Marzo 17th, 2026 Riccardo Fucile
LA MOSSA DEL PRESIDENTE DEL SENATO, VISTA COME L’ENNESIMA OCCASIONE PER COLPIRE I MAGISTRATI, HA SCATENATO UN PUTIFERIO NELL’OPPOSIZIONE CHE HA PARLATO DI “BECERA PROPAGANDA”, E LUI È STATO COSTRETTO A POSTICIPARE L’INVITO
Ignazio La Russa ci ripensa e l’invito riservato alla famiglia nel bosco – «Vi aspetto a Palazzo Madama» – slitta a dopo il voto del referendum sulla giustizia. Questione di opportunità per evitare che l’iniziativa del presidente del Senato potesse essere interpretata come “strumentale” dalle opposizioni a pochi giorni dalla chiamata alle
urne dei cittadini. E infatti c’era chi aveva già lanciato i primi affondi dopo la mossa della seconda carica dello Stato.
Come la senatrice Enza Rando, responsabile Legalità e lotta alle mafie del Pd, parla di invito «grave e profondamente inopportuno». Alessandra Maiorino, M5s, di «becera propaganda costruita sfruttando una vicenda che fa presa sull’opinione pubblica, ma che non c’entra nulla con la scellerata riforma portata avanti dalla maggioranza».
Mamma Catherin e papà Nathan dovranno dunque rinviare l’appuntamento romano assieme ai legali della famiglia.
«La cosa che mi ha veramente stupito – replica La Russa – è l’acrimonia per un’eventuale visita adesso come in un’altra data, quasi che il presidente del Senato debba chiedere scusa o addirittura il permesso a lor signori per incontrare privatamente chi ritiene. La notizia la do e la confermo ora, li vedrò i genitori degli sfortunati bambini della vicenda del bosco, mercoledì prossimo – 25 marzo – con buona pace delle polemiche inutili».
La mossa di La Russa aveva in realtà rischiato di spiazzare la stessa maggioranza di governo. Perché oggi, al Tribunale dei minori dell’Aquila, è atteso l’arrivo degli ispettori inviati dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio. E forse sarebbe stato più prudente attendere l’esito dell’indagine.
Sempre a Palmoli, era atteso in questi giorni anche il vice premier Matteo Salvini. Invece sembra che da quelle parti ci sarà oggi la tiktoker napoletana Rita De Crescenzo (quella degli assalti sulle nevi di Roccaraso): «Voglio dire che ci siamo, con il cuore, per sostenere i bambini e i genitori».
Tutto questo mentre all’interno della casa protetta di Vasto si lavora per rendere possibile il ricongiungimento della famiglia australiana.
Il clima, però, resta tutt’altro che disteso. Le assistenti sociali interessate al caso hanno denunciato i legali della coppia per violenza privata.
Le parole pesanti volate nella drammatica giornata di dieci giorni fa, che ha portato all’allontanamento della madre dal centro della Diocesi, hanno lasciato il segno.
Nella casa famiglia di Vasto si lavora anche per favorire un incontro di mamma Catherine con i suoi bambini, che non vede dal giorno del suo allontanamento
Tra un paio di settimane al Tribunale dei minori dell’Aquila ci sarà un importante avvicendamento. L’attuale presidente, Cecilia Angrisano, la giudice che ha firmato le due ordinanze prima di allontanamento dei bambini dalla casa nel bosco di Palmoli e poi della madre dalla centro accoglienza di Vasto, lascerà il posto a Nicoletta Orlandi per fine mandato.
Giovanissima deputata del Pci-Pds tra il 1987 e il 1992, a soli 26 anni prima di intraprendere la carriera in magistratura, Orlandi ha fatto parte del collegio della Corte d’Appello dell’Aquila che ha rigettato il primo ricorso della famiglia Birmingham-Trevallion, ritenendo legittimo l’allontanamento dei bambini dalla casa nel bosco, ma sottolineando i «significativi passi avanti» fatti dalla coppia
(da La Stampa)
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Marzo 17th, 2026 Riccardo Fucile
SOLIDARIETA’ A CECILIA ANGRISANO, LA PRESIDENTE DEL TRIBUNALE DEI MINORI DELL’AQUILA… L’INVITO E’ UN MESSAGGIO GRAVE CHE SANCISCE CHE LO STATO STA DALLA PARTE SBAGLIATA
Non so se conoscete il nome di Cecilia Angrisano. È la presidente del Tribunale dei Minori de
L’Aquila, la donna che ha disposto l’allontanamento dei tre figli della famiglia Trevallon dai loro genitori, la cosiddetta “famiglia nel bosco”, rei di non aver dato loro ciò che dovrebbe esser loro garantito dalla nostra Costituzione: condizioni minimali di salute, istruzione e socialità.
Cecilia Angrisano, qualche giorno fa è stata messa sotto scorta per le minacce ricevute di persona e via social per aver “tolto i bambini alla famiglia nel bosco”. Ed è notizia di ieri che lascerà il tribunale dei minori de L’Aquila per essere trasferita a Perugia.
Fossimo in un Paese normale, Angrisano sarebbe stata protetta dalle istituzioni. Ci sarebbero state prese di posizioni dalle più alte cariche dello Stato per farle sentire la loro vicinanza di fronte a inaccettabili minacce per aver semplicemente svolto il suo lavoro: applicare la legge.
Ma siamo in Italia, alla vigilia del referendum sulla giustizia. E ahilei, Angrisano è un giudice. Quindi, silenzio totale. Nessuna solidarietà per le minacce ricevute, tali da prevedere una scorta. Nessuna dichiarazione di fronte a un trasferimento che sa di sconfitta, per lo Stato.
Anzi, altro che silenzio. Perché a rendere irrespirabile l’aria attorno a una servitrice dello Stato sono stati proprio quegli stessi rappresentati delle istituzioni che avrebbero dovuto difenderla, da Giorgia Meloni a Matteo Salvini. E che invece, per opportunità politica,hanno deciso di cavalcare e strumentalizzare il caso della famiglia nel bosco, alzando la tensione in modo insopportabile di fronte a una storia come tante, in un Paese in cui 350mila bambini sono a carico dei servizi sociali, e quasi 40mila sono in affido presso altre famiglie o in una casa famiglia.
Ciliegina sulla torta, l’invito di Ignazio La Russa, presidente del Senato e seconda carico dello Stato, ai coniugi Trevallon. Un messaggio potentissimo per far capire dove stia il potere, in questa brutta storia. Non accanto a una servitrice dello Stato minacciata e trasferita. Ma accanto a una famiglia-feticcio, usata come clava per delegittimare un giudice, vincere un referendum e magari abbattere pure un altro pezzo di Stato sociale: quello che mette in salvo i bambini, quando finiscono per essere vittime delle loro stesse famiglie.
Dura cadere così in basso. Ma anche questa volta, complimenti vivissimi, ci siamo riusciti.
(da Fanpage)
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Marzo 17th, 2026 Riccardo Fucile
TRASMISSIONE REGISTRATA DOMENICA NEL TENTATIVO DI RECUPERARE QUALCHE VOTO TRA I GIOVANI CHE SEGUONO FEDEZ
Giorgia Meloni ha nella manica l’arma finale per vincere il referendum che teme di perdere: Pulp podcast con Fedez e Mister Marra. Fonti vicine al governo dicono al Fatto che la trasmissione sarebbe già stata registrata domenica e che andrà online giovedì in modo che la bomba virale esploda sui social a due giorni dall’inizio del silenzio elettorale. C’è un 40% di elettori indecisi. Tantissimi giovani. La vittoria o la sconfitta si gioca su questa trincea. Dopo essersi consultata con i suoi, Giorgia avrebbe deciso di giocarsela. Pulp podcast è stato scelto per il numero dei follower (302mila su Youtube) e per la capacità di fare visualizzazioni sui contenuti politici. Se Vannacci ha fatto 1,8 milioni e Renzi o Gasparri un milione – si ragiona a Palazzo Chigi – che numeri potrà fare Giorgia ‘l’influencer’?
Siamo di fronte all’ennesima svolta (involutiva) nella comunicazione istituzionale. Certo, Giorgia ci aveva abituato a performance pre-elettorali pop. Tipo i due celebri meloni ammiccanti del 2022: “25 settembre, t’ho detto tutto”. Però non er
presidente del Consiglio. Di fronte ai sondaggi in bilico ogni freno inibitorio viene meno: à la guerre comme à la guerre.
Sui particolari della registrazione regna il segreto, nemmeno fossero i Pentagon papers. Il Fatto ha provato a chiedere lumi a Fedez e all’ufficio comunicazione di Palazzo Chigi (invano). Sul profilo Instagram, unica labile traccia: il podcaster Davide Marra ha postato una foto mentre dialoga in studio con qualcuno. Si vede solo una mano (che sembra femminile) sbucare dalla manica. Intanto c’è da interrogarsi sulle ragioni che hanno spinto la presidente del Consiglio a pensare di spiegare a Pulp podcast la sua prima (e speriamo ultima) riforma costituzionale. Va detto che il solco era stato tracciato già dal vicepremier. Tajani a dicembre aveva offerto ottimo materiale per Luca e Paolo. A DiMartedì il duo comico aveva mostrato la foto del ministro sorridente in giacca accanto a Fedez con una sobria maglietta gialla con la scritta “Nesquirt” (concetto ignoto al ministro degli Esteri come la minaccia di guerra in Iran a Crosetto).
Non sappiamo nemmeno se, tra i tanti casi di malagiustizia e media-giustizia evocati nella fantomatica conversazione online ci sarà il Pandorogate di Chiara Ferragni. Uno dei pochi casi in cui i due influencer (Meloni e Fedez) si siano incrociati mediaticamente prima d’ora. Magari Fedez avrà fatto ascoltare quel che disse di Meloni il 19 dicembre 2023 su Youtube: “Evento alquanto singolare è che pochi minuti fa – arringava Fedez – la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sul palco della sua fantastica festa del partito abbia deciso di salire sul palco e di parlare delle priorità del paese. Avrà parlato della disoccupazione giovanile? No. Ha parlato della manovra finanziaria che stanno facendo col culo (…)? No. (…) Ha deciso di dire: ‘Diffidate dalle persone che lavorano sul web’. Questa è la priorità del nostro presidente del consiglio! (…) Quando siamo noi che dovremmo diffidare dei politici (…) Mia moglie impugnerà (…) anche perché mia moglie a differenza di Santanchè non ha potuto usufruire dell’immunità (…) voi invece avete questo poterino in più. Ma magari se la Santanchè non avesse avuto questo potere forse dal palco avrebbe detto diffidate di noi stessi”. Due ottimi slogan da riproporre anche per questa campagna referendaria: “Diffidate delle persone che lavorano sul web. Diffidate di noi stessi”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Marzo 17th, 2026 Riccardo Fucile
AI GENITORI NORMALI NESSUNO LI INVITA A PALAZZO, GLI OFFRONO UAN CASA GRATIS E UNA MAESTRA A DOMICILIO
Dalla casetta di Palmoli agli stucchi dorati del Senato ed ecco i genitori nel bosco tornare in
scena in una nuova versione, non più eroi romantici della vita selvaggia e ultimi renitenti all’educazione artificiale, alla plastica, alle siringhe, ma simboli accarezzati dallo stesso Stato che rifiutano, anarchici addomesticati dal potere, o forse solo due poveretti che passano sotto le forche caudine di un sistema odiato e disconosciuto pur di avere una chances in più di ricongiungersi con i loro tre figli. L’invito a Palazzo Madama di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham da parte del presidente del Senato Ignazio La Russa fa scalpore. Si diceva fosse fissato per domani, per ore le opposizioni hanno scatenato un putiferio sulla mossa a “bassi scopi referendari”, poi il presidente del Senato ha precisato: è mercoledì quell’altro, il 23, quando il referendum sarà già storia. Visita privata, ne avrò pure il diritto?
E tuttavia, la connessione tra i Trevallion, la campagna referendaria e la polemica del centrodestra sui giudici “che dividono le famiglie” è cosa fatta da un pezzo, e l’invito nella solenne sede istituzionale di Palazzo Madama costituisce in qualche modo il coronamento dell’impresa.
Si vorrebbe dire: sicuri che questo tipo di attenzione paghi, nelle urne e nelle simpatie degli italiani? La glorificazione degli irregolari, dei border line, dei disobbedienti è stata finora specialità dei progressisti, e ogni Greta Thumberg, ogni Soumahoro, ogni Carola Rakete, ogni Ilaria Salis, ha seguito la stessa parabola: sovraesposizione, noia e alla fine “uffa, ancora questo?”. I genitori del bosco sono sugli scudi da mesi, il loro dramma è stato spremuto dalle destre fino all’ultima goccia in tv, nei comizi, nelle polemiche politiche, accademiche e giudiziarie.
Di sicuro nell’opinione pubblica c’è disagio per quella famiglia spezzata, ma vai a vedere che l’annuncio della passerella istituzionale non faccia emergere altri sentimenti. Ad esempio, la saturazione di chi ogni giorno fa i salti mortali per portare i figli a scuola come dice la legge, paga per i libri, lo sport, le ripetizioni, e mica lo invitano a palazzo, mica gli danno una medaglia, mica gli offrono una casa e una maestra a domicilio per facilitargli la vita.
Il passaggio dalla casetta di Palmoli agli stucchi dorati del Senato, dal no al sondino di plastica al sì al pass plastificato, demolisce anche la parte più suggestiva del racconto di Catherine e Nathan: l’irriducibile rifiuto della modernità che soprattutto Catherine ha interpretato con ostinazione cinematografica, opponendosi a ogni singola regola dettata dall’esterno della sua “famiglia combattente”, dagli orari della cena ai materiali degli spazzolini da denti. Fa un certo effetto vedere i Trevallion trasformati in pupazzi del mercato del demonio che avevano rifiutato e
denunciato, della polis che hanno abbandonato, della tv che odiano, della giungla dei social che disprezzano, del Palazzo che disconoscono e, da ultimo, pure del trash quintessenziale della tiktoker Rita De Crescenzo. Oggi sarà a Palmoli (ha annunciato) per portare pure lei “solidarietà e conforto”. Poveri ex-neorurali, poveri noi che per dovere di cronaca dobbiamo continuare a parlarne.
(da La Stampa)
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Marzo 17th, 2026 Riccardo Fucile
DEMOCRAZIE CHE PRODUCONO IDEOLOGIE TOTALITARIE, BAGGIANATE TEOCRATICHE E GUERRE DI AGGRESSIONE CHE DEMOCRAZIE SONO?
Come mi capita sempre più spesso di scrivere, da ragazzo non ero filocinese ma rischio di diventarlo da vecchio. Sentite il commento del governo cinese sulla crisi di Hormuz: “La sicurezza dello Stretto di Hormuz non dipende dal numero di navi militari che lo pattugliano. Dipende dal fatto che le armi tacciano”.
Mettete a confronto questa saggezza — se volete: questa comoda banalità, pronunciata da una rassicurante distanza strategica, e in virtù di una solida autonomia energetica — con il delirio sconnesso del miliardario arancione (rubo la definizione ad Alberto Crespi) e ditemi se non mette in crisi alcune radicate convinzioni, o convenzioni, che ci hanno accompagnato fino a qui. La Cina è senza dubbio un regime monopartitico, Usa e Israele senza dubbio due democrazie elettive. Alla domanda “dove preferiresti vivere?”, pochi di noi avrebbero dubbi.
Eppure i due leader più prepotenti e aggressivi, e più nocivi per la pace mondiale, il miliardario arancione e Bibi Netanyahu, sono stati democraticamente eletti. Questo non porta a pensare con più favore ai regimi monocratici; ma sicuramente porta a pensare con meno favore a democrazie così degradate, così insipienti, così autolesioniste, da produrre leadership di così bassa caratura, e di così alta pericolosità. Democrazie che producono ideologie totalitarie (America First, Israele First), baggianate teocratiche (Dio è con noi!) e guerre di aggressione: che democrazie sono?
Un amico cinico e con uso di mondo mi ha detto: gli americani per dominarti ti bombardano, i cinesi ti comperano, e io preferisco essere comprato che bombardato. Mi ha fatto ridere. Ma mi ha fatto anche riflettere.
(da Repubblica)
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Marzo 17th, 2026 Riccardo Fucile
MA LA VERA GUERRA CHE LA PREOCCUPA E’ IL REFERENDUM
Ci si è messo, domenica, pure il meteo che l’ha costretta a disertare le Paralimpiadi di Cortina,
dove Giorgia Meloni era attesa alla cerimonia di chiusura. Un diversivo per tenersi alla larga per un giorno dai guai che continuano a moltiplicarsi.
La guerra in Iran scatenata da Trump, trascinato da Netanyahu in un conflitto che non promette bene neppure per gli Stati Uniti; il nostro contingente in Libano tra il fuoco incrociato di Israele e Hezbollah; i prezzi dell’energia e dei carburanti fuori controllo, sui quali il governo continua a rinviare; il rifiuto delle opposizioni a collaborare per gestire il momento più buio del suo mandato. Così ieri la presidente del Consiglio ha scelto il salotto tv, di certo non ostile, di Quarta Repubblica per il suo genere letterario preferito: un rassicurante monologo in vista del referendum che deciderà le sorti della riforma del Csm vergata dal ministro Nordio, ma non quelle del governo.
“Non lego il mio destino all’esito del referendum, perché la riforma della giustizia per me è una cosa super importante, dopodiché è una delle 400, 500, 600, 1000 cose che abbiamo fatto in questi quattro anni”, ha avvertito Meloni. Che a due settimane dall’inizio, non ha ancora idea di come attenuare gli effetti nefasti della guerra all’Iran sulla nostra economia.
La sedicente pontiera con gli Usa appare, del resto, sempre di più una spericolata equilibrista. Intervenire ad Hormuz, come pretende Trump, “vorrebbe dire fare un passo avanti verso il coinvolgimento” nel conflitto, ha ammesso la premier. Aprendo invece al rafforzamento della missione Aspides nel Mar Rosso su cui la strada in Europa è già tutta in salita. Fumo negli occhi, come quello che rimprovera alle opposizioni di alzare sul referendum.
(da La Notizia)
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Marzo 17th, 2026 Riccardo Fucile
LA SINISTRA AVANTI A PARIGI, L’ESTREMA DESTRA DOMINA AL SUDIN BILICO LIONE E MARSIGLIA, FRANCE INSOUMISE SUPERA LA SOGLIA DEL 10% IN UN CENTINAIO DI CITTA’… AL SECONDO TURNO SARANNO DECISIVE LE ALLEANZE
L’astensione si conferma il primo partito di Francia: il 44% degli aventi diritto non si è presentato alle urne. Meno del picco del 66% registrato sei anni fa, elezioni svoltesi durante la pandemia di Covid-19, ma più di qualsiasi altro appuntamento elettorale locale dal 1959.
Un risultato preoccupante considerando che le amministrative sono le elezioni preferite dei francesi dopo le presidenziali, ben più sentite delle legislative o delle europee. Intervistato dal canale televisivo LCI, Frédéric Dabi, direttore generale dell’istituto di sondaggi Ifop, ha spiegato che la campagna si è svolta in un clima di indifferenza generale, schiacciata tra “il voto sulla legge di bilancio tardivo” e “l’attualità internazionale”, come il conflitto in Medio Oriente.
Nelle tre grandi metropoli francesi – Parigi, Lione e Marsiglia – gli elettori hanno votato per la prima volta con la nuova legge elettorale adottata ad agosto 2025. Questo sistema ha causato alcuni problemi, in particolare a Marsiglia, dove La France insoumise ha denunciato degli errori nell’ordine delle schede.
A Parigi i socialisti primi, flop dei Macronisti
Emmanuel Grégoire, deputato e ex vicesindaco della capitale per sei anni, sfiora il 40%. Dal suo quartier generale della Rotonde Stalingrad, il candidato dell’unione delle sinistre ha rilasciato una dichiarazione intorno alle 21:15: “domenica prossima è un incontro con la nostra storia”.
Nonostante un ampio margine sulla rivale Rachida Dati, la candidata del centrodestra e ministra della cultura fino a poche settimane fa, arrivata seconda con circa il 25,4%, Grégoire non è certo di vincere al secondo turno. Tutto dipenderà dalle scelte dei candidati di centro e d’estrema destra. Pierre-Yves Bournazel, candidato dei due grandi partiti centristi, Horizons e Renaissance, ha pubblicato un tweet in tarda serata, limitandosi a ringraziare gli elettori. Terzo con circa l’11,3%,
il suo mantenimento domenica prossima dipenderà anche da un eventuale accordo dietro le quinte tra centro e centrodestra in vista delle elezioni presidenziali del 2027.
A superare le aspettative è la sinistra radicale con Sophia Chikirou all’11,7%: “Parigi conferma l’avanzata de La France insoumise”, ha dichiarato la candidata, il cui obiettivo è entrare nel consiglio comunale. Chikirou ha minacciato di mantenersi al secondo turno se Grégoire non le propone un’alleanza. Possibilità che il socialista ha scartato durante tutta la campagna. Sarah Knafo, la giovane candidata del partito identitario Reconquête, ha superato di un soffio il 10%: un risultato decisamente più basso rispetto a quanto pronosticato dai sondaggi.
Nelle grandi città la sinistra resiste all’assalto dell’estrema destra
A Marsiglia, il sindaco socialista uscente Benoît Payan è in testa con il 36,7%. A tallonarlo, con il 35%, il candidato del Rassemblement national Franck Allisio. L’estrema destra capitalizza sul crollo del centrodestra, fermo al 12,4%.
A Lione invece, il sindaco ecologista uscente Grégory Doucet recupera i dieci punti di distacco registrati nei sondaggi e raggiunge il rivale, sostenuto dalla destra e dal centro, Jean-Michel Aulas, l’ex presidente della squadra di calcio dell’Olympique Lyonnais.
A Lilla, capitale del nord della Francia, dove la socialista Martine Aubry ha governato per quasi 25 anni, è testa a testa tra Arnaud Deslandes, sindaco uscente e Lahouaria Addouche, candidata della France insoumise. L’ago della bilancia sarà l’ecologista Stéphane Baly, che ha raccolto il 17,7%. Il centrosinistra arriva primo anche a Strasburgo, Rennes, Nantes e Bordeaux.
Philippe tiene Le Havre, La France insoumise oltre le aspettative
Nella città portuale di Le Havre, l’ex premier Édouard Philippe, sindaco uscente, supera con il 43,7% lo sfidante comunista Jean-Paul Lecoq, al 33%. Un risultato molto scrutato per valutare la solidità della sua candidatura alle presidenziali.
A Roubaix, al confine con il Belgio, il candidato della France insoumise David Guiraud ha ottenuto il 46,6%: un risultato storico per il movimento di Jean-Luc Mélenchon, che vince al primo turno a Saint-Denis, nella periferia parigina.
La France insoumise supera gli altri partiti di sinistra anche a Limoges, nel centro del Paese, dove i socialisti hanno governato dal 1912 al 2014 e a Tolosa, dove ottiene quasi il 28%, subito dietro al candidato di centrodestra. Il candidato di centrosinistra François Briançon, arrivato terzo, è pronto ad allearsi con la sinistra radicale.
Rassemblement national in crescita ovunque
Perpignan, la più grande città in mano al Rassemblement national, conferma il proprio sostegno a Louis Aliot, vincente già al primo turno nonostante la condanna. L’ex compagno di Marine Le Pen ha vinto con il 50,6%. A Fréjus, in Costa Azzurra, David Rachline rimane sindaco con il 51,33% dei voti. Il partito di Marine Le Pen domina anche nel proprio feudo, a Hénin-Beaumont, dove il sindaco Steve Boris ha vinto con il 77%. A Toulon, la deputata RN Laure Lavalette è data al 42%, davanti ad altri due partiti di destra. L’unica candidata di sinistra, Magali Brunel, non raggiunge la soglia del 10%. A Nizza, dove la pioggia ha danneggiato decine di migliaia di schede elettorali durante il trasporto – ristampate d’urgenza dal comune nella notte tra sabato e domenica – il leader del partito satellite del Rassemblement national, Eric Ciotti, ha stravinto la sfida contro il rivale Christian Estrosi. Con il 43,4%, Ciotti supera di quasi 12 punti Estrosi, che si ripresenta per il quo quarto mandato. Il centrodestra tiene invece a Cannes, dove David Lisnard ha ottenuto l’81% dei voti.
Un secondo turno più incerto che mai
Domenica 22 marzo gli elettori saranno richiamati alle urne in tutti i comuni in cui la prima lista è rimasta sotto la soglia del 50%. Se Gabriel Attal, presidente del partito presidenziale Renaissance, ha escluso qualsiasi alleanza con gli estremi, la posizione del centrodestra non è così chiara e una convergenza tra Rassemblement national e i Républicains è possibile in alcune città, come a Marsiglia. Sul lato opposto, La France insoumise spinge per una fusione delle liste di sinistra per “costituire un fronte antifascista” al secondo turno. Una proposta che il segretario del partito socialista, Olivier Faure, esclude tranne in alcuni casi, come Tolosa. I candidati hanno tempo fino alle 18 di martedì 17 marzo per decidere di eventuali alleanze o se presentarsi al secondo turno, dopodiché saranno gli elettori a dire l’ultima, domenica 22 marzo.
(da agenzie)
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Marzo 17th, 2026 Riccardo Fucile
I PARTITI HANNO MESSO A DISPOSIZIONE I PROPRI RAPPRESENTANTI DI LISTA PER PERMETTERE AI FUORISEDE DI VOTARE… BOOM DI DOMANDE ARRIVATE AD AVS, M5S E PD
Sono almeno 20mila le richieste arrivate ai principali partiti di opposizione per diventare
rappresentanti di lista e partecipare come “fuorisede” al voto del referendum sulla Riforma della giustizia, previsto per sabato 22 e domenica 23 marzo.
Diecimila ad Alleanza Verdi-Sinistra, 3.500 al Movimento 5 Stelle e altrettante al Partito democratico, oltre mille al comitato “Giusto dire no” e circa un migliaio alla Cgil. Lo riporta Il Fatto Quotidiano.
Si tratta solo di una parte del totale, se si considerano anche le adesioni raccolte da federazioni e comitati locali. All’appello mancano però i dati delle richieste rivolte alle forze di maggioranza.
«C’è tanta voglia di partecipare, di prendere posizione e dire la propria», commenta Nicola Fratoianni (Alleanza Verdi e Sinistra). Per il leader di Avs, il governo Meloni «ha commesso un errore nel negare il diritto di voto a 5 milioni di persone fuorisede».
Voto fuorisede, perché in Italia non è ancora possibile?
A fine gennaio, la commissione Affari costituzionali della Camera ha respinto tutti gli emendamenti presentati dalle opposizioni al decreto elezioni. La decisione riguarda circa 5 milioni di cittadini – tra studenti, lavoratori e persone costrette a curarsi fuori regione – che possono votare solo tornando nel proprio comune di residenza, sostenendo di tasca propria le spese di viaggio, con al massimo alcune agevolazioni offerte dalle compagnie di trasporto. La maggioranza ha giustificato la
scelta sostenendo che non ci fossero i tempi tecnici per introdurre il voto dei fuorisede per questo referendum e che il numero di elettori coinvolti nelle sperimentazioni precedenti fosse troppo esiguo.
I rappresentanti di lista e la (mancata) legge
Per ovviare al problema, nell’ultimo mese i partiti hanno messo a disposizione, tramite apposite piattaforme, i propri rappresentanti di lista per consentire ai fuorisede di votare. In Italia, infatti, non esiste ancora una legge strutturale, a differenza degli altri Paesi europei, che permetta a chi vive temporaneamente lontano dal proprio comune di residenza di esercitare il diritto di voto. Alle elezioni europee del 2024 e alle amministrative del 2025 era stato possibile votare nel comune di domicilio temporaneo perché la misura era stata inserita nei decreti che regolavano quelle singole consultazioni. Una previsione che, però, non è stata riproposta per questa tornata referendaria. Nel 2023 la Camera aveva approvato una proposta di legge – a prima firma di Marianna Madia del Partito democratico – con l’obiettivo di rendere strutturale il diritto di voto nel comune di domicilio. Il testo è stato successivamente trasformato in una legge delega e, una volta arrivato al Senato, si è fermato. Ed è ancora lì, bloccato da due anni.
Ma chi sono e cosa fanno i rappresentanti di lista?
I rappresentanti di lista sorvegliano le operazioni di voto e lo scrutinio delle schede, garantendo il corretto svolgimento delle procedure e tutelando gli interessi del soggetto che li ha nominati, che può essere un partito, un gruppo politico, un candidato o un comitato promotore. Nel caso dei referendum, la legge italiana stabilisce che possano essere designati rappresentanti «di ognuno dei partiti, o dei gruppi politici rappresentati in Parlamento, e dei promotori del referendum», con la nomina effettuata da una persona indicata da questi soggetti. In generale, i rappresentanti di lista – così come il presidente e il segretario di seggio – hanno diritto a votare nella sezione in cui svolgono la loro funzione, anche se non sono iscritti tra gli elettori di quella sezione. Grazie a questo meccanismo, nominando i fuorisede come rappresentanti di lista, partiti e comitati permettono di fatto a chi vive in un comune diverso da quello di residenza di votare nel luogo in cui risiede temporaneamente.
(da agenzie)
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Marzo 17th, 2026 Riccardo Fucile
MAGI: “MELONI E NORDIO HANNO FALLITO”
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha lanciato un nuovo allarme sullo stato delle carceri italiane e di ciò che avviene al loro interno. «Vi sono tanti problemi, il primo dei quali è la piaga dei suicidi che non si attenua: ciascuno di questi casi è una sconfitta dello Stato a cui sono affidate le vite dei detenuti», ha detto Mattarella incontrando il Capo Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e una rappresentanza della Polizia Penitenziaria. Una sconfitta dello Stato, appunto, se si considera quello che dovrebbe invece essere il ruolo reale del carcere in Italia. «Vi è un’esigenza che va sviluppata sempre di più, quella della finalità di reinserimento e di recupero dei detenuti. Vale per tutti, particolarmente per i più giovani. È un obbligo costituzionale ma è anche una scelta di civiltà ed anche un investimento per la sicurezza della cittadinanza, perché l’opera di recupero conduce a una recidiva estremamente bassa. È una finalità prevista dalla Costituzione che la Repubblica ha l’obbligo di coltivare», ha ricordato ancora una volta Mattarella.
Il sovraffollamento «insostenibile» delle carceri
Perché tutto ciò non accade? Per i problemi cronici del sistema carcerario italiano, su cui puntualmente riprendono l’Italia istituzioni internazionali come il Consiglio d’Europa. Sarebbe ora di farsene carico una volta per tutte, ha fatto capire Mattarella inviando un implicito messaggio pure al governo. La polizia penitenziaria è chiamata a svolgere compiti «di grande responsabilità, sovente in condizioni di grande difficoltà, talvolta insostenibili, per le condizioni di sovraffollamento, per le condizioni strutturali degli edifici penitenziari non adeguati al compito a cui sono chiamati», ha ricordato Mattarella. A ciò si deve poi aggiungere «la carenza di personale e anche la carenza di professionalità, come quelle sanitarie e di formatori che sono essenziali nel mondo carcerario».
Magi (Più Europa): «Meloni e Nordio recepiscano»
«La presidente Meloni e il Ministro Nordio dovrebbero ascoltare e recepire le parole del Presidente Mattarella sui suicidi in carcere e sul reinserimento dei detenuti perché il 2026 si è aperto nel peggiore dei modi e l’azione del governo su questo è stata totalmente fallimentare», ha subito affondato il colpo dall’opposizione il segretario di Più Europa Riccardo Magi. «Dal Guardasigilli così come dal resto dell’esecutivo non c’è stata alcuna reale intenzione di intervenire sul tema carcerario né di ascoltare le opposizioni. Le proposte ci sono, a partire
dall’istituzione di case territoriali di reinserimento sociale e dall’introduzione del numero chiuso. Basterebbe la volontà politica, ma Meloni e Nordio evidentemente non vogliono né sentire, né vedere la drammatica realtà».
(da agenzie)
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