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LA LIBIA EMETTE ORDINE DI COMPARIZIONE PER ALMASRI

Luglio 9th, 2025 Riccardo Fucile

LA DECISIONE IN RELAZIONE AL MANDATO DI ARRESTO DELLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE

Dopo essere stato liberato dall’Italia, Osama Najim Almasri rischia ora di essere arrestato in Libia, il suo paese. La Procura generale ha infatti emesso un ordine formale di comparizione nei suoi confronti in relazione alle imputazioni del mandato di arresto della Corte penale internazionale (Cpi): le accuse sono di omicidio, stupro, tortura, trattamento inumano, detenzione arbitraria e altri reati riconducibili a crimini contro l’umanità
Non era un passaggio scontato. I libici hanno avallato le accuse della Cpi, anche dopo il cambio di geografia politica interna. “Abbiamo avviato” hanno spiegato ieri in una nota ufficiale “il procedimento preliminare esaminando gli elementi dei reati menzionati nel mandato d’arresto emesso dalla Camera preliminare della Corte Penale Internazionale. Abbiamo poi esaminato i fatti trattati dai tribunali nazionali prima dell’emissione del mandato d’arresto per determinare se corrispondono agli elementi dei reati menzionati nel mandato. La Procura ha infine richiesto un ordine di comparizione per l’interessato”.
Si scopre oggi che Almasri il 28 aprile scorso era stato interrogato in Libia. Le sue risposte sono state verbalizzate. E l’accusa ha quindi iniziato a raccogliere informazioni pertinenti e ha rinviato l’udienza successiva fino all’elaborazione della richiesta di assistenza legale presentata dall’accusa all’Ufficio del Procuratore della Corte Penale Internazionale, al fine di fornirle prove dei fatti oggetto dell’accusa e materiale a supporto”, conclude la nota.

(da agenzie)

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SADDAM HAFTAR, CHE APPENA UN MESE FA SI AGGIRAVA IN ITALIA ACCOLTO CON LE TROMBETTE DA TRE MINISTRI (PIANTEDOSI, TAJANI E CROSETTO), SAPEVA BENISSIMO CHE BRUXELLES NON POTEVA DARE LEGITTIMITÀ AL ‘’GOVERNO DI TOBRUK’’

Luglio 9th, 2025 Riccardo Fucile

CI VOLEVA IL PUBBLICO “FATTACCIO” DI RISPEDIRLI A CASA COME “PERSONE NON GRATE”. E PIANTEDOSI E COMPAGNI SONO CADUTI NEL TRAPPOLONE DI HAFTAR… COME MAI L’INTELLIGENCE ITALIANA NON HA FIUTATO IL TRAPPOLONE? COME MAI QUESTA VOLTA NON HA FUNZIONATO L’ITALICO PIEDE IN DUE STAFFE?

Non si era mai visto un ministro italiano respinto alla frontiera come un clandestino
qualunque.
L’indecorosa scenetta avvenuta ieri a Bengasi (il ministro Piantedosi con i suoi colleghi di Grecia e Malta, insieme al commissario europeo Magnus Brunner rispediti a casa dagli uomini di Haftar) lascia, oltre a una figuraccia epocale, molte perplessità tra diplomatici e 007 su come sia stata preparata la visita della delegazione europea, guidata dall’ambasciatore dell’Ue in Libia, Nicola Orlando.
A creare le maggiori perplessità è soprattutto il consolidato rapporto tra il governo italiano, in particolare il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi e Saddam Haftar, figlio dell’ottantenne generale Khalifa e vera guida politica della Cirenaica.
Il figlio del baffuto militare, venti giorni fa, è stato accolto con tutti gli onori in Italia, dove ha incontrato il capo del Viminale, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, il capo di stato maggiore della Difesa, Luciano Portolano e il ministro Guido Crosetto.
Possibile che, durante i numerosi faccia a faccia, non sia stato affrontato il tema della organizzazione del viaggio di ieri?
Le diplomazie e i servizi di intelligence non si erano adoperati per far filare liscio il viaggio di Brunner e dei tre ministri
Possibile che l’ambasciatore dell’Ue in Libia, Nicola Orlando, prima della partenza, non abbia chiarito ben bene con gli Haftar i termini protocollari dell’incontro, essendo il governo di Tobruk, che controlla la Cirenaica, non riconosciuto dall’Onu e dall’Unione Europea?
Non era mai accaduto in precedenza che Haftar andasse a ricevere una delegazione all’aeroporto di Bengasi. Il Ras libico,forte del sostegno della Russia, è sempre rimasto comodo nel suo compound.
La prassi vuole che a mostrarsi nelle foto opportunity siano le istituzioni formalmente investite dal parlamento fantasma di Tobruk, che in Cirenaica conta meno di niente. Ci si stringe la meno e poi si raggiunge Haftar.
L’ambasciatore Orlando ha creduto di poter aggirare una
procedura rodata e un protocollo collaudato? Oppure, in barba agli accordi diplomatici, Haftar ha archittetato un bel trappolone per sputtanare i tre ministri europei più commissario all’immigrazione?
Quello che è certo è che i rappresentati dei paesi dell’Ue più interessati dal flusso migratorio proveniente dal Nord Africa non si sarebbero mai imbarcati per la Libia se avessero sapuo che ad accoglierli all’aeroporto internazionale di Benina ci sarebbe stato il premier della Cirenaica, Osama Saad Hammad, scortato dai ministri degli Esteri e dell’Interno di Bengasi.
Su “La Stampa”, Ilario Lombardo puntualizza: “Anche Bruxelles ha le sue regole.
E queste prevedono che un membro del governo europeo non possa sedersi a discutere amabilmente di fronte a rappresentanti
di un governo non riconosciuto.
È quello che stava per avvenire a Bengasi: il vero motivo di questo incidente che ha trasformato tre ministri e un commissario europeo in «persone indesiderate»”.
E’ chiaro che Haftar non è un pirla: sapeva benissimo che Bruxelles non poteva dare legittimità alle teste di legno del governo di Tobruk, una ”cerimonia ufficiale” era impossibile e
tutto sarebbe finito nel cestino, e nel più completo silenzio mediatico.
E no! qui ci vuole il pubblico “fattaccio” di rispedirli a casa come “persone non grate”. E zac!, per motivi a noi ignoti (pressione di Putin?), Piantedosi e compagni sono finiti nel trappolone di Haftar.
”È una prova di forza: viene certamente vissuta come tale, dagli
ospiti europei. Un dispetto, confesseranno poi, uno sgarbo accuratamente macchinato”, scrive “La Stampa”.
A questo punto sorge un’altra domanda sul ruolo dell’intelligence italiana capitanata dal generale Gianni Caravelli. Per gestire gli sbarchi dei migranti in partenza dalla Libia, l’Aise ha avuto ed ha rapporti strettissimi sia con i padroni della Tripolitania che con i ras della CirenaicaTant’è che il luglio del 2022, nonostante fosse inseguito da un mandato di cattura Interpol, emesso dell’autorità giudiziaria spagnola, Saddam Haftar con quattro guardie del corpo, atterrò con un jet privato a Genova, presentando alle autorità doganali documenti falsi.
All’epoca ci pensò il governo Draghi, attraverso l’autorità delegata ai servizi Gabrielli, a sistemare la faccenda Haftar sottraendolo dall’arresto.
Gli 007 dell’Aise organizzarono la sua “esfiltrazione” imbarcandolo all’aeroporto di Capodichino su un volo per Tobruk, il successivo 2 agosto.
Dopo un colpo al cerchio, non può mancare uno alla botte: sono sempre gli 007 dell’Aise che riportarono con un volo di Stato a casa Almasri, il torturatore della Tripolitania filo-turca, da
Come mai questa volta non ha funzionato l’italico piede in due staffe? Perché l’intelligence de’ noantri non è venuta a conoscenza del trappolone da bieca propaganda di Haftar? Oppure, come si sussurra alla Farnesina, non corrono buoni rapporti tra l’ambasciatore Nicola Orlando e l’Aise di Caravelli?
Eppure, appena un mese fa Saddam Haftar si aggirava tranquillo in Italia, sotto lo sguardo vigile degli agenti dell’Aise, accolto
con le trombette da tre ministri: Piantedosi, Tajani e Crosetto (si veda l’articolo a seguire).
C’è un’altra ipotesi: che Putin volesse a tutti i costi sabotare il dialogo per la gestione dei migranti tra Europa e Haftar, proprio per continuare a mettere sotto pressione l’Unione attraverso il controllo dei flussi e delle partenze, su cui la brigata Wagner esercita un forte controllo sia in Libia che nei paesi dell’Africa sub-sahariana.

(da Dagoreport)

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CONFERENZA PER LA RICOSTRUZIONE, DOPO MACRON E STARMER, ANCHE URSULA VON DER LEYEN PENSA DI DISERTARE ALL’INUTILE SUMMIT ORGANIZZATO DA GIORGIA MELONI

Luglio 9th, 2025 Riccardo Fucile

I DUE “VOLENTEROSI”, GLI UNICI AD AVERE LE CARTE IN MANO SUL DOSSIER KIEV (SONO LE UNICHE POTENZE NUCLEARI DEL CONTINENTE), OGGI SI INCONTRANO A LONDRA – IL DISCORSO DI MACRON A WESTMINSTER: “DOBBIAMO SMETTERLA DI ESSERE TROPPO DIPENDENTI DA USA E CINA. SIAMO POPOLI SOVRANI, NON POSSIAMO LASCIARE IL FUTURO DEI NOSTRI FIGLI ALLE DECISIONI DEGLI ALTRI. NON ABBANDONEREMO MAI KIEV, QUALSIASI DECISIONE PRENDA QUALCUN ALTRO”

Emmanuel Macron arriva alle 16.30 nella scarlatta e gloriosa Royal Gallery del Parlamento di Westminster, adornata dai quadri dei monarchi britannici, dalle statue d’oro di Elisabetta Ied Enrico V, e da due dipinti giganteschi: a destra la battaglia di Waterloo, a sinistra Trafalgar.
Due sconfitte epiche della Francia napoleonica. In tempi di Brexit, sarebbero state una provocazione degli inglesi. Oggi, invece, sono il paradossale simbolo dell’indistruttibile “entente cordiale” tra Regno Unito e Francia, patto di amicizia firmato dai due Paesi nel 1904.
Perché, in attesa della Germania di Merz, Londra e Parigi sono i pilastri della nuova resistenza europea contro la Russia di Putin, vista anche l’America schizofrenica verso l’Ucraina.
Il presidente francese, con la moglie Brigitte sul palco, parla a camere riunite del Parlamento britannico: «Francia e Regno Unito sosteranno l’Ucraina, per sempre.
Gli europei non abbandoneranno mai Kiev. Mai. Qualsiasi decisione prenda qualcun altro, noi andremo avanti». Applausi scroscianti di deputati e Lord, con lo speaker dei parrucconi che urla: “Vive la France!”.
Il riferimento di Macron alla galassia “Maga”, e subalterni, è chiaro. «Qui c’è in gioco la sicurezza dell’Europa. Londra e Parigi daranno l’esempio, con il bastione della Nato».
Del resto, sono gli unici due Paesi europei con deterrente nucleare. «Dobbiamo smetterla di essere troppo dipendenti dagli Usa ma anche dalla Cina. Siamo popoli sovrani, dobbiamo proteggere il futuro dei nostri figli. Non possiamo lasciarlo alle decisioni e agli algoritmi degli altri».
«Per questo», continua il leader dell’Eliseo in un discorso di 33 minuti, «serve una cooperazione massiccia tra noi, sulla Difesa ma non solo: intelligenza artificiale, sicurezza, energia, migranti. La Brexit è alle spalle. Ora l’Europa deve essere più unita che mai».
Secondo Bloomberg, l’Ue sta valutando l’istituzione di un fondo da 100 miliardi di euro per sostenere l’Ucraina. Se approvato, inizierebbe a essere erogato nel 2028.
È solo il primo di tre giorni di visita di Stato di Macron nel Regno. Primo leader europeo dopo l’uscita di Londra dall’Ue, primo francese dopo Sarkozy nel 2008.
I simboli di ieri dicono tutto: una corona di fiori sulla statua di Winston Churchill a Parliament Square, un’altra per De Gaulle a Carlton Gardens.
Come ha dimostrato ieri anche sulla Palestina (“subito uno Stato”), Macron compie spesso un passo in più di Starmer, preoccupato di preservare la Special Relationship con l’America di Trump. Ma i due fanno da tempo asse granitico: dalla coalizione dei volenterosi in Ucraina alla Difesa europea.
Hanno deciso di prendersi le responsabilità del futuro del
Vecchio Continente. E, a differenza di altri leader europei, parlano schiettamente ai propri cittadini: tocca prepararsi a un’eventuale guerra.
Ne discuteranno approfonditamente oggi e domani. Ieri, intanto, hanno annunciato il prestito dell’Arazzo di Bayeux al British Museum dopo 900 anni (per l’anniversario della battaglia di Hastings) e hanno brindato a Windsor con un cocktail di gin inglese e pastis francese. Alla salute, di tutta l’Europa.

(da agenzie)

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IN VENETO ZAIA FA DEFLAGLARE IL CENTRODESTRA: GLI ALLEATI ALL’ATTACCO DOPO LE PAROLE DEL GOVERNATORE USCENTE LEGHISTA (“UNA LISTA COME LA MIA PUÒ ARRIVARE AL 40-45%)

Luglio 9th, 2025 Riccardo Fucile

FRATELLI D’ITALIA RECLAMA IL VENETO CON LUCA DE CARLO, TAJANI LANCIA TOSI… ZAIA È INCAZZATO ANCHE CON SALVINI, ACCUSATO DI AVER FATTO SOLO MANFRINA PER LA NORMA SUL TERZO MANDATO

Quel centrodestra che in Veneto naviga, secondo il governatore uscente Luca Zaia, «in acque torbidissime» ha trovato almeno un punto in comune. Ed è proprio l’irritazione nei confronti del numero uno di Palazzo Balbi, che nello sfogo affidato ai giornalisti ha parlato di una coalizione che sta «in una stanza buia». Le parole di Zaia hanno avuto il doppio effetto di creare nuove crepe nel Carroccio e galvanizzare gli alleati. Salvini, impegnato in Giappone, non interviene nel dibattito.
Ma dallo staff di Zaia – da dove filtra che ci sarebbero stati dei
contatti tra la premier e il governatore uscente – fanno sapere che il prossimo 15 luglio il leader della Lega sarà in Veneto per un evento legato a Milano Cortina e in quell’occasione incontrerà il presidente della regione.
Forza Italia, da settimane in aperto scontro col Carroccio su Ius scholae, terzo mandato e flat tax, attacca. A intervenire è il segretario forzista Antonio Tajani, che rilancia il nome dell’eurodeputato Flavio Tosi, su cui i berlusconiani puntano al tavolo con gli alleati. «Ogni forza farà le sue proposte – osserva Tajani – e troveremo il candidato migliore, non si tratta di lottizzare. Non imponiamo candidati, ma non vogliamo che ci vengano imposti».
A chi gli fa notare come il Veneto sia una delle roccaforti elettorali della Lega, che infatti rivendica una candidatura in continuità, Tajani replica con un laconico «ci metteremo attorno a un tavolo e vedremo». Non manca, però, la spallata finale sulla sanità. Perché l’emergenza maggiore riguarda le Rsa, che contano migliaia di anziani in lista d’attesa. Tajani ricorda che proprio in Veneto Tosi è stato assessore alla sanità e sibila: «È una questione non di secondaria importanza, perché se sulle eccellenze si va molto bene, sulla sanità di prossimità c’è da fare molto».
Più netto Tosi, con gli occhi puntati ai nervi tesi che si registrano in Veneto: «Se Zaia è qualcosa di diverso rispetto alla Lega, allora tratti per conto suo. Ma se è un esponente della Lega, sarà Salvini a trattare per lui. Se non è così, lo dicano». Incalza gli alleati a cui contende la candidatura anche sull’ipotesi della lista civica di Zaia, che promette di allargare la platea degli elettori oltre il perimetro della coalizione.
«Nulla vieta – sottolinea – che la Lega inserisca il nome di Zaia nel suo simbolo». In ogni caso, l’europarlamentare ha le idee chiare: «Non è Zaia a decidere per il Veneto, sarà discusso al tavolo nazionale». Con una carezza al partito azionista di maggioranza della coalizione, perché «a fare la parte del leone sarà FdI, a cui spetta la maggior parte delle posizioni. Poi è chiaro che ciascuno ha i suoi desiderata, ma saranno loro ad
avere più voce in capitolo».
E sulla «coalizione che brancola nel buio», il forzista è netto: «Al buio, forse, c’è Zaia. Non c’è nessun torpore». C’è il rischio che il centrodestra si spacchi? «No, realmente no. Al di là delle velleità e delle strategie che ci stanno, la coalizione resiste. Poi uno può legittimamente alzare il tiro, magari per chiedere eventuali compensazioni, sta nelle cose. Sono convinto che la coalizione non si spaccherà. Sarà Giorgia Meloni a non consentirlo».
Parole distensive anche quelle usate dall’altro competitor in lizza per la candidatura in quota FdI, il senatore Luca De Carlo, secondo cui non c’era «alcuna minaccia nelle parole di Zaia». E se ribadisce che a prevalere sarà l’unità della coalizione, ricorda anche agli alleati che il suo partito ha dalla sua «il consenso popolare, in Veneto il 32,6% alle politiche e il 37,6% alle europee. Porteremo al tavolo della coalizione i nostri nomi. In quell’occasione uscirà il miglior candidato possibile». Le elezioni non sono ancora state indette, ma la campagna elettorale è ormai ai nastri di partenza.

(da Repubblica)

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“SCRIVIAMOCI SU SIGNAL”: ORA C’È LA PROVA CHE CARLO NORDIO HA MENTITO AL PARLAMENTO. IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA AVEVA GIURATO DI ESSERE STATO AVVISATO DELL’ARRESTO DEL TORTURATORE LIBICO OSAMA NJEEM ALMASRI SOLTANTO LUNEDÌ 20 GENNAIO. MA UNA MAIL DI GIUSI BARTOLOZZI, LA “ZARINA” DI VIA ARENULA, DIMOSTRA CHE GIÀ IL GIORNO PRIMA, DOMENICA 19, IL GUARDASIGILLI NON POTEVA NON SAPERE

Luglio 9th, 2025 Riccardo Fucile

LA CAPO DI GABINETTO DEL MINISTERO SCRIVEVA AI DIRIGENTI DEL MINISTERO INVITANDOLI A SCRIVERSI SULL’APP SIGNAL E MANTENERE LA NOTIZIA IL PIÙ RISERVATA POSSIBILE. … SE SI FOSSERO MOSSI SUBITO, IL CRIMINALE NON SAREBBE STATO LIBERATO. MA NON L’HANNO VOLUTO FARE

Il mancato arresto da parte dell’Italia del presunto assassino e torturatore libico Osama Njeem Almasri non è stata una questione tecnica e procedurale. Ma una scelta deliberata del ministero della Giustizia che, già la domenica 19 gennaio,
sapeva dell’arresto del cittadino libico su mandato della Corte penale internazionale.
E non ha voluto procedere.
Raccomandandosi anche che tutte le informazioni circolassero su canali riservati. «Scriviamoci su Signal » scriveva la capa di gabinetto di via Arenula in una mail all’allora capo del Dipartimento, Luigi Birritteri (poi dimissionario), con in copia altre due dirigenti del ministero.
La mail è oggi agli atti del procedimento davanti al tribunale dei
ministri che si dovrebbe chiudere nei prossimi giorni. Il dato è cruciale perché dimostra come l’Italia abbia avuto tutto il tempo di “riparare” all’errore procedurale segnalato dalla Corte di appello di Roma, sulla mancata trasmissione del ministero della Giustizia. E di non averlo voluto fare per una precisa scelta politica.
Di più: smentisce il ministro Nordio che aveva detto che soltanto il lunedì 20 gennaio l’ufficio era stato avvisato dell’arresto del criminale libico.
La domenica la sua capa di gabinetto diceva di essere stata informata già di tutto. E si raccomandava di due cose: utilizzare massimo riserbo nel passaggio delle informazioni […], come a fare capire che era necessario non lasciare alcuna traccia.
In particolare spiegava che non bisognava scrivere mail, né tanto meno lasciare documenti protocollati. E che era meglio scriversi su chat, meglio ancora se su Signal, considerata la più riservata.
In realtà gli uffici non raccolgono questa indicazione. Visto che nelle ore successive, anche davanti all’insistenza della Corte di
appello, gli uffici avevano preparato una bozza di un nuovo provvedimento con cui chiedere l’arresto del libico. In quella maniera i giudici avrebbero potuto annullare, per motivi tecnici, il primo mandato d’arresto. E emetterne contestualmente un secondo, così da non liberare il criminale. Così non è stato. Perché proprio il gabinetto del ministro della Giustizia ha deciso di non dare seguito a quella iniziativa

(da La Repubblica)

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UNA DETERMINA MINISTERIALE HA STANZIATO 21MILA EURO PER PUBBLICARE UN LIBRO DEL MINISTRO GIULI, FINITO NEL DIMENTICATOIO: SI TRATTA DEL VOLUME “VENNE LA MAGNA MADRE. I RITI, IL CULTO, L’AZIONE DI CIBELE ROMANA” CHE, DOPO PIÙ DI 10 ANNI, VIVE UNA NUOVA VITA GRAZIE ALL’USO DI RISORSE STATALI DEL DICASTERO DELLA CULTURA ORA DIRETTO DALLO STESSO GIULI

Luglio 9th, 2025 Riccardo Fucile

IL MINISTERO SI È AFFRETTATO AD ASSICURARE: “GIULI NON PERCEPIRÀ ALCUN TIPO DI PAGAMENTO”. RESTA IL FATTO CHE IL LIBRO, PUBBLICATO LA PRIMA VOLTA DALLA CASA EDITRICE DE’ DESTRA “SETTIMO SIGILLO”, ERA FINITO FUORI DISTRIBUZIONE E ORA TORNERÀ IN CIRCOLAZIONE GRAZIE AI SOLDI PUBBLICI

Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, non ha /letto i libri in gara al premio Strega, con tanto di coda al veleno per non averli ricevuti gratis. Ma, sempre in materia editoriale, ha reso disponibile un suo vecchio testo, pagato con soldi pubblici, nella mostra al Parco archeologico del Colosseo Magna Mater tra Roma e Zama, inaugurata il 5 giugno al Foro romano e palatino, che terminerà il prossimo 5 novembre.
L’ex direttore del Maxxi indossa una doppia veste: ministro, quindi gran cerimoniere dell’inaugurazione dell’evento, e autore di uno dei volumi del catalogo.
Ma c’è di più: il Mic, di cui è a capo, ha messo a disposizione i fondi necessari alla pubblicazione e alla distribuzione di un saggio che ha scritto nel lontano 2012. E che era finito fuori distribuzione. Tutto scritto in una determina ministeriale del 15 gennaio 2025, ottenuta da Domani.
Il libro, che evoca il vate D’Annunzio, si intitola “Venne la Magna Madre. I riti, il culto, l’azione di Cibele Romana”. Dopo più di dieci anni vive una nuova vita, dunque, grazie all’impiego di risorse statali del dicastero oggi diretto dall’autore del testo.
La spesa complessiva ammonta a 21mila euro includendo nel conto un altro volume, “La tomba di Romolo” di Attilio Mastrocinque, docente di storia all’università di Verona.
«Non ha percepito e non percepirà alcun tipo di pagamento, né alcuna corresponsione di diritti», tiene a precisare una nota del ministero, interpellato sul caso da Domani, ribadendo che non c’è alcuno «scopo di lucro». Un fatto è certo: l’attività privata di Giuli viene promossa direttamente dal ministero che guida.
Operazione che per quanto gratuita, rischia di alimentare
polemiche su un potenziale conflitto di interesse. La storia è scritta nella determina di sei mesi fa che concede l’affidamento diretto, da 21mila euro appunto, alla casa editrice L’Erma Di Bretschneider. Realtà che ha preso sotto la sua egida il volume di Giuli per portarlo alla mostra. La firma in calce al documento è quella di Alfonsina Russo, capo dipartimento per la valorizzazione del dipartimento culturale, oltre che direttrice del parco archeologico del Colosseo.
La dirigente è direttrice dal dicembre dal 2017, quando al ministero della Cultura c’era Dario Franceschini. Con Giuli al Mic ha ottenuto un altro salto di carriera: è diventata anche la guida del dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale. Il progetto è scattato nell’agosto del 2024 quando Russo è stata indicata responsabile unica del progetto (pochi giorni prima del passo indietro di Gennaro Sangiuliano al ministero), dando seguito alla delibera – approvata l’anno precedente – che metteva a disposizione un plafond di 190mila alla voce «altre spese per relazioni pubbliche, convegni e mostre, pubblicità».
L’iniziativa, in ogni caso, è andata in porto definitivamente a gennaio, quando al Mic c’era già Giuli. Ed era evidente che il ministero avrebbe pubblicato il libro del ministro; quello stesso testo che nel 2016 – sulle pagine del Foglio – autorecensiva, citando uno dei suoi cavalli di battaglia, Julius Evola. La mostra, come raccontano dal Mic, rientra nel piano Mattei, tanto caro alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni
L’opera è stata rivitalizzata proprio quando Giuli è diventato
ministro. Nel 2012 era stata data alle stampe da Settimo Sigillo, la casa editrice di Enzo Cipriano, militante missino dell’ala di Pino Rauti , che negli anni Ottanta rilevò anche l’Europa Libreria Editrice sas, già punto di ritrovo dei “seguaci” rautiani.
Secondo gli esperti, l’editrice Settimo Sigillo è la più grande e influente dell’area di destra. Tuttora pubblica volumi dai titoli emblematici: “Esame di coscienza di un fascista”; “Budapest Roma Salò”; “Dioniso nel terzo Reich”.

(da Domani)

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DOPO LO SCAZZO CON RESPINGIMENTO DELLA DELEGAZIONE UE, IL GENERALE LIBICO HAFTAR È PRONTO A INONDARCI DI MIGRANTI. IL CAPO DEL GOVERNO DELLA CIREANICA, SOSTENUTO DA PUTIN, HA IN MANO LA GESTIONE DELLE ROTTE DI DISPERATI CHE DALL’AFRICA SUBSAHARIANA VOGLIONO ARRIVARE IN EUROPA

Luglio 9th, 2025 Riccardo Fucile

PER ALZARE LA TENSIONE, POTREBBE LASCIAR PARTIRE PESCHERECCI ZEPPI DI MIGRANTI, DIRETTI VERSO LA GRECIA O L’ITALIA… IL GOVERNO “UFFICIALE” DI TRIPOLI BATTE CASSA: VUOLE SOLDI PER TENERE BUONI I MIGRANTI (A SUON DI TORTURE PERPETRATE DAGLI SGHERRI COME ALMASRI)

“Incomprensione protocollare”, l’hanno definita ieri dal Viminale. Versione edulcorata che qualcuno negli ambienti diplomatici ha tradotto come “un trappolone” dietro al quale, azzardano fonti del governo sentite dal Foglio, non potrebbe che esserci lo zampino dei francesi.
Di certo, quanto è accaduto ieri in Libia è destinato ad avere ripercussioni serie su svariati dossier, non ultimo quello dei migranti.
Tutto inizia con il viaggio di una delegazione che includeva un commissario dell’Ue e il nostro ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi.
Il Team Europe è stato però respinto alla dogana dell’aeroporto di Bengasi in quanto “persona non grata”. Quello che si è consumato è stato un epilogo dai contorni grotteschi, con il
commissario Ue per gli Affari interni e l’Immigrazione, Magnus Brunner, Piantedosi e i colleghi di Grecia e Malta, Makis Voridis e Byron Camilleri, costretti per oltre un’ora nell’aeroporto di Benina tentando una mediazione.
Il nodo sono le foto dell’incontro, che le autorità di Bengasi, non riconosciute ufficialmente a livello internazionale, vogliono che siano scattate per legittimare l’evento.
La delegazione europea invece nega la possibilità di photo opportunity. All’incontro, dicono gli europei, può partecipare
chi vuole ma un commissario dell’Ue non può farsi ritrarre mentre stringe la mano di un ministro di un governo non riconosciuto. Inaccettabile, rispondono le autorità di Bengasi, che costringono tutti a ripartire e a lasciare la Libia
Secondo fonti del Viminale, il disguido sarebbe stato di mera natura burocratica e non riguarderebbe il ministro italiano. Ma il tema è invero tutto politico e fonti del Foglio lasciano intendere che il motivo sarebbe piuttosto la grande questione della legittimazione internazionale che gli Haftar chiedono da tempo.
La vicenda rischia ora di avere ripercussioni serie perché difficilmente nel prossimo futuro le delegazioni diplomatiche dell’Unione europea metteranno più piede a Bengasi. In un solo giorno si è così compromesso un processo diplomatico di avvicinamento durato anni.
E poi c’è il tema che doveva essere al cuore dei due vertici organizzati fra Tripoli e Bengasi: i migranti. Con una ritorsione tanto spregiudicata, è lecito attendersi un incremento ulteriore
delle partenze dei barconi dall’est della Libia in direzione delle isole greche.
Gli sbarchi lungo la rotta Tobruk-Creta sono già aumentati del 350 per cento nei primi sette mesi del 2025 e sono parte integrante della guerra che Bengasi e Atene si combattono da mesi a margine della questione dei confini marittimi.
All’Italia la questione interessa molto, perché i flussi in partenza dalla Cirenaica arrivano spesso fino alle coste siciliane.
A differenza delle rotte provenienti dalla Tripolitania, da dovepartono soprattutto barche di piccole dimensioni, Haftar e la sua famiglia, direttamente coinvolti nel traffico di esseri umani, lasciano partire dall’ovest pescherecci grandi, carichi di volta in volta di diverse centinaia di migranti.
Giusto il mese scorso, il figlio del generale, Saddam, aveva fatto tappa a Roma per incontrare il ministro della Difesa Guido Crosetto oltre che Piantedosi.
L’incontro era culminato con un accordo di massima che avrebbe portato l’Italia a contribuire alla sorveglianza della
frontiera tra la Cirenaica, il Sudan e l’Egitto.
In Libia, come al solito, si attende dall’Europa la giusta offerta per ritornare a placare le relazioni turbolente.
A Tripoli, ieri mattina, ci aveva provato velatamente il ministro dell’Interno Emad Trabelsi a fare una proposta al commissario Brunner: “Auspichiamo la firma di un trattato ufficiale con l’Unione europea”.
Seduto di fronte, l’algido commissario europeo non aveva mosso un muscolo ed era rimasto impassibile pure quando
Trabelsi aveva rilanciato, asserendo che “qui in Libia ci sono 4 milioni di immigrati” – una stima già più volte contraddetta dai numeri ufficiali delle Nazioni Unite e che sfiora appena quota 800 mila persone.
Nessuno della delegazione europea ha abboccato. Certo, l’Europa continua a dirsi disponibile a collaborare con Tripoli su programmi specifici, ma da qui a spingersi anche solo a prendere in considerazione un trattato più ampio con la Libia sul modello di quello sottoscritto fra Ue e Turchia, con tanti milioni
di euro in ballo, ne corre. Parlando al Foglio, un diplomatico è stato tranchant: “Non accadrà mai, nessuno a Bruxelles si fida dei libici”. Ancora di meno dopo quello che è successo ieri a Bengasi.

(da il Foglio)

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TAJANI CUOR DI LEONE: “LO IUS SCHOLAE NON E’ UNA MIA PRIORITA’, SONO IN PERFETTA SINTONIA CON PIER SILVIO BERLUSCONI”

Luglio 9th, 2025 Riccardo Fucile

LA PENOSA RETROMARCIA DOPO CHE IL SUO FINANZIATORE SI E’ INCHINATO AL GOVERNO

“Anche per me lo ius scholae non è una priorità. È quello che ho sempre detto. Da questo punto di vista io e Pier Silvio
Berlusconi siamo in perfetta sintonia”. Antonio Tajani parla dopo il figlio del Cavaliere, amministratore delegato di Mfe. Che durante la presentazione dei nuovi palinsesti Mediaset è stato chiarissimo sulla riforma della cittadinanza lanciata da Forza Italia: “Condivido in linea di massima il principio, onestamente ho dubbi sulla priorità. Non mi sembra una necessità tra le prime per gli italiani. Tempi e modi mi vedono un po’ scettico”.
Per poi aggiungere: “Mi spiace per Tajani ma sono più contro che a favore, perché non è il momento. Però è falso che Tajani ha portato avanti lo ius scholae seguendo indicazioni ideali mie o di Marina”.
Tajani prosegue provando a chiarire la sua posizione dopo il giudizio espresso da Pier Silvio Berlusconi. “Cercherò di spiegare a tutti i contenuti della nostra proposta, che non è una proposta lassista. Ho sempre detto che la nostra priorità si chiama riforma della giustizia, riduzione della pressione fiscale e tutela della salute del cittadino – dice il segretario di FI – Non
ho mai detto che era una priorità, ho detto qual è soltanto la nostra posizione. Da questo punto di vista siamo in perfetta sintonia. Andremo avanti nel sostenere e difendere le nostre idee. Certamente non sono altri partiti che decidono quando, come e dove parlare. Abbiamo le nostre idee, ho le mie idee, ne sono convinto, non le cambio e sono pronto a spiegarle nel modo migliore a tutti per far capire quanto la nostra proposta sia una proposta che punta a concedere la cittadinanza in maniera seria e forse più severa di come viene concessa oggi”. E suoi
volti nuovi nel partito, oltre a Tajani, Dalla Chiesa e Gasparri considerati “bravissimi” da Pier Silvio Berlusconi, il segretario azzurro osserva: “Io guardo sempre avanti, se andate a vedere i parlamentari che hanno aderito e stanno aderendo a Forza Italia fino a adesso, sia a livello nazionale, sia regionale, ve ne rendete conto. Avete visto che abbiamo un nuovo segretario dei giovani, che ha una buona personalità e sta facendo bene, va in televisione. Stiamo facendo crescere una nuova classe dirigente, io sono sempre per allargare e spalancare le porte di Forza Italia,
ci mancherebbe”.
Le opposizioni si fanno sentire. “Piersilvio Berlusconi dice che lo ius scholae non è la priorità e Antonio Tajani, dopo che per la seconda estate di fila ha dato vita a un balletto ignobile, dice che la cittadinanza non è mai stata una priorità nemmeno per lui. Cambiate nome al ministro degli Esteri, chiamiamolo Leonard Zelig, come il trasformista di Woody Allen”, attacca sarcastico il segretario di +Europa Riccardo Magi. Che aggiunge: “Tajani non ha più alcuna credibilità su questo tema come su altro. La
smetta di usare la vita di migliaia di ragazze e ragazzi

(da agenzie)

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CASO AL-MASRI, LE OPPOSIZIONI CHIEDONO LE DIMISSIONI DI NORDIO

Luglio 9th, 2025 Riccardo Fucile

IN UN PAESE NORMALE SAREBBE GIA’ STATO DESTITUITO

Pd, +Europa, Avs e M5s tornano all’attacco sul caso Almasri e chiedono le dimissioni del Guardasigilli.
“Il ministro Nordio ha mentito al Parlamento sul caso Almasri. Era perfettamente a conoscenza del mandato di arresto già dalla domenica e avrebbe potuto organizzare l’intera procedura con trasparenza ed efficienza. Invece ha preferito accusarci di non aver letto o compreso le carte, quando è evidente che le ha volutamente manipolate. È inaccettabile che un ministro travisi fatti e inganni il Parlamento: chi mente deve assumersene la responsabilità e lasciare l’incarico”, ha detto Marco Grimaldi, vicepresidente del gruppo Alleanza Verdi Sinistra alla Camera. “Dopo le porte chiuse a Piantedosi – ha aggiunto – abbiamo tutto il diritto di sapere con chi, e a quali condizioni, è stato rinnovato il memorandum con la Libia. Siamo in mano ad un Governo di incapaci. Si fanno ricattare e non sono nemmeno capaci di pretendere rispetto”.
“Apprendiamo da fonti di stampa che il ministro Nordio avrebbe detto il falso nel corso dell’informativa urgente al Parlamento sul caso Almasri. Contrariamente a quanto dichiarato pubblicamente, il ministero avrebbe avuto notizia dell’arresto non il lunedì 20 gennaio, ma ben prima, già nel pomeriggio della domenica precedente e avrebbe avuto tutto il tempo di regolarizzare l’avvenuto arresto. Un ministro che, assumendo l’incarico ha giurato sulla Costituzione e che avrebbe mentito in
una informativa al Parlamento, non può rimanere nel proprio ruolo un secondo di più. E neppure il suo staff su cui emergono evidenti responsabilità. E ciò a prescindere da qualsiasi ipotesi di reato. Va detto, inoltre, che la decisione di liberare il criminale violentatore di bambini e di riaccompagnarlo in Libia addirittura con un volo di Stato, è stata una scelta politica precisa di cui si deve assumere la responsabilità la presidente del Consiglio”, attacca Debora Serracchiani, responsabile Giustizia
nella segreteria nazionale del Pd.
“Almasri? Nordio sapeva e ha mentito al Parlamento. Ora si dimetta. L’indagine del tribunale dei ministri sulla mancata consegna del generale libico Almasri alla Corte penale internazionale da parte del governo italiano dimostra come l’Italia abbia avuto tutto il tempo di riparare all’errore procedurale segnalato dalla Corte di appello di Roma sulla mancata trasmissione del ministero della Giustizia. E soprattuttoche il Ministro Nordio sapeva fin da subito e di essersi mosso per precise scelte politiche”, ha commentato su X il segretario e deputato di +Europa, Riccardo Magi. “Una ricostruzione che smentisce nettamente quanto detto dal guardasigilli in Parlamento. È una situazione di una gravità assoluta: Nordio ha mentito su tutta la linea e ora deve dimettersi. Il governo ha mentito agli italiani dicendo che non sapeva chi fosse quel cittadino libico. Palazzo Chigi non poteva
non sapere e ha messo in pratica una colpevole corresponsabilità nel rilascio di quel macellaio, con tanto di accompagnamento a casa con aereo di Stato. Peraltro le accuse del tribunale dei ministri si aggiungono a quelle della procura della Corte penale internazionale, secondo cui Nordio ha addirittura ostacolato l’attività della Corte. Il ministro della Giustizia non ha più alibi: faccia un passo indietro prima di infangare ancora di più le nostre istituzioni”.
Anche il M5s ha chiesto un passo indietro di Nordio: “Oggi tramite i quotidiani emergono ulteriori elementi che dimostrano ancora una volta che il governo italiano ha volutamente violato il diritto internazionale e lo Statuto della Cpi per riportare in Libia con tutti gli onori di Stato il trafficante di esseri umani Almasri, accusato di violenze efferate e anche stupri di bambini. Adesso si scopre che già la domenica 19 gennaio al ministero la capa di gabinetto del ministro della Giustizia affermava di
conoscere tutto il dossier e raccomandava di tenere riservate e lontano dai protocolli le comunicazioni con cui veniva gestito il caso Almasri in quelle ore. È chiaro che Meloni, Mantovano e Nordio stavano trovando il modo per sottrarsi alla richiesta della Cpi e poi riportare Almasri in Libia, in nome di indicibili accordi dai quali, peraltro, il governo non ricava nulla visto che il suo ministro dell’Interno viene incredibilmente respinto dalla Libia orientale e gli sbarchi di migranti da quel paese sono in
continuo aumento. Adesso basta, il ministro Nordio non ha più alcuna credibilità e autorevolezza per rimanere al suo posto, Giorgia Meloni spieghi agli italiani perché il suo governo ha mentito per tutelare e riportare a casa con volo di Stato un criminale ricercato dalla Corte Penale Internazionale. Adesso forse si spiega anche perchè dal ministero della Giustizia sono scappati vari capi dipartimento che non volevano più lavorare in uffici dove si agiva tra omissioni e menzogne”, hanno scritto lcapogruppo M5S nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato Valentina D’Orso e Ada Lopreiato.

(da agenzie)

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    • IL MONDO È IN FIAMME, E IL NOSTRO MINISTRO DEGLI ESTERI SE NE VA IN VALLE D’AOSTA PER L’EVENTO DI FORZA ITALIA “AZZURRI IN VETTA”
    • CHE COINCIDENZA: QUALCUNO, NELLA STESSA NOTTE E NELLA “MEDESIMA CAMPAGNA DI INFEZIONE” IN CUI GLI 007 ITALIANI SPIAVANO CACCIA E CASARINI, HA INFETTATO IL TELEFONO DI CANCELLATO
    • LA CINA AUMENTERÀ IL BUDGET PER LA DIFESA AL 7% NEL 2026: PECHINO PREVEDE DI SPENDERE 276,8 MILIARDI DI DOLLARI PER LA DIFESA, CIRCA TRE VOLTE MENO DEL BILANCIO MILITARE DEGLI STATI UNITI
    • GLI ITALIANI A DUBAI VOGLIONO PRIVATIZZARE L’UTILE E COLLETTIVIZZARE IL COSTO: SE NE SONO ANDATI NEL GOLFO PER NON PAGARE LE TASSE NEL NOSTRO PAESE MA, ORA CHE PIOVONO MISSILI, CHIEDONO ALL’ITALIA DI ESSERE RIMPATRIATI (SPERANDO CHE PAGHI PANTALONE)
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