Luglio 8th, 2025 Riccardo Fucile
PER OVVIARE, LO STATO E’ COSTRETTO A RIVOLGERSI A SOCIETA’ PRIVATE CON ELICOTTERI MENO CAPIENTI E COSTI MOLTO PIU’ ELEVATI
Mentre l’estate porta con sé un’escalation di incendi boschivi, tra i peggiori degli ultimi
anni, i più potenti elicotteri antincendio d’Europa sono fermi a terra per motivi burocratici. È quanto sta accadendo agli Erickson S64F dei vigili del fuoco, veri e propri colossi del cielo capaci di riversare 10mila litri d’acqua in meno di un minuto. Eppure, dal 26 giugno, sono tutti indisponibili. Motivo? Una dicitura che lascia sgomenti: «Indisponibilità per causa burocratica». Come riporta il Corriere della Sera, il centro operativo di Ciampino (Coan), punto nevralgico del dispositivo aereo antincendio italiano, è attualmente inattivo. E a bloccare gli elicotteri non è un
problema tecnico o una carenza di personale, ma un pasticcio amministrativo legato al mancato rinnovo delle abilitazioni di volo da parte di Enac, l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile.
Il nodo delle licenze
Tutto ha origine da un cambiamento normativo risalente al 2012, con l’entrata in vigore di un regolamento europeo che ha imposto la patente Easa (l’ente europeo per la sicurezza aerea) per i piloti di velivoli civili. Il S64F, pur usato dai vigili del fuoco, non è classificato come “velivolo di Stato” e quindi rientra nelle regole Easa. Nel 2019, proprio per regolarizzare la situazione, Enac aveva predisposto un percorso formativo su misura per i piloti dei vigili del fuoco sprovvisti dei requisiti richiesti.
L’ente interrompe i rinnovi per «mancanza di requisiti»
Per cinque anni, tutto sembra filare liscio: le abilitazioni vengono regolarmente rinnovate. Ma il 31 gennaio 2024, senza preavviso, l’ente cambia linea: nessun rinnovo, ma una semplice trascrizione in un registro secondario, l’Appendice nazionale, con la motivazione che «mancano i requisiti». Quegli stessi requisiti, però, erano stati alla base del percorso speciale autorizzato dallo stesso Enac anni prima. Un cortocircuito normativo. E intanto i piloti scoprono improvvisamente che le loro licenze non sono mai state pienamente valide.
Il ricorso di uno dei piloti
Dopo un incidente sospetto e crescenti dubbi, uno di loro decide di fare ricorso. Il ricorso del pilota è ora nelle mani del Consiglio di Stato, che ha chiesto chiarimenti urgenti a Enac. Di fatto, però, l’intero sistema è congelato. Nessuno vuole rischiare di far volare mezzi così complessi senza una copertura legale chiara. L’Enac e il Viminale, da parte loro, avevano inizialmente minimizzato: si poteva continuare a volare con la “patente limitata”. Ma ora, con il ricorso in atto, anche questa possibilità
è svanita. .
«È incredibile che in piena emergenza climatica e incendi, i migliori mezzi a disposizione siano bloccati da cavilli amministrativi», denuncia Mario Cicchetti, legale del pilota ricorrente, che chiede un «tempestivo pronunciamento del Consiglio di Stato». La questione, infatti, non è più solo tecnica o legale, ma urgente e politica: ogni giorno di ritardo può significare ettari di bosco persi, rischi per vite umane e un aggravio dei costi pubblici.
La necessità di appoggiarsi a società private
Il risultato? Nessuno S64F è operativo, proprio nel momento in cui sarebbero più necessari. Per ovviare, lo Stato è costretto a rivolgersi a società private, con elicotteri meno capienti (come i Canadair, che portano la metà dell’acqua) e costi molto più elevati. Basti pensare che un pilota del Corpo nazionale guadagna 3.000 euro al mese, mentre per ogni pilota privato lo Stato spende fino a 1.800 euro al giorno.
(da editorialedomani.it)
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Luglio 8th, 2025 Riccardo Fucile
CHI SALVERA’ GLI STATES DALLA FOLLIA AUTORITARIA? PROBABILMENTE IL CAPITALISMO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
L’eccezionalismo dell’amministrazione Trump ha effetti anche nelle analisi di studiosi e opinionisti, che vanno da un incurabile pessimismo catastrofistico ad un inguaribile ottimismo sulle potenzialità del capitalismo.
Il primo atteggiamento è centrato sulla crisi dello stato costituzionale o le implicazioni politiche di un presidente che governa con metodi tirannici. Il secondo è centrato sulle potenzialità dell’economia statunitense di battere anche i più autoritari presidenti. Soffermiamoci per un momento su quest’ultima lettura, prima di capire se la separazione tra politica ed economia è d’aiuto.
In un recente articolo dal titolo “Trump Can’t Kill the Boom: Why the Us Economy Will Roar Despite Him”, pubblicato sul sito Social Europe, il brillante economista Nouriel Roubini ha scritto che, sebbene alcune delle politiche del presidente abbiano avuto e avranno effetti stagflazionistici (riduzione della crescita e aumentando dell’inflazione), tali effetti verranno alla fine mitigati da quattro fattori: «La disciplina di mercato, l’indipendenza della Federal Reserve statunitense, i consiglieri del presidente stesso e la sottile maggioranza dei repubblicani al congresso».
Roubini esamina ciascuno di questi fattori per concludere che il boom degli investimenti guidato dall’intelligenza artificiale indurrà una crescita eccezionale degli Stati Uniti che sopravviverà a Trump, nonostante la sua teatrale politica commerciale.
Roubini è convinto che la crescita elevata, combinata con le tremende politiche di redistribuzione, indebolirà negli States le forze populiste. Nel frattempo, l’Europa resterà al palo, imbrigliata dall’incapacità a rivolvere i problemi strutturali che la rendono pesante come un elefante e povera di tecnologia, a tutto vantaggio degli Usa. Insomma, scrive Roubini, il divario di innovazione tra America ed Europa è destinato ad aumentare, rendendo quest’ultima subalterna in proporzione alla crescita statunitense guidata dall’IA.
Secondo questa lettura, a rischiare la virata verso una destra autoritaria sarà soprattutto l’Europa. I leader autoritari, infatti, sfrutteranno la debolezza economica dei loro paesi e del continente per illudere gli elettori a risolvere i problemi con politiche di criminalizzazione dell’immigrazione (e poi anche delle forze di opposizione) e il riarmo. Circa gli States, sarà proprio il capitalismo dell’intelligenza artificiale a salvarlo dalla follia autoritaria.
Roubini prevede che entro la metà del 2026 la crescita statunitense registrerà una forte ripresa, ma Trump «avrà subito un danno politico che preannuncia una sconfitta del suo partito»
alle elezioni di medio termine. «I timori di una deriva autocratica degli Stati Uniti saranno alleviati. La democrazia americana sopravviverà allo shock Trump e, dopo un periodo iniziale di difficoltà, l’economia statunitense tornerà a prosperare». Dunque, tutto procede per il meglio grazie alla forza prometeica del capitalismo hi-tech.
Questa lettura, confortante per gli States e sconfortante per la Ue, non considera il fattore politico come un fattore autonomo, o comunque capace di incidere sull’opinione e sulle decisioni. Liberali e marxisti marciano, almeno in questo, sullo stesso sentiero. Senza nulla togliere a questa lettura, e all’interessante analisi predittiva di Roubini, c’è un fattore che resta in campo e che l’economia non spiega, quello della mentalità e dei valori.
L’egemonia statunitense dell’hi-tech è ben più di un fatto economico o un fattore dalle implicazioni economiche. Ha un risvolto nella concezione della vita, del mondo e della politica che è destinato a restare, con o senza Trump. È in aggiunta il marchio di un’oligarchia. Ma questo termine – oligarchia – non dice molto se non spacchettato con un’analisi che spieghi il carattere specifico di questa oligarchia. Occorre andare ai fondamenti.
Peter Thiel, in un saggio del 2007 dal titolo The Straussian Moment ci parla di un futuro che non vuole essere limitato dalla logica del costituzionalismo. Il volontarismo prometeico dei creatori di un mondo immateriale non vuole adattarsi ad un ordine politico fondato sui diritti/doveri, il consenso elettorale, le norme uguali per tutti, cioè un governo limitato. Scrive Thiel che «opponendo ambizione ad ambizione con un elaborato sistema di controlli e contrappesi, [la costituzione] impedisce a qualsiasi singolo individuo ambizioso di ricostruire la vecchia Repubblica. I fondatori dell’America godevano di una libertà d’azione che superava di gran lunga quella dei politici americani venuti dopo».
Riprendersi quella libertà fondativa significa superare i limiti imposti dai vecchi fondatori per dare spazio alla nuova ambizione. Se questa creatività è stata possibile nel Settecento, perché non deve esserlo più? Il futuro è di ambiziose intelligenze che non devono essere vincolate dal giuridico o legale convenzionale per dare il meglio di sé. Questa mentalità è un fatto. Quale che sia il destino dell’economia e di Trump e dell’“ambizione” di Elon Musk di rompere il giocattolo del bipartitismo perfetto.
(da editorialedomani.it)
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Luglio 8th, 2025 Riccardo Fucile
I BULLI A STELLE E STRISCE ORA SI ODIANO, LA SPERANZA E’ CHE SI DISTRUGGANO A VICENDA
“Ridicolo”, “scemo”, “ubriacone”, è l’ultima delle raffiche di insulti tra maschioni alla
ribalta in America (il duo monosillabo Trump e Musk; e Bannon, che è bisillabo perché è l’intellettuale del gruppo).
Se non vengono alle mani è solo perché non hanno ancora trovato il modo di far ben figurare bernoccoli e cerotti nelle loro bacheche social, che sono una sfilza di sole vanterie, proclami, lustrini dell’ego.
L’unica, risoluta, vincente azione di guerra della quale l’umanità avrebbe bisogno sarebbe paracadutare sull’America decine di migliaia di psicoanalisti pronti a tutto.
I maschi alfa dei nostri tempi sono così esiziali che bisognerebbe chiamarli maschi omega, niente in loro fa pensare a un inizio, molto alla fine.
Ma c’è una buona notizia: si odiano, rivaleggiano in tracotanza e in smisuratezza, il millenario torneo “vediamo chi ce l’ha più lungo” sta vivendo, grazie a loro, la sua Wimbledon.
Questo fa escludere che possano coalizzarsi e fa sperare che alla fine si distruggano a vicenda. Poi i cocci, già lo sappiamo, saranno a carico di chi rimane, e con la schiena china dovrà raccogliere tutto e ricominciare quasi daccapo.
Ma almeno questo lungo tuffo nel tribalismo (e nel gallismo, etologicamente parlando) avrà fine. Quando, non è lecito sapere, ma nell’attesa bisognerebbe riorganizzare i ranghi della gentilezza e del senso del ridicolo, che sono palesemente le sole virtù rivoluzionarie della nostra epoca.
Nel caso la gentilezza sembrasse un po’ sciapa, il senso del ridicolo è un ottimo condimento. L’ossessione di Trump per l’oro e le dorature, per esempio (c’è più oro attorno a Trump che nell’Aida di Zeffirelli), vale da sola un film satirico. O un musical a Broadway. Lui non capisce le battute, ma noi sì.
(da repubblica.it)
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Luglio 8th, 2025 Riccardo Fucile
NESSUNA GRANDE ALLEANZA SOVRANISTA, OGNUNO FA I PROPRI INTERESSI E TRUMP DANNEGGIA PROPRIO QUEI SETTORI ITALIANI CHE VOTANO SOVRANISTA: COMPLIMENTI MELONI
Solo adesso, a ridosso di una scadenza fatale e sotto la spada di Damocle di una nuova lettera-ultimatum, il governo italiano comincia a percepire la portata dello strappo trumpiano e la determinazione del presidente Usa di rompere l’asse occidentale in tutte le sue componenti: commerciale, militare, politica.
Donald Trump esercita un sovranismo in purezza, qualcosa di assai diverso dalle blande imitazioni che hanno tanto preoccupato l’Europa provocando peraltro danni limitati, perché nessuno dei leader nazionalisti arrivati al governo ha rispettato i suoi programmi, uscire dall’Unione, abbandonare la moneta unica, disconoscere le norme e i trattati.
Trump, al contrario, è coerente con il suo imprinting su ogni tavolo. E su ogni tavolo chiede sottomissione all’atto di forza americano.
In Italia, il capitolo finale dello scontro sui dazi fa franare due racconti della destra, uno ideologico e l’altro assai pratico.
Il primo è quello legato al sogno della grande alleanza sovranista che avrebbe dovuto modificare i paradigmi dell’Occidente, sostituendo al buonismo progressista l’orgoglio delle storie e delle radici, il Dio-Patria-Famiglia collettivo e dunque una nuova trama condivisa che avrebbe avvantaggiato tutti i soci del club. Non è successo. Dell’enclave conservatrice l’Italia fa parte a pieno titolo eppure non ne ricava vantaggi.
A poco sono serviti la vicinanza al Lord di Mar-a-Lago, la comunanza ideologica così a lungo ricercata col mondo Maga o gli applausi alle invettive anti-europee con cui JD Vance avviò il suo mandato. «C’è un nuovo sceriffo in città», avvertì all’epoca il vicepresidente Usa, e pure quella frase piacque assai: ora scopriamo che anche Roma potrebbe finire dalla parte dei banditi.
L’altra questione riguarda le categorie che fino a pochi giorni fa hanno creduto a soluzioni a impatto zero, soprattutto l’agroalimentare, il vino, la farmaceutica, che sono anche i grandi bacini elettorali della destra italiana.
Stanno già calcolando le perdite economiche e occupazionali, e oltre le perdite c’è l’umiliazione della mancata reciprocità perché se le nostre merci andranno oltreoceano a caro prezzo, quelle americane arriveranno qui a dazio zero.
Ogni equilibrio sembra perso. E la protezione governativa su cui si faceva conto comincia a rivelarsi un’illusione. La “strategia della bresaola” ipotizzata dal governo per placare il settore – diventare i norcini della carne americana per comprarla, lavorarla e rispedirgliela trasformata in prosciutti – ha il sapore delle azioni disperate che si tentano quando si teme che tutto frani.
Magari ha ragione chi dice: i dazi Usa al dieci per cento «non sarebbero insopportabili» per la nostra economia, ma anche se la trattativa con Donald Trump approdasse lì – ed è la migliore delle ipotesi al momento – la questione economica sarà solo metà del problema.
L’altra metà sarà spiegare all’elettorato di centrodestra come mai questi fratelli d’oltreoceano, questi amici per cui si stappò champagne solo sei mesi fa, all’improvviso ci prendono per il collo nonostante le prove d’amore che abbiamo dato.
Gli abbiamo concesso senza fiatare un enorme aumento delle spese in armi, l’esenzione dalla Global Minum Tax, probabilmente anche un pezzo di Ucraina, li abbiamo blanditi chiamandoli Paparini e minimizzando ogni loro provocazione contro «gli scrocconi europei», e adesso?
(da lastampa.it)
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Luglio 8th, 2025 Riccardo Fucile
IL RASSEMBLEMENT NATIONAL SI E’ DOTATO DI UNA SOCIETA’ CHE MONITORA LA “REPUTAZIONE DIGITALE” DEGLI ISCRITTI PER EVITARE DI PRESENTARE SOGGETTI IMBARAZZANTI
La notizia è di quelle che potrebbero passare quasi inosservate o essere derubricate a
curiosità di un mondo, quello della politica, che di bizzarrie ne produce a getto continuo.
Ma trascurarne il significato – e le possibili conseguenze – sarebbe un errore.
Secondo il canale tv France-Info e il quotidiano Le Figaro, il Rassemblement National, il partito di Marine Le Pen e Jordan Bardella che i sondaggi mostrano tuttora in testa nelle preferenze degli elettori francesi con cifre oscillanti fra il 36 e il 38%, avrebbe recentemente firmato un contratto con una società specializzata nella “reputazione digitale”, affidandole un compito piuttosto particolare: spiare le attività online di tutti quei suoi iscritti o dirigenti che potrebbero un giorno candidarsi nelle sue liste per assumere ruoli pubblici. Il motivo dell’incarico, che presenta costi onerosi (alcune centinaia di euro per ogni singolo passaggio al setaccio di profili social e gruppi di discussione – e i candidati da reclutare per un’elezione parlamentare sono ben 577, il che porta a totali a molti zeri) e si presta all’accusa di intromissione nella vita privata dei “monitorati”? Individuare non solo gli eventuali dérapages razzisti, omofobi o antisemiti – tre ambiti in cui il RN da sempre è sotto il fuoco di fila dei sospetti e delle accuse degli avversari ed è costretto a continue repliche – ma anche i commenti “non in linea” sul conflitto russo-ucraino o su quello israelo-palestinese. Si tratta, insomma, di una vera e propria schedatura destinata a radiare preventivamente dalle liste i potenziali dissidenti dalle scelte del duo che tiene le redini (non sempre in sintonia, malgrado le apparenze; ma questa è un’altra storia) del movimento.
Gli aspetti più discutibili della vicenda sono stati, com’era ovvio, minimizzati dal portavoce del RN Aleksandar Nikolic, il quale ha parlato di un semplice metodo per dotarsi “della miglior squadra possibile, più rappresentativa del partito”, informandosi sulla “linea di pensiero” degli osservati e tenendo conto, grazie all’uso di fonti aperte accessibili a tutti e con l’ausilio dell’Intelligenza artificiale, di “quel che hanno potuto dire in passato”. Onde evitare nuovi scandali mediatici come quelli che hanno azzoppato alcuni imprudenti candidati alle Legislative dello scorso anno.
Estratta dallo specifico contesto transalpino, questa vicenda evoca un duplice problema con cui si trovano oggi alle prese molti partiti populisti e/o sovranisti europei, giunti rapidamente negli ultimi anni a livelli di consenso inattesi e perciò impreparati a svolgere ruoli di responsabilità o addirittura di governo. Da un lato c’è la carenza di classi dirigenti opportunamente formate e selezionate e addestrate ai compiti di rappresentanza da una lunga gavetta nelle assemblee e amministrazioni locali. Dall’altro, la persistenza, fra i militanti ma anche a volte fra i quadri intermedi, di mentalità e atteggiamenti non in linea con le scelte dei vertici: un dato che è particolarmente visibile in quelle formazioni che sono il frutto di progressive evoluzioni rispetto a un passato di destra radicale o estrema. Realtà che, a esempio, nel caso italiano son state messe a nudo dalle reiterate gaffe di ministri e parlamentari di Fratelli d’Italia o dalle esternazioni di suoi dirigenti giovanili carpite dagli infiltrati di Fanpage, ma che si sono replicate in altri soggetti della stessa area a livello europeo, come Vox, AfD, RN, Chega, Perussuomalaiset, Vlaams Block, Fpö, Danske Folkeparty, conducendo a frequenti polemiche e scissioni, e persino alla deflagrazione del partito.
Le cause del fenomeno sono molteplici, e fra queste non va sottovalutato un aspetto psicologico che di rado gli studiosi del campo – nella quasi totalità avversari dichiarati del loro oggetto di ricerca, e perciò propensi a scegliere scorciatoie atte a denigrarlo piuttosto che a esaminarlo con pazienza e con quel pizzico di temporanea empatia che è indispensabile per coglierne le caratteristiche meno evidenti – hanno scandagliato. Cioè la ritrosia dell’“uomo di destra”, più emotivo, meno razionale e nel fondo molto più “antipolitico” dei suoi avversari, a farsi imbrigliare all’interno di un sistema di regole e ripartizione di funzioni. Ma c’è un fattore che appare più cruciale di ogni altro: la carenza di un’identità ideologica – o, se si preferisce, di una cultura politica – ben definita, comune e
accettata, maturata a seguito di un processo preordinato, di una discussione aperta, di un chiaro confronto pubblico.
Niente del genere si è manifestato nel corso degli anni che hanno visto l’ascesa dei partiti di quella che oggi è definita, con le sue molte sfumature e contraddizioni, destra populista o sovranista, nella quale quasi sempre le svolte sono state determinate dall’esclusiva volontà del (o della) leader e da costoro imposte ai quadri intermedi e alla base, che le hanno in gran parte digerite, almeno in una prima fase, in virtù dell’euforia degli inattesi successi. È stato così in Italia, prima con la nascita di Alleanza nazionale dal frettoloso lavacro di Fiuggi con tesi congressuali che ricucivano con più di un equilibrismo il vecchio e il nuovo per cercare di piacere a tutti, e poi con quella di Fratelli d’Italia, che ambiva a essere un “Pdl 2.0” con la rassicurante presidenza dell’ex Forza Italia Crosetto e si è visto poi costretto dai magri dividendi elettorali iniziali a recuperare simbolo e idee prima dal passato Msi-An e poi dalla rampante ondata populista, salvo rientrare sui binari di una maggior moderazione a governo conquistato. E così è stato in Francia subito dopo che l’incauto Jean-Marie Le Pen, che pur con non poche giravolte aveva conferito all’allora Front National un suo marchio preciso (e di presa limitata a un 15% dell’elettorato) ha imposto la consegna del bastone del comando alla figlia Marine, che in breve ha trascinato il partito ereditato sulle sponde di un nazional-populismo sempre meno vincolato alle parole d’ordine della vecchia destra. E così sono andate le cose altrove, dove a sciogliere i nodi e dettare la rotta (e i suoi cambiamenti spesso repentini) sono sempre stati i capi: gli Haider, gli Abascal, i Wilders, i Salvini e i tanti meno noti equivalenti.
Queste operazioni sono state sempre condotte all’insegna di un unico obiettivo: il conseguimento di una sino ad allora inesistente legittimazione. Non quella elettorale, che ormai si stava profilando con risultati significativi, ma quella degli attori istituzionali, Unione europea in testa, e dei poteri di fatto: imprenditoria, finanza, ambasciate Usa. Ciò ha comportato una serie di bruschi aggiustamenti nei programmi, che nella maggioranza dei casi hanno visto sparire le aperture a politiche sociali welfariste (di “destre sociali” oggi è arduo scorgere l’ombra), a politiche estere neutraliste e diffidenti del militarismo – che invece campeggiavano nelle promesse di quasi tutti i partiti populisti allora all’opposizione –, a preoccupazioni ecologiche. Al loro posto sono comparsi la fedeltà all’Occidente a guida statunitense e alla Nato, il liberalismo economico, la lotta indiscriminata al green deal. Solo una certa resistenza (non in tutti i casi) all’avanzata progressista sui piani etico e culturale, e l’ostilità all’immigrazione, sono sopravvissuti a questo restyling.
Che la cosa potesse non piacere indistintamente a tutti coloro che avevano contribuito all’ascesa di questi partiti con il loro impegno, e che, nell’epoca dei social imperanti, l’insoddisfazione avrebbe dato la stura a esternazioni imbarazzanti, era da mettersi in conto. La reazione alla fronda è stata, sin qui, mettere alla porta i dissidenti aperti (si veda Meloni con Alemanno). Ora si è passati allo spionaggio di quelli potenziali. Chissà se diventerà una moda.
(da il Fatto Quotidiano)
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Luglio 8th, 2025 Riccardo Fucile
UNA DELLE VITTIME RACCONTA; “MI HANNO RESTITUITO SOLO LA META’ DEI SOLDI SEQUESTRATI”
Hanno confermato gli abusi, cioè le botte, gli insulti e le falsità scritte nei verbali e hanno riconosciuto gli autori, i tre cittadini stranieri sentiti oggi in incidente probatorio davanti al gip Andrea Morando nell’ambito dell’inchiesta della squadra mobile di Genova coordinata dalla pm Sabrina Monteverde, che vede indagati 15 agenti della polizia locale. Esami lunghi e dettagliati in cui alle tre presunte vittime sono stati mostrati anche album fotografici degli indagati e foto dei luoghi dove sarebbero stati commessi i reati..
I riconoscimenti fotografici: “Lui mi ha picchiato con un pugno, l’altro con il manganello”
S.T., 31 anni, fermato da una pattuglia della locale il 13 febbraio 2024 è stato estremamente preciso nel raccontare chi gli ha fatto cosa: “Il numero 10 mi ha picchiato con un pugno, il numero 13 con il manganello”. Ha descritto lo sfollagente (9 in tutto quelli sequestrati negli armadietti): “Era di quelli che basta schiacciare e si allunga”. E ha nel contempo indicato con precisione anche chi non si è reso responsabile di abusi: “Il numero 15 guidava l’auto e non mi ha fatto nulla, il numero 11 mi ha restituito il cellulare rotto, ma non è stato lui a romperlo, non so chi è stato”.
A S.T., inizialmente confuso con un minorenne nella testimonianza in procura di una delle due agenti da cui è partita l’inchiesta, è stato mostrato anche il video girato proprio dalla poliziotta, in cui lo si vede urlare dopo il pestaggio mentre lo portano in ospedale: “Ero piegato in due dal dolore, dicevo che stavo male e che non capivo perché mi trattassero in quel modo”.
In un frame si vede S.T. con un agente della locale che gli “sussurra” qualcosa all’orecchio: “Mi insultava” dice (la foto è la quella estrapolata dalla Chat ‘Quei bravi ragazzi’ dove i vigili indagati si vantano dei sussurri, intesi come provocazioni o insulti).
“Lui invece – ha spiegato alla pm Sabrina Monteverde indicando la foto di uno degli indagati – è quello che mi diceva di camminare bene mentre mi accompagnavano in ospedale e di non dire bugie, ma io avevo male alla pancia e ai testicoli”.
“Ho chiesto un’ambulanza ma mi hanno risposto ‘Decidiamo noi”
A M.M., egiziano di 36 anni, il 28 febbraio di quest’anno lo hanno preso appena sceso da un autobus, convinti fosse l’autore del furto del telefono di una degli indagati che stava effettuando un servizio antiborseggio sul bus (reato da cui è stato assolto così come è stato assolto dalla resistenza cui cui secondo l’accusa avrebbero giustificato le botte). “Mi hanno fatto salire in macchina e i due che erano a fianco a me mi davano dei colpi in testa. E lo stesso hanno fatto nel comando in piazza Ortiz, non appena superata la zona con le telecamere”.
L’uomo ha anche raccontato che al momento del fermo: “mi hanno preso il cellulare, un accendino d’argento e i soldi, erano tra i 200 e i 300 euro”. Ma dopo l’udienza in direttissima quando le sue cose gli sono state restituite: “L’accendino non c’era e i soldi erano circa la metà”.
“Già quando mi hanno messo in macchina avevo il naso che sanguinava. Ho chiesto se potevano portarmi in ospedale e loro mi hanno risposto ‘Decidiamo noi, non tu’. Quando mi hanno arrestato ho chiesto qualcosa da mangiare ma loro non me lo hanno portato dicevano ‘Qui comandiamo noi’.
Nel verbale gli agenti della locale hanno scritto che il 36enne aveva compiuto atti di autolesionismo una volta arrivato al comando dando testate contro un muro ma lui questa mattina ha fermamente smentito: “Non è vero, quando sono arrivato non stavo quasi più in piedi perché mi avevano picchiato”. All’ospedale M.M. ci andrà solo 4 giorni dopo l’udienza, il 5 marzo.
“In ospedale ho detto che mi hanno picchiato gli agenti ma non l’hanno scritto”
Nel referto dell’Evangelico di Voltri gli viene riscontrata una frattura nasale multipla e un trauma lombare “riferibile a un evento traumatico di qualche giorno prima a carico di ignoti” scrivono i medici, ma lui spiega: “io ho detto chiaramente che erano stati i poliziotti a picchiarmi, non so perché non lo hanno scritto”. Nel periodo trascorso tra l’udienza del 1 marzo e l’accesso al pronto soccorso del 5 M.M. conferma alla pm di “non aver partecipato a risse o subito altre aggressioni: “Stavo male, non riuscivo a respirare bene e prendevo delle cose per dormire”. Per questo poi si è recato in ospedale.
Il primo ad essere sentito è stato un uomo di nazionalità sudamericana, R.F. 45 anni. A differenza degli altri due testimoni il 45enne, assistito dall’avvocata Vittoria Garbarini, è una persona fragile soprattutto se posto in situazioni di stress tanto che gli avvocati degli indagati hanno provato a chiedere una perizia psichiatrica sulla sua capacità di testimoniare in un processo. Il giudice Morando ha però rigettato l’istanza. R.F. ha raccontato che la notte di Capodanno 2024 stava ballando in piazza. A un certo punto ha trovato in terra un telefono e che quando è arrivata una ragazza dicendogli che era suo glielo ha restituito. Poi sono arrivati gli agenti della locale che lo hanno fatto inginocchiare e picchiato con un manganello. E nel verbale hanno scritto, che ha compiuto atti autolesionistici: “Non è vero, mi hanno picchiato” ha detto oggi, anche se – a differenza degli altri due testimoni- ha avuto qualche difficoltà a identificare gli autori.
I riscontri nel suo racconto sarebbero tuttavia ancora una volta nella chat degli agenti dove viene postata la foto dell’uomo e gli agenti commentano: “Primi cioccolatini dell’anno dispensati” scrive uno. E un altro, che non aveva partecipato al fermo, domanda: ”Chi è il dottore?”“Ha gradito da più dottori”, “Ne ha mangiati tanti gusti a sto giro, era ghiotto e affamato” rispondono. “A de Ferrari è un po’ su di giri, ha voluto fare un brindisi con noi”, “Ha brindato rompendo il bicchiere in testa“.
(da Genova24)
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Luglio 8th, 2025 Riccardo Fucile
NELLA PRIMA UDIENZA DAVANTI AL COLLEGIO D’APPELLO, IL TRIBUNALE DI SECONDO GRADO INTERNO ALLA CAMERA, CI SONO STATI MOMENTI DI TENSIONE CON UNO DEGLI AVVOCATI DEI RICORRENTI, L’EX FORZISTA MAURIZIO PANIZ
È partito il ricorso di circa 1400 ex deputati che chiedono di rivedere la delibera del 2018
che tagliava i vitalizi agli ex parlamentari, voluta dall’allora presidente di Montecitorio Roberto Fico.
Mercoledì si è svolta la prima udienza davanti al Collegio d’Appello, vale a dire il tribunale di secondo grado interno alla Camera, composto anch’esso da cinque deputati ma che ha un ruolo giurisdizionale e non politico.
La lunga udienza, durata tutta la mattina, ha visto sfilare gli avvocati dei ricorrenti, anche con momenti di tensione, al termine della quale il Collegio d’Appello, presieduto da Ylenia Lucaselli (FdI) si è riservato i tempi per pronunciare la sentenza.
I circa 1400 ricorrenti sono ex deputati anagraficamente più giovani di quelli più anziani di età che nel 2022 hanno beneficiato di una sentenza che di fatto ha azzerato per loro la delibera Fico.
Quest’ultima stabiliva che il vitalizio – su suggerimento dell’allora presidente dell’Inps Tito Boeri – fosse calcolato con criteri contributivi: in pratica l’assegno veniva ricalcolato sulla base di coefficienti in cui rientravano non solo il monte dei contributi versati, ma anche gli anni in cui si era beneficiato di un assegno.
Gli ex parlamentari più anziani si erano visti tagliare improvvisamente l’assegno dall’oggi al domani anche del 90%. In alcuni casi, come quelli di ex deputati centenari non autosufficienti ricoverati in Rsa, si sono verificate situazioni drammatiche.
Nel 2022 il tribunalino interno aveva dato ragione a quanti avevano fatto ricorso: il ricalcolo dell’assegno partiva non da
momento in cui era stato erogato agli ex parlamentari il primo, bensì dallo stesso 2022.
L’anno scorso era partito il ricorso degli ex parlamentari più giovani, che si sono appellati allo stesso principio, ma il Consiglio di giurisdizione ha dato loro torto, probabilmente perché il taglio del loro vitalizio era in proporzione meno forte.
I 1400 non hanno voluto demordere e mercoledì il Collegio d’appello ha tenuto udienza, con la presidenza di Lucaselli, e alla presenza degli altri componenti (Ingrid Bisa della Lega, Pietro Pittalis di Fi, Marco Lacarra del Pd e Vittoria Baldino di M5s) tutti avvocati.
A difendere i ricorrenti diversi avvocati e proprio la presenza di uno di loro, Maurizio Paniz, ha provocato un inedito momento di tensione al’inizio. In una precedente udienza Paniz aveva esortato i componenti del Collegio a comportarsi “come veri giudici” e non come rappresentanti politici, cosa che aveva provocato la risposta risentita di Lucaselli.
(da Repubblica)
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