Luglio 30th, 2025 Riccardo Fucile
PER POI AGGIUNGERE: “NON SO A CHE COSA CI SI RIFERISCA QUANDO SI PARLA DI INVESTIMENTI, ACQUISTO DI GAS”. TUTTO A SUA INSAPUTA…LA BATOSTA PER L’EXPORT RISCHIA DI ACCELERARE IL DECLINO. ORA BISOGNA CORRERE AI RIPARI, MA LA CASSA È VUOTA. E LA PROSSIMA MANOVRA FINANZIARIA FA PAURA
Giorgia Meloni, la “pontiera” tra le due sponde dell’Atlantico, è uscita a pezzi dall’accordo sui dazi al 15 per cento siglato tra Ue e Usa. Il grande bluff del ruolo decisivo è stato svelato: i decantati rapporti speciali tra la premier italiana e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non hanno sortito alcun effetto.
La narrazione meloniana, quella ciclostilata con la copertina del ‘’Time’’, è evaporata davanti alla prova decisiva. Una pontiera senza ponte.
Certo, la soddisfazione del governo era l’unica reazione possibile. A palazzo Chigi il copione era stato preparato a puntino da qualche giorno nelle conversazioni informali: all’annuncio dell’intesa bisognava diffondere una nota congiunta della presidente del Consiglio e dei suoi vice, Matteo Salvini e Antonio Tajani, in cui «accogliere positivamente la notizia».
Meno semplice è stata la gestione dell’inevitabile imbarazzo. Alla richiesta di un commento più puntuale, la premier si è
comportata come se fosse una passante: «Attendo i dettagli» sulle «possibili esenzioni, particolarmente su alcuni prodotti agricoli». Ha traccheggiato, comprendendo la difficoltà a mandare giù un compromesso al ribasso. Meloni ha poi aggiunto: «Non so a che cosa ci si riferisca quando si parla di investimenti, acquisto di gas».
Messa così, sarebbe stata all’oscuro delle informazioni essenziali, senza nemmeno conoscere il mandato conferito alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Tutto a sua insaputa. Non proprio l’immagine di una leadership sfavillante, come ripetuto a social unificati dai dirigenti del suo partito.
Il tema dei dazi è stato sempre un problema per Meloni. Fin dall’insediamento di Trump, la premier ha pattinato sulla prudenza, invitando al pragmatismo e alla cautela. Non si è mai spinta a parlare dei dazi come «un’opportunità», a differenza di quanto ha sostenuto Salvini, ma ha fatto professione di ottimismo su un possibile accordo favorevole. Così non è stato.
Ora bisogna correre ai ripari. La Cgil ha subito chiesto la convocazione a palazzo Chigi delle parti sociali per «valutare i provvedimenti necessari per tutelare lavoratrici e lavoratori e salvaguardare il tessuto produttivo», ha detto il segretario confederale Christian Ferrari. L’accordo rappresenta un sicuro contraccolpo per l’economia italiana.
Ne sono consapevoli tutti i settori produttivi del paese, Confindustria in testa, già messi a dura prova dal calo continuo
della produzione industriale: la batosta per l’export rischia di accelerare il declino.
Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva fissato al 10 per cento la soglia «ragionevole». Aggiungendo: «Non si può andare molto lontano perché altrimenti diventa insostenibile». Chissà se il 15 per cento rientra nella categoria del «non molto lontano».
Nell’attesa di comprendere le contromisure, sia a livello europeo che nazionale, nel governo si guarda con una certa apprensione alla prossima manovra, che sarà la penultima della legislatura: quella decisiva per definire la strategia economica del governo. Ammesso che esista.
Intanto, le grandi promesse elettorali come flat tax e la cancellazione della riforma Fornero sulle pensioni resteranno ancora dei “buoni propositi”.
Del resto, come raccontato da Domani, già nel decreto Economia in esame al Senato il governo ha dovuto cercare risorse in ogni angolo del bilancio, togliendo 48 milioni al fondo anti-povertà per istituire il “bonus mamme” e finanziare il rinnovo dell’Ape sociale (il pensionamento anticipato di alcune categorie di lavoratori).
Insomma, nemmeno il tempo di brindare all’aumento delle entrate, superiore a 13 miliardi di euro, che sul Mef si addensano nuove nubi. Al momento negli uffici di via XX Settembre viene escluso che queste risorse possano essere usate per finanziare interventi: Giorgetti vuole abbattere il deficit e rispettare i patti
con l’Europa
Ma l’introduzione dei dazi al 15 per cento può modificare l’impostazione della legge di Bilancio. Più che i tagli alle tasse, che erano stati indicati come una delle priorità, sarà lo stimolo alle imprese al centro del provvedimento. «Bisogna valutare l’impatto reale dell’accordo», è il discorso che dal Mef è stato trasmesso a palazzo Chigi. La pausa estiva viene vista come toccasana per provare a reperire le risorse necessarie.
Le opposizioni hanno chiesto una presa di posizione. «Il governo chiarisca subito quali misure intende mettere in campo per attutire i danni e rilanciare la domanda interna», ha detto la segretaria del Pd, Elly Schlein. Anche nella maggioranza c’è chi affronta il discorso. Tajani ha ribadito che il compromesso al 15 per cento è «sostenibile». Ma il responsabile economico del suo partito, il deputato Maurizio Casasco, ha spiegato che «le imprese vanno sostenute con misure immediate».
Nei mesi scorsi Meloni aveva ipotizzato l’uso di 25 milioni di euro, da prelevare dai fondi Pnrr, per dare un supporto ai settori più colpiti dall’aumento di dazi. Ora che l’incremento è diventato realtà, serve trasformare le parole in fatti. Perché per tenere in piedi il tessuto produttivo, non è sufficiente definirsi pontieri con Trump.
(da Domani)
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Luglio 30th, 2025 Riccardo Fucile
PECCATO CHE LO SCONTRINO LO SMENTISCA: IL CORNETTO ERA VUOTO… UNA BELLA PUBBLICITA’ PER I TURISTI STRANIERI QUESTE FURBIZIE “DA ITALIANI”
Taglia la brioche in due e fa pagare 10 centesimi in più: «Devo usare due piattini e farcire
ugualmente le due metà». Ma il
È successo a Oderzo, in provincia di Treviso. La difesa del titolare dopo la campagna social contro di lui: «È per garantire standard più elevati»
È una brioche tagliata a metà l’ultima sorpresa regalata dagli scontrini dei bar italiani: un sovrapprezzo di 10 centesimi che una cliente della Audrey Patisserie di Oderzo (Treviso), in piazza Grande, ha dovuto pagare solo per essersi fatta dividere in due un cornetto artigianale vuoto.
La donna, che si era recata al bar insieme alla madre, si sarebbe accorta del prezzo gonfiato solo una volta arrivata a casa. Così ha deciso di denunciare il fatto sui social media, postando una foto dello scontrino: «Non è tanto il costo, ma il concetto. È la prima volta che mi capita».
Da una semplice foto sul web, il caso è esploso diventando virale e scatenando un’ondata di indignazione contro il bar pasticceria e del titolare Massimiliano Viotto. «Siamo stati sommersi da recensioni negative da una stella di persone che non hanno mai frequentato il nostro locale», ha raccontato al Corriere del
Veneto. Improvvisamente, la media su Google è precipitata da 4,5 stelle su 5 a 3,5. E lo stesso Viotto è stato bersagliato da insulti: «Verme», «parassita», «facciamoli chiudere», «dovrebbero fallire all’istante». Gli assidui frequentatori non sono però preoccupati: «Una polemica che fa sorridere. Conosco la qualità del posto e continuerò a venire».
Ma come spiegare il sovrapprezzo? Innanzitutto, come specifica il titolare, non si tratta di un costo nascosto: «È indicato alla cassa, come previsto dalla normativa». Inoltre, il sovrapprezzo è presto spiegato: «L’abbiamo introdotto a metà luglio per garantire uno standard di qualità elevato. Non è una truffa, ma
una scelta consapevole che difendiamo con orgoglio e consapevolezza». Non solo. «Il taglio richiede l‘uso di piattini e tovaglioli in più, ma anche la necessità di farcire ugualmente entrambi i lati». Poi assicura che sarà segnalato nel nuovo menù: «È ancora in stampa».
(da agenzie)
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Luglio 30th, 2025 Riccardo Fucile
IL BLITZ SOVRANISTA È AVVENUTO IN COMMISSIONE BILANCIO DEL SENATO, CHE STA ESAMINANDO IL DECRETO – LA PROTESTA DELLE OPPOSIZIONI: “COSI’ SI AUMENTA LA PRECARIETÀ DEL LAVORO”
La maggioranza riscrive le norme sui contratti a termine dei lavoratori interinali. Lo fa con un emendamento dei relatori al decreto Economia che in queste ore è all’esame della commissione Bilancio del Senato.
Ecco il blitz firmato da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia: l’agenzia interinale può “prestare” il lavoratore assunto a tempo indeterminato a un’azienda per un periodo fino a 48 mesi.
Il limite è attuale è di 24 mesi. Il 30 giugno, infatti, è terminato i
regime transitorio che permetteva di impiegare il lavoratore anche oltre i due anni con contratto a tempo determinato.
La proposta di modifica interviene su uno dei decreti attuativi del Jobs Act (n.81 del 2015), la riforma del mercato del lavoro del governo Renzi.
L’emendamento, infatti, recita così: “Qualora l’utilizzatore impieghi, nell’ambito di somministrazioni di lavoro a tempo determinato, il lavoratore assunto a tempo indeterminato dal somministratore senza che l’utilizzatore abbia intrattenuto con il medesimo lavoratore precedenti rapporti di lavoro a tempo determinato anche nell’ambito di somministrazioni di lavoro a tempo determinato con il lavoratore assunto a tempo determinato dal somministratore, il periodo complessivo può essere elevato a 48 mesi”.
Pd e 5 stelle protestano contro il governo. Durante l’esame del decreto in commissione, le opposizioni hanno chiesto all’esecutivo di ritirare l’emendamento. “Di fatto è una piccola riforma del lavoro in somministrazione peraltro retrodatata: l’emendamento non fa altro che aumentare la precarietà del lavoro, creando più lavoro povero e meno sicuro”, dice il capogruppo dem in commissione, Daniele Manca.
“L’ennesimo tentativo di alimentare il precariato selvaggio che FdI, Lega e FI provano a infilare di soppiatto in un provvedimento senza alcuna discussione nel merito. Facciano come l’altra volta: lo ritirino e chiedano scusa”, chiosa la capogruppo dei 5 stelle in commissione, Elisa Pirro.
Interpellato a margine dei lavori in commissione è il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, a spiegare che l’emendamento potrebbe essere ritirato: “Valutiamo, magari può essere inserito insieme ad altri argomenti legati al mondo del lavoro” in un altro provvedimento.
Il riferimento del ministro è all’emendamento, a firma Salvatore Pogliese (Fratelli d’Italia), che cancella le violazioni retributive fino al 2020 per le aziende con più di 15 dipendenti. La proposta di modifica era stata agganciata al decreto sull’ex Ilva, ma era stata poi ritirata durante l’esame in Parlamento.
(da Agenzie)
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Luglio 30th, 2025 Riccardo Fucile
MOLTE MILIZIE DI MISURATA SONO RILUTTANTI A SCHIERARSI IN DIFESA DEL GOVERNO DI UNITA’ NAZIONALE… IL GENERALE HAFTAR POTREBBE VALUTARE UN’AZIONE MILITARE SU TRIPOLI, CONTANDO SUL SOSTEGNO DI PUTIN E SULLA DISPONIBILITA’ DELLA TURCHIA
La visita in Libia di Massad Boulos, parte di un più ampio tour nel Maghreb, rappresenta
il primo intervento diplomatico ufficiale della nuova amministrazione Trump sul dossier libico e costituisce un segnale inequivocabile del rinnovato interesse degli Stati Uniti per il Nord Africa. In pochi giorni, l’inviato speciale per l’Africa degli Stati Uniti ha incontrato entrambi i poli della divisione libica: da un lato, il premier del Governo di Unita Nazionale (GNU) Abdulhamid Dbeibah e il presidente del Consiglio Presidenziale Mohammed Menfi a Tripoli; dall’altro, il comandante Khalifa Haftar a Bengasi.
La scelta di dialogare con tutte le parti, pur senza riconoscimenti formali, restituisce l’immagine di una diplomazia americana intenzionata a riposizionarsi come attore in gioco – anche per interessi economici – nella gestione della crisi libica.
Il dossier libico è stato affrontato da Boulos anche in coordinamento con l’intelligence egiziana, durante una tappa preparatoria ad Alessandria. L’obiettivo sarebbe duplice: da un lato, contenere le derive violente che potrebbero esplodere nella capitale Tripoli in seguito allo scontro sempre più evidente tra il GNU e la milizia RADA; dall’altro, creare una base di consenso regionale attorno a un futuro processo politico che potrebbe includere il rafforzamento del ruolo del Consiglio Presidenziale o la definizione di una nuova formula di governo di unità.
Processo su cui la missione onusiana Unsmil farebbe da guida.
Il contesto è particolarmente fragile. Il premier Dbeibah è isolato politicamente e militarmente, al punto che, senza il controllo dell’aeroporto di Mitiga di fatto sotto la sfera della milizia RADA, ha difficoltà a viaggiare fuori dal Paese. Misurata è in una fase di revisione strategica, e molte milizie nella capitale sono riluttanti a schierarsi in difesa del GNU.
In questo vuoto, il generale Haftar potrebbe valutare un’azione militare su Tripoli, contando su una rete di contatti con attori locali, sul sostegno di Mosca (interessata a forme di destabilizzazione a proprio vantaggio) e su un atteggiamento più flessibile della Turchia rispetto al passato. In tale cornice, la posizione degli Stati Uniti sarà determinante: come nel 2019, un eventuale silenzio attivo di Washington potrebbe essere interpretato come tacito via libera a un’iniziativa militare dell’Est.
La visita di Boulos si è inoltre intrecciata con indiscrezioni giornalistiche su dossier molto sensibili, come il possibile sblocco di una parte dei beni libici congelati e l’inclusione della Libia in piani di reinsediamento di rifugiati palestinesi provenienti da Gaza.
Il capo del Mossad pare abbia discusso a Washington l’opzione di una “rilocalizzazione volontaria” di palestinesi verso paesi terzi, tra cui anche la Libia. Il tema, altamente controverso sul piano legale e politico, unisce il destino della Libia – la cui agenda è già delicata – con quello della Striscia di Gaza (dossier sempre più critico).
Per l’Italia e l’Europa, la rinnovata attenzione americana sul
dossier libico rappresenta al tempo stesso un’opportunità e una sfida. Saddam Haftar, figlio del generale di Bengasi, è il volto nuovo e dinamico del potere della Cirenaica: non ambisce a imporsi con la forza, ma a posizionarsi come figura gestibile e compatibile con diversi scenari di transizione.
Da qui nascono i suoi contatti con la Turchia, che ha combattuto la milizia guidata dal padre fermandola nel tentativo di conquistare il paese nel 2019. Ora è in corso una distensione figlia di interessi che gli Haftar potrebbero veicolare – anche per la business community turca.
In questo quadro, l’Italia viene vista come un punto di equilibrio: il fatto che Roma abbia ricevuto Saddam Haftar e mantenuto un dialogo aperto con tutte le parti è letto come un tentativo di costruire spazi di influenza flessibili, ma non ancora sostenuti da una strategia strutturale di medio-lungo termine, conseguenza questa di una fluidità politica interna alla Libia che si fa sempre più evidente.
Il rischio è che, in assenza di un quadro coordinato tra Stati Uniti, Europa e attori regionali come Egitto e Algeria, la Libia torni a essere epicentro di instabilità. Una nuova crisi a Tripoli potrebbe avere effetti immediati su tutto il Nord Africa, potenzialmente in grado di alimentare reti terroristiche latenti e accrescere la pressione migratoria sia lungo le rotte intra-africane che su quelle dirette verso l’Italia, la Grecia e Malta. In tale scenario, la diplomazia preventiva e l’iniziativa multilaterale rappresentano le uniche leve in grado di arginare una deriva potenzialmente irreversibile.
Al tempo stesso, la gestione dei flussi migratori da parte di attori libici, in particolare nell’est del paese, appare sempre più come una leva di pressione geopolitica piuttosto che un fenomeno emergenziale. I flussi possono essere attivati o rallentati strategicamente, anche in funzione di obiettivi di negoziazione o di competizione con l’Europa.
Questa dinamica si inserisce in una forma più ampia di instabilità ibrida: l’aumento incontrollato delle partenze, indipendentemente da una regia esterna esplicita, ha effetti destabilizzanti sulle politiche interne europee e può alimentare fratture tra stati membri, in particolare tra quelli direttamente esposti alla rotta del Mediterraneo centrale.
Il rischio è dunque duplice per un paese come l’Italia: da un lato l’impatto immediato sui flussi e sulle capacità di risposta nazionale; dall’altro il pericolo che la Libia si trasformi in una piattaforma di proiezione di interessi ostili, reti criminali e traffici irregolari.
Di fronte a ciò, non basta una risposta reattiva: emerge la necessità di una linea articolata, capace di connettere sicurezza, diplomazia e cooperazione lungo l’asse Roma-Bruxelles-Washington, e far in modo che questo possa diventare il binario lungo cui proceda l’andamento generale del dossier, allineando dunque anche gli interessi degli attori regionali.
Se la frammentazione libica dovesse proseguire senza un contenimento multilaterale, il Mediterraneo centrale rischierebbe di diventare una zona franca dove ogni crisi locale può avere effetti sistemici sulla sicurezza europea. Il ritorno degli Stati Uniti nel dossier libico può rappresentare un’occasione per costruire un fronte coeso. La preoccupazione che emerge è che
questo disequilibrio sia sempre più instabile, e che la finestra di intervento si stia chiudendo.
(da med-or.org/news)
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