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POZZOLO CONDANNATO A 15 MESI CON LA CONDIZIONALE PER LO SPARO DI CAPODANNO

Ottobre 31st, 2025 Riccardo Fucile

LA PM AVEVA CHIESTO UN ANNO E SEI MESI

Il tribunale di Biella ha condannato il deputato (ex Fratelli d’Italia) Emanuele Pozzolo ad un anno e tre mesi di reclusione con la sospensione condizionale della pena. Il giudice ha considerato colpevole il parlamentare per il capo di imputazione del porto abusivo di arma da collezione, mentre lo ha assolto per il possesso di munizioni di guerra. Si è conclusa così l’ultima
udienza del processo su una vicenda che aveva suscitato molto scalpore.
Il pubblico ministero della Procura di Biella Francesca Pala Ranieri aveva chiesto la condanna ad un anno e sei mesi con la sospensione condizionale della pena.
Lo sparo di Capodanno a Rosazza
A Capodanno del 2024 nella sede della Pro Loco di Rosazza, in provincia di Biella, in una festa a cui aveva partecipato anche il sottosgretario alla Giustizia, Andrea Delmastro con gli agenti della sua scorta, oltre a numerosi altri esponenti politici locali un colpo di pistola partito da un minirevolver di proprietà di Pozzolo, aveva ferito alla gamba il genero del caposcorta, Luca Campana.
Il processo a Pozzolo
Pozzolo si è sempre dichiarato innocente. Il processo ha riguardato solo aspetti tecnici sull’arma e i proiettili perché l’accusa di lesioni era decaduta dopo il risarcimento pagato da Pozzolo e al conseguente ritiro della querela.
(da agenzie)

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PONTE SULLO STRETTO, TUTTI I MOTIVI VALIDI PER CUI E’ STATO BOCCIATO

Ottobre 31st, 2025 Riccardo Fucile

LE ANOMALIE, LA GARA DEL 2005 RESUSCITATA PER LEGGE, I DUBBI SULLA FATTIBILITA’ E QUELLI SUI COSTI, LA DEFINIZIONE “OPERA NATO”

Servirà attendere un mese per conoscere le motivazioni con cui la Corte dei Conti ha bocciato mercoledì la delibera del Cipess (il comitato interministeriale per i grandi progetti pubblici) che aveva approvato il progetto definitivo del ponte sullo Stretto. Uno stop che ha fatto infuriare Meloni e soci, che hanno provato a far passare la figuraccia come una questione di pure “formalità”, tipo l’assenza di firme sui documenti o le critiche per l’uso dei link invece dei file veri e propri (“ignorano l’esistenza dei computer”, ha ironizzato la premier). Insomma, un atto “politico”. Nulla di tutto questo. La procedura è stata seguita dal ministero di Matteo Salvini con un dilettantismo di cui il leghista si sta forse accorgendo solo ora, tra lacune ed errori tecnici. Molti dei rilievi, però, sono pesanti e sostanziali, alcuni sollevati non solo dai magistrati contabili: illuminano tutte le forzature della corsa avviata da Salvini nel marzo 2023 per far rinascere l’opera insieme alla Stretto di Messina, la società pubblica che dovrebbe realizzarla. Ecco una inesaustiva sintesi di quel che non torna.
La gara.
Tutte le forzature di Salvini&C. discendono dalla decisione di non rifare la gara e riaffidare l’opera al vincitore di quella del 2005, il consorzio Eurolink oggi guidato da Webuild. Le norme Ue impongono di rifarla se il costo supera del 50% quello originario. Il governo però s’è inventato che la base da cui partire non è l’appalto originario (4,6 miliardi) ma il costo aggiornato del 2011 (6,1 miliardi). La differenza rispetto ai 10,5 miliardi attuali (13,5 considerate anche le opere complementari) la imputa all“inflazione”. Sia l’Autorità anticorruzione sia la Corte dei Conti hanno spiegato che è una procedura opaca e rischiosa, la seconda non ha ottenuto chiarimenti nemmeno sul dialogo in corso con Bruxelles. Anche a prendere per buona la procedura, ha avvisato Anac, qualsiasi nuovo aumento porterebbe a sforare il tetto del 50%, cosa che il ministero delle Infrastrutture non nega. Problema: siamo solo al progetto definitivo, manca l’esecutivo, l’unico in grado di chiarire i costi definitivi (a non dire delle varianti).
Il progetto.
È quello vecchio del 2011, da aggiornare con modifiche ed enormi dubbi tecnici da sciogliere in sede esecutiva dove, per espressa richiesta del Cipess, serve adeguarsi a “151 prescrizioni”, alcune pesanti, a non voler contare le 68 “raccomandazioni” del Comitato tecnico scientifico della Stretto di Messina Spa. Sono incompatibili con la natura di un progetto definitivo che, ricorda la CdC, in quanto tale deve far sì che “non
emergano significative differenze tecniche e di costo nella successiva fase esecutiva”. Il governo non ha nemmeno chiarito come ne stima i costi. E, visto che Salvini ha permesso di procedere per “fasi esecutive”, sarà di fatto impossibile avere un quadro completo. Altra anomalia: per il ministero non serve un nuovo passaggio al Consiglio superiore dei lavori pubblici, che però si espresse nel 1997 sul progetto “di massima” del 1992, che da allora è cambiato tantissimo. Secondo Salvini&C. basta il via libera del Comitato scientifico della Stretto di Messina, cioè i tecnici nominati dallo stesso Salvini (quelli delle 68 “raccomandazioni” peraltro). È un gigantesco salto nel vuoto.
Ambiente.
La Valutazione di impatto ambientale è positiva, ma con oltre 60 tra prescrizioni e raccomandazioni, alcune delle quali richiedono fino a un anno per essere ottemperate (sempre nella solita fase esecutiva). Non è chiaro quanto costerà. Quella di incidenza ambientale sulle aree protette dalle normative Ue, invece, non è positiva, ma viene superata dagli “Imperativi motivi di interesse pubblico” (Iropi) con cui il Ponte viene dichiarato “opera militare ai fini Nato”. Solo che Salvini&C. non hanno chiarito l’iter seguito per permettere di verificare il rispetto delle procedure e nemmeno informato la Corte dei Conti del dialogo in corso con l’Ue, che sul tema ha chiesto chiarimenti.
Penali.
La CdC non se ne occupa direttamente, ma sono l’unica cosa che conta davvero in questa storia. Dopo lo stop del 2012 del governo Monti, Eurolink ha chiesto 700 milioni di danni in forza di una penale garantita, tra gli altri, da una bizzarra modifica al contratto – che blindava l’indennizzo anche senza approvazione del Cipess – firmata pure dall’allora Ad di Stretto di Messina, Pietro Ciucci, richiamato ora al vertice da Salvini. In primo grado ha perso, l’udienza d’appello è slittata al 9 marzo. La nuova penale, sostengono Ciucci e soci, sarebbe ora di circa 420 milioni, ma nessuno conosce i nuovi contratti e il precedente non promette bene. Considerati oneri e danni aggiuntivi si torna sempre a circa 700 milioni, ma stavolta con molte più certezze per Eurolink di ottenere i soldi.
(da ilfattoquotidiano.it)

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PONTE SULLO STRETTO, IL DANNO ERARIALE; “POTREBBERO DOVER PAGARE LORO DI TASCA PROPRIA”

Ottobre 31st, 2025 Riccardo Fucile

IL GOVERNO ORA FRENA, SE L’E’ FATTA SOTTO DI FRONTE AL PERICOLO DI DOVER PAGARE PERSONALMENTE IN CASO DI ANNULLAMENTO DELL’ITER

Cosa c’è dietro il cambio di atteggiamento del governo sui magistrati contabili: «Registrare la delibera del Cipess senza l’ok dei magistrati contabili può portare i membri del governo a dover rispondere in prima persona in caso di annullamento dell’iter»
«Se dai un incarico a una società per realizzare un progetto senza fare una gara, senza che abbia i requisiti, a un prezzo non congruo potrai essere chiamato a rispondere del danno erariale causato».
A parlare è l’avvocata Aurora Notarianni. Segue l’iter di approvazione del Ponte sullo Stretto di Messina per conto del Wwf. E dice che dietro il cambio di atteggiamento del governo dopo il no al visto di legittimità all’opera da parte della Corte dei Conti c’è una nuova consapevolezza.
Quella che registrare la delibera del Cipess senza l’ok dei
magistrati contabili può portare i membri del governo a dover rispondere in prima persona in caso di annullamento dell’iter.
Il Ponte sullo Stretto e la Corte dei Conti
Un rischio che avevano ben presente a Palazzo Chigi durante la riunione tra Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani. Per questo dopo le reazioni del giorno prima, l’esecutivo ha cominciato a tirare il freno della polemica. Anche perché le tensioni tra il governo e i giudici contabili rischiano di peggiorare nei prossimi giorni. Dopo la prima bocciatura dalla Corte dei Conti sul progetto del Ponte, è attesa la decisione sulla convenzione con la società che deve gestire l’opera. Il provvedimento riguarda il decreto approvativo del ministero dei Trasporti del terzo atto aggiuntivo alla convenzione con il concessionario Società Stretto di Messina. Notarianni spiega che l’iter giudiziario potrebbe complicarsi. E finire al Tar e alla Consulta.
Il Tar e la Consulta
Secondo l’avvocata del Wwf «i motivi di ricorso al Tar Lazio contro i pareri della Commissione ambiente e la delibera Iropi trovano un importante sostegno nei rilievi della Corte dei Conti e, auspico, nelle motivazioni del provvedimento che rifiuta il visto di legittimità al Ponte sullo Stretto. Stiamo già lavorando sulle questioni di incostituzionalità». Che sarebbero la mancata conformità sia sotto il profilo ambientale sia sotto il profilo della direttiva Concorrenza e appalti, ovvero l’articolo 72. «Hanno presentato un progetto vecchio, mantenendo lo stesso general contractor, cioè la società che all’epoca vinse l’appalto. Per farlo però ci sono dei limiti: partiamo dal fatto che il costo dell’opera non può superare del 50% il costo del progetto originario», dice Notarianni in un’intervista al Fatto Quotidiano.
(da agenzie)

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CORI FASCISTI NELLA SEDE DEI GIOVANI DI FRATELLI D’ITALIA A PARMA (TALMENTE FURBI CHE SI FANNO SENTIRE PERSINO DALLA STRADA)

Ottobre 31st, 2025 Riccardo Fucile

LA MELONI “COMMISSARIA” LA SEDE, MA ORMAI E’ TROPPO TARDI.., OPPOSIZIONI ALL’ATTACCO

Gioventù Nazionale ha già disposto nelle prossime ore la nomina di un commissario, che prenderà in gestione straordinaria la sede provinciale parmigiana. Il sindaco Guerra: «Non accettiamo questa propaganda squallida»
«Ce ne freghiamo della galera, camicia nera trionferà. Se non trionfa sarà un macello col manganello e le bombe a man».
E se non fossero bastate queste parole per capire la matrice di questo coro, i giovani della sede parmigiana di Fratelli d’Italia ci aggiungono un bel: «Duce, duce, duce». Il video, girato di
nascosto nelle strade del centro di Parma, è già diventato virale sui social. «Parma non accetterà né ora né mai squallida propaganda di un tempo passato e orrendo», è la dura condanna del sindaco Michele Guerra.
Intanto il coordinamento regionale di Gioventù Nazionale, la sezione giovani di FdI, ha annunciato il «commissariamento immediato della federazione provinciale di Parma per motivi di incompatibilità politica».
La canzone per la marcia su Roma e la condanna del sindaco
Secondo le prime ricostruzioni, il video sarebbe stato girato da un passante la sera del 28 ottobre, anniversario della marcia su Roma. Probabilmente per celebrare la memoria del colpo di mano di Benito Mussolini, tre giovani appena fuori dalla sede di FdI intonano il coro «Me ne frego». La condanna del sindaco della città, Michele Guerra, non si è fatta attendere: «I valori che rappresenta questa città sono del tutto alternativi e contrapposti a quelli che senza alcun pudore propagandano nella sede di Fratelli d’Italia, dove si inneggia al Duce, si cantano cori per le camicie nere e gli squadristi. Parma non accetterà né ora né mai squallida propaganda di un tempo passato e orrendo. Non lo ha fatto da 80 anni a questa parte, non lo farà nemmeno adesso».
La nota di Gioventù Nazionale: «Commissariamento a Parma»
«In accordo con i vertici nazionali del movimento, si é proceduto al commissariamento immediato della federazione provinciale di
Gioventù Nazionale Parma per motivi di incompatibilità politica», ha fatto sapere il coordinamento regionale di Gioventù Nazionale Emilia-Romagna. «Si procederà quanto prima alla nomina di un commissario».
Le critiche dei dem: «Questo erano e rimangono. Meloni condannerà? Poche speranze»
«Nulla di nuovo. Qui e ovunque la base di Fratelli d’Italia è questa», sono state invece le parole del segretario del Pd di Parma Francesco De Vanna. «Valori e metodi sono perfettamente allineati alla cultura fascista. Nonostante gli sforzi della Presidente del Consiglio per mascherare questa ideologia “retrò” e strizzare l’occhio ai moderati, questo erano e questo rimangono. Noi lo sappiamo e non abbassiamo la guardia. Li conosciamo, li combatteremo». Parole simili anche da Luigi Tosiani, segretario emiliano del partito: «Proviamo vergogna e sdegno pensando ai valori della nostra Emilia-Romagna, a chi ha combattuto ed è morto per liberare il nostro Paese. Chissà se la Presidente Meloni questa volta condannerà le azioni della migliore gioventù italiana. Abbiamo poche speranze al riguardo».
(da agenzie)

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LA RESA DEI PONTI NON FINISCE QUI: DOPO LA PRIMA BOCCIATURA SUL PROGETTO DEL PONTE DELLO STRETTO, DALLA CORTE DEI CONTI A NOVEMBRE POTREBBE ARRIVARE UN NUOVO STOP ALL’INFRASTRUTTURA VOLUTA DA SALVINI

Ottobre 31st, 2025 Riccardo Fucile

I GIUDICI CONTABILI DEVONO ESPRIMERSI SUL CONTRATTO STIPULATO DAL MINISTERO DELLE INFRASTRUTTURE CON “SOCIETÀ STRETTO DI MESSINA”, GUIDATA DA PIETRO CIUCCI, A CUI È STATA AFFIDATA LA REALIZZAZIONE E LA GESTIONE DELL’OPERA

Le tensioni tra il governo e i giudici contabili rischiano di peggiorare nei prossimi giorni. Dopo la prima bocciatura dalla Corte dei Conti sul progetto del Ponte, attesa la decisione sulla convenzione con la società che deve gestire l’opera
Sotto la lente della Corte dei Conti c’è un altro atto relativo al progetto del ponte sullo Stretto di Messina in attesa di essere giudicato. I giudici contabili stanno ancora esaminando i documenti. I magistrati dell’Ufficio di controllo dovranno decidere, entro i primi dieci giorni di novembre, se sottoporre o
meno quest’altro atto sul Ponte al collegio della sezione centrale di controllo di legittimità.
L’altro provvedimento sotto esame: Salvini e l’accordo con la società Stretto
Il provvedimento «sub iudice» della Corte dei Conti riguarda il decreto approvativo del ministero dei Trasporti del terzo atto aggiuntivo alla convenzione con il concessionario Società Stretto di Messina. Si tratterebbe quindi dell’atto con cui il ministero guidato da Matteo Salvini ha stipulato la convezione con la società a cui è affidata la realizzazione e la gestione del Ponte sullo Stretto. Una volta scoccata la mezzanotte tra il 10 e l’11 novembre, non sarà più possibile deferire la questione all’organo collegiale.
Il governo Meloni potrebbe dunque incassare un secondo «no» dalla Corte dei Conti, dopo quello che mercoledì 29 ottobre ha negato il visto di legittimità al progetto dell’opera. Le motivazioni della decisione dovranno essere fornite entro i prossimi 30 giorni, poi l’esecutivo di Giorgia Meloni avrà la possibilità di rispondere alle criticità sottolineate dai giudici. Il governo ha altre due possibili strade da percorrere. Una di maggiore collaborazione, che prevederebbe il ritiro di uno o più provvedimenti da parte del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e, dopo aver integrato e sistemato le lacune segnalate dalla Corte dei Conti, la loro riadozione. Oppure, e sarebbe la
strada più conflittuale, il governo potrebbe chiedere la registrazione con riserva alla Corte dei Conti. In poche parole, un collegio differente rivaluterebbe il progetto tenendo comunque presente che sarà il governo, avendo «forzato la mano», a prendersi tutta la responsabilità politica dell’opera.
(da agenzie)

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GROSSI GUAI PER IL MELONISMO IN CIOCIARIA, IL FACCENDIERE STEFANO ANNIBALLI “CHE SI ATTEGGIAVA DA RE” E L’AMICO SINDACO DI FRATELLI D’ITALIA, ROBERTO CALIGIORE: ECCO COME IL SODALIZIO DEL “MALAFFARE” GOVERNAVA L’ENCLAVE DI FDI A CECCANO, NEL FRUSINATE

Ottobre 31st, 2025 Riccardo Fucile

GLI INQUIRENTI IL SINDACO HA HA GESTITO L’ENTE “IN MODO ARBITRARIO E PERSONALISTICO” TRA PRESSIONI SUI FUNZIONARI, FATTURE E TANGENTI PER GLI IMPRENDITORI AMICI E APPALTI ASSEGNATI SENZA BANDO – LA FIGURA DI ANNIBALLI “REGISTA OCCULTO DELL’AMMINISTRAZIONE” CHE GESTIVA “FONDI DEL PNRR DI ECCEZIONALE PORTATA” E QUEL MISTERIOSO INCENDIO

E se la segretaria del primo cittadino lo lasciava in attesa? Esigeva che venisse «redarguita».
Insomma, era il vero dominus della macchina istituzionale. Il sindaco?
Complice e succube allo stesso tempo. Nessuna decisione veniva presa senza il consenso di Anniballi che gestiva appalti e «fondi del Pnrr di eccezionale portata».
Le carte della maxi inchiesta della Procura europea di Roma raccontano il caso Ceccano, comune di ventiduemila abitanti a una decina di chilometri da Frosinone, dove l’intreccio tra gli interessi della criminalità e quelli della politica diventa indissolubile.
Una trentina gli indagati a vario titolo per associazione a delinquere e reati contro la pubblica amministrazione.
Figura chiave Anniballi, l’uomo dallo «strapotere», e il suo amico sindaco Roberto Caligiore. Alla guida del Comune dal 2015 all’anno scorso, volto noto di Fratelli d’Italia nel frusinate, per gli inquirenti «ha gestito l’Ente in modo completamente arbitrario e personalistico».
Poco gli importava dei «principi di legalità, buon andamento, imparzialità ed efficienza alla base della pubblica amministrazione». Le indagini raccontano di pressioni sui funzionari che si occupano delle finanze «per avvallare fatture e tangenti per gli imprenditori amici», appalti assegnati senza bando in un garbuglio di favori e alleanze.
Le carte dell’inchiesta parlano di «una situazione di malaffare nella gestione della cosa pubblica» con un «comitato d’affari» che voleva mettere le mani su tutto, compresa «la gestione dei servizi di minore rilevanza».
Un esempio tra tanti è un appalto del servizio cimiteriale risalente al 14 febbraio 2023. La funzionaria del Comune, che per competenza avrebbe dovuto occuparsene, viene esclusa. Estromessa. Il servizio, sostengono gli inquirenti, viene assegnato a sua insaputa. E lei, architetto scrupoloso, non nasconde l’amarezza: «Avete costruito la cupola di Cosa Nostra. Una cupola mafiosa».
Gli appalti, alcuni pare gonfiati, finiti sotto la lente degli inquirenti sono numerosi: lavori di manutenzione di una piazza
del centro cittadino affidati per 34mila euro, altri incarichi di manutenzione stradale per circa 20mila euro, riqualificazione del centro storico e di alcune scuole e i lavori di restauro di un castello.
I nomi degli imprenditori scelti per migliorare la città, nel corso dei due mandati di Caligiore sembrano essere sempre gli stessi. E nell’informativa degli investigatori, dove sono annotate le conversazioni captate dalle intercettazioni telefoniche e ambientali, sono annotate le presunte tangenti.
Che, per i magistrati, gli indagati chiamavano «caffè».
Cinque milioni di euro i finanziamenti europei finiti sotto il faro della Procura, di cui ne sarebbero stati distratti oltre 500mila.
Da un lato Anniballi che al comune di Ceccano si presenta quasi ogni giorno e pretende reverenza, dall’altro il sindaco Caligiore. Anniballi, si legge negli atti, «è regista occulto dell’amministrazione di cui ne influenza l’orientamento e l’indirizzo, sia in questioni squisitamente di carattere politico, sia in attività tipicamente di competenza di quegli uffici che amministrano ingenti somme di denaro pubblico».
E in una delle tante telefonate intercettate dalla polizia e finite nelle carte dice al suo interlocutore: «Controllavo un po’ la tua situazione che, fortunatamente, è andata sul verso giusto. Ormai definita…Ti hanno assegnato tutto…Abbiamo fatto assegnare tutto». Caligiore lo segue, assecondando le «influenze nella
gestione delle finanze, dei lavori pubblici», le pressioni per far passare questo o quel procedimento.
L’inchiesta che porta al caso Ceccano inizia dagli accertamenti su un incendio che nel 2018, a Frosinone, distrusse un impianto di rifiuti legato, pare, a traffici illeciti tra la Ciociaria e la Campania. «Uno degli innumerevoli settori d’interesse» della criminalità, appuntano gli inquirenti. Interessi illegali che non risparmiano nulla e che sperano di trovare nella politica un’alleata.
Il caso Ceccano racconta anche di interessi personali.
Secondo gli inquirenti, l’ex sindaco avrebbe favorito la sua amante in svariati concorsi pubblici, ignorando ogni tipo di regola e conflitto d’interesse. Favoritismi non solo per affetto, ma soprattutto per avere nei «posti che contano» una persona fidata, «a beneficio suo e di tutta l’organizzazione».
Non solo. Luogotenente dei carabinieri e pilota di elicotteri all’aeroporto militare di Pratica di Mare, stando a quanto si legge nell’informativa degli investigatori, Caligiore si sarebbe mosso tramite amici imprenditori per agevolare l’ammissione del figlio all’Accademia carabinieri di Modena. Un modo di agire, si legge nelle carte, di certo «incompatibile con l’etica professionale» di chi indossa la divisa.
(da agenzie)

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TRUMP, UN EGOMANE CAPOCANTIERE, SFASCIA E COSTRUISCE: DOPO AVER RASO AL SUOLO L’ALA EST DELLA CASA BIANCA PER COSTRUIRE UNA SALA DA BALLO DA MILLE PERSONE, “THE DONALD” PUNTA ALLA COSTRUZIONE DI UN ARCO DI TRIONFO A WASHINGTON

Ottobre 31st, 2025 Riccardo Fucile

UFFICIALMENTE PER I 250 ANNI DELL’INDIPENDENZA AMERICANA, MA DI FATTO PER AUTOCELEBRARSI, LE SUE DECISIONI HANNO SCATENATO POLEMICHE

Donald Trump procede speditamente nella costruzione di una sala da ballo più grande dell’intera Casa Bianca, è sempre più deciso a far sorgere a Washington anche un arco di trionfo simile a quello di Parigi e toglie di mezzo i possibili vincoli storico-urbanistici, cercando al tempo stesso di assicurarsi nulla osta postumi: sta azzerando, o alterando profondamente, le commissioni competenti per le modifiche di edifici pubblici o di particolare valore architettonico.
Accusato di avere sfigurato la più celebre residenza del mondo abbattendo all’improvviso e senza alcuna autorizzazione una sua ala, la East Wing, da sostituire con una ballroom di 8.400 metri quadri dove mettere a tavola mille ospiti, il presidente si è trovato davanti un muro di critiche di architetti, storici, uomini di cultura ed anche giuristi che considerano illegittime queste sue iniziative edilizie. Contraria al progetto, secondo il Wall Street Journal , anche la first lady Melania che avrebbe detto ai suoi collaboratori: «Non è stata una mia idea».
Il caso ha anche indotto alcuni cittadini a ricorrere in tribunale contro Trump.
Trump si è anche preoccupato di liberare la strada della sua
grandeur monumentale da ogni possibile ostacolo amministrativo ottenendo, anzi, anche timbri di legittimità architettonica.
Così due giorni fa ha azzerato la Commissione per le Belle arti, un’agenzia federale indipendente istituita un secolo fa dal Congresso che fornisce al governo e al Parlamento pareri sulle modifiche di edifici pubblici e storici che impattano sul profilo architettonico della capitale o che toccano il suo retaggio storico.
I sei membri dell’organismo sono stati licenziati con effetto immediato senza alcuna spiegazione con una email inviata da un funzionario dell’ufficio del personale della Casa Bianca. A luglio il presidente era già intervenuto sull’altra, ancor più importante, commissione che ha voce in capitolo sull’alterazione degli edifici della capitale: la National Capital Planning Commission. In questo caso non aveva smantellato tutto ma aveva «dimissionato» un membro dell’organismo in modo da avere una maggioranza a lui fedele.
La ballroom — disegnata nello stile rococò della residenza trumpiana di Mar-a-Lago e destinata a essere completata, nel migliore dei casi, a fine 2028 — è uno degli elementi che fanno dubitare della effettiva volontà di The Donald di lasciare la Casa Bianca al termine del suo mandato.
Quanto all’Independence Arch, l’area scelta da Trump è un grande incrocio sulla riva del fiume Potomac, proprio di fronte al
Lincoln Memorial.
Ma è terreno pubblico vincolato: più difficile per lui intervenire, in assenza delle esenzioni di cui gode per la Casa Bianca. La gente lo chiama già l’«Arco di Trump». Monumento autocelebrativo? Il presidente dice che celebrerà i 250 anni dell’indipendenza americana e promette una costruzione rapidissima. Ma l’anniversario cade nel 2026.
(da “Corriere della Sera”)

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L’APPROCCIO DI TRUMP ALLA POLITICA ESTERA: CON I DEBOLI MOSTRA I MUSCOLI, CON I FORTI ABBASSA LA CRESTA PLATINATA: L’ACCORDO CON XI JINPING È UNA VITTORIA TOTALE DI PECHINO

Ottobre 31st, 2025 Riccardo Fucile

IL “NEW YORK TIMES”: “SFRUTTANDO IL QUASI MONOPOLIO SULLE TERRE RARE E IL SUO POTERE D’ACQUISTO SULLA SOIA AMERICANA, XI HA OTTENUTO IMPORTANTI CONCESSIONI DA WASHINGTON. È L’ARTE DI LASCIARE CHE TRUMP RECLAMI UNA VITTORIA, MENTRE LUI SE NE VA PIÙ FORTE DI PRIMA”

Quando Xi Jinping è uscito dal suo incontro con il presidente Trump giovedì, ha mostrato la sicurezza di un leader potente, capace di far vacillare Washington. L’esito dei colloqui ha suggerito che ci sia riuscito.
Sfruttando il quasi monopolio della Cina sulle terre rare e il suo potere d’acquisto sulla soia americana, Xi ha ottenuto importanti concessioni da Washington: una riduzione dei dazi, la sospensione delle tasse portuali sulle navi cinesi e il rinvio dei controlli sulle esportazioni statunitensi che avrebbero impedito a molte aziende cinesi di accedere alla tecnologia americana. Entrambe le parti hanno inoltre concordato di estendere la tregua, raggiunta all’inizio dell’anno, per limitare i dazi.
la stretta di mano tra donald trump e xi jinping foto lapresse
Con tono quasi da docente, Xi ha detto a Trump che le «recenti vicissitudini» della guerra commerciale dovrebbero essere istruttive per entrambi, secondo un riassunto ufficiale del governo cinese dell’incontro avvenuto a Busan, in Corea del Sud.
«Entrambe le parti dovrebbero considerare il quadro generale e concentrarsi sui benefici a lungo termine della cooperazione, invece di cadere in un circolo vizioso di ritorsioni reciproche», ha dichiarato Xi.
Con “vicissitudini”, Xi probabilmente si riferiva agli ultimi mesi — quasi un anno — di misure di rappresaglia a colpi di dazi, sanzioni e controlli sulle esportazioni. All’inizio del mese la Cina aveva alzato drasticamente il livello dello scontro, rafforzando la propria posizione con l’annuncio di nuove e ampie restrizioni alla vendita di terre rare, minerali cruciali per quasi tutte le tecnologie moderne. Bloccarne la fornitura potrebbe paralizzare l’industria statunitense.
Il messaggio di Xi sembrava chiaro: Pechino ha dimostrato di poter colpire, e Washington farebbe bene a ricordarselo.
Allo stesso tempo, Xi ha mostrato di capire cosa servisse a Trump: un accordo da poter vendere in patria come una vittoria. L’intesa consente infatti al presidente americano di rivendicare un successo per agricoltori e imprese, anche se in realtà la Cina
ha semplicemente ripristinato lo status quo, accettando di acquistare soia e di rinviare ulteriori restrizioni sull’export di terre rare.
Trump ha alzato il pugno in aria mentre saliva sull’Air Force One, poi sull’aereo ha dichiarato che Xi si era impegnato a fare di più per fermare il flusso di sostanze chimiche usate per produrre fentanyl destinate agli Stati Uniti.
Ha anche detto che la Cina ha promesso di acquistare più soia americana.
Dopo l’incontro, il ministero cinese del Commercio ha annunciato in una nota che sospenderà per un anno le restrizioni sulle terre rare annunciate in ottobre (senza menzionare quelle precedenti di aprile).
Separatamente, Trump ha dichiarato che dimezzerà i dazi del 20% imposti sui prodotti cinesi per spingere Pechino a fare di più contro il traffico di fentanyl. La riduzione, annunciata giovedì, porta il totale dei dazi medi sulle merci cinesi dal 57% circa al 47%. Il ministero cinese del Commercio ha inoltre confermato che le due parti hanno concordato un’estensione di un anno della tregua sui nuovi dazi, che sarebbe dovuta scadere il 10 novembre.
Alcuni esperti ritengono che la Cina abbia avuto inevitabilmente il vantaggio nella guerra commerciale, poiché l’amministrazione Trump non aveva mai definito un obiettivo chiaro.
«Direi che si tratta di un approccio che può essere descritto come tattiche senza strategia», ha commentato Jonathan Czin, ricercatore del Brookings Institution ed ex analista di politica cinese alla C.I.A.
«In teoria, lo scopo era affrontare i veri nodi commerciali che da tempo tormentavano la relazione bilaterale. Invece, la Repubblica Popolare Cinese è riuscita a orchestrare una partita di “acchiappa la talpa” contro l’amministrazione Trump», ha aggiunto Czin.
Gli accordi raggiunti giovedì potrebbero quindi segnare almeno una temporanea distensione nei turbolenti rapporti tra Washington e Pechino. Trump ha detto che i due leader hanno anche discusso di «lavorare insieme» per porre fine alla guerra in Ucraina. Ha annunciato che si recherà in Cina in aprile e che Xi visiterà gli Stati Uniti successivamente.
Xi ha inoltre fatto leva sulla predilezione di Trump per i rapporti personali, legando la cooperazione economica alla politica interna americana: ha detto di ritenere che lo sviluppo della Cina «vada di pari passo» con la visione del presidente di «rendere di nuovo grande l’America». Trump, dal canto suo, ha ricambiato i complimenti, definendo Xi «un grande leader di un grande Paese» e «un grande amico».
«È uno stile di diplomazia personalizzato che si adatta perfettamente all’istinto di entrambi», ha osservato Lizzi C. Lee,
esperta di economia cinese presso l’Asia Society Policy Institute. «Per ora, questi gesti di buona volontà sembrano impostare il tono di un periodo di stabilità controllata.»
Tuttavia, qualsiasi progresso ottenuto giovedì potrebbe essere facilmente cancellato da nuove mosse percepite come violazioni dell’accordo. Un’intesa siglata il mese scorso era quasi saltata quando Washington aveva ampliato l’elenco delle aziende cinesi bandite dall’accesso alla tecnologia americana. In risposta, Pechino aveva annunciato i controlli sulle esportazioni di terre rare, spingendo Trump a minacciare di cancellare l’incontro e imporre ulteriori dazi. In assenza di un accordo definitivo, resta incerto quanto durerà l’attuale distensione
(da agenzie)

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DERIVA DI RAI2 E DI RAI3, UN DISASTRO CHE NON VIENE DAL CIELO. LA TRASFORMAZIONE DELLA PRODUZIONE DEI PROGRAMMI DALLE TRE RETI A DIECI DIREZIONI IN BASE AL “GENERE” IMPLEMENTATA DALL’AD GIAMPAOLO ROSSI HA PORTATO ALLA PERDITA DI IDENTITÀ DI RAI2 E DI RAI3 MA ANCHE AL TRACOLLO DEGLI ASCOLTI (E DELLE PUBBLICITÀ)

Ottobre 31st, 2025 Riccardo Fucile

HA PORTATO A UNA CENTRALIZZAZIONE DECISIONALE NELLE MANI DI ROSSI E A UN DOVIZIOSO AUMENTO DI POLTRONE E DI VICE-POLTRONE, CHE HA FATTO LA GIOIA DEI NUOVI ARRIVATI AL POTERE DI PALAZZO CHIGI

Per definire lo stato disastroso a cui è giunta la Rai, finita negli ultimi tre anni sotto il tallone dell’Armata Branca-Meloni, occorre rubare ad Hans Blumenberg il titolo di un suo celebre saggio letterario-filosofico sulla civiltà dell’Occidente, “Naufragio con spettatore”.
Una perfetta metafora per il più grande ente di informazione italiano (1.760 giornalisti), poiché è la concessionaria esclusiva
del servizio pubblico radiotelevisivo e uno dei più grandi gruppi di comunicazione in Europa con 12.751 dipendenti assunti a tempo indeterminato.
Così, mentre il Cda Rai si trastulla discutendo degli ascolti di “Tg2 Post” (martedì ha racimolato il 2.5% con 504.000 spettatori, preceduto dal disastroso traino del 3,3% del notiziario maldiretto da Antonio Preziosi – una volta il Tg2 sbandierava uno share del 10%), Rai2 e Rai3 sprofondano in uno stato comatoso: gran parte della loro programmazione non regge più, con ascolti che hanno raggiunto livelli improponibili al marketing pubblicitario.
Una criticità che non viene dal cielo. La trasformazione del modello organizzativo è stata avviata nel 2021 dall’allora ad, Carlo Fuortes, e poi implementata con l’attuale amministratore delegato, Giampaolo Rossi (che ha aggiunto la poltrona di Direttore del Coordinamento Generi, affidata a Stefano Coletta).
La produzione dei programmi è stata spostata dalle tre reti a dieci direzioni in base al “genere” (intrattenimento, informazione, fiction, ecc.), portando non solo al tracollo degli ascolti dei programmi ma soprattutto alla totale perdita di identità di Rai2 e di Rai3.
In compenso lo sciagurato spacchettamento in dieci direzioni di “generi” ha fatto lievitare il potere di Rossi, che ha centralizzato a sé tutte le direzioni, e ha portato a un dovizioso aumento di
poltrone e di vice-poltrone, per la gioia dei nuovi arrivati al potere di Palazzo Chigi, tant’è che non c’è più un posto libero nel garage di viale Mazzini,
Ma, purtroppo, il servilismo politico di una Rai targata Meloni non paga. Le trasmissioni lanciate dal nuovo regime, che dopo una manciata di puntate finiscono nel cestino, ormai non si contano più.
Su Rai2 il flop più clamoroso fu il programma di Antonino Monteleone, il cui contratto è costato ai contribuenti 300mila euro, che raggiunse il record negativo in prima serata dello 0.99% con 169mila telespettatori.
Un numero impietoso che ha spedito in seconda serata l’ex Iena che, comunque, ha continuato imperterrito a collezionare flop da 2.3%.
Ha fatto una brutta fine l’esperimento in prima serata di “BellaMa’”: l’inguardabile programma di Pierluigi Diaco ha trascinato il canale al 2.6% con 411mila spettatori. Il risultato? Chiusura anticipata e tanti saluti a Diaco rispedito nel pomeriggio dove comunque lo share non lo premia.
L’ultimo fallimento si chiama “Freeze” con Nicola Savino e Rocío Muñoz Morales, il format giapponese che ci ha riportato indietro di qualche decennio. Anche in questo caso il risultato non è stato quello sperato dalle lucidissime menti dei dirigenti Rai e il programma ha galleggiato fino a precipitare al 2.9
L’elenco è lungo, al limite della crudeltà. Ma vale la pena ricordare “Binario2” che, dopo l’addio di Fiorello alla mattina di Rai2, ha trascinato la rete al 2.3%.
Nel pomeriggio “La porta Magica” della sopravvalutata Andrea Delogu al 3.1% e “Obbligo o Verità” della spompata Alessia Marcuzzi in prima serata al 4.1%.
E ancora: il terribile ritorno di Luca Barbareschi con “Se mi lasci non vale”, la versione farlocca targata Rai di “Temptation Island” che all’esordio ha registrato l’1,82% di share con 321.000 spettatori.
Infine, non possiamo dimenticare il flop con chiusura di “Underdog” di Laura Tecce. L’unico programma di Rai2 che ha riscosso l’applauso del pubblico è “Belve” della Fagnani.
E che dire di Rai3? Quello che resta, dopo il trasloco di Fazio su 9 e di Augias, Formigli, Floris su La7, con Serena Bortone, dopo il caso Scurati, confinata alla radio, è più deprimente di un piatto di verdure lesse.
In prima serata si scende anche sotto il 3% di share, tanto che il terzo canale è stato ribattezzato Rai3%.
A tenerlo in piedi solo l’osteggiato “Report” (che prima o poi, finirà su La7 anche Ranucci), l’immortale “Blob” e gli altri programmi di approfondimento da “Chi l’ha visto?” dell’inossidabile Sciarelli a “Presadiretta” di Iacona che, come “Report”, è stato traslocato dal lunedì alla domenica a vedersela
con gli avvenimenti sportivi, perdendo quasi 2 punti.
Anche messo in prime time del lunedì, “Lo Stato delle cose” di Massimo Giletti galleggia, non riuscendo mai ad arrivare allo share che aveva “Report” di lunedì.
Gli altri programmi, come quelli condotti da Salvo Sottile e Peter Gomez, raccolgono ascolti per niente esaltanti: “Farwest” si ferma al 3,7% mentre “La confessione” si deve accontentare del 4,3%.
Dal 2024 va in onda, con una impietosa media del 2,4% di share nel 2025, “A casa di Maria Latella”. In compenso, l’intervistatrice cara a Giorgia Meloni gode di un munifico contratto biennale di conduzione, comprese le varie ed eventuali ospitate in altri programmi, per complessivi 730mila euro lordi.
Già nell’ottobre del 2024 Rai3 raccoglieva nella prima serata poco più del 5% di share (perdendo più di mezzo punto rispetto al 2023), mentre Rai2 affondava al 3,6%, sotto la soglia psicologica del 4%. E c’è da star certi che il peggio deve ancora venire…
(da agenzie)

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