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IL POST “SESSISTA” DI VANNACCI SULL’ASSESSORA PD DELLA TOSCANA. ANCHE ALESSANDRO TOMASI, CANDIDATO DEL CENTRODESTRA ALLA PRESIDENZA DELLA REGIONE, SCARICA IL VICE-SEGRETARIO DELLA LEGA: “NON LO CONDIVIDO, RADICALMENTE”

Ottobre 7th, 2025 Riccardo Fucile

VANNACCI SUI SOCIAL PUBBLICA UNA FOTO DI “PIAZZA DELLA PASSERA” E ATTACCA L’ASSESSORE REGIONALE ALESSANDRA NARDINI E LA SINDACA DI MONTOPOLI IN VAL D’ARNO, LINDA VANNI: “FACCIO UN COMIZIO QUI. LORO NON VERRANNO”

Tutto è partito da un consiglio — “Un ripasso della Carta costituzionale” — dato dall’asssessora regionale toscana, Alessandra Nardini, e dalla sindaca di Montopoli in Val d’Arno, Linda Vanni, al vicesegretario della Lega, Roberto Vannacci.
Il generale prestato alla politica è particolarmente attivo nella campagna elettorale toscana in vista del voto regionale del prossimo weekend. E le due esponenti del Pd gli hanno consegnato ieri — 5 ottobre — una copia della Costituzione. [.
Il botta e risposta si è poi spostato sui social. L’assessora spiega che l’eurodeputato le ha rivolto “un attacco sessista”, con “un post, inquadrando la targa di “piazza della Passera” a Firenze e scrivendo “Oggi il comizio lo faccio qua. Qua sicuramente l’assessore Alessandra Nardini e il sindaco Linda Vanni non vengono”.
“Eccolo qua il classico maschio pseudo alfa che ha bisogno di fare commenti da spogliatoio quando due donne lo mettono al suo posto – aggiunge Nardini in una nota -. D’altronde lui è quello che chiuderebbe gli asili nido e vorrebbe le donne chiuse in casa a occuparsi solo della famiglia, quello per cui i gay sono malati e chi ha la pelle scura non può essere italiano. Un omino più piccolo dell’asterisco che usa per prendermi in giro”.
E all’indomani di quello che secondo molti è stato un attacco sessista, il candidato del centrodestra in Toscana Alessandro Tomasi ha preso le distanze. “Non l’ho letto, non leggo i post di nessuno, nemmeno di Vannacci: ma se è così non lo condivido, radicalmente”, ha risposto ai cronisti che gli chiedevano un commento sulle parole sessiste del vicesergretario della Lega.
“Piena solidarietà a Nardini e Vanni per gli attacchi sessisti ricevuti da Vannacci, tra i massimi esponenti di questa destra
becera e misogina. Dopo aver ricevuto la Costituzione, invece di leggerla, Vannacci preferisce fare battute di bassa lega – sempre che ne sia esistita una alta: un linguaggio violento, sessista e volgare che dice tutto del personaggio — si legge in una nota del Pd Toscana —. Alessandra Nardini e Linda Vanni sono bersagli di un attacco meschino e indegno. Sono questi gli argomenti della “campagna elettorale” che la destra propone alle toscane e ai toscani?”.
“Questa è la destra del generale Vannacci, questo è l’ennesimo attacco fascista e sessista ai nostri valori e alla nostra Toscana – è il commento de presidente della Toscana, Eugenio Giani -. Solidarietà piena e convinta a Alessandra Nardini e Linda Vanni. Le parole violente non sono ‘battute’ sono il sintomo di una cultura che non accetta la competenza e la libertà delle donne. La Toscana è terra di rispetto, civiltà e diritti: chi offende una donna, offende tutti noi”.
(da agenzie)

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ANCHE EDOUARD PHILIPPE, EX PRIMO MINISTRO FRANCESE CENTRISTA, SCARICA MACRON: “DEVE PRENDERE UN’INIZIATIVA E ANNUNCIARE CHE ORGANIZZERÀ ELEZIONI PRESIDENZIALI ANTICIPATE, UNA VOLTA APPROVATO IL BILANCIO”

Ottobre 7th, 2025 Riccardo Fucile

PHILIPPE NON AFFATTO DISINTERESSATO: HA GIÀ DETTO CHE SI CANDIDERÀ COME PRESIDENTE, E SECONDO I SONDAGGI POTREBBE ARRIVARE AL BALLOTTAGGIO CONTRO IL CANDIDATO DEL “RASSEMBLEMENT NATIONAL”

L’ex primo ministro francese Édouard Philippe ha dichiarato martedì che il presidente Emmanuel Macron dovrebbe dimettersi prima della fine del suo mandato, a causa del profondo aggravarsi della crisi politica in Francia.
«Non sono favorevole a una dimissione immediata e brutale… ma [il presidente] deve prendere un’iniziativa», ha detto Philippe all’emittente radiofonica francese RTL.
Philippe, che è stato il primo capo di governo di Macron dal 2017 al 2020, ha affermato che il suo ex superiore dovrebbe «annunciare che organizzerà elezioni presidenziali anticipate
una volta che la Francia avrà approvato il bilancio per il prossimo anno — lasciando così il tempo per una campagna elettorale adeguata dopo il caos scatenato dalle dimissioni del governo lunedì, avvenute appena 14 ore dopo la nomina dei ministri chiave. È stato il terzo governo a cadere in un solo anno.
Philippe ha già annunciato la sua intenzione di candidarsi alle prossime presidenziali, e i sondaggi indicano che potrebbe arrivare al ballottaggio contro il candidato del Rassemblement National di estrema destra.
Se Macron dovesse dimettersi immediatamente, una nuova elezione presidenziale dovrebbe tenersi entro 20 o 35 giorni. Il suo mandato è attualmente previsto fino alla prima metà del 2027.
Secondo un politico centrista — che ha parlato in forma anonima per poter esprimersi liberamente — Philippe sarebbe sottoposto a una crescente pressione all’interno del suo stesso partito, Horizons, fondato nel 2021 e alleato di Macron. Diversi suoi sostenitori lo stanno esortando a cogliere l’occasione per prendere nettamente le distanze dal presidente.
Un sondaggio dell’istituto demoscopico Elabe, pubblicato lunedì, ha mostrato che il 51% degli intervistati ritiene che le dimissioni di Macron contribuirebbero ad allentare la tensione politica in Francia, mentre il 26% pensa che la peggiorerebbero e il 23% non ha espresso opinione.
(da agenzie)

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LE PIAZZE PIENE E LE URNE VUOTE

Ottobre 7th, 2025 Riccardo Fucile

MANCA UNA OFFERTA DECENTE A UN PAESE CHE NON VOTA PIU’

L’entità della sconfitta in Calabria è francamente impietosa nei numeri. Ma è altrettanto impietoso il bilancio politico, che chiama in causa racconto e impianto messi fin qui in campo dal centrosinistra, almeno su tre punti.
Primo: vince, anzi stravince un governatore indagato per corruzione, che ha trascinato la regione al voto anticipato sulla base di un calcolo politico (e personale) e condotto una campagna elettorale tutta contro la magistratura. Le inchieste non spostano più consenso, e cavalcarle non paga.
C’entra un sentimento di assuefazione del Paese ma anche, rispetto al passato, un disincanto verso la magistratura. Elementi che suggeriscono prudenza, a sinistra, nel trasformare il referendum sulla giustizia nella madre di tutte le battaglie.
Secondo: la sconfitta arriva dopo la settimana delle mobilitazioni per Gaza. C’è chi cita il buon vecchio Pietro Nenni, «piazze piene urne vuote». Ma le piazze di Nenni erano piazze di quei partiti che poi non riempivano le urne contro la Dc.
Qui le piazze sono “degli altri”. Sono piazze di un sentimento di “indignazione”, ma vivono di vita autonoma rispetto a partiti e sindacati. E infatti partiti e sindacati non le hanno promosse, ma seguite, ognuno con la sua vocazione minoritaria, alla ricerca di un corpo sociale per supplire alle proprie autonome capacità di mobilitazione. E ci sono stati dentro da megafoni della piazza, rinunciando a uno sguardo d’assieme. Morale: né hanno rivitalizzato l’identità né tantomeno allargato.
Terzo: perde l’uomo simbolo del reddito di cittadinanza. Il dato smentisce il teorema “Todde”, secondo cui quando il candidato è dei Cinque stelle, e non del Pd, l’alleanza funziona.
Come la metti la metti, si perde. E smentisce l’idea che la
sommatoria di singole proposte – chi il reddito, chi il salario minimo – sia la scorciatoia rispetto alla fatica di un disegno complessivo sfidante, proprio sul terreno economico-sociale.
Dalle politiche in poi, siamo 12 a 3 per Giorgia Meloni. Ha perso solo in Sardegna dove ha fatto harakiri, in Emilia Romagna e in Umbria, anch’essa con una tradizione progressista.
Ogni volta una spallata annunciata e mancata, compreso questo “midterm” a tappe che doveva finire 5 a 1 per il centrosinistra ed è iniziato con un 2 a 0 per la destra. Ogni volta una coalizione, che tale non è, perde perché non è tale. È la rappresentazione icastica di una totale assenza di contesa, aggravata dal racconto emergenziale portato avanti, che certifica una drammatica lontananza dal “sentiment” del Paese.
E ogni volta lo stesso dopopartita, in cui tutto viene metabolizzato senza mai aprire un minimo di discussione critica o autocritica.
Ce ne fosse uno che si pone il problema di proporre un’offerta decente a quel mezzo Paese che non vota più. Non sia mai: per farlo, servirebbe bombardare il quartier generale
(da La Stampa)

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ISPI A DUE ANNI DALL’ATTACCO DI HAMAS: “SENZA NASCITA DELLO STATO PALESTINESE, PACE ANCORA LONTANA”

Ottobre 7th, 2025 Riccardo Fucile

“POSIZIONI POLARIZZATE” SECONDO I RICERCATORI DELL’ISTITUTO

“È cambiato tutto e allo stesso tempo non è cambiato niente. È cambiato tutto perché sembra che per la prima volta dopo molti anni a livello internazionale si sia creato un consenso ancora più
deciso per la creazione di uno Stato palestinese e di condanna di certe politiche adottate dal governo israeliano. Ma al contempo non è cambiato nulla perché dopo due anni siamo ancora qui a parlare di una pace tra Hamas e Israele, che è ancora lontana”.
A parlare è Luigi Toninelli, ricercatore ISPI dell’Osservatorio Medioriente e Nord Africa, che a Fanpage.it ha fatto il punto sulla guerra tra Hamas e Israele a esattamente due anni dal 7 ottobre 2023. Anni in cui migliaia di persone all’interno della Striscia di Gaza e non solo sono state uccise o sono morte di fame e di stenti, in cui la maggior parte delle scuole e degli ospedali sono stati distrutti e decine di ostaggi non sono mai tornati a casa. Ieri a Sharm el-Sheikh sono cominciati i negoziati tra le delegazioni delle due parti. Ma la pace, quella vera, sembra essere ancora lontana.
Dott. Toninelli, cosa è cambiato, oltre al numero dei morti a Gaza che continua a salire, in questi due anni?
“È cambiato tutto e allo stesso tempo non è cambiato niente. È cambiato tutto perché sembra che per la prima volta dopo molti anni a livello internazionale si sia creato un consenso ancora più deciso per la creazione di uno Stato palestinese e di condanna di certe politiche adottate dal governo israeliano. Ma al contempo non è cambiato nulla perché dopo due anni siamo ancora qui a parlare di una pace tra Hamas e Israele. Una pace che in questo caso potrebbe presupporre la fine stessa del gruppo Hamas, ma non sappiamo ancora esattamente come si plasmerà la situazione
sul campo. E stiamo ancora parlando di una situazione in cui non si può arrivare a definire una pace tra il popolo palestinese e lo stato israeliano”.
Perché?
“Perché a prescindere da questo accordo di 20 punti che le parti stanno discutendo, dalla smilitarizzazione di Hamas o dalla liberazione dei prigionieri, ancora non c’è un processo che porta alla nascita di uno Stato palestinese, quindi proprio per questo non segnerà la fine di questa parentesi che ormai dura dalla fine dagli anni ’30 di conflitto tra due popoli e che appunto è destinata probabilmente a proseguire in maniera magari non così violenta come l’abbiamo conosciuta in questi due anni, ma sotto altre forme”.
Lei come giudica questo piano di Trump per Gaza? Secondo lei ci sono delle possibilità che venga approvato? E in caso di esito positivo, effettivamente è una cosa che potrebbe aprire ad un processo di pace?
“Sicuramente lo valuto in maniera positiva perché sembra porre fine alle violenze che stavamo vedendo all’interno della Striscia di Gaza e sembra poter far portare a casa i prigionieri che erano ancora nelle mani di Hamas. Quindi in questo senso sicuramente è qualcosa di positivo e credo che possa essere adottato e accettato proprio perché le pressioni sono molte, soprattutto nei confronti di Israele. Tuttavia, questo stesso piano di pace al suo interno nasconde notevoli punti interrogativi e, come sappiamo
bene, molto spesso il diavolo si nasconde nei dettagli e sono molti i dettagli che ancora rimangono un po’ oscuri.
Innanzitutto, perché si fa solamente un breve accenno a quella che sarà la nascita dello Stato palestinese e non se se parla in maniera approfondita. In seconda istanza, perché il ritiro israeliano presunto, che dovrebbe esserci da qui ai giorni successivi dell’adozione di questo di questo accordo di pace, non è ben chiaro come dovrebbe avvenire. Sappiamo da indiscrezioni che probabilmente Israele in una prima fase continuerà a occupare il 70% della Striscia di Gaza, ovvero la stessa porzione di territorio che occupava prima di questa ultima avanzata che ha scatenato tutte le ire e le proteste internazionali, quindi si ritorna alla situazione di qualche mese fa. Inoltre, non si definisce nel dettaglio quali saranno le tempistiche per far tornare la Striscia di Gaza tra le mani di un governo palestinese. Si dice che si deve aspettare la riforma dell’Autorità Nazionale Palestinese, ma al di là di questo non si va a definire quanto tempo servirà o quali sono le riforme che ci si aspetta, e soprattutto il governo che si impone è un governo di stampo occidentale sotto cui lavoreranno tecnocrati palestinesi e arabi. In questo modo, si va a certificare come la leadership palestinese abbia fallito. E questo è di per sé un approccio problematico, che ha fallito molte volte in passato e che mi chiedo come mai questa volta dovrebbe aver successo. Ma, nonostante i dubbi, è a mio avviso il miglior piano raggiungibile in questa fase visto che le posizioni si sono notevolmente polarizzate. Per questo si deve sperare che vanga accettato da entrambe le parti”.
A proposito di governo occidentale, nei giorni scorsi si parlava anche di Tony Blair come futuro governatore di Gaza. Cosa ne pensa?
“Sicuramente Tony Blair è un personaggio controverso. Ricordiamoci che è uno dei responsabili delle guerre in Afghanistan e in Iraq, di tutta quella stagione delle armi chimiche che avrebbe dovuto possedere Saddam Hussein. È una persona che durante il suo governo è intervenuto anche in Kosovo e in Sierra Leone militarmente, quindi è una persona che è estremamente controversa ed è ritornato in auge un po’ in maniera inconsueta. È molto probabile a questo punto che avrà un ruolo nell’amministrazione della Striscia di Gaza, ma di per sé non è esattamente una persona né super partes né che ha un curriculum vitae che può essere definito immacolato”.
Cosa ne sarà invece del popolo palestinese?
“La notizia migliore di questo piano è proprio nei confronti della popolazione palestinese, perché a differenza del piano della Riviera di Gaza di Trump dello scorso febbraio, in questo piano si dice che alla popolazione palestinese sarà consentito di rimanere all’interno della Striscia, che non c’è la volontà di portarli in altri in altri paesi, in altri territori e solamente chi vorrà andarsene sarà in qualche modo lasciato partire, ma la popolazione palestinese si certifica che in qualche modo ha il diritto a vivere all’interno della Striscia. Questa è una grande conquista rispetto a quello che era il piano di Trump fino a pochi mesi fa. Al di là di questo c’è poco altro, come dicevamo prima. Non c’è un progetto per dare loro un governo e uno Stato e questo è probabilmente il punto più critico di questo piano, che – ricordiamo però ancora una volta – è un piano per chiudere la guerra iniziata il 7 di ottobre, la quale è solo una fase di una guerra ben più ampia che è cominciata all’inizio del ‘900”.
Secondo lei, l’unico modo per mettere fine a questa guerra pluridecennale resta la soluzione due popoli e due stati?
“Le opzioni sono tendenzialmente due: la prima è la creazione di due popoli e due stati, e la seconda opzione è la creazione di uno stato unico ma binazionale un po’ sulla falsariga di quello che è il Belgio contemporaneo. Quindi due nazioni, una israeliana e una palestinese, che vivono in uno stesso stato ma che hanno ampie autonomie come comunità. Questo è uno scenario che in molti in realtà prima del 7 ottobre dicevano essere il più probabile. A oggi invece la situazione sembra essere ribaltata. Quindi la soluzione di due stati è al momento la più probabile”.
(da agenzie)

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CHI SONO GLI ITALIANI A BORDO DELLA NAVE CONSCIENCE IN ROTTA VERSO GAZA: “PORTIAMO LA COSCIENZA DELL’UMANITA’”

Ottobre 7th, 2025 Riccardo Fucile

RICCARDO, FRANCESCO, STEFANO, CLAUDIO E VINCENZO SONO ALCUNI DEGLI ITALIA A BORDO DELLA NUOVA FLOTILLA CHE NELLE PROSSIME ORE ENTRERA’ NELLA ZONA AD ALTO RISCHIO DOVE OPERANO I TERRORISTI DI ISRAELE

La nave Conscience è salpata martedì scorso insieme ad altre undici imbarcazioni che trasportano circa 250 persone tra medici, infermieri e giornalisti da tutto il mondo, un giorno prima che in acque internazionali Israele intercettasse le barche della Global Sumud Flotilla. Una staffetta instancabile e irrefrenabile quella delle flotille che si alternano con un unico obiettivo: rompere il blocco navale illegale israeliano su Gaza e portare aiuti umanitari alla popolazione palestinese stremata da due anni di carestia
La principale di queste nuove imbarcazioni è proprio la
Conscience della Freedom Flotilla Coalition, la stessa barca che fu attaccata lo scorso maggio a largo di Malta e che oggi trasporta medici, infermieri e giornalisti. Si tratta di una nave di 68 metri, partita da Otranto il 30 settembre e che da venerdì naviga al largo di Creta. A bordo ci sono circa cento persone, di cui sei italiani. Fanpage.it ha raccolto alcune delle storie dei connazionali in rotta verso Gaza che nelle prossime ore entreranno nella “zona rossa”, ovvero quella entro la quale sono avvenute tutte le ultime intercettazioni da parte dell’esercito israeliano.
Riccardo Corradini, chirurgo: “Vogliamo creare un corridoio umano”
“Mi chiamo Riccardo Corradini, ho 42 anni, sono di Trento e sono un chirurgo”, racconta in collegamento telefonico. “Sono a bordo della Conscience, una nave lunga 70 metri, con un centinaio di persone a bordo. Per lo più medici e giornalisti, ma anche tanti infermieri e personale sanitario. Veniamo da venticinque Paesi: dal Canada alla Nuova Zelanda, dal Messico alla Malesia. Tutta l’Europa è rappresentata. Siamo un gruppo variegato di sanitari e professionisti della comunicazione da ogni parte del mondo”.
Corradini spiega che l’obiettivo è duplice: “Da una parte vogliamo portare aiuti umanitari — non solo cibo, indispensabile comunque, perché ricordiamoci che a Gaza è in corso una carestia, come ha detto l’Organizzazione Mondiale della Sanità,
indotta dall’esercito israeliano. Secondo i dati ONU, tre palestinesi su quattro non riescono ad accedere al cibo ogni giorno. Portiamo quindi cibo, ma anche farmaci di tutti i tipi: per il diabete, per il colesterolo, ma anche quelli che servono per la vita, come l’adrenalina e la dobutamina, indispensabili nelle terapie intensive, nelle rianimazioni e nelle sale operatorie. Portiamo anche beni di prima necessità che ormai a Gaza sono un lusso: pannolini, assorbenti, latte in polvere per bambini. Ma soprattutto portiamo noi stessi. Non vogliamo creare un corridoio umanitario, ma un corridoio umano. Vogliamo rompere il blocco illegale che Israele impone da anni, e che dal 7 ottobre 2023 si è aggravato. Portiamo i nostri corpi, la nostra professionalità, le nostre mani per aiutare colleghi che da due anni cercano di evitare una catastrofe umanitaria”.
“I sanitari a Gaza – continua il chirurgo – sono diventati un bersaglio: più di 1.677 uccisi dal 7 ottobre, secondo la Croce Rossa internazionale. È inaccettabile. Nessuno può impedire a dei medici di entrare in una zona di guerra e portare aiuto. Speriamo di arrivare a Gaza con il nostro carico di pace, di aiuti e di solidarietà”.
Francesco Prinetti, medico: “Qui anche per protestare contro lo Stato italiano”
A bordo c’è anche Francesco Prinetti, medico torinese di 28 anni: “Siamo un equipaggio composto esclusivamente da professionisti sanitari e giornalisti. La barca rappresenta le
categorie che sono state un obiettivo principale del genocidio in corso a Gaza: con il blackout mediatico, la distruzione e il bombardamento degli ospedali, l’uccisione di medici e infermieri, e l’impossibilità di accedere alle cure. Vogliamo portare la nostra professionalità e solidarietà al popolo palestinese, e rompere l’assedio illegale israeliano che da anni causa questo genocidio”.
Ma la sua presenza è anche una denuncia: “Sono qui anche per protestare contro la complicità dello Stato italiano. È un modo per manifestare la mia contrarietà a un ruolo di complicità che ci viene imposto di fronte alla comunità internazionale, mentre Israele continua a godere di impunità di fronte ai suoi crimini”.
Vincenzo Fullone: “Nessuno ha il diritto di fermare chi cerca di difendere la vita”
Poi c’è Vincenzo Fullone, 53 anni, calabrese. Gaza per lui non è un nome lontano. “Mi sono trasferito a Gaza nel 2013, poi ho vissuto per undici anni in Medio Oriente. Torno a Gaza per continuare quello che ho iniziato: con Yasser Murtadjah, Rushdi Sarraj e Sami Eben ho fondato la prima agenzia di comunicazione indipendente nella Striscia. Loro sono tutti martiri, io sono l’unico sopravvissuto”.
“Torno per continuare ad aprire uno squarcio sulla verità”, spiega a Fanpage.it, “Gaza è stata invisibile per anni, nascosta da una cortina che i media hanno ignorato colpevolmente. Ora si parla delle flotte, ma si guarda ancora al dito e non alla luna, che
è l’occupazione illegale della Palestina. Finché Gaza e la Palestina saranno occupate, finché i governi legittimeranno l’occupazione e la pulizia etnica, tutto questo continuerà. Il genocidio perpetrato da Israele a Gaza non è qualcosa di eccezionale: lo fa da quasi ottant’anni. Non dimentichiamo la Nakba, le deportazioni del ’48 e del ’67”.
“La Conscience è piena di medici, infermieri, giornalisti, farmaci. È l’ultimo atto di coscienza dell’umanità”, continua, “se fermano questa nave, fermeranno la coscienza stessa dell’umanità. Gaza è un laboratorio, un esperimento: se restiamo in silenzio, quello che accade lì accadrà anche altrove. Noi non stiamo andando a provocare nessuno, stiamo andando in acque palestinesi. Il diritto alla vita è inalienabile, e nessuno ha il diritto di fermare chi cerca di difenderlo”.
Stefano e Claudio: “Abbiamo un obbligo morale: esserci”
Sul ponte, Stefano, infermiere romano di 42 anni, racconta dal suo cellulare: “Mi sono imbarcato il 30 settembre da Otranto. Il nostro obiettivo è toccare la terra di Gaza, entrare negli ospedali e dare supporto tecnico ai colleghi che non ce la fanno più. Sono 1.677 i sanitari uccisi: chirurghi che tremano per la fatica e la fame, infermieri che non riescono a seppellire i propri cari. Abbiamo un obbligo morale: esserci”.
Infine c’è Claudio Torrero, o Bhante Dharmapala, monaco buddista. “Sono qui perché la mia vocazione mi impone di stare vicino alla sofferenza e fare ciò che è possibile per limitarla impedirla. Qui c’è una gravissima sofferenza: il genocidio di un intero popolo, quello palestinese. Ma c’è anche una catastrofe morale che si sta abbattendo sull’ebraismo, una delle grandi tradizioni spirituali dell’umanità, che viene schiacciata nei suoi fondamenti da ciò che accade. Da anni sono impegnato nel dialogo interreligioso: per questo dovevo essere qui”.
Mentre la Conscience avanza verso la “zona rossa”, ognuno porta la propria idea di cura, di responsabilità, di umanità. “Speriamo di arrivare a Gaza con il nostro carico di pace, di aiuti, di solidarietà”, ripete Riccardo. “Oggi in mare aperto”, conclude Francesco, “a muoversi è la coscienza – Conscience per l’appunto – dell’umanità”.
(da Fanpage)

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FLOTILLA, LE DENUNCE CONTRO ISRAELE PER RAPIMENTO, SEQUESTRO DI PERSONA E MALTRATTAMENTI E CONTRO IL GOVERNO ITALIANO PER MANCATA TUTELA IN ACQUE INTERNAZIONALI

Ottobre 7th, 2025 Riccardo Fucile

“I DRONI CHE CI HANNO ATTACCATO A TUNISI SONO PARTITI DALL’EUROPA”… L’INTELLIGENCE USA ACCUSA NETANYAHU

Una serie di denunce per sequestro di persona e maltrattamenti. E poi anche per l’abbordaggio e la detenzione arbitraria. Mentre fonti di intelligence Usa dicono che è stato Benjamin Netanyahu a ordinare gli attacchi con i droni. Gli attivisti della Global Sumud Flotilla tornano a casa. E scattano gli esposti contro Israele. La presidente del CUP, Candidatura di Unità Popolare, al Parlamento spagnolo Pilar Castillejo ha annunciato un’azione legale per denunciare il rapimento degli attivisti. Mentre nel carcere di Keziot restano 138 dei 462 arrestati dopo gli abbordaggi della notte tra il primo e il 2 ottobre. Due esposti sono arrivati anche alla procura di Roma. Che dovrà quindi aprire un’indagine.
Sequestro di persona e maltrattamenti nella Gsf
Gli esposti a piazzale Clodio, competente per i reati politici commessi all’estero contro italiani, sono firmati dal legal team della Flotilla, che comprende Alessandra Ballerini e Catarina Malavenda. Ricostruiscono il contesto e il blocco degli aiutiB umanitari. E l’abbordaggio in quelle che non sono acque
israeliane almeno finché non sarà riconosciuta l’acquisizione del territori. I reati ipotizzati vanno dal sequestro di persona in giù, per l’abbordaggio delle 40 imbarcazioni, la detenzione arbitraria e i maltrattamenti. E si accusa anche la Marina e la Difesa italiana per aver interrotto la protezione navale a 150 miglia da Gaza.
Come animali
Non solo gli attivisti italiani. «Siamo stati trattati come animali. Come terroristi», ha detto all’Agenzia France Presse Yasmin Acar, membro del comitato direttivo della Flotilla. «Siamo stati aggrediti fisicamente e privati ​​del sonno», ha raccontato Acar. Aggiungendo di non aver ricevuto né acqua potabile né cibo «per le prime 48 ore» della sua detenzione. Lei è una dei 171 attivisti arrivati ad Atene.
Anche l’eurodeputata franco-palestinese Rima Hassan ha dichiarato all’Afp di essere stata «picchiata». «Sono stata picchiata mentre salivo sul furgone da due poliziotti israeliani», ha detto la deputata di La France Insoumise . «Abbiamo molto da denunciare», ha insistito. Indossando, come Greta Thunberg, una tuta grigia del tipo usato nelle carceri israeliane.
15 per cella, materassi sul pavimento
«A volte eravamo 13-15 per cella su materassi sul pavimento». Nella «prigione di massima sicurezza israeliana (nel deserto) del Negev. Ci mancava davvero tutto». Anche un altro deputato
francese di Lfi, François Piquemal, ha denunciato «gli episodi umilianti» che hanno subito dopo l’arresto. «Non abbiamo visto nessun avvocato, nessun medico, nessun diritto di uscire, nessuna doccia», ha detto.
Le circa cinquanta imbarcazioni che componevano la flottiglia sono state sequestrate illegalmente al largo delle coste dell’Egitto e della Striscia di Gaza tra il 1° e il 3 ottobre, secondo gli organizzatori e Amnesty International.
Le espulsioni
Secondo la polizia israeliana, più di 470 persone a bordo delle imbarcazioni della flottiglia sono state arrestate. Le espulsioni sono iniziate il 2 ottobre. Circa 138 partecipanti rimangono detenuti in Israele, ha dichiarato all’Afp il ministero degli Esteri israeliano. Tra loro ci sono 13 brasiliani, tre dei quali hanno iniziato uno sciopero della fame, ha detto all’Afp Lara Souza, portavoce della delegazione brasiliana alla flottiglia.
Il Fatto Quotidiano fa sapere che i voli dalla Grecia all’Italia li hanno pagati le famiglie, che secondo alcune fonti saranno rimborsate dalla Flotilla. Intanto sono confermate anche dall’intelligence Usa le responsabilità del premier israeliano Netanyahu nei primi attacchi con i droni, quelli incendiari che hanno colpito in Tunisia le barche partite da Barcellona.
La replica della Flotilla
A parlare della vicenda è stata Cbs News citando due funzionari dell’intelligence americana. Secondo le fonti al porto di Sidi Bou
Said e forze israeliane hanno lanciato droni da un sottomarino e sganciato ordigni incendiari sulle imbarcazioni, provocando il fuoco. La portavoce della missione italiana Maria Elena Delia ha replicato: «Se tutto ciò dovesse essere confermato, si aggiungerà alla vergogna di chi ci accusava di esserci autosabotati. Speriamo che i pm prendano in considerazione tutte queste informazioni». Intanto Benedetta Scuderi di Avs a Strasburgo ha chiesto un dibattito su Gaza e la Flotilla: «Siamo stati presi in ostaggio dalle forze israeliane in acque internazionali, sequestrati, perquisiti, non abbiamo potuto dormire e alcune persone sono state aggredite fisicamente».
La denuncia per furto
Arturo Scotto (Pd) ha raccontato di aver già denunciato l’esercito israeliano per il furto di alcuni oggetti e che mercoledì presenterà un nuovo esposto. A parlare ieri da Barcellona anche Ada Colau: «Ci sono stati maltrattamenti e trattamenti denigranti. Ci hanno umiliati, tenuti per ore in ginocchio, con la testa contro il suolo, senza acqua». Scotto a Un Giorno da Pecora su Radio 1 ha parlato anche dei droni spia: «Noi sappiamo che alcuni dei sorvoli dei droni nei giorni precedenti ad Augusta sono partiti dalla base di Sigonella. Si trattava di droni spia che non hanno fatto nulla ed erano israeliani e americani».
«Droni partiti da un paese Ue»
Secondo Scotto «ci sono delle cose che prima o poi devono uscire, su cui chiediamo sia fatta luce. A me ha colpito che
nessuno del nostro governo abbia chiesto spiegazioni all’indomani dell’attacco dei droni a 600 miglia da Gaza, quindi molto più vicini alla Sicilia, per capire da dove questi siano partiti. Non potevano partire da Israele, che era troppo distante e allor l’idea che mi sono fatto è che possano averlo fatto da qualche paese dell’Ue. Bisogna capire se in quel frangente sono partiti da altri paesi dell’Unione europea», una eventualità che l’esponente dem ritiene una cosa probabile. A chi gli domanda se questo possa essere avvenuto per volontà degli Stati Uniti, Scotto risponde: «Diciamo che non credo che l’America avesse molto in simpatia la Flotilla».
L’ultimo esposto della Flotilla
All’AdnKronos l’avvocata della Flotilla Francesca Cancellaro aggiunge che i legali hanno «fatto due diffide e presentato un esposto. La prima diffida risale al 24 settembre, data in cui si richiedeva al governo l’attivazione immediata delle comunicazioni diplomatiche, della protezione consolare e di ogni misura atta a tutelare i diritti dei partecipanti alla missione. Il 3 ottobre – continua l’avvocato – abbiamo presentato questo esposto presso la procura di Roma volto a ottenere che la magistratura italiana assicuri l’attivazione dei procedimenti penali nei confronti dei responsabili dei ripetuti attacchi alla missione. A tutela dei diritti dei cittadini sequestrati e in difesa del principio di legalità internazionale». Cancellaro sottolinea che l’esposto presentato «tiene conto di qualsiasi violazione,
dagli attacchi con i droni durante la navigazione fino ad arrivare al sequestro degli attivisti in acque internazionali».
(da agenzie)

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IL PARLAMENTO EUROPEO CONFERMA L’IMMUNITA’ A ILARIA SALIS: “UNA VITTORIA PER LA DEMOCRAZIA”

Ottobre 7th, 2025 Riccardo Fucile

FINISCE 306 A 305 DOPO MESI IN CUI LA FOGNA SOVRANISTA HA MONTATO UN CASO SENZA PROVE, SENZA QUERELA DI PARTE E CON UNA PRESUNTA VITTIMA CON UNA PROGNOSI DI 5 GIORNI… IN UN PAESE DOVE VENGONO PERMESSE SFILATE NAZISTE CON L’AVALLO DEL GOVERNO

Il Parlamento europeo ha deciso di non revocare l’immunità parlamentare per Ilaria Salis, accusata dalla giustizia ungherese di aver aggredito alcuni militanti neonazisti a una manifestazione di estrema destra a Budapest.
L’aula ha quindi confermato la posizione espressa lo scorso 23 settembre dalla Commissione Affari giuridici, che con un solo voto di scarto aveva già respinto la richiesta di revoca avanzata da Budapest, salvando di fatto l’eurodeputata del gruppo Alleanza Verdi e Sinistra.
Anche oggi, il verdetto è stato lo stesso: Salis è “salva” per un solo voto di differenza: i favorevoli sono stati 306, i contrari 305, gli astenuti 17. Cento, invece, gli assenti rispetto al complesso degli eurodeputati. Tra i banchi dell’Eurocamera, i colleghi hanno festeggiato il risultato con baci e persino un mazzo di fiori, seguiti da un abbraccio con il collega Mimmo Lucano.
Su Instagram Salis ha postato una fotografia di sé in piedi in aula con il pugno alzato e la descrizione: «Siamo tutti antifascisti!». Mentre in un nota ha precisato che «questo voto è una vittoria per la democrazia, lo stato di diritto e l’antifascismo», si legge.
«Questa decisione dimostra che la resistenza funziona. Dimostra – prosegue Salis – che quando rappresentanti eletti, attivisti e cittadini difendono insieme i valori democratici, le forze autoritarie possono essere affrontate e sconfitte. La lotta è tutt’altro che finita. Le minacce permangono e continuare a lottare è essenziale. Tutti gli attivisti antifascisti presi di mira per aver sfidato l’autoritarismo e le forze fasciste devono essere difesi», conclude l’europarlamente di Avs.
Il voto segreto e il sostegno dei popolari
Per raggiungere la maggioranza necessaria a mantenere l’immunità, era indispensabile ottenere anche il sostegno di una parte dei popolari, il gruppo più numeroso del Parlamento, o della destra. Il centrosinistra – socialisti, Verdi, Sinistra, ma anche liberali – da solo non aveva infatti i numeri per farcela. Proprio per questo il voto segreto si è rivelato fondamentale, poiché ha permesso agli eurodeputati del Ppe, di cui fa parte Forza Italia, così come a quelli dell’Ecr, dove siede Fratelli d’Italia, e dei Patrioti, gruppo della Lega, di esprimersi anche in disaccordo con le linee ufficiali dei loro partiti. Tutti, sulla carta, a favore della revoca.
(da agenzie)

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“BOTTE DA 20 ADULTI”: L’AGGRESSIONE AD OPERA DI MEMBRI DELLA COMUNITA’ EBRAICA DI ROMA A STUDENTI E INSEGNANTI DI UN LICEO

Ottobre 7th, 2025 Riccardo Fucile

APPENA POCHE RIGHE SUI MEDIA DI REGIME, A PARTI INVERTITE I GIORNALI SOVRANISTI AVREBBERO APERTO LA PRIMA PAGINA CON “LA VIOLENZA ISLAMICA”

Il 2 ottobre, a Roma, è accaduto un fatto gravissimo – un episodio di violenza su minori fuori da una scuola – passato insolitamente inosservato. Qualche articolo di giornale, una frettolosa frase di circostanza del ministro Valditara e poi silenzio. Come mai questa strana indifferenza collettiva? Semplice: perché quello che è accaduto mette in grave imbarazzo la comunità ebraica.
Riassumo i fatti: giovedì scorso, in occasione dell’assemblea studentesca, un gruppo di alunni si trovava nel cortile del liceo artistico Caravillani, in zona Monteverde a Roma. La scuola ha alcuni spazi confinanti con la sinagoga (Tempio Beth Michael). È un incontro pacifico, durante il quale i ragazzi – molti dei quali minorenni – discutono di quello che sta accadendo a Gaza. Verso le undici viene intonato il coro “Free Palestine”. Apriti cielo. Un gruppo di adulti esce dal tempio e invade gli spazi scolastici (in cui non sarebbe autorizzato a entrare). I ragazzi vengono aggrediti, alcuni professori li difendono e rientrano tutti in classe, scioccati dall’accaduto.
Finiscono le lezioni e gli studenti escono dall’istituto, ma fuori, ad attenderli, ci sono circa 20 persone sempre provenienti dalla sinagoga accanto. Incuranti del fatto che tra loro ci sono perfino dei minorenni, gli adulti iniziano a insultare e alzare le mani. Gridano “puttane” alle ragazze, mettono le mani addosso ai ragazzini, a uno viene pure strappata una ciocca di capelli. I docenti e alcuni genitori cercano di proteggere i ragazzi, ma vengono aggrediti a loro volta. Chiamano la polizia, arrivano le ambulanze.
Questo è il resoconto di una ragazzina del liceo: “Oggi ci ha aggrediti un gruppo di uomini della sinagoga, perché nella ricreazione è stato fatto un discorso sulla Palestina. Questo gruppo di uomini tra i 40 e i 50 anni è venuto contro noi studenti aggredendoci fisicamente e verbalmente, studenti la maggior parte minorenni. Hanno aggredito anche svariati professori e professoresse, sia verbalmente che fisicamente e, non contenti, ci hanno aspettato all’uscita davanti al cancello e hanno ricominciato ad aggredirci, a chiamarci puttane, afferrando alcune per un braccio e lanciandole fuori dalla scuola. Altri sono stati trasportati in ambulanza. Vogliamo spargere la voce e avere il supporto di tutte le scuole, non è tollerabile che dobbiamo avere paura di andare a scuola”.
A.F. mi racconta: “Mio nipote frequenta il primo anno ed era presente. C’era la polizia, arrivata lì a mediare, ma doveva arrestarli tutti”. N.A., un altro nonno di una ragazza del liceo, aggiunge un particolare: “Quello che è successo è vergognoso. Per di più a prendere le botte peggiori è stato un minorenne della comunità ebraica romana della famiglia S., questi sono fuori di senno!”. Chissà, forse il ragazzo è stato ritenuto colpevole di non aver picchiato i suoi compagni di scuola per quel Free Palestine intonato nel cortile. Nel gruppo degli adulti – chi indaga chiarirà con quale ruolo – è stato riconosciuto anche Riccardo Pacifici, che di quel tempio è presidente e che racconta così i fatti all’agenzia Dire: “Sono costernato per quello che è avvenuto. Contatteremo i genitori del ragazzo, che tra l’altro sono della nostra comunità, e ci scuseremo. Il problema non sono i ragazzi, ma alcuni professori mascalzoni che manipolano la mente degli studenti”. Poi va avanti a spiegare che purtroppo la mattina i ragazzi avevano osato parlare di Palestina in cortile, mentre 400 persone pregavano al tempio: “La vicenda della mattina ci aveva molto turbato e nel frattempo nella comunità si era sparsa la voce che era successo qualcosa. A quanto pare, fuori dalla scuola c’è stata una colluttazione e a un ragazzo con i capelli lunghi, maggiorenne, è stata strappata una ciocca e ha preso qualche ceffone. Perché sia stato picchiato non lo so. Forse ha detto ‘buona giornata’ e qualcuno ha frainteso”. Insomma, la granitica difesa di Pacifici è che basta farsi capire male dicendo “buongiorno” per farsi menare dai membri della sua comunità. Pacifici è così umano da perdonare pure i ragazzi picchiati: “Assolvo i ragazzi, era responsabilità dei professori vigilare. Ci sono alcuni professori delinquenti che sobillano gli studenti. I ragazzi sono condizionati dalle fake news: se fossero tutte vere le notizie che arrivano da Gaza, andrei anche io a manifestare con loro, ma non è così. Se poi vogliono andare in giro per Roma a manifestare per Hamas, possono farlo, o se vogliono solidarizzare con quella pagliacciata della Sumud… Noi abbiamo sopportato e sopportiamo, ma non è detto che tutti abbiano la stessa capacità di self control”. Insomma, gli studenti sono avvisati: non è detto che non saranno menati di nuovo.
La preside del liceo Gioconda Martucci ha ovviamente respinto questa ricostruzione affermando che i filmati chiariscono tutto e spiegando che la scuola ha riferito tutto alle autorità. C’è poi il post pubblico del filosofo e scrittore Lorenzo Gasparrini: “Stanno già girando fior di stronzate su quanto successo oggi al liceo Caravillani. Siccome mio figlio lo frequenta ed è stato testimone non solo oculare di quello che è successo, evitate di coinvolgermi in chiacchiere che riguardano temi internazionali: un ragazzino pestato (ambulanza e Ps) da adulti violenti, professori e genitori aggrediti e pestati anche loro dagli stessi adulti violenti. Da chi? Si sa, dai fascisti”.
Ed è così che dopo giorni di silenzio, oltre a essere stato attivato un presidio fisso della polizia fuori scuola, finalmente ha avuto qualcosa da dire anche il ministro Giuseppe Valditara, sempre così solerte nel minacciare ritorsioni contro studenti che rompono un banco, ma insolitamente cauto quando degli adulti escono da una sinagoga e mandano all’ospedale degli studenti: “Ho apprezzato il messaggio di scuse del presidente della Comunità Ebraica di Roma, Victor Fadlun, rivolto alla dirigente del Liceo Caravillani per gli incresciosi episodi di aggressione verbale e fisica ai danni di alcuni studenti e docenti. Ogni manifestazione di violenza, da chiunque provenga, deve trovare sempre una condanna ferma e inequivocabile. Il dialogo e il rispetto reciproci sono i veri antidoti verso ogni forma di prevaricazione e di odio”. Insomma, improvvisamente il ministro delle maniere forti invoca il dialogo. I giornali dedicano al grave fatto un decimo dello spazio dedicato alla finta storia degli israeliani “cacciati” da un ristorante a Napoli. E nessuna apertura di tg sul caso. Del resto, quando a compiere una violenza barbara è un gruppo che mette in imbarazzo le istituzioni o complica la narrazione pubblica, allora – guarda un po’ – il sistema si inceppa.
(da Il Fatto Quotidiano)

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ABBORDAGGIO FLOTILLA IN ACQUE INTERNAZIONALI, IL GOVERNO SPAGNOLO DENUNCIA ISRAELE ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE: “VIOLATO DIRITTO INTERNAZIONALE”

Ottobre 7th, 2025 Riccardo Fucile

L’ITALIETTA SOVRANISTA STA CON L’ILLEGALITA’ E TACE

Fernando Grande-Marlaska, il ministro dell’Interno spagnolo, ha annunciato che la Spagna farà denuncia alla Corte Penale Internazionale a fronte del violento abbordaggio messo in atto dall’Idf israeliano contro la Global Sumud Flotilla nella notte tra l’1 e il 2 ottobre scorsi.
Pochi giorni fa, il governo spagnolo ha annunciato una serie di misure punitive contro Israele. Fra le iniziative previste figurano un embargo sulle armi, il divieto di transito nei porti e nello spazio aereo spagnolo per navi o aerei che trasportano materiali bellici destinati all’esercito israeliano, e la negazione dell’ingresso in Spagna per chi è ritenuto coinvolto direttamente nelle operazioni contro Gaza
Le azioni compiute dalle autorità israeliane contro le 40 imbarcazioni in rotta verso la Striscia, per portare aiuti umanitari, non passano.
Diversi sono stati i contraccolpi alla risposta israeliana contro una flottiglia che non solo navigava in acque internazionali ma che giungeva con intenti pacifisti, per soccorrere i civili palestinesi.
Anzitutto quella di Istanbul, dove l’ufficio del procuratore capo ha avviato un’indagine sulla detenzione dei cittadini turchi arrestati. Poi lo strappo dei vincoli diplomatici tra Israele e la
Colombia, voluto da Petro ordinando l’espulsione dell’intera delegazione israeliana dal territorio nazionale.
Oggi anche la Spagna si accoda alla lista di Paesi pronti a prendere provvedimenti. “Qualsiasi attacco contro persone in acque internazionali costituisce una privazione della libertà e una violazione del diritto nazionale ed internazionale” ha comunicato il ministro spagnolo Grande-Marlaska annunciando che il Paese adotterà misure conseguenti, presso la CPI, agli eventi della flottiglia. Dopotutto, gli stessi attivisti spagnoli hanno denunciato di aver subito maltrattamenti e violazioni di diritto, accuse che si sommano e trovano conferma tra le decine di persone, membri dell’equipaggio, che hanno segnalato simili iniquità. Le testimonianze infatti raccontano di terribili condizioni di detenzione, no cibo, no acqua, diritti fondamentali calpestati. “Sotto il sole, legati e in ginocchio” ha dichiarato la Ong israeliana Adalah quale rappresentante legale dei 331 attivisti. E ancora: violenze, minacce, molestie, atti di svilimento e vergogna pubblica come quelli subiti da Greta Thunberg, trascinata a terra e costretta a baciare la bandiera israeliana, secondo quanto riferito dal giornalista-testimone turco Ersin Celik.
(da Giornale d’Italia)

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