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SALVINI È RIUSCITO NELL’IMPRESA: FAR INCAZZARE I LEGHISTI PER IL PONTE CHE AL SUD REPUTANO INUTILE

Agosto 8th, 2025 Riccardo Fucile

AL NORD NON RIESCONO PIÙ A CONTENERE I MAL DI PANCIA PER I 13,5 MILIARDI DI EURO CHE VERRANNO SPESI AL SUD: L’OCCASIONE PER VOMITARE IL LORO LIVORE SU SALVINI, AL GRIDO “LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI”, SONO GLI INDENNIZZI CHE VERRANNO EROGATI A CHI VERRÀ ESPROPRIATO DELLA PROPRIA CASA, MAGGIORATI RISPETTO AGLI ESPROPRI PER LE GRANDI OPERE

Trecento milioni di euro dovranno bastare. Sono le somme accantonate nel progetto-monstre da 13 miliardi e mezzo di euro per il Ponte sullo Stretto, che si prevede di destinare all’esproprio degli immobili che insistono nelle aree in cui sorgeranno i cantieri di Messina e Villa San Giovanni. In tutto, 443 abitazioni di cui 291 nel versante siciliano e 152 lungo la costa calabrese.
«Gli espropri — osserva Matteo Salvini — ci sono ovunque quando si fa una grande opera». E in Sicilia e Calabria «gli espropriati saranno indennizzati — è la promessa — più generosamente rispetto ad altri casi». Parole che suscitano un vespaio di polemiche, proprio a partire dalla sua roccaforte elettorale.
È il gruppo Patto per il Nord a insorgere: «La legge è uguale per tutti e ci sono criteri oggettivi. Salvini non può decidere che gli espropriati siciliani e calabresi valgono di più, mentre quelli del nord e delle altre parti d’Italia valgono meno».
A cercare di arginare i malumori al Nord è il ministro Roberto Calderoli, che interviene per dirsi favorevole a un’opera che «non solo farà crescere l’occupazione, lo sviluppo e il Pil del Sud, ma anche quello del Nord, incluso quello della mia Lombardia».
Il riferimento di Salvini è alla norma inserita nel dl Infrastrutture che prevede che «in caso di atto di cessione volontaria entro un mese dalla dichiarazione di pubblica utilità», ai proprietari da almeno un anno «viene corrisposta un’indennità del valore dell’immobile maggiorato del 15 per cento».
E c’è anche il tema delle prime case: sono il 60 per cento di quelle che saranno espropriate in Sicilia e un terzo di quelle che lo Stato acquisirà in Calabria. In questi casi gli espropriandi godranno comunque della maggiorazione del 15%, ma avranno inoltre riconosciuta «un’indennità aggiuntiva di ricollocazione abitativa, fino a un importo massimo di 40.000 euro».
Somme che verranno quantificate tenendo conto anche dell’eventuale acquisto «di arredi e di ogni altra spesa accessoria per la ricollocazione abitativa». In un caso l’indennità aggiuntiva per la prima casa verrà ridimensionata fino a un massimo di 10.000 euro: se il proprietario non potrà provare — ad esempio attraverso le utenze — di aver vissuto in quell’immobile nei precedenti 12 mesi.
Capitolo a parte quello delle attività commerciali: stabilita la somma di indennizzo per l’esproprio, la metà verrà corrisposta subito, per consentire agli esercenti di acquistare o ricostruire un nuovo locale. E nei mesi della ristrutturazione? «Saranno riconosciuti i mancati redditi conseguenti alla temporanea
chiusura dell’attività commerciale».
Nel caso in cui non sia possibile far ripartire la medesima attività commerciale o produttiva altrove, «i relativi danni saranno determinati in funzione dei bilanci degli ultimi esercizi».
Salvini punta a smorzare le polemiche: «Adoro la critica, se è fondata, qui hanno detto che il Ponte non si può fare per via dei terremoti ma, qualora ci fosse un terremoto, l’unica struttura che regge è proprio il Ponte».
Ma come se non bastasse l’incognita del via libera o meno da parte della magistratura contabile alla delibera Cipess, ecco che sull’atto che dà il via libera ai 13,5 miliardi di euro pende già un ricorso, presentato dal co-portavoce di Avs, Angelo Bonelli. «Salvini — attacca il leader dei verdi — ignora che ogni giorno studenti, medici e pendolari sono costretti a percorrere strade dissestate e a viaggiare su treni inadeguati».
(da agenzie)

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I CONTADINI CALABRESI SI SONO ROTTI I COCOMERI: LA PROTESTA DEGLI AGRICOLTORI, CHE LASCIANO MARCIRE LE ANGURIE NEI CAMPI PER I PREZZI TROPPO BASSI OFFERTI DAI COMMERCIANTI (TRA I 7 E GLI 8 CENTESIMI AL CHILO)

Agosto 8th, 2025 Riccardo Fucile

SECONDO LA COLDIRETTI, QUELLE CIFRE NON COPRONO NEANCHE I COSTI DI PRODUZIONE… AVVISATE IL MINISTRO DELLA SOVRANITÀ ALIMENTARE LOLLOBRIGIDA: MENTRE I COCOMERI ITALIANI VENGONO MANDATI AL MACERO, NEI SUPERMERCATI ABBONDANO QUELLI PROVENIENTI DALL’ESTERO

Interi campi di angurie mature vengono lasciati a terra e distrutti in provincia di Crotone, dove agli agricoltori viene offerto dai commercianti un prezzo che oscilla tra i 7 e gli 8 centesimi al chilo. A denunciare l’accaduto è la Coldiretti della Calabria che sottolinea come il prezzo offerto “non copre nemmeno i costi di produzione. Tutto questo mentre nei supermercati abbondano le angurie provenienti dall’estero”.
Quello che sta accadendo si “inserisce in un quadro nazionale di grande difficoltà del comparto. Le angurie e meloni gialli hanno subito un crollo aggravato anche dalla siccità”, prosegue la Coldiretti. “Come Coldiretti chiediamo che venga riconosciuta la gravità della crisi in atto, a tutela del reddito degli agricoltori e della dignità di un comparto che non può continuare a subire in silenzio.
Bisogna fermare la concorrenza sleale, servono regole uguali per tutti”, evidenzia il direttore interprovinciale Coldiretti Catanzaro-Crotone-Vibo Valentia, Pietro Bozzo. “Non possiamo accettare – conclude – che il lavoro agricolo venga trattato come merce di scarto. Serve trasparenza nella filiera, il rispetto della provenienza e un controllo più efficace sulle importazioni, che spesso creano distorsioni e speculazioni a danno del nostro prodotto italiano”.
(da agenzie)

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ROBERTO SAVIANO DENUNCIA LO SCANDALO DEI BOSS DI CAMORRA SCARCERATI D’ESTATE “QUANDO SIAMO DISTRATTI”

Agosto 8th, 2025 Riccardo Fucile

LA SCARCERAZIONE PER DECORRENZA DEI TERMINI DI CUSTODIA CAUTELARE DI 13 ESPONENTI DEL CLAN MOCCIA

Uno scandalo ignorato. La scarcerazione degli esponenti del clan Moccia secondo Roberto Saviano è la vergogna dell’estate. L’arrivederci alle sbarre è arrivato per decorrenza dei termini di custodia cautelare. E ora fuori dal carcere ci sono Antonio, Luigi e Gennaro Moccia. E ancora Pasquale Credentino e poi Filippo Iazzetta, Massimo Malinconico, Benito Zanfardino, Giovanni Piscopo, Francesco Di Sarno, Francesco Favella, Antonio Nobile, Gennaro Rubiconti, Giovanni Esposito. Succede in estate «quando l’attenzione è minima», dice lo scrittore sul Corriere della Sera. Perché d’estate nessuno presta attenzione.
Una sconfitta per l’antimafia
Per l’antimafia si tratta di «una delle più grandi sconfitte della
storia degli ultimi cinquant’anni», sostiene l’autore di Gomorra. «Un terremoto l’hanno definita questa scarcerazione. E terremoto è. Il gotha del clan Moccia non è un gruppo come gli altri, non si tratta semplicemente di criminali o narcotrafficanti che sono riusciti, attraverso un cavillo, a farla franca per qualche mese. Il clan Moccia è un clan di imprenditori, con una linea politica precisa e una negoziazione continua con le istituzioni e con la società civile. Da anni la loro tesi è quella di considerare il denaro sporco «legittimo» purché non alimenti altro crimine».
La testa d’ariete
I Moccia, secondo Saviano, sono la «testa d’ariete di tutte le mafie italiane che tentano informalmente un riconoscimento legittimo delle loro attività legali, da separare rispetto al segmento criminale. Per i capi mafia tutti i business sono ugualmente sporchi, esistono solo quelli legittimati e quelli invece considerati illeciti. Sopportano e accettano che quando sparano o spacciano o estorcono siano perseguiti, ma non lo possono più sopportare quando investono, comprano, costruiscono». Il teorico della nuova strategia è Antonio Moccia, re del sodalizio creato dalla madre Anna Mazza, prima donna a finire al 41 bis.
Moccia, racconta Saviano, «da ragazzino, a 13 anni, uccise all’interno del Tribunale di Napoli Tonino Giugliano, colui che aveva ucciso suo padre Gennaro. Minore di 14 anni non fu imputabile, ma quel gesto lo rese erede designato». Il clan oggi è un «consorzio imprenditoriale capace di gestire i cantieri dell’alta velocità, una rete estesa per la distribuzione di frutta, verdura e formaggi nei mercati ortofrutticoli di Roma, nei
supermercati e persino a Barcellona. Sono proprietari di decine di ristoranti nella Capitale e investono nella distribuzione di benzina, gestiscono lo smaltimento olii esausti e rifiuti in diverse province italiane. Sul piano criminale cercano di realizzare la strategia della dissociazione, simile a quella adottata dal terrorismo politico: prendersi condanne individuali, non coinvolgere altri, lasciare intatta la struttura, avere sconti di pena per la confessione ed essere considerati ormai non più camorristi ma soprattutto dissociandosi e non pentendosi salvano i patrimoni».
Moccia e la madre
La conclusione: «Quando Roberto Moccia — emerge negli atti dell’Operazione Morfeo — parla con la madre, contento di essere tra gli imprenditori più influenti di Roma, la madre gli ricorda: «Tutto quello che a che fare con la nostra famiglia è camorra», come a volerlo mettere in guardia sulla propria identità e sui pericoli. Lui però risponde: “Camorra pulita mamma. Mica con la droga”».
(da Open)

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FLOP IN ALBANIA E FIGURACCIA SU ALMASRI: COSI’ GIORGIA MELONI TORNA AD EVOCARE IL GOLPE PER VIA GIUDIZIARIA

Agosto 8th, 2025 Riccardo Fucile

RISCHIO DI MINARE LA CREDIBILITA’ DEL GOVERNO? BASTA ALZARE IL LIVELLO DELLO SCONTRO ISTITUZIONALE E I PATRIDIOTI CI CREDONO

Proviamo a fare un gioco, immaginiamo di essere tornati in Italia dopo una lunghissima vacanza, durata, diciamo, una quarantina di anni. Apriamo un qualunque giornale per aggiornarci e leggiamo che la presidente del Consiglio sta accusando l’opposizione politica di aver “abbandonato la via democratica” e di essere impegnata a rovesciare l’assetto istituzionale del Paese per via giudiziaria. Di colpo trasaliamo e malediciamo la nostra scelta di essere tornati mentre il Paese è sull’orlo del caos, la tenuta delle istituzioni democratiche è a rischio, la magistratura è fuori controllo e sta procedendo con arresti e
violazioni del diritto, il Parlamento è in tumulto e per le strade ci sono decine di migliaia di persone a manifestare.
Ecco, più o meno questo dovrebbe essere il quadro, se le parole contassero ancora qualcosa e non fossimo invece arrivati al punto in cui, per di più da ruoli di governo, si possono fare accuse gravissime e inquietanti per semplice tornaconto politico. Con una leggerezza imbarazzante, per tornare ai giorni nostri, Giorgia Meloni ha rilasciato alcune dichiarazioni che vanno esattamente in questa direzione. Dapprima, in un’intervista al Tg5 ha attaccato duramente la magistratura: “Io vedo un disegno politico intorno ad alcune decisioni della magistratura, particolarmente quelle che riguardano i temi dell’immigrazione, come se in qualche maniera si volesse frenare la nostra opera di contrasto all’immigrazione illegale. Ciononostante i flussi di immigrati illegali in Italia sono diminuiti del 60% e lavoriamo per fare ancora meglio”.
Ora, non è chiarissimo a cosa si riferisca nello specifico la leader di Fratelli d’Italia, anche perché il collega che l’ha intervistata non ha ritenuto di chiederglielo ed è passato a parlare di dazi. Dato il contesto, però, possiamo fare delle ipotesi. O meglio, possiamo dare un’interpretazione che tenga conto dei due fatti emersi negli ultimi giorni, che la destra e i suoi giornali hanno interpretato come segno della “guerra” tra politica e magistratura. Parliamo essenzialmente della sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea sui Paesi sicuri e delle decisioni del Tribunale dei ministri sul caso Almasri.
Fatti in tutta evidenza non collegati tra loro e certamente non imputabili alla “sinistra”, che la presidente del Consiglio tenta di
manipolare con un’operazione molto discutibile: dare una cornice unitaria ed eversiva a iniziative legittime o veri atti dovuti.
La decisione della CGUE, ad esempio, parte da un ricorso pregiudiziale del Tribunale di Roma che intendeva verificare come andasse interpretata la normativa europea sui “Paesi sicuri”, in relazione alla procedura accelerata di frontiera che il nostro governo intende applicare ai migranti trasferiti nei centri in Albania. Per una spiegazione tecnica più dettagliata vi rimando a questo nostro approfondimento, ora è importante sottolineare un aspetto: i giudici europei non hanno affatto “bloccato i rimpatri”, né hanno fatto obiezioni rispetto alla possibilità che, a determinate condizioni, uno Stato indichi i paesi ritenuti sicuri per legge. La sentenza dice altre cose: che il migrante ha il diritto di conoscere i motivi per cui l’Italia reputa sicuro il suo Paese di origine (anche in ragione delle minori garanzie che prevede la procedura accelerata), che i giudici hanno “l’obbligo” di verificare che non siano intervenuti nuovi elementi “dopo l’adozione della decisione oggetto del ricorso” (ad esempio in caso di cambiamenti improvvisi della situazione politica nel Paese di rimpatrio) e di valutare anche altre informazioni, magari fornite dalle parti. Il tutto, va ribadito, riguarda la procedura accelerata, non quella ordinaria, che può essere applicata secondo le norme vigenti.
Per quanto sia deprimente doverlo addirittura scrivere, dunque, possiamo serenamente affermare che non c’è alcuna volontà della CGUE di interferire nelle scelte del governo Meloni in tema di politiche migratorie. C’è semplicemente un richiamo al
rispetto del diritto e delle norme comunitarie. L’ostinazione nel pensare di far funzionare i centri in Albania, malgrado il diritto internazionale, lo spreco di denaro pubblico e un’oggettiva inutilità, sta diventando quasi ossessione.
La concomitanza temporale della sentenza con le determinazioni del Tribunale dei ministri sul caso Almasri, poi, ha aiutato la destra a fare quello che sa fare meglio: buttare tutto in un unico calderone, sperando nell’effetto caciara. Anche in questo caso vi rimando a un nostro approfondimento, tuttavia è interessante notare come Giorgia Meloni abbia scelto di adottare l’approccio vittimista anche in presenza di una richiesta di archiviazione. Il senso è sempre lo stesso: eludere il merito della questione per spostare la discussione su un altro piano, presentando ai cittadini l’idea dello “scontro” con la magistratura. Nello specifico, il merito è l’aver garantito un rimpatrio con tutti gli onori del caso e con un comodissimo volo di Stato a un uomo accusato di crimini gravissimi e nei cui confronti pendeva un mandato della Corte Penale Internazionale. Ecco che portare il dibattito su un altro piano ha il duplice scopo di oscurare la debolezza della linea difensiva del governo e alimentare una polemica funzionale a polarizzare le opinioni sulla riforma della giustizia in corso di approvazione in queste settimane. Lo fa esplicitamente Giorgia Meloni nella prosecuzione dell’intervista con il Tg5, parlando del caso Almasri come di una “conseguenza” della riforma e dicendo di averlo “messo in conto”.
o già cosa state pensando, non è la prima volta che da Palazzo Chigi si urla al tentato golpe giudiziario. Lo ha fatto decine di volte Silvio Berlusconi, con alterne fortune sul piano del ritorno
in termini di consenso. Meloni però stavolta è riuscita a fare il passo in più, aggiungendo un elemento nuovo: attribuire direttamente l’azione eversiva ai suoi oppositori politici usando come pretesto non un’inchiesta, un’azione della magistratura, un provvedimento “a orologeria”. Ma semplicemente l’annuncio di un esposto di un partito di opposizione, Avs, alla Corte Penale Internazionale per verificare se il nostro governo sia complice dei crimini israeliani a Gaza (la tesi di Bonelli e Fratoianni è che, riguardo alle forniture dei armi a Tel Aviv, i membri del governo possano essere “ritenuti penalmente responsabili, se si dimostra che erano consapevoli che la loro attività ha agevolato crimini internazionali”).
Come traduce questa richiesta la presidente del Consiglio? Così: “Alcuni esponenti della sinistra ormai hanno un’unica strategia e speranza: provare a liberarsi degli avversari per via giudiziaria, perché alla via democratica hanno rinunciato da un pezzo”.
Insomma, l’accusa è di eversione. Di lavorare di concerto con la magistratura per abbattere il governo, peraltro in forme non democratiche. Mentre, parallelamente, i magistrati mettono in atto ritorsioni contro il governo che sta cercando di riformare la giustizia.
(da fanpage)

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IL PEGGIOR MODO PER FARE IL PONTE È AVERLO MESSO NELLE MANI DI SALVINI, NON SI POSSONO CONSEGNARE I PONTI, QUELLI FATTI E QUELLI DA FARE, A UN DEMAGOGO PATACCARO

Agosto 8th, 2025 Riccardo Fucile

SALVINI SOSTIENE DA SOLO TUTTO IL PESO DEL PONTE. NON GLI CREDE NESSUNO E NEPPURE CONQUISTERÀ QUATTRO VOTI NEL SUD CHE DAL ‘SALVINI BRIDGE’ NON SI FARÀ BABBIARE

Sembra buon senso dire che l’importante è, comunque, fare il Ponte. Purtroppo, però, il peggior modo di non farlo, straziando il vecchio sogno della sinistra meridionalista, è averlo messo nelle mani di Salvini.
Non si possono consegnare i ponti, quelli fatti e quelli da fare, a un demagogo pataccaro. Già ridotto a topos della comicità, come il Sarchiapone, l’ombrello di Altan e le sei corsie di “pilu” di Cetto Laqualunque, il ponte affidato all’inaffidabile prelude adesso alle penali economiche, al solito gioco di guardie e ladri, ai tira e molla delle sospensioni e dei ricorsi amministrativi, a una pena ben peggiore delle altre, più piccole, spavalderie come le deportazioni in Albania e le chiusure dei porti.
Ma voglio dirlo in un altro modo: se Salvini avesse avuto veramente a cuore il Ponte sullo Stretto avrebbe fatto un passo indietro.
Il modello vincente è infatti Genova, dove per rifare il ponte Morandi nel momento fatale tutti si unirono attorno a Renzo Piano e non attorno a Salvini.
Qui c’è invece Salvini che, sputando il solito fuoco, sostiene da solo, come Atlante, tutto il peso del ponte. Non gli crede nessuno e neppure conquisterà, come spera, quattro voti nel Sud che, pur essendo lo scenario naturale degli imbonitori, dal “Salvini Bridge” non si farà babbiare.
(da Repubblica)

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CASO ALMASRI, UNA BANDA ALLO SBANDO

Agosto 8th, 2025 Riccardo Fucile

L’AUTOCOMPLOTTO DI MELONI: TUTTE LE MOSSE SCELLERATE DI UN GOVERNO SPACCATO E INETTO

Leggendo gli atti del Tribunale dei ministri, i lettori di Domani non si sono stupiti della gravità dello scandalo Almasri, perché fin da principio è stato raccontato da questo giornale per quello che è: un gigantesco depistaggio di Stato, messo in piedi per nascondere l’abuso di potere con cui il governo italiano ha restituito alle autorità libiche un generale sanguinario. Un miliziano considerato dalla Corte penale internazionale che ne chiedeva l’arresto un criminale di guerra, torturatore seriale e violentatore di bambini.
La vicenda non è solo un baratro etico e giudiziario in cui si è cacciato l’esecutivo, ma è (ennesimo e più imbarazzante) emblema dell’inettitudine di Meloni e dei suoi principali collaboratori. Una banda allo sbando che da mesi non ne azzecca una nemmeno per sbaglio, e che sta precipitando il paese in un parossismo reputazionale che rischia nel medio periodo di riverberarsi in una crisi politica ed economica.
La faccenda Almasri, almeno da un punto di vista giudiziario, poteva infatti essere contenuta con un’assunzione di responsabilità da parte di una leader che si vuole decisionista: se era davvero in ballo la sicurezza nazionale, bastava apporre il
segreto di Stato all’operazione; come spiegato già sei mesi fa dalla nostra Vitalba Azzollini, il segreto non avrebbe evitato lo scontro con la Cpi, ma avrebbe certamente “salvato” i ministri dall’azione dei giudici italiani. L’insipienza dei vari Mantovano e Nordio e dei rispettivi consiglieri giuridici (alcuni dei quali inascoltati, in verità) ha dirottato la premier su una strategia basata su menzogne ed errori.
Mosse scellerate che hanno obbligato il procuratore di Roma Francesco Lo Voi (un conservatore che non ha mai avuto voglia di ingaggiare una lotta nel fango con Palazzo Chigi) a iscrivere tutto il gruppetto nel registro degli indagati. Una Caporetto.
Meloni è un’eccellente comunicatrice, dote a cui deve parte importante del consenso di cui ancora gode. Vittimismo e complottismo sono gli ingredienti segreti della sua ricetta propagandistica, ma il cul de sac in cui si è infilata rende oggi meno credibile l’assunto per cui la scelta di far fuggire il trafficante libico sarebbe colpa di un “disegno politico dei giudici”. Anche perché lei stessa aveva spergiurato dopo la strage di Cutro che avrebbe dato la caccia «agli scafisti lungo tutto il globo terracqueo».
L’imperizia sembra ormai cifra consueta del governo. Basta leggere le cronache delle ultime due settimane. Anche il modello Albania è stato massacrato dai giudici europei: come ovvio per chi conosce un minimo di scienza del diritto, la diatriba sui paesi sicuri che ha dato il colpo finale all’idea balzana di realizzare Cpr fuori dai confini nazionali non poteva finire diversamente.
Nonostante avvertimenti di giuristi e commentatori, i sovranisti hanno scelto di bruciare centinaia di milioni di euro per contrastare un’inesistente invasione di migranti. Denaro che forse sarebbe stato più utile per comprare macchine per risonanze magnetiche e per ristrutturare scuole cadenti. Anche perché la politica cattivista sui migranti è stata un fallimento epocale: nei primi sei mesi del 2025 ci sono stati più sbarchi che nel 2021, quando Meloni dall’opposizione definiva l’Italia «un campo profughi».
Anche la sua partita personale sui dazi è finita malissimo: mentre come “pontiera” volava a Washington da Donald Trump promettendo di spingere per tariffe «zero per zero» con gli Usa, con la sodale Ursula von der Leyen e il cancelliere di destra Merz sbagliava completamente strategia negoziale, preferendo al braccio di ferro un appeasement che ha costretto l’Unione ad accettare un accordo umiliante. Un’intesa che, secondo Confindustria, causerà in Italia la perdita di quasi 200mila posti di lavoro, e che, per il ministro Giorgetti, porterà nel 2026 una contrazione del Pil del paese di mezzo punto.
Perfino i blitz in parlamento, dove la destra ha una maggioranza bulgara, sono gestiti come principianti allo sbaraglio: qualche giorno fa il decreto Sport con cui Meloni sperava di accentrare il controllo dei grandi eventi sportivi sotto il suo governo è stato fatto a pezzi dagli uffici del presidente Sergio Mattarella, che hanno considerato il testo inaccettabile da un punto di vista giuridico e tecnico; per non parlare dei pasticci sulle scadenze del Pnrr (ci costeranno miliardi) e sulle crisi industriali, a partire da quella drammatica dell’ex Ilva di Taranto, in cui il suo fedelissimo Adolfo Urso sta dando il peggio di sé.
L’incantesimo populista non durerà in eterno: i fatti hanno una
loro incoercibile forza anche di fronte alla propaganda più efficace. Ma se l’opposizione non si sveglia, dando almeno l’impressione di essere più adeguata e unita di un governo spaccato e inetto, non è affatto detto che il regno di Meloni non possa continuare ancora molto a lungo.
(da editorialedomani.it)

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VOTO ANTICIPATO, OPZIONE SALVEZZA

Agosto 8th, 2025 Riccardo Fucile

TRA I DAZI DI TRUMP E LA TRAPPOLA DELLE REGIONALI SPUNTA L’IPOTESI DELLE URNE DOPO LA LEGGE DI BILANCIO

Tra i dazi di Trump e la trappola delle Regionali spunta l’ipotesi delle urne anticipate dopo la legge di bilancio. Questa è, raccontano dentro Palazzo Chigi, la partita più complessa da quando Giorgia Meloni ha vinto le elezioni. Una sfida che non si gioca solo nei vertici di maggioranza o nelle riunioni a Bruxelles, ma anche – e soprattutto – nei numeri che arrivano dai sondaggi riservati e nei grafici sui danni dei dazi voluti da Donald Trump.
È in una stanza riservata al secondo piano, dove si riuniscono solo i ministri più vicini e i consiglieri economici, che a Palazzo Chigi hanno sintetizzato così la situazione: «Qui rischiamo che ci arrivi addosso uno tsunami. E non possiamo restare a
guardare». Sulla scrivania una cartellina con le stime aggiornate: comparti simbolo del Made in Italy – dalla moda all’agroalimentare – colpiti da tariffe punitive, migliaia di posti a rischio e un effetto domino sui prezzi interni.
A rendere tutto più complicato ci sono le Regionali. Gli ultimi dati arrivati a via della Scrofa raccontano un centrodestra che regge solo in Veneto e scricchiola altrove. Dentro Fratelli d’Italia cresce il timore che i dazi diventino la miccia che alimenta l’insofferenza sociale: «Se perdiamo male, dobbiamo avere il coraggio di fermarci noi, prima che ci fermino gli elettori».
Tradotto: in caso di sconfitta pesante alle Regionali, Meloni starebbe valutando l’ipotesi estrema di dimettersi subito dopo la manovra economica, chiedendo a Mattarella di sciogliere le Camere e tornare alle urne in tempi brevissimi.
Una mossa che, nella logica dei consiglieri, servirebbe a cogliere di sorpresa le opposizioni, ancora divise, e a evitare che i contraccolpi della guerra commerciale con Trump erodano ulteriormente i consensi, in particolare quelli di FdI.
Chi frequenta Palazzo Chigi descrive un clima più nervoso che mai. Matteo Salvini tuttavia è ancora per una linea attendista verso l’americano, almeno per il momento. Ma nessuno sa quanto durerà. In Forza Italia, invece, temono che il Paese possa esporsi in futuro ad una tempesta finanziaria: spread, mercati, conti pubblici. E mentre i tecnici preparano scenari e contromisure, Meloni ascolta, prende appunti, interroga i ministri. Ma la decisione finale, come sempre, sarà soltanto sua.
(da lespresso.it)

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I TAGLI ALLA CULTURA PER RENDERCI CIECHI DI FRONTE ALLA REALTA’

Agosto 8th, 2025 Riccardo Fucile

IL DL SICUREZZA DA UNA PARTE, LA SCURE SU ARTE E LIBRI DALL’ALTRA: LA RICETTA DEL GOVERNO PER GESTIRE IL DISSENSO

È il 1972, Bukovskij viene condannato a sette anni di carcere duro, in tredici muoiono a Derry, nel Bloody Sunday irlandese, a Parigi cade ancora, due volte, la ghigliottina. Intanto, Italo Calvino pubblica uno dei suoi libri più complessi e belli, “Le città invisibili”. Dove, fra le moltissime altre cose, si dice: «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».
Bisognerebbe rivolgersi più spesso ai libri per capire qualcosa di noi e del nostro presente: perché la cecità nei confronti dell’inferno non solo continua ma peggiora, e neanche la morte per fame in diretta riesce a essere vista davvero. Ma diventerà probabilmente ancora più difficile, a giudicare da quanto si prevede nella legge di bilancio 2025, spulciata dalla newsletter “Pubblico” di Fondazione Feltrinelli: 10 milioni di euro in meno per beni librari e fondazione del libro, meno 9,4 per i beni archivistici, meno 424,9 per il patrimonio culturale, meno 485,8
per la tutela dei beni e delle attività culturali e paesaggistiche.
Ora, si può anche far finta che non contino nulla una ventina d’anni di Beppe Grillo e di chi ne ha interpretato il pensiero in modo ancor più oltranzista: nei fatti, però, sembra che ci sia un certo gongolare per la mannaia sulla cultura. Quanto al ministro Giuli, che dovrebbe difenderla, fa altro, e ci informa sui social di essere ad Ascoli a presentare il suo libro e per questo ringrazia il sindaco Marco Fioravanti (Fratelli d’Italia), ma pur avendo visitato l’Archivio di Stato ascolano tace su quel che agli archivi accadrà. Certo, così è comodo.
Perché un ministro è libero di presentare i suoi libri, meno di dedicarsi ai regolamenti di conti, tagliando teste e finanziamenti alle istituzioni sgradite, e nel migliore dei mondi possibili (non il nostro) dovrebbe fare quanto in suo potere per far capire che grazie alla cultura comprendiamo chi siamo e chi sono gli altri. Grazie a Bulgakov e a Woland, il diavolo de “Il maestro e Margherita”, riusciamo a leggere fra le righe degli editoriali di Giuliano Ferrara quando finge di fare marcia indietro su Gaza. Grazie all’ordine del Pianeta Tlön di Borges riconosciamo non solo il nazismo, ma i totalitarismi che si riaffacciano ai nostri giorni. Se leggiamo, capiamo qualcosa di più del mondo e magari scopriamo che la copertina che Time ha dedicato a Meloni non è motivo di orgoglio patrio, perché si riferisce a un articolo dove si dice che la premier desta preoccupazione in chi ricorda che in Europa «i fantasmi dell’autoritarismo e delle sue decine di milioni di vittime infestano ogni angolo del continente».
Per questo, la cosa preziosa di oggi è “Manuale di magia No Tav!” di Mariano Tomatis e Spokkio, pubblicato da Eris edizioni: è un fumetto, una rassegna di trucchi magici e un modo per capire cosa è successo e succede in Val di Susa da oltre trent’anni a questa parte. Utilissimo per rendersi conto a cosa ci porterà il dl sicurezza, che prevede, come è nello stile di questo governo, di annichilire quello che non può tacitare a colpi di censura o di tagli.
(da lespresso.it)

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FIRENZE, HOTEL VUOTI, OMBRELLONI CHIUSI, TURISMO MORDI E FUGGI, L’ESTATE DA DIMENTICARE DEGLI (IM)PRENDITORI DEL TURISMO

Agosto 8th, 2025 Riccardo Fucile

“AVETE ESAGERATO I PREZZI”, CROLLA IL TURISMO AMERICANO

Firenze non è piena. Neppure ad agosto. Il centro resta affollato di visitatori giornalieri, ma hotel e case vacanza sono mezze vuote. Secondo gli albergatori, come riporta il Corriere della Sera, questa è proprio un’estate da dimenticare. La domanda è in calo da maggio. E la tendenza si è aggravata nei mesi successivi. Il tasso di occupazione oggi si aggira attorno al 50%. A confermarlo è Monica Rocchini, presidente di Assohotel Firenze. «Tante camere sono vuote. Sono calate le prenotazioni, soprattutto dagli Stati Uniti. E anche gli italiani spendono meno». Crollano le presenze, si abbassano le tariffe. Ma non basta. Il problema, secondo gli operatori, è anche la durata dei soggiorni. Sempre più turisti si fermano per una sola notte. Turismo «mordi e fuggi», con poca spesa e pochi effetti sull’economia locale.
La crisi di Airbnb e la denuncia di Alessandro Gassman
Gli affitti brevi non se la passano meglio. Il portale Inside Airbnb segnala oltre 13 mila offerte attive a Firenze, ma molte restano senza ospiti. Il prezzo medio per notte è di 243 euro. «Eravamo partiti bene, poi il vuoto», dice Lorenzo Fagnoni, presidente dei Property Managers. A pesare sono i dazi, il dollaro debole e l’incertezza geopolitica. La crisi però non riguarda solo le città d’arte. Anche le spiagge fanno i conti con ombrelloni chiusi e file in calo. E sul tema è intervenuto pure Alessandro Gassman. L’attore, via Instagram, ha accusato i gestori degli stabilimenti balneari: «Avete esagerato con i prezzi. La gente va in spiaggia libera». Il post è diretto, e diventa virale in poche ore. «Abbassate i prezzi e le cose, forse, andranno meglio. Capito come?», ha scritto. Il messaggio è accompagnato da una foto simbolica: ombrelloni vuoti, mare calmo, spiaggia deserta. In sottofondo, la canzone L’estate sta finendo dei Righeira.
«Non sarà un anno da record»
Intanto, chi lavora nel turismo guarda già a settembre e ottobre. Si spera in una ripresa, anche parziale. Ma le previsioni restano caute. «Non sarà un anno da record», ammette Francesco Bechi, presidente di Federalberghi Firenze. E mentre i numeri parlano chiaro, resta aperta la questione: che turismo cercano gli imprenditori italiani? Per molti, il nodo è proprio questo. Non solo prezzi alti e prenotazioni in calo. Ma una mancanza di equilibrio tra visitatori, città e residenti. «Avere turisti non vuol dire essere turistici – avverte Rocchini. – Ma pochi locali lo capiscono».

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