Ottobre 18th, 2025 Riccardo Fucile
NEL SETTORE DELLA PASTORIZIA CONDIZIONI DISUMANE, ORARI INSOSTENIBILI, LAVORATORI COSTRETTI A MANGIARE IL CIBO DEI MAIALI
Tra le colline toscane, l’azienda agricola dove lavora Andrei (nome di fantasia) è recintata e
circondata da videocamere di sorveglianza. Ogni mattina intorno alle 5:30, Andrei esce dal container dove dorme per occuparsi del gregge di pecore e dei maiali fino alle otto di sera. Sette giorni su sette, senza pause, nemmeno per il pranzo. Lavora 64 giornate totali pagate 500 euro in contanti per una media di 98 ore lavorative a settimana. Per lui è l’ennesimo episodio di sfruttamento: nel 2022 sfugge ai
maltrattamenti di un altro allevatore in Toscana e inizia a lavorare per un pastore. Ma «quando le sue condizioni di salute si aggravano, lo cede. Così senza trattativa, senza contratto, senza consenso», spiega il suo avvocato. «Non era nemmeno a conoscenza del nome dell’azienda, di chi fosse la gestione o dove lo stessero trasferendo». Andrei viene così consegnato ai suoi nuovi aguzzini.
Dopo due mesi riesce a chiedere aiuto a una parente in Romania, nonostante il datore di lavoro gli abbia precedentemente fatto cancellare tutti i numeri dalla memoria del telefono. «Non resisto più, ho chiesto di darmi qualche soldo per mangiare e mi stava per menare, ho caricato dieci rimorchi con la carriola, ho l’ernia». Queste sono le parole riportate nella sentenza di primo grado che a giugno 2025 ha condannato uno dei membri della famiglia titolare dell’azienda per concorso nello sfruttamento lavorativo di manodopera in stato di bisogno. Dalla sentenza emergono le condizioni di vita degradanti a cui Andrei è stato sottoposto – come il fatto che fosse costretto a mangiare il cibo dei cani e dei maiali – e le minacce ripetute dai titolari dell’azienda che «non avrebbero trovato mai pace fino a quando un rumeno non fosse morto all’interno della loro abitazione».
Un caso estremo che racconta di un fenomeno diffuso su tutto il territorio italiano. Nella sede di Cagliari del progetto Elen Joy, parte della rete antitratta nazionale la coordinatrice, Francesca Pitzalis, e la responsabile dell’area emersione e contatto, Valentina Sanna, raccontano che i centri di accoglienza stanno diventando un luogo di reclutamento della manodopera straniera. Il passaparola è lo strumento più efficace, sia per trovare lavoro,
sia per contattare l’antitratta.
Tra il marzo del 2024 e l’agosto del 2025, Elen Joy ha accolto tre persone vittime di grave sfruttamento nella pastorizia: Amin, dal Camerun, una persona dalla Guinea e una dall’India. «La persona è presente nell’allevamento 24 ore su 24. Facendo domande scopriamo che la casa dove ci dicono che vivono è in realtà una baracca, senza riscaldamento, e magari non ha il bagno. A volte è costruita con l’eternit di scarto». Sanna specifica che è nei “luoghi di vita”, dove si recano dopo il lavoro per svago, che si possono intercettare le persone vulnerabili e informarle del progetto. Ma per la pastorizia, l’isolamento è in assoluto ciò che rende più complesso identificare i casi. Le persone non sono autonome nello spostarsi dal campo del pastore, spesso non hanno un telefono funzionante, il che rende quasi impossibile l’emersione dello sfruttamento.
Dalla porta della sede del progetto, qualche ora dopo arriva Amin. Ha 26 anni, viene dal Camerun e parla francese. Un giorno del 2023 ha chiesto a un ragazzo per strada se sapeva dove potesse trovare lavoro. È finito nelle campagne vicino a Nuoro, a dormire in una camera senza bagno. Il suo compito era gestire un gregge di un centinaio di pecore del pastore e irrigare le piante di olive. Il lavoro continuava tutto il giorno: dalle 6 del mattino, quando arrivava il pastore, alle 6 di sera, quando tornava. Sempre da solo in 15 ettari di terreno, con un telefono senza scheda telefonica e sotto minaccia: «Mi diceva: se non fai questo, chiamo mio fratello per picchiarti». Amin non poteva uscire, senza documenti e senza mezzi per raggiungere un centro abitato, viveva chiuso tra cani e filo spinato. È durato due mesi:
poi ha chiesto di andare via: «Mi ha lasciato alla stazione del pullman, mi ha dato 200 euro e mi ha detto “Vattene”». Degli 800 euro al mese pattuiti, neanche l’ombra.
Per affrontare casi come questo, la Cgil di Cagliari punta sulle vertenze sindacali, mettendo in atto una mediazione tra lavoratore e pastore in modo da garantire almeno che il contratto di lavoro venga rispettato. A causa della difficoltà a muoversi autonomamente, proprio chi è sottopagato si presenta nella sede del sindacato accompagnato dallo stesso pastore che lo sfrutta, spesso per il calcolo della disoccupazione. Funziona così: «Il datore di lavoro ti assume a tempo determinato e vieni pagato come se avessi lavorato in modo saltuario nell’intero arco dell’anno, anche se poi lavori tutti i giorni». Altre volte i lavoratori si presentano per la liquidazione. Ma con ogni probabilità emerge solo una parte del fenomeno. «E non denunciano. Quando il contratto a tempo determinato scade e non ti riassumono, hai perso tutto. Ma siccome si tratta di persone che spesso hanno il permesso di soggiorno per lavoro, è una vera condizione di sfruttamento», dicono dal sindacato.
L’esperta di sviluppo rurale, Erika Sois afferma che «in agricoltura non si generano livelli di reddito tali da poter remunerare in maniera adeguata la risorsa umana». Proprio per questo aspetto nella pastorizia è stato storicamente conveniente ricorrere alla manodopera interna, quindi al nucleo familiare. Ma oggi il ricambio generazionale manca e molte aziende cercano manodopera esterna, soprattutto straniera.
Con l’obiettivo di rafforzare la sostenibilità economica delle zone rurali, la Politica agricola comune (Pac) dell’Unione europea offre contributi diretti e indiretti ad agricoltori e allevatori per un totale di 387 miliardi per il periodo 2021-2027. In Italia questi fondi vengono distribuiti dall’Agenzia Agea sulla base di diversi criteri, tra cui il numero dei capi di bestiame e l’ettaraggio. Il presidente dell’Associazione rurale italiana, Antonio Onorati, spiega però che «se sei piccolo e hai pochi animali, prendi pochi contributi della Pac». La necessità di una presenza costante sul luogo di lavoro e la poca redditività del settore portano a una contraddizione economica: «Per pagare regolarmente un lavoratore a tempo pieno servirebbero circa 250 pecore, ma da solo non è possibile seguirne 250».
Michele Nori, agronomo e ricercatore specializzato in pastorizia, evidenzia poi la criticità nel settore ovi-caprino dell’indicatore legato al numero di ettari, poiché «nella pastorizia estensiva si utilizzano i terreni abbandonati che non hanno un gran valore agricolo e quindi non c’è interesse a essere proprietari». Vengono in tal modo favorite le aziende proprietarie di terreni, che spesso prediligono una forma di allevamento più intensiva a cui consegue una manutenzione minore del territorio. Per questo, secondo Nori «la pastorizia dovrebbe essere remunerata per i servizi che offre, non per i prodotti».
A favorire le grandi aziende, si aggiunge il forte incentivo alla meccanizzazione e innovazione. Un ammodernamento pensato in chiave tecnologica e coperto solo in parte dai contributi della Pac, che agevola le aree più predisposte e le aziende con un capitale necessario ad ottenere un prestito bancario. Per Sois, l’innovazione «è sempre vista in accezione tecnologica. Ma può essere anche fare un formaggio a latte crudo in un mercato saturo
di formaggio a latte pastorizzato». Seppur avvantaggiate nella ricezione dei contributi Pac, le grandi aziende non sono immuni a episodi di sfruttamento. Proprio nella consapevolezza che tutto il settore agricolo può essere soggetto al fenomeno, la politica agricola comune 2023-2027 ha introdotto lo strumento della condizionalità sociale, che vincola i sussidi al rispetto delle norme dell’Ue in materia di lavoro.
Con questo dispositivo, le aziende che violano la normativa sul lavoro, possono subire sanzioni, oltre che esclusione e riduzione dei contributi Pac. Le modalità di applicazione però sono a discrezione dei singoli Stati. «In Italia» spiega Onorati, «la condizionalità sociale è praticata attraverso le leggi di lotta al caporalato e non c’è nessun legame tra queste leggi e il ricevimento dei contributi. Quindi», conclude, «non c’è nessuna vera condizionalità che lega i soldi Pac alle modalità con cui i lavoratori vengono trattati».
(da L’Espresso)
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Ottobre 18th, 2025 Riccardo Fucile
SERVONO A POCO I TENTATIVI DI COMPENSARE GLI AUMENTI DOVUTI AI DAZI CON SCONTI SUI LISTINI: AD ESEMPO I PRODUTTORI DI VINO HANNO TAGLIATO I PREZZI DEL 17%, MA HANNO INCASSANO COMUNQUE UN CALO DELL’EXPORT DEL 28% – IL SETTORE AGROALIMENTARE HA PERSO 126 MILIONI DI EURO PER IL CROLLO DELL’EXPORT RISPETTO AL 2024
L’aumento delle esportazioni italiane verso i Paesi europei (+5,4%) ad agosto non riesce a compensare il calo consistente verso gli Stati Uniti (-21,1%) ma anche verso Turchia e Cina.
Non hanno successo i tentativi di compensare gli aumenti dovuti ai dazi con “sconti” sui listini: ci provano i produttori di vino, spiega la Uiv, con un taglio sui prezzi del 17%, ma incassano comunque un calo dell’export del 28% in valore tra luglio e agosto.
Per l’intero agroalimentare il calo di export verso gli Usa è anche superiore alla media, meno 22% rispetto allo stesso mese del 2024, calcola la Cia, con una perdita di 126 milioni di euro in soli trenta giorni, ma le perdite sono diffuse in tutti i settori, attesta l’Istat.
I dazi pesano di più, oltre che sull’agroalimentare, anche sul
comparto moda (-19,1%), che però soffre da tempo di problemi strutturali.
Nel complesso, crescono su base annua solo le esportazioni di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+15,1%), metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (+14,0%), coke e prodotti petroliferi raffinati (+11,4%).
Nei prossimi mesi ci potrebbe essere un ulteriore calo dell’export, ipotizza l’Ice, se dovessero aumentare i prezzi causa dazi
(da agenzie)
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Ottobre 18th, 2025 Riccardo Fucile
LO VOI SOTTOLINEA: “HO ESEGUITO UNA DISPOSIZIONE DEL TRIBUNALE DEI MINISTRI E COMUNICATO AL PARLAMENTO TUTTI GLI ATTI. LA MIA POSIZIONE NON È CHE QUELLA DEL CODICE PENALE. CONTINUA, PER FINI CHE MI SFUGGONO MA NEANCHE TANTO, UN INCOMPRENSIBILE ATTACCO PERSONALE” RICEVUTA SUL CASO ALMASRI AL TRIBUNALE DEI MINISTRI
Aveva cominciato la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sventolando l’avviso di garanzia
appena ricevuto per la vicenda Almasri. Hanno continuato per mesi con dichiarazioni durissime, dentro e fuori il Parlamento.
E, per ultimi, sono arrivati ora i capigruppo alla Camera di tutti i partiti di maggioranza che hanno accusato il procuratore di Roma, Francesco Lo Voi, di «un uso distorto» del «potere di qualificazione dei reati» per aver iscritto nel registro degli indagati la capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi. Per questo hanno chiesto di sollevare un conflitto di competenza davanti alla Corte costituzionale.
Lo Voi ha taciuto per mesi, evitando, per rispetto dei ruoli, uno scontro diretto con la politica. Ma ieri, «per amore della verità», ha voluto offrire la sua posizione che, ricorda, altro non è che quella del «codice penale», che indica sulla sua scrivania.
«Sono sconcertato» dice a Repubblica il procuratore di Roma, «sconcertato dall’accusa che mi viene mossa di aver fatto un uso distorto del potere per avere semplicemente eseguito una disposizione del tribunale dei ministri e comunicato al Parlamento tutti gli atti affinché lo stesso potesse esercitare le proprie prerogative».
L’iscrizione della Bartolozzi nel registro degli indagati è arrivata infatti su esplicita richiesta del tribunale dei ministri, che ha segnalato alla procura le «dichiarazioni sotto diversi profili inattendibili e, anzi, mendaci» della capo di gabinetto davanti a loro. È stato il tribunale dei ministri a imporre a Lo Voi di indagare su Bartolozzi e di farlo in maniera separata rispetto ai ministri
Perché allora prendersela con Lo Voi, come hanno fatto i quattro capigruppo di maggioranza, Galeazzo Bignami (Fratelli d’Italia), Paolo Barelli (Forza Italia), Riccardo Molinari (Lega) e Maurizio Lupi (Noi Moderati)? «Evidentemente — spiega a Repubblica il procuratore di Roma — continua, per fini che mi sfuggono ma neanche tanto, un incomprensibile attacco personale che mi appare fondato su una scarsa comprensione delle disposizioni di legge».
Agli atti restano infatti le parole di Meloni, durissime contro il magistrato che per anni ha guidato la lotta alla mafia a Palermo, quando trasmise, come atto dovuto, la denuncia ricevuta sul caso Almasri al tribunale dei ministri. I fatti però hanno dimostrato come la scelta del procuratore fosse la sola possibile.
Altri tre magistrati indipendenti hanno infatti stabilito che quella denuncia non fosse manifestamente infondata, tanto da chiedere il giudizio per i ministri e contestualmente, con parere favorevole dello stesso procuratore, procedere all’archiviazione per la stessa Meloni. Tradotto: Lo Voi non poteva fare altro che trasmettere la denuncia, come prevede la legge, al tribunale dei ministri, senza effettuare alcuna indagine. Ciò nonostante, in questi mesi il procuratore di Roma è stato oggetto di attacchi violentissimi
(da agenzie)
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Ottobre 18th, 2025 Riccardo Fucile
CHE È SUCCESSO A CASSA DEPOSITI E PRESTITI (CDP), HOLDING PUBBLICA CHE GESTISCE I 300 MILIARDI DI RISPARMIO POSTALE DEGLI ITALIANI, PER RITROVARCI VICEDIRETTORE GENERALE IL 43ENNE FABIO BARCHIESI, CHE ORA ASSUME ANCHE LA CARICA DI AD DI CDP EQUITY, LA PIÙ IMPORTANTE SOCIETÀ DEL GRUPPO? COME SI FA A RICOPRIRE DI RUOLI NEVRALGICI DI POTERE L’EX FISIOTERAPISTA DI MALAGO’?
Qualcosa deve essere successo in questo disgraziato paese: magari è stato colpito da un virus non identificato di alterazione psichica e nessuno se n’è accorto. Guardando alle stanze del potere ai tempi in cui i direttori generali al Tesoro erano Mario Draghi e Domenico Siniscalco, e sulla prima poltrona dell’Iri
sedeva il grande boiardo democristiano Fabiano Fabiani, viene da chiedersi: cosa sta succedendo alla tecnocrazia italiana?
Cosa diavolo è successo al primo piano di Palazzo Chigi per passare da Franco Frattini, Giuliano Amato, Gianni Letta a tale Giovambattista Fazzolari, un tipino che fino allo sbarco di Meloni premier nessuno conosceva? Del resto, fino al 2018, il “genio” della Fiamma ricopriva l’oscuro ruolo di dirigente di seconda fascia alla Regione Lazio.
Che è successo a via Goito, sede di Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), holding pubblica che gestisce i circa 300 miliardi di euro di risparmio postale degli italiani, per ritrovarci vicedirettore generale, con ampie deleghe, dal personale e gli investimenti alla comunicazione, il 43enne Fabio Barchiesi?
E’ notizia di oggi che l’astro nascente del sistema di potere meloniano, “a coronamento di un percorso professionale di grande successo”, assume anche la carica di amministratore delegato di Cdp Equity, vale a dire la più importante società di Cdp (3,8 miliardi di euro il valore corrente di mercato).
Attenzione: Cdp Equity ha nel portafoglio il controllo sulla gestione delle grandi partecipate come Saipem, Fincantieri, Ansaldo, Webuild e Nexi. Ma anche le quote in Euronext, Autostrade per l’Italia, Open Fiber ed F2i, per un valore complessivo di circa 40 miliardi euro.
Una domandina si impone: come si fa a far ricoprire ruoli nevralgici di potere a un Barchiesi che non ha mai svolto il ruolo di amministratore delegato, nemmeno nel suo condominio, che balbetta un inglese appena scolastico e ha alle spalle un curriculum che un qualsiasi “head hunter” scarterebbe dopo la
lettura di dieci righe?
La fortuna incontra il vispo e ambiziosissimo Barchiesi quando, come fisioterapista di Villa Stuart, incontra l’allora presidente del Coni Giovanni Malagò, malconcio dopo un infortunio, che a sua volta consiglia le sue “arti manipolatorie” a una serie di amici con le ossa in disordine, tra i quali Mario Draghi e molti esponenti di destra oggi al potere.
Finché nel 2015 Malagò lo promuove all’Istituto di medicina dello Sport, come responsabile della sezione “Business e Development”. Ma l’obiettivo di Barchiesi andava ben al di là dei posticini sportivi ma, per raggiungerli, all’ex fisioterapista occorreva un “pezzo di carta”.
E voilà! Il suo curriculum si gonfia come soufflè grazie a una laurea in Economia ottenuta, pensate un po’, presso la celeberrima e selettiva università telematica Unicusano, a cui si aggiunge una cattedra, a contratto, alla Link, l’illustrissima università di Vincenzo Scotti…
Come contorno, master “intensivi” alla Luiss e alla Bocconi, fino al salto mozzafiato in Cdp, quando a casa di quel prezzemolone del potere romano di Fabio Corsico, il Bel Ami de’ noantri, incontra, fulminandolo, il Ceo e direttore generale di Cdp, Dario Scannapieco.
Nella mega-holding pubblica Barchiesi sbuca nel 2021 nello staff della segreteria di Scannapieco.
Gli occorrono appena 4 anni per diventare l’interlocutore privilegiato dei Fratelli di Palazzo Chigi. Secondo quanto sottolinea Gianni Dragoni sul “Fatto”, Barchiesi è “di fatto il numero uno grazie al rapporto strettissimo con il sottosegretario
a Palazzo Chigi con delega all’Attuazione del programma di governo, Giovanbattista Fazzolari’’.
E’ successo che con il trionfale sbarco dell’Armata BrancaMeloni, con Fazzolari a dirigere le danze, il fragile equilibrio di potere che ha sempre governato Cdp, è saltato.
L’appetito insaziabile di potere della “Fiamma Magica” ha scavalcato fino allo stadio dell’irrilevanza la presenza del Ministero dell’Economia di Giorgetti, primo azionista di Cdp con oltre l’80 per cento, seguito dalle 67 Fondazioni bancarie, con una quota del 18,4% del capitale sociale
Arrivano così le nomine, sotto il segno di Fazzolari, di Agostino Scornajenchi alla Snam, Giuseppina Di Foggia a Terna, Domenico Lombardi a capo del Fondo Italiano d’Investimento, fino al successo dell’autocandidatura di Barchiesi.
Oggi in Cdp Equity l’ex fisioterapista di Malagò prende il posto di Francesco Mele, un manager che ha iniziato la propria carriera anziché a Villa Stuart nel 1996 in Goldman Sachs nella divisione di investment banking, dove è rimasto per 14 anni, quindi è stato CFO del Monte dei Paschi di Siena e responsabile per le attività di investment banking per l’Italia di Nomura.
Con l’arrivo del nuovo regime, Mele ha preferito togliersi tra i piedi, nauseato dei diktat meloniani, trovando un posto di direttore amministrativo alla Campari.
Del resto, dall’arrivo al vertice di Barchiesi, sono stati almeno una quindicina i manager lontani dalla politica che si sono allontanati da Cdp: da Massimo Di Carlo a Davide Bertone. E una trentina di dipendenti hanno trovato lavoro presso il loro ex direttore generale Fabrizio Palermo all’Acea.
All’annuncio della nuova carica apicale di Barchiesi, lo sconcerto (eufemismo) è piombato nelle stanze di via XX Settembre dove, già all’inizio dell’anno, solo l’opposizione intransigente di Giorgetti negò a Fazzolari l’up-grading del suo pupillo alla carica di direttore generale e, come ricompensa, ottenne un bel bottino di deleghe.
Per il secondo azionista di Cdp, le Fondazioni bancarie guidate dal grande vecchio Giuseppe Guzzetti e da Giovanni Azzone e rappresentate dal presidente di Cdp, Gorno Tempini, all’ultima presa di potere del duplex Fazzo-Barchiesi, detta in soldoni, rappresenta “il più grosso scandalo politico-finanziario mai visto nel Belpaese”.
Eppure è solo grazie alla presenza delle Fondazioni se una delle principali istituzioni finanziarie a controllo pubblico non grava sul bilancio dello Stato italiano (lo status di Cdp è società per azioni).
Ma quando scocca l’ora suprema del potere, vale a dire le nomine dei vertici delle società del gruppo, entra in ballo Palazzo Chigi e Mef e Fondazioni non toccano palla.
Va ammesso che le “interferenze” del governo sulle nomine Cdp sono sempre avvenute in passato. Ma i vari ministri del Mef (da Saccomanni a Gualtieri) e i rappresentanti delle Fondazioni avevano sempre mantenuto un filo diretto con Palazzo Chigi che portava a una trattativa e infine a un compromesso sui nomi dei vari candidati
Non è un mistero che fu il premier Draghi, primavera del 2021, a decidere la nomina al vertice di Cdp dell’allora vice presidente della Bei, Dario Scannapieco.
“Scanna” oggi si limita ad occuparsi dell’attività finanziaria e delle strategie di investimenti del gruppo, lasciando totale campo libero per le poltrone ai vertici delle società del gruppo a “Fazzo”, che ha trovato in Barchiesi l’interlocutore giusto al posto giusto.
Giunti a questo punto di irrilevanza, davanti a un’occupazione del potere così smodata, un certo sconcerto si è diffuso non solo nel Mef e Fondazioni ma anche negli ambienti politici, Forza Italia inclusa.
Giorgetti, che non ha mai “stimato” la gestione Scannapieco, ne ha piene le scatole di vedere Cdp ridotta a cagnolino scodinzolante dei Fratelli di Fazzolari ed ha sguinzagliato contro l’inarrestabile presa di potere di Barchiesi, il suo enfant prodige, anche lui proveniente dalla nidiata di Malagò, il baldo Francesco Soro, nominato lo scorso maggio Direttore Generale dell’Economia del Mef al posto di Marcello Sala (che ha le sue gatte da pelare per l’inchiesta della Procura di Milano sulla vendita del 15% di Mps agli amici della parrocchietta romana).
Un incarico cruciale quello affidato al 55enne avvocato romano, sposato con la figlia di Mariotto Segni, che in passato è stato ricoperto dai Draghi e dai Grilli, che ora dovrà vedersela con il suo ex compagno di spiaggia di casa Malagò, in quel di Sabaudia.
Dai “nipotini” di Guido Carli ai “figliocci” di Malagò, dalla “cena dei cretini” che attovagliava personaggi del calibro di Scalfari, Fabiani, Giorgio Ruffolo, Mario Pirani, Luigi Zanda e Alfredo Reichlin, come siamo arrivati all’”abbuffata dei Fazzisti”
C’è un’amara vignetta di Altan per capire come è cambiato tutto o quasi, oggi. Con l’espressione stropicciata di uno che è appena uscito da una lavatrice, ecco un bebè che strilla alla cicogna: “Da chi mi porti?”. E l’uccellone bianco, con l’occhio a mezz’asta, sospira: “Che te frega? Tanto son tutti stronzi uguali”.
(da Dagoreport)
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Ottobre 18th, 2025 Riccardo Fucile
IL GIORNALISTA È SOTTO SCORTA DAL 2021 QUANDO VENNE INTERCETTATO UN PIANO DI UN NARCOTRAFFICANTE PER UCCIDERLO … I SICARI ALBANESI ORBITAVANO INTORNO AL GRUPPO DI FUOCO CHE HA UCCISO FABRIZIO PISCITELLI “DIABOLIK” …NEL 2010 “UN ESPONENTE DEI SANTAPAOLA VOLEVA FARMI AMMAZZARE, MA L’OMICIDIO FU STOPPATO DA MATTEO MESSINA DENARO
Sotto scorta dal 2021 ma sotto tutela già dal 2009: prima della bomba di questa notte Sigfrido
Ranucci, conduttore del programma televisivo Report (Rai3), è stato oggetto nel corso degli anni di numerose minacce, e da anni gli è stato assegnato un programma di protezione.
La protezione è arrivata quando venne intercettato un piano di un narcotrafficante in contatto con la ‘ndrangheta per ucciderlo. Ma già dal 2009 aveva una forma di tutela mobile.
“Ero sotto tutela dal 2009 perché la famiglia Ercolano aveva chiesto a un soggetto pericoloso di tenermi d’occhio. Avevo
realizzato un’inchiesta in Sicilia su una cava di sabbia gestita dal clan catanese”
Il livello di allerta si è alzato nel 2021
“Da metà agosto”, raccontò a Radio Rai1, “sono sotto scorta 24 ore su 24. C’è un buontempone che dal carcere avrebbe incaricato due killer stranieri. Sarebbe un personaggio che gestisce il narcotraffico, legato a famiglie di ‘ndrangheta”.
L’uomo era legato anche “alla destra eversiva e al cartello colombiano di Pablo Escobar aveva incaricato due killer albanesi di spararmi”, ha detto Ranucci a Noi Antimafia a maggio scorso, “non aveva gradito un mio servizio sui rapporti tra politica e criminalità organizzata. Venne intercettato nel penitenziario di Padova”. Il mandante “è ancora in carcere, ma non si è mai aperto un procedimento penale perché i sicari non sono stati identificati. Si sa però che orbitavano intorno al gruppo di fuoco che ha ucciso Fabrizio Piscitelli (il boss noto come Diabolik, ndr). Ricordo che un altro trafficante di quel giro, Selavdi Shehaj, venne ucciso a pochi passi da casa mia, sulla spiaggia di Torvaianica”.
I proiettili e i pedinamenti
Anche nel 2010 “un esponente dei Santapaola voleva farmi ammazzare”, ha raccontato Ranucci, “ma l’omicidio fu stoppato da Matteo Messina Denaro, perché non voleva attirare l’attenzione degli inquirenti”.
A novembre 2024, lo stesso Ranucci aveva scritto sulla sua pagina Facebook che alla redazione di Report erano arrivate “agghiaccianti minacce” dopo “il servizio sul conflitto tra Israele e Palestina realizzato da Giorgio Mottola”.
Il conduttore ha ricordato di aver subito varie minacce anche negli ultimi tempi, a partire dal ritrovamento di due proiettili P38 fuori casa fino al pedinamento di soggetti identificati dalla sua scorta.
(da La Repubblica)
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Ottobre 18th, 2025 Riccardo Fucile
È IL COLMO DOPO CHE IN PARLAMENTO È STATA APPROVATA UNA NUOVA LEGGE CONTRO LA PIRATERIA E L’AD DELLA “LEGA SERIE A” DE SIERVO HA SOSTENUTO LA PROPOSTA DI PUNIRE CON IL CARCERE “FINO A 3 ANNI CHI TRASMETTE ILLEGALMENTE” I MATCH … ABODI AVREBBE FATTO LA RIVELAZIONE “SCOMODA” PERCHÉ STA PER USCIRE UNA LISTA DI PERSONE “POLITICAMENTE ESPOSTE” CHE HANNO UTILIZZATO IL “PEZZOTTO”. CHI ALTRO CI SARÀ?
“Dobbiamo avere la consapevolezza che acquistare un biglietto illegalmente, la pirateria, significa dare un aiuto all’economia criminale. Bisogna avere consapevolezza che si diventa complici di questo crimine”.
Lo ha detto il Ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi, a Sky TG24 Live In Roma per la nuova edizione di Sky Up The Edit.
“E’ successo anche a mio figlio di incappare in questo errore, ma gli ho spiegato che non è una bravata, è un reato – ha aggiunto -. Oggi purtroppo non c’è ancora questa consapevolezza. Così si danneggia anche lo sport”
(da agenzie)
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Ottobre 18th, 2025 Riccardo Fucile
LA EX DEPUTATA CONOSCEVA BENE LA GIORNALISTA
Le idee di Oriana Fallaci, si sa, hanno sempre fatto discutere. A molti la giornalista e scrittrice
fiorentina non piaceva. La conosceva bene Luciana Castellina, deputata comunista e femminista.
Quando incontrò per la prima volta Oriana Fallaci?
«L’ho conosciuta verso la fine degli anni Quaranta. Ero una studentessa universitaria e lei già lavorava come giornalista. Un giorno venne in facoltà, alla Sapienza di Roma, per fare delle interviste sul congresso universitario. Allora c’era l’Unione universitaria rappresentativa italiana, un organo rappresentativo degli studenti, la conobbi in quell’occasione. All’inizio mi fece un’ottima impressione. Poi, nel corso degli anni, l’ho incontrata sempre più spesso perché facevamo lo stesso mestiere. Io lavoravo per il Manifesto e lei per giornali più noti. Ma Oriana tutto era meno che giornalista».
Non le piaceva il suo modo di lavorare?
«No, il giornalismo è altro, è curiosità e capacità di andare a fondo nella notizia. Quando arrivava nei vari posti si chiudeva in una stanza in attesa che qualcuno dell’entourage le concedesse un’intervista. E aspettava lì, magari per tre giorni, chiusa in camera senza guardare nulla del posto in cui andava. Aspettava solo l’intervista con Gheddafi o con l’eroe di guerra. Poi prendeva il registratore e quando doveva scrivere riportava le
frasi come voleva lei, stravolgendo completamente il significato con grande abilità. Non era neanche facile da smentire. Così ha detto delle cose terribili nel corso della sua vita. Quando ci fu il Social Forum europeo a Firenze, nel 2002, uno dei più grandi eventi della mobilitazione giovanile contro le ingiustizie del mondo, lei fece quell’editto terribile in cui disse di chiudere tutti i negozi perché stavano arrivando i barbari».
Proveniva però da una famiglia antifascista, fu staffetta partigiana e stimava Enrico Berlinguer.
«All’inizio era su posizioni più di sinistra, ma poi ha avuto un’evoluzione tremenda».
Prendiamo l’Oriana Fallaci scrittrice. Cinquant’anni fa usciva “Lettera a un bambino mai nato”, che affrontava il tema della maternità e dell’aborto. Secondo lei possiamo considerarla una femminista?
«Io sono sempre scettica quando si parla di femminismo. Non basta diventare potenti, come Giorgia Meloni, per essere una femminista. Le donne non sono tutte uguali, alcune sono intelligenti e altre sono imbroglione. C’è questa tendenza oggi a dire che se una donna fa qualcosa di diverso allora è brava. Oriana Fallaci non esiste nel dibattito femminista, che è stato importante e serio. È un mito fabbricato. Faceva cose che piacevano al potere».
Quel libro però scosse sia i progressisti che i conservatori, è d’accordo?
«Non conoscevo nessuno che leggesse i suoi libri. Oriana ha avuto un momento di notorietà quando si occupò di Panagulis e del colpo di Stato contro la dittatura dei colonnelli, mentre io fui
mandata in carcere, ad Atene».
In quegli anni la libertà femminile diventò sinonimo di sterilità?
«Il dibattito nasceva tutto sbagliato, sembrava che l’obiettivo delle donne fosse diventare come gli uomini. Ci abbiamo messo tutte un po’ di tempo a capire che non era un grande obiettivo, ma che invece era importante affermare la diversità delle donne come valore in sé. Di questo c’è traccia nelle cose che dice Oriana. Le donne oggi sono diventate più importanti, sono la maggioranza nella magistratura e nella sanità. Ma se i manager maschi fanno figli al 95 per cento, le donne manager al 30 per cento. Questo significa c’è ancora della strada da fare».
Fallaci sostiene nella “Lettera” che essere donna è una sofferenza, è ancora così?
«Questo è vero, anche se meno di allora. Le donne stanno facendo la rivoluzione. Vengono ammazzate, purtroppo, ma la rivoluzione non si fa senza spargimento di sangue, diceva Lenin. Non a caso uccidono le donne che si ribellano, non le più deboli. Ma la rivoluzione è in atto, su questo non c’è dubbio».
(da lespresso.it)
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