Luglio 15th, 2025 Riccardo Fucile
LA BORSA DI MOSCA FESTEGGIA: CRESCE DEL 2,7%: HANNO CAPITO CHE SI TRATTA DEL SOLITO BLUFF DELL’IMMOBILIARISTA PLATINATO …PUTIN PUÒ CONTINUARE A BOMBARDARE CON TUTTA CALMA E PREPARARE LA NUOVA OFFENSIVA A EST
Dovevano essere ventiquattro ore, poi cento giorni, infine sono diventati cinquanta a
partire da ieri. Il tempo concesso dal presidente americano Donald Trump a Vladimir Putin per far finire la guerra della Russia contro l’Ucraina si stringe e si allarga, è soggetto a cambiamenti, a minacce e all’assenza di colpi di scena.
Ieri il presidente americano ha annunciato che se Mosca non accetterà di raggiungere un accordo entro cinquanta giorni, allora gli Stati Uniti imporranno dazi al cento per cento alla Russia.
La minaccia non è forte per il Cremlino: nel 2024 le importazioni americane dalla Russia sono state soltanto 3 miliardi di dollari. Molto più letale per l’economia russa sarebbero le sanzioni al settore energetico e ai paesi acquirenti, come prevede la proposta promossa al Congresso dai senatori Lindsey Graham e Richard Blumenthal: ma la minaccia di sanzioni secondarie è rimasta molto vaga da parte di Trump.
Mosca ha cinquanta giorni di tempo per pensarci su, nel frattempo continuerà la sua guerra, i suoi bombardamenti contro le città ucraine, colpite da droni e missili insieme, anche se si trovano lontane dalla linea del fronte.
Ieri Trump ha fatto le sue dichiarazioni tanto attese, mentre il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte, era a Washington per spiegare che la Nato con l’Amministrazione americana aveva approvato un nuovo piano per dotare l’Ucraina di armi. Il piano non è nuovo, era stato lo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky a proporlo e a parlarne a Roma la scorsa settimana, durante la Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina.
Zelensky è uno dei leader che si è adattato più rapidamente alla mentalità di Trump, avendo bisogno di armi in fretta, ha coinvolto gli alleati europei in un piano ambizioso secondo il quale non saranno gli Stati Uniti a rifornire Kyiv, ma saranno gli alleati della Nato a comprare dagli Stati Uniti ciò di cui gli ucraini hanno bisogno.
Washington sarà il mercato da cui scegliere sistemi di difesa e missili, gli europei, a seconda della disponibilità e delle possibilità, investiranno nel mercato americano: “Ci pagheranno il 100 per cento, per noi sarà un affare”, aveva detto Donald Trump domenica, mentre montava l’attesa per il “grande annuncio”.
I sistemi più ambiti da Kyiv in questo momento sono i Patriot, servono a proteggere le città dagli attacchi russi. I primi paesi europei che hanno detto di essere disponibili ad acquistare Patriot per Kyiv sono la Germania – ieri il ministro della Difesa era a Washington per un incontro con il capo del Pentagono Pete Hegseth – e la Norvegia.
Il capo della Casa Bianca ha detto che ci sono già diciassette sistemi pronti a entrare nel territorio ucraino. Trump ha concluso un affare, parlando a più riprese del successo ottenuto all’Aia, durante l’ultimo vertice della Nato
Quando Trump parla di Putin si sente colpito personalmente, era convinto fosse il capo del Cremlino il suo interlocutore privilegiato, la persona con cui fare affari per la fine della guerra.
Putin ha rifiutato quel ruolo, dicendogli, durante la loro ultima conversazione del 3 luglio scorso, che aveva intenzione di intensificare i combattimenti per occupare tutta la regione di Donetsk: “Non voglio dire che è un assassino, ma è un duro … nella vita ha fregato già molte persone”, ha detto Trump elencando i presidenti che prima di lui non erano riusciti a capire di che natura fosse il presidente russo
Putin, in realtà, rivela sempre la sua natura, la mostra subito, sono i suoi interlocutori che non lo hanno ritenuto capace di agire secondo le sue minacce. Trump ha detto di essere deluso da Putin e di fidarsi invece del presidente ucraino Zelensky.
Trump ha parlato della guerra come una responsabilità di Biden, non manderà nessuna arma nuova agli ucraini se non quelle comprate dagli europei (l’aiuto è solo un modo di fare affari), ha minacciato Mosca dandole altro tempo e offrendole come data di scadenza per ottenere un cessate il fuoco il 2 settembre, il giorno che marcherà gli ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale.
E’ solo una coincidenza. Mosca ne esce poco toccata dal “grande annuncio”, mentre l’Ucraina si prepara ad altra guerra
(da Il Foglio)
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Luglio 15th, 2025 Riccardo Fucile
TRUMP ORA POTRÀ RIDURRE IL RUOLO DEL GOVERNO FEDERALE NELLE SCUOLE DEL PAESE, E AVVANTAGGIARE ANCORA DI PIÙ IL SETTORE PRIVATO, GIÀ PREDOMINANTE NEGLI USA
La Corte suprema americana ha stabilito che l’amministrazione Trump può procedere allo smantellamento del Dipartimento dell’Istruzione licenziando migliaia di dipendenti
L’ordinanza rappresenta una vittoria significativa per l’amministrazione e potrebbe agevolare gli sforzi del Presidente Trump volti a ridurre drasticamente il ruolo del governo federale nelle scuole del Paese. Il provvedimento arriva a una settimana dalla decisione dei giudici che ha aperto la strada all’amministrazione Trump per procedere con il taglio di migliaia di posti di lavoro in diverse agenzie federali, tra cui il Dipartimento per l’Edilizia Abitativa e lo Sviluppo Urbano, il Dipartimento di Stato e il Dipartimento del Tesoro.
L’ordinanza è tecnicamente temporanea e si attuerà mentre i ricorsi procederanno in tribunale. In pratica, migliaia di lavoratori licenziati, la cui reintegrazione era stata ordinata da
un giudice di Boston, sono ora nuovamente soggetti a rimozione dal loro impiego.
L’amministrazione Trump ha annunciato l’intenzione di licenziare oltre 1.300 dipendenti, una mossa che di fatto svuoterebbe il dipartimento, che gestisce i prestiti federali per l’università, monitora il rendimento degli studenti e fa rispettare le leggi sui diritti civili nelle scuole.
Donald Trump ringrazia la Corte suprema americana per il via libera a procedere con i tagli al Dipartimento dell’Istruzione. “E’ una vittoria per i genitori e gli studenti” perché vuol dire restituire l’istruzione agli stati, dice il presidente Usa. “Il governo federale ha spinto alla rovina il sistema dell’istruzione ma noi torneremo a dare potere alla gente”, mette in evidenza Trump.
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2025 Riccardo Fucile
DMYTRO KULEBA, DA QUANDO NON E’ PIU’ MINISTRO DEGLI ESTERI DELL’UCRAINA, PARLA FUORI DAI DENTI: “IL PRIMO GRUPPO SEMBRA ESSERE RAPPRESENTATO DAL PENTAGONO (HEGSETH). IL SECONDO DAL DIPARTIMENTO DI STATO (MARCO RUBIO) E DALLA CIA (JOHN RATCLIFFE)… “ENTRAMBI QUESTI GRUPPI SONO POTENTI E SI CONTENDERANNO L’INFLUENZA SU TRUMP”
«Sarebbe un bene per tutti, Ucraina, Europa e Stati Uniti, se vedessimo un
coinvolgimento diplomatico meno entusiasta della Casa Bianca nella guerra tra Russia e Ucraina». Da quando Dmytro Kuleba non è più ministro degli Esteri del governo
Zelensky — oggi insegna ad Harvard e Sciences Po — si permette il lusso di andare dritto al punto, soprattutto quando si tratta dei complicati rapporti tra Kiev e Washington.
In queste settimane abbiamo assistito a molte giravolte da parte della Casa Bianca sull’Ucraina. Cosa sta succedendo?
«Ci sono due gruppi nell’attuale amministrazione. Uno è anti-ucraino e cerca di mascherare i suoi sforzi per indebolire l’Ucraina con la scusa dell’America First. E l’altro, davvero filoamericano, comprende l’importanza dell’Ucraina per la posizione dell’America nel mondo. Il primo gruppo sembra essere rappresentato dal Pentagono. Il secondo dal dipartimento di Stato e dalla Cia. Ecco perché assisteremo ancora a decisioni sbagliate, poi a decisioni buone e poi di nuovo a decisioni sbagliate: entrambi questi gruppi sono potenti e si contenderanno l’influenza sul presidente Trump. Quindi ci saranno altri tentativi di ostacolare gli aiuti all’Ucraina, alcuni dei quali non saranno nemmeno resi pubblici».
Un vantaggio per il Cremlino?
«Quando gli Stati Uniti non forniscono assistenza all’Ucraina, questo aiuta Putin. Quando invece scelgono di farlo, non lo favoriscono, ma nemmeno lo fermano».
Cosa succederà sul fronte quest’estate?
«Sembra che il presidente russo abbia dato istruzioni ai suoi generali di intraprendere un’altra grande offensiva. Ma non ci riuscirà».
Cosa dobbiamo aspettarci da Washington? Altre giravolte,
oppure Trump, come dice, troverà un accordo con Putin?
«Non considero il disimpegno di Trump necessariamente un elemento negativo. In ogni caso perché la Russia si sieda al tavolo delle trattative, devono verificarsi due cose».
Ossia?
«In primo luogo deve esserci un colpo economico che privi Mosca delle entrate petrolifere, perché sono l’unica grande fonte di denaro della macchina bellica russa. Poi, se si dovesse creare una situazione di stallo in prima linea, o se l’Armata iniziasse a perdere posizioni, allora Putin potrebbe iniziare a negoziare. Ma dal momento che siamo lontani da questo scenario, oggi non ha davvero senso concentrarsi sui negoziati».
Il presidente Zelensky ieri ha confermato il rimpasto di governo. Il secondo in meno di un anno. È ancora saldo al potere?
«Prima del famigerato incontro con Trump nello Studio Ovale, il suo indice di gradimento stava scendendo. Poi è tornato a salire e oggi è di nuovo al 75 per cento. Gli ucraini hanno capito e si sono di nuovo stretti attorno alla bandiera».
«Mi piacerebbe andare vivere nel villaggio di mio padre, nella regione di Poltava, e gestire un allevamento di pecore per il resto della mia vita. Leggerò libri, scriverò libri e mangerò un agnello delizioso. Ma ancora non è tempo per questo»
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2025 Riccardo Fucile
SECONDO GLI INVESTIGATORI ERA DELLA DE CAPITANI, LA SUA PORTAVOCE CHE CONDIVIDEVA L’APPARTAMENTO: LA RIFORNIVA DI DROGA UN AMICO DI GALVAGNO
Nel gennaio scorso, durante una perquisizione nell’abitazione palermitana di Sabrina De Capitani, portavoce del presidente
dell’Ars Gaetano Galvagno, la Guardia di Finanza ha trovato una modica quantità di hashish in un trolley della donna.
La sostanza è stata sequestrata e De Capitani è stata segnalata alla prefettura come assuntrice, secondo la prassi amministrativa.
La vicenda, pur non avendo rilievo penale, imbarazza Fratelli d’Italia e lo stesso Galvagno. Due anni prima, infatti, i finanzieri avevano già segnalato che Davide Sottile, organizzatore di eventi e amico di Galvagno, riforniva presumibilmente hashish a De Capitani e all’artista Omar Hassan, spesso consegnandolo direttamente nell’abitazione condivisa con il presidente dell’Ars. Le intercettazioni rivelano che la portavoce faceva uso abituale di spinelli e si riforniva tramite Sottile, il quale si appoggiava a un “barman” di nome Angelo, collegato a una rete più ampia. Sottile sarebbe stato anche coinvolto, su indicazione di Galvagno, in incarichi per hostess e catering.
L’episodio contrasta con l’immagine pubblica del presidente, che nel 2023 si era sottoposto al test antidroga per dare il buon esempio. Intanto Pd e M5S hanno indetto per domani un sit-in davanti a Palazzo d’Orléans, chiedendo discontinuità nella gestione della cosa pubblica.
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2025 Riccardo Fucile
DEVE SCONTARE 10 ANNI DI CARCERE MA IL GOVERNO ITALIANO FA FINTA DI NON SAPERE DOVE SI TROVA
Condannata nel suo Paese e attualmente in Italia in una località sconosciuta, la
deputata brasiliana Carla Zambelli vorrebbe candidarsi alle elezioni legislative italiane del 2027 dove “proseguire il suo lavoro politico”.
A rivelarlo in un’intervista al portale Metrópoles è il suo avvocato, Fabio Pagnozzi, secondo cui la politica bolsonarista avrebbe già avviato contatti con esponenti della destra italiana per entrare nelle liste elettorali.
Zambelli, che possiede la cittadinanza italiana, è sospesa dal mandato parlamentare in Brasile e dovrà affrontare a breve un
procedimento per la revoca definitiva.
Secondo i media locali, il suo nome è inserito nella lista dei ricercati internazionali dell’Interpol. La candidatura in Italia avrebbe l’obiettivo di rafforzarne la visibilità internazionale e di sottrarla a un’eventuale richiesta di estradizione.
La deputata è stata condannata a dieci anni di carcere dalla Corte Suprema brasiliana per aver violato, con l’aiuto di un hacker, il sistema informatico del Consiglio nazionale di Giustizia (Cnj). Bonelli: Una ricercata entra in Italia e scompare, nessuno la controlla e intanto Meloni dà cittadinanza ai figli di Bolsonaro. Italia complice
“Una ricercata internazionale per reati gravissimi, Carla Zambelli, è entrata liberamente in Italia e oggi il governo fa finta di non sapere dove sia. Il ministero dell’Interno sapeva perfettamente che Zambelli stava arrivando a Fiumicino, ma ha scelto deliberatamente di non attivare alcuna misura di monitoraggio o di vigilanza. È una vergogna inaudita. Siamo davanti a un caso che getta discredito sulle istituzioni italiane e sulla nostra credibilità internazionale. Il popolo brasiliano, la stampa brasiliana, sappiano che il governo italiano ha consentito alla deputata Carla Zambelli di entrare in Italia sapendo che era ricercata dalla giustizia brasiliana senza attivare alcun monitoraggio”.
Lo dichiara Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, nel corso dell’interpellanza urgente presentata alla Camera.
“È una copertura politica. E il sospetto è fondato: sappiamo bene quali siano i legami tra la Lega e il partito di Jair Bolsonaro, di cui Zambelli è esponente di punta. Viene da pensare che sia stato qualcuno, dentro le istituzioni, a dire di non monitorare. Si fosse trattato di un attivista italiano, magari minorenne, di Ultima Generazione, il controllo sarebbe scattato immediatamente. Ma per una ex deputata condannata per gravissimi reati , con cittadinanza italiana, no, nessun controllo, nessuna vigilanza, nessun arresto. Semplicemente, non la volete trovare. Siete voi, governo Meloni, a coprire la sua fuga.
L’Italia – conclude Bonelli – non può diventare il rifugio dei ricercati, dei golpisti, dei criminali. È inaccettabile che una persona possa dire “ho la cittadinanza italiana, sono intoccabile” e che lo Stato si giri dall’altra parte. Nessun cittadino, italiano o con doppia cittadinanza, può essere intoccabile davanti alla legge. Il governo Meloni si sta assumendo una responsabilità politica e diplomatica gravissima. Ma la notizia grave è che il governo ha comunicato che il governo Meloni ha dato la cittadinanza ai figli di Bolsonaro , Eduardo, Carlo e Flavio. Jair Bolsonaro è sotto processo per il tentato golpe ai danni del presidente eletto Lula.”
(da Repubblica)
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Luglio 15th, 2025 Riccardo Fucile
L’ABATE DOM BENEDETTO NIVAKOFF: “DA GIOVANE BAZZICAVO WALL STREET, POI HO CAPITO CHE L’UMILTA’ RIEMPIVA LA VITA” … “L’INGREDIENTE SEGRETO? IL SILENZIO” – LA “MODERNITÀ” DELLA VITA DEI BENEDETTINI: “ORA SONO TUTTI A FARE LA DIETA INTERMITTENTE, MA NOI DA 15 SECOLI, PER REGOLA, DIGIUNIAMO NEI MESI CALDI SEMPRE UNA VOLTA AL GIORNO”
Sta risorgendo; con una lentezza quasi offensiva, eppure si muove e oggi il rosone – magnifico – della Basilica di San Benedetto si può ammirare di nuovo. Norcia, incastonata ai piedi dei Sibillini, si rialza a nove anni dal terremoto e mostra i prosciutti e i tartufi, i pecorini e i funghi. E la «sua» birra: la Nursia.
Ho la fortuna di bussare all’Abbazia di San Benedetto in Monte che si piglia cura di Norcia da un’altura appena a sud-ovest della
cinta muraria, l’11 luglio: è il giorno di San Benedetto.
Sono salite centinaia di fedeli per la messa rigorosamente in latino, corroborata dall’universale melodia dei canti gregoriani, poi per la processione, infine per il concerto e alcuni hanno la buona sorte d’essere accolti alla tavola dei monaci che hanno – così impose Benedetto – l’ospitalità come primo dovere verso il mondo, così come hanno la contemplazione come primo dovere verso sé stessi e Dio.
Ho bussato e mi hanno aperto quella loro «casa» che a forza di braccia hanno risistemato. Quello era un convento cappuccino abbandonato e i ventidue monaci benedettini – età media 32 anni, metà vengono dal Nord America e basta a dire che qui è tutto contro convenzione, ma è solo convinzione di fede – lo hanno risistemato.
Il monastero in centro a Norcia è inagibile e forse lo resterà. Avevo fame e mi hanno accolto in un cenobio dove parola sacra e nutrimento concorrono al medesimo benessere, avevo sete e mi hanno offerto la Nursia.
Non è una birra qualsiasi: ha vinto tutto il vincibile. La fa un monaco alto, con una gran barba rossa, giovanissimo. Diresti che è irlandese e invece arriva dalla Carolina del Sud: Dom Agostino Wilmeth, mastro birraio. «Per passione e starei per dire vocazione», scherza, «facevo già la birra negli Stati Uniti, ho cominciato a 16 anni nello stesso momento in cui ho iniziato a diventare curioso dei monasteri e mi sono convertito al cattolicesimo
A ispirarmi è stato il canto: a me piaceva il canto gregoriano, trovavo affascinante la solennità della liturgia, il latino, mi faceva star bene pensare al monastero come un luogo dove ritrovarmi, la Schola cantorm mi avvolgeva. All’università ho studiato arti liberali: musica, matematica, ma quella classica lontana dall’high tech, e poi arte, musica, così avvicinarmi a San Benedetto è stato naturale».
E la birra che c’entra?
«Oh, c’entra moltissimo! Se vuoi capire la vera birra non puoi prescindere dal lavoro che hanno fatto le abbazie trappiste, i cistercensi. Io ancora oggi guardo alla tecnica dei confratelli belgi come a una ispirazione. Ma la Nursia ha qualcosa di più e di diverso, non è solo un’ottima birra».
E che cos’è?
«Potrei dire che è la nostra scommessa vinta. Avevamo un negozio di prodotti religiosi, ma sentivamo che c’era bisogno di qualcosa che ci facesse esprimere e che ci desse anche un po’ di sostentamento. Nel 2012 i monaci avevano già iniziato a fare la birra nel nostro piccolo birrificio annesso al monastero in centro a Norcia. C’era già la birra bionda fatta con malti italiani e con aromi nostri, ma io mi sono provato a fare la Triple – la rossa come la chiamano volgarmente – con la mia ricetta che avevo sperimentato da ragazzo in Usa e ispirandomi alle birre trappiste.
È venuta bene, e poi c’è anche la Extra, quella scura, che secondo me ha soffio mediterraneo in stile continentale europeo
Dopo il terremoto abbiamo trovato ospitalità da un altro birrificio e continuiamo a produrre le nostre birre usando tutti ingredienti italiani e soprattutto di Norcia».
C’è un ingrediente segreto? E c’è soddisfazione?
«L’ingrediente segreto è… il silenzio! Soddisfazione? Certo che c’è, ma non è quella che si può pensare: il premio, un po’ di notorietà. No, è la coscienza di avere fatto per bene qualcosa che fa bene».
Insomma la birra è una preghiera ed è l’ora et labora?
«La birra è un nostro prodotto che spero parli al mondo di noi, quanto all’ora et labora, nella regola di San Benedetto questa cosa qua proprio non c’è scritta. Noi coltiviamo l’orto, produciamo olio, facciamo la birra per il nostro sostentamento. L’abbiamo pensata Nursia perché è dedicata a Norcia, ma anche perché sono birre che vanno perfettamente d’accordo con gli straordinari prodotti di questo territorio: per i tartufi con la Triple non c’è di meglio, i salumi e i pecorini con la binda sono perfetti, il cioccolato tartufato o i funghi con la Extra si esaltano. È una nostra opera, ma niente di più. La vocazione è quella della preghiera, è l’essere monaco ancora prima che sacerdote, anzi direi che io sono monaco e poi sacerdote per il servizio alla comunità».
S’avanza l’abate – da un anno questo luogo, dove si può venire anche ospiti in alcune casette per respirare la natura, per vivere in serenità, basta prenotarsi su www.nursia.org, è stato elevato a rango di abazia – che è anche lui «unconventional» come
direbbe un americano.
Alto, barba folta, occhi di cielo, magro con un sorriso largo. «Che si aspettava, un monaco come quelli dei film?». No di certo, ma la curiosità è tanta, a vederlo sembra un manager in saio nero come vuole la regola di Benedetto e invece è il Reverendissimo Dom Benedetto Nivakoff, O.S.B. perché così va chiamato. «Diciamo che a modo mio lo sono stato. Sì, da giovanissimo bazzicavo Wall Street, lo stock exchange».
È lo switch, il cambio come è avvenuto?
«Beh quando senti che immaginare di avere una spider Alfa Romeo, una bella casa, tanta gente intorno non ti basta o non è quello che vuoi, ti fai domande e ti vai a cercare. Absit iniuria verbis: anche a San Benedetto è andata così. Lui veniva dalla Roma imperiale, famiglia agiata, poi è finito a cercarsi in una grotta.
Così sono partito per un viaggio in Inghilterra, poi senza dire niente a nessuno ho deciso di venire una settimana in Italia e in un appartamentino di Roma ho incontrato Dom Cassiano Folsom che dopo cena mi ha detto: ti dispiace lavare i piatti? Io mi sono sentito umiliato – a me, che vengo da New York, dici di lavare i piatti? – ma l’ho fatto e ho capito che quell’umiltà riempiva il mio vuoto. Siamo rimasti in comunità a Roma, eravamo pochissimi, dal 1998 fino al 2000, poi saputo che a Norcia – la città dove San Benedetto è nato, ma non ha mai predicato – cercavano monaci, siamo arrivati
E piano piano piano la comunità è cresciuta. C’è stata la birra
nel 2012, la ricerca dell’identità con la città, poi il terremoto. Per quelli della mia generazione la guerra, il terremoto, la sfida di ricominciare, era tutto faticosamente nuovo».
Ora lei è l’abate, è stato Dom Folsom a nominarla?
«Ma no! La comunità – come vuole la regola – è autonoma, fa le sue scelte. Dom Cassiano ha solo detto che era stanco. La nostra forza credo sia stata quella di dirci: possiamo coltivare il dubbio? Siamo uomini liberi: possiamo determinarci in un modo diverso? Ovviamente senza deviare dalla tradizione, dal credo cattolico, dall’insegnamento di San Benedetto.
Ma noi viviamo la nostra vocazione monacale che è quella vera, quella che ti spinge a fare questa scelta, come impegno di resa gloria a Dio. E come esaltazione della modernità della regola benedettina che da 15 secoli guida l’umanità».
Dove sta questa modernità?
«Una prova? Eccola: ora sono tutti a fare la dieta intermittente, ma noi per regola digiuniamo nei mesi caldi sempre una volta al giorno! Tutti ad occuparsi di giardinaggio, di piante di alimenti naturali! Noi mangiamo carne solo a Natale e a Pasqua. Da 15 secoli ci prendiamo cura del nostro orto, dei nostri campi e insegniamo a chi ci sta accanto come fare.
Anche la birra è nata così.
A noi piace e però quelle belghe costavano troppo e potevamo berle solo una volta alla settimana, eravamo poverissimi, ed ecco la nostra birra che si è fatta impresa e serve alla comunità. Se poi bevendola si accostano a noi, ai nostri valori che sono il rispetto della tradizione, la liturgia in latino, la regola da vivere attualizzandola ogni giorno, ne siamo felici.
Cominciano a radunarsi attorno a noi delle famiglie a cui spieghiamo che vivere come i monaci è fare sacrifici, ma è anche vero che sempre i benedettini hanno costituito delle comunità. Noi però non siamo una parrocchia, non ci prendiamo cura dei bisogni».
E che però beve birra, e come diceva un vecchio spot: campa cent’anni?
«La birra nostra è una buona birra, che piace tanto anche ai monaci: si chiama Nursia perché vogliamo che sia rappresentativa della comunità: però non viene comunicato con la birra un messaggio spirituale. Certo se fa arrivare a noi le persone è un dono e poi le strade per arrivare a Dio sono infinite e anche una birra che si fa conoscere nel mondo può essere un punto di partenza. Anche noi abbiamo un continuo rapporto tra il nutrimento del corpo nella mensa e la cura dell’anima. Finito di pregare avviandoci al refettorio facciamo una processione, finito il pasto si torna in chiesa cantando il miserere. Perché l’eternità è nella fede».
(da La Verità)
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Luglio 15th, 2025 Riccardo Fucile
SARÀ RICANDIDATO ALLE REGIONALI IN TOSCANA (MA ALLE CONDIZIONI DI ELLY): LA SEGRETARIA DEM SENTE IN SERATA CONTE PER AVERE IL VIA LIBERA DEI RILUTTANTI 5 STELLE… LA SOLUZIONE GIANI SERVE AL NAZARENO ANCHE PER PACIFICARE LA GUERRIGLIA INTERNA ESPLOSA IN TOSCANA TRA I RIFORMISTI E I FEDELISSIMI DI ELLY
Soldato Eugenio Giani, torni subito in riga. Ci sono volute più di quattro ore, tanto è
durato l’incontro al Nazareno, ma il senso di
quello che Elly Schlein ha voluto dire al presidente della Toscana è sostanzialmente questo. Basta fughe in avanti sulla sua ricandidatura, basta dichiarazioni non concordate.
Il confronto è stato definito dai protagonisti «proficuo», «positivo», «importante», ma è stato a tratti anche piuttosto aspro, con Giani che si è lamentato di essere stato abbandonato di fronte al tam tam sulla sua sostituzione e la leader dem, con il fido Igor Taruffi, il segretario regionale, Emiliano Fossi, e il deputato toscano Marco Furfaro ad accusarlo di aver sobillato la mobilitazione di sindaci e responsabili dei circoli, che hanno chiesto la sua riconferma.
Invitandolo a contenersi nelle uscite pubbliche. Più delle note stampa diffuse a fine riunione, vale l’immagine che si presenta davanti ai cronisti alle sette di sera: Giani esce dalla sede del Pd “scortato” da Taruffi, che lo tiene sottobraccio e lo accompagna verso la macchina, con il chiaro obiettivo di non farlo parlare con i giornalisti in attesa.
Il responsabile Organizzazione del partito, l’uomo a cui la segretaria affida tutte le trattative a livello locale, procede a passo svelto e a testa bassa: «Abbiamo fatto le nostre note, non c’è altro da dire».
Il governatore toscano, notoriamente sensibile al fascino di telecamere e microfoni, si lascia trascinare in evidente imbarazzo, si limita a dire «mi affido alla segretaria e al partito». Ma le domande piovono inesorabili: «Sarebbe disposto a fare un passo indietro nel caso la segretaria lo chiedesse?». Lì Giani ha
un guizzo: «Ma che passo indietro!», esclama.
La domanda, del resto, è più che pertinente, vista la dichiarazione che il presidente ha diffuso pochi minuti prima, nella quale riferisce di aver «illustrato le ragioni che mi hanno spinto a dichiarare la mia disponibilità alla candidatura, chiarendo al gruppo dirigente ogni aspetto che aveva generato fraintendimenti e dato l’idea di divisioni inesistenti».
Insomma, si è trovato costretto a giustificarsi per aver provato a scavalcare Schlein e soci.
Insomma, capo cosparso di cenere di fronte alla leader dem, con la promessa di non muoversi più in autonomia. Così, probabilmente, la sua ricandidatura potrà concretizzarsi, consentendo a Schlein e Taruffi di chiudere prima un accordo complessivo con i riluttanti 5 stelle. Ancora ieri, con il deputato Francesco Silvestri, pronti a ricordare come «per noi il Giani bis non è assolutamente la soluzione migliore».
Ma resta quella di gran lunga più semplice. Tanto che Schlein ne parla in serata con Giuseppe Conte. Lo aggiorna al telefono sui temi della riunione appena conclusa, in cui si è discusso anche di contenuti programmatici e delle azioni necessarie per mostrare quel «rinnovamento» chiesto a gran voce dal Movimento.
«Stiamo lavorando in tutte le Regioni per costruire le alleanze più competitive per battere le destre», si limita a ripetere la leader dem al Tg3. Mentre Taruffi, nella sua nota, sottolinea come al tavolo sia «emersa la piena fiducia sull’operato del
partito regionale e sul percorso già in campo per costruire le proposte e l’alleanza migliore».
E Fossi aggiunge che «il processo politico costruito con pazienza, serietà e spirito unitario nei mesi scorsi, e che qualcuno ha tentato, senza successo, di deviare in modo inopportuno, proseguecon ancora maggiore forza e chiarezza».
Con Giani ancora candidato in pectore, ma possibilmente in silenzio.
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2025 Riccardo Fucile
ELISABETTA FEDEGARI: “SI DICONO PALADINI DI CERTI VALORI MA E’ SOLO PROPRAGANDA”… “QUANDO HO INFORMATO I VERTICI MI HANNO TRATTATA CON DISTACCO E DISINTERESSE”
Le richieste di aiuto sono cadute, come troppo spesso accade, completamente inascoltate. Stessa sorte hanno subito le denunce, quando il comportamento inappropriato e le molestie sessuali di un suo compagno di partito non davano segno di cessare. Alla fine per Elisabetta Fedegari, in corsa alle regionali lombarde e possibile candidata sindaco di Pavia per Fratelli d’Italia, l’unica soluzione è stata dire addio.
Lo ha comunicato la stessa avvocata 44enne citando ragioni sia politiche che personali: «La totale mancanza di supporto e di azioni concrete ha rappresentato una profonda ferita e una chiara indicazione della scarsa considerazione per il benessere e la dignità dei propri membri».
Le ragioni dell’addio: «Io mai valorizzata. E quando ho denunciato, mi hanno guardata con distacco»
Le motivazioni dietro a un addio così rumoroso sono complesse, a maggior ragione per una candidata che alle ultime regionali aveva superato la soglia di 4mila preferenze ed era – almeno in pectore – la punta di diamante del centrodestra pavese. Da un
parte, ha spiegato la stessa Fedegari, la «costante mancanza di valorizzazione della mia persona, nonostante i risultati concreti che ho apportato». Dall’altra, l’impossibilità di tollerare delle ferite che non ne volevano sapere di cicatrizzarsi, perché troppo profonde e mai davvero curate.
«Fin da subito ho messo Fratelli d’Italia a conoscenza di quanto mi stava accadendo e purtroppo la reazione è stata di distacco e disinteresse. Non me lo sarei mai aspettato da un partito che tutela e difende questi valori», ha detto la 44enne parlando con Il Giorno.
«Un partito rappresenta quasi un contesto familiare. Se un’iscritta denuncia un problema, non pensavo che venisse sottovalutato e tenuto in pochissima considerazione da chi vuole propagandarsi come paladino di certi valori».
L’indagine Clean 1 e la «solitudine» di Fedegari di fronte alle accuse
Alla sordità di fronte alle denunce si aggiunge la «totale mancanza di solidarietà e di garantismo» che Elisabetta Fedegari ha ravvisato nei suoi confronti. Il riferimento è all’inchiesta Clean 1, in cui la ex consigliera d’amministrazione di Asm è indagata per peculato per un presunto contributo alla sua campagna elettorale mascherato come finanziamento per un video istituzionale dell’azienda.
«L’assenza di qualsivoglia supporto o vicinanza umana e politica da parte dei rappresentanti territoriali, e non solo, in un momento di personale difficoltà, ha acuito il mio senso di
isolamento e la mia sfiducia nei valori che il partito dichiara di sostenere». Una formazione politica che, dopo aver vissuto dai suoi ingranaggi interni, Fedegari ora definisce come «improntata alla non inclusione e alla mancata valorizzazione di chi porta risultati concreti». Una ricetta che porterebbe, secondo la 44enne, dritti verso il fallimento politico, «sempre che a qualcuno possa interessare».
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2025 Riccardo Fucile
LA MINACCIA DI ARRIVARE FINO AL FIUME DNIPRO
A rivelarlo è stato lo stesso Donald Trump, raccontando i suoi colloqui con Vladimir
Putin sulla pace in Ucraina. Lo Zar «è gentile», ma il giorno dopo «bombarda». Perché «vuole tutta l’Ucraina».
O meglio: prima di firmare la pace con Kiev vuole chiudere la questione territoriale. Conquistando tutte le regioni in cui i soldati russi hanno messo piede. E vuole farlo in sessanta giorni. La rivista Axios ha svelato la conversazione del 3 luglio tra i due: «Putin ha chiarito a Trump in quella telefonata che programmava una escalation della guerra». E gli ha annunciato
«che nei successivi sessanta giorni avrebbe attuato una spinta ulteriore verso l‘occupazione di territori fino ai bordi amministrativi delle regioni ucraine in cui la Russia ha messo piede».
«Putin vuole tutto»
Per questro Trump ha detto a Emmanuel Macron, che lo ha fatto sapere ai giornali, che lo Zar in realtà «vuole prendersi tutto». Anche perché ha già fatto celebrare referendum per l’annessione totale di regioni che ha conquistato solo in parte. E sa bene che l’Ucraina non accetterà mai di cedergliele in toto senza combattere. Nemmeno in un negoziato di pace con gli Usa schierati con Mosca. Per questo Putin ha minacciato anche di più rispetto a quello che vuole ottenere, come in qualsiasi trattativa. In questo caso ha detto di voler arrivare al fiume Dnipro, che si trova al centro del paese. Oggi la Russia occupa un quinto dell’Ucraina. E l’ambasciatore russo nel Regno Unito ha detto qualche tempo fa che Mosca «non vede alcuna necessità di fermarsi».
L’unica scelta per l’Ucraina
Per l’Ucraina c’è una sola scelta: o accetta le nostre condizioni adesso, o continueremo l’avanzata e Kiev dovrà arrendersi a condizioni molto peggiori», ha concluso.
Pochi giorni dopo, Putin è andato oltre affermando a San Pietroburgo che «tutta l’Ucraina appartiene alla Russia» e che «ovunque metta piede un soldato russo è terra russa». Il capo dei servizi segreti militari ucraini, Kyrylo Budanov, considera
«irrealistico» l’obiettivo, specie riferito all’occupazione totale del Donetsk già pomposamente vantata dai media russi. Ma è per questo che Trump ha cominciato a cambiare linea. Ha deciso di inviare i Patriot, che saranno acquistati da Germania e Paesi Bassi: quindi non saranno a fondo perduto, come il tycoon aveva promesso.
Donetsk, Lugansk, Cherson, Zaporizhzhia e la Crimea
L’alternativa per Kiev è dover cedere le quattro regioni parzialmente occupate dall’esercito russo: Donetsk, Lugansk, Cherson, Zaporizhzhia. Oltre alla Crimea. Ma la minaccia di sanzioni di Trump è arrivata con un periodo di grazia di 50 giorni, una mossa accolta con favore dagli investitori in Russia, dove il rublo si è ripreso dalle perdite precedenti e i mercati azionari sono saliti.
Le cosiddette sanzioni secondarie invece rappresenterebbero un cambiamento radicale nella politica sanzionatoria occidentale. I parlamentari di entrambi i partiti politici statunitensi stanno spingendo per un disegno di legge che autorizzi queste misure, prendendo di mira anche gli altri paesi che acquistano petrolio russo.
Il petrolio
Durante la guerra, che dura da oltre tre anni, i paesi occidentali hanno interrotto la maggior parte dei loro legami finanziari con Mosca. Ma si sono astenuti dall’adottare misure che avrebbero impedito alla Russia di vendere il suo petrolio altrove. Ciò ha permesso a Mosca di continuare a guadagnare centinaia di
miliardi di dollari dalla spedizione di petrolio ad acquirenti come Cina e India. Mentre la Russia
si fa sempre più minacciosa anche nei confronti dell’Occidente. I vertici militari britannici sostengono che il governo dovrebbe preoccuparsi di costruire rifugi perché «è possibile la guerra con la Russia in 5 anni, entro il 2030». Stessa prospettiva temporale indicata dai servizi segreti della Finlandia, che condivide con la Russia un confine lunghissimo e perciò la conosce bene.
I bunker
Intanto la Russia dimostra di prendere sul serio la capacità militare ucraina sostenuta dall’Europa. Lo si capisce dalle immagini satellitari analizzate dall’Institute for the Study of War. Le forze russe avrebbero infatti costruito 10 bunker rinforzati coperti di terra, 12 strutture in cemento e 8 hangar in stile capannone per proteggere la base aerea di Khalino, nel Kursk. Altri due bunker di cemento sarebbero stati costruiti in un’altra base aerea in Crimea. Una scelta fatta dopo l’Operazione Spider Web con cui l’Ucraina ha colpito le basi aeree russe sul suo territorio. Questa è la maggiore paura di Putin. E che Trump stia pensando a inviare altre armi offensive a Kiev non gli sarà di certo sfuggito.
(da agenzie)
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