Destra di Popolo.net

LIBERTA’ DI STAMPA SOTTO ATTACCO IN EUROPA, TRA I PAESI PIU’ A RISCHIO C’E’ ANCHE L’ITALIA

Aprile 30th, 2025 Riccardo Fucile

COSA DICE IL RAPPORTO DI LIBERTIES: SERVIZIO PUBBLICO VULERABILE E INTERFERENZE GRAVI

La libertà e il pluralismo dei media sono in forte declino in tutta l’Unione Europea. Lo evidenzia l’ultimo rapporto pubblicato dalla Civil Liberties Union for Europe, di Liberties, redatto con il contributo di ben 43 organizzazioni per i diritti umani da 21 Stati membri. Il documento denuncia un attacco sistematico all’indipendenza dei media, favorito da una crescente concentrazione proprietaria, opacità nei finanziamenti pubblici e debolezze normative che minano l’efficacia della nuova legge europea sulla libertà dei media, l’EMFA (European Media Freedom Act), in vigore da agosto 2025. Il rapporto sottolinea anche come l’indipendenza dei giornalisti sia compromessa da intimidazioni, violenze fisiche e cause legali pretestuose (SLAPP), oltre che da una trasparenza insufficiente sulla proprietà dei media. In paesi come Croazia, Francia, Spagna, Slovenia, Svezia e Paesi Bassi, pochi gruppi privati dominano interi settori dell’informazione, riducendo drasticamente il pluralismo. Ma il caso italiano è tra i più gravi, secondo Liberties.
La vulnerabilità del servizio pubblico italiano
In Italia, il governo Meloni non ha ancora adottato misure efficaci per garantire trasparenza nella proprietà dei media né per prevenire conflitti di interesse. Particolarmente allarmante è la situazione della Rai, il servizio pubblico italiano, regolato dalla cosiddetta “legge Renzi” (n. 220/2015), che consente al governo e alla maggioranza parlamentare di nominare la quasi totalità del consiglio di amministrazione. Questa configurazione renderebbe così l‘emittente pubblica fortemente esposta alle pressioni politiche. L’amministratore delegato, scelto dal governo, gode di ampi poteri gestionali e
libertà di spesa, in contrasto con i principi di indipendenza stabiliti dall’EMFA. A maggio 2024, due ricorsi al TAR del Lazio hanno contestato la legittimità della procedura di nomina del CdA Rai, ritenuta contraria alle norme UE. Nonostante questo, il nuovo consiglio è stato insediato il 1° ottobre. Il rapporto segnala anche un clima di forte autocensura e pressione interna, testimoniato dal caso emblematico dello scrittore Antonio Scurati: la cancellazione di un suo monologo antifascista nel programma di Serena Bortone, e il successivo procedimento disciplinare a suo carico, hanno sollevato infatti dure reazioni. Usigrai aveva indetto uno sciopero generale il 6 maggio 2024, cui ha aderito il 75% degli iscritti, denunciando la trasformazione della Rai in “un organo di stampa del governo”.
L’Italia resta senza riforme e a rischio infrazione
Il report denuncia inoltre l’immobilismo delle istituzioni. A novembre 2024 si sono svolti gli Stati Generali del Servizio Pubblico, un evento promosso dalla commissione parlamentare di vigilanza Rai per avviare sostanzialmente un confronto sulle riforme, ma le conclusioni sono rimaste lettera morta. “È davvero avvilente leggere il Report sulla Libertà di Stampa 2025, prodotto da Liberties, che ancora una volta presenta un quadro davvero preoccupante per l’Italia”, ha dichiarato la presidente della Commissione di Vigilanza Rai, Barbara Floridia. Secondo la presidente, “le problematiche legate alla libertà di stampa e all’indipendenza dei media rimangono tutte lì, anzi in certi casi c’è stato un peggioramento”. Floridia accusa infatti la maggioranza di aver tradito lo spirito degli Stati Generali e denuncia il blocco della commissione di vigilanza Rai, fermo da oltre sei mesi: “Una situazione inaccettabile che sta impedendo il controllo democratico da parte di un organo di garanzia fondamentale”. La presidente della commissione avverte poi che il rischio di procedura di infrazione da parte dell’UE è assai concreto e che “bloccare la riforma e tenere in ostaggio la commissione significa trascinare il Paese verso un vicolo cieco” e poi chiede a Giorgia Meloni: “Di fronte a questo ennesimo monito dall’Europa, come reagirà? Avrà il coraggio di dire alla sua maggioranza che è ora di fare qualcosa di concreto? La violazione del Media Freedom Act europeo che si paleserà ad agosto danneggerà non solo
l’immagine internazionale del Paese, ma soprattutto la nostra democrazia”.
Floridia poi conclude: “La riforma del servizio pubblico e lo sblocco della commissione della vigilanza Rai devono diventare una priorità per il Parlamento, altrimenti la responsabilità di rendere l’Italia lo zimbello d’Europa sul fronte della libertà dei media continuerà ad essere tutta in capo a questa maggioranza”.
Il caso Angelucci e la concentrazione dei media
Oltre alla Rai, il rapporto mette in evidenza la crescente concentrazione proprietaria nel settore editoriale italiano. Destano particolare preoccupazione le operazioni del gruppo Angelucci, guidato dal deputato della Lega Antonio Angelucci, che già controlla quotidiani come Il Giornale, Libero e Il Tempo. L’annunciata acquisizione dell’agenzia AGI da parte dello stesso gruppo rappresenterebbe, secondo Liberties, un ulteriore passo verso la riduzione del pluralismo nel nostro Paese: la mancanza di trasparenza sulle proprietà e l’intreccio tra media, potere economico e politico aggraverebbero infatti il rischio di una stampa sempre meno indipendente e sempre più orientata a interessi di parte. Il mancato intervento normativo per evitare conflitti di interesse e garantire una distribuzione equa del potere mediatico, osserva il rapporto, contribuirebbe a rendere sempre più fragile l’indipendenza del sistema informativo italiano.
Pressioni, minacce e querele bavaglio
Il rapporto 2025 segnala poi gravi violazioni della libertà d’espressione. In Italia, come in altri paesi europei, i giornalisti sono stati oggetto di minacce, aggressioni fisiche e SLAPP, cioè le azioni legali strumentali a zittire la stampa. Nel marzo 2024 la ministra del Turismo Daniela Santanchè ha intentato una causa da ben 5 milioni di euro contro L’Espresso per un’inchiesta sul suo passato imprenditoriale. A giugno, il ministro Adolfo Urso ha chiesto risarcimenti tra i 250mila e i 500mila euro a Il Foglio e Il Riformista. Non sono ovviamente episodi isolati, ma parte di una tendenza che mette in discussione la possibilità stessa di fare giornalismo d’inchiesta in Italia. Il rapporto ricorda anche l’aggressione subita dal giornalista Andrea Joly, commentata dal presidente del Senato Ignazio La Russa con parole ambigue. Pur condannando l’atto, La Russa aveva allora insinuato che “il giornalista avrebbe dovuto identificarsi” e si è chiesto se “la sua presenza sulla scena fosse davvero una coincidenza”. Il quadro che emerge dal rapporto è dunque allarmante. Liberties ribadisce che la libertà di stampa è una condizione essenziale per il buon funzionamento della democrazia: “Quando i media fungono da portavoce del governo”, si legge nel rapporto, “rendono torbido il dibattito pubblico e indeboliscono la fiducia nelle notizie”.
In questo clima, la disinformazione prolifera e il potere politico può agire indisturbato. La speranza, secondo il report, è che l’Unione Europea non si limiti a scrivere leggi, ma si impegni a farle rispettare. L’Italia, in particolare, è attesa a un bivio: o procede verso una riforma reale e garantista, o continuerà ad affondare nella classifica della libertà di stampa, sotto gli occhi sempre più preoccupati di Bruxelles.
(da Fanpage)

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L’ILLUSIONE SOVRANISTA IN UN MONDO CONNESSO

Aprile 30th, 2025 Riccardo Fucile

BLACKOUT CONTRO BREAKOUT

Chi conosce un po’ le cose, lo sa. Viviamo in un mondo in cui ogni azione locale ha ripercussioni globali, legate da reti invisibili che ignorano bandiere e confini. Le infrastrutture energetiche e digitali dimostrano che l’autonomia nazionale è una favola per ingenui. L’ultimo blackout in Spagna e Portogallo, propagatosi fino al Marocco, ne è la prova: i leader sovranisti che promettono “indipendenza” fanno ridere, non appena si accende la luce.
Le reti elettriche europee, collegate tramite l’ENTSO-E, non si fermano ai confini politici. La Spagna esporta energia al Marocco attraverso cavi sottomarini, mentre il Portogallo attinge da fonti rinnovabili condivise. Quando
un guasto tecnico o un picco di domanda spegne Madrid, Rabat trema. I generatori nazionali? Praticamente inutili. Il Marocco, che importa il 15% della sua elettricità dalla Spagna, subisce blackout a catena: ospedali, fabbriche, reti di trasporto si bloccano. I governi nazionalisti, che sventolano l’autosufficienza, non spiegano nei loro programmi elettorali come riparare un cavo sottomarino senza cooperare con il “nemico” di turno.
Un altro esempio? Internet è un gigante senza patria. Restando alle vicende di ieri, il Marocco dipende da cavi come Medusa, che lo legano alla Spagna. Se Madrid va in tilt, a Casablanca saltano i pagamenti digitali, i server delle banche, le piattaforme governative. E i cloud? Amazon Web Services e Google Cloud non hanno passaporto: i dati viaggiano su server in Germania o Olanda. I leader sovranisti che urlano “controllo nazionale” tacciono quando sul fatto che il loro sito di partito è ospitato in un server a Dublino.
Il blackout iberico-marocchino non è un incidente: è un avvertimento. Senza cooperazione, non si riaccendono le luci. Senza reti condivise, non si riavviano i server. Eppure, i partiti sovranisti continuano a vendere la favola del “noi contro loro”, ignorando che i loro elettori lavorano per multinazionali, pagano bollette collegate alla Francia, prenotano vacanze e comprano oggetti su piattaforme cinesi.
I leader nazionalisti? Sono eroi da tweet, che combattono nemici immaginari mentre il loro Paese crolla al primo blackout. Gridano “Riprendiamoci il controllo!”, ma non sanno come funziona un trasformatore. Promettono muri, mentre l’economia viaggia su cavi in fibra ottica.
La verità è semplice: in un mondo dove l’energia è condivisa e i dati volano via satellite, l’unico “breakout”, l’unica “exit” possibile sono quelli dalla realtà. E i blackout, invece, sono lì a ricordarcelo: ogni volta che cala il buio, scopriamo quanto siamo interdipendenti.
Questi bagni di realtà dovrebbero fare capire ai più che i vari leader nazionalisti sono come attori in una farsa: recitano l’orgoglio patrio, ma la scenografia è made in China, i riflettori funzionano col gas russo, e il pubblico paga in dollari. Ogni blackout è un sipario che cala sulla loro finzione.
(da glistatigenerali.com)

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FACCIAMO RIDERE TUTTO IL MONDO: L’AGGRAVANTE PER I REATI VICINO ALLE STAZIONI E NON SOLO. TUTTE LE FOLLIE DEL DECRETO SICUREZZA

Aprile 30th, 2025 Riccardo Fucile

UN TESTO SCHIZOFRENICO: PERCHE NON IN PROSSIMITA’ DI SCUOLE, OSPEDALI, AEROPORTI, DISCOTECHE, STADI?… OCCUPARE UNA CASA E’ PUNITA PIU’ DI UNA VIOENZA SESSUALE O DI UNA TORTURA… RIFIUTI PER PROTESTA IL VITTO IN CARCERE: DIVENTA RESISTENZA PASSIVA E RISCHI 5 ANNI

Dallo scorso 12 aprile in Italia commettere un furto, una rapina, una violenza sessuale o persino un omicidio “all’interno o nelle immediate adiacenze” (qualunque cosa questo significhi: nel raggio di 100 metri? 200? Di più?) delle stazioni ferroviarie e delle metropolitane è più grave che commettere questi stessi reati in qualsiasi altro posto. Tutto ciò è conseguenza dell’entrata in vigore del decreto sicurezza, approvato dal governo in Consiglio dei ministri il 4 aprile, poi pubblicato in Gazzetta ufficiale una settimana dopo. Un provvedimento schizofrenico, sotto innumerevoli punti di vista.
Innanzitutto quello del metodo: il governo ha deciso di trasferire improvvisamente in un decreto legge un intero disegno di legge presentato oltre un anno fa e al cui esame erano state dedicate un centinaio di sedute tra Camera e Senato, con l’audizione di numerosi professori ed esperti.
Di colpo il governo ha individuato delle ragioni di “necessità e urgenza” per adottare queste misure attraverso un decreto, anche se non è dato sapere quali siano queste ragioni, visto che il provvedimento ne fa riferimento soltanto in
termini generici. Come risultato, comunque, il Parlamento è stato “scippato” dal governo dell’esame del ddl.
Ma la schizofrenia più evidente si rintraccia nei contenuti del decreto, che dovrà essere convertito in legge entro sessanta giorni. Il testo prevede l’introduzione di 14 nuovi reati, l’aumento di pena per 9 reati e l’introduzione di svariate aggravanti. Alla faccia delle promesse del ministro della Giustizia Carlo Nordio di combattere il populismo penale.
Una delle norme più assurde è proprio quella che prevede l’introduzione di una nuova circostanza aggravante comune: quella dell’aver commesso il fatto nelle aree interne o nelle immediate adiacenze delle infrastrutture ferroviarie o dei convogli adibiti al trasporto passeggeri.
Un modo, nell’ottica del governo, di disincentivare la commissione di reati come rapine, furti e violenze sessuali nelle stazioni ferroviarie, ma che appare veramente illogico sul piano penale (un’aggravante simile non è prevista, ad esempio, se gli stessi reati vengono commessi in luoghi altrettanto – se non maggiormente – rilevanti, come ospedali o scuole).
Il provvedimento introduce poi il reato di “occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui”, prevedendo la pena della reclusione da due a sette anni. L’occupazione di un immobile era già sanzionata dal codice penale (invasione di terreni o edifici) con una pena fino a tre anni. La pena di sette anni sembra violare completamente il principio di proporzionalità. Basti considerare che un reato odioso come la violenza sessuale è punito con una pena minima di sei anni, oppure che il reato di tortura prevede una pena minima di quattro anni.
Ancora più incredibile è la disposizione che prevede la repressione della resistenza passiva in carcere, equiparata alla rivolta commessa con atti di violenza. Una fattispecie penale ben lontana dal rispettare il requisito di tassatività, ma che farà sì che nel caso in cui almeno tre detenuti decidano di
avviare una forma di protesta passiva, per esempio rifiutando il vitto, possano essere denunciati e puniti con la reclusione da uno a cinque anni. Ancora più grottesche le norme successive: se dal fatto (cioè dalla resistenza passiva) “deriva, quale conseguenza non voluta, una lesione personale grave o gravissima, la pena è della reclusione da due a sei anni”; se la conseguenza non voluta è la morte “la pena è della reclusione da sette a quindici anni”. Come da una resistenza passiva possano derivare lesioni personali o la morte di qualcuno è un mistero.
L’articolo 13 del decreto sembra invece comportare una palese violazione del principio costituzionale di non colpevolezza, prevedendo che il questore può disporre il divieto di accesso “alle aree delle infrastrutture di trasporto e alle loro pertinenze” anche “nei confronti di coloro che risultino denunciati o condannati, anche con sentenza non definitiva, nel corso dei cinque anni precedenti” per determinati reati.
Queste sono solo alcune delle norme più schizofreniche del decreto legge, bocciato nei giorni scorsi in audizione alla Camera dall’Unione camere penali e dall’Associazione nazionale magistrati. Quasi 260 costituzionalisti e giuristi hanno sottoscritto un appello pubblico in cui evidenziano l’incostituzionalità del decreto. Il testo è stato contestato anche dall’Associazione italiana dei professori di diritto penale, che ha programmato una serie di iniziative pubbliche nelle università dal 26 al 30 maggio.
(il Foglio)

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AUMENTANO GLI STUDENTI CHE RINUNCIANO ALL’ORA DI RELIGIONE A SCUOLA: NEL 2023-24 SI È RAGGIUNTA LA CIFRA RECORD DI 1 MILIONE E 164 MILA STUDENTI CHE SI SONO AVVALSI DELLA FACOLTÀ DI FARE ALTRO, IL 16,2% DEL TOTALE

Aprile 30th, 2025 Riccardo Fucile

LA CITTÀ PIÙ “LAICA” D’ITALIA È FIRENZE, CON IL 51,5% DEGLI ALUNNI CHE RIFIUTA L’ORA DI RELIGIONE, DAVANTI A BOLOGNA (47,29%), AOSTA (43,58%) E BIELLA (40,62%)

Sempre più studenti rinunciano all’ora di religione a scuola: nell’anno scolastico 2023-24 si è raggiunta la cifra record di 1 milione e 164 mila studenti che si sono avvalsi della facoltà di fare altro, con un aumento pari a 68 mila unità rispetto alla precedente rilevazione, quando gli studenti che optavano per insegnamenti alternativi erano il 15,5% del totale. Oggi la percentuale è del 16,2%, e in alcune città – come Firenze, Bologna e Aosta – registra ulteriori picchi, arrivando in alcuni casi a coprire la metà degli alunni.
Da una indagine dell’Unione atei e agnostici razionalisti , riassunta nei suoi passaggi principali dal portale Skuola.net, emerge lo spaccato di un corpo studentesco diviso tra Nord e Sud, per quanto riguarda la fruizione dell’ora di religione cattolica a scuola. Il Sud Italia sembra infatti mantenere un approccio più “tradizionale” rispetto alla religione nelle scuole: in città come Taranto, Benevento e Barletta, le percentuali di studenti che si rifiutano di partecipare all’ora di religione sono inferiori al 3%.
Firenze, al contrario, risulta la città più “laica” d’Italia. Qui, oltre la metà – il 51,5% – degli studenti non partecipa alle attività in classe. Seguono, non di molto, Bologna (47,29%), Aosta (43,58%) e Biella (40,62%), con numeri ben al di sopra della media nazionale.
(da agenzie)

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UN PAESE CON LA VALIGIA IN MANO: NELL’ULTIMO ANNO, 191MILA PERSONE HANNO LASCIATO L’ITALIA PER ANDARE A VIVERE ALL’ESTERO, UNA CIFRA RECORD PER IL NOSTRO PAESE

Aprile 30th, 2025 Riccardo Fucile

IL NUMERO POTREBBE ESSERE ANCORA PIÙ ALTO, VISTO CHE LASCIANO L’ITALIA SENZA CANCELLARE LA PROPRIA RESIDENZA E SFUGGONO ALLE STATISTICHE

In questi mesi l’attenzione ai flussi di prodotti industriali, digitali o finanziari è stata tale che quasi dimenticavo un’altra categoria di export dall’Italia: gli esseri
umani. Invece su quella andiamo forte. Secondo i dati dell’Istat, l’agenzia statistica, se ne sono andate dall’Italia 191 mila persone: fra questi 155 mila italiani e 35 mila stranieri (arrotondo per difetto). Stracciato ogni record recente, anche quelli della Grande recessione di una quindicina di anni fa. […]
Dopo decenni dalla fine delle grandi migrazioni partite a fine ‘800, le uscite ufficiali dal Paese hanno ricominciato a superare le centomila all’anno nel 2012. È normale, perché allora il Paese veniva da tre severe recessioni di seguito. Verso metà dello scorso decennio, con l’economia ancora fragile, si raggiunge e supera quota 150 mila e anche questo era prevedibile: nel 2015, in soli sette anni, il numero dei disoccupati era più che raddoppiato a oltre tre milioni di persone mentre moltissimi giovani (o non tanto giovani) erano ormai così disperati da cercare una soluzione all’estero.
Poi però il fenomeno entra nel costume sociale; nell’anno prima della pandemia, il 2019, le cancellazioni di residenza per trasferimento all’estero segnano il record dell’era moderna: ufficialmente sfiorano quota 180 mila, anche se intanto la disoccupazione era calata a 2,5 milioni di persone.
Nel 2023, primo anno pieno di governo dell’esecutivo di Giorgia Meloni, l’emigrazione ridiscende ai minimi da otto anni: 150 mila uscite ufficiali. Invece l’anno scorso si registra un nuovo balzo, improvviso: più 27% rispetto al 2023, con un numero degli italiani ufficialmente partiti dal Paese che risulta di gran lunga il più alto nelle serie moderne
Il numero dei disoccupati continua a calare per tutto il 2024 fino a tornare ai minimi da quasi vent’anni, dimezzato dai tempi della crisi dell’euro. Anche il numero degli occupati in Italia, quasi 26 milioni, è ai massimi da quando esistono serie affidabili. Persino gli inattivi scendono e sono ai minimi di sempre.
Eppure sempre più italiani votano con i piedi e lo abbandonano per situazioni che ritengono migliori. Certo, nel 2024 l’economia ha rallentato fino quasi a crescita zero e la stagnazione quest’anno proseguirà senz’altro. Ma questi non sono fenomeni migratori come quelli dello scorso decennio, quando il lavoro
non c’era: oggi c’è (o c’è stato fino al 2024) e invece le persone, in gran parte giovani, se ne vanno a cercarlo altrove ancora di più.
Prevedibilmente, il fenomeno è molto più vasto di quanto rivelino i dati Istat perché molti lasciano l’Italia senza cancellare ufficialmente la propria residenza e dunque sfuggono alle statistiche.
Secondo l’Istat per esempio nel 2023 arrivano in Svizzera 12.900 persone dall’Italia, ma l’ufficio statistico del Berna ne registra oltre il 50% in più. Quanto alla Germania, nel 2023 calcola 44 mila arrivi dall’Italia quando l’Istat ha un dato di meno della metà (e sicuramente è corretto quello tedesco, per le ragioni spiegate).
Ma il caso più notevole riguarda la Spagna, che un decennio fa soffriva di una vasta emigrazione giovanile verso l’estero e di bassa attrattività; appena più di quattromila italiani andavano lì nel 2015 secondo l’Istat, mentre oggi il flusso è più che quadruplicato e in base alle tendenze attuali la Spagna diventerà presto la meta più ricercata dai migranti italiani: il Paese cresce, presenta poche difficoltà di inserimento ed è avvertito da molti giovani italiani come socialmente e culturalmente più aperto. Anche qui il dato reale dei flussi è senz’altro molto più alto dei 19 mila registrati dall’Istat: l’agenzia statistica di Madrid dà conto di 48 mila italiani approdati nel 2023.
Insomma, quelli che se ne vanno dall’Italia sono molti più dei 190 mila ufficiali. E non sono spinti dal fantasma della disoccupazione, perché vengono per lo più da territori che non ne conoscono. L’anno scorso si è ufficialmente trasferito all’estero quasi un residente del Veneto ogni duecento mentre lo ha fatto poco più di un residente della Campania ogni quattrocento. Ovunque tornano le stesse tendenze: le regioni più dinamiche del Paese sono le stesse da cui si va via dall’Italia di più.
Qualcosa in Italia non gira e spinge verso l’uscita alcune delle forze migliori.
(da il Corriere della Sera)

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L’ ESILARANTE INTERVISTA SUL “CORRIERE DELLA SERA” DI OGGI A GIORGIA MELONI DOVE SE LA SUONA E SE LA CANTA: L’EGO ESPANSO DELL’UNDERDOG DELLA GARBATELLA, DIPLOMATA ALL’ISTITUTO PROFESSIONALE ARRIGO VESPUCCI, È ESPLOSO E HA RICHIESTO AL PRIMO QUOTIDIANO ITALIANO DUE PAGINE DI ‘’RIPARAZIONE’’

Aprile 29th, 2025 Riccardo Fucile

IL SUO EGO ESPANSO NON HA PIÙ PARETI QUANDO SI AUTOINCORONA “MEDIATRICE” TRA TRUMP E L’EUROPA: “QUESTO SÌ ME LO CONCEDO: QUALCHE MERITO PENSO DI POTER DIRE CHE LO AVRÒ AVUTO COMUNQUE…”

Gran parte del giornalismo italico si può riassumere bene con l’immortale frase dell’immaginifico Gigi Marzullo: “Si faccia una domanda e si dia una risposta”. L’intervista sul “Corriere della Sera” di oggi a Giorgia Meloni, firmata da Paola
Di Caro, entra imperiosamente nella top parade delle marzullate.
La Statista della Garbatella se la suona e se la canta a pagina 2 e 3 del quotidiano diretto (per mancanza di prove) dall’ex giornalista dell’”Unità”, Luciano Fontana, sbattendo a pagina 4 i pezzi sulla notizia del giorno: il blackout che ha “spento” Spagna e Portogallo.
E’ ovvio che sia più rilevante in via Solferino la richiesta della premier di auto intervistarsi, piccatissima di essere stata del tutto ignorata dai media alle esequie papaline: la foto dell’anno resterà quella di Trump e Zelensky in San Pietro, seduti su due sedie, chini uno di fronte all’altro, intenti a sbrogliare il groviglio della guerra russo-ucraina.
Un faccia a faccia nella Casa di Pietro, che in passato non si era mai visto sulla scena politica mondiale, sbocciato a insaputa di Giorgia Meloni, che è stato preceduto dal capannello a quattro di Starmer, Macron e Zelensky con il Caligola della Casa Bianca.
Due immagini straordinarie di inedita “diplomazia funebre” che non potevano non oscurare la foto della Ducetta in gramaglie, francobollata come un carabiniere dalla sua segretaria Patrizia Scurti, in Piazza San Pietro.
Nel vedersi ignorata in casa propria, l’ego espanso dell’Underdog diplomata all’istituto professionale Arrigo Vespucci è esploso e ha richiesto al primo quotidiano italiano due pagine di ‘’riparazione’’, infilandoci pure la foto inedita in cui lei fa la smorfiosa sorridente a un Trump con l’espressione scocciata.
A sottolineare il suo “’A rega’, Io ci sono!”, all’immagine il Corriere aggiunge come dida le sue alate parole: “I rapporti personali tra me e Trump sono molto buoni. Siamo due leader che si rispettano e capiscono, anche quando non solo completamente d’accordo”.
Per rassicurare della propria statura internazionale la Nazione, ha bisogno di farsi chiedere dalla cara Di Caro: “Veniamo al famoso incontro che potrebbe tenersi tra Trump e i vertici europei a Roma. Sono stati fatti passi avanti, ha avuto contatti positivi in questo senso?”
E vai col tango! “Non abbiamo mai dato una data. Ci stiamo lavorando”
solfeggia la Giorgia dei due mondi, “a me interessa portare a casa un accordo vero che serva all’Italia in primo luogo, come all’Europa e agli Usa. Senza fretta, ma ben fatto”.
Alla domanda (si fa per dire): ‘’A Roma o a Bruxelles?”, la Thatcher del Colle Oppio esplode nel rimarcare il suo ruolo di leader: “Se Roma può essere la sede giusta perché il nostro Paese viene visto come amico e in qualche modo come sede sì europea ma non “controparte”, credo che sarà un grande riconoscimento. Ma anche se fosse altrove, a Bruxelles o ovunque — questo sì me lo concedo — qualche merito penso di poter dire che lo avrò avuto comunque”.
E qui il suo ego espanso non ha più pareti: più le decisioni dell’Unione europea, dai dazi all’Ucraina, sono gestite dal quartetto Macron, Sanchez, Tusk con l’aggiunta di Starmer, e più Meloni si gonfia come una rana, tanto un Chiocci e un Vespa si trova sempre ai suoi piedi.
La Statista de noantri non si ricorda più quante volte il dazista Trump le ha sbattuto la porta in faccia alle sue suppliche di un incontro alla Casa Bianca, agognata incoronazione di ‘’pontiere’’ tra Usa e Ue.
E quando “King Donald” ha finalmente concesso il grande onore di riceverla, la sua presenza si è rivelata del tutto irrilevante perché i dazi erano già scappati dalla stalla.
In fondo, tenere il piedino in due staffe è l’unica dote riconosciuta a Bruxelles alla Meloni, un camaleontismo che fa scopa con la megalomania che le fa dire che l’Unione Europea dà un’immagine di “blocco consolidato di burocrazie”.
Arrivati a questo punto di demenza politica, occorre informare la Nazione tutta che il tanto spaparanzato aiuto italiano all’Ucraina è pari a 2 miliardi e 900 milioni contro i 18 miliardi della Gran Bretagna e i 15 della Francia. Ecco quanto conta e pesa il Bel Paese nel mondo occidentale.
Post Scriptum
Sulla devozione di Giorgia a Papa Francesco, magari ci stava bene una domandina sul pensiero del pontefice argentino in difesa di migranti, detenuti e i 45 mila palestinesi fatti fuori da Netanyahu che Bergoglio definì “genocidio”.
(da Dagoreport)

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GIORGIA, LA CARDINALESSA: MELONI, TRAMITE ALFREDO MANTOVANO (UOMO DI CERNIERA CON IL VATICANO) TESSE LA SUA TELA E SPERA IN UN PAPA CONSERVATORE. L’IDENTIKIT GRADITO A PALAZZO CHIGI PORTA ALL’ARCIVESCOVO DI FIRENZE, GIUSEPPE BETORI, GIÀ SEGRETARIO GENERALE DELLA CEI AI TEMPI DI RUINI E AGLI ANTIPODI RISPETTO A PAPA FRANCESCO

Aprile 29th, 2025 Riccardo Fucile

IL RUOLO DEL SOTTOSEGRETARIO, EX PRESIDENTE DELLA FONDAZIONE PONTIFICIA ACS, “AIUTO ALLA CHIESA CHE SOFFRE”

Per Giorgia Meloni, papa Francesco è stata una scoperta. Negli ultimi giorni lo ha raccontato a tanti: di come la conoscenza diretta del pontefice le abbia fatto superare i pregiudizi che aveva come donna di destra devota al culto di Giovanni Paolo II e alla sapienza conservatrice di Benedetto XVI.
In questi tre anni a Palazzo Chigi, i contatti sono stati frequenti, favoriti da Alfredo Mantovano, colui di cui si può dire quello che si diceva di Giulio Andreotti, che era un italiano in Vaticano, e uomo del Vaticano in Italia.
C’è un filo che in questi giorni porta da Palazzo Chigi al Palazzo Apostolico, dove si ritrovano i cardinali per le congregazioni che portano al conclave. Ed è un filo con cui proprio lui, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, giurista e autorità delegata per i servizi segreti, sta silenziosamente tessendo la sua tela, per conto del governo.
L’interesse della destra per un futuro papa conservatore muove la strategia di sponsorizzazione di Mantovano, attraverso una rete di legami costruiti in anni e che si sono rafforzati grazie al suo ruolo di referente nel governo italiano della Curia e della Segreteria di Stato. E c’è un nome che emerge tra gli altri, nelle confessioni che raccogliamo vicino al sottosegretario: l’arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori.
Meloni vuole evitare tifoserie smaccate, ma se le si rivolgesse privatamente la domanda su chi preferirebbe vedere sul soglio di Pietro, con un buon giro di parole risponderebbe molto probabilmente che ci sono sensibilità diverse anche nella Chiesa e avere un papa con qualche affinità in più aiuterebbe.
La scommessa su un papa conservatore non è semplice. Ma che Mantovano si stia muovendo in questa direzione, ce lo confermano diverse fonti di governo. Raccoglie informazioni, dialoga con i cardinali, sonda le intenzioni dei porporati. Un’alleanza saldata con figure di rilievo, come Angelo Bagnasco e Mauro Piacenza, che pur cardinali non elettori, perché ultraottantenni, sono i manovratori delle cordate per la discontinuità, sotto la regia dell’eterno Camillo Ruini.
Come raccontato ieri da Giacomo Galeazzi su questo giornale, è su Betori che scommettono, per riparare quella che definiscono «la confusione teologica e dottrinale» portata dall’uragano Bergoglio in Vaticano.
Betori si è scontrato pubblicamente con Bergoglio sui migranti, ed era segretario generale della Cei quando Ruini era presidente, negli anni delle battaglie contro i governi di centrosinistra. Gli anni in cui lo scontro politico si concentrò per esempio sui Pacs, su come formalizzare i diritti civili per i conviventi non sposati e le coppie omosessuali. Mantovano era allora un senatore semplice di Alleanza Nazionale ma fu uno dei più duri a prendere le difese della Chiesa e dei vescovi contro le accuse di ingerenza manifestate dalla sinistra. Per capire il peso che ha il sottosegretario sulle faccende vaticane va ricordato il ruolo di presidente di Acs, Aiuto alla Chiesa che soffre, carica che poi ha ricoperto proprio il cardinale Piacenza. La fondazione pontificia che
sostiene le comunità cristiane perseguitate nel mondo e che ha sede extraterritoriale a Roma, a palazzo San Calisto, è una realtà che Bergoglio amava molto, sin da quando era arcivescovo di Buenos Aires.
Nel 2016 il papa accolse i vertici di Acs a Santa Marta, per ringraziarli. C’è una foto di quel giorno sul sito: con Bergoglio ci sono il presidente Mantovano e il direttore Alessandro Monteduro, che il sottosegretario ha portato con sé a Palazzo Chigi come capo di gabinetto.
Nel novembre dell’anno dell’incontro con Bergoglio, Acs pubblicò la XIII edizione del rapporto sulla libertà religiosa. In un capitolo dedicato all’Italia, nella lista delle cause dell’aumento dell’intolleranza si elencavano anche le unioni civili, la cosiddetta teoria del gender (definizione in uso alla destra) e la trasformazione sociale della famiglia. A firmare l’introduzione al dossier era Monteduro. Anche lui molto attivo in queste ore.
La speranza che muove Meloni, Mantovano e il suo collaboratore è che in un conclave con fisiologiche divisioni nella composita progressista della Chiesa, una convergenza compatta possa far emergere un conservatore.
O almeno un moderato. Una figura di compromesso, in questo senso, negli auspici di palazzo Chigi è Pietro Parolin, segretario di Stato e presidente del conclave. Figura politica e diplomatica, interfaccia rassicurante per il governo italiano, scelto da Francesco ma non in assoluta continuità con lui, soprattutto per spirito di concertazione. Di sicuro, nella sfida tutta italiana Meloni e Mantovano lo preferiscono al cardinale Matteo Zuppi, il capo dei vescovi, che dopo la morte del papa, entrando in Vaticano, non in un giorno qualsiasi ma il 25 aprile, ha detto: «Ricordiamoci della Liberazione».
(da La Stampa)

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LE MANOVRE GEOPOLITICHE INTORNO AL CONCLAVE: MACRON SPINGE L’ARCIVESCOVO DI MARSIGLIA AVELINE, TRUMP SOSTIENE I CARDINALI CONSERVATORI AMERICANI, L’UNGHERIA DI ORBAN È RAPPRESENTATA DALL’ARCIVESCOVO DI BUDAPEST, ERDO. LA MELONI GRADIREBBE UN PAPA ITALIANO

Aprile 29th, 2025 Riccardo Fucile

LA SINISTRA GUARDA CON FAVORE A ZUPPI COME IDEALE FRANCESCO II. MA SAREBBERO BENE ACCOLTI ANCHE PAROLIN O PIZZABALLA

Ha suscitato una certa curiosità la notizia che il presidente francese Macron, a Roma per i funerali del Papa, abbia riunito i cardinali francesi per poi lasciar trasparire sui media il suo discreto appoggio per l’arcivescovo di Marsiglia, Aveline. Anche a Trump viene attribuito parecchio attivismo con i cardinali americani, a cominciare da Dolan: non perché questi sia un candidato verosimile — non lo è — ma in quanto possibile regista di una robusta corrente geopolitica. Non è strano.
Trump sa bene cosa Francesco pensava di lui ed è plausibile che tenti di spendere qualche carta per avere un pontefice meno diffidente. In fondo alla stessa logica obbediva la visita a Roma del vicepresidente Vance, ricevuto con cordialità dal segretario di Stato, Parolin, poche ore prima della scomparsa di Bergoglio, al quale l’ospite americano ha avuto l’opportunità di rivolgersi per qualche minuto. Queste pressioni ricordano alla lontana quelle che un tempo erano prerogative dei grandi sovrani cattolici. Fino al 1904 esisteva una forma di veto che permetteva in casi estremi di bloccare un candidato sgradito.
Ma più dei motivi religiosi pesavano gli equilibri di potenza in Europa. L’eco di quei lontani eventi lo avvertiamo persino oggi. Di Trump, moderna versione in chiave euro-atlantica di quello che fu l’imperatore d’Austria, si è già detto. Nessuno si stupisce se in queste ore il cardinale Dolan sta organizzando una sorta di fronte conservatore e soprattutto filo-occidentale.
Del resto nel Conclave non ci sono russi di cui tener conto: c’è invece una presenza ucraina e il tema non è insignificante. L’altra volta le tattiche nord-americane portarono all’elezione del cardinale Bergoglio — un riformista poi percepito quasi come un rivoluzionario. Stavolta c’è da credere che qualcuno vorrà esser sicuro di non prendere un altro abbaglio. E la Francia? Come detto, Macron ha capito e non da oggi l’importanza della posta in gioco, perciò si sforza di cucire i fili di una strategia opposta a quella trumpiana.
A tal fine pesano anche i suoi eccellenti rapporti con la Comunità di Sant’Egidio. Parigi non è forte a sufficienza per influenzare un gruppo consistente di elettori, specie di fronte a una platea davvero globale come quella voluta dal pontefice deceduto. Tuttavia può contribuire a consolidare un nucleo solido, se riuscisse a creare un’intesa con la forte chiesa tedesca (peraltro divisa al suo interno) e poi a estenderla a qualcuno dei Paesi dell’Est — dalla Polonia ai Baltici — uniti tra l’altro da una linea di dichiarata ostilità alla Russia di Putin. Esclusa, s’intende, l’Ungheria di Orbán, peraltro rappresentata a Roma da un cardinale molto stimato: l’arcivescovo di Budapest, Erdo.
Tuttavia non è chiaro se e come può coalizzarsi un simile fronte centro-europeo; tanto più che la Germania si trova ancora priva del governo Merz, figlio delle recenti elezioni.
In tutto ciò l’Italia conserva una linea di cautela, diremmo quasi di neutralità rispetto alle trattative tra i cardinali. Non è nella tradizione italiana favorire cordate o addirittura riunire le porpore per influenzarle. La storia secolare del Vaticano sul Tevere a qualcosa serve, insieme al distacco degli ultimi pontefici rispetto ai giochi politici romani.
Certo, a destra come a sinistra, si gradirebbe un Papa italiano. E senza dubbio a
sinistra si guarda con favore a Zuppi come ideale Francesco II. Ma sarebbero bene accolti anche Parolin o Pizzaballa. L’Italia si prepara al nuovo pontefice senza scivolare nelle inquietudini e nelle manovre di altri, non abituati ad avere il Papa in casa.
(da agenzie)

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“LA CINA NON SI INGINOCCHIERÀ”: LA PROPAGANDA DI PECHINO RISPONDE A TRUMP CON UN VIDEO DI DUE MINUTI IN CUI SI RIBADISCE LA POSIZIONE FERMA DEL REGIME COMUNISTA DI FRONTE ALLE MINACCE DEL TYCOON: “INCHINARSI DAVANTI A UN PREPOTENTE È COME BERE VELENO PER PLACARE LA SETE. IL COMPROMESSO NON PORTA ALLA CLEMENZA. INGINOCCHIARSI PORTA SOLO A SUBIRE ULTERIORI PREPOTENZE”

Aprile 29th, 2025 Riccardo Fucile

“TUTTI I BULLI SONO SOLO TIGRI DI CARTA. GLI USA NON RAPPRESENTANO IL MONDO INTERO, IL LORO COMMERCIO RAPPRESENTA MENO DI UN QUINTO DEL TOTALE MONDIALE. QUALCUNO DEVE FARSI AVANTI CON LA TORCIA IN MANO PER ILLUMINARE IL CAMMINO” (QUEL QUALCUNO È LA CINA…)

“La Cina non si inginocchierà”. Macchina della propaganda molto in funzione ultimamente contro i dazi di Donald Trump. Questa mattina il ministero degli Esteri cinese ha pubblicato un video di due minuti nel quale si ribadisce il concetto che Pechino non cambierà posizione riguardo “all’imposizione sconsiderata dei dazi da parte degli Stati Uniti”, sostenendo che lo fa anche per il bene del resto del mondo che non dovrebbe piegarsi al bullismo americano.
“Avete mai sentito parlare dell’occhio del ciclone?”, domanda la voce narrante all’inizio della clip. “Sembra tranquillo per un attimo, ma in realtà è una trappola mortale. Gli Stati Uniti hanno scatenato una tempesta tariffaria globale e hanno deliberatamente preso di mira la Cina, costringendo le altre nazioni a limitare il commercio con la Cina. Inchinarsi davanti a un prepotente è come bere veleno per placare la sete. La storia ha dimostrato che il compromesso non porta alla clemenza.
Inginocchiarsi porta solo a subire ulteriori prepotenze. La Cina non si inginocchierà, perché sappiamo che difendere noi stessi mantiene viva la possibilità di cooperazione. La Cina non farà marcia indietro, così le voci dei deboli potranno essere ascoltate. Tutti i bulli sono solo tigri di carta. Gli Usa non rappresentano il mondo intero, il loro commercio rappresenta meno di un quinto del totale mondiale. Quando il resto del mondo è unito nella solidarietà,
gli Stati Uniti sono solo una piccola barca alla deriva. Gli imperialisti sono sempre arroganti”.
Per poi concludere : “Qualcuno deve farsi avanti con la torcia in mano per dissipare la nebbia e illuminare il cammino da percorrere. Quando tutte le nazioni si ergono fiere il mondo abbatterà le barriere dell’egemonia. Per la Cina, per il mondo, dobbiamo alzarci e continuare a lottare”.
(da La Repubblica)

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