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TRUMP CON LE VERE POTENZE NON FA IL GRADASSO: GLI USA, CHE HANNO APPENA COSTRETTO L’UE AD UMILIARSI ACCETTANDO DAZI AL 15%, CONGELANO LE RESTRIZIONI SULL’EXPORT HI-TECH VERSO LA CINA

Luglio 28th, 2025 Riccardo Fucile

GLI AMERICANI HANNO PAURA DI COMPROMETTERE I NEGOZIATI COMMERCIALI CON PECHINO, CHE HA SEMPRE RISPOSTO COLPO SU COLPO ALLE TARIFFE DEL TYCOON (A DIFFERENZA DELL’EUROPA, CHE HA PREFERITO CEDERE SUBITO INVECE CHE MOSTRARE I MUSCOLI)

Gli Usa hanno congelato le restrizioni sulle esportazioni di tecnologia verso la Cina per evitare di compromettere i negoziati commerciali con Pechino e di aiutare il presidente Donald Trump a strappare un incontro con l’omologo Xi Jinping nel 2025.
Lo riporta il Financial Times, a poche ore dal nuovo round negoziale di Stoccolma tra le delegazioni di Usa e Cina, citando più fonti vicine al dossier, secondo cui al Bureau of Industry and Security del Dipartimento del Commercio americano, che gestisce i controlli sull’export, è stato chiesto negli ultimi mesi di evitare mosse dure contro la Cina. In evidenza i microchip H20 di Nvidia.
Malgrado Trump punti a evitare azioni che possano compromettere gli sforzi per incontrare Xi, alcuni funzionari hanno sostenuto però come nei fatti gli Stati Uniti siano, quanto ai controlli sulle esportazioni, esposti al rischio che la Cina reagisca limitando le sue spedizioni verso gli Usa di terre rare e magneti essenziali, come ha già fatto per la prima volta a maggio, mandando in crisi le auto di Detroit.
All’inizio dell’anno, Trump era pronto alla stretta hi-tech verso la Cina: ad aprile, il suo team ha comunicato a Nvidia che avrebbe bloccato le spedizioni del suo microchip H20, progettato appositamente per il mercato cinese dopo che l’amministrazione Biden aveva limitato i microprocessori più avanzati.
Ma Trump ha cambiato idea in seguito alle pressioni esercitate dal numero uno di Nvidia, Jensen Huang. L’H20 è diventato il fulcro di una battaglia tra i funzionari della sicurezza sulla valutazione che il chip aiuterà l’esercito cinese nei suoi piani di sviluppo ad ampio raggio, e Nvidia, che invece valuta il blocco dell’export di tecnologia americana come un’occasione per i gruppi cinesi di accelerare gli sforzi sulla loro innovazione.
Venti esperti di sicurezza ed ex funzionari, tra cui Matt Pottinger, già vice consigliere per la sicurezza nazionale nella prima amministrazione Trump, hanno scritto una lettera al segretario al Commercio Howard Lutnick per esprimere la loro preoccupazione. “Questa mossa rappresenta un passo falso strategico che mette a repentaglio il vantaggio economico e militare degli Usa nell’intelligenza artificiale”, si legge nella lettera visionata dal Financial Times.

(da agenzie)

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I FEDELISSIMI DI LUCA ZAIA, CHE PRETENDONO “CONTINUITÀ”, INSISTONO PER UNA CORSA SOLITARIA DEL “DOGE”: LUI NON PUO’ RICANDIDARSI MA POTREBBE PRESENTARE UNA LISTA A SUO NOME IN CONTRAPPOSIZIONE A LEGA, FRATELLI D’ITALIA E FORZA ITALIA

Luglio 28th, 2025 Riccardo Fucile

PER UN ACCORDO CON SALVINI E MELONI, NON BASTA CHE IL CANDIDATO ALLA SUCCESSIONE SIA UN LEGHISTA E SENZA IL SOSTEGNO DI ZAIA, LA LEGA USCIREBBE RIDIMENSIONATA

Una corsa solitaria della Lega in Veneto? Difficile ma non impossibile. Il precedente c’è. Lontano, certo, e calato in un’altra stagione politica. Ma chi ha una conoscenza del territorio che va al di là delle dispute contingenti rilancia una situazione che potrebbe clamorosamente ripetersi nei prossimi mesi.
Correva l’anno 2002 quando Luca Zaia, allora il più giovane presidente di Provincia d’Italia (eletto a meno di 30 anni), si ricandidò nella sua Treviso in solitaria con la Lega contro gli altri partiti del centrodestra (Forza Italia, Alleanza nazionale e Udc, il cui candidato non arrivò nemmeno al ballottaggio).
Quel precedente è ora lo spauracchio che viene agitato nei confronti sia del segretario della Lega Matteo Salvini che degli altri partner della coalizione, a partire da Giorgia Meloni.
Lo scenario e la posta in palio sono diversi (la Regione invece della Provincia di Treviso), ma identico è il principio che intendono far valere Zaia e i suoi sostenitori quando fanno capire, non solo a mezza bocca, che non sono disposti a sacrificare il patrimonio di un’esperienza di governo di 15 anni in Regione sull’altare degli equilibri partitici. E se il presidente uscente non si può ricandidare rimane sul tavolo la sua eredità e la «sua» squadra incarnata dalla «Lista Zaia».
Il Doge continua a ripeterlo: «Con la mia lista abbiamo saputo conquistare molti consensi al di fuori del recinto del centrodestra. Un sacco di elettori non si riconoscono nei partiti ma sostengono il nostro modello di governo». Ecco perché non basta che il candidato alla successione sia un leghista (in pole c’è il vicesegretario federale Alberto Stefani).
Senza il sostegno della «Lista Zaia» la Lega uscirebbe fortemente ridimensionata, come dimostrano i dati delle Politiche e delle Europee. Con il risultato di avere sì un presidente leghista ma soverchiato nei numeri (in Consiglio e, quindi, in giunta) dagli alleati e perciò stesso impossibilitato a garantire la continuità con l’esperienza precedente.
Meloni non ne vuol sapere e lo stesso Salvini ha detto più volte a Zaia, non in termini ultimativi perché il rapporto tra i due non lo consentirebbe, che non c’è spazio per una lista autonoma. Le posizioni sono cristallizzate, il braccio di ferro in corso e l’epilogo tutt’altro che scontato a favore dei leader nazionali. La Liga veneta, con il sostegno dei mondi di riferimento, non si rassegna a cedere il passo a chi, sul piano elettorale, ora ha il triplo dei voti.
«Noi abbiamo cultura di governo — sottolinea un fedelissimo del presidente — FdI non ha ancora una classe dirigente con esperienza». Tra Treviso e Padova c’è la convinzione che anche stavolta una corsa in solitaria, pur senza Zaia come candidato, sarebbe vincente.

(da “Corriere della Sera”)

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SE GIORGIA MELONI VUOLE CAMBIARE LA LEGGE ELETTORALE (PER PASSARE UN MODELLO COMPLETAMENTE PROPORZIONALE CON PREMIO DI MAGGIORANZA) DEVE FARE IN FRETTA: ALLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO, CON SEDE A STRASBURGO, PENDE UN RICORSO PROPRIO CONTRO IL ROSATELLUM

Luglio 28th, 2025 Riccardo Fucile

LA CORTE POTREBBE STABILIRE CHE UNA RIFORMA ELETTORALE NON PUO’ AVVENIRE NEGLI ULTIMI MESI PRIMA DEL VOTO MA ALMENO UN ANNO PRIMA. IN CASO CONTRARIO MATTARELLA POTREBBE NON FIRMARE LA LEGGE ELETTORALE VIOLAZIONI

Se Giorgia Meloni vuole cambiare la legge elettorale – e vuole farlo, in senso completamente proporzionale – deve fare in fretta, molto in fretta. Perché, come le hanno spiegato i suoi consiglieri a Palazzo Chigi e come le stanno riportando dal Parlamento, c’è un ostacolo non indifferente sul tragitto della riforma.
Dentro Fratelli d’Italia si guarda con timore al Quirinale. Sostengono di avere la certezza che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella mostrerebbe una certa contrarietà se lo si dovesse mettere nelle condizioni di firmare la nuova legge elettorale licenziata dalle Camere negli ultimi mesi di legislatura, che avrà il suo termine intorno alla metà del 2027.
Meloni vuole cancellare i collegi uninominali, per evitare che i partiti di opposizione si coalizzino contro la destra, puntando al proporzionale, con premio di maggioranza (in previsione del premierato) e indicazione del candidato premier. In realtà fu proprio l’attuale Capo dello Stato a dare il via libera al Rosatellum – legge oggi in vigore – a fine ottobre 2017, quando poi si andò al voto il 4 marzo del 2018.
Ma è nel frattempo intervenuta una circostanza che teoricamente questa volta renderebbe più complicata la firma e che rappresenta il vero motivo dei timori della destra al governo. Alla Cedu, la Corte europea dei diritti dell’uomo, con sede a Strasburgo, pende un ricorso proprio contro il Rosatellum. Ed è questo l’inciampo inatteso che potrebbe far saltare tutto.
Perché uno dei tre motivi del ricorso è il mancato rispetto del “principio di stabilità del diritto elettorale”, determinato dalle
modifiche legislative avvenute pochi mesi prima delle ultime elezioni politiche, nel settembre del 2022. La sentenza è attesa ragionevolmente entro l’autunno e potrebbe rispecchiare il parere che nel frattempo, lo scorso dicembre, è arrivato dalla Commissione Venezia, l’organismo consultivo del Consiglio d’Europa riconosciuto come la massima autorità internazionale in materia di diritto elettorale, composta da esperti indipendenti, in maggioranza giudici e professori universitari.
La Commissione a cui si era rivolta la Cedu ha stabilito che «qualsiasi riforma della legislazione elettorale da applicare durante le elezioni dovrebbe avvenire con sufficiente anticipo per consentire ai candidati e agli elettori di comprendere i cambiamenti». Anche perché, sostengono gli esperti, le frequenti riforme «minano la fiducia del pubblico nel sistema elettorale» e vengono percepite come «manipolazione per guadagni politici a breve termine».
Si tratta di affermazioni molto vicine alla realtà per stessa affermazione dei partiti di maggioranza. È successo in passato anche nel centrosinistra, e Meloni non nasconde la volontà di fare altrettanto: cambiare la legge per puro calcolo politico. Intende farlo per liberarsi dei collegi uninominali, che potrebbero indurre gli avversari a compattarsi.
Se arriverà la sentenza della Corte europea, il principio di evitare riforme elettorali nell’anno che precede il voto diverrà un principio di diritto valido in Italia, cosa che potrebbe convincere
Mattarella a non firmare la nuova legge.
Anche per questo attorno a Meloni si registra grande agitazione e voglia di accelerare. L’obiettivo è di evitare l’anomalia autunnale delle elezioni del 2022 e portare l’Italia al voto nella primavera del 2027. Dunque, al massimo ci sarebbe tempo fino all’estate del 2026. Sempre che la sentenza arrivi prima.
Al Pd farebbe gioco restare con il Rosatellum. Anche alla Lega converrebbe, ma Meloni ha spiegato a Matteo Salvini una cosa semplice: «Se non cambiamo la legge elettorale, perdiamo tutti».
Apportare determinate modifiche e farlo in un certo tempo diventa essenziale anche per gli altri due punti in discussione nel procedimento in sospeso alla Cedu, due presunte violazioni della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: l’assenza della possibilità, come avviene in Germania, per un semplice cittadino di fare ricorso diretto alla Corte Costituzionale contro la legge elettorale (oggi bisogna passare da un tribunale, e nel caso del Porcellum ci sono voluti quasi 9 anni per smontarlo alla Consulta) e i limiti sul voto disgiunto.
La legge attuale non prevede la differenziazione tra parte proporzionale e parte maggioritaria. Un voto vale per entrambe. Se la Cedu dovesse rilevare una violazione al diritto alla libertà di voto, il meccanismo dell’indicazione disgiunta sarebbe un aiuto in più per i partiti di opposizione: perché attraverso una strategia di desistenza sui collegi potrebbero marciare divisi per colpire uniti . Nel caso del ricorso di un qualsiasi cittadino, una sentenza della Corte favorevole ai ricorrenti italiani renderebbe più facile appellarsi contro la nuova legge Meloni, a maggior ragione se dovesse passare negli ultimi mesi di legislatura.
(da La Stampa)

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LE FINALI DI CALCIO IN CAMBIO DI PETROLIO E DI UNA STRETTA SUI MIGRANTI

Luglio 28th, 2025 Riccardo Fucile

COSI’ LA LIBIA GIOCA IN SEGRETO IL CAMPIONATO TRA MILANO E BRIANZA… DAL 25 LUGLIO AL 6 AGOSTO SEI SQUADRE DIVISE SU TRE CAMPI, TRA CUI L’ARENA DI MILANO

Se la Serie A punta sull’export del pallone rotondo andando a giocare la Supercoppa nei Paesi arabi, la Libia fa un investimento altrettanto oculato. Per il secondo anno consecutivo, le fasi finali della Libyan Premier League si stanno tenendo proprio in Italia. Nessuno però lo sa, e nessuno – così pare – lo deve sapere. Si gioca in un piccolo triangolo della Pianura Padana tra l’Arena civica di Milano, Sesto San Giovanni e Meda, in piena Brianza. Gli spalti sono vuoti, eccetto una minuscola delegazione di 20 tifosi per squadra e qualche
rappresentante ufficiale della lega calcio libica. Per entrare, come ha spiegato la Gazzetta, bisogna avere le conoscenze per essere inseriti in liste iper-esclusive altrimenti non c’è verso. Non proprio il palcoscenico migliore per mostrare all’intera Italia di che pasta sia fatto il calcio tripolitano.
I generali militari in tribuna e gli scontri istituzionali con Roma
Sei squadre in un girone unico, dal 25 luglio al 4 agosto. Ogni tre o quattro giorni, vanno in scena sui vari campi tre partite, tassativamente in contemporanea alle 19. Il velo di segretezza è durato poco, è bastata una colluttazione in campo che ha reso necessario l’intervento delle forze dell’ordine. Sulle poltroncine, nel silenzio degli spalti, chissà chi c’è seduto. È probabile, trattandosi di alti dirigenti calcistici o rappresentanti politici, che si tratti di comandanti di milizie. L’anno scorso, dopotutto, alla finalissima aveva presenziato il generale Saddam Haftar, che controlla la zona orientale del Paese tramite un governo non riconosciuto da Roma. Al leader della Cirenaica era però stato impedito l’ingresso in campo, probabilmente perché le autorità italiane non volevano farsi fotografare al suo fianco. La reazione di Haftar era stata immediata: aveva chiamato la sua squadra disertando la premiazione. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva dovuto consegnare medaglie e coppa a un magazziniere, che aveva dato il via ai festeggiamenti della squadra vincitrice nel parcheggio dello stadio.
Ma che senso ha sponsorizzare il calcio libico in stadi vuoti? La spiegazione è semplice: l’intento non è affatto quello di mostrare al mondo i grandi talenti del pallone nordafricano. La qualità, anzi, è distante anni luce da quella Premier League di cui il primo campionato libico imita il nome, aggiungendovi davanti l’aggettivo nazionale.
Dietro a tutto c’è un semplice accordo politico, siglato dal ministro dello Sport Andrea Abodi nel 2024 in presenza della premier Giorgia Meloni. Fa tutto parte del cosiddetto Piano Mattei e di un accordo bilaterale con Tripoli: le finali del pallone in Italia in cambio di una più rigida regolamentazione sull’immigrazione clandestina. Sponsor ufficiale? Ovviamente Tamoil, l’azienda statale libica che copre il 21,5% dell’import di greggio verso il nostro Paese. La lezione di de Coubertin – l’importante è partecipare – l’abbiamo imparata alla perfezione.
(da agenzie)

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LA RITIRATA FRANCESE E I PADRONI IN AFRICA

Luglio 28th, 2025 Riccardo Fucile

DAL SENEGAL AL MALI, LA FRANCIA RIMUOVE GLI ESERCITI E TERMINA I SUOI DUE SECOLI DI INFLUENZA…VIA LIBERA AI NUOVI PADRONI: CINA, RUSSIA E LA JIHAD

A forza di non morire c’è sempre qualcosa da raccontare. Per esempio la ritirata, la fuga dei francesi dall’Africa. Dopo due secoli di soperchierie, saccheggi e massacri fisici e culturali era ora che la FranceAfrique sparisse come merita, senza patetica cerchia di piangenti e senza nessuna benedizione. Ricordate De Gaulle: la Francia senza l’Africa è un paesuccio, una potenza di terzo ordine? Bene. Adesso è certificato, la profezia è, finalmente una realtà! Il Generale aveva inventato una geniale, finta decolonizzazione, finte indipendenze accovacciate sotto il consueto tran tran: Parigi comanda gli altri obbediscono. Finito. Defunto. Anche i trinceristi patetici ma tignosi (e pericolosi) dei rimasugli di Grandeur dovranno rassegnarsi.
Le colonie di quella che un tempo era l’Africa equatoriale francese, con il ritiro dal Senegal del contingente militare che presidiava le eventuali mattane dei sudditi, sono uscite dalla Storia. Restano alcuni dettagli di questa indelicata “fraternité’’ in via anch’essi di liquidazione: il francese sostituito con le lingue locali e, ultimo e definitivo, la abolizione del franco Cfa con cui Parigi ha messo un nodo scorsoio attorno all’economia di questi eterni poveri. Ci vorrà tempo ma accadrà.
Restano due francobolli: il Gabon e Gibuti, giusto per mandare la Legione a perfezionare l’abbronzatura. In Africa, in Algeria, i francesi di Luigi Filippo erano arrivati nel 1830 facendosi largo a furia di massacri, l’anticipazione di un metodo. È una fine
senza gloria, miserabile come la Storia che qui è stata scritta e riscritta a gusto e comodo dei padroni, un mondo di violenza che ha ritmato instancabilmente la distruzione di tutto ciò che esisteva prima. Non ci sono date da stampare sulle bandiere o le lapidi, o i macroniani filari di parole da pronunciare, perché non c’è nulla da dire su una sconfitta così totale.
Nessuna potenza coloniale, neppure il Portogallo che pure era anch’esso un Paese del Terzo mondo, ha sottosviluppato l’Africa con la astuta metodicità, la ferocia predatoria, l’arroganza razzista della Francia. Il tutto ben nascosto sotto l’ipocrisia più sfacciata. Gli ultimi a seppellire le rodate bugie dei presidenti di destra e di sinistra, Mitterrand, Chirac, Sarkozy, Hollande, Macron, sono stati i senegalesi. Il Senegal, il fedelissimo Senegal! dove è stato creato “l’evolué’’ da manuale, il suddito obbediente, integrato, più francese dei francesi replicato mille volge, Senghor, il presidente poeta. Ormai quei sudditi non esistono più, le nuove generazioni hanno compreso a caro prezzo che bisogna cacciar via i “monsieur afrique’’e i loro soci in affari, i collaborazionisti travestiti da presidenti “democratici’’ con cui si faceva a metà del bottino. Arriveranno altri ladroni, certo, i russi, i cinesi, ma ora lo sanno, hanno scoperto il gioco, saranno loro a dettar le regole. E questo vale anche per le seduzioni dei vari Piani Mattei, delle interessate carità firmate Unione europea.
Quello che resta di questa “fraternité’’ francese è un giudizio senza appello: Paesi afflitti dalla carestia e dalla guerra, l’eredità voluta di faide tribali ed etniche, moltitudini di migranti disperati, jihadismi, da Al Qaida all’Isis, che punteggiano le carte del Sahel di califfati, i soldati russi nei fortini della Legione, e i cinesi che esercitano, per ora, il loro imperialismo degli affari e delle materie prime. L’eredità francese è anche una avversione radicata e profonda verso i bianchi che coinvolge tutto l’occidente, considerato corresponsabile dello sfruttamento e del predominio di classi dirigenti corrotte e feroci.
Ad approfittare di questa colossale bancarotta storica e politica sono i jihadisti che applicano ora nuove ambiziose tattiche come isolare e assediare le città. Nel Mali i miliziani del “Gruppo di sostegno all’Islam e ai mussulmani”, la branca saheliana di Al Qaeda, sta svuotando metodicamente decine e decine di villaggi. Accusati di aver collaborato con l’esercito tutti gli abitanti, uomini donne bambini, devono andarsene. I nomi non ci dicono niente: Kassa Berda, Kassa Saou, Darou, Beledaga Dagodji… Non esistono più: vuoti, abbandonati, l’aria ronza, la sabbia si arroventa, in una luce e in un silenzio che grida. Dagodji era un bel villaggio, grazie ai soldi degli emigrati c’era una scuola, un serbatoio dell’acqua: è scomparso. A Talataye al mercato del sabato venivano allevatori e commercianti da tutto il Sahel. I combattenti dello Stato islamico del grande Sahara «hanno
bruciato tutto per costringere gli abitanti a partire. Anche gli uccelli», dicono, sono scappati da Talataye…
I fuggiaschi sono almeno 700 mila, tutta l’architettura territoriale del Mali sparisce. I gruppi jihadisti impongono le loro leggi: sharia, tassazione, emiri. Un amico fuggito da Dagodji mi annuncia: ho tenuto le chiavi di casa mia. Un giorno tornerò per ricostruire… Nel 1948 i palestinesi si affidavano alla stessa speranza…
Ogni villaggio che diventa un fantasma senza uomini è un frammento di memoria che scompare, tradizioni, racconti, riti funebri, le feste del raccolto e della semina… Ecco che cosa hanno lasciato due secoli di fraternità francese.
Domenico Quirico
lastampa.it)

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EDUCARE E’ LIBERARE, MA LA POLITICA LO IGNORA

Luglio 28th, 2025 Riccardo Fucile

FOLLE LA SCUOLA CHE INSEGUE IL SISTEMA PRODUTTIVO

Quale dovrebbe essere il compito fondamentale di uno Stato? La risposta che ci proviene dalle voci che stanno all’origine della nostra civiltà è una sola: nutrire, allevare ed educare i giovani. Nutrire e allevare il loro corpo, formare ed educare la loro anima. Nella loro indissolubile unità. Di che cosa infatti dovrebbe avere massima cura una città, una polis retta secondo ragione, se non della propria forza e della propria durata? E che cosa le garantisce se non nuove generazioni attrezzate in tutti i sensi ad affrontare anche l’imprevedibile? È un’idea gerontocratica dell’educazione quella che la riduce essenzialmente a trasmissione di saperi. Educare, come dice la stessa parola, significa trarre fuori dal giovane la potenza che già è in lui, aprire la sua mente, i suoi occhi, e non informarlo di ciò
che padri e nonni hanno compreso e vissuto. Educare significa liberare.
Il peccato mortale della nostra politica consiste nell’ignorare tutto ciò. Il suo fallimento è palese, ma ci si ostina a nasconderlo. I dati lo denunciano impietosamente. La sfiducia nelle capacità formative del nostro sistema cresce con disarmante regolarità. I laureati nella fascia d’età 25/34 anni sono il 30% (ma al Sud solo il 20%), il 10% in meno rispetto alla media europea. Di questi laureati quelli che prendono la via dell’emigrazione crescono ogni anno dall’inizio del nuovo millennio, passando da qualche centinaio a parecchie migliaia. Chi trova lavoro in patria lo ottiene, nella stragrande maggioranza dei casi, irregolare e sottopagato. E per ogni capitolo di questo dramma il Sud vede peggiorare la propria situazione rispetto al Centro-Nord. Sono dati a disposizione di tutti, non opinioni. La formazione delle nuove generazioni non rappresenta la priorità della nostra politica. E una politica che nella sua agenda non esprime questa priorità cessa di avere un qualsiasi futuro.
Non si tratta soltanto di investimenti, di difendere almeno il potere d’acquisto degli stipendi di personale e insegnanti, di armare il cervello dei giovani piuttosto che riarmare eserciti per far guerre per interposta persona. Né la crisi della scuola italiana può essere semplicemente trattata come un capitolo del progressivo esaurirsi delle politiche di Welfare, del venire meno
della volontà stessa da parte dello Stato di garantire a tutti i servizi essenziali. Nella sua politica per la scuola una classe dirigente ha sempre espresso, cosciente o no, nel modo più chiaro il proprio livello culturale e la propria strategia complessiva. L’assetto della scuola è lo specchio più veritiero della sua qualità. Quale idea di società emerge dagli attuali ordinamenti? Una confusa contrapposizione al modello classista gentiliano ha condotto a inseguire quello di una scuola “al servizio” del sistema economico-produttivo. Una scuola che tradisce il suo stesso etimo per diventare nec-otium, negozio, una sorta di pre-lavoro. Modello non solo culturalmente odioso, ma semplicemente idiota, poiché esso prefigura una scuola che si troverà sempre in costante ritardo rispetto alle trasformazioni organizzative e tecnologiche. Se la scuola deve essere nec-otium la si chiuda e si promuovano soltanto forme di learn-by-doing gestite da imprese e società, al loro interno. La rivoluzione tecnologica (e delle stesse forme di vita) in cui viviamo richiede persone capaci di capire, apprendere rapidamente, educate a un pensiero critico, pronte nel cogliere i segni del salto, della discontinuità nei processi economici e sociali. Altro che adattarsi allo stato presente e integrarsi in esso.
Tutto si tiene. Una scuola, a tutti i gradi, che persegue l’obbiettivo di addomesticare il giovane al mercato, ossessionata dalla peregrina idea dello “sbocco occupazionale”, sarà
necessariamente il trionfo dell’ordinamento burocratico, del controllismo formale. L’oppressione burocratica schiaccia l’autonomia didattica, omologa al basso, rende vacua chiacchiera ogni selezione meritocratica. L’insegnante ha sempre meno tempo per leggere, studiare, continuare a formarsi; produzione di riunioni per mezzo di riunioni, redazione di piani e progetti, rendiconti continui non sulle proprie conoscenze, ma sull’osservanza di procedure e metodi soffocano il suo spirito di iniziativa. Come ha bene spiegato Ivano Dionigi nel suo libro “Magister” ormai la scuola non la fanno i maestri, ma i ministri.
È il sistema dell’universale sorveglianza. Tutto si svolge sotto il timore della punizione. Non hai seguito la regola, non hai riempito con diligenza i moduli prescritti, la controversia legale, magari fino al Tar, sta in agguato. Per essere tranquilli, obbedisci ai comandamenti ministeriali, per quanto stupidi possano essere e anche se ciò ostacola fino a impedirla la tua volontà di crescita intellettuale, di cambiare, di innovare dove le cose non ti sembra funzionino. Bada anzitutto al “successo formativo”, che si misura sulla percentuale degli studenti che finiscono il corso negli anni previsti. “Successo formativo” significa perciò non avere “bocciati”, non avere “fuori corso”. Il “sindacato Famiglia” vigila che così sia. La meritocrazia può attendere, anche perché quale meritocrazia potrebbe esserci in un regime che non ha alcuna politica per un reale diritto allo studio
L’astratto metodologismo imperante determina anche i piani di studio. La competenza disciplinare lascia il posto a indigeribili melting pot specie nelle materie cosidette umanistiche, infarinature di impressioni generiche su letteratura, arte, storia, invece di letture dirette, poche ma solide, conoscenze specifiche, limitate ma reali, fondate. Il “politicamente corretto” completerà l’opera di metamorfosi della conoscenza disciplinare in chiacchiera universalistica.
Così non si educa il giovane e così lo Stato abdica alla sua funzione politica essenziale. Docenti e studenti debbono allearsi nel combattere questa intollerabile situazione. Solo da questa lotta può nascere anche una nuova èlite politica, una nuova classe dirigente del Paese.
Massimo Cacciari
(da lastampa.it)

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DIECI MILIARDI DI EURO IN MENO DI PIL VENGONO CONSIDERATI UNA VITTORIA: IL CONTRACCOLPO PER L’ITALIA DAI DAZI AL 15% VALE MEZZO PUNTO DI PRODOTTO INTERNO LORDO

Luglio 28th, 2025 Riccardo Fucile

L’EXPORT TRICOLORE SI RIDURRÀ DI ALMENO 22,6 MILIARDI, E PERDERÀ PIÙ DI UN TERZO DELLE VENDITE NEL MERCATO STATUNITENSE, IL SECONDO PIÙ GRANDE PER LE NOSTRE IMPRESE DOPO QUELLO TEDESCO … MACCHINE, MODA, FARMACI, ALIMENTARE: I SETTORI PIÙ COLPITI

Rimetterci «solo» 10 miliardi di euro per evitare di perderne molti di più: questi i calcoli del governo dietro il negoziato tra Unione europea e Stati Uniti sui dazi del 15%. Per l’Italia il balzello si tradurrà in un contraccolpo stimato in circa mezzo punto di Prodotto interno lordo: a tanto corrispondono 10 miliardi di euro.
Secondo il Centro studi Confindustria, l’export tricolore negli Usa si ridurrà di 22,6 miliardi, perdendo oltre un terzo del valore delle vendite nel mercato statunitense, con una compensazione di circa 10 miliardi attraverso maggiori vendite nel resto del mondo.
Da soli i sei settori principali dell’industria del nostro Paese rappresentano il 90% dell’export nazionale oltreoceano, rendendo cruciale ogni punto percentuale delle aliquote negoziate. Macchinari e farmaci sono i comparti più colpiti dalle restrizioni. L’acciaio resta una partita aperta.
Il settore di macchine e apparecchi meccanici, da solo, vale secondo Unimpresa oltre 18 miliardi di euro di esportazione
negli Stati Uniti, il 27% del totale dell’export italiano verso quel mercato. Con dazi del 15% subirà sovra-costi per circa 2,7 miliardi.
«Le aziende della meccanica, per oltre il 90%, sono imprese medie e piccole, e non hanno i margini per assorbire quel 15% – dice il presidente di Federmeccanica Simone Bettini –. C’è una chiara mancanza di consapevolezza del peso della questione». Un problema simile vive tutto il made in Italy, come sottolinea il presidente della Cna Dario Costantini: «Si scrive 15 ma si legge 30% – commenta –, è una tassa ingiusta e sproporzionata che penalizza l’Italia ma avrà riflessi negativi anche sull’economia Usa».
Moda, abbigliamento e pelletteria contribuiscono con 11 miliardi, una quota che rappresenta il 17% dell’export italiano negli Usa, e risulterà colpito da dazi per circa 1,65 miliardi. Gli articoli di lusso (occhiali, gioielli e arredamento), con un valore aggregato di circa 6 miliardi – il 9% delle esportazioni totali verso gli Stati Uniti –, saranno soggetti a tariffe per circa 900 milioni di euro.
A differenza di quanto trapelato in un primo momento, in cui la farmaceutica sembrava oggetto di una negoziazione separata insieme all’acciaio, secondo quanto dichiarato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen subito dopo l’incontro con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, «Per quanto riguarda l’Unione Europea, è stato concordato il 15%».
Secondo Unimpresa il comparto chimico e farmaceutico vale 13 miliardi nelle esportazioni, pari al 20% del totale. Con un’aliquota al 15% sarà soggetto a rincari per circa 1,95 miliardi. Stando alle stime del Csc gli articoli farmaceutici avranno un danno da 3,4 miliardi di euro.
Di «insoddisfazione» parla Legacoop, commentando i rincari su
agroalimentare e bevande, che valgono 8 miliardi e hanno una quota di esportazione verso gli Usa pari al 12% del totale. Saranno colpiti per 1,2 miliardi
«Un’aliquota al 15% penalizza molto alcune filiere come quelle del vino, che avevano dazi significativamente inferiori, e meno altre che avevano già questi valori», sottolinea Luigi Scordamaglia, amministratore delegato di Filiera Italia.
Tira un sospiro di sollievo il settore dei trasporti, inteso come auto, motori, navi e componentistica. Per l’Italia vale 7 miliardi di euro di export se si considera il dato aggregato fornito da Unimpresa. All’interno, la sola voce di vetture e componenti vale circa 5 miliardi di euro, a cui si sono applicate finora tariffe del 27,5%. Uno «sconto» per l’automotive con dazi al 15% comporta sovra-costi importanti, ma pari a 750 milioni anziché 1,2 miliardi. Nel complesso, il settore subirà danni per 1,05 miliardi di euro.Un nodo tutto europeo resta quello dell’acciaio. Attualmente i dazi americani sul prodotto europeo sono del 50%, e l’Ue sta negoziando per ottenere delle quote di esportazione con dazi al 15%, e tariffe del 50% per le eccedenze. Tutto ciò che oltrepassa le soglie, dunque, verrà tassato al 50%.
Al quadro si aggiungono le variabili geoeconomiche.
Confindustria considera una svalutazione del 13,5% del dollaro sull’euro da inizio 2025 e un’incertezza ai massimi storici (+300% rispetto a fine 2024). Se non altro, adesso c’è un punto fermo per molte imprese: dazi al 15%.

(da agenzie)

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LA CAPITOLAZIONE DELL’UNIONE EUROPEA DI FRONTE ALL’ARROGANZA DI TRUMP CONFERMA L’IRRILEVANZA DEL VECCHIO CONTINENTE: INVECE DI CONTROBATTERE COLPO SU COLPO, DA VERA POTENZA, L’UE È RIMASTA OSTAGGIO DEI VETI INCROCIATI DEI SINGOLI STATI, E SI È APPECORONATA AL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO

Luglio 28th, 2025 Riccardo Fucile

L’UNICO PAESE CHE HA LOTTATO CON GLI USA È STATA LA CINA… I GOVERNI EUROPEI NON RIESCONO MAI A INCIDERE IN NULLA PERCHE’ SONO DIVISI, ARRENDEVOLI, TIMOROSI DI NON DISTURBARE I RISPETTIVI ELETTORI, ANCHE SE IN GIOCO CI SONO DEMOCRAZIA E LIBERTÀ

L’ Unione europea paga un prezzo pesante in cambio della «stabilità» nei rapporti con gli Stati Uniti. I termini dell’accordo raggiunto ieri da Donald Trump e Ursula von der Leyen rappresentano davvero una «doccia scozzese» per le imprese europee e, di conseguenza, per la loro forza lavoro. In realtà, nel fondo, questa è un’intesa politica: l’Ue non ha voluto andare allo scontro frontale con gli Usa.
Nell’era pre trumpiana, il dazio medio imposto dalle dogane americane sulle merci europee si aggirava intorno al 4,8%; ora viene fissato al 15%. Tre volte tanto, senza una reale giustificazione economica, perché non è vero che, come sostiene Trump, negli anni scorsi l’Europa abbia depredato gli Usa.
Bruxelles e le capitali europee si erano illuse che l’offensiva del presidente americano sarebbe naufragata nella tempesta finanziaria di Wall Street e delle altre Borse del mondo. Oppure si sarebbe dovuta fermare per ascoltare l’allarme proveniente dalla grande distribuzione americana: il peso dei dazi sarebbe stato scaricato sui prezzi, rilanciando l’inflazione e deprimendo i consumi, cioè il volano chiave dell’economia statunitense.
A torto o a ragione, (si vedrà con le statistiche nei prossimi mesi) Trump è andato avanti, fino a mettere l’Unione europea davanti a una scelta difficile: accettare il muro contro muro o provare a contenere il danno.
La Commissione ha scelto la seconda strada e da quel momento
è cominciato un lungo, affannoso inseguimento alla lepre americana. Nella trattativa è confluito di tutto. La lista delle richieste di Washington si è via via allungata. La presidente della Commissione si è trovata in una posizione negoziale sempre più svantaggiosa.
A un certo punto ha tracciato una linea per provare a fermare l’emorragia delle concessioni e ieri ha messo sul piatto contropartite inimmaginabili solo qualche mese fa: zero dazi per l’import Usa; impegno ad acquistare gas liquido per 750 miliardi di dollari e, parole di Trump, un «enorme quantitativo di armi»; investimenti diretti negli Stati Uniti per 600 miliardi di dollari.
Ursula, perché lo hai fatto? Probabilmente per evitare di precipitare, da qui a qualche giorno, nel marasma politico. Il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz, si mostravano sempre più insoddisfatti: la strategia conciliante non stava funzionando. Il primo agosto Trump avrebbe portato i dazi al 30% e, il 7 agosto, la Commissione avrebbe risposto con le contromisure da oltre 90 miliardi di dollari. Uno scenario devastante per l’economia europea, accompagnato, con tutta probabilità, da un’altra tempesta finanziaria.
Von der Leyen si è trovata a scegliere tra una sconfitta certa, ma, forse, gestibile e il rischio di una disfatta dalle conseguenze potenzialmente devastanti. Ha preferito, per così dire, patteggiare la pena con Trump, piuttosto che imbarcarsi in una sfida inedita e oggettivamente rischiosa.
L’errore, ripetiamo, è stato commesso quattro mesi fa, non rispondendo a tono all’offensiva trumpiana, come hanno fatto la Cina o il Canada per esempio. E smentendo, dati alla mano sulla crescita del prodotto interno lordo degli ultimi trent’anni, la favola di un’America rovinata dagli europei. Ma farlo ieri
sarebbe stato troppo tardi.
Adesso, però, gli europei dovranno gestire gli effetti concreti di questa bastonata.
L’unico comparto che forse può sentirsi sollevato è quello dell’auto.
Le tariffe su acciaio e alluminio restano al 50%: ciò significa che continuerà il processo di riorientamento delle esportazioni, già cominciato anche in Italia, verso altri mercati. Sarà applicato un prelievo del 15% anche sui semiconduttori, cioè alle componenti elettroniche usate in un largo spettro di applicazioni industriali. Non è ancora chiaro, invece, se e come verrà affrontata un’altra questione spinosa: le regole europee sulle piattaforme digitali che non piacciono alle società americane, da Google a Meta.
Ieri la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso «soddisfazione» per il fatto che comunque Ue e Usa abbiano trovato un’intesa. Ma ha osservato che bisognerà conoscere i dettagli, prima di dare un giudizio sull’impatto per l’Italia. La botta, comunque, c’è anche per il nostro Paese. Adesso i ministri, le categorie produttive e i diplomatici proveranno a contenere le perdite. Un caso è quello dell’agroalimentare: l’idea è stringere patti con gli importatori Usa in modo da dividersi il fardello del dazio per non rovesciarlo tutto sui prezzi, allontanando i consumatori.
Sul piano europeo, la promessa di comprare molte più armi dagli Usa appare in contraddizione con il progetto di rafforzare l’industria militare del Vecchio Continente, un passaggio chiave per arrivare alla costruzione di una difesa comune europea, più autonoma rispetto agli Stati Uniti.

(da agenzie)

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IL PARADOSSO DEI DAZI: GIORGIA MELONI, CHE NON HA VOTATO URSULA VON DER LEYEN, È A FAVORE DELL’ACCORDO TRA USA E UE; ELLY SCHLEIN, CHE SOSTIENE LA COMMISSIONE UE, È CONTRARIA

Luglio 28th, 2025 Riccardo Fucile

LA SEGRETARIA DEL PD PARLA DI “FALLIMENTARE ACCONDISCENDENZA” DELL’EUROPA VERSO GLI STATI UNITI E L’OPPOSIZIONE TUONA CONTRO LA “RESA” A TRUMP… PER UNA VOLTA IL M5S E CALENDA LA PENSANO ALLO STESSO MODO: “È UNA CAPITOLAZIONE PER L’UE E UN’UMILIAZIONE PERSONALE PER VON DER LEYEN E MELONI”

Disfatta, resa, umiliazione. L’intesa sui dazi tra Europa e Stati Uniti scatena la protesta delle opposizioni.
Ancora prima della notizia dell’accordo la segretaria del Pd Elly Schlein, da Paestum, già parlava senza mezzi termini di «fallimentare accondiscendenza» nei confronti dell’amministrazione americana.
Dopo l’annuncio di Trump il primo a commentare è il leader di Azione Carlo Calenda:
«Non è un accordo ma una capitolazione dell’Europa. Tariffe a zero contro 15% e acquisti di energia per 750 miliardi e armi a piacere, più 600 miliardi di investimenti europei in Usa. Stasera mi vergogno di essere europeo».
L’ex ministro dello Sviluppo economico è durissimo con von der Leyen: «Ha fatto la figura della scolaretta e dovrebbe essere mandata via seduta stante».
Un attacco diretto alla presidente della Commissione europea arriva anche dai 5 stelle, che per una volta sono sulla stessa linea di Calenda: «È una capitolazione per l’Ue e un’umiliazione personale per Ursula con der Leyen e Giorgia Meloni», dice il capodelegazione pentastellato al Parlamento europeo, Pasquale
Tridico.
Il leader del Movimento 5 stelle dichiara Trump vincitore e due sconfitti: l’Unione europea e Giorgia Meloni. «La nostra patriota della domenica si conferma non all’altezza, tanto quanto Ursula von der Leyen, la realtà è un pugno allo stomaco.
L’Italia – afferma Conte – è governata da una classe politica senza spina dorsale che si sciacqua la bocca con la parola patriottismo, salvo poi chinare la testa davanti al potente di turno».
Dal responsabile economia del Partito democratico Antonio Misiani arriva un’analisi molto severa: «La resa senza condizioni dell’Europa è frutto delle divisioni tra gli Stati dell’Europa con il governo Meloni in prima fila a spingere per la linea morbida. Con Trump, una strategia suicida. Per l’Italia questi dazi sono insostenibili». Misiani chiede con forza un piano «serio e credibile» per sostenere le imprese e i lavoratori.
«Per la premier Meloni è positivo, per me invece è profondamente negativo», sottolinea l’europarlamentare e presidente del Pd Stefano Bonaccini, che spiega: «Meloni, che contava sull’amicizia di Trump per non avere dazi e parla di accordo positivo, surreale».
/da agenzie)

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