Destra di Popolo.net

GIOCHI SENZA FRONTIERE

Luglio 16th, 2025 Riccardo Fucile

DA LATITANTE CHE SI FA FINTA DI NON VEDERE AD EROINA SOVRANISTA

Dopo avere letto il notevole curriculum politico della deputata brasiliana Zambelli, del giro di Bolsonaro, condannata in Brasile a dieci anni per una brutta storia di documenti falsi per calunniare un giudice della Corte Suprema, riconosciuta spacciatrice di fake news ai danni di Lula, inseguita da un mandato di cattura internazionale e attualmente in Italia, dove si mormora stia valutando una candidatura (vedrei bene la Lega), mi sono chiesto se non sia possibile istituire, per festeggiare l’occasione, una specie di immunità parlamentare all’incontrario.
Una cosa tipo: “Signora, le concediamo asilo a patto che lei si impegni per iscritto a non fare politica, che qui di teste calde e di mestatori ne abbiamo anche troppi. Tutti i diritti di questo mondo, anche un weekend a Venezia, tranne candidarsi”. Aggiungerei anche una diffida in caso di partecipazione a talk-show che, visto il curriculum, faranno a gara per reclutarla.
Ovviamente il mio è un paradosso (lo dico per eventuali giuristi da tastiera), e non è una previsione azzardata la promozione imminente di Zambelli a esule politica e martire dei giudici comunisti, che anche in Brasile pullulano.
L’aggressività un poco bulla, a destra, è vista sotto una luce quasi romantica, di indomito anticonformismo, anche se l’egemonia dei bulli è ormai un caso mondiale, e i veri perseguitati sono gli educati e i gentili.
Per come vanno le cose, Zambelli potrebbe avere, qui da noi, una seconda vita, eroina dei Due Mondi come Garibaldi. Le fabbriche di fake, tra l’altro, sono multinazionali per definizione. Zambelli, nel caso non fosse candidabile, potrebbe fare l’ad di una fabbrica del fango: meglio se da latitante, è ancora più romantico.
(da repubblica.it)

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GUARDATE I FASCICOLI NELLA PROCURE: LA DIGITALIZZAZIONE SI E’ IMPALLATA

Luglio 16th, 2025 Riccardo Fucile

GLI ERRORI DEL MINISTERO

Basta entrare in un ufficio di una qualunque procura italiana per avere un’idea delle dimensioni, in termini di quantità di carte, di ogni singolo procedimento. Centinaia di faldoni con dentro migliaia di atti stipati negli armadi a muro, appoggiati sui tavoli, sugli scaffali, per terra. Fascicoli che vanno e vengono da un ufficio all’altro, dall’aula di un tribunale all’altra. Per eliminare questa montagna di carte si comincia a informatizzare nel 2019. L’appalto è affidato dal ministero della Giustizia alla Sirfin Pa, una piccola Srl del gruppo Accenture, per una durata di 60 mesi più 12. Si tratta di un contratto quadro da 100 milioni, ma per sapere quanto di questa cifra è specificatamente dedicata alla digitalizzazione del processo penale occorrerebbe guardare dentro ogni singolo applicativo. Impossibile: l’appalto è
secretato. Dal 2021 la riforma della giustizia è diventata una componente cruciale per ottenere i fondi del Pnrr. In quel momento Marta Cartabia è ministro della Giustizia. Accanto agli interventi normativi e strutturali per rendere il processo più efficiente e rapido, c’è la transizione digitale, ovvero la gestione elettronica obbligatoria di tutti i documenti e la digitalizzazione dei procedimenti penali di primo grado. Sappiamo dunque che la digitalizzazione è una milestone da raggiungere come obiettivo.
Cosa bisogna digitalizzare
Torniamo agli informatici della Sirfin Pa. Cosa devono fare? Seguire le direttive del neoistituito Dipartimento per l’innovazione tecnologica della giustizia e, cioè, costruire un sistema che deve digitalizzare le procedure, tutti i documenti, immagazzinarli e includere tutti i tipi di reato (minacce, diffamazione, omicidio, corruzione) fino all’Antimafia. La decisione è stata quella di partire dall’inizio, cioè dall’indagine. In pratica vuol dire che la denuncia di un avvocato, la segnalazione della polizia giudiziaria, l’apertura di un fascicolo, le deleghe dei Pm, tutti gli atti di indagine, quelli depositati dagli avvocati e i provvedimenti devono essere trasferiti su un modello telematico con firma digitale e poi confluire in un fascicolo elettronico su un sistema chiuso. Un sistema che deve consentire al magistrato di decidere chi può accedere a quel fascicolo (altri magistrati, avvocati, Gip), e quando.
Saltate tutte le tappe
Gli informatici devono sapere come funziona il processo per
trasferirlo telematicamente e, quindi, affiancarsi agli amministrativi, alla polizia giudiziaria, al pubblico ministero, al giudice per le indagini preliminari. E poi insegnare a tutti loro come fare ad usarlo questo sistema. Infine far partire una sperimentazione per testare il programma, identificando un paio di procure e un reato pilota. Il Consiglio Superiore della Magistratura in tutte le sue delibere (ben 5), oltre alla disponibilità ad affiancare il personale tecnico, ha suggerito di non iniziare dalla parte più complessa, cioè dalle indagini, perché avrebbe rallentato tutta l’attività. Nulla di tutto questo è stato fatto. L’indicazione del gabinetto del ministro Nordio è stata quella di «velocizzare»: a gennaio 2024 il nuovo sistema è approdato in 87 procure e tutti devono usarlo.
Il sistema si è impallato
Si comincia con le richieste di archiviazione a carico di ignoti, perché se il sistema si impalla è meno rischioso. E si è impallato. Non si è considerato il fatto che ogni dipartimento ha il suo procuratore aggiunto che deve vistare le richieste del suo gruppo di lavoro, mentre il nuovo sistema metteva tutte le richieste insieme. Le conseguenze sono disastrose: chi di dovere non vede le sue di richieste, o vede quelle che devono essere vistate da altri. Oppure le vede, le vista, ma il suo cancelliere no. Tuttavia si va avanti e, da aprile 2025, diventa obbligatorio depositare tutti gli atti per via telematica. Però nella legge Cartabia che impone di utilizzare APP (si chiama così il nuovo programma), c’è una norma che consente ai pubblici ministeri di
non farlo se si manifesta un malfunzionamento. Ed è quello che è successo in tutte le procure e tribunali. E allora come si procede?
Si fa tutto doppio
Si torna all’analogico, ma si raddoppia il lavoro: quando arriva un atto cartaceo va travasato in digitale, e se non c’è perfetta corrispondenza si ricomincia da capo. A fine aprile, dentro al ministero, il Dipartimento per l’innovazione Tecnologica si riorganizza con l’istituzione della Direzione generale per i servizi applicativi. Nel frattempo alle procure ogni giorno arriva dal ministero una pec che dice «il programma è in aggiornamento…oggi abbiamo modificato questo… domani quest’altro», e allora si passa da un programma a un altro, bisogna cambiare i codici e ci sono decine di programmi che non si parlano tra loro. Inoltre: in base a quello che il programma fa o non fa, bisogna organizzare gli uffici, ma nessuno da un cronoprogramma. Il risultato è la paralisi.
I rallentamenti inevitabili si sommano a quelli prodotti dagli errori di impostazione dettati dalla fretta e dall’imperizia, nonostante i ripetuti suggerimenti del Consiglio Superiore della Magistratura.
Il prezzo finale
Va detto che ogni rinnovamento tecnologico comporta un inevitabile rallentamento delle attività, ma è un «costo» che viene assorbito dal fatto che poi tutto sarà più veloce ed efficiente. In questo caso però i rallentamenti inevitabili si
sommano a quelli prodotti dagli errori di impostazione dettati dalla fretta e dall’imperizia, nonostante i ripetuti suggerimenti del Consiglio Superiore della Magistratura. Ed è ancor più grave perché ingrippa una macchina giudiziaria già lenta di suo. È il caso di ricordare che dal fattore tempo dipende la vita delle persone, tutta racchiusa in ognuno di quei faldoni. Più passa il tempo e più si alza per il delinquente la possibilità di finire prescritto, per la vittima di non avere giustizia e per l’innocente di restare a lungo a bagnomaria. Siccome il governo ha dichiarato che tutta l’attenzione è sulla riforma della giustizia, allora forza, ci metta le risorse che servono per fare funzionare questa APP.
(da Corriere della Sera)

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NON C’E’ PEGGIOR SORDO

Luglio 16th, 2025 Riccardo Fucile

NON RESTA CHE SPERARE NEI BLACKOUT, QUANDO CI SI RITROVA AL BUIO, CONDANNATI A PARLARE E A PENSARE

Un giorno il rumore ha fatto irruzione nelle nostre vite e le ha cambiate per sempre. Il pretesto per parlarne è la lettera accorata di una signora residente a Forte dei Marmi, dove una villa comunale situata in mezzo alle case è stata adibita a sede di concerti. Tra prove pomeridiane e spettacoli serali, si sta perennemente sotto il tallone di una colonna sonora di cui è impossibile abbassare il volume, con effetti spiacevoli sull’umore di bambini, anziani, animali. Ma anche di tutti gli altri. Ormai persino i bar e i ristoranti, nati per favorire la conversazione, sono avvolti in un frastuono che forse favorirà il consumo di alcolici, certo non la socializzazione tra esseri umani. Ai tavoli si vedono bocche chiuse e sguardi chini sullo smartphone, mentre la musica rimbomba nelle orecchie e i camerieri devono saper leggere il labiale per prendere le ordinazioni. Chi si lamenta viene accusato di intolleranza, in base alla regola per cui sono le vittime di un sopruso a doversi sentire fuori posto.
C’è dell’estremismo e del menefreghismo in tutto questo, come nell’aria condizionata sparata a palla e nei messaggi vocali sentiti in pubblico senza le cuffie. La teoria secondo cui la libertà finisce dove comincia quella degli altri è stata sostituita dalla sua variante turbo-narcisista: libertà è fare quel che mi va o che mi fa guadagnare più soldi.
Non resta che sperare nei blackout. Quando all’improvviso ci si ritrova al buio, avvolti dal silenzio. Condannati a parlare e, che angoscia, a pensare.

(da Il Corriere della Sera)

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GLI UNICI STIPENDI CHE CRESCONO IN ITALIA SONO QUELLI DEI DIPENDENTI DI PALAZZO CHIGI

Luglio 16th, 2025 Riccardo Fucile

PER I FUNZIONARI DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO SCATTERA’ UN AUMENTO DI 168 EURO PER 13 MENSILITA’ (POCO PIÙ DI 2 MILA EURO ALL’ANNO)

Sottoscritto all’Aran l’ipotesi di contratto per il Comparto Presidenza Consiglio dei Ministri per il triennio 2019/2021. L’accordo riconosce a ciascun dipendente un incremento retributivo medio mensile pari a 168 euro per 13 mensilità e
introduce non poche novità: dalla classificazione dei profili professionali alla formazione tra le diverse generazioni. A siglare il documento Cisl, Snaprecom, Sipre e Flp mentre Fp Cgil non ha firmato.
Nel documento sono poi elencati gli effetti degli aumenti sulle retribuzioni sulle diverse categorie tenendo in considerazione l’inquadramento. Cifre a cui va aggiunta la tredicesima.
L’intesa apre poi a una rivisitazione del sistema di classificazione del personale con nuovi profili designati per cui saranno richieste laurea magistrale accompagnata dal diploma di master universitario o di corso universitario di perfezionamento post laurea o di dottorato di ricerca o di abilitazione professionale.
Nel testo si fa riferimento a norme sull’age management così da porre, come spiega in una nota Aran, attenzione alle differenze generazionali del personale, stimolando le amministrazioni a tenere in considerazione le diverse età dei dipendenti, con il duplice obiettivo di avviare un nuovo patto intergenerazionale attraverso il “mentoring” nei confronti dei più giovani e il cosiddetto “reverse mentoring”, incentrato sulle competenze digitali ma non solo, verso i senior.
(da Il Corriere della Sera)

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DIO, PATRIA E PASTIGLIA: MENTRE LA SANITÀ PUBBLICA È IN GINOCCHIO, AL MINISTERO GUIDATO DA ORAZIO SCHILLACI È IN CORSO DA MESI UNA FAIDA TRA CORRENTI DI FDI PER SPARTIRSI NOMINE E POLTRONE, RALLENTANDO I LAVORI DEL DICASTERO

Luglio 16th, 2025 Riccardo Fucile

A GIOCARE UN RUOLO CENTRALE SAREBBE LA POTENTE SEGRETARIA POLITICA DEL MINISTERO, RITA DI QUINZIO, FORTE DEL SUO STRETTO RAPPORTO CON LE ”SORELLE D’ITALIA”… ORA DI QUINZIO VORREBBE ELEVARE A DIRETTORE GENERALE L’AVVOCATO FRANCESCO PERCHINUNNO, ANCHE SE PRIVO DI TITOLI ADEGUATI – LE ASPIRAZIONI DEL SOTTOSEGRETARIO GEMMATO, LEGATISSIMO A PREMIER, E IL RUOLO DI MARIA ROSARIA CAMPITIELLO, COMPAGNA DEL VICEMINISTRO CIRIELLI

Uno spettro si aggira per i corridoi del ministero della Salute. È quello di Rita Di Quinzio, la potente segretaria politica del dicastero. Lungo i corridoi del palazzo di Lungotevere Ripa i soliti “addetti ai livori” ne sussurrano di tutti i colori sulla Di Quinzio: rivendicando un forte legame con le “Sorelle d’Italia”, sarebbe attentissima alla gestione della partita delle nomine, tra posti vacanti, assunzioni e incarichi nei vari cda.
Una partita da giocare insieme al capo di Gabinetto, Marco Mattei, con i quali i rapporti non sarebbero idilliaci. Al ministero c’è chi ha sentito dire alla potente Rita che “lei sta a cena con Arianna che le dà le indicazioni riservate”. Vero, falso, verosimile? Quello che è certo che il tale attivismo ha scatenato
una guerra delle poltrone tra gli esponenti meloniani dentro il ministero. Il tutto all’insegna dell’“amichettismo di destra”, con faide, ipotesi e candidature controverse (eufemismo). Come il caso dell’avvocato barese Francesco Perchinunno, che Di Quinzio vorrebbe elevare a ruolo di dirigente nel Gabinetto del ministro, nonostante non ne abbia i titoli.
Un ministero piuttosto piccolo e tutto in mano a un partito, ma dove quel partito trova il modo di litigare, quasi sempre silenziosamente, per questioni di poltrone, incarichi, quindi anche di soldi. Alla Salute sono tempi piuttosto complicati.
Il ministro Orazio Schillaci, tecnico chiamato da Tor Vergata per affrontare i temi “alti” della sanità, per progettare riforme, parlare senza imbarazzi (non ne ha) dell’importanza dei vaccini e comunque esprimersi nella stessa lingua dei professionisti della salute (è un medico nucleare), resta spesso schiacciato tra i poteri del partito di Giorgia Meloni.
E in più, quando si deve parlare di soldi con il Mef e in generale col consiglio dei ministri, è debole. Non solo, spesso Schillaci ha dovuto subire l’imposizione di nomi, poi rivelatisi assai poco efficaci.
C’è poi tutto il sottobosco di dirigenti del ministero, dove molte nomine vanno a chi appartiene a questo o a quella “corrente”. In questo momento è attivissima Rita Di Quinzio, potente segretaria politica del ministero. La sua amicizia con Arianna Meloni è antica e la rende capace di inserirsi in tutte le decisioni di Schillaci, cercando di orientarle. Inomma, difende il pezzo di
partito del quale è espressione.
Ovviamente ha nomi da sponsorizzare, o da abbattere (come successo con alcuni di quelli proposti per il Consiglio superiore di sanità). Adesso tiene molto a un avvocato barese, Francesco Perchinunno, anche lui con un passato nella destra giovanile, che è dirigente a tempo determinato al Gabinetto del ministro.
Vorrebbe che diventasse direttore generale della stessa struttura, un ruolo per il quale però potrebbe non avere i titoli. Perchinunno, tra l’altro, è vicino a Marcello Gemmato, il sottosegretario anche lui barese, legatissimo a Giorgia Meloni.
Proprio ieri il consiglio dei ministri ha approvato un decreto nel quale viene reintrodotta la figura del viceministro alla Salute. In molti sono convinti che si tratti di un ruolo destinato a Gemmato, ma ancora non è detto
L’atto è stato necessario per risolvere un “pasticcio” su un’altra posizione, legata all’ufficio legislativo, e contestualmente ha reintrodotto il ruolo di viceministro, che un tempo era previsto. Solo il tempo dirà se la ricostruzione è giusta o se Gemmato diventerà davvero vice di Schillaci.
Pure questa vicenda, comunque, è destabilizzante per il ministro tecnico. Tra l’altro se si arriverà in fondo salterà il “monocolore” alla Salute, perché sottosegretario potrebbe diventare Andrea Costa di “Noi moderati”
Quella di Gemmato è però una parrocchia un po’ diversa da quella di Di Quinzio, con la quale il sottosegretario non avrebbe un grande feeling. Non è chiaro come stia accogliendo i
tentativo della segretaria politica di dare un ruolo centrale, e ben pagato, al suo amico pugliese.
L’argomento soldi per Di Quinzio è molto felice. Oltre allo stipendio del ministero, bello alto, guadagna un extra perché è stata nominata membro del Cda di “Sport e salute”, società della Stato che si occupa di promuovere appunto lo Sport.
Così supererebbe i 200 mila euro l’anno. Sempre Di Quinzio starebbe pressando per mandare all’Agenas, l’agenzia sanitaria delle Regioni, Americo Cicchetti, già capo del dipartimento di Prevenzione del ministero. Non è detto che le riesca.
Quel ruolo pensava di ricoprirlo Marco Mattei, il capo di Gabinetto di Schillaci, anche lui di Fdi, ma che non avrebbe un grande rapporto con la dirigente vicina ad Arianna Meloni.
Tra l’altro, e qui salta fuori un’altra stranezza del ministero, di recente al ministero è rientrato l’ex capo di Gabinetto, Arnaldo Morace Pinelli, professore di diritto della solita Tor Vergata che venne allontanato in modo un po’ brusco dopo l’inizio della legislatura e sostituito appunto con Mattei. Il ruolo è di esperto del ministro e addirittura gode di una stanza (molti consulenti non la hanno) al “piano nobile del ministero”, quello dove sta Schillaci. Non è chiaro come verrà impiegato.
Il ruolo di Campitiello
Insomma, un quadro di inestricabili rapporti di amicizia e inimicizia. Per completarlo, sempre parlando di anime di Fdi non si può scordare Maria Rosaria Campitiello, la capa del dipartimento della Prevenzione che a breve sposerà il suo
compagno, il viceministro degli Esteri e leader del partito in Campania Edmondo Cirielli (al quale, dicono i nemici interni ed esterni, ha “donato” un ruolo di primo piano negli Stati generali della Prevenzione del ministero da lei organizzati proprio a Napoli).
Campitiello era al Gabinetto prima di essere promossa e tra l’altro portare la ministero Giuseppe Gambale, già deputato Pd e sottosegretario all’Istruzione che ovviamente non tutti gradiscono, visto il contesto politico del ministero. E infatti la scelta non è piaciuta a Di Quinzio e tra le due il rapporto non è semplice.
(da La Repubblica)

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L’IMPERIALISMO CULTURALE RUSSO E I VOLENTEROSI COMPLICI CAMPANI DI PUTIN

Luglio 16th, 2025 Riccardo Fucile

MOSCA DA SECOLI USA LA CULTURA PER ANNIENTARE LE IDENTITA’ DEI POPOLI SOTTOMESSI… LA VERGOGNA DELL’INVITO ALL’ARTISTA PROPAGANDISTA GERGIEV DA PARTE DELLO ZAR DI TUTTE LE CAMPANIE

È incredibile come dopo tre anni dall’aggressione russa, dopo undici anni dall’occupazione illegale della Crimea e dell’Ucraina orientale, dopo secoli di imperialismo militare, culturale e linguistico capitanato da chiunque abbia governato Mosca, in Occidente e in particolare in italia si continui ancora a ignorare che la cultura, la sedicente Grande Cultura Russa, ha un ruolo ben preciso, barbarico, coloniale, nella storica strategia coloniale del Cremlino per conquistare, annettere e annientare territori, popolazioni e identità considerate interne all’Impero
zarista, all’Unione sovietica e alla Federazione Russa.
La russificazione delle nazioni definite sorelle in Asia centrale, nel Caucaso, sul Mar Baltico, nelle “province” europee, ai confini con la Cina, in nome della «fratellanza dei popoli» è storicamente una forma di imperialismo culturale ancora più spietato di quello occidentale, e non solo perché gli europei a loro modo, perdendo le guerre, più o meno da un secolo hanno fatto i conti con le proprie colpe del coloniali e hanno anche affrontato i processi di decolonizzazione, anche culturale, mentre la Russia non ci pensa nemmeno.
Come ha scritto Natalia Antelava su Linkiesta Magazine lo scorso anno, «nel corso dei secoli, mentre le potenze europee conquistavano territori d’oltremare, la Russia ha gestito un impero di terra che ha assorbito i suoi vicini. E, mentre gli europei sostenevano l’idea che i loro sudditi fossero “diversi” da loro, i russi li conquistavano usando un altro strumento: “l’identicità”, ovvero la pretesa che fossero la stessa cosa dei russi. Nel sistema coloniale russo, poi perfezionato dai sovietici, ai popoli sudditi era vietato parlare nella loro lingua o celebrare la loro cultura (al di fuori di una versione sterilizzata approvata e autorizzata da Mosca)».
Il concetto di “identicità” è stato spiegato alla perfezione dal filosofo Volodymyr Yermolenko, assiduo frequentatore di queste pagine, con un paragone esatto: il messaggio del colonialismo occidentale era “voi non siete capaci di essere come noi, per questo vi imponiamo le nostre leggi e i nostri costumi”; il messaggio del colonialismo russo, invece, era ed è ancora “a voi non è consentito essere diversi da noi, e quindi cancelliamo ogni traccia di tradizione, lingua, cultura, identità locale e le sostituiamo con le equivalenti russe”.
La cultura è stata, e lo è anche oggi, uno degli strumenti di coercizione piu micidiali utilizzati da Mosca per impedire forzosamente alle identità dei popoli sottomessi di mostrare di essere diverse da quelle russe.
La cultura russa, così come lo sport, è usata da Mosca anche per diffondere in Occidente l’idea della fratellanza dei popoli (sottinteso russificati), e dell’identicità tra russi e ucraini e georgiani e baltici e moldavi e crimeani e ceceni e kirghisi e azeri, grazie alla colonizzazione culturale del mondo russo.
Una forma di colonialismo assoluto, accompagnato da pulizia etnica, linguistica e culturale, brandito da chi ha pure la faccia tosta di vantarsi di imporlo ai sottomessi in nome della solidarietà tra i popoli e di una battaglia anti coloniale.
Le recenti prese di posizione, anche di sinceri amici dell’Ucraina, contro la meritoria campagna di Pina Picierno, Marco Taradash ed Europa Radicale per fermare l’esibizione del direttore d’orchestra e propagandista russo Valery Gergiev, inopinatamente invitato dallo zar di tutte le Campanie Vincenzo De Luca, non tengono conto di quanto sia strumentale, pericolosa e potente l’arma ibrida della cultura russa usata da Mosca nella guerra al sistema liberaldemocratico.
Non capire questo, dopo tutto questo tempo, non è più ignoranza o superficialità, è volenterosa complicità con i carnefici di Putin.
Olesya Khromeychuk, giovane e lucida intellettuale ucraina del tipo che qui da noi servirebbe come il pane per rivitalizzare un discorso pubblico grottesco, cinque giorni fa ad Amsterdam ha provato a ribadire il concetto, dal punto di vista ucraino, in modo semplice e chiaro: «Credo che tutte queste dichiarazioni secondo cui la cultura va tenuta al di sopra della sfera politica sono molto spesso una scusa per non leggere in modo critico la
cultura, e per giustificare le responsabilità che la creatività si porta dietro e le conseguenze che la cultura può avere nel progetto di distruggere un’altra cultura. In Ucraina non abbiamo il privilegio di una lunga tradizione di statualitá, quella che di solito garantisce credibilità e fiducia epistemica. Non abbiano neanche una tradizione di statisti da venerare, cosa che credo sia anche un aspetto positivo, ma nella nostra tradizione abbiamo figure culturali, scrittori, poeti, artisti che rappresentano un’àncora sulla nostra identità. Naturalmente quelli che negano la nostra soggettività e negano la nostra identità, e qui parlo ovviamente di quelli che stanno al Cremlino, sanno perfettamente che la cultura per noi è una questione profondamente politica, sanno che la cultura ci àncora alla nostra identità. Per questo attaccano anche la nostra cultura, per questo combattono una guerra genocidaria che non mira soltanto a distruggere il nostro Stato, ma anche a distruggere la nostra cultura».

(da Linkiesta)

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AUTODIFESA MORALE: PERCHE’ CHIEDERE L’ANNULLAMENTO DEL CONCERTO DI VALERY GERGIEV NON E’ CENSURA

Luglio 16th, 2025 Riccardo Fucile

LA CANCELLAZIONE DELL’EVENTO ALLA REGGIA DI CASERTA NON SAREBBE UN ATTO REPRESSIVO MA UNA SCELTA A TUTELA DEI NOSTRI VALORI COSTITUZIONALI

Il 27 luglio la Reggia di Caserta dovrebbe ospitare il direttore d’orchestra Valery Gergiev, figura di spicco della cultura russa e uomo di fiducia del Cremlino.
Europa Radicale ha lanciato un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al governatore di Regione Campania Vincenzo De Luca per annullare la performance di Gergiev; contestualmente, l’associazione ha iniziato ad acquistare i biglietti per il concerto per manifestare in modo non violento qualora si dovesse tenere.
Da più parti – associazioni ucraine, intellettuali, parlamentari europei – arriva la richiesta di cancellare l’evento finanziato con fondi nazionali.
Gli oppositori dell’iniziativa ribattono che si tratterebbe di un atto censorio. È davvero così?
La teoria politica e filosofica degli ultimi due secoli fornisce
solide argomentazioni in senso opposto.
Karl Popper, ne “La società aperta e i suoi nemici” (1945), avverte che un sistema liberale deve «riservarsi il diritto di negare la tolleranza agli intolleranti», perché un’eccessiva indulgenza rischia di distruggere la tolleranza stessa: invitare con denaro pubblico chi sostiene un’aggressione militare significa, secondo la logica popperiana, consentire a un «intollerante» di sfruttare il palcoscenico democratico per rafforzare l’autocrazia che rappresenta.
John Stuart Mill attribuisce allo Stato il potere di limitare la libertà individuale solo per prevenire «un danno ad altri» (On Liberty, 1859): in questo senso, la propaganda a favore di una guerra d’aggressione, specie quando emanata da figure prestigiose come Gergiev, supera la soglia del mero dissenso e si traduce in un danno concreto: legittima la violenza contro i civili ucraini e corrode la coesione democratico-internazionale che dovrebbe proteggerli.
Le dichiarazioni di Gergiev a sostegno di Vladimir Putin non si limitano alla guerra su larga scala intrapresa nei confronti dell’Ucraina dal 2022, ma risalgono alla guerra con la Georgia e successivamente all’annessione della Crimea del 2014. Il soft power russo e la manipolazione delle figure di spicco della società culturale russa sono una delle armi che il Cremlino utilizza, e il nostro Paese non può voltarsi dall’altra parte.
Concedere il palco a un emissario di un regime che soffoca la libertà di espressione in patria altera le condizioni di «parità
discorsiva», come ricordava Habermas rispetto alla correttezza del discorso pubblico, e attribuisce un potere comunicativo indebito al Cremlino. La presenza celebrata di Gergiev, da parte di De Luca, normalizza la guerra russa: impedirla significa contrastare quella “violenza linguistica” che trasforma la sofferenza altrui in mero contorno estetico, minando la dignità delle vittime ucraine e dei cittadini che ne difendono i diritti.
L’annullamento del concerto di Valery Gergiev non appare dunque come un atto repressivo, bensì come una scelta di tutela dei valori costituzionali. La democrazia non si rafforza concedendo spazio e fondi pubblici a chi giustifica la distruzione di un’altra democrazia: si rafforza difendendo il principio secondo cui arte e cultura devono essere ponte di pace, non strumento di guerra. Infatti, l’Associazione della Comunità dei Russi Liberi in Italia ha sottolineato come ci siano sulla scena artistica altre personalità russe che si oppongono alla guerra d’invasione del Cremlino.
Con buona pace dei detrattori, dunque, “cancellare” Gergiev da un programma finanziato dallo Stato equivale a esercitare l’autodifesa morale di una società aperta, non a sopprimere la libertà di espressione. Il vero rischio censorio lo corre chi – ignorando i moniti di Popper, Mill, Habermas e degli altri grandi teorici della libertà – lascia trionfare sulle nostre scene proprio la voce che vorrebbe metterle a tacere.
In definitiva, a Vincenzo De Luca non si chiede un atto di censura, ma un gesto di libertà: scegliere se la Campania sarà
palcoscenico di propaganda o presidio di democrazia. Il 27 luglio alla Reggia non salirà in scena solo un direttore d’orchestra: salirà la coscienza civica dell’Italia. Spetta al presidente della Regione decidere se farla risuonare in accordo con i valori europei oppure stonare nel coro di chi, al cospetto dei cannoni, continua imperterrito a battere il tempo.
(da Linkiesta)

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