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ISRAELE SVERGOGNATA, LA PATACCA SUI FONDI DI HAMAS A FLOTILLA: IL DOCUMENTO E’ UN FOGLIO DI 4 ANNI FA E NON CITA NE’ NAVI NE’ SOLDI

Ottobre 7th, 2025 Riccardo Fucile

NON C’E’ NESSUNA “RETE OPERATIVA DI HAMAS” DIETRO ALLA FLOTILLA, ORA SPERIAMO CHE PARTANO LE QUERELE PER DIFFAMAZIONE AGGRAVATA VERSO I MEDIA SOVRANISTI CHE HANNO AVALLATO IL FALSO SIONISTA

Il 30 settembre Israele ha pubblicato un documento che avrebbe dovuto provare un presunto finanziamento di Hamas alla Flotilla.
Peccato per loro che sia un documento vecchio di 4 anni, e quindi assolutamente privo di significato se comparato alla missione. Il ministero degli Esteri di Tel Aviv aveva pubblicato sul sito del governo e sui propri canali social due pagine in arabo.
Il nome del documento è “The Islamic Resistance Movement – Hamas – Palestine”, è stato siglato dall’ex capo dell’ufficio politico del movimento Ismail Haniyeh il 9 febbraio 2021, e doveva essere la prova che avrebbe incastrato gli attivisti. Ma è stato un buco nell’acqua.
Il ministro degli Esteri Israeliano ha pubblicato sui social documenti con cui proverebbe il collegamento organizzativo e finanziario tra Hamas e la Global Sumud Flotilla. Si tratta di una lettera del 2021 e una lista di agenti appartenenti al PCPA, organizzazione designata da Israele come terroristica che però avrebbe giocato un “ruolo chiave” nell’organizzazione della flotta umanitaria
Non c’è nessuna “rete operativa di Hamas” dietro alla Global Sumud Flotilla, la missione nata per portare aiuti umanitari ai palestinesi. La fake news ha provocato reazioni molto forti contro gli attivisti, anche in Italia, dove questo tema è stato usato come strumento di dibattito per attaccare la Flotilla.
La tesi israeliana sosteneva che la lettera fosse stata “ritrovata in un ufficio di Hamas nella Striscia di Gaza”, dimostrando “il controllo dell’organizzazione sulla flottiglia”.
Il documento è stato rilasciato il 30 settembre, quando la Flotilla si avvicinava alle coste di Gaza. Una data non casuale considerando che serviva a condizionare l’opinione pubblica in merito alla spedizione. Ma ci sono diversi problemi: il documento è datato 9 febbraio 2021, è siglato dall’ex capo dell’ufficio politico di Hamas Ismail Haniyeh ucciso il 31 luglio 2024 a Teheran ed è indirizzato a Munir Shafiq, segretario generale del Congresso Popolare dei Palestinesi all’Estero (PCPA), un organismo della diaspora palestinese con sede a Istanbul.
Israele ha utilizzato questo legame per provare che Hamas utilizzerebbe l’organismo come braccio politico e logistico per coordinare la Flotilla.
Nel comunicato ufficiale, il ministero cita anche un secondo “documento” mai mostrato e con un “un elenco di nomi di attivisti legati al PCPA e a Hamas”, fra cui Zaher Birawi, palestinese residente a Londra, e Saif Abu Kashk, dirigente del PCPA in Spagna.
(da agenzie)

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PERCHE’ DOPO LE REGIONALI IN CALABRIA IL CAMPO LARGO DEVE INIZIARE A PREOCCUPARSI

Ottobre 7th, 2025 Riccardo Fucile

INTERVISTA AGLI ANALISTI DI PIAVE DIGITAL AGENXY

Il risultato delle elezioni regionali 2025 in Calabria non è mai stato davvero in discussione, guardando ai sondaggi e ai pareri degli esperti. Ma alcuni si aspettavano un risultato almeno in parte diverso, un distacco minore tra i due candidati principali: invece Roberto Occhiuto, presidente uscente di centrodestra, è stato rieletto con quasi il 58% dei voti, mentre Pasquale Tridico per il centrosinistra o campo largo è rimasto al 41%.
Fanpage.it ha intervistato due analisti di Piave Digital Agency, Gian Piero Travini e Alessandro Fava, per capire cosa c’è dietro questo risultato: una prova di forza di Occhiuto, che non è stato danneggiato per niente dall’indagine su di lui; ma anche qualche segnale preoccupante per il campo largo. Non si tratta di mettere in discussione la coalizione a livello nazionale, ma di osservare con attenzione i prossimi appuntamenti con il voto, specialmente in Campania.ù
Perché la vittoria di Occhiuto è stata così larga e le indagini non hanno avuto effett
Innanzitutto, secondo i due esperti, va ‘spezzata una lancia’ in favore del campo largo: queste elezioni regionali, “volute da Occhiuto” (che si è dimesso e ricandidato dopo aver ricevuto un avviso di garanzia), più che una competizione elettorale sono state una “prova di forza” del presidente uscente: “Una scommessa che ha vinto. La sfida era tutta interna, per il centrosinistra non c’è stata gara”, hanno spiegato Travini e Fava.
La vittoria personale di Occhiuto, che ha dimostrato la propria forza al resto di centrodestra prima ancora che agli avversari, è nei numeri: “Il presidente uscente ha con tutta probabilità aumentato i suoi voti assoluti, nonostante il lieve calo dell’affluenza. Tutti i partiti principali del centrodestra sono cresciuti, ‘svuotando’ le liste minori come Unione di centro (che pure è un partito storico in quelle zone) e Forza Azzurri”.
Ma soprattutto, “la lista civica personale di Occhiuto è il secondo partito della coalizione, ha ottenuto circa il 13%, un risultato paragonabile a quello del Pd”. Basta pensare, per esempio, che “nelle Marche la lista di Matteo Ricci, candidato del centrosinistra, aveva in buona parte preso voti che sarebbero andati comunque ai suoi alleati. Qui invece la lista di Occhiuto non solo ha aiutato a compattare tutti i voti dei partiti minori sul centrodestra, ma è andata anche oltre, guadagnando voti esterni”.
Il presidente non è stato danneggiato dal fatto di essere indagato. “Cosa che invece è successa a Ricci nelle Marche”. La differenza è nell’elettorato: “Gli elettori di centrodestra sono abituati a
compromessi etici, possono accettare molto senza farsi problemi se sono convinti del candidato. Il centrosinistra, invece, no. L’elettorato non solo non accetta il compromesso etico, ma è un tema su cui si ‘incattivisce’. Lo dimostra la sconfitta di Ricci nella provincia di Pesaro, a casa sua”.
Il ruolo di Tridico e del Movimento 5 stelle
Dall’altra parte c’era Pasquale Tridico, che sia per il suo ingresso relativamente recente in politica (le scorse elezioni europee), sia per la brevità della campagna elettorale, secondo gli esperti “ha fatto un po’ la parte della comparsa”. La sua lista personale ha comunque ottenuto abbastanza voti da arrivare seconda nella coalizione di centrosinistra, con poco più del 7%. La lista potrebbe anche aver tolto dei voti al Movimento 5 stelle, il partito di Tridico. “Il M5s ha preso circa il 6%. È un risultato in linea con quello di tutte le ultime elezioni regionali. Anche in Sardegna, con una loro candidata (peraltro vincente), erano arrivati solo al 7%”.
Secondo Travini e Fava, dalla Calabria sono arrivati dei segnali preoccupanti per il campo largo, che riguardano proprio il Movimento. E non si tratta di mettere in discussione la coalizione in quanto tale: “In un periodo in cui ci sono sette elezioni regionali in poche settimane, non si può fare un bilancio nazionale dopo ogni voto”. Il punto, però, è che c’è un tema che ritorna di continuo: “La capacità del Movimento 5 stelle di mobilitare il suo elettorato”. E anche se non è il caso di parlare di
crisi del campo largo a livello nazionale, “il risultato in Calabria, peggiore delle aspettative fa partire dei campanelli d’allarme sulle elezioni regionali in Campania”.
I campanelli d’allarme per il campo largo e l’importanza della Campania
Per capire il ragionamento degli analisti bisogna fare un passo indietro: “L’idea strategica alla base del campo largo è che con questa alleanza il centrosinistra diventi competitivo al Sud, per compensare i voti del ‘profondo Nord’ che la destra ha più o meno assicurati”. Questa idea, prima delle prossime elezioni politiche, “verrà messa alla prova soprattutto in Campania”.
È noto che “da anni c’è una differenza importante tra i voti che il Movimento 5 stelle prende alle elezioni nazionali e quelli che raccoglie alle regionali”. In quest’ottica, la Campania diventa molto importante per una serie di motivi: “Si tratta di una Regione dove il Movimento 5 Stelle ha vinto dei collegi anche da solo, alle ultime elezioni politiche; dove c’è uno zoccolo duro e vincente di elettori pentastellati; e dove il candidato sarà Roberto Fico, che ha pochi pari per quanto riguarda il peso nel Movimento”.
Insomma, le condizioni apparentemente sono favorevoli al M5s, e il centrosinistra parte comunque favorito. Quando manca un mese e mezzo al voto, il centrodestra non ha nemmeno ancora ufficializzato un candidato. Ma proprio per questo, “se il centrosinistra dovesse vincere di poco, se emergesse anche qui
un problema di mobilitazione degli elettori del Movimento, allora l’idea strategica fondamentale del campo largo potrebbe essere messa in discussione”.
È vero che, come si ripete spesso, “l’elettorato del Movimento 5 stelle alle elezioni politiche vota molto più che alle regionali. Lo fece nel 2022, ribaltando quasi tutti i sondaggi. Infatti anche in Calabria vinse un collegio, quello di Cosenza”. Dunque, se anche in Campania la partecipazione dei M5s fosse bassa non vorrebbe dire necessariamente che lo sarà anche alle prossime politiche. Ma a quel punto la questione diventerebbe un’incognita, una scommessa: “L’aumento di affluenza alle elezioni nazionali non può essere una garanzia sempre”.
L’affluenza, i calabresi “fuori sede” e il peso delle piazze per la Palestina
C’è un altro tema che ha fatto molto discutere, e che soprattutto il centrosinistra ha citato più volte dopo le elezioni in Calabria: quello dell’affluenza. È andato a votare il 43,1% degli aventi diritto, in leggero calo rispetto a quattro anni fa.
In Calabria è particolarmente forte il tema dei cittadini che sono tecnicamente residenti nella Regione, ma vivono, studiano o lavorano al di fuori (che sia in altre Regioni o all’estero) e non tornano per votare. Da una parte, questa carenza “penalizza il centrosinistra”, hanno spiegato gli analisti di Piave Digital Agency. Dall’altra, “con questi numeri il risultato complessivo non sarebbe cambiato granché, magari si sarebbe spostato di
qualche punto percentuale”. E, più in generale, “queste sono le regole del gioco e i partiti le conoscono. Invece di lamentarsene, semmai si dovrebbe provare a cambiarle rendendo più semplice votare per chi si trova in questa situazione”.
Al di là del caso dei cittadini calabresi che non vivono in Calabria, resta l’astensione molto bassa. Secondo gli esperti, uno dei motivi è che “il centrosinistra nelle elezioni regionali sta facendo delle campagne elettorali che parlano alla sinistra, ma escludono delle persone che non sono di sinistra e magari semplicemente non si riconoscono nel centrodestra. Ad oggi non basta portare al voto il centrosinistra per battere il centrodestra, specialmente alle regionali”.
Uno dei temi che ha causato una forte mobilitazione a livello nazionale è la Palestina, con lo sciopero generale e una manifestazione molto partecipata poco prima del voto. Ma al momento “quelle piazze non hanno un peso politico sui territori”. Si tratta di manifestazioni che “servono per fare movimento”, ma poi serve un passaggio cruciale, ovvero “intercettare quel movimento e portarlo dentro ai partiti”, a livello territoriale, “trovando lì delle persone che hanno voglia di spendersi anche per temi più complicati”. Ad esempio, la sanità: “Se si vedesse una piazza simile a quelle degli ultimi giorni per la sanità pubblica, allora sarebbe il centrodestra a doversi porre il problema di mobilitare più elettorato”.
(da Fanpage)

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CONTI IN ROSSO E ONDA POPULISTA, PARIGI ALLARMA L’UE

Ottobre 7th, 2025 Riccardo Fucile

IL DEBITO ORMAI FUORI CONTROLLO, IL DOWNGRADE DI FITCH, IL TERRORE DI BRUXELLES

Jordan Bardella e Manon Aubry, il primo presidente del Rassemblement National, la seconda esponente di spicco di La France Insoumise. Entrambi primi firmatari delle due mozioni di censura presentate contro Ursula von der Leyen alla Plenaria appena apertasi a Strasburgo.
Basta questo dato a delineare il grado di preoccupazione che circonda le istituzioni dell’Ue sul caos politico in Francia. Parigi, da perno dell’asse franco-tedesco e interlocutore a volte critico ma affidabile della Commissione, rischia di diventare una seria spina nel fianco del braccio esecutivo dell’Ue, poco avvezzo ad avere a che fare con una Francia debole dal punto di vista finanziario e segnata dal populismo sul fronte politico.
Già, perché il Rassemblement National e La France Insoumise sono i due principali avversari anche di Emmanuel Macron, protagonisti finora indiscussi della tempesta politica che si è abbattuta sull’Eliseo. A Bruxelles hanno accolto con un prevedibile no comment la caduta del governo di Sébastien Lecornu.
Un richiamo alla cautela è invece arrivato dalla Germania. “Metterei in guardia da una drammatizzazione”, ha sottolineato il portavoce del cancelliere tedesco Friedrich Merz. Chissà se i vertici della Commissione la pensano allo stesso modo. Mai come in questo momento, dalle misure di sostegno all’Ucraina a quelle legate alla competitività, von der Leyen necessita di un Macron al suo fianco e non ostaggio del cul de sac politico in cui sembra essersi infilato.
Ad allarmare Palazzo Berlaymont c’è innanzitutto un dato: il debito della Francia è da tempo oltre il limite di guardia, il recente downgrade di Fitch non ha fatto che certificare una situazione finanziaria a dir poco preoccupante. A livello europeo, visto il peso economico della Francia, si potrebbe innescare un rischioso effetto domino.
C’è poi, il dato squisitamente politico. La crisi del macronismo potrebbe gettare nuova benzina nel serbatoio dell’estrema destra di Marine Le Pen e Jordan Bardella, ma anche nell’estrema sinistra di Jean-Luc Mélenchon.
La prospettiva che, dal 2027, all’Eliseo sieda un presidente fortemente euroscettico diviene sempre più concreta, in un contesto che vede già ora Bruxelles costantemente alle prese con l’ascesa dei sovranisti. In questo contesto il 2027 potrebbe essere un anno chiave per il futuro dell’Ue: si voterà – oltre che in Italia – anche in Polonia, dove l’europeista Donald Tusk è da mesi in seria difficoltà
La Plenaria dell’Eurocamera si è aperta con il dibattito sulle due mozioni di censura – avanzate dai Patrioti e da The Left – nei confronti di von der Leyen. Bardella ha definito la sfiducia della presidente necessaria “per salvare l’Europa”. Aubry la accusata di promuovere, assieme al leader del Ppe Manfred Weber, una maggioranza con la destra estremista.
Von der Leyen, ancora una volta, ha richiamato tutti all’unità, parlando di una “Europa in massima allerta” e sottolineando come, dividendosi, si cade nella trappola di Vladimir Putin. “I nostri avversari non solo sono pronti a sfruttare qualsiasi divisione, ma sono loro stessi a fomentare attivamente tali divisioni”, ha scandito. A difenderla sono stati soprattutto Ppe e Renew. Più freddi gli interventi di Socialisti e Verdi. La maggioranza Ursula è più che mai sfilacciata e la crisi francese, anche a Strasburgo, rafforza le frange estreme dell’emiciclo.
(da agenzie)

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IL PRESIDENTE FRANCESE CAMMINA DA SOLO ALL’ILE DE LA CITÉ: È L’IMMAGINE PLASTICA DELLA SUA SOLITUDINE. BRILLANTE E CARISMATICO ALL’ESTERO, SCONSOLATO E ISOLATO IN PATRIA

Ottobre 7th, 2025 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE ASSISTE AL FALLIMENTO DEL SUO FEDELISSIMO LECORNU E ALLO SCARICABARILE DEI SUOI: “NON LO CAPIAMO PIÙ”… GLI ESTREMISMI DI DESTRA E SINISTRA (LE PEN E MELENCHON) SI SCALDANO E CHIEDONO LE DIMISSIONI DEL PRESIDENTE: AL PROSSIMO GIRO, PARIGI POTREBBE DIVENTARE LA SPINA NEL FIANCO DELL’UE E PUNTA DI LANCIA DEL PUTINISMO EUROSCETTICO

«Non lo capisco più», dice più allibito che rattristato Gabriel Attal, ultimo premier della fase in cui Macron e il macronismo sembravano ancora reggere, prima dello scioglimento dell’Assemblea nazionale il 9 giugno 2024.
Da allora le cose non si sono mai più aggiustate, e nelle parole di Attal c’è tutta l’amarezza per la fine di un’avventura collettiva: l’ex premier ora guida il partito Renaissance e i deputati macronisti, molti dei quali destinati a essere spazzati via nelle
prossime, forse inevitabili, elezioni anticipate.
Non è solamente Attal a non capire più Macron, ieri colto dalle telecamere mentre passeggiava da solo all’Ile de la Cité. Un’immagine rubata che sembra corrispondere alla condizione umana del presidente negli ultimi mesi: magari brillante all’estero, protagonista di iniziative diplomatiche qualche volta di successo, per esempio sulla Palestina, ma in patria sconsolato e isolato, sconnesso dall’umore del Paese e, a detta di chi lo frequenta, più provato dagli eventi di quanto non faccia vedere.
Come Attal, molti che hanno creduto in Macron non lo capiscono più: non capiscono perché abbia sciolto l’Assemblea all’improvviso, perché abbia nominato premier un vecchio signore come Barnier, e poi un altro vecchio signore come Bayrou, e poi il giovane Lecornu che aveva però quel difetto insormontabile, essere l’ultimo dei fedelissimi macronisti quando ormai tutto ciò che è associato a Macron è inviso ai cittadini e a quasi tutta la classe politica.
E poi, ancora, anche chi ha amato Macron non capisce come abbia potuto avallare una lista dei ministri di Lecornu praticamente uguale a quella di Bayrou bocciata a settembre, con l’unica novità del ripescaggio a Losanna di Bruno le Maire, che per sette anni è stato ministro delle Finanze, proprio quelle Finanze che sono un disastro, il problema più urgente e grave da risolvere.
Fino al cinema di ieri, con Macron che accetta le dimissioni di Lecornu e poi, tolto di mezzo Le Maire, richiama il premier per chiedergli gli «ultimi tentativi». Se persino gli amici non capiscono più Macron, figurarsi i nemici. «Basta con questa farsa, bisogna andare alle urne subito», dice Marine Le Pen, che aggiunge: «Macron ha solo due opzioni. O si dimette o scioglie di nuovo l’Assemblea, i francesi ne hanno abbastanza di questo circo». Alla sinistra radicale, Jean-Luc Mélenchon prima definisce «un corteo di zombie» i ministri scelti da Lecornu poi pretende che Macron se ne vada subito, e rilancia una mozione di destituzione del presidente che verrà esaminata in parlamento mercoledì.
Poche possibilità che passi, ma i continui appelli di Mélenchon alla destituzione pongono il tema sul tavolo della discussione, tanto che persino il gollista David Lisnard chiede a Macron di cominciare a riflettere sulle sue «dimissioni programmate».
I socialisti invece cercano di giocare un’altra partita, e il segretario Olivier Faure chiede la nomina di un governo di sinistra che comprenda anche ecologisti e comunisti, ma senza la France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon. Resta da capire come un simile governo potrebbe sopravvivere
Se Lecornu non riuscirà a fare in 48 ore quello che non gli è riuscito in 27 giorni, cioè trovare un accordo politico solido, Macron «prenderà le sue responsabilità», assicura l’Eliseo. Più che dimettersi, potrebbe indire nuove elezioni anticipate per l’Assemblea.

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SE L’OCCIDENTE E’ DIVISO, I SUOI AVVERSARI SONO COMPATTISSIMI. IL PREMIER CINESE LI QIANG VISITERÀ LA COREA DEL NORD DAL 9 ALL’11 OTTOBRE: “SVILUPPARE LE RELAZIONI BILATERALI CON PYONGYANG FA PARTE DI UNA POLITICA STRATEGICA INCROLLABILE DEL PARTITO E DEL GOVERNO CINESI”

Ottobre 7th, 2025 Riccardo Fucile

LA VISITA SEGUE QUELLA DI KIM JONG-UN A PECHINO AGLI INIZI DI SETTEMBRE SU INVITO DI XI JINPING …DOPO CHE PYONGYANG E MOSCA HANNO APPROFONDITO LA COOPERAZIONE MILITARE NELLA GUERRA IN UCRAINA, IL DITTATORE NORDCOREANO HA SCRITTO A UNA LETTERA AL MIELE ANCHE A PUTIN: “LA NOSTRA ALLEANZA SARÀ PORTATA AVANTI ANCHE IN FUTURO”

Il premier cinese Li Qiang visiterà la Corea del Nord dal 9 all’11 ottobre, secondo quanto riportato da Afp. Il premier cinese Li Qiang visiterà la Corea del Nord per partecipare alle celebrazioni per l’80° anniversario del Partito dei Lavoratori al potere.
Lo ha ha annunciato il Ministero degli Esteri cinese, secondo quanto riporta la Afp. Li Qiang “guiderà una delegazione del partito e del governo per partecipare alle celebrazioni per l’80° anniversario del Partito dei Lavoratori della Corea del Nord e per una visita ufficiale dal 9 all’11 ottobre”, ha affermato in una nota.
La Cina e la Corea del Nord “sono tradizionali amici e vicini” e il “mantenere, consolidare e sviluppare le relazioni” bilaterali fa parte “di una politica strategica incrollabile del Partito e del governo cinesi”. E’ quanto ha detto un portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, in merito alla missione del premier Li Qiang in Corea del Nord a capo di una delegazione di alti funzionari del Partito comunista e del governo cinesi.
“Quest’anno ricorre l’80/mo anniversario della fondazione del Partito dei Lavoratori di Corea” e la Cina “è pronta a collaborare” con Pyongyang “durante questa visita per seguire le importanti intese comuni raggiunte tra i massimi leader dei due partiti e dei due Paesi, migliorare la comunicazione strategica, rafforzare gli scambi e la cooperazione, e promuovere i tradizionali legami di amicizia e cooperazione”, ha aggiunto il portavoce in merito al contesto e alle aspettative mandarine sulla missione di Li.
La visita del premier cinese a Pyongyang segue quella del leader nordcoreano Kim Jong-un fatta a Pechino agli inizi dello scorso mese su invito del presidente Xi Jinping per la grande parata militare del 3 settembre dedicata a gli 80 anni della fine della Seconda guerra mondiale. Kim, nell’occasione, è apparso su Piazza Tienanmen con Xi e il presidente russo Vladimir Putin.
Il leader nordcoreano Kim Jong-un ha scritto al presidente russo Vladimir Putin di ritenere che la loro alleanza “sarà portata avanti in modo invariabilmente progressivo in futuro” dopo che
Pyongyang e Mosca hanno approfondito la cooperazione in campo militare nella guerra russa contro l’Ucraina.
In una inviata inviata per il 73/mo compleanno del capo del Cremlino, che cade il 7 ottobre, Kim ha osservato di “non dubitare” che “i rapporti di alleanza tra i due Paesi, che hanno salutato il loro grande periodo di massimo splendore, saranno portati avanti anche in futuro, grazie alle calorose relazioni amichevoli e agli stretti legami camerateschi tra noi”, ha riferito l’agenzia ufficiale nordcoreana Kcna. Le relazioni tra leader “daranno un grande contributo a promuovere con forza lo sviluppo globale dei legami bilaterali e a stabilire un ordine mondiale giusto e multipolare”, ha aggiunto Kim nella sua lettera.
Dall’ottobre del 2024, la Corea del Nord ha inviato circa 15.000 soldati e armi per sostenere gli sforzi bellici della Russia, secondo le stime dell’agenzia di spionaggio sudcoreana (Nis), che ha stimato in circa 2.000 unità i soldati morti o feriti durante i combattimenti. Nella lettera, infine, Kim ha anche ribadito che sosterrà pienamente la “giusta lotta” della Russia per difendere la propria sovranità nazionale, in un riferimento apparente all’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca. Kim e Putin si sono incontrati di persona a Pechino agli inizi di settembre in occasione delle celebrazioni degli 80 anni della fine della Seconda guerra mondiale.

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A MILANO IL COMUNE HA INFLITTO 45 GIORNI DI SOSPENSIONE DAL SERVIZIO A UN TASSISTA CHE HA RIFIUTATO UN CLIENTE PERCHÉ VOLEVA PAGARE CON IL POS

Ottobre 7th, 2025 Riccardo Fucile

UN SECONDO GUIDATORE DI TAXI È STATO FERMATO PER 33 GIORNI PERCHÉ, DOPO AVER ACCOMPAGNATO UN PASSEGGERO DAL CENTRO DI MILANO ALL’AEROPORTO DI MALPENSA, HA CHIESTO UNA TARIFFA SUPERIORE A QUELLA PREDETERMINATA, OVVERO 136 EURO INVECE DI 110

Vita difficile per i tassisti milanesi che rifiutano il pagamento elettronico delle corse e non rispettano il regolamento comunale. Sono tre gli episodi riferiti da Il Giorno sanzionati dalla Commissione tecnica disciplinare dell’area Strategie innovative per i trasporti del Comune di Milano. Fino a un mese e mezzo di stop per le auto bianche che trasgrediscono le norme nel bacino aeroportuale lombardo.
Il quotidiano Il Giorno riferisce di un episodio simbolo accaduto nel primo pomeriggio del 9 aprile davanti all’ospedale Fatebenefratelli. Un paziente si è visto rifiutare la corsa quando ha detto di voler pagare con la carta di credito.
Lasciato a terra, denuncia l’accaduto e il caso finisce nella determina dirigenziale dell’area Strategie innovative per i trasporti del Comune. Viene così disposta una severa punizione: 45 giorni di sospensione dal servizio. Il tassista, infatti, avrebbe violato le norme nel bacino aeroportuale lombardo.
Altri due i casi di tassisti milanesi sanzionati dalla Commissione, come riporta Il Giorno. Uno è stato fermo 33 giorni, per un episodio del 26 maggio, quando ha accompagnato un cliente dal centro di Milano all’aeroporto di Malpensa e ha chiesto a fine corsa una tariffa superiore a quella predeterminata per qualsiasi tipo di percorso con partenza da Milano e arrivo nello scalo varesino (136 euro invece di 110), rilasciando anche “una ricevuta incompleta”. Da qui la sospensione dall’attività, con l’obbligo di restituire al passeggero quei 26 euro in più.
E ancora, il 18 giugno, un terzo tassista, controllato dalla polizia locale a Linate, indossava una tuta da ginnastica. Un tipo di abbigliamento vietato dall’articolo 44 del regolamento comunale, lettera k, comma 1: “È vietato ai conducenti di autoveicoli in servizio indossare canottiere, pantaloni corti, ciabatte o tute da ginnastica”. Per lui solo un richiamo “a una puntuale osservanza del regolamento”.
(da agenzie)

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