Ottobre 8th, 2025 Riccardo Fucile
IL CENTRODESTRA HA DETTO ADDIO AL GARANTISMO
È sorprendente che un noto liberale come Matteo Salvini accusi gli europarlamentari di Forza Italia di avere salvato Ilaria Salis dalle fauci di Orbán, aggiungendo i loro voti a quelli del centrosinistra nella segretezza dell’urna.
Lungi dal considerarli dei traditori, ero convinto che li avrebbe ringraziati per la coerenza.
Il centrodestra, di cui Salvini fa parte fino a prova contraria, ha fondato la sua storia sulla strenua difesa delle libertà individuali. E il garantismo è come la tolleranza: ha un senso solo se lo applichi anzitutto ai tuoi avversari, specie quando il sistema giudiziario che li reclama appartiene a una democrazia piena di buchi come l’ungherese.
Neanche il peggior nemico di Ilaria Salis può onestamente
affermare che ci sia un giudice a Budapest. Un magistrato, cioè, in grado di valutare con autonomia e indipendenza l’operato della eurodeputata italiana, dopo che un ministro del governo Orbán le ha già recapitato un messaggio minatorio con le coordinate del carcere.
In un contesto del genere, mandarla a processo equivaleva a mandarla in galera. Il reato che le contestano è stato commesso prima della sua elezione, certo. Ma con che coraggio, e con che umanità, un liberale può consegnare una rivale a un destino già scritto?
Viva i «traditori» per averci evitato l’ennesima replica di uno spettacolo grottesco. Quello di una parte politica che vuol negare alla controparte le stesse garanzie che pretende per sé.
(da corriere.it)
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Ottobre 8th, 2025 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA DEL CORRIERE DELLA SERA
Quanti sono davvero i medici in Italia? La domanda richiede una risposta precisa
perché le lunghissime liste d’attesa con il Servizio sanitario nazionale vengono giustificate con la carenza di medici. Medici che improvvisamente compaiono, anche dentro la stessa struttura, se paghi di tasca tua. Com’è possibile?
Per esercitare la professione, sia nel pubblico sia nel privato accreditato (con il Servizio sanitario nazionale) sia nel privato puro (solo a pagamento), è obbligatoria l’iscrizione all’Ordine professionale. La fonte più attendibile per capire è quindi la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FnomCeO). Al 31 dicembre 2024 gli iscritti all’Albo dei soli medici sono 415.868, pari a 7,04 ogni 1.000 abitanti. Più dell’Italia solo la Svezia (7,29). Seguono Germania (6,56), Spagna (5,89), Regno Unito (3,97) e Francia (3,3). Ma cosa nascondono questi numeri, visto che, senza pagare, è davvero problematico accedere alle cure in tempi accettabili? Facciamo i conti con Antonio Magi, responsabile del Centro studi FnomCeO.
Dove lavorano i pensionati
Per capire perché l’accesso alle cure pubbliche è così difficile, bisogna disaggregare il dato iniziale di 415.868 medici iscritti
all’albo. Il primo passo è sottrarre gli 89.228 pensionati che, per legge, non possono più lavorare per il Servizio sanitario nazionale. Di questi, però, ben 41.623 continuano a esercitare nel settore privato, dove il medico è generalmente retribuito in percentuale sul costo delle prestazioni eseguite, e di conseguenza prevale la spinta per le prestazioni a pagamento.
Gli specialisti fuori dal pubblico
Il numero di medici teoricamente disponibili per il sistema pubblico scende così a 326.640. Ma anche questa cifra è illusoria. Un’analisi più approfondita rivela che quasi un terzo di loro (98.719 professionisti, il 30%) opera completamente al di fuori del Servizio sanitario nazionale: 38.985 lavorano all’estero, 40.588 sono puri liberi professionisti e 19.146 operano esclusivamente nel privato.
I medici sul territorio
A questo punto, per misurare la reale capacità del sistema pubblico, bisogna scendere ancora di un livello. A disposizione nelle strutture pubbliche e private accreditate restano quindi solo 227.921 medici, di cui 18.290 lavorano nel privato accreditato. Sul territorio operano invece 37.860 medici di medicina generale, 6.681 pediatri di libera scelta, 19.713 medici della continuità assistenziale, 2.362 del 118, mentre altri 15.671 in ruoli specifici come la sanità penitenziaria e gli specialisti ambulatoriali territoriali.
Chi resta negli ospedali pubblici
Sottraendo tutte queste categorie, si arriva a chi davvero lavora negli ospedali e negli ambulatori pubblici: 127.344 medici. Di questi, solo 95.159 sono specialisti, mentre 32.185 sono medici assunti senza specializzazione, un residuo di normative passate (negli anni Ottanta si poteva entrare anche senza specializzazione).
Ecco allora che dai 7,04 medici ogni 1.000 abitanti si crolla a soli 1,61 specialisti ospedalieri assunti direttamente dal Servizio sanitario nazionale. E il 42% di questi, per integrare stipendi più bassi della media europea, svolge anche attività privata a pagamento.
L’eterno alibi
Le cause storiche della crisi, e che vedono responsabilità trasversali sia ai governi di centrodestra sia ai governi di centrosinistra, sono note: per 14 anni, dal 2005 al 2019, il blocco del turnover ha impedito di sostituire i medici che andavano in pensione (vedi Dataroom del 31 ottobre 2022 qui). A questo si è sommata un’errata programmazione che, tra il 2010 e il 2019, ha lasciato 11.652 neolaureati senza una borsa di specializzazione a causa del cosiddetto «imbuto formativo» (vedi Dataroom 17 novembre 2020 qui). Il risultato è stato lo svuotamento progressivo delle corsie ospedaliere.
Ma gli sbagli dei decenni scorsi non possono essere un eterno alibi per giustificare come la sanità pubblica stia diventando un affare privato. Dal 2017 i posti a Medicina sono più che
raddoppiati, ma poi nelle Scuole di specializzazione restano scoperti interi settori considerati poco attrattivi. L’analisi delle assegnazioni per le 14.493 borse di studio del 2025-2026, che si sono appena concluse, è per l’ennesima volta emblematica. Si registra ancora il 100% di borse assegnate in specialità con un forte potenziale di guadagno con l’attività a pagamento, come Dermatologia, Chirurgia Plastica, Ortopedia e Ginecologia. Al contrario, rimangono poco ambite le borse in discipline fondamentali per il sistema pubblico: vanno deserti il 79,6% dei posti in Microbiologia e Virologia, il 64,7% in Radioterapia e il 43,7% in Medicina d’emergenza urgenza. Un dato che si scontra drammaticamente con la crisi quotidiana dei Pronto Soccorso, dove i medici mancano più che in ogni altro settore.
Il problema, quindi, non è il numero totale di medici, ma la drammatica perdita di attrattività del Servizio sanitario nazionale. La vera sfida non è solo formare specialisti, ma convincerli a lavorare per il pubblico e dove serve (vedi Dataroom del 6 febbraio 2024 qui), specialmente in quelle discipline essenziali che non offrono sbocchi nell’attività privata. La soluzione è inevitabilmente economica, ma non solo.
I problemi da risolvere
Bisogna innanzitutto pagarli adeguatamente, e pagarli di più per le specialità che non si prestano all’attività a pagamento. E poi occorre intervenire sulla pianificazione
1) ridurre per esempio il numero di posti disponibili in Chirurgia
plastica o Dermatologia, in modo da spingere i neolaureati verso specialità che ora disertano;
2) rivedere i bandi, incentivando la partecipazione a quei concorsi pubblici riservati agli ospedali periferici, dove nessuno ambisce lavorare.
Le Leggi di Bilancio per il contratto 2022-2024 stanziano risorse per un aumento di 438 euro lordi mensili, un’indennità di 23 euro mensili e un bonus fino a 800 euro per chi opera nei Pronto Soccorso (vedi Dataroom del 27 gennaio 2025 qui). Ma prima ci sarà la trattativa tra l’Aran che rappresenta lo Stato e i sindacati, ormai alle porte, ma potrebbe durare mesi. È fondamentale invece fare in fretta.
Per invertire la rotta servono poi carriere basate sul merito e condizioni di lavoro che non spingano i medici al burnout. Senza questi pilastri, continueremo a raccontare il paradosso di un Paese pieno di medici, ma con un servizio pubblico troppo spesso inaccessibile se non a pagamento.
E non sono certo i provvedimenti tampone a cambiare le cose. La norma che permette ai medici inquadrati nel Servizio sanitario nazionale di lavorare fino a 72 anni, pensata per arginare l’emorragia, si sta rivelando un fallimento: non aderisce quasi nessuno. Chi decide di continuare, semplicemente, fugge nel privato. Qualcuno al Ministero è in grado di elaborare una motivazione per farli restare nel pubblico?
di Milena Gabanelli e Simona Ravizza
(da corriere.it)
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Ottobre 8th, 2025 Riccardo Fucile
SOLO FAVORI A EVASORI E BENESTANTI, MENTRE POVERI E PENSIONATI SONO ABBANDONATI AL LORO DESTINO
Un 71enne si è tolto la vita questa mattina a Sesto San Giovanni, in provincia di Milano. L’uomo si sarebbe lanciato dal balcone di casa sua durante un’operazione di sfratto che stava subendo. I soccorsi, arrivati tempestivamente, non hanno potuto far altro che constatare il suo decesso. In casa gli investigatori hanno trovato un biglietto di addio.
L’affitto non pagato e lo sfratto esecutivo
I fatti sarebbero avvenuti intorno alle 9.15 di mercoledì 8 ottobre in via Puricelli Guerra. Non appena il 71enne ha visto sotto casa il suo avvocato e l’ufficiale giudiziario si sarebbe lasciato cadere dal balcone dell’appartamento. Lo sfratto nei confronti del 71enne sarebbe scattato dopo che da mesi non avrebbe pagato l’affitto.
Più volte nell’ultimo periodo, l’ufficiale giudiziario si era presentato alla porta dell’uomo per notificargli lo sfratto. Quello di questa mattina doveva diventare esecutivo, perciò sul posto
c’era anche la polizia.
Il commento di Ilaria Salis
Su X l’eurodeputata Ilaria Salis cita il caso dell’anziano di Sesto San Giovanni: «La crisi abitativa uccide. Letteralmente. In un Paese civile, una delle massime priorità dovrebbe essere garantire a ogni persona un’abitazione dignitosa. E invece, in Italia, gli interessi economici dei privati vengono anteposti ai bisogni essenziali della popolazione. Poi i risultati sono questi… La casa non deve essere un privilegio, ma un diritto».
(da agenzie)
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Ottobre 8th, 2025 Riccardo Fucile
PER SALVINI UNA ZECCA IN CATENE E’ LA GIOIA SUPREMA, STAVOLTA GLI E’ ANDATA MALE
La passione del Salvini per celle, chiavistelli, manette (all’insegna dell’edificante motto
“butta via la chiave”) ha subito una battuta d’arresto per colpa di quello che rimane dei centristi democratici europei, il cui voto ha evitato a Salis di tornare nelle mani di Orbán: uno che vale, quanto a diritti e garanzie, più o meno come i generali argentini di cinquant’anni fa.
Perché la Lega sia diventata il partito più feroce del paese — un partito con le zanne, e senza museruola — con buona pace dei suoi ipocriti “moderati” (Zaia, Fedriga, Giorgetti, Fontana, che hanno la poltrona assicurata a patto di non dire in pubblico che cosa pensano in privato del Salvini), è un mezzo mistero. Per
metà già incluso nel pensiero del fondatore Bossi, amico delle doppiette e del gesto dell’ombrello; per l’altra metà inspiegabile: c’era già un partito fascista, perché farne un altro?
Si parlava ieri, proprio qui, di quanto sia poco simpatica la sinistra rimproverante. Oggi l’attenzione si sposta sulla destra carcerante, che non è nelle condizioni di capire che Salis non è una latitante, è una cittadina europea coinvolta in scontri di piazza (antifascisti versus neonazisti) che dovrebbe essere giudicata per il suo ruolo negli scontri di piazza: certo non per terrorismo. Riconsegnarla a Orbán, che è un Salvini che ha fatto carriera, equivale a cancellare il concetto di diritti dell’imputato, di processo equo, di giusta proporzione tra il reato e la pena. Salis tradotta davanti ai suoi giudici ungheresi in catene e guinzaglio, come oggi è diventato sconveniente fare anche con i cani, è un’immagine schifosa. Per il Salvini, entusiasmante: una zecca in catene è la gioia suprema
Salis chiede di essere processata in Italia. Equivale a dire: in Ungheria no, perché è come se mi processasse il Salvini. Come non capirla.
(da Repubblica)
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Ottobre 8th, 2025 Riccardo Fucile
DUE AGGRESSIONI DOPO I CORTEI IN DUE SETTIMANE
C’è un filo nero che lega le ultime aggressioni avvenute dopo le manifestazioni pro Palestina. Questa trama conduce alla galassia di CasaPound, che è diventata a tutti gli effetti un problema di ordine pubblico. L’ultima è avvenuta sabato sera, a seguito della manifestazione pacifica in sostegno a Gaza e alla Flotilla, a cui hanno partecipato circa un milione di persone.
Casco in testa e bastoni, vestiti neri e cori fascisti. Trenta militanti hanno fatto irruzione nel bar Allo Statuto, a Roma, dove si trovavano diversi manifestanti. Al grido di «Faccetta nera» e «boia chi molla», i neofascisti hanno forzato la porta dell’attività intorno alle 23. Un gruppo intonava in zona cori fascisti, ha raccontato il bar sui social, «alla risposta ferma ma civile dei nostri clienti», il gruppo ha reagito con «insulti, un’aggressione fisica a un nostro dipendente, il danneggiamento della porta d’ingresso e degli arredi del locale». Secondo i racconti raccolti da Repubblica gli aggressori venivano da via Napoleone III, proprio dove ha sede l’occupazione di CasaPound.
Il bar si trova a 450 metri dallo stabile e a 350 da un altro locale, il Carré Monti, considerato punto di riferimento per i militanti di estrema destra. Qui, poco più di due settimane fa si è consumata un’altra aggressione sempre su manifestanti di ritorno dal corteo pro Pal: il bilancio è stato di tre feriti. Il chilometro nero non è nella periferia più remota della città, ma nel centro di Roma, dietro la stazione Termini, all’Esquilino, a due passi dal Colosseo.
Il Carré Monti
Se il 4 ottobre l’obiettivo erano i manifestanti con la kefiah, il 16 settembre sono stati presi di mira quelli con la bandiera della Palestina, di ritorno dal corteo. Erano le 22 circa, in via Lanza a pochi metri dal Carré Monti, secondo chi era presente c’erano una decina di militanti di estrema destra.
Da questo gruppo, due persone si sono distaccate: uno, con in mano un coltello, si è scagliato contro due ragazzi, gettati a terra e feriti con calci e pugni. Con le vittime una ragazza, che è intervenuta con il corpo e la voce e ha permesso loro di scappare. Il militante ha tentato l’inseguimento, non riuscendoci si è fermato di fronte a un altro giovane, che aveva un adesivo con la bandiera palestinese. «Sei tu», ha urlato prima di scaraventarlo per terra.
«Mi ha sbattuto con la faccia sulla strada – racconta a Domani il ragazzo aggredito – In ospedale mi hanno messo tre punti sull’arcata sopraccigliare sinistra e tre sulla fronte. Ho una frattura non scomposta al naso e un lieve trauma cranico». Preferisce rimanere anonimo, dopo aver sporto denuncia. «Nessuno che manifesta pacificamente deve tornare a casa in barella», dice. In un comunicato tempestivo, il gruppo neofascista ha definito il racconto dell’aggressione «una mistificazione in atto», che trasforma «in vittime coloro che si sono resi protagonisti di aggressioni e provocazioni».
Il riferimento è a un attacco fatto ore prima da un gruppo fuoriuscito dalla manifestazione alla vetrina del Carré Monti. Il bistrot di via Lanza è legato al gruppo neofascista italiano, ma la sua storia si allarga alla Francia. Sono diverse le attività aperte a Roma da francesi vicino al partito di Marine Le Pen, il Front National, oggi Rassemblement: tra queste, il Carré Français, luogo chic simile a Eataly in versione d’Oltralpe e il gemello
Carré Monti, tra i cui soci risulta Pierre Simonneau, militante della destra francese, Domenico Di Tullio, avvocato di CasaPound e Chiara Del Fiacco, candidata del partito alle politiche del 2013.
«I due episodi non sono collegabili», sottolinea Roberto Iovino, sindacalista della Cgil che ha partecipato al corteo e si trovava in via Lanza al momento dell’aggressione. «Il fatto che qualcuno faccia agguati alla fine di una manifestazione è ingiustificabile, qualsiasi cosa sia successa prima, soprattutto se minacciando con un coltello. Erano semplicemente le prime persone che passavano», aggiunge, definendo l’uscita di CasaPound curiosa, «perché conferma di avere un ruolo. Nessuno li ha chiamati in causa». Non è la prima volta che accade nel quartiere: «Dei ragazzi della rete degli studenti medi, a due isolati di distanza, erano stati aggrediti dopo una manifestazione».
Lo stabile occupato
Allo stesso modo non è chiaro se la spedizione al bar Allo Statuto sia collegata all’attacco di un gruppo fuoriuscito dalla manifestazione – non riconducibile ai movimenti – al portone dell’occupazione di CasaPound con lancio di sassi e bombe carta. Gli occupanti alle finestre hanno risposto gettando bottiglie di vetro. Ma, in entrambi i casi, da un lato c’è l’attacco verso una vetrina e un portone, dall’altro un’aggressione a persone. «Ancor di più se non c’era alcun elemento di provocazione da parte di chi è stato aggredito. Sono episodi che
non posso rimanere impuniti», dice il sindacalista.
L’occupazione di CasaPound è nella lista degli sgomberi. Lo ha ricordato alla Leopolda il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Ma è nell’elenco da due anni, da quando Piantedosi era prefetto. Ma il governo, nonostante i problemi di ordine pubblico che minacciano l’incolumità delle persone, in un quartiere così centrale, sembra non avere fretta.
(da Domani)
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Ottobre 8th, 2025 Riccardo Fucile
“STA MORENDO LA CIVILTA’ DELL’OCCIDENTE”
Sono 239 i dirigenti scolastici della Campania che hanno sottoscritto un documento che
condanna il genocidio in corso a Gaza. Ed il loro numero aumenta di ora in ora, con le firme in calce a quello che si sviluppa come un manifesto educativo e civile: “Dopo la recente repressione, in acque internazionali, della missione civile e umanitaria della Flotilla, riteniamo sia giunto il momento di dare pubblicamente voce al nostro sdegno. Perché a Gaza sta morendo l’Occidente con la sua civiltà”, si legge. Ed ancora: “Perché le ragioni dell’umano prevalgano sempre sulla barbarie, continueremo a lavorare nelle scuole che dirigiamo promuovendo innanzitutto lo sviluppo del pensiero critico e l’educazione alla cittadinanza attiva”.
La sottoscrizione, che prosegue attraverso la casella di posta elettronica dspergaza@libero.it e punta a raccogliere adesioni su tutto il territorio nazionale, è iniziata nell’imminenza dell’anniversario del 7 ottobre. “Attacco terroristico che condanniamo con forza, ma è evidente che siamo ben oltre la reazione”, si legge in alcuni passaggi del documento. “L’escalation di violenza ha superato ogni limite umano, è senza dubbio il teatro di macerie e di morte di Gaza, dove non è in corso l’ennesimo conflitto armato tra due eserciti, bensì il massacro sistematico del popolo palestinese da parte dell’esercito israeliano, che sta utilizzando persino la fame come arma di sterminio”
Tra i firmatari ci sono presidi di storici istituti come il liceo Genovesi di Napoli, e dirigenti in prima linea con iniziative di legalità e anticamorra. Il documento sottolinea che la scuola “trova nella Costituzione il suo faro e i suoi valori di riferimento”. Di qui l’impegno dei presidi a “formare persone che non perdano la fiducia nella conoscenza e nella democrazia e siano in grado di schierarsi a favore dei diritti, della dignità umana e della pace”. Perché “mai come oggi abbiamo il dovere di formare persone consapevoli, capaci di leggere il presente e comprendere la complessità del mondo, persone che non perdano mai la speranza nella nostra umanità”.
(da il FattoQuotidiano)
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Ottobre 8th, 2025 Riccardo Fucile
SI VINCE GRAZIE AI NOTABILI… L’ANALISI DELL’ISTITUTO CATTANEO SUL VOTO CALABRESE
Altro che “campo largo” umiliato, quel che è successo in Calabria non presenta nulla di nuovo. Il centrodestra ha stravinto, come ha sempre fatto in occasione delle Regionali
(con l’eccezione del 2014, quando il Pd di Matteo Renzi candidò Mario Oliverio: lo strascico giudiziario che questo si è portato dietro fa capire l’anomalia). E un fenomeno ricorrente, come nota l’analisi post-voto dell’Istituto Cattaneo che lo definisce un “pattern ricorrente” che riflette “tendenze di fondo, di lungo periodo, dell’elettorato calabrese”.
Il trittico Politiche-Europee-Regionali disegnato negli ultimi 15 anni è indicativo. Nel 2008-2009 il centrodestra ottiene il 46 e il 40% alle elezioni generali ma poi nel 2010 balza al 57% alle Regionali. Nel 2014, quando Oliverio ottiene uno stratosferico 63% prima di essere travolto dalle inchieste giudiziarie e ottenere un misero 1,7% alle Regionali del 2021. Il meccanismo torna identico nel triennio 2018-2020: 32 e 36% al centrodestra a Politiche ed Europee per poi balzare al 57% nel 2020 e al 55% l’anno dopo per l’elezione seguita alla morte della presidente Jole Santelli. Stessa dinamica nel 2022-2025: 42 e 47% a Politiche ed Europee e poi il 58% alle Regionali.
Di fatto, il centrodestra, soprattutto la sua anima centrista, funziona come una sorta di “rifugio” tra un’elezione politica e l’altra. I dati, scrive ancora il Cattaneo, “sembrano segnalare come molti elettori calabresi che domandano protezione sociale a partiti del centrosinistra e ai 5S nelle elezioni parlamentari, tendano stabilmente a orientarsi, per la stessa ragione, verso candidati al Consiglio regionale dell’area centrista, o meglio di candidati privi di una chiara connotazione ideologica, più
presenti nel territorio”. Una grande migrazione verso l’area di centro, quella che esce vincente dalle elezioni, che beneficia di legami territoriali di lunga data, radicati e verificati. Voto di scambio? Clientelari? Peso di un notabilato vecchio stampo? Ognuno può valutare sulla base dei risultati: Forza Italia, che alle Politiche prese poco più del 15% oggi è al 18% a cui si può sommare il 12% della Lista Occhiuto. Noi Moderati dall’1% passa al 4%. Anche la Casa Riformista di Matteo Renzi, senza Carlo Calenda, supera il 4% superando l’Alleanza Verdi Sinistra e strappandole il seggio.
Questa tendenza è confortata da una partecipazione elettorale che, pur segnata dall’astensione, è per ragioni specifiche calabresi in crescita rispetto alle Europee e alle Politiche. Sono infatti andati al voto calabrese di domenica e lunedì scorsi 814.857 elettori ed elettrici contro i 705.479 delle Politiche del 2022 e i 760.354 delle Europee 2024. La differenza si spiega con il fatto che in Calabria, “il numero degli aventi diritto al voto residenti all’estero è molto più elevato che in altre regioni” e questi elettori, alle Politiche “non sono inclusi tra gli aventi diritto al voto nelle sezioni elettorali calabresi” perché possono votare nelle circoscrizioni estere. “Sono invece inclusi nella base su cui si computa il tasso di partecipazione ‘ufficiale’ nel caso delle elezioni regionali e locali, in quanto possono esprimere il voto solo recandosi al seggio nel comune di origine. Ma, ovviamente, non tornano in Italia per votare”. Questa anomalia
rende anche la partecipazione un dato poco paragonabile al resto delle regioni italiane.
La forza attrattiva del centrodestra ha avuto degli effetti sulle opposizioni, in particolare sul M5S che più che verso l’astensione ha dirottato i voti delle Europee, cioè di un anno fa, sul candidato Occhiuto in misura rilevante a Reggio Calabria e Cosenza. Chi va verso l’astensione è soprattutto la sinistra di Avs che lascia a casa, rispetto alle Europee, una fetta consistente dei suoi voti ancora a Reggio Calabria e a Cosenza, città che resta al centrosinistra, mentre a destra solo Fratelli d’Italia è lambita dal fenomeno, sempre a Reggio Calabria. Per quanto riguarda invece i flussi da sinistra a destra, oltre al caso M5S, quello più rilevante avviene al centro: la lista Azione-Italia Viva delle Europee, infatti, sembra consegnare una quota dei suoi voti alla lista Occhiuto a Catanzaro e Cosenza. Mentre a recuperare voti astenuti è soprattutto Occhiuto anche se Tridico sposta un 10% di elettori astenuti nel 2024 sul suo nome ancora a Cosenza.
(da agenzie)
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Ottobre 8th, 2025 Riccardo Fucile
TRA GENOCIDIO E CARCERAZIONE, LO STATO EBRAICO STA SPRECANDO QUEL POCO CHE RESTA DELLA PAZIENZA INTERNAZIONALE
Donald Trump ha dichiarato che ogni attacco al Qatar, il ricchissimo Paese arabo che
sta cercando di mediare nella tragica vicenda israelo-palestinese, sarà considerato come un attacco agli Stati Uniti, guarentigia che gli Usa non hanno mai concesso a nessuno nemmeno a Israele.
A inquietare Trump sono state le folle scese in piazza per la questione della Global Sumud Flotilla, che in realtà è solo un frammento dell’intera vicenda israelo-palestinese che non è una questione semplicemente umanitaria, anche se c’è pure quella, ma politica. Con questa decisione Trump ha dovuto forzare se stesso (nel 2019, come segno di particolare amicizia nei confronti dello Stato sionista, aveva spostato l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme) perché si è messo contro la fortissima comunità ebraica americana e l’ancora più forte comunità ebraica internazionale che comprende un bel po’ del
potere finanziario. The Donald si è convinto che l’odiosità generalizzata nei confronti di Israele potrebbe estendersi, e di fatto già si estende, agli Usa e al popolo americano.
È quindi completamente falsa la narrazione della destra italiana e dei suoi giornali, secondo cui la missione della Global Sumud Flotilla non solo era pericolosa, ma non è servita a niente. In tutte le città, almeno in Europa, i cortei hanno raccolto l’adesione spontanea non solo degli attivisti, ma anche di gente che passava per la strada e si accodava, o solidarizzava. I cortei infatti si sono creati in modo tanto spontaneo quanto rapido.
Il movimento ebraico ha creato problemi sin da quando si è presentato alla ribalta della Storia, dichiarandosi “il popolo eletto da Dio” (non conoscendo la statura di Dio, non so come costui considererebbe questa ‘elezione’ molto poco democratica che caccia gli altri popoli in serie B). Certamente questi ultimi non l’hanno presa bene ed è forse (anche) da qui che nasce l’antisemitismo. In realtà con la favola del “popolo eletto da Dio” gli ebrei fondarono quel razzismo di cui poi furono tragicamente vittime. Un vittimismo sfruttato fino all’osso, se non da tutti gli ebrei, almeno da Israele, tanto che è stato proprio un ebreo, Norman Finkelstein, a scrivere con molto coraggio il libro L’industria dell’Olocausto.
E il trattamento disumano riservato agli attivisti della Global Sumud Flotilla, fra cui c’erano politici e diplomatici di tutto il mondo, anche cileni e australiani, geograficamente lontanissimi
dal luogo delle operazioni, dal “lavoro” come lo definisce cinicamente Netanyahu, non ha contribuito ad aumentare le simpatie verso il “popolo eletto”. Tanto che lo stesso Trump ha dovuto intimare a Netanyahu di fermarsi (“Sei andato troppo oltre”) e le sevizie riservate ai prigionieri non hanno riguardato ovviamente solo la privazione della libertà, ma si sono estese all’umiliazione e alla ridicolizzazione del ‘nemico’: Greta Thunberg costretta a baciare la bandiera israeliana, altri che han dovuto bere dall’acqua del water. Il nostro Alessandro Mantovani, che era su una delle navi della missione, ha documentato tutto questo e il suo racconto è stato confermato dagli altri attivisti arrestati. Insomma le prigioni israeliane riescono a essere simili o peggiori, ed è tutto dire, di quelle turche (Fuga di Mezzanotte, il bellissimo e atroce film di Alan Parker).
A quanto pare le autorità italiane non si sono dimostrate per nulla solerti e del resto Giorgia Meloni, ridicolizzandosi, lei sì, aveva parlato di “weekend lungo” a proposito delle manifestazioni di protesta. Più attiva l’ambasciata del governo spagnolo guidato dal socialista Pedro Sánchez (gli attivisti spagnoli impegnati in questa missione erano 65, rispetto ai 40 italiani).
L’ebreo, in linea generale, è una persona ironica e autoironica. Se volete ascoltare feroci barzellette antisemite rivolgetevi a un ebreo. Ma ciò vale solo fra di loro ebrei. Qualsiasi critica un’azione israeliana o che abbia alle spalle Israele viene bollata da molti di loro come “antisemitismo” e quindi vi capita di finire, come è successo a me, in una lista nera del Comitato ebraico internazionale in condominio con simpatici individui come Hitler, Himmler, Goebbels.
Un’altra favola è che gli ebrei furono perseguitati perché usurai. Tutti nella Roma pingue erano usurai e il pio Seneca, richiedendo di colpo l’incredibile cifra di 10 milioni di sesterzi ai Britanni, causò una delle due guerre che dovette fronteggiare Nerone (l’altra fu quella, risolta con grande abilità diplomatica, contro i Parti, la grande potenza concorrente). Si sa che Roma, il grande Impero dell’epoca, conquistava province, ma si accontentava di esigere le tasse, frumento in sostanza, e poi gli autoctoni continuassero a vivere come avevano sempre vissuto, secondo la loro storia e le loro tradizioni. L’unica provincia dove ebbero problemi, sarà un caso, fu proprio la Giudea, dove, tra l’altro, gli estremisti ebrei pretesero da Ponzio Pilato, il governatore romano, la crocifissione di Gesù Cristo. Se avete visto Jesus Christ Superstar, l’immortale opera di Norman Jewison, ricorderete come Pilato tenta fino all’ultimo di salvare Cristo dagli energumeni. Pilato dice a Cristo: “Tu rinuncia a questa storia del figlio di Dio, di cui non capisco nulla, così mi libero di questi stronzi che fan solo casino”, ma Cristo non può rinunciare a se stesso, anche se sulla croce, in uno dei più commoventi passi del Vangelo, umanamente dubita: “Padre,
padre, perché mi hai abbandonato?”. E un altro governatore romano in Giudea, Annio Rufo, poiché in Gerusalemme si erano creati casini per l’arrivo di Paolo, appena convertito al cristianesimo sulla via di Damasco, convocò i maggiorenti degli ebrei e lo stesso Paolo e fra costoro iniziò una discussione interminabile che io avrei troncato dopo dieci minuti, che il governatore ascoltò invece con santa pazienza. Poi disse: “Se voi accusaste quest’uomo per fatti concreti io vi darei ascolto, come di ragione, oh ebrei, ma qui si tratta di nomi, di interpretazioni, io non me la sento di condannare un uomo per queste cose”. Paolo fu poi tenuto in custodia militaris, una specie della nostra custodia cautelare, nell’accampamento romano, proprio per tenerlo al riparo dagli energumeni, se fosse uscito l’avrebbero ammazzato. Paolo era un cittadino romano e chiese, com’era suo diritto, di essere giudicato a Roma dove imperava Nerone. A Roma, Paolo poté predicare tutto ciò che voleva, il solo limite era che stesse all’interno delle mura. Poi fu giudicato non da Nerone, che in genere si occupava ossessivamente di questioni giudiziarie, mentre avrebbe potuto spazzare via i nemici con un solo cenno della mano, ma dal Prefetto del pretorio, Afranio Burro. E quindi assolto. Paolo, tra l’altro, era accusato di essere uno dei promotori dell’incendio di Roma, che in realtà fu casuale, ma né lui né gli altri cristiani nella Capitale, per non dire nelle province, furono perseguitati per un crimine rispetto al quale l’11 settembre è uno zuccherino. È quindi un’altra favola,
di cui darò conto prossimamente nella trasmissione di Aldo Cazzullo, Una giornata particolare, su La7, che Nerone abbia perseguitato i cristiani in quanto tali. Persecuzioni generalizzate arriveranno solo con Decio e Domiziano molti anni dopo.
È incredibile come uomini moderni abbiano assunto, tranne rare eccezioni, Moni Ovadia per esempio, un atteggiamento cannibalico, ancestrale, oltre che criminale, nei confronti dei palestinesi. Peraltro la vendetta sta in molti passaggi della Bibbia (come il Salmo su Gerico: “Tu ucciderai tutti gli uomini, tutte le donne, tutti i bambini, tutte le bestie”) di cui il governo israeliano sta dando, di questo spirito di vendetta intendo, ampia dimostrazione nel genocidio in corso. Il teologo Sergio Quinzio definiva la Bibbia “il libro più noir di tutti i tempi”.
Massimo Fini
(da ilfattoquotidiano.it)
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Ottobre 8th, 2025 Riccardo Fucile
E’ GROTTESCO CHE IL POTENTE, ARMATO DI AUTORITA’ E MANGANELLO, AMI FARSI DIRE “POVERINO”
“Chiagni e fotti” è una vecchia massima, anche un po’ consunta e abusata, per dire che lamentarsi è sempre una buona copertura per il potere: non c’è azione, prepotenza, abuso che non sia giustificabile con una precedente ingiustizia subita, spesso immaginaria: una faccenda talmente nota e risaputa che si è installata da secoli nei proverbi e nella saggezza popolare. In tempi di trumpismo-melonismo, malattie infantili del vittimismo, la teoria è diventata pratica e metodo scientifico, come se un manuale ne suggerisse l’uso corretto per ogni situazione, le varianti e le sfumature tattiche. Il presidente americano ha costruito le sue fortune sul sapiente dosaggio del fare la vittima. Prima la vittoria mutilata (gli hanno rubato le elezioni, dice), poi la sindrome di accerchiamento costante: molto vittima e quindi molti nemici, e quindi al momento della salita (risalita) al potere, molte vendette e ritorsioni.
La questione del free speech sembra un caso di scuola: per anni la destra mondiale ha berciato e frignato che “non si può dire più niente”, combattendo ogni forma di pulizia etica del linguaggio, il famoso politicamente corretto, finché, preso il potere, ha rivelato la sua concezione di free speech: censura per chi dissente, pressioni sui media, ricatti e minacce a chi non si adegua. C’è qualcosa di straordinariamente grottesco nel potente, armato di autorità e manganello, che ama farsi dire “poverino!”.
Giorgia Meloni sa raffinare la pratica in modo quasi perfetto: il mondo ce l’ha con lei, e questo dovrebbe far scattare una sorta di simpatia nei suoi confronti. L’elenco è infinito, ogni cosa che succede nel mondo sembra architettata e messa in campo per farle uno sgarbo, un atteggiamento che è diventato una tecnica e poi un’ossessione, fino al grottesco. Fino a dire, per esempio, che la missione della Gaza Sumud Flotilla (militanti e navi da 44
paesi del mondo) fosse organizzata per dare fastidio a lei, proprio a lei, dall’Australia alla Malesia. Anche meno, Giorgia: quando il vittimismo diventa mitomania, il ridicolo è in agguato.
Così, basta una scritta su un muro o uno slogan contrario, ed ecco scattare la Giorgia di Pavlov: la odiano, e lei non se lo merita, e giù l’elenco infinito, dai magistrati agli avversari politici, dai sindacati ai manifestanti, tutto intercambiabile, tutto sullo stesso piano, tutto spostato dal terreno politico a quello personale. Tutto già visibile e decrittabile senza sforzi fin dalla prima esternazione pubblica in veste di Presidente del Consiglio, quando si descrisse come povera e umile underdog nonostante avesse fatto il ministro all’età di trent’anni.
Naturalmente il vittimismo come pratica politica ha molti vantaggi – ce lo insegnò benissimo Berlusconi buon’anima (“Povero Silvio!”) – consente e giustifica una certa aggressività e al tempo stesso mette al riparo dalle critiche, perché ogni opposizione sembrerà un complotto. In più, il vittimismo compatta la tua parte, la discussione si sposta non sul fatto di cui si dibatte, ma se e quanto chi sostiene una tesi sia mosso da aggressività nei confronti di Giorgia, e oplà, dell’argomento non si parla più, e si parla invece di chi che l’ha con lei. “Lu piagne è mezza partita”, dice un proverbio marchigiano (ancora la saggezza popolare), cui si aggiunge il Dna, che non mente, dato che il vittimismo dei fascisti è un dato storico innegabile, rintracciabile su qualunque libro di storia. Che però,naturalmente – e come ti sbagli – sicuramente ce l’ha con lei.
(da Il Fatto Quotifiano)
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