Aprile 27th, 2025 Riccardo Fucile
“TRA FINE MAGGIO E GIUGNO SI TERRÀ IL FACCIA A FACCIA CHE SEMBRAVA INSPERATO. VON DER LEYEN AVEVA BISOGNO DI DIMOSTRARE CHE POTEVA FARE A MENO DELLA MEDIAZIONE ITALIANA. UN INCONTRO A QUATTR’OCCHI VIENE CONSIDERATO DALLA “SQUADRA” BRUSSELLESE LA STRADA MIGLIORE PER EVITARE LA GUERRA COMMERCIALE”
“Penso che dovremo vederci. Non è vero che non voglio incontrarvi». Probabilmente non basta questa battuta di Donald Trump per augurare una sorta di “Pax Vaticana” tra gli Usa e l’Unione europea. Di certo, però, contribuisce ad uno primo scongelamento dei rapporti con la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen.
I funerali di Papa Francesco, dunque, hanno prodotto un piccolo miracolo diplomatico. La stretta di mano tra il Tycoon e la leader di Bruxelles (e con il presidente del consiglio europeo, Antonio Costa) potenzialmente può aprire una nuova stagione di relazioni.
Nelle prossime settimane, infatti, – probabilmente tra fine maggio e giugno – si terrà il faccia a faccia che sembrava insperato nelle stanze di Palazzo Berlaymont.
Del resto i contatti tra la Casa Bianca e i “big” comunitari non sono mai stati facili. Anche nel precedente mandato Trump non aveva nascosto una certa idiosincrasia nei confronti dell’Unione. Per la presidente della Commissione, è soprattutto il modo di uscire da una impasse politica. La proposta di Giorgia Meloni di organizzare a Roma un summit euro-americano con i tutti i capi di Stato e di governo dell’Unione aveva provocato più di un dissapore in diverse cancellerie. In particolare in Francia, Spagna, Polonia e Germania.
Von der Leyen, che ha parlato brevemente anche con la premier italiana, aveva quindi bisogno di dimostrare che poteva fare a meno della mediazione italiana. Un incontro a quattr’occhi viene considerato dalla “squadra” brussellese proprio la strada migliore per riprendere in mano il bandolo della matassa. In primo luogo per evitare la guerra commerciale ancora in stallo totale. Ma anche per discutere del percorso di pace in Ucraina.
Non è un caso che ieri von der Leyen abbia incontrato per circa mezz’ora anche il presidente ucraino Zelensky nella sede dell’ambasciata di Kiev a Roma. Il
piano per la tregua predisposto tra Washington e Mosca non convince di certo il capo dell’Ucraina ma nemmeno gli europei.
(da agenzie)
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Aprile 27th, 2025 Riccardo Fucile
“QUANDO SEI POVERO LA GENTE TI GUARDA MALE, GIUDICANDOTI PER QUELLO CHE HAI” … “BERGOGLIO NON ERA UN UOMO FALSO, TI SORRIDEVA CON IL CUORE. TANTI INVECE TI DICONO ‘POVERINO’, POI SE NE VANNO PENSANDO ‘CHISSENEFREGA DI QUELLO LÌ’”
Allora ciao. «Gli ho detto ciao come si dice a un fratello che ti è morto, perché lo
eravamo. Fratelli, più che amici». «Volevo ringraziarlo per le porte che ci ha aperto», e «mi si è proprio chiuso il cuore», quando ha visto arrivare la grande bara, su per la scalinata di Santa Maria Maggiore, passargli così vicina «e non poterla neanche toccare un’ultima volta». Dentro la basilica solo i cardinali e gli altri sacerdoti, le guardie svizzere sull’attenti, e alcuni bambini. Gli amati amici, fratelli, figli di Francesco sono rimasti fuori, i quaranta scelti dalle associazioni di carità, che il Papa stesso ha voluto presenti.
Quelli della rosa bianca, giusto il tempo di un saluto, e via.
Venti da una parte del sagrato, venti dall’altra, pescati tra le molte categorie dei derelitti veri. Rifugiati politici, transessuali, detenuti, senzatetto come lui, migranti, tutti ugualmente poveri. Gli ultimi. «Per noi il Papa ha fatto tanto, e non è fantascienza. Io ad esempio, ho dormito vent’anni sotto il colonnato di San Pietro, poi ho avuto un posto a Palazzo Migliori, con Sant’Egidio. Quando entro lì, mi sento un nobile, non un barbone». E non si trattava solo di soldi,
mense, letti.
«Ci ha trattato da uguali. Perché sai, quando sei povero la gente ti guarda male, giudicandoti per quello che hai, non per quello che sei». E se non hai niente, sei un niente, è il ragionamento cristallino di Giovanni. «Invece lui ci invitava spesso a Sant’Anna, e si parlava tra di noi. Era un uomo a cui piaceva anche scherzare, fare le sue battute…».
Tutto questo non succederà più, non nello stesso modo, e questo pueblo variegato e scomodo, di gente che vive ai margini, e sempre in bilico, dapprima sospettoso e poi tranquillizzato dai sorrisi di Francesco, ora ha una paura grande: che le cose cambino, che il nuovo pontefice non li accolga più, non come prima. «Bergoglio non era un uomo falso, infatti ti sorrideva con il cuore. Tanti invece ti dicono “poverino”, poi se ne vanno pensando “chissenefrega di quello lì”. E noi, noi che siamo gli “invisibili”, questo lo capiamo al volo».
«È stata un’emozione fortissima », raccontava a cose fatte Tamara Castro, argentina come Bergoglio, nata nella regione andina di Salta, e poi arrivata in Italia, per una vita assai disgraziata. «Volevo ringraziarlo per le porte che ha aperto a noi trans, e per essere sempre stato presente. Spero che questo continui, perché così lui voleva», ma come andranno le cose nessuno di loro lo sa. […]
E c’era Antonino, ormai volontario di Sant’Egidio. Un uomo sconsolato. «Dieci volte, l’ho incontrato. Oggi è l’undicesima, ma così… E l’ho visto l’ultima volta solo in televisione, era la domenica di Pasqua. Ho visto subito che c’era qualcosa che non andava in lui». E «ci ha sempre detto di aiutare, perché se ci si aiuta in una catena, funziona». Quella solidarietà la conosce Giovanni, «io se ho un euro in più, lo do a chi non ce l’ha», nella moltitudine dei poverissimi che sopravvivono a Roma
(da “la Repubblica”)
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Aprile 27th, 2025 Riccardo Fucile
SOLO META’ ELETTORI DELLA LEGA SONO CONTRARI A UN PONTEFICE IN CONTINUITA’ CON BERGOGLIO (NON AVEVAMO DUBBI)
Con le celebrazioni per la morte di papa Francesco, nell’ultima settimana il mondo politico si è mosso come se fosse stato chiamato a dare una lettura “definitiva” del suo mandato terreno. Le persone nei loro commenti a caldo hanno offerto una lettura diversa interpretando tutto quello che è accaduto come un riflesso delle agende politiche dei singoli partiti piuttosto che come un’interpretazione delle verità del papa stesso e del suo pontificato. Anche se non tutti i politici sono credenti o cattolici, il papa ha sempre rappresentato qualcosa che va oltre la religione: è un’autorità morale, una figura pubblica globale e una voce che ha parlato di donne, giustizia, pace, diritti umani, ambiente. Insomma, di temi che toccano direttamente la politica. E allora “tirare per la giacchetta” la figura del pontefice serve a dire: «Ecco, anche lui era con noi». È un modo per legittimare la propria visione del mondo, appropriandosi – post mortem – della sua autorevolezza.
Un po’ paradossale se pensiamo che la morte di un papa dovrebbe essere un momento di commozione, silenzio e riflessione. E invece sono fioccate dichiarazioni in sua memoria che spesso parlano più di chi li pronuncia che di chi è appena scomparso.
Per gli italiani intervistati nel sondaggio di Euromedia Research, la figura di papa Francesco è stata apprezzata indistintamente da tutti (56,1%), laici cattolici, credenti e no, anche per il suo modo, a volte meno convenzionale, di affrontare il suo incarico.
La conferma della sua trasversalità si legge sia nelle lunghe code per la visita al feretro sia, per il 50,5% del campione, nella presenza di molti leader in arrivo da Paesi di tutto il mondo ai suoi funerali. Da questa lettura si discosta un cittadino su 3 a livello nazionale (34,7%) tra cui il 45,7% degli elettori della Lega e quasi il 70% di quelli di Avs – Alleanza Verdi e Sinistra.
L’attesa è anche per tutto quanto è accaduto – in segreto – durante e dopo la celebrazione della sacra liturgia. Il 38% degli italiani, infatti, era convinto che questo solenne appuntamento potesse essere anche una buona occasione per avere degli incontri informali per discutere la complicata situazione geopolitica ed economica mondiale. Su questa visione apparivano più scettici gli elettori di Forza Italia (58,5%) della Lega (43,5%), del Partito Democratico (48,3%) e del Movimento 5 Stelle (45,2%) che si univano al coro del 40,9% degli intervistati che si dichiarava poco propenso a credere che, al di là degli scambi internazionali di convenienza e delle foto carpite, la giornata di ieri potesse essere un utile momento di conversazione politica.
Del resto, il 36,1% dei cittadini italiani è convinto che il presidente americano Donald Trump, nelle scelte di politica internazionale, voglia imporre le sue idee e le sue preferenze al di là dei convenevoli con Giorgia Meloni. Questa è la tesi sposata praticamente in toto da tutti i partiti delle opposizioni, mentre le forze di governo si polarizzano nella convinzione che Trump possa sfruttare il momento solenne con Giorgia Meloni e il suo carisma per “fare breccia” nel complicato dialogo con l’Unione Europea (dato nazionale 23,8%).
Secondo il 16,7% degli intervistati, Trump, muovendosi sul principio del divide et impera, cercherà di stringere accordi con i singoli Paesi, a partire dal nostro, per mettere in difficoltà e creare delle crepe nella Ue, che, quando si presenta come un’entità unica, ha un peso contrattuale molto forte.
Non sappiamo chi sarà il nuovo papa, ma di sicuro il tema della “guerra mondiale a pezzi”, espressione coniata da Bergoglio, sarà ancora al centro della storia. Francesco è stato il primo papa non europeo da secoli, e ha aperto a una visione più ampia e “periferica” della Chiesa.
La sua visione è diventata una chiave di lettura potente per comprendere il nostro tempo, e difficilmente scomparirà con il suo successore. Anche se non possiamo ancora sapere chi sarà, è probabile che questa visione, che interpreta i conflitti moderni come frammenti di una guerra globale più ampia e meno dichiarata, continuerà a influenzare il pensiero della Chiesa e del mondo.
Gli italiani, mossi anche dalla grande commozione del momento, desiderano comunque un pontefice in continuità con l’opera di papa Francesco (60,6%), con picchi del 93,1% fra gli elettori di Avs e dell’83% fra quelli di Forza Italia. Unica eccezione la Lega, i cui elettori vorrebbero per il 47,8% un papa di rottura rispetto a Bergoglio.
lessandra Ghisleri
(da lastampa.it)
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Aprile 27th, 2025 Riccardo Fucile
“NAUSEATO DAI DISCORSI DI CHI LO HA AVVERSATO E FERITO CON INGIURIE IN QUESTI DODICI ANNI”… “I PEGGIORI LI HA TROVATI IN CASA, IN GONNELLA ROSSA, ATTACCATI AI LORO PRIVILEGI”… “POI CI SONO GLI AFFAMATORI DEI POPOLI, I GRANDI PROPRIETARI DI RICCHEZZE DERUBATE AI POVERI”
Non c’era Don Andrea Pio Cristiani, anima del Movimento Shalom, ai funerali di Papa
Francesco a Roma. E in una lunga nota ha voluto spiegare il motivo.
“In questi giorni molti mi chiedono perché non sono andato alle esequie di Papa Francesco, ma ho scelto di ringraziarlo da casa celebrando per lui una messa nel monastero delle clarisse a Fucecchio insieme a coloro che vorranno partecipare.
Sono nauseato dai discorsi che sento anche da parte di coloro che lo hanno avversato e ferito con ingiurie in questi dodici anni di servizio come Vescovo di Roma e dunque capo della Chiesa, primo testimone della Resurrezione del Signore e garante del primato dell’ amore.
I peggiori avversari e denigratori li ha trovati proprio in casa, in gonnella rossa e non c’è da stupirsi considerando la sua guerra ai privilegi, ai fasti, alla ricchezza, alla carriera, ai titoli, agli ossequi, ai palazzi, ai sudditi, ai fronzoli da principesse rinascimentali e al salire e scendere su auto di grossa cilindrata.
Altra grande corrente di nemici ci sono anche diversi di coloro che in queste ore gli rendono omaggio magari teatralmente commossi… Sono loro gli affamatori dei poveri, i detentori delle armi più potenti per annientare il mondo, i fautori delle guerre, i grandi proprietari delle ricchezze derubate ai poveri.
Eccoli piangere coloro che lo hanno deriso. La moltitudine dei poveri privati anche dell’aria pura, dell’ecosistema e dell’acqua potabile sono sempre più costretti a fuggire ed eccoli umiliati e respinti. La voce di Francesco si è spenta, chi li difenderà?
La curiosità del mondo verso la Chiesa è rivolta più agli aspetti rituali e istituzionali in quanto sopravvissuta ai secoli, che non al suo reale essere la comunità di Cristo che ha così ben rappresentato Francesco fin dal suo esordio. Contrastato nella sua volontà di riformare la Chiesa, modellandola sul Vangelo, più che con la parola quasi sempre incompresa, ha parlato con i segni, dal mantellino rosso simbolo del potere al suo insediarsi nella camera di un modesto albergo. Dalle visite fraterne ai carcerati, al suo contagioso struggente amore per la gente fino all’ultimo. Basta pensarlo ed emergono alla memoria gesti e parole liberanti. Una eredità che non sarà facile cancellare.
Le “eminenze”, come si fanno chiamare, presto entreranno in conclave per eleggere il successore di Francesco. Ci auguriamo che siano consapevoli che non c’è un potente da eleggere, né un equilibrio da tenere, ma una verità da servire, che è una persona vivente che detesta pompe, privilegi, poteri e ricchezze e che vuole una comunità di eguali che vivono da sorelle e fratelli e che aborriscono nazionalismi, armi e guerre.
(da agenzie)
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Aprile 27th, 2025 Riccardo Fucile
LA DELEGAZIONE DI MEDITERRANEA CON SAVIANO AI FUNERALI DEL PAPA : “GRATITUDINE PER LA SUA COSTANTE LOTTA CONTRO LE BUGIE SULLE NAVI DELLE ONG”
“Quando ho incontrato il Papa gli ho detto subito che sono musulmano e lui mi ha risposto semplicemente «siamo tutti fratelli»”. Serio abito nero, i grandi occhiali sul viso, Ibrahima Lo – il giovane rifugiato a cui Matteo Garrone si è ispirato per il suo Io capitano – ha appena lasciato il sagrato di San Pietro, dove ha assistito al funerale del Pontefice con la delegazione di Mediterranea.
Davanti alla bara del Papa, quasi dirimpetto ai cosiddetti grandi del mondo che spesso sfidano, c’erano anche loro. “Insieme per salutare Francesco, insieme a portare gratitudine per la sua costante lotta contro le menzogne sui migranti, contro le bugie sulle navi delle Ong”, scrive su Facebook dopo le esequie Roberto Saviano, postando un selfie con la crew di Mediterranea, “luce di misericordia e solidarietà politica in un buio di codardia”.
“Ci sono voluti quasi venti minuti per uscire, da dentro non si immaginava che ci fosse tanta gente”, racconta Lo. Quando lui e gli altri arrivano a piazza Risorgimento, i maxischermi rimandano le immagini del lento corteo funebre che attraversa Roma. Don Mattia Ferrari, il giovane cappellano di bordo di Mediterranea, si paralizza, gli occhi incollati alle immagini fin quando il feretro non entra in Santa Maria Maggiore.
“Papa Francesco lo chiamava l’enfant terrible. E io ero «il pirata». Ci salutava sempre così e poi rideva. A Mattia chiedeva sempre: Hai mangiato? Ti vedo
sciupato”, racconta Luca Casarini, capomissione di Mediterranea. “E ti ricordi di quando a Pato ha detto che ogni sera pregava davanti alla foto di sua moglie Fati e della piccola Marie, morte abbracciate nel deserto?”.
Quando raccontano del Papa sembrano quasi parlare di uno di famiglia, don Mattia, suor Adriana, anima di Spin Time, Ibrahima, invitati alla funzione insieme all’altro cofondatore dell’ong, Beppe Caccia, e Lam Magok, anche lui sopravvissuto a quel “cimitero Mediterraneo” che, come ricordato nell’omelia, papa Francesco tante volte ha condannato.
“Perché per me, per noi, era un padre, un fratello maggiore”, dice il giovane cappellano di bordo di Mediterranea, che quando solleva gli occhiali neri mostra occhi rossi e gonfi. E non è colpa dell’allergia. “Non sono preoccupato per il futuro, la Chiesa in questi anni ha camminato, è impossibile che torni indietro. A livello personale, è una cosa dolorosa. Il lutto c’è. Ti manca la sua voce, i gesti – mormora – nella stessa piazza in cui lo abbiamo visto tante volte, oggi c’era la sua bara”.
C’è la fede che aiuta, spiega, “io so che questo non è un addio ma un arrivederci”. Ma la quotidianità – dice – manca. Quella dei messaggi che lo stesso Francesco ha raccontato in diretta tv, delle riunioni di lavoro e di preghiera che a volte chiedeva al giovane sacerdote di guidare “perché per noi era un padre ma ci teneva a ricordarti che eravamo tutti fratelli”. La mancanza si riempie con aneddoti e ricordi, i “no balconear”, non stare a guardare, esortazione che faceva spesso, nello strano e particolarissimo italo-argentino che colorava le sue frasi lontano dalle occasioni ufficiali.
“Ricordava tutto e tutti. Ogni migrante, ogni studente, chiedeva e si interessava di ogni attività, ogni persona”, racconta don Mattia. “Era lui che ci spronava – confida Casarini – spesso chiedeva «come va la nave? Siete in mare? Vi hanno multato?». Quando noi esitavamo, lui ci spingeva: «Andate avanti, siete nel posto in cui dovete stare»”. E poi voleva capire, sapere.
Uno degli ultimi incontri, prima della malattia e del lungo ricovero al Gemelli, è stato con le vittime di Al Masri, come Lam Magok, rifugiato sudanese che con il supporto di Baobab ha denunciato alla Corte penale internazionale il colonnello libico – che la Corte penale avrebbe voluto in manette e Roma ha riportato a Tripoli. “Era un alleato per noi. Uno che davvero si interessava degli ultimi, non come fenomeno, ma ogni singola persona”, dice Magok, anche lui
oggi presente a San Pietro. “Un omaggio voluto e dovuto come Refugees in Libya, sabato invece come comunità sudanese siamo andati a porgere un ultimo saluto”. Le agenzie battono la notizia dell’incontro fra Trump e Zelensky all’interno della basilica di San Pietro, sui cellulari inizia rapida a circolare la foto. “Lo vedi, eccola l’eredità di Francesco”.
(da agenzie)
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Aprile 27th, 2025 Riccardo Fucile
INTERMINABILE FILA PER VISITARE LA TOMBA DI PAPA FRANCESCO A SANTA MARIA MAGGIORE… E C’E’ CHI GIA’ PARLA DI SANTITA’ SU BERGOGLIO
All’indomani dei funerali di Papa Francesco, piazza San Pietro è ancora stracolma di
persona. Secondo la Sala stampa vaticana, sono circa 200mila i fedeli che si sono ritrovati per ascoltare la messa celebrata dal cardinale Pietro Parolin in suffragio di Bergoglio e in occasione del Giubileo degli adolescenti. «La gioia pasquale, che ci sostiene nell’ora della prova e della tristezza, oggi è qualcosa che si può quasi toccare in questa piazza. La si vede impressa soprattutto nei vostri volti, cari ragazzi e adolescenti che siete venuti da tutto il mondo a celebrare il Giubileo», ha detto il segretario di Stato vaticano durante la funzione.
«Papa Francesco avrebbe voluto incontrarvi»
«La gioia pasquale, che ci sostiene nell’ora della prova e della tristezza, oggi è qualcosa che si può quasi toccare in questa piazza; la si vede impressa soprattutto nei vostri volti, cari ragazzi e adolescenti che siete venuti da tutto il mondo a celebrare il Giubileo», ha detto Parolin, applaudito dalla folla dei fedeli. «Venite da tante parti: da tutte le Diocesi d’Italia, dall’Europa, dagli Stati Uniti all’America Latina, dall’Africa all’Asia, dagli Emirati Arabi … con voi è realmente presente il mondo intero! – ha osservato, ancora tra gli applausi – A voi rivolgo un saluto speciale, che rivolgo pure ai vescovi che vi hanno accompagnato, ai sacerdoti, ai catechisti, col desiderio di farvi sentire l’abbraccio della Chiesa e l’affetto di Papa Francesco, che avrebbe desiderato incontrarvi, guardarvi negli occhi, passare in mezzo a voi per salutarvi». «Di fronte alle tante sfide che siete chiamati ad affrontare – ricordo, ad esempio, quella della tecnologia e dell’intelligenza artificiale che caratterizza in modo particolare la nostra epoca – non dimenticate mai di alimentare la vostra vita con la vera speranza che ha il volto di Gesù Cristo. Nulla sarà troppo grande o troppo impegnativo con Lui! Con Lui non sarete mai soli né abbandonati a voi stessi, nemmeno nei momenti più brutti!», ha aggiunto il cardinale, già segretario di Stato.
La tomba e l’omaggio dei fedeli a Santa Maria Maggiore
Dopo i funerali, oggi dalla sala stampa della Santa Sede sono state diffuse le foto della tomba di Papa Francesco nella Basilica di Santa Maria Maggiore.
Una rosa bianca sulla lapide, una semplice lastra di pietra ligure, con inciso il nome Franciscus, e una luce che illumina la croce – una riproduzione in dimensioni maggiorate della croce pettorale indossata da Bergoglio – posta sulla parte frontale del loculo. I fedeli hanno potuto iniziare l’omaggio al Pontefice alle 7 di questa mattina. Sono centinaia i fedeli in fila. Ci sono famiglie, gruppi di pellegrini, religiosi e religiose.
(da agenzie)
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Aprile 26th, 2025 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO DI STATO, PROTAGONISTA DEL DISGELO CON LA CINA E TRA GLI STATI UNITI E CUBA, NON HA LESINATO CRITICHE A NETANYAHU E A TRUMP … PAROLIN NON HA CONDIVISO SCELTE BERGOGLIANE COME LA BENEDIZIONE DELLE COPPIE OMOSESSUALI
Pietro Parolin è naturalmente un candidato forte a succedere a Francesco. Un Papa che lo ha scelto, ma talvolta lo ha strapazzato, un Pontefice al quale lui è sempre stato leale, a volte stemperandone l’esuberanza.
Nato 70 anni fa in una famiglia semplice di un piccolo paese nel Vicentino, Schiavon, ha svolto tutta la sua carriera presso il servizio diplomatico della Santa Sede, dove è entrato dopo la laurea in diritto canonico alla Gregoriana nel 1986. Ha lavorato presso le nunziature della Nigeria e del Messico, poi rientrò a Roma dove nel 2002 Giovanni Paolo II lo nominò sottosegretario alle Relazioni con gli Stati, ossia viceministro degli Esteri della Santa Sede.
Se con il Segretario di Stato dell’epoca, Angelo Sodano, i rapporti erano buoni, il successore, Benedetto XVI lo inviò nunzio in Venezuela, nel 2009, una sorta di allontanamento.
A incrinare i rapporti, in particolare, il disgelo con la Cina, una Ostpolitik che Parolin, erede della scuola diplomatica dei cardinali Casaroli e Silvestrini, ha perseguito in modo scrupoloso, e che il cardinale Tarcisio Bertone, invece, volle frenare.
In cuor suo confidò di aver detto addio alla città eterna, e invece fu richiamato a Roma da papa Francesco fresco di Conclave, non lo conosceva di persona ma lo nominò Segretario di Stato a ottobre del 2013, elevandolo a dignità cardinalizia subito dopo. Il suo insediamento fu ritardato di alcune settimane a causa di un intervento, riuscito, al pancreas.
Poco prima di lasciare Caracas ricordò, in un’intervista che fece rumore, che il celibato sacerdotale obbligatorio non è un dogma di fede ma una disciplina che si può cambiare. Al fianco di papa Francesco ha coronato il sogno, accarezzato già da Giovanni Paolo II, di siglare un accordo sulle nomine episcopali con Pechino, criticato apertamente dalla destra statunitense.
Appena rientrato nel Palazzo apostolico, ha coadiuvato Bergoglio nella mediazione che ha portato alla svolta tra gli Stati Uniti di Barack Obama e la Cuba di Raul Castro.
Nel corso degli anni ha portato avanti la distensione con il Vietnam, ha spinto la comunità cristiana mediorientale a uscire da una visione settaria.
Non ha lesinato critiche a Benjamin Netanyahu e a Donald Trump. Carattere gentile, un senso dell’umorismo gentile, Parolin è il perfetto diplomatico vaticano che mescola abilità politica, apertura al confronto e una punta di humor sottile. «Credo, che il maggiore contributo che la Santa Sede possa dare nell’attuale panorama internazionale sia quello del dialogo», ha detto a Repubblica a metà aprile.
Pietro Parolin è rimasto orfano di padre da bambino ed è entrato giovane in seminario, ha mantenuto un rapporto stretto con la madre, Ada Miotti, morta ultranovantenne solo l’anno scorso. Il cardinale celebrò i funerali e rinunciò a partire con papa Francesco per il viaggio più lungo del pontificato, dodici giorni tra Asia e Oceania.
Mediatore di natura, i suoi rapporti con l’impetuoso Jorge Mario Bergoglio sono stati altalenanti. Il Papa ha apprezzato molto le doti diplomatiche del suo principale collaboratore, ma a volte lo ha scavalcato, ad esempio con l’invasione russa dell’Ucraina o l’ultima crisi mediorientale
Bergoglio ha anche ridimensionato la Segreteria di Stato, arrivando a toglierle l’autonomia di cassa che aveva prima della compravendita- truffa di un palazzo al centro di Londra costata una condanna in tribunale al cardinale Angelo Becciu, che di Parolin è stato a lungo numero due e ora è al centro di una diatriba sulla sua presenza al prossimo Conclave.
I suoi estimatori dicono che «ha portato la croce del pontificato». Il Segretario di Stato è rimasto sempre leale al Papa, ma non ha condiviso in pieno scelte bergogliane come la benedizione delle coppie omosessuali (anni prima aveva definito la legalizzazione via referendum del matrimonio gay in Irlanda «una sconfitta dell’umanità »), né lo ha seguito sulle spinte più riformiste emerse al Sinodo. Al Sinodo dei vescovi, ad ogni modo, ha contribuito a sciogliere il nodo della comunione ai divorziati risposati nelle prime assemblee volute da Francesco.
Devoto dell’ultimo Pontefice veneto, Giovanni Paolo I, al secolo Albino Luciani, legato alla figura di Paolo VI, che chiuse il Concilio senza farlo deragliare, se venisse eletto sarebbe un Papa senza aver guidato una diocesi, come Giovanni XXIII. In un Conclave più sparpagliato che mai, Parolin è uno dei pochi cardinali conosciuti e rispettati da tutti gli elettori.
(da La Repubblica)
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Aprile 26th, 2025 Riccardo Fucile
ALLONTANATO DALLA CHIESA PERCHE’ GAY, CIRO HA INCONTRATO DUE VOLTE IL PONTEFICE
“Ho incontrato due volte papa Francesco. E c’è stato anche uno scambio di lettere fra
noi. Quello che più mi ha colpito è stata la sua profonda umanità. Sia nei messaggi che mi ha scritto che quando l’ho visto di persona.”
Ciro Vincolo, 27 anni, è seduto sui gradini sotto l’obelisco davanti alla basilica di Santa Maria Maggiore. È arrivato da Napoli in treno per dare l’ultimo saluto a quell’uomo che gli ha cambiato la vita.
La sua è una storia di esclusione e riconciliazione. Fin da giovane sentì la vocazione e si avvicinò al sacerdozio. “Fu un periodo difficile, ero un adolescente, stavo scoprendo la mia omosessualità. Fui attaccato per questo motivo. Ricordo che vennero usate frasi della Bibbia contro di me. Questo mi fece allontanare dalla Chiesa”.
Poi, nel 2013, una frase del Papa durante il volo per Rio de Janeiro: “Se una persona è gay, chi sono io per giudicare?”. Quelle parole accendono una scintilla.
“Entrai in contatto con don Andrea Conocchia e suor Geneviève, due figure che aiutavano la comunità LGBTQ+ ad entrare in contatto con il Papa. Fu grazie a loro che riuscii a incontrarlo e a scrivergli delle lettere”.
Mentre racconta, Ciro mostra una foto sul cellulare: lui e Bergoglio, insieme, durante il primo incontro.
“Ricordo che mi disse di fregarmene perché Cristo ama tutti. Quel messaggio, detto da lui, fu davvero importante. Mi aiutò molto a riavvicinarmi alla Chiesa Cattolica”.
“Mi auguro che queste tematiche che sono state aperte dal magistero di Papa Francesco non vengano dimenticate facilmente. Non voglio che si percorra la strada della comodità, sarebbe troppo facile. È importante che si legga il Vangelo con occhi d’amore, uno sguardo d’apertura. Non bisogna avere paura”, aggiunge.
(da Fanpage)
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Aprile 26th, 2025 Riccardo Fucile
IN ALMENO 8 PAESI L’AZIENDA DELLA FAMIGLIA TRUMP È ALLA RICERCA DI PERMESSI GOVERNATIVI, SUBAPPALTATORI, ACQUIRENTI… SI TRATTA DI OPERAZIONI CHE TRIPLICHERANNO IL NUMERO DI PROPRIETÀ DEL TYCOON ALL’ESTERO. E CHE SOLLEVANO TIMORI SUGLI INEVITABILI CONFLITTI DI INTERESSE
Diciannove progetti immobiliari a marchio Donald Trump in giro per il mondo. È quello cui la Trump Organization intende lavorare fuori degli Stati Uniti, negli anni del secondo mandato del presidente – il cui patrimonio personale, secondo Forbes, era di 6 miliardi di dollari al momento della rielezione, nel
novembre 2024.
In almeno 8 Paesi l’azienda di famiglia è alla ricerca di permessi governativi, subappaltatori, acquirenti. Alcuni dei progetti sono in fase di sviluppo da anni. Altri solamente all’inizio. Si tratta, nell’insieme, di operazioni che triplicheranno il numero di proprietà di Trump operative all’estero. E che sollevano timori sugli inevitabili conflitti di interesse
Secondo un’analisi di Reuters, quattro quinti dei circa 80 milioni di dollari incassati dalla società nel 2024, al netto delle spese di gestione, deriva proprio da campi da golf e resort turistici. È un dato che si spiega con le recenti trasformazioni nel mercato immobiliare – e con le vicissitudini personali del presidente.
Da un lato, le molteplici azioni legali aperte contro il tycoon a New York hanno condotto a uno spostamento del baricentro dei suoi affari dalla città dove è nato, e che lo ha reso famoso, alla costa sud-est della Florida.
Dall’altro, il raffreddamento del mercato immobiliare a New York – una delle proprietà di Trump più iconiche in città, 40 Wall Street, è sfitta al 20 per cento della sua capacità – ha consigliato di puntare non più tanto sul residenziale, quanto piuttosto su tempo libero, sport, turismo.
I gioielli della corona di Trump sono oggi il resort di Mar-a-Lago, dove Trump vive, riceve dignitari stranieri e dove i miliardari vanno in vacanza; e tre golf club – a Doral, Jupiter e West Palm Beach – che si sono rivelati una vera e propria manna per il flusso di cassa presidenziale.
Poco prima dell’inizio del secondo mandato, il 10 gennaio 2025, la società ha pubblicato un “ethics agreement”, una serie di regole che dovranno guidare la gestione degli affari del presidente nei prossimi quattro anni.
Tra queste, la nomina di un legale esterno incaricato di esaminare transazioni aziendali per un valore superiore a 10 milioni di dollari; il mantenimento dei beni di proprietà di Trump in un trust; la limitazione del suo accesso a informazioni finanziarie dettagliate sull’azienda.
La famiglia Trump si impegna anche a non fare affari “con governi stranieri”, lasciando però aperta la possibilità di operazioni immobiliari internazionali con soggetti che non siano direttamente controllati dai governi.
Si tratta di un espediente chiaramente retorico. Ogni importante operazione immobiliare ha infatti bisogno del via libera delle autorità di governo e
regolamentazione. Se la “forma” è rispettata, la sostanza è piuttosto una. La Trump Organization può fare affari con chi vuole e dove vuole.
In Oman, l’azienda di Trump collabora con DarGlobal, società di sviluppo immobiliare del Dubai, e con Omran Group, braccio turistico del governo, alla costruzione di un hotel, un campo da golf e ville che costeranno oltre 13 milioni di dollari e che sono destinate ai superricchi di Cina, Russia, Iran, India.
Il progetto, cui lavorano schiere di migranti da Bangladesh e Pakistan, viene sviluppato su terreni di proprietà del sultanato dell’Oman, che ha messo a disposizione ingenti fondi infrastrutturali per sostenerlo e che ora collabora con l’amministrazione statunitense su alcuni dei più scottanti dossier internazionali, dallo Yemen all’Ucraina
Sceicchi e uomini d’affari dell’Arabia Saudita sono da anni fidati partner di Trump. Proprio una società immobiliare saudita, Dar Al Arkan, con legami molto stretti con il governo di Riad, lavora a tre progetti immobiliari con la Trump Organization.
Liv, la lega del golf saudita, ha organizzato 6 dei suoi tornei nei campi di Trump. E Affinity Partner, la società di private equity del genero del presidente, Jared Kushner, ha ricevuto 2 miliardi di dollari in investimenti da parte del Public Investment Fund guidato dal principe della corona saudita, Mohammed bin Salman.
Per quanto riguarda l’India, è destinata ad avere il maggior numero di Trump Towers al di fuori degli Stati Uniti, con almeno 8 progetti che si prevede di completare nei prossimi 6 anni.
Tribeca Developers, licenziataria esclusiva degli immobili a marchio Trump in India, prevede di allargare gli affari dalle torri a uffici e campi da golf, che dovrebbero generare circa 1,75 miliardi di dollari in vendite. Non sfugge che il vice JD Vance ha appena visitato New Dehli, proclamando la necessità di “legami stretti” tra i due governi.
Donald Trump Jr o Eric Trump dovrebbero invece arrivare in India nei prossimi giorni, per controllare lo stato dei lavori alla Trump Tower di Gurgaon.
La Trump Organization ha progetti immobiliari in corso anche in Uruguay, Indonesia, Emirati Arabi Uniti. Particolarmente interessante per gli affari del presidente appare il Vietnam, con diversi piani di sviluppo già pronti, tra cui un complesso residenziale e tre campi da golf da costruire con un partner locale,
Kinhbac City, nei pressi della capitale Hanoi.
Da nessuna parte forse l’intreccio tra politica e affari è però più evidente che in Serbia. Nel corso di una visita a Belgrado, il figlio maggiore di Trump, Donald Jr, ha reiterato l’appoggio del governo americano al presidente serbo Aleksandar Vucic, oggetto di imponenti proteste popolari. A Belgrado, la Trump Organization prevede di costruire un Trump International Hotel sul sito, di proprietà governativa, dove si trovava il ministero della Difesa jugoslavo, bombardato dalla Nato 26 anni fa.
(da Il Fatto Quotidiano)
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