Ottobre 20th, 2025 Riccardo Fucile
LA GENDARMERIE SULLE TRACCE DI 4 UOMINI… GLI ESPERTI: NESSUNA SICUREZZA NEL MUSEO
Un montacarichi, i caschi da motociclista e sette minuti di tempo. Il furto dei gioielli di
Napoleone al museo Louvre di Parigi è il colpo dell’anno. E mentre la Gendarmerie è sulle tracce di quattro uomini che si sono portati via otto «gioielli della corona di Francia», nel paese è polemica tra allarmi delle finestre inattivi e accuse. «Un’onta per la Francia. I nostri musei non sono protetti dalle minacce», dice Marine Le Pen. Mentre il presidente della Repubblica Emmanuel Macron promette che gli autori del furto verranno catturati.
Il furto di gioielli al Louvre
Secondo una prima ricostruzione i quattro ladri, forse stranieri, sono entrati nel museo tra le 9.30 e le 9.40. Venivano dal Lungosenna. Due erano a bordo di grossi scooter. Due erano sul furgone dotato di montacarichi. Si sono fermati in prossimità di un cantiere e hanno indossato gilet gialli per confondersi con gli operai. Poi sono saliti sul montacarichi e si sono introdotti subito, a colpo sicuro, nella Galleria di Apollo, al primo piano dell’ala Denon del museo. Da lì hanno forzato la finestra con una sega circolare, hanno infranto due teche e hanno preso i gioielli. Sono usciti 7 minuti dopo. Gli scooter erano due Yamaha T-Max. Poco più tardi è stata ritrovata la corona dell’imperatrice Eugenia, con 1354 diamanti e 56 smeraldi, danneggiata e subito
affidata ai periti.
La Galleria Apollo
La Galleria Apollo è stata commissionata da Luigi XIV per esaltare la sua gloria di Re Sole. La sala ospita la collezione reale di gemme e i Diamanti della Corona, che conta circa 800 pezzi. I ladri hanno aperto le vetrine con una smerigliatrice angolare. La scena è stata parzialmente filmata con un cellulare, probabilmente da un visitatore secondo una fonte della polizia, e trasmessa dai notiziari. Avevano i volti travisati. Un gilet giallo è stato ritrovato nei pressi del museo. La corona dell’imperatrice Eugenia, moglie di Napoleone III (imperatore dal 1852 al 1870), è stata abbandonata dai criminali durante la fuga. Gli altri otto pezzi rubati sono di «inestimabile valore storico», secondo gli esperti.
La collezione rubata
Tra questi la tiara di Eugenia, che contiene quasi 2 mila diamanti. E la collana della parure di zaffiri di Maria Amelia, l’ultima regina di Francia (moglie di Luigi Filippo I, re dei francesi dal 1830 al 1848), e di Ortensia di Beauharnais (madre di Napoleone III). Secondo il sito web del Louvre la parure è composta da otto zaffiri e 631 diamanti. I pezzi rubati sono difficili, se non impossibili da rivendere come sono. Per questo gli autori potrebbero aver agito «a beneficio di uno sponsor». O potrebbero aver voluto ottenere pietre preziose per effettuare operazioni di riciclaggio di denaro.
La refurtiva
La refurtiva però scotta. Normalmente – come spiegano i carabinieri del Tpc al Messaggero – c’è uno scollamento tra chi
fa il furto materialmente e chi si occupa della vendita: non sono quasi mai le stesse persone. Questa tipologia di furti viene organizzata attraverso sopralluoghi e con un basista all’interno. Qualcuno che conosca i turni di vigilanza e le posizioni delle telecamere. Il furto è avvenuto di domenica mattina perché probabilmente a quell’ora c’è meno personale in servizio. Secondo gli investigatori i gioielli della corona di Francia non verranno mai fusi per ricavarne l’oro, perché perderebbero il loro inestimabile valore. Né potranno essere immessi nel circuito del darkweb o venduti alle case d’asta, in quanto troppo riconoscibili.
Dove finirà il tesoro di Napoleone?
Ma quindi dove finirà il tesoro di Napoleone? Nella teca di un oligarca russo, di un magnate cinese, di un miliardario indiano, di un emiro arabo, di un tycoon statunitense o canadese. Il profilo del “destinatario finale” è una persona di spessore culturale, amante dell’arte e disposto a tutto pur di avere un pezzo “unico” di quel pregio, un grande imprenditore capace di movimentare all’estero i gioielli, magari con i propri mezzi. Persone che conoscono bene le norme e sanno come poterle aggirare.
L’allarme del Louvre disattivato
«Secondo le mie informazioni, un mese fa l’allarme della finestra è stato disattivato perché scattava a sproposito», dice al Corriere della Sera Didier Rykner, critico d’arte diplomato all’École du Louvre. «Me lo hanno confermato diverse fonti e ho visto un documento che lo prova». Potrebbe essere stato riattivato prima di ieri « in teoria. Ma evidentemente no, perché secondo la cronologia fornita dalle autorità l’allarme è suonato alle 9.37 e i banditi sono usciti alle 9.38. Questo prova che ha suonato quando ormai i ladri erano dentro e hanno rotto la vetrina dei gioielli, non quando hanno forzato la finestra del balcone per entrare».
Il montacarichi
Non è stata l’unica disfunzione nella sicurezza: «Il montacarichi, per esempio. Come è possibile che un camion di quelle dimensioni sia stato portato lì dai banditi, comodamente parcheggiato in direzione opposta al senso di marcia, e manovrato una domenica mattina senza destare sospetti? Si è parlato di un cantiere ma in realtà in quel punto c’è solo una palizzata che è presente peraltro da anni, nessun lavoro in corso». E ancora: «Invece di stanziare centinaia di milioni di euro per una nuova entrata, la presidente des Cars dovrebbe occuparsi della sicurezza del suo museo. Invece tace, il che è vergognoso».
I furti nei musei in Francia
Il furto, il primo registrato al Louvre dopo quello del 1998 di un dipinto del pittore francese Camille Corot, mai ritrovato, ha riacceso il dibattito sulla sicurezza dei musei. Un mese fa, alcuni ladri hanno fatto irruzione di notte nel Museo di Storia Naturale di Parigi e hanno rubato 6 kg di pepite d’oro. Lo scorso settembre, un museo di Limoges (sud-ovest) ha subito un furto con scasso, con danni stimati in 6,5 milioni di euro. Un anno fa, statuette d’oro per un valore stimato di 5 milioni di euro sono state rubate a Paray-le-Monial (Francia centrale). Sette persone sono state arrestate, ma le sculture non sono state recuperate.
(da agenzie)
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Ottobre 20th, 2025 Riccardo Fucile
L’AGGUATO LUNGO LA SUPERSTRADA DOPO L’INCONTRO DI BASKET
L’autista di un pullman che trasportava gli ultras al seguito della squadra di basket di Pistoia di A2 è morto, questa sera, lungo la superstrada Rieti-Terni, all’altezza dello svincolo di Contigliano (Rieti). Alcuni tifosi della Sebastiani Basket hanno assaltato il pullman che stava lasciando la città dopo si era disputato l’incontro. L’uomo, secondo quanto riporta Pistoiasport, è morto dopo essere stato colpito da un mattone. Mentre i tifosi assaltavano il pullman lanciando pietre e altri oggetti. Era da poco terminata la partita di A2 a girone unico che aveva visto la vittoria della squadra di Pistoia contro i reatini.
L’autista del pullman si chiamava Raffaele Marianella e aveva 65 anni. Di origine romane, era residente a Firenze. Lavorava da qualche mese per l’azienda di trasporti Jimmy Travel, con sede ad Osmannoro, in provincia di Firenze. Marianella era seduto a fianco del conducente e quando una delle pietre scagliate contro il pullman – si sospetta da ultras reatini non ancora identificati – ha sfondato il parabrezza lui è stato investito in pieno.
Il lancio di sass
L’uomo deceduto è il secondo autista. A bordo c’erano invece i tifosi della squadra di basket di Pistoia di ritorno dall’incontro di A2 tenutosi al PalaSojourner contro la Sebastiani basket. Sul posto, oltre il 118, sono intervenute diverse pattuglie di polizia e carabinieri. Il pullman è stato raggiunto dal lancio di sassi nella parte anteriore, il parabrezza in un punto risulta sfondato da una pietra, proprio all’altezza del sedile dove probabilmente era seduto il secondo autista, accanto al guidatore. Il parabrezza è incrinato ma non rotto anche dal lato del posto di guida, come documentato da alcune foto sui social. A ucciderlo sarebbe stata una pietra che ha oltrepassato, sfondandolo, il parabrezza del mezzo.
I disordini
Al PalaSojurner di Rieti c’erano stati momenti di tensione poi sedati dall’intervento della sicurezza e delle forze dell’ordine. Nel corso della pausa tra secondo e terzo quarto erano intervenuti polizia e carabinieri. Al termine dell’incontro il pullman dei tifosi di Pistoia aveva lasciato il palazzetto ed era stato scortato dalla polizia fino allo svincolo della superstrada Rieti-Terni. Poco dopo, all’altezza dello svincolo di Contigliano (Rieti), è avvenuto l’assalto con il lancio di sassi e pietre. L’agguato è stato fatto all’unico pullman di tifosi ospiti, in rientro a Pistoia dopo la partita di A2 di basket. Secondo una ricostruzione, dopo che la polizia ha finito di scortare i tifosi toscani, quelli del Rieti avrebbero seguito il pullman per alcuni chilometri sulla statale 79 verso Terni.
L’agguat
Nei pressi di uno svincolo, a Contigliano, è partita la sassaiola con lanci sulla parte frontale del mezzo. Il pullman aveva già coperto appena 10 minuti di strada lasciata Rieti. . La vittima, secondo quanto emerge, sarebbe stata residente in provincia di Firenze. I tifosi del Pistoia Basket avevano noleggiato il pullman da una ditta di viaggi, dotata di flotta propria, specializzata anche nel trasporto tifoserie, con sede a Osmannoro (Firenze).
I fermi
La società Sebastiani Rieti basket ha messo a disposizione dei tifosi pistoiesi un altro pullman per tornare a casa. Ma al momento non è possibile farli ripartire perchè il questore di Rieti ha ordinato l’identificazione di tutti i tifosi ospiti presenti a Contigliano. L’uomo è morto dopo essere stato colpito da un sasso appuntito che lo ha colpito alla trachea. La polizia ha fermato cinque ultras della Sebastiani. Tutti i tifosi reatini sono stati trasferiti nella notte in Questura. Gli uomini della Mobile stanno ascoltando le testimonianze di un’altra decina di tifosi
L’indagine
Secondo le prime risultanze d’indagine i tifosi che hanno lanciato pietre, sassi e mattoni contro il bus avevano raggiunto lo svincolo di Contigliano a bordo di tre auto. Tutti sono stati condotti in Questura e in questo momento sono sotto interrogatorio. Tra loro diversi giovani ma anche qualche tifoso adulto.
(da agenzie)
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Ottobre 20th, 2025 Riccardo Fucile
COME LA UE LO HA MODIFICATO
Da almeno 30 anni il consenso scientifico è unanime: i cambiamenti climatici sono rapidi,
distruttivi e causati in gran parte dalle attività umane. Le emissioni di CO2 generate dai combustibili fossili restano la causa principale e ridurle è un imperativo. Nel 2023 le perdite economiche globali dovute a eventi estremi hanno raggiunto i 380 miliardi di dollari, più 22% rispetto alla media del XXI secolo. Solo alla Ue quest’estate siccità, ondate di calore ed eventi estremi sono costati 43 miliardi di euro, 12 all’Italia. Per questo nel 2019 l’Unione europea lancia il Green Deal, un pacchetto di misure accompagnato da un piano di investimenti da 1.000 miliardi che impegna tutti i 27 Paesi ad abbattere le emissioni di gas serra per raggiungere la neutralità climatica, primo continente al mondo, entro il 2050. Progetto troppo ambizioso per alcuni, troppo poco per altri, ma di fatto la strategia pensata per favorire la transizione ecologica è sostenuta da quasi tutti gli schieramenti
politici, anche quelli tradizionalmente vicini all’industria. In questi sei anni, come sappiamo, è cambiato il mondo, e nella morsa cresce il consenso per i leader politici che vorrebbero far saltare la riforma. La seconda presidenza von der Leyen prende atto e la Commissione Ue presenta i pacchetti Omnibus che riducono gli oneri amministrativi delle imprese e allentano alcune delle norme principali. Vediamole.
Sostenibilità e obblighi aziendali
La direttiva sulla rendicontazione della sostenibilità aziendale (CSRD) impone alle imprese di rendere pubblici agli investitori i dati su emissioni di CO2, gestione dei rifiuti, sicurezza sul lavoro, parità di genere, condizioni contrattuali, trasparenza fiscale ecc. La proposta della Commissione, modificata dal Commissione Affari giuridica del Parlamento europeo, prevede che i requisiti della CSRD si applichinosolo alle grandi imprese con più di 1.000 dipendenti e un fatturato netto di almeno 450 milioni di euro. Per tutte le altre la rendicontazione resterà facoltativa. Rispetto alla norma originaria, il 90% delle aziende sarà esentato.
La direttiva sulla due diligence aziendale (CSDDD) obbliga le grandi imprese europee e internazionali a controllare il rispetto delle normative ambientali e dei diritti umani su tutta la catena dei fornitori e, se necessario, adottare misure concrete nei confronti dei partner commerciali che non rispettano questi standard. Con le modifiche apportate, la norma si applicherà dal 2028 solo alle società con almeno 5 mila dipendenti e 1,5 miliardi di fatturato. Le aziende saranno obbligate ad attivare la due diligence solo quando esiste un rischio concreto di
violazione delle norme nelle attività dei partner commerciali. Infine, è stata eliminata la responsabilità civile a livello Ue: le imprese inadempienti potranno essere perseguite o sanzionate solo ai sensi delle leggi degli Stati membri, che potranno applicare multe non superiori al 5% del loro fatturato globale. Nei mesi scorsi la direttiva sulla due diligence è stata molto criticata dall’amministrazione Trump per gli «oneri significativi» imposti alle aziende americane, mentre Darren Woods, ceo di Exxon Mobil, ha dichiarato che i cambiamenti decisi dalla Commissione non bastano e ha chiesto la revoca della legge.
Carbon tax e deforestazione
La carbon tax sulle importazioni extra-Ue di beni energivori (CBAM) come acciaio, cemento e fertilizzanti entrerà in vigore nel 2026. In origine imponeva a tutte le imprese importatrici di versare la tassa per evitare di ottenere un vantaggio competitivo comprando dalla Cina a basso costo prodotti ottenuti utilizzando fonti molto inquinanti. Il calcolo della tassa era in proporzione alle emissioni di CO2 nella fase di produzione. Ora, invece, le modifiche proposte della Commissione e approvate da Parlamento e Consiglio Ue, introducono una soglia minima di 50 tonnellate di CO2 all’anno. In questo modo oltre il 90% degli importatori, circa 182.000 piccole e medie imprese, saranno esentati.
Il Regolamento sulla Deforestazione (EUDR) obbliga le aziende a garantire che i prodotti importati come legno, cacao, soia, olio di palma, carne, ecc. non provengano da terreni deforestati dopo il 31 dicembre 2020. Le imprese che non rispettano la normativa potrebbero incorrere in sanzioni fino al 4% del loro fatturato
nella Ue. L’obbligo doveva scattare già lo scorso dicembre, ma è stato rimandato di 2 anni. Proroga chiesta da 18 Paesi, tra i quali l’Italia. Secondo la Commissaria europea per l’ambiente Jessika Roswall lo slittamento sarebbe dovuto a problemi riscontrati sulla piattaforma informatica che deve gestire il monitoraggio e l’applicazione della norma.
Emissioni auto, greenwashing e legge sul clima
Il Regolamento sulla riduzione delle emissioni auto (2019/631) stabilisce che per i veicoli immatricolati dal 2025 il limite medio di emissioni è di 93,6 grammi a chilometro rispetto ai 115,1 del periodo 2020-2024. Le sanzioni previste: 95 euro per ogni g/km in eccesso. A causa della crisi che ha colpito il settore europeo, la Commissione ha concesso alle case automobilistiche una proroga fino alla fine del 2027 per adeguarsi agli obiettivi di riduzione. Non è invece ancora chiaro quale sarà il destino dello stop all’immatricolazione, a partire dal 2035, delle auto con motore alimentato a benzina o diesel. Il 10 settembre, nel discorso sullo stato dell’Unione, la presidente Ursula von der Leyen ha ribadito che il futuro dell’automotive è elettrico. Pochi giorni dopo, però, alla Conferenza organizzata proprio dalla Commissione europea, Mario Draghi ha evidenziato come gli obiettivi fissati si fondino su ipotesi che non sono più valide, perché «il mercato dei veicoli elettrici è cresciuto più lentamente del previsto e l’innovazione europea è rimasta indietro».
La direttiva Green Claims (2024/825) punisce il greenwashing, ovvero le aziende che si spacciano per sostenibili quando non lo sono. La norma è stata sospesa dalla Commissione europea lo scorso giugno dopo che una serie di Stati, Italia inclusa, avevano
sottolineato come i requisiti fossero troppo onerosi per le piccole e medie imprese.
La legge sul clima (Regolamento 2021/1119) presentata dalla Commissione a luglio vincola gli Stati a ridurre del 90% le emissioni nette di gas serra entro il 2040. Poiché questo obiettivo è considerato eccessivo da numerosi Paesi sono stati aggiunti elementi di flessibilità: fino a 3 punti percentuali della riduzione di CO2 possono essere raggiunti con i crediti di carbonio derivanti da progetti ambientali certificati in Paesi terzi. In pratica si può raggiungere il target finanziando progetti di riforestazione, parchi eolici o centrali fotovoltaiche fuori dalla Ue. Alcuni Paesi, come Italia, Francia e Polonia, considerano l’obiettivo del 90% ancora troppo ambizioso e al prossimo Consiglio Ue del 23 ottobre i leader si confronteranno per trovare un compromesso.
Agricoltura, i passi indietro
Passi indietro sul Green Deal erano stati fatti già durante il primo mandato von der Leyen all’indomani della rivolta degli agricoltori. A febbraio 2024 la Commissione aveva ritirato il Regolamento che puntava a dimezzare l’uso dei pesticidi entro il 2030, annacquato la legge sul Ripristino della natura ed escluso dalla direttiva sulle emissioni industriali gli allevamenti intensivi dei bovini (QUI, DATAROOM 12 FEBBRAIO 2024). In aggiunta lo scorso maggio, con il terzo pacchetto Omnibus, la Commissione ha presentato una serie di misure che, oltre a ridurre il carico amministrativo per le piccole e medie imprese del settore, dovrebbero far risparmiare agli agricoltori fino a 1,6 miliardi di euro l’anno.
30 anni di politiche ambientali: i risultati
«In pochi mesi von der Leyen ha smantellato il Green Deal», questa è stata la reazione agli aggiustamenti al ribasso. Reazione sdegnata da parte di chi pensa che stiamo facendo troppo poco, ed entusiasta per quelli che considerano il modello sostenibile insostenibile. Per la Commissione invece era più semplicemente necessaria una «semplificazione» per scongiurare il declino dell’industria europea. E per rilanciare la competitività a febbraio è stato presentato il Clean Industrial Deal: 100 miliardi di incentivi alle imprese che nei processi produttivi adottano energie rinnovabili. La scommessa è dimostrare che l’industria verde possa anche risollevare le sorti delle aziende europee riducendo i costi energetici.
Tirando le somme: il Green Deal è stato effettivamente diluito, ma l’impianto originale resta. Almeno per ora. Certo non aiutano le dichiarazioni di Trump all’Onu: «Il riscaldamento climatico è un imbroglio inventato da persone malvagie». Le persone secondo lui malvagie sono i 644 scienziati indicati da 111 Paesi del Gruppo intergovernativo (IPCC) fondato nel 1988 dall’Organizzazione meteorologica mondiale e dal programma Onu per l’ambiente, con l’obiettivo di fornire ai governi valutazioni scientifiche.
E per chi si ostina a dire che sporcare meno serve a poco e fa crollare l’economia, val la pena ricordare due dati: le politiche ambientali che noi europei abbiamo avviato per primi a partire dagli Anni ’90 hanno portato nella Ue una riduzione delle emissioni di CO2 del 37%. Nello stesso arco di tempo, si legge dai dati di Banca mondiale, il Pil è cresciuto del 68%.
Milena Gabanelli e Francesco Tortora
(da corriere.it)
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Ottobre 20th, 2025 Riccardo Fucile
L’ECCESSO RANCOROSO E’ UNA MODA AMERICANA DI SUCCESSO, LA RIPROVA DI UNA EGEMONIA CULTURALE
L’ultimo video Donald Trump, con la corona da re, che pilota un caccia e sgancia letame sul corteo dei dimostranti “No King”, dovrebbe aprirci gli occhi sul dibattito sull’odio che si è da tempo acceso in Italia. Questa tanto indagata politica dell’odio, questo flusso dell’eccesso rancoroso e vendicativo, forse altro non è che una moda americana di successo, la riprova di una egemonia Usa mai tramontata anche sotto il profilo culturale.
Quando c’era Barak Obama la tendenza era essere piacevoli, giovanili, se possibile bravi ballerini, oratori impeccabili, e ci provarono un po’ tutti a risultare obamiani anche se nessuno c’è riuscito mai fino in fondo. L’amore che vince sull’odio era il mood del momento, adottato anche da Silvio Berlusconi che ci teneva a essere rappresentato come capo generoso e benevolo con tutti. Adesso la prepotenza conquista.
Nel secondo filmato di giornata Trump si rappresenta come Carlo Magno o forse Re Artù davanti a un gruppo di sudditi che piega il ginocchio e il capo sottomettendosi al sovrano. O l’inchino o la cacca in testa: il messaggio è molto chiaro. I Maga andranno in sollucchero. «Nelle urne la scelta è tra amore e odio» dice il candidato laburista che nella serie Slow Horses fronteggia un populista stile Nigel Farage. Siamo andati assai avanti, perché la scelta adesso sembra essere soltanto tra due tipi di odio. Quelli che odiano la destra che mette a rischio «la libertà e la democrazia» – come ha detto Elly Schlein dal palco dei socialisti europei – e quelli che odiano la sinistra perché è peggio di Hamas, secondo una celebre citazione di Giorgia Meloni. Nella terra di mezzo non esiste più niente. L’analisi politica ha convinto chiunque fa politica che il segreto del successo sia nella radicalizzazione del messaggio. In ordine, solo nell’ultimo mese: da destra la celebrazione di Charlie Kirk, una delle voci più estremiste del trumpismo.
Da sinistra la beatificazione di Francesca Albanese, capitana dell’oltranzismo palestinese. Da destra la richiesta di ergastolo per quelli della Flottilla per aver messo a rischio di guerra l’Italia. Da sinistra il capo del principale sindacato che dà della
cortigiana alla presidente del consiglio. Sembra un fenomeno nuovo, ma in America la spettacolarizzazione politica dell’odio è pane quotidiano da un pezzo. Fanno furore le sfide televisive tra gente che si odia, «Un conservatore contro 10 femministe» o «un progressista contro 20 conservatori di estrema destra», ma anche «scienziati contro terrapiattisti». I canali Youtube fanno soldi portando alla rissa squadre composte da coppie con figli o senza. Sono dibattiti in cui vale tutto, inneggiare a Hitler o chiedere la sterilizzazione degli avversari anche perché, a differenza dell’Europa e dell’Italia, l’America non prevede distinzioni tra il free speech e l’hate speech: i nazisti dell’Illinois possono andare in giro con le svastiche e volendo pure con i cappucci del Ku Klux Klan. Già è una fortuna non essere arrivati anche da noi alla guerra della cacca sui dimostranti o allo show «un meloniano contro dieci amici di Shlein». Ma la strada sembra quella, tantoché pure il vecchio dibattito sulla libertà di parola ne risulta travolto: al pubblico di destra il «cortigiana» di Landini non sembra simmetrico all’«orango» di Roberto Calderoli a Cecile Kyenge, e viceversa, perché quel che conta è la squadra in cui si guerreggia (e pure quella fino a un certo punto: il voto del Pd salvò il ministro leghista dal processo per istigazione all’odio razziale). A sinistra il «come Hamas» di Meloni non è percepito come il «destra bombarola» evocato da un giro di parole da Elly Schlein, anzi: il primo giustifica il secondo. Nelle candidature tutti cercano l’estremista che fa bandiera, quello che ha dato degli anormali ai gay, quella che ha inneggiato alle Brigate Rosse, la famosa okkupante di case, quello che sputa al cittadino troppo curioso. L’invito ad abbassare i toni viene rilanciato da
una fazione all’altra, ogni giorno, come un corpo contundente. E’ evidente che non ci crede più nessuno, nessuno ne ha l’intenzione, infatti lo show va avanti con successo. Un suo pubblico, evidentemente, ce l’ha.
(da La Stampa)
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Ottobre 20th, 2025 Riccardo Fucile
M5S MAI DECISIVO, ANCHE QUANDO VINCE… L’ANALISI DI ALESSANDRA GHISLERI
Le elezioni amministrative tra il 2024 e il 2025 hanno offerto un quadro più chiaro della nuova
geografia politica del centrosinistra: su 39 appuntamenti tra capoluoghi e regioni, Partito Democratico e Movimento 5 Stelle si sono presentati uniti nel “Campo Largo” in 30 occasioni, ottenendo la vittoria 18 volte. A un primo sguardo, si potrebbe leggere questo risultato come una conferma della bontà dell’alleanza “estesa” immaginata da Elly Schlein e Giuseppe Conte, tuttavia, i numeri raccontano anche un’altra storia.
Il Movimento 5 Stelle, nelle competizioni locali, mai ha superato l’8%, e solo a Campobasso è arrivato a una cifra a due numeri (10,14%). È un dato che suggerisce un fenomeno preciso: l’elettorato grillino, quando si presenta in alleanza, tende a confluire verso i candidati e le liste del Partito Democratico o di Alleanza Verdi e Sinistra. In altre parole, la coalizione sembra rafforzare il campo progressista nel suo complesso, ma non il Movimento 5 Stelle come forza autonoma.
L’unico vero successo del Movimento 5 Stelle resta quello di Alessandra Todde in Sardegna, tuttavia, anche in questo caso, la vittoria appare più legata alla forza personale della candidata che al peso elettorale del partito di Giuseppe Conte. Todde è percepita come una figura trasversale, capace di attrarre fiducia
ben oltre i confini del Movimento; un’eccezione, più che un modello. In Abruzzo, infatti, “l’ostensione” della neoeletta presidente sarda come talismano della grande alleanza si è rivelata del tutto inefficace: il suo sostegno simbolico non è bastato a invertire un risultato largamente favorevole al centrodestra.
Sul piano strategico, la domanda che si pone è dunque inevitabile: quanto conviene al Movimento continuare su questa strada? Il quadro complessivo dei 39 appuntamenti elettorali presi in esame suggerisce che il M5S non sposta gli equilibri elettorali del centrosinistra, ma ne segue la scia, confermando un consenso sempre più volatile e concentrato al Sud. L’alleanza con il PD garantisce visibilità e un ruolo nei tavoli di coalizione, ma al prezzo di una progressiva perdita di identità politica e di rappresentanza elettorale.
Il “campo largo”, per ora, sembra un progetto che ingrassa il Partito Democratico e tiene in vita il partito di Giuseppe Conte come alleato necessario, ma non decisivo; anche perché Alleanza Verdi e Sinistra sta crescendo nei risultati attraendo molti voti tra le file del movimento. In Emilia-Romagna e in Toscana, territori storicamente considerati inespugnabili dal centrodestra, l’asse Schlein-Conte ha dimostrato di essere un progetto vincente e, almeno in apparenza, paritario. Tuttavia, Il centro sinistra avrebbe vinto anche senza l’apporto del voto del Movimento. Infatti, proprio in queste regioni il Movimento 5 Stelle si è confermato un alleato minore, fermandosi al 3,55% in Emilia-Romagna (2024) e al 4,34% in Toscana nella tornata elettorale della scorsa settimana. Dati non proprio utili visto che la vittoria
è stata per il 57.36% in Emilia Romagna e del 54.64% in Toscana.
Va comunque ricordato che, storicamente, il Movimento 5 Stelle non ha mai brillato nelle elezioni amministrative. La sua forza elettorale si è sempre espressa meglio nelle competizioni nazionali, dove il voto di opinione e la disaffezione verso i partiti tradizionali hanno avuto un peso determinante. In questo senso, con l’attuale legge elettorale, la prospettiva di un patto di desistenza nei collegi uninominali – con un solo candidato progressista contrapposto al centrodestra – potrebbe rappresentare per il M5S una via più efficace per incidere, riservando invece ai collegi plurinominali del proporzionale la possibilità di correre autonomamente. Più che un presidio territoriale, il Movimento sembra dunque esprimere un elettorato fluido, di opinione, facilmente mobile tra astensione e voto di protesta. Un voto che, in assenza di una forte spinta identitaria, tende a disperdersi o a rifluire nell’astensionismo.
Tra le persone che non votano da almeno cinque anni la percentuale maggiore è proprio rappresentata da ex “grillini”. È un fenomeno che segna il passaggio da una stagione di partecipazione attiva – quella dei tempi di Grillo e Casaleggio, quando il richiamo “all’onestà” e alla centralità del cittadino aveva scosso il sistema politico – a una fase in cui quei sentimenti appaiono ormai sfumati, se non scomparsi. Il dato vero è che il rischio per il partito di Giuseppe Conte resta quello di restare schiacciato tra la forza organizzativa del Partito Democratico e la spinta ideale di Alleanza Verdi e Sinistra. Le urne, ancora una volta, parlano chiaro: l’alleanza può vincere,
ma il Movimento non sembra crescere.
Le prossime elezioni regionali in Veneto, Puglia e Campania, previste per novembre, saranno un nuovo banco di prova. Al sud il centrosinistra parte favorito – meno al nord- e la candidatura di Roberto Fico in Campania potrebbe rappresentare per il Movimento 5 Stelle un’occasione di rilancio. Anche in questo caso, più che una sfida di partito sarà una verifica di leadership personale. Se dovesse vincere con il sostegno degli elettori di Vincenzo de Luca, il successo di Fico apparirebbe come quello di un volto riconosciuto e radicato, non necessariamente come la rinascita politica del Movimento.
Alessandra Ghisleri
(da La Stampa)
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