Novembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
FULVIO ABBATE: “AMAVA DISTINGUERSI DA OGNI ALTRO SCRITTORE, PRATICANDO IL MOLTEPLICE, E SEMPRE CON MOLTO CORAGGIO. DA POETA, DA INTELLETTUALE, DA CRITICO DELLA SOCIETÀ E DEI COSTUMI, PIÙ ADATTO AL CANTO POPOLARE, A ‘FARE ALL’AMORE’, A INNALZARE IL PIACERE DEL SESSO, AD AFFERMARE PERFINO LA GIOIA OMOSESSUALE”
Di Pier Paolo Pasolini, poeta, scrittore, cineasta, critico letterario, semiologo civile,
intellettuale (anzi, “intelletuale”, così come scrisse un anonimo segretario di sezione friulana sulla sua tessera di militante comunista del 1947), polemista “corsaro” e “luterano”, dovremmo ragionare come se stessimo trattando di un “gettone telefonico”: forme, luoghi, oggetti, azioni, perfino politiche, desuete, impossibili da restituire nella loro esatta pienezza.
Pasolini affermava il bisogno di coscienza in un Paese, l’Italia e il suo Appennino, che fino al momento aveva conosciuto, con D’Annunzio, soprattutto un canto, sì, civile, declamato tuttavia all’ombra del Vittoriano, con voce nazionalistica, propria della destra.
Pasolini sollevava invece la bandiera, lo “straccetto rosso”, sempre parole sue, dei partigiani. Volendo essere cronologicamente più esatti, andrebbe aggiunto che Pasolini, oltre a scrivere versi e romanzi, realizzava film destinati a fare
scandalo, compilando da un certo punto della sua storia non meno militante, in nome di una disperata vitalità articoli, fondi ed elzeviri di sostanza critica, politica, antropologica, nel senso più assoluto della parola, dove esprimere una propria elegia poetica; pronta, appunto, a farsi invettiva, denuncia, consegnando con parola e corpo alla lotta, per nulla temendo di contraddirsi.
Amava distinguersi da ogni altro scrittore, Pasolini, praticando il molteplice, e sempre con molto coraggio, con “disperata vitalità”, parole sue, ripeto. Da poeta, da intellettuale, da critico della società e dei costumi del Paese che lo aveva visto nascere, da persona che sogni un mondo liberato dai limiti dell’esistente, forse anche posseduto dall’incanto primario di un’arcadia medievale, così come i suoi tesori monumentali, più adatto perfino, sia detto con retorica, al canto popolare, a “fare all’amore”, a innalzare il piacere del sesso, ad affermare perfino la gioia omosessuale; così avanti lettera.
Bisogna poi aggiungere, soprattutto per coloro che di lui tutto ignorano, o nel migliore dei casi sono appassionati unicamente al mistero sulla sua morte, del suo assassinio senza mai vera luce, che Pasolini era altrettanto capace di spiegare i nodi della storia con grazia gentile, in grado di raccontare ai ragazzi, perfino ai giovani “fascisti”, verso quale punto di non ritorno antropologico correva l’Italia già contadina.
Ora, volendo illustrare in quale momento della storia, geneticamente, biograficamente parlando, ha inizio il racconto politico ed espressivo che riguardi la sua persona, occorre aggiungere che Pasolini era nato a Bologna il 5 di marzo del 1922, oltre cento anni esatti fa. Il bambino, l’adolescente Pier Paolo, il ragazzo, l’uomo, il futuro letterato, quindi, per privilegio anagrafico ha attraversato la dittatura fascista, i giorni e gli affanni della guerra, lo spirito della Resistenza al nazi-fascismo, poi, davanti alle macerie perfino morali del dopoguerra, ormai quasi trentenne, da marxista, c’è subito modo di scorgerlo seduto dietro la sua piccola scrivania economica, in un povero e minuscolo appartamento romano, in via Fonteiana, poeticamente a ragionare sulla luce, le ombre, gli inganni, l’infranto della società.
Tutto ciò avveniva nell’esatto istante stesso in cui il mondo abbandonava il paesaggio domestico delle piccine pentole d’alluminio per abbracciare un tempo d’acciaio inox.
Sono già gli anni Sessanta, quando i giovani scelsero di scendere nelle piazze della propria rivolta per finalmente esistere in quanto tali, inventando sé stessi come categoria perfino politica, accompagnati dai gruppi musicali che ne cantavano la ribellione, meglio, la “contestazione”, come si diceva allora.
I giovani “contestano” i vecchi, i “matusa”, nasce perfino una rivista, un rotocalco con quel loro nome, Giovani, ogni settimana con un manifesto diverso, ora i Beatles ora i Rolling Stones, ora Don Backy o Celentano. Ma non vorrei semplificare e soprattutto correre troppo, resti l’immagine ormai desueta del gettone telefonico a restituire l’enigma dell’irriproducibilità del suo tempo storico.
Come restituire adesso quel tempo che sembrava destinato a mostrarsi infinito? Nessuna Intelligenza artificiale potrà mai riuscire nell’impresa. Via Fonteiana, vista con gli occhi del presente, è una strada per ceti medi. Era invece il 1955 quando lo scrittore e sua madre Susanna Colussi, insegnante, presero a cercare un affitto, qualcosa di “decoroso”.
Lo trovarono appunto al civico 86, fra piazza Ottavilla e piazza Fonteiana, poco prima della discesa ulteriore di via Abate Ugone, la borgata di Donna Olimpia, dove, fra l’altro, ha luogo Ragazzi di vita.
Un parallelepipedo intonacato d’ocra, senza particolari segni di estro architettonico, eppure dall’ingresso spazioso, luminoso, nel quale la famiglia Pasolini poté prendere subito posto.
Appena due stanze, cucina, bagno e un balcone stretto che s’affaccia su via Innocenzo X, le mattonelle celesti adorate dai piastrellisti degli anni Cinquanta, gli infissi degli stessi tempi, un’aria immanente di “smorzo”, per intendere un deposito di materiali edilizi di risulta dove i poveri cercano cemento e laterizi modesti per risparmiare sui costi.
Giù nell’atrio, i proprietari del palazzo, in occasione del trentesimo anniversario della scomparsa dello scrittore, nel novembre del 2005, hanno voluto fissare una targa di marmo; serve a ricordare che dal 1955 al 1959 Pier Paolo Pasolini ha abitato in quel palazzo, seguono i versi “Com’era nuovo nel sole Monteverde Vecchio!” Già utilizzati per la targa apposta dal Comune di Roma in via Giacinto Carini, la seconda e più nota residenza monteverdina dello scrittore.
Perfetti, certo, eppure, se solo i titolari del condominio fossero andati a cercare fra le Ceneri, scritte proprio in quel luogo o comunque lì ultimate, sarebbero saltate fuori altre parole, dove la strada trova sé stessa e il proprio magnificat: “Ed ecco la mia casa, nella luce marina/ di via Fonteiana in cuore alla mattina”.
C’è un bar, in via Giacinto Carini, lo stesso che lo scrittore così scopriva nel 1960: “Col sole, sedute ai tavolinetti di metallo di un baretto – senza consumare niente – ci sono sei o sette ragazze: loro e il sole. Il baretto è all’angolo tra Via Fratelli Bonnet e Via Carini, accanto alla fermata dell’autobus: quindi qualcuno passa, e le vede…”.
Ancora adesso, nella tarda mattinata, il sole si imbatte nell’esistenza di quel bar. Di Pasolini resta solo l’assenza, ogni parola che voglia restituirne la semplice ombra è ormai arbitraria, così come sollevare la bandiera che gli era cara, così
come ritrovare tra vecchie lire un gettone telefonico. Forse è il caso di lasciare Pasolini alla sua ombra, alle sue ceneri.
Fulvio Abbate
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Novembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
TUTTE E TRE LE CONDOTTE FATTE ESPLODERE NELLO STESSO MOMENTO… BUDANOV, LA GRANDE MENTE DEI SERVIZI IRONIZZA: “ABBIAMO FATTO PIU’ DANNI DELLE SANZIONI”
Le forze ucraine hanno colpito e messo fuori uso l’oleodotto Ring che forniva all’esercito russo il carburante per le operazioni militari. Lo riferisce Ukrinform citando fonti della direzione dell’intelligence. L’infrastruttura militare critica si trova nel distretto di Ramensky, nella regione di Mosca.
A nulla sono valse le misure anti-drone adottate dalla Russia: tutti e tre i condotti utilizzati per trasportare benzina, diesel e carburante per l’aviazione sono esplosi con successo e simultaneamente.
L’oleodotto principale è lungo 400 chilometri e trasporta, o trasportava, dalle raffinerie di petrolio di Ryazan, Nizhny Novgorod e Mosca fino a 3 milioni di tonnellate di carburante per l’aviazione, circa 2,8 milioni di tonnellate di gasolio e fino a 1,6 milioni di tonnellate di benzina.
L’operazione è stata condotta nella tarda serata di ieri ed è stata definita dal capo dell’Intelligence Kyrylo Budanov un “duro colpo” alla logistica militare russa. “I nostri attacchi hanno avuto un impatto maggiore delle sanzioni”, ha affermato.
(da agenzie)
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Novembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
“OVUNQUE, DOVE ESISTE UN DOPPIO CSM, IL PM È POSTO SOTTO CONTROLLO DEL GOVERNO” … “ELIMINARE LE CORRENTI? È CIÒ CHE CREDE MANTOVANO SCORDANDO DI ESSERE STATO A CAPO DI UNA CORRENTE DELLE TOGHE”
Ecco la prova che non tutti gli avvocati sono attratti dalla separazione delle carriere:
Ernesto Carbone, 51 anni, amministrativista, membro laico del Csm (di fede renziana) si schiera a favore del no.
No alla riforma bandiera del centrodestra, voluta dall’esecutivo Meloni e dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio. No al raddoppio del Csm. E no, soprattutto, alla «retorica» che la accompagna, secondo cui le modifiche approvate produrrebbero miglioramenti nella vita dei cittadini. Semmai, il contrario.
«Ventotto è il numero da tenere a mente» esordisce Carbone.
Perché?
«È il numero di magistrati che ogni anno cambiano ruolo, passando dalla funzione di pm a quella di giudice».
Così pochi?
«Lo 0,3% del totale».
La separazione delle carriere esiste già?
«Nei fatti c’è. Tutto quello che si è detto riguardo all’esigenza improcrastinabile di separare le carriere nasconde altri obiettivi».
Anche lei crede vi sia un fine non dichiarato?
«Lo rivelò il sottosegretario Andrea Delmastro nella celebre intervista al Foglio in cui disse che si doveva avere il coraggio di andare fino in fondo, ponendo il pm sotto il controllo dell’esecutivo. Fu una preoccupante dichiarazione d’intenti».
Questa riforma è stata votata, però.
«Vorrei dire qualcosa sul metodo che ha portato all’approvazione del suo contenuto».
Illiberale?
«Frettoloso. Nel 2016 quando ci fu la riforma Renzi, per fare un esempio, i tempi furono ben più lunghi perché si presentarono centinaia e centinaia di emendamenti».
Il governo sostiene che i magistrati in errore finalmente pagheranno, non come avviene oggi…
«Altra fandonia. Le toghe già pagano per gli errori giudiziari. L’Italia ha uno degli organismi più rigidi a livello europeo sotto
il profilo disciplinare. La commissione del Csm, composta da 4 togati e 2 laici, è un presidio efficiente».
Non la convince il doppio Csm?
«Ovunque, nel mondo, dove esiste un doppio organo del genere il pm è posto sotto il controllo del governo. E qui si arriva al punto».
È convinto, e non solo dalle parole di Delmastro, che, attraverso questa riforma, si persegua un diverso assetto dei poteri costituzionali?
«Da un lato mi vengono in mente gli attacchi ai quali è stata sottoposta la Corte dei conti di recente. E non solo. Dall’altro osservo con preoccupazione che questa riforma allontana il pm dalla cultura del giudice e lo avvicina a quella degli investigatori»
Il temuto «superpoliziotto»?
«Oggi il pm è tenuto a cercare anche prove a favore dell’indagato, domani come andrà?»
Questa riforma elimina le correnti
«È ciò che crede Mantovano scordando di essere stato a capo di una corrente delle toghe…».
(da Il Corriere della Sera)
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Novembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
“LO SARÀ PERCHÉ L’ACCELERATORE LO HA PREMUTO CONSAPEVOLMENTE GIORGIA MELONI, HA SCELTO DI TENERE LE PROVE GENERALI DELLE POLITICHE UN ANNO PRIMA, DANDO COSÌ AGLI AVVERSARI L’UNICO BERSAGLIO UNIFICANTE: IL ‘NO’ CHE, IN QUESTO CASO, BASTA PER VINCERE”… “COMPLICATO CHE IN CASO DI SCONFITTA, GIORGIA MELONI POSSA FAR FINTA DI NIENTE”
Va di moda, nel centrodestra, spifferare che “Giorgia Meloni non commetterà l’errore di Matteo Renzi”. Quello cioè di trasformare il referendum costituzionale in un voto politico su di sé. Allora la personalizzazione fu l’errore fatale e bye bye palazzo Chigi.
Lo spiffero, che oggi rivela una preoccupazione, è destinato, vedrete, a diventare una pia illusione in tempi brevi. Ovvero: finite le regionali, quando partirà una campagna referendaria lunga sei mesi. L’illusione è destinata a cadere non solo per ragioni di indole della premier, piuttosto incline a non sottrarsi alla pugna in prima persona, quando il clima si scalda. Ma soprattutto per ragioni squisitamente politiche.
C’è poco da fare: si trasformerà in un referendum sul governo e su Giorgia Meloni per tutta una serie di motivi. Lo sarà per come la riforma è stata presentata: uno “scalpo” storico della magistratura, eretta a nemico da ricondurre nei ranghi per
giustificare i pasticci del governo, dai centri in Albania al Ponte sullo Stretto, bocciato dalla Corte dei conti.
Del trumpismo si mutua il racconto di un potere senza vincoli in virtù della propria unzione popolare, del vecchio e nuovo berlusconismo (pure Marina è si è appalesata) il repertorio sulle “toghe rosse”.
Un racconto, appunto la cui enfasi conflittuale è sproporzionata rispetto a una riformicchia pasticciata tra Csm sorteggiati e la creazione di una casta di pm che rende le procure ancora più potenti, in una singolare eterogenesi dei fini.
Lo sarà per come la separazione delle carriere è stata realizzata: come riforma “del governo”, senza confronto in Parlamento, portata avanti a tappe forzate. Non ci sono precedenti di riforme costituzionali che, dall’inizio alla fine del percorso, non vengono modificate di una sola virgola.
Lo sarà perché l’acceleratore lo ha premuto consapevolmente Giorgia Meloni. Delle tre riforme, pomposamente annunciate per “fare la storia”, una si è rivelata infattibile (l’Autonomia), l’altra troppo rischiosa e dunque congelata (il premierato), la Giustizia è stata ritenuta il terreno più agevole, vista la scarsa popolarità dei giudici nel paese.
E lo sarà, a dispetto di quanto viene detto oggi, per esigenze di mobilitazione elettorale. Per portare la gente alle urne alle Europee Giorgia Meloni si è dovuta candidare capolista (anche
lì: fu un voto sul governo e le andò bene), alle regionali ha stampato il suo volto sui manifesti […], difficilmente potrà stare alla finestra in occasione del referendum […] lasciando l’onere comiziante a pensosi costituzionalisti.
Insomma, la premier avrebbe potuto continuare a prosperare in un tranquillo tran tran fino alle politiche. Ha invece scelto, sostanzialmente, di tenere le prove generali delle politiche un anno prima, dando così agli avversari, divisi su tutto, l’unico bersaglio unificante: il “no” che, in questo caso, basta per vincere.
Certo è che per entrambi gli schieramenti ci sono elementi di rischio. Complicato che, in caso di sconfitta, Giorgia Meloni possa far finta di niente, di fronte alla bocciatura della principale riforma del suo governo.
A maggior ragione se sarà premiata la linea della “difesa della democrazia”, risulterà azzoppata proprio nella sua legittimità politica a governare e dovrà ritrovare un racconto per le politiche. Se invece vincerà rispetto a questo allarme, per le opposizioni è un game over definitivo. Si ritroverebbero a dover fare in un anno ciò che non hanno fatto in quattro, con le leadership già travolte nelle urne.
Alessandro De Angelis
per “La Stampa”
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Novembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
IL NEW YORK TIMES HA ANALIZZATO GLI INDICATORI DI EROSIONE DEMOCRATICA DEL PAESE
I Paesi che scivolano dalla democrazia all’autoritarismo tendono a seguire un percorso
simile e a mostrare segnali facilmente individuabili. Il New York Times ha analizzato dodici indicatori di erosione democratica per capire se gli Stati Uniti, considerati una volta la più grande democrazia del mondo, stanno diventando davvero la più potente autocrazia occidentale. La conclusione è inquietante: secondo il quotidiano, che ha analizzato il fenomeno in un intervento del board del giornale, gli Usa mostrano segni di regressione in tutti gli indicatori. Non è ancora un’autocrazia, ma sta diventando molto meno democrazia.
Secondo l’analisi, il Paese è ancora lontano dall’emulare il modello russo o cinese, ma intanto si sta allontanando dalla sua natura originaria. Il punto uno della “scala autocrazia” indica quando un autoritario soffoca il dissenso e la libertà di parola. “Nell’ultimo anno – sostiene il Times – Trump e i suoi alleati hanno limitato la libertà di parola come non accadeva dai tempi della caccia ai comunisti negli anni ’40 e ’50”.
C’è persecuzione degli oppositori politici (punto 2)? Anche qui i segnali sono evidenti. “Il dipartimento di Giustizia – dichiara il giornale – è diventato uno strumento degli interessi personali” di Trump, “colpendo persone per motivi legalmente dubbi”. Nel mirino sono finiti tutti “nemici” del tycoon: la procuratrice generale di New York Letitia James, l’ex direttore dell’Fbi
James Comey mentre altri, come il senatore democratico Adam Schiff, potrebbero diventarlo presto. “Trump – è la diagnosi – ha usato la persecuzione legale dei suoi avversari in modo sconvolgente”.
Anche su altri fronti Trump ha mostrato di aver eroso la democrazia dalle fondamenta: ha aggirato il Congresso (punto 3), riducendolo a puro notaio dei suoi atti; usato l’esercito (4) per il controllo interno, come a Portland e Chicago; ha sfidato i tribunali (5), “ignorando apertamente gli ordini federali”, come quello che imponeva al governo di fermare le deportazioni in Salvador; ha dichiarato “emergenze nazionali su pretesti falsi” (6), come per l’invio della Guardia nazionale a Washington contro una presunta deriva criminale e per giustificare l’uccisione di stranieri, attaccati in acque internazionali, come nel caso degli attacchi al Venezuela che hanno provocato 62 morti.
Ma Trump ha fatto anche altro: ha demonizzato (punto 7) i gruppi emarginati, licenziato donne o persone non bianche da posizioni di vertice, criminalizzato i transgender, diviso i cittadini tra “legittimi” e “di seconda classe”; un autoritario (punto 8) controlla l’informazione e i media, e anche questo è avvenuto; il presidente ha preso il controllo (punto 9) di alcune università, al punto da costringere alle dimissioni il rettore dell’Università della Virginia; creato un culto della personalità
(punto 10); usato il potere per il profitto personale (punto 11): lui e la sua famiglia hanno aumentato il patrimonio della Trump Organization di 864 milioni di dollari in pochi mesi, rispetto ai 51 milioni dell’anno precedente; inoltre un autoritario (punto 12) manipola la legge per restare al potere.
“Trump ha cominciato a farlo”, sentenzia il Nyt, prima tentando di ribaltare il risultato delle elezioni del 2020, e ora evocando la possibilità di restare per un terzo mandato, escluso dalla Costituzione americana, attraverso il 22° emendamento. La conclusione del board del quotidiano liberal è che “gli Stati Uniti non sono ancora un’autocrazia”, ma stanno andando velocemente verso l’autoritarismo. Non tutto, però, è ancora perduto. Contro la resa, spiega il Times, ci sono almeno tre elementi: una “stampa perlopiù libera, una magistratura indipendente e milioni di cittadini scesi in piazza per le proteste ‘No King’”. Basteranno? In ogni caso il board promette di tornare ad analizzare la situazione nel 2026, seguendo gli stessi dodici punti. E sperando che non sia troppo tardi.
(da agenzie)
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Novembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
LA PREMIER HA COMPRATO DUE ANNI FA UNA CASA DI 433 METRI QUADRI, 18 VANI E PISCINA ACCATASTATA A/7, MA DOVREBBE ESSERE A/8 CATEGORIA DI LUSSO… LEI REPLICA: “ACCATASTAMENTI FATTI DAL TECNICO”
Villa o villino? Questo è il dilemma. All’apparenza sembra un problema di poco conto, una sfumatura. Ma, in termini catastali, comporta un cambio di tassazione e di benefici non secondari. Iva ridotta al quattro per cento, imposta di registro fissa a 200 euro e altre agevolazioni “prima casa”, come l’esenzione Imu e Tasi, per i proprietari di abitazioni classificate in A/7: i villini. Esclusione di questi vantaggi fiscali, invece, per chi possiede un immobile di tipo A/8, dunque una villa.
Il dilemma riguarda facoltosi comuni cittadini, ma anche, come scoperto da Domani grazie agli atti ufficiali del catasto, una delle proprietarie più note d’Italia, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.
A casa tutti bene
A pochi passi dal quartiere Spinaceto, nella zona residenziale di Mostacciano, a Roma, c’è la sua casa: 433 metri quadri totali, 18 vani, una scala interna, una piscina e tre corti di pertinenza esclusiva, di cui una al piano terra e due al piano seminterrato. E poi due posti auto scoperti: il primo di 29 metri quadri e il secondo di 44. Una rendita pari a 4.369 euro, cresciuta dopo l’acquisto e i lavori effettuati: alla firma del preliminare era di 3.762 euro. Del resto, prima che arrivasse la leader le stanze erano 15 e i metri quadri 350. Un balzo di quasi 80 metri quadri in più.
Un immobile che la premier ha acquistato da Massimiliano e Serafino Scarozza, figli di Giancarlo Scarozza, marito in seconde nozze di Lucia Mokbel, sorella di Gennaro Mokbel, ex esponente dell’estrema destra romana.
La somma pagata da Meloni è stata di un milione e 254mila euro, si legge nel contratto di compravendita che porta la data del 23 dicembre 2024. L’atto indica anche la categoria catastale dell’abitazione: A/7. La leader di Fratelli d’Italia ha così rilevato una casa già accatastata nella categoria “villini” e accatastata nuovamente dai venditori il 17 dicembre 2024, quando la premier aveva già traslocato grazie a un «atto – come aveva spiegato al Fatto quotidiano – di immissione in possesso
anticipato» dal momento che i lavori sarebbero dovuti terminare entro il 30 settembre 2023 ma erano in ritardo.
Tuttavia le caratteristiche della casa corrispondono a un’abitazione di lusso, di una villa da catalogare alla categoria A/8. Nell’immobile sono stati realizzati dalla parte venditrice dei lavori di ristrutturazione concordati con Meloni. «In data 17 aprile 2023 – si legge nell’atto di compravendita – tra i signori Scarozza e la signora Meloni è stato stipulato un preliminare di compravendita avente ad oggetto le porzioni immobiliari di seguito descritte per il prezzo di 1 milione e 100mila euro. È ora intenzione delle parti – si legge – dare esecuzione al citato preliminare al prezzo di un milione e 254mila euro per maggiori lavori e migliorie eseguite al fine di rendere la porzione immobiliare in oggetto conforme alle esigenze della parte acquirente».
I lavori di ristrutturazione sono costati come minimo 144mila euro. Lavori di pregio: si va dalla piscina di 9 metri per 3,5 fino ai pannelli solari. «Migliorie» che probabilmente avrebbero dovuto implicare, secondo alcuni esperti sentiti da Domani, un nuovo accatastamento dell’immobile, in particolare nella categoria A/8.
Abbiamo chiesto a due notai di quantificare il risparmio di restare in A/7: «Il calcolo è complesso, ma in generale si può dire che si risparmia il 7 per cento della rendita catastale moltiplicato per 124», la risposta. Questa formula applicata a casa Meloni dà una cifra di circa 70mila euro.
È d’accordo l’urbanista di fama internazionale Paolo Berdini (ex assessore capitolino), a cui questo giornale ha sottoposto le caratteristiche dell’immobile della premier, senza svelare l’identità della proprietaria, riferendosi solo alle qualità dell’immobile. «Non è semplice definire senza un sopralluogo la categoria catastale di appartenenza», premette: «Ma la superficie di questo immobile è certamente ascrivibile alla categoria 8. È un caso esemplare per misurare l’inadeguatezza dell’attuale catasto. Non vengono eseguiti – se non in via eccezionale – sopralluoghi di verifica e ci si accontenta di prendere per buona la dichiarazione del proprietario», spiega Berdini.
Fiscalità
«È un sistema iniquo – ragiona Berdini – che premia le proprietà di più elevato valore a scapito di una fiscalità equa. Si tenga ad esempio conto che appartenere alla categoria 8 significa non avere diritto alle agevolazioni per la prima casa ed essere tassati in maniera più consistente. Un piccolo spiraglio si avrà dal 2026 quando finalmente si metterà mano all’aggiornamento delle rendite catastali e, soprattutto, alla valutazione degli immobili sui metri quadri e non sui vani». Un pannicello caldo, comunque. Il motivo? «Oggi pagano le stesse imposte – a parità di categoria – un vano di 15 metri quadri e un vano da 40 metri quadri. La legislazione catastale aiuta la parte più ricca del paese», conclude Berdini.
A proposito di risparmi e benefici, a marzo scorso la casa di Meloni è finita anche al centro di un’interrogazione parlamentare presentata dai deputati di Italia Viva, Francesco Bonifazi e Maria Elena Boschi. Gli esponenti renziani hanno chiesto «chiarimenti in ordine ai lavori di ristrutturazione eseguiti presso l’abitazione privata del presidente del Consiglio dei ministri, anche per i profili fiscali e di sicurezza». In particolare, Bonifazi e Boschi chiedevano alla premier «l’elenco dei singoli fornitori e delle modalità di pagamento adottate per pagare gli stessi». La risposta non si è fatta attendere, e il ministro ai Rapporti col parlamento, Luca Ciriani, ha riferito in aula che la premier «non ha beneficiato di alcuna detrazione per lavori edilizi e bonus mobili e che…non è stato impiegato denaro pubblico». L’elenco non è stato invece fornito perché altrimenti sarebbe «venuta meno la relativa ordinaria aspettativa di riservatezza».
Meloni, pertanto, si è appellata alla privacy, e non è chiaro se, a fronte dell’interrogazione parlamentare, si sia rivolta direttamente a uno dei commissari del Garante, Agostino Ghiglia, ex deputato di Alleanza nazionale e oggi al centro delle polemiche sul caso Sangiuliano-Report. La trasmissione di Sigfrido Ranucci fa riferimento ad alcuni messaggi di Ghiglia che domanda ai suoi interlocutori di «cercare l’interrogazione di
Bonifazi sulla casa di Meloni». «Approfondiamo – dice Ghiglia – se è suo diritto avere risposta su tutte le domande in dettaglio o se qualcosa si può coprire in termini di protezione dati».
La risposta di Meloni
«In passato ho già risposto ampiamente alle domande della stampa inerenti la mia abitazione privata, e lo stesso è stato fatto in sede di interrogazioni parlamentari da parte di rappresentanti del Governo. Ho risposto, per eccesso di zelo, oltre quanto sarebbe stato effettivamente utile, e comunque richiamando al senso di responsabilità, anche in considerazione del fatto che abito nella casa in questione con mia figlia minore. Evidentemente il mio appello non è stato sufficiente, perché a seguito dei numerosi articoli sulla mia casa (senza che in effetti vi fosse alcuna notizia di rilevanza pubblica) il mio immobile è stato identificato da molti, addirittura pubblicato sui social media, con conseguenti minacce per la sicurezza mia e di mia figlia. Gli accatastamenti sono stati fatti dal tecnico incaricato che, auspico, avrà provveduto al meglio. Allo stato non è stato richiesto alcun intervento sulla materia al Garante per la Privacy».
«Case di oltre 400 metri quadrati corrispondono alle categorie del lusso», dice a questo giornale Rocco Curto, ex professore di Estimo al Politecnico di Torino, impegnato sul tema dell’iniquità della fiscalità immobiliare, interpellato anche in questo caso senza che si svelasse l’identità della proprietaria dell’immobile in questione. Curto richiama la recente sentenza della corte tributaria di Torino: «Spesso i proprietari ottengono un guadagno fiscale senza essere evasori. La colpa non è loro, ma del governo che dovrebbe dare impulso alla riforma sul catasto. Ma ogniqualvolta si parla di riformare le categorie arriva qualcuno a dire che si vuole penalizzare la proprietà privata».
«Giù le mani dalla casa» è infatti il grido del centrodestra che ciclicamente ribadisce il suo no alla riforma del catasto. E la storia di casa Meloni diventa un esempio di un meccanismo che premia i più ricchi.
(da editorialedomani.it)
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Novembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
CALANO LEGA E M5S, STABILI FDI E PD, IN AUMENTO FORZA ITALIA E AV
Quello odierno è il primo scenario politico dalle vacanze. In questi tre mesi gli
avvenimenti sono stati numerosi e importanti. Non è il caso di ricordarli tutti, ma sul terreno della politica estera il tema mediorientale ha dominato la scena, da un lato con l’impresa della Global Sumud Flotilla durante tutto il mese di
settembre, con uno sciopero che ha visto un’importante partecipazione di cittadini nel nostro Paese, mobilitando coscienze in tutto il mondo, dall’altro con la conclusione di un accordo, ancora fragile, di tregua a Gaza, che si spera possa portare a una pace duratura. Questi avvenimenti hanno messo in secondo piano la guerra in Ucraina, che continua pesantemente.
Sul fronte italiano vanno ricordati alcuni eventi, oltre alla Flotilla che ha avuto una vasta eco interna e ha dato vita a polemiche anche aspre tra governo e opposizione: in primo luogo le elezioni nelle prime tre regioni chiamate al voto che hanno visto una performance non entusiasmante delle opposizioni nelle Marche e in Calabria e invece una vittoria netta in Toscana. Quindi la recente approvazione della riforma della Giustizia che prevede la separazione delle carriere dei magistrati inquirenti e giudicanti. Infine, l’iter della manovra finanziaria 2026, che si va delineando in questi giorni. Il dibattito politico ha visto alzarsi anche pesantemente i toni, con scambi di accuse inusuali tra governo e opposizioni (in particolare tra Elly Schlein e Giorgia Meloni), toni che probabilmente ci accompagneranno per un lungo periodo: ci saranno a breve tre elezioni regionali (Veneto, Campania e Puglia) e si terrà, presumibilmente nella primavera del prossimo anno, il referendum costituzionale sulla Giustizia. Ma sono emerse anche, con nettezza, differenze di opinioni all’interno di entrambi gli schieramenti. Insomma, molta carne al
fuoco.
Nonostante tutto questo, nel trimestre considerato (da agosto a ottobre) vediamo scostamenti non molto consistenti tra gli elettori.
Dal punto di vista delle intenzioni di voto, tra le forze di maggioranza Fratelli d’Italia vede un risultato identico a quello di luglio (28%); Forza Italia vede un incremento di poco meno di un punto, arrivando al 9% tondo, il risultato migliore dell’ultimo anno; al contrario la Lega vede un arretramento di mezzo punto ed è stimata oggi all’8%; infine Noi moderati di Lupi risulta stabile all’1%.
Tra le opposizioni il Partito democratico è stimato al 20,9%, dato quasi identico a quello di luglio; il Movimento 5 Stelle vede un calo di poco meno di un punto ed è stimato oggi al 13,5%; Alleanza Verdi Sinistra incrementa di mezzo punto e si colloca al 6,3%; le forze minori vedono Azione al 3,3% (+0,7%), Italia viva al 2,6% (+0,4%), +Europa all’1,8% (-0,4%).
Pochi cambiamenti quindi, e anche l’effetto delle elezioni regionali sembra molto stemperato: qualche calo per le forze che più hanno sofferto (M5S e Lega), qualche miglioramento per Forza Italia che ha avuto un buon risultato in Calabria, effetto nullo per le due formazioni maggiori.
Infine, i leader. Anche qui piccoli cambiamenti: Tajani recupera, nell’indice di apprezzamento, due punti rispetto a luglio quando
avevamo registrato un calo apprezzabile: una presenza mediatica più consistente sia in relazione alla politica internazionale sia a quella interna con posizioni qualche volta nette e critiche su alcuni aspetti (dalla rivendicazione a sé e alla presidente Meloni della paternità della politica estera in polemica con Salvini alle resistenze sulla tassazione degli extra profitti delle banche) sembrano giovargli.
Cresce di 2 punti anche Giuseppe Conte, recentemente riconfermato alla carica di presidente dei 5 Stelle (unico candidato), che non sembra soffrire delle non brillanti performance del Movimento nelle recenti Regionali. Stabili tutti gli altri leader testati, da Schlein a Renzi, con variazioni al massimo di un punto.
Sembra quindi che l’alzarsi dei toni, il crescere del conflitto, la mobilitazione anche vasta dei cittadini non incidano o quasi sull’elettorato. Nell’opposizione non c’è (e lo si era visto chiaramente già nel voto delle Marche) un effetto Gaza, nonostante un imponente e partecipato sciopero, né un effetto Ranucci, il giornalista di «Report» che è stato oggetto di un attentato, a seguito del quale si è parlato di un rischio democratico per il nostro Paese. Per le forze di maggioranza non c’è un effetto Trump, dopo la tregua nel Medio Oriente, né un effetto Kirk, l’attivista politico statunitense assassinato il 10 settembre, che ha portato il centrodestra e la premier Meloni ad
accusare la sinistra di fomentare un clima di odio.
Diciamo che sostanzialmente la maggior parte degli elettori si tiene distante dalla polemica quotidiana e dai toni accesi, utili probabilmente solo a rafforzare le «curve». E forse, tutto sommato, non è un male.
(da corriere.it)
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Novembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
CON LA MELONI LE MENZOGNE HANNO TOCCATO VETTE SUBLIMI
Tutti i governi mentono. Per saperlo non c’è bisogno di scomodare Hannah Arendt, che lo teorizzava già nel 1967: “Le menzogne sono sempre state necessari e legittimi strumenti non solo del politico o del demagogo, ma anche dello statista”. Ma con Giorgia Meloni al potere abbiamo toccato vette sublimi. Un’attitudine così sfacciata a manomettere la realtà dei fatti e a fabbricare verità alternative non si era vista dai tempi del Cavaliere, appena riesumato dalle destre illiberali per festeggiare una vendetta contro le Procure spacciata per “riforma della giustizia”.
Se non puoi convincerli, confondili: la Sorella d’Italia ha elevato a sistema il vecchio motto di Truman. Qualunque impostura è
utile, pur di nascondere l’evidenza di un Paese stabile ma immobile, che fa ammuina e nel frattempo declina. Quattro giorni fa, con un messaggio all’Assemblea annuale di Federmanager, la premier ha detto: “I principali indicatori restituiscono oggi la fotografia di un’Italia solida, che è tornata a correre e che è in grado di affrontare le difficoltà meglio delle altre nazioni europee”.
Ci vogliono cinismo e impudenza, per sparare tante falsità in una sola frase. Nelle stesse ore, l’Istat comunicava i nuovi dati sulla congiuntura. È il caso di ricordarglieli, senza rancore né autocompiacimento. A parte la produzione industriale in calo ormai da 26 mesi, ad agosto è sceso anche il fatturato dell’industria: meno 0,7% in valore, meno 2% in volume. Dopo un crollo dello 0,1% nel secondo trimestre, nel terzo il pil tricolore è rimasto inchiodato a quota zero, contro un aumento medio dello 0,2% nell’Eurozona. Peggio del Belpaese fanno solo Irlanda, Finlandia e Lituania, molto meglio la Spagna col più 0,6 e la Francia col più 0,4%. Se poi guardiamo al tasso “tendenziale” – cioè il raffronto tra il terzo trimestre del 2025 e quello del 2024 – il divario si allarga: l’Italia è cresciuta solo dello 0,4%, contro l’1,5% della media Ue dell’1,5, lo 0,9 della Francia e il 2,9 della Spagna. L’Istituto di statistica non è certo sospettabile di “infedeltà” (al contrario della povera Ragioniera generale dello Stato, colpevole solo di fare il suo dovere).
Nonostante questo, formula una conclusione impietosa: al contrario del resto d’Europa, qui l’industria arretra, i servizi languono e i consumi diminuiscono. Questi sono i “principali indicatori”: quelli veri, non quelli inventati da Palazzo Chigi. E allora, signora presidente del Consiglio, dov’è “l’Italia solida che è tornata a correre”? Da quale azzeccagarbugli ha attinto i numeri che “ci consentono di affrontare le difficoltà meglio delle altre nazioni europee”?
La grancassa meloniana, amplificata dai tg di regime e dalle gazzette di complemento, suona la solita musica farlocca: l’occupazione è ai massimi e lo spread ai minimi, la Borsa vola e le agenzie di rating ci promuovono. Minestra riscaldata: i Fratelli di una volta l’avrebbero vomitata, quando dall’opposizione ruggivano contro l’Europa e l’euro, la finanza ebraica e i poteri forti, le tecnocrazie e le burocrazie. Oggi la cucinano direttamente loro, e la servono agli italiani più rancida che mai. Cito Carlo Cottarelli, non i sovversivi dell’opposizione “peggiore di Hamas”. Parliamo ancora di crescita? In Italia quella cumulata degli ultimi sette trimestri è stata dello 0,7%, cioè niente: ci guardano appenati persino i vecchi soci del Club Med, la Grecia al 3,5%, il Portogallo al 3,9 e la Spagna al 5,7. Parliamo di occupazione? Sta rallentando pure quella, e a spingerla ci sono solo i bassi salari ancora inferiori dell’8% ai livelli del 2021. Parliamo di spread? È calato a 75 punti base ed
è un bene, ma ci battono di molto la Grecia con 64 punti, la Spagna con 50, il Portogallo con 36. Parliamo di superbonus? Governano da più di tre anni, e ancora scaricano le colpe sull’apposito Conte. Perché, invece, non ci parlano di Pnrr? Quello sì che è un “lascito ereditario” fondamentale: di qui al 2026 gli investimenti attivati con quel Piano contribuiranno alla crescita per 1,9 punti di pil. Vuol dire che senza il Pnrr l’Italia sarebbe in recessione già da due anni. E pensare che nel marzo 2021, al Parlamento di Strasburgo, Giorgia e i suoi Fratelli si astennero sul Next Generation Eu. Oggi è a lui che dovrebbero accendere un cero, non al santo di Arcore.
L’unica cosa buona e giusta che questo governo può rivendicare è la riduzione del disavanzo. In una mezza legislatura Giorgetti avrebbe potuto sfasciare i conti pubblici: non l’ha fatto, e ora con questa legge di stabilità quasi “draghiana” l’Italia può uscire addirittura in anticipo dalla procedura di infrazione decisa dall’Ue a fine 2023. Ma qui arriviamo al cuore della questione. Per rispettare i saldi di bilancio, Meloni ci propina la manovra economica più mediocre e modesta dal 2014 ad oggi. Non che le precedenti fossero migliori: ma questa brilla per paurosa inconsistenza. Pochi spiccioli sparsi qua e là, su qualche povero e qualche mamma, su frammenti di ceto medio e pezzetti di sanità. Per il resto, il ventiduesimo condono e l’ennesima tassa fantasma sulle banche (smerciata da Capitan Salvini come Robin
Hood Tax, mentre è il solito acconto-papocchio). Insomma, il nulla cosmico. Eppure, un nulla salutato con soddisfazione da sigle sindacali affamate di collateralismo e incassato con sussiego da classi imprenditoriali assetate di consociativismo. Non solo: accompagnato da un inscalfibile favore dei sondaggi per l’underdog di Colle Oppio. Perché tutto questo? Perché le frutta, non fare niente e lasciare che l’Italia scivoli lentamente ma inesorabilmente nella stagnazione?
Viene da pensare che ci sia del metodo, in questa abulia. La prima spiegazione è forse più banale: Meloni sa bene che l’Italia avrebbe urgente bisogno di vere “riforme strutturali”, dal fisco alla previdenza, dal lavoro alla concorrenza, ma sa anche che per farle servirebbero scelte drastiche, scardinando rendite e privilegi, scontentando blocchi sociali a vantaggio di altri. Ma qui casca l’asino. Le riforme economiche hanno un alto costo immediato e un eventuale “dividendo” differito: e la Sorella d’Italia, auto-lanciata verso il Quirinale, non se le può permettere. Preferisce galleggiare e non disturbare nessuna constituency elettorale. Questo, probabilmente, spiega anche la sua inusuale tenuta nei consensi: complici un astensionismo dilagante e un’alternativa inesistente, alla premier basta tenere i suoi e non “fare male” a nessuno, per resistere e poi anche per rivincere.
La seconda spiegazione è forse più brutale: non spendere un centesimo di troppo con la legge di stabilità di quest’anno – uscendo anzitempo dal mirino della Commissione di Bruxelles – consentirà a Meloni di lucrare un ricco tesoretto e di rifare in deficit quella dell’anno prossimo. La manovra dell’autunno 2026 sarà l’ultima prima delle elezioni 2027: la vera partita del consenso si giocherà tutta lì. Allora sì che pioveranno miliardi a palate, tra sgravi e bonus, mance e prebende. E i patrioti trionferanno di nuovo, dimenticando Mario Draghi e riscoprendo Cetto Laqualunque. Con tanti saluti al Campo Largo, a Elly Schlein pure ad Hannah Arendt.
(da repubblica.it)
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Novembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
MESSAGGI DI REGIME A RETI UNIFICATE SUI MEDIA RAI
La separazione delle carriere dei magistrati è legge, la destra festeggia, il tempo pare
essere tornato indietro. Non lo respirate anche voi quel profumo antico di miracolo italiano, di rivoluzione liberale? Non la sentite, come un’eco, una voce familiare che si infila tra i pensieri di soppiatto? (“Siete ancora oggi/ e come sempre/ dei poveri/ comunisti!”). Silvio Berlusconi è ancora tra noi. La riforma tanto desiderata, l’ha portata a casa la sua vera erede, che pure si era presentata sotto le mentite spoglie della destra legalitaria: Giorgia Meloni. Certo, c’è ancora un referendum, un trascurabile passaggio democratico, ma il clima pare davvero favorevole. E un minuto dopo l’approvazione definitiva, è già partita una propaganda battente, spudorata, per stomaci d’acciaio.
Partiamo dal sito istituzionale del ministero della Giustizia. Pochi minuti dopo che le lucine del Senato hanno sancito l’ultimo sì, in cima all’homepage appare la notizia trionfale: “Riforma giustizia, Nordio: ‘È una vittoria dedicata alla democrazia’”. Colpisce un dettaglio diabolico: nella foto a corredo, il Guardasigilli bacia sulla guancia Daniela Santanchè. È un’intuizione oggettivamente memorabile: chi meglio di lei, ministra a processo (sospeso) per truffa all’Inps, poteva raccogliere il testimone ideale di Silvio e incarnare il giubilo dei suoi eredi politici?
Ancora sul sito del ministero – ricordiamolo: dovrebbe essere una pagina istituzionale – viene pubblicata una deliziosa
cronachetta della manifestazione di Forza Italia per festeggiare lo storico evento. Anche qui, il corredo fotografico è fondamentale: portentoso è lo scatto che mostra Francesco Paolo Sisto – avvocato penalista, berlusconiano di titanio, attuale vice del Guardasigilli – con l’espressione stentorea e un megafono in mano, incorniciato tra bandiere tricolori forziste. Cosa starà mai dicendo? Lo scopriamo nell’articolo (e ricordiamolo per l’ultima volta: non stiamo leggendo il Giornale, ma il sito ufficiale di via Arenula): “Tra i ‘big’ prende la parola anche il Viceministro della Giustizia. ‘Avete mai visto un arbitro della stessa città di una delle due squadre che scendono in campo? Mai”, dice Francesco Paolo Sisto; “è evidente che ci deve essere una netta differenza tra chi giudica, chi accusa e chi difende”. La metafora calcistica è luminosissima.
Fin qui, si toccano vette quasi lisergiche di propaganda, ma siamo ancora in un ambito semi clandestino: quale persona comune, al di fuori di una ristretta cerchia di feticisti, si informa sul sito del MiG? I danni veri, come sempre, li fa il servizio pubblico.
Giovedì, dopo il voto al Senato, il primo microfono che finisce sotto il naso della presidente del Consiglio è quello del Tg1. Sorpresa! L’intervista a Meloni apre l’edizione delle 20: da sempre il telegiornale più visto dagli italiani. “Penso che la riforma rappresenti un’occasione storica per avere una giustizia
più efficiente e più giusta – dice Giorgia –, sono norme di buon senso, significa rafforzare la terzietà del giudice, quindi un processo più giusto”. Nessuno la interrompe e lei non prende fiato: “L’Alta corte disciplinare significa che domani, se un giudice dovesse sbagliare, se ne assumerà anche finalmente la responsabilità. Il sorteggio dei componenti del Csm vuol dire liberare la magistratura dalle correnti politicizzate e quindi valorizzare il merito”. E le critiche dell’Anm, chiede il giornalista, in una delle rare sospensioni del monologo? “Non ricordo una volta in cui l’Anm sia stata favorevole a una qualsiasi riforma della giustizia. La loro idea è che tutto va benissimo. Non è l’idea che abbiamo noi della giustizia e probabilmente neanche quella dei cittadini”. Nel comizio televisivo la premier introduce altre misure del governo e ironizza, sempre senza contraddittorio, sui giudici della Corte dei Conti per lo stop al ponte sullo Stretto. Il servizio dura 3 minuti e mezzo. Nella scaletta del Tg1, dopo di lei, parla ancora la maggioranza: “Interviene anche Marina Berlusconi: – spiega la presentatrice – Quella di oggi è una vittoria di mio padre”. Nell’ipotesi improbabile che i telespettatori del Tg1 si fossero persi questa imbarazzante, memorabile pagina di propaganda, la stessa intervista di Meloni viene ritrasmessa anche il giorno successivo, in sequenza orwelliana, come prima notizia nelle edizioni delle 8 e delle 13 e 30.
Quando il notiziario della rete ammiraglia tocca il fondo, a Bruno Vespa spetta l’ingrato compito di scavare. Il decano apre Porta a Porta con un vaticinio: “Si dice che chi vince il referendum, poi vince anche le Politiche. Questa è l’opinione prevalente. Ora andiamo a vedere i festeggiamenti dei vincitori”. Spazio all’esultanza del centrodestra, dunque: un servizio aperto ancora dall’intervista a Meloni. La stessa del Tg1. Sembra quel vecchio film con Bill Murray, Ricomincio da capo, in cui il protagonista rivive sempre la stessa giornata, ma c’è Meloni al posto della marmotta. Vespa però è giornalista vero: nel blocco successivo dedica un filmato anche alla voce delle opposizioni. E lo presenta così: “Adesso andiamo dagli sconfitti”.
(da ilfattoquotidiano.it))
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