravante comune: quella dell’aver commesso il fatto nelle aree interne o nelle immediate adiacenze delle infrastrutture ferroviarie o dei convogli adibiti al trasporto passeggeri.
Un modo, nell’ottica del governo, di disincentivare la commissione di reati come rapine, furti e violenze sessuali nelle stazioni ferroviarie, ma che appare veramente illogico sul piano penale (un’aggravante simile non è prevista, ad esempio, se gli stessi reati vengono commessi in luoghi altrettanto – se non maggiormente – rilevanti, come ospedali o scuole).
Il provvedimento introduce poi il reato di “occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui”, prevedendo la pena della reclusione da due a sette anni. L’occupazione di un immobile era già sanzionata dal codice penale (invasione di terreni o edifici) con una pena fino a tre anni. La pena di sette anni sembra violare completamente il principio di proporzionalità. Basti considerare che un reato odioso come la violenza sessuale è punito con una pena minima di sei anni, oppure che il reato di tortura prevede una pena minima di quattro anni.
Ancora più incredibile è la disposizione che prevede la repressione della resistenza passiva in carcere, equiparata alla rivolta commessa con atti di violenza. Una fattispecie penale ben lontana dal rispettare il requisito di tassatività, ma che farà sì che nel caso in cui almeno tre detenuti decidano di
avviare una forma di protesta passiva, per esempio rifiutando il vitto, possano essere denunciati e puniti con la reclusione da uno a cinque anni. Ancora più grottesche le norme successive: se dal fatto (cioè dalla resistenza passiva) “deriva, quale conseguenza non voluta, una lesione personale grave o gravissima, la pena è della reclusione da due a sei anni”; se la conseguenza non voluta è la morte “la pena è della reclusione da sette a quindici anni”. Come da una resistenza passiva possano derivare lesioni personali o la morte di qualcuno è un mistero.
L’articolo 13 del decreto sembra invece comportare una palese violazione del principio costituzionale di non colpevolezza, prevedendo che il questore può disporre il divieto di accesso “alle aree delle infrastrutture di trasporto e alle loro pertinenze” anche “nei confronti di coloro che risultino denunciati o condannati, anche con sentenza non definitiva, nel corso dei cinque anni precedenti” per determinati reati.
Queste sono solo alcune delle norme più schizofreniche del decreto legge, bocciato nei giorni scorsi in audizione alla Camera dall’Unione camere penali e dall’Associazione nazionale magistrati. Quasi 260 costituzionalisti e giuristi hanno sottoscritto un appello pubblico in cui evidenziano l’incostituzionalità del decreto. Il testo è stato contestato anche dall’Associazione italiana dei professori di diritto penale, che ha programmato una serie di iniziative pubbliche nelle università dal 26 al 30 maggio.
(il Foglio)
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Aprile 30th, 2025 Riccardo Fucile
LA CITTÀ PIÙ “LAICA” D’ITALIA È FIRENZE, CON IL 51,5% DEGLI ALUNNI CHE RIFIUTA L’ORA DI RELIGIONE, DAVANTI A BOLOGNA (47,29%), AOSTA (43,58%) E BIELLA (40,62%)
Sempre più studenti rinunciano all’ora di religione a scuola: nell’anno scolastico 2023-24 si è raggiunta la cifra record di 1 milione e 164 mila studenti che si sono avvalsi della facoltà di fare altro, con un aumento pari a 68 mila unità rispetto alla precedente rilevazione, quando gli studenti che optavano per insegnamenti alternativi erano il 15,5% del totale. Oggi la percentuale è del 16,2%, e in alcune città – come Firenze, Bologna e Aosta – registra ulteriori picchi, arrivando in alcuni casi a coprire la metà degli alunni.
Da una indagine dell’Unione atei e agnostici razionalisti , riassunta nei suoi passaggi principali dal portale Skuola.net, emerge lo spaccato di un corpo studentesco diviso tra Nord e Sud, per quanto riguarda la fruizione dell’ora di religione cattolica a scuola. Il Sud Italia sembra infatti mantenere un approccio più “tradizionale” rispetto alla religione nelle scuole: in città come Taranto, Benevento e Barletta, le percentuali di studenti che si rifiutano di partecipare all’ora di religione sono inferiori al 3%.
Firenze, al contrario, risulta la città più “laica” d’Italia. Qui, oltre la metà – il 51,5% – degli studenti non partecipa alle attività in classe. Seguono, non di molto, Bologna (47,29%), Aosta (43,58%) e Biella (40,62%), con numeri ben al di sopra della media nazionale.
(da agenzie)
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Aprile 30th, 2025 Riccardo Fucile
IL NUMERO POTREBBE ESSERE ANCORA PIÙ ALTO, VISTO CHE LASCIANO L’ITALIA SENZA CANCELLARE LA PROPRIA RESIDENZA E SFUGGONO ALLE STATISTICHE
In questi mesi l’attenzione ai flussi di prodotti industriali, digitali o finanziari è stata
tale che quasi dimenticavo un’altra categoria di export dall’Italia: gli esseri
umani. Invece su quella andiamo forte. Secondo i dati dell’Istat, l’agenzia statistica, se ne sono andate dall’Italia 191 mila persone: fra questi 155 mila italiani e 35 mila stranieri (arrotondo per difetto). Stracciato ogni record recente, anche quelli della Grande recessione di una quindicina di anni fa. […]
Dopo decenni dalla fine delle grandi migrazioni partite a fine ‘800, le uscite ufficiali dal Paese hanno ricominciato a superare le centomila all’anno nel 2012. È normale, perché allora il Paese veniva da tre severe recessioni di seguito. Verso metà dello scorso decennio, con l’economia ancora fragile, si raggiunge e supera quota 150 mila e anche questo era prevedibile: nel 2015, in soli sette anni, il numero dei disoccupati era più che raddoppiato a oltre tre milioni di persone mentre moltissimi giovani (o non tanto giovani) erano ormai così disperati da cercare una soluzione all’estero.
Poi però il fenomeno entra nel costume sociale; nell’anno prima della pandemia, il 2019, le cancellazioni di residenza per trasferimento all’estero segnano il record dell’era moderna: ufficialmente sfiorano quota 180 mila, anche se intanto la disoccupazione era calata a 2,5 milioni di persone.
Nel 2023, primo anno pieno di governo dell’esecutivo di Giorgia Meloni, l’emigrazione ridiscende ai minimi da otto anni: 150 mila uscite ufficiali. Invece l’anno scorso si registra un nuovo balzo, improvviso: più 27% rispetto al 2023, con un numero degli italiani ufficialmente partiti dal Paese che risulta di gran lunga il più alto nelle serie moderne
Il numero dei disoccupati continua a calare per tutto il 2024 fino a tornare ai minimi da quasi vent’anni, dimezzato dai tempi della crisi dell’euro. Anche il numero degli occupati in Italia, quasi 26 milioni, è ai massimi da quando esistono serie affidabili. Persino gli inattivi scendono e sono ai minimi di sempre.
Eppure sempre più italiani votano con i piedi e lo abbandonano per situazioni che ritengono migliori. Certo, nel 2024 l’economia ha rallentato fino quasi a crescita zero e la stagnazione quest’anno proseguirà senz’altro. Ma questi non sono fenomeni migratori come quelli dello scorso decennio, quando il lavoro
non c’era: oggi c’è (o c’è stato fino al 2024) e invece le persone, in gran parte giovani, se ne vanno a cercarlo altrove ancora di più.
Prevedibilmente, il fenomeno è molto più vasto di quanto rivelino i dati Istat perché molti lasciano l’Italia senza cancellare ufficialmente la propria residenza e dunque sfuggono alle statistiche.
Secondo l’Istat per esempio nel 2023 arrivano in Svizzera 12.900 persone dall’Italia, ma l’ufficio statistico del Berna ne registra oltre il 50% in più. Quanto alla Germania, nel 2023 calcola 44 mila arrivi dall’Italia quando l’Istat ha un dato di meno della metà (e sicuramente è corretto quello tedesco, per le ragioni spiegate).
Ma il caso più notevole riguarda la Spagna, che un decennio fa soffriva di una vasta emigrazione giovanile verso l’estero e di bassa attrattività; appena più di quattromila italiani andavano lì nel 2015 secondo l’Istat, mentre oggi il flusso è più che quadruplicato e in base alle tendenze attuali la Spagna diventerà presto la meta più ricercata dai migranti italiani: il Paese cresce, presenta poche difficoltà di inserimento ed è avvertito da molti giovani italiani come socialmente e culturalmente più aperto. Anche qui il dato reale dei flussi è senz’altro molto più alto dei 19 mila registrati dall’Istat: l’agenzia statistica di Madrid dà conto di 48 mila italiani approdati nel 2023.
Insomma, quelli che se ne vanno dall’Italia sono molti più dei 190 mila ufficiali. E non sono spinti dal fantasma della disoccupazione, perché vengono per lo più da territori che non ne conoscono. L’anno scorso si è ufficialmente trasferito all’estero quasi un residente del Veneto ogni duecento mentre lo ha fatto poco più di un residente della Campania ogni quattrocento. Ovunque tornano le stesse tendenze: le regioni più dinamiche del Paese sono le stesse da cui si va via dall’Italia di più.
Qualcosa in Italia non gira e spinge verso l’uscita alcune delle forze migliori.
(da il Corriere della Sera)
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