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GRUPPO NEONAZISTA PROGETTAVA UNA STRAGE AL LICEO DI PESCARA, ARRESTATO PER TERRORISMO UN GIOVANE DI 17 ANNI, SETTE INDAGATI

Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile

I CATTIVI MAESTRI RAZZISTI PRODUCONO MOSTRI… IL MITO DELLA RAZZA ARIANA , TRA TESCHI E SVASTICHE

Come un videogioco. Le prove dell’azione, il percorso, l’ingresso con la mitraglietta in mano, l’assalto, la strage. Così avrebbe voluto sterminare chissà quanti ragazzi del liceo artistico di Pescara il diciassettenne pescarese arrestato questa mattina dai carabinieri del Ros in provincia di Perugia, dove abita.
Teschi e svastiche, Eric Harris e Dylan Klebold “hero”, così vengono definiti i due studenti che nel 1999 misero a segno il massacro alla Columbine High school negli Stati Uniti. Nel pc e a casa del giovane arrestato gli investigatori hanno trovato
materiale altamente sensibile e le prove inoppugnabili della sua fascinazione per la “Werwolf Division”, il gruppo Telegram di cultori della razza ariana.
E’ un’operazione antiterrorismo di più ampio respiro quella condotta dai carabinieri in quattro regioni, Abruzzo, Emilia Romagna, Umbria e Toscana e che parte dalle ceneri di un’inchiesta condotta dalla Dda di Brescia sin dal 2015. Il nome del diciassettenne arrestato questa mattina su richiesta del procuratore dei minori dell’Aquila David Mancini viene fuori lì la prima volta.
Altri sette i minorenni indagati per i delitti di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, oltre che di detenzione di materiale con finalità di terrorismo. L’attività investigativa, coordinata dalla Procura Minorile di dell’Aquila, ha permesso di contestare al giovane il reperimento e la diffusione di manuali contenenti istruzioni dettagliate per la fabbricazione di congegni bellici e armi da fuoco.
Tra il materiale sequestrato figurano documenti contenenti indicazioni tecniche su sostanze chimiche e batteriologiche pericolose, nonché vademecum dedicati al sabotaggio di servizi pubblici essenziali, il tutto inserito in una chiara cornice di finalità terroristica. Nello specifico, appaiono assumere un profilo di rilevante pericolosità le informazioni detenute in ordine al reperimento di armi, alla loro fabbricazione con tecnologia 3D e alla preparazione del Tatp (perossido di acetone), sostanza nota per l’estrema facilità di sintesi e già impiegata nelle stragi di Bruxelles e Parigi, soprannominata la ‘”madre di Satana”Le indagini hanno anche documentato i contatti tra il minore e il vertice del gruppo Telegram denominato “Werwolf Division”, incentrato su contenuti e narrazioni legati alla supposta superiorità della “razza ariana”, nonché sulla costante glorificazione di mass shooters quali Brenton Tarrant, autore degli attentati alle moschee di Christchurch avvenuti il 15 marzo 2019, e Anders Behring Breivik, autore degli attentati avvenuti a Oslo e Utoya il 22 novembre 2011, elevati a “santi” per incentivare l’emulazione.
È emerso inoltre l’esplicito intento di compiere una strage scolastica ispirata alla Columbine High School (20 aprile 1999), seguita dal proprio suicidio.
Sette perquisizioni di locali, personali e informatiche sono state effettuate nei confronti di altrettanti minorenni nelle provincie di Teramo, Perugia, Pescara,
Bologna e Arezzo. Gli stessi sono indagati in quanto ritenuti autori di condotte inquadrabili.
Tutti i minori erano inseriti in un ecosistema virtuale transnazionale, composto da gruppi e canali social di matrice neonazista, accelerazionista e suprematista. L’indagine, avviata nel mese di ottobre 2025 dalla sezione anticrimine dell’Aquila, è stata originata dalla pregressa attività antiterrorismo conclusa nel luglio 2025 dalla sezione anticrimine carabinieri di Brescia e coordinata dalla direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo di quel capoluogo, nell’ambito della quale venne perquisito anche il minore coinvolto nell’esecuzione della misura cautelare.
(da agenzie)

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LA FUNIVIA URBANA DI PARIGI INAUGURATA A DICEMBRE TRA POINTE-DU-LAC A CRETEL E VILLA-NOVA NELLA VALLE DELLA MARNA PRESA A MODELLO PER IL PROGETTO DI GENOVA

Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile

CE NE SONO ALTRE QUATTRO IN FRANCIA, MA ANCHE A LONDRA, BARCELLONA, LA PAZ, CITTA’ DEL MESSICO

Si chiama Câble C1, si trova nella regione di Parigi, è la più lunga della Francia ed è stata inaugurata a dicembre. Stiamo parlando della teleferica che collega la stazione di Pointe-du-Lac, a Créteil, alla stazione di Villa-Nova, a Villeneuve-Saint-Georges, nella Valle della Marna. L’impianto, che non ha fini turistici, è stato pensato per ampliare l’offerta di trasporto pubblico presente nell’Île-de-France. A beneficiarne saranno i pendolari della regione che conta quasi 12 milioni di abitanti.
Nel dettaglio, il Câble C1 ha l’obiettivo di collegare gli abitanti dei banlieue del sud-est parigino alla rete di trasporti pubblici. La linea 8 della metropolitana di Parigi, che serve stazioni come Bastille, Opéra e Invalides, attualmente termina a Créteil (92.000 abitanti). Per anni, gli urbanisti hanno cercato di estendere questa linea fino alla periferia, ma hanno fallito a causa dell’elevata densità edilizia e dei costi associati alla costruzione di gallerie. Da qui l’idea di una linea costruita sopra la città. Una boccata d’ossigeno per gli abitanti di alcune delle zone servite dalla nuova opera, che fino ad oggi erano tra i più svantaggiati e isolati dell’area metropolitana della Grande Parigi.
105 sono le cabine che compongono la teleferica ognuna delle quali ha una capienza di 10 posti e permette di trasportare anche biciclette, passeggini e persone in sedia a rotelle. Circa 11.000 i passeggeri che si stima possano utilizzare ogni giorno il Câble C1, e la capacità potrà essere eventualmente aumentata se necessario. 4,5 sono invece i chilometri coperti dall’impianto. Con una velocità di 6 metri al secondo (21,6 chilometri all’ora), il viaggio dura circa 18 minuti, rispetto
agli almeno 35 minuti che impiega l’autobus 428 per collegare Créteil a Villeneuve-Saint-Georges.
Il costo dell’opera, cabine comprese, è di 138 milioni di euro (poco più di 128 milioni di franchi). Una cifra, questa, che supera di poco la stima iniziale di 132 milioni di euro.
L’idea di creare una teleferica che collegasse la periferia parigina venne, alla metà degli anni Duemila, a Joseph Rossignol (Front de gauche). Come spiega Le Monde, l’allora sindaco di Limeil-Brévannes, nella regione della Valle della Marna, stava viaggiando con il suo pick-up e la sua tenda quando si fermò a Costanza, una località balneare in Romania. Nel 2004, era stata inaugurata una linea di trasporto piuttosto insolita per portare i turisti in spiaggia: una teleferica. Ecco allora l’illuminazione: perché non riproporre qualcosa di analogo sull’Île-de-France? Da quel momento è partito un percorso in salita in quanto è stato necessario convincere le persone, perfezionare il percorso, negoziare i diritti di sorvolo, adeguare la legge e garantire la sopravvivenza del progetto nonostante i cambiamenti elettorali.
Quella di Parigi, ad ogni modo, non è l’unica teleferica urbana al mondo. Solo in Francia, se ne contano altre quattro: a Brest, a Saint-Denis de La Réunion, a Tolosa e ad Ajaccio. Ce ne sono poi anche a Londra, Barcellona, La Paz, Città del Messico e Medellín.
(da agenzie)

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LA LEGGERA FUNIVIA URBANA DI SILVIA: GENOVA AVRA’ LA PRIMA AVVENERISTICA FUNIVIA URBANA IN ITALIA PER ALLEGGERIRE IL TRAFFICO IN VALBISAGNO SU PROGETTO DEL POLITECNICO DI MILANO SUL MODELLO DI QUELLA DI PARIGI TRA L’ILE DE FRANCE E CRETEIL

Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile

CE NE SONO GIA’ 80 NEL MONDO…COSTA UN QUARTO DEL DEVASTANTE SKYMETRO PREVISTO DAI SOVRANISTI, NON INQUINA E LANCIA IL MODELLO GENOVA DI SILVIA SALIS

Lungo la Valbisagno impossibile territorio per far passare rapidamente auto, camion, autobus, figuriamoci una pesante metropolitana con pesanti binari, detto Skymetro, a rumoreggiare tra le case dove si cucinano frittate e minestroni, volerà una funivia, su pali da venti e trenta metri, con cabine da dieci passeggeri. Lassù, leggera e sobria, partirà dai binari di Brignole, ondeggerà lievemente sul ponte di Sant’Agata, costeggerà corso Galliera per passare dallo stadio, da Staglieno, fino a Molassana.
La narrazione della sindaca Silvia Salis e del professor Coppola, il capo progetto del Politecnico di Milano, mi ha convinto. Quella che ci hanno raccontato ieri in diretta a Primocanale credo sia l’ultima “chance” praticabile per dare un sollievo alla bella vallata, dopo che era stata sfiorata, si fa per dire, dalla minaccia di un treno per aria che sfrecciava velocissimo e dove non passava si buttava giù l’ostacolo anche si fosse trattato di una scuola.
Non ci sono altre possibilità ha spiegato il professore. Il bus deve andare solo in corsie riservate. Dove? Lì non ce ne sono più. Il tram su rotaie. Ma dove potrebbero passare senza inceppare nel traffico? Dunque largo alla funivia, tutta da verificare con gli abitanti, i municipi e le associazioni, strada per strada, casa per casa. Con otto stazioni che si raggiungeranno con le scale mobili, una cabina ogni trenta secondi, una dimensione meno impattante dello Skymetro, con meno ambizioni di
quantità e velocità di trasporto perché, ha sottolineato il professor Coppola, non ci sono da portare quattromila passeggeri entro un tempo determinato, ma al massimo milleseicento. Insomma, spiega il tecnico, basta così. E costerebbe anche meno del progetto Skymetro.
Ma quello che più mi piace del progetto è quello che ha anticipato la sindaca e cioè che la funivia sarà una “terapia rigenerante” per tutta la vallata, bella bellissima nelle sua origini, ricca di paesaggi e di storia, di arte e di tradizioni, ma massacrata dai servizi che nessuno voleva. Dallo stadio alla Volpara, dai depositi dell’Uite-Amt al carcere. E mi fermo qui.
La sindaca vuole utilizzare la funivia come motore di rilancio perché no? anche turistico. Penso subito allo splendore di Staglieno, ma anche al percorso sportivo del fantastico acquedotto storico, su quei ponti strabilianti, sotto i forti, lungo la ferrovia di Casella, verso la chiesa magnifica di San Siro di Struppa.
L’abbiamo raccontata nel docufilm “Salir” questa nostra vallata. Vittorio Gassman nasceva in via Benedetto da Porto, tra gli orti sotto l’acquedotto, lassù a Bavari Perin del Vaga dipingeva una splendida pala d’altare oggi al Diocesano, più sotto verso Quezzi a vedere il Biscione geniale idea del grande architetto Luigi Carlo Daneri frutto del piano casa di Amintore Fanfani, e poi la “città capovolta” amata e raccontata da Pippo Marcenaro dove andò a riposare Giuseppe Mazzini e poco più in là anche il poeta Fabrizio De André. Tutto senza alcuna emissione nociva.
Immagino che ci andrei subito su quella funivia. Avanti e indietro. Come quella inaugurata a Parigi un anno fa, tra l’Ile de France e Creteil.
Coppola ipotizza anche “ramificazioni” di altri collegamenti ai lati del fiume, utili per tanti borghi belli e oggi sofferenti, da San Pantaleo a Aggio, da Sant’Eusebio a Fontanegli. E la sindaca aggiunge anche verso la Sciorba l’idea di una casa per gli studenti, e liberando in corso Galliera lo spazio per una passeggiata.
Ora il confronto con l’opposizione, il dibattito. Ora largo ai No e ai mugugni. “Eh ghe manca a funivia cumme a Cogne, che maniman ti sèèè…”. Unico possibile intoppo serio? Il vento. Che non sia per favore come quello di pochi giorni fa. Che non superi i settanta all’ora. Ah, dimenticavo, una nota doverosa: dieci anni fa l’idea della cabinovia lungo il Bisagno l’aveva proposta e progettata un raffinato architetto genovese, Cristoforo Bozano.
Mario Paternostro
(da Primocanale)

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GIORNALI E TIVÙ NON TIRANO PIÙ, I GIOVANI SI INFORMANO QUASI ESCLUSIVAMENTE SUI SOCIAL: TRA I 18 E 24 ANNI LEGGONO NOTIZIE SU INSTAGRAM (30%), YOUTUBE (23%), TIKTOK (22%) E X (20%)

Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile

LE NUOVE GENERAZIONI NON PRESTANO ATTENZIONE AI TRADIZIONALI BRAND DI INFORMAZIONE E PREFERISCONO I SINGOLI CREATOR

Instagram, YouTube e TikTok sono le piattaforme utilizzate dai più giovani per informarsi. In dieci anni si è stravolta la loro dieta mediatica, che comprende anche l’intelligenza artificiale. Molti si sentono poco rappresentati dal sistema dell’informazione. Sono i dati che emergono dal rapporto del Reuters Institute dal titolo ‘How young people get their news’. “Una delle sfide più urgenti dell’industria dell’informazione è il cambiamento del comportamento del pubblico più giovane”, sottolinea l’analisi.
Il rapporto è stato redatto sulla base di una indagine in nove paesi (Regno Unito, Usa, Francia, Germania, Danimarca, Italia, Spagna, Giappone e Brasile) e su un campione di 18-24enni, i ‘nativi social’. È emerso che quattro piattaforme più visuali sono ora popolari in questa fascia d’età per leggere le notizie: Instagram (30%), YouTube (23%), TikTok (22%) e X (20%). Facebook è passato dal 53% al 16% negli ultimi nove anni
Sui social i più giovani affermano di prestare maggiore attenzione ai singoli creators (51%) piuttosto che ai tradizionali brand di informazione (39%). Circa due terzi (64%) legge notizie quotidianamente ma più in maniera casuale che intenzionale: solo il 14% dei giovani tra i 18 e i 24 anni afferma che il modo principale per accedere alle notizie è andare direttamente su un sito o un’app di notizie, molto meno che attraverso i social (40%) o i motori di ricerca (26%). Circa il 15% usa l’intelligenza artificiale per accedere alle news settimanalmente rispetto al 3% degli intervistati degli ‘over 55’. E il 31% pensa che la fascia d’età a cui appartiene non sia sufficientemente coperta dai media.
(da agenzie)

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LA SCIAGURATA GUERRA DI DONALD HA MANDATO IN FRANTUMI IL PARTITO REPUBBLICANO: ALLA CPAC, LA RIUNIONE DELLA PIÙ POTENTE LOBBY CONSERVATRICE NEGLI USA, IL PUBBLICO INVOCA L’IMPEACHMENT DI TRUMP (CHE PER LA PRIMA VOLTA IN 10 ANNI HA DISERTATO LA KERMESSE)

Marzo 29th, 2026 Riccardo Fucile

I CONSERVATORI AMERICANI SI SENTONO TRADITI DAL COATTO DELLA CASA BIANCA, CHE AVEVA PROMESSO DI PORRE FINE ALLE GUERRE INFINITE IN MEDIORIENTE… LA SITUAZIONE POTREBBE PEGGIORARE: SE SCORRERÀ SANGUE AMERICANO IN IRAN, SARANNO CAZZI AMARI PER TRUMP ALLE MIDTERM DI NOVEMBRE

Il momento più imbarazzante, non l’unico per la verità, arriva a sorpresa nel mezzo del dibattito. Il capo della Conservative Political Action Conference, Matt Schalpp, domanda al pubblico: «Volete il terzo impeachment Trump?». E’ un esercizio retorico, per suscitare sdegno e mobilitare in vista delle midterm di novembre. La risposta però è sì, o quanto meno la reazione entusiastica suscita perplessità.
Allora Schlapp cerca la marcia indietro: «No, la risposta giusta non è questa. Proviamo di nuovo: quanti di voi vorrebbero vedere di nuovo l’impeachment?». Niente da fare. La gente ha capito, ma la reazione resta tiepida.
L’impressione palpabile nelle sale del Gaylord Resort di Grapevine, dove quest’anno Schalpp ha trasferito la riunione annuale della più potente lobby conservatrice negli Usa, è che qualcosa non quadra. Trump non è venuto, per la prima volta in dieci anni; la partecipazione è bassa, le perplessità abbondano. La prima riguarda l’Iran, attaccato dal presidente che si era candidato promettendo di smetterla con le guerre infinite in Medio Oriente.
Il suo ex consigliere Steve Bannon aveva avvertito che non bisognava attaccare l’Iran per fare un piacere a Israele. «Ora che ci siamo dentro – dice dal palco dove tiene il podcast War Room – dobbiamo vincere. Per riuscirci però è necessario chiarire obiettivi e strategia, soprattutto perché andiamo verso l’invio dei nostri figli a combattere. I genitori vogliono sapere come e perché». E qui scatta un altro episodio significativo
Dal palco i conduttori di War Room lanciano un sondaggio vocale improvvisato: «Abbiamo due ipotesi: bombardare e andarcene; o mandare i nostri ragazzi sul terreno per cambiare il regime. Chi favorisce la prima?». Urla di approvazione si alzano dal pubblico. «E chi favorisce la seconda?». Silenzio, quasi assoluto.
Allora Ahmed Aghoubi, spettatore avvolto nella bandiera dello scià, alza la voce: «Siete ignoranti. Questa non è una guerra, ma una missione per la libertà e dovreste appoggiarla. Il regime vuole distruggere l’America, per farlo cadere bisogna combattere a terra». Gli animi si scaldano e i conduttori chiedono: «Manderesti i tuoi figli a morire in Iran?». Ahmed urla: «Certo! Ci andrei pure io». Allora David Durbin, del Partito repubblicano locale, lo apostrofa: «”Ecco, bravo, allora vacci tu. Se gli iraniani vogliono cambiare il proprio governo, tocca a loro farlo».
Perplessità a parte, quando Reza Phalavi sale sul palco viene accolto dagli appalusi: «Combattiamo per tutti. Immaginate un Iran che invece di dire “morte all’America” dica “Dio benedica l’America”‘, amico di Israele. Bisogna allargare gli accordi di Abramo agli accordi di Ciro».
Il principe ereditario risponde a chi non vuole morire per il suo paese: «Gli iraniani hanno pagato con 40.000 morti la voglia di libertà, cambiare un tiranno con un altro non risolverà nulla. Dobbiamo finire il lavoro. Il colpo finale lo daranno gli iraniani, al momento giusto li inciterò ad insorgere».
Lui si candida alla guida, anche se Trump non si fida: «Milioni mi hanno chiesto di gestire la transizione e ho accettato. A voi chiediamo di creare le condizioni. Quest’anno si celebrano i 250 anni dell’indipendenza degli Usa, speriamo coincidano con la nostra indipendenza». L’impressione è che la guerra, sommata ai problemi economici che genera, rischia di diventare una frattura fra Trump e la base. «Non è questa – protesta Durbin – la ragione per cui lo abbiamo eletto», anche se Donald non ha l’ambizione dei neocon di esportare democrazia.
(da agenzie)

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E’ TORNATO IL CAMALE-CONTE: L’EX PREMIER INIZIA A STRAMBARE LE SUE POSIZIONI PACI-FINTE SULL’UCRAINA, CONFERMANDO IL SOSTEGNO A KIEV IN CASO DI RITORNO AL GOVERNO

Marzo 29th, 2026 Riccardo Fucile

E PER MARCARE IL SUO PERCORSO DI AVVICINAMENTO AL PD, AGGIUNGE UN ALTRO PAIO DI TASSELLI: SULLA DIFESA COMUNE (CHE “È ASSOLUTAMENTE NECESSARIA”) E SUL SUPERAMENTO DELL’UNANIMITÀ IN EUROPA (“DIVENTATA LO STRUMENTO PER CONCRETIZZARE UN’INERZIA TOTALE”)

Dopo averle evocate a urne del referendum ancora calde, ora Elly Schlein e Giuseppe Conte sembrano frenare: «Prima il programma, poi le primarie». Ma si capisce che è una finzione. La schiacciante vittoria del no alla riforma della giustizia ha dato ufficialmente il via alla corsa per la leadership progressista che vale la candidatura a premier. Ambita in egual misura dai due maggiori azionisti della coalizione, per nulla intenzionati a cederla l’uno all’altra, e viceversa. Al punto da spingere, in particolare il capo del M5s, a ridurre le distanze sui temi risultati fin qui più divisivi.
Bastava ascoltare l’ex premier giallorosso alla convention organizzata da Riccardo Magi a Roma per valutare il tasso di fedeltà alla Ue degli alleati. «Il campo liberal-progressista deve essere un campo europeo» a partire da «cose per noi imprescindibili» come «il sostegno all’Ucraina, anche militare», precisa in apertura il segretario di +Europa.
«Se noi saremo al governo non verrà mai meno, perché la difesa dell’Ucraina è la difesa dell’Europa», ribadisce all’indirizzo di quanti, nel Movimento, hanno invocato lo stop all’invio di armi in caso di cambio della guardia a palazzo Chigi.
«Poniamo questa questione a tutti i leader del centrosinistra perché crediamo che debba essere un tratto unificante e distintivo», conclude Magi
Una chiamata esplicita a Conte. Che non si sottrae: anziché giocare a distinguersi, prova a correggere la rotta. Sorvola sui suoi no alle forniture militari, mai citati. E archivia ogni ambiguità sulle presunte simpatie per Mosca.
«Sul conflitto russo-ucraino abbiamo sensibilità diverse, ma ci sono dei passaggi che si devono modificare», premette l’avvocato per rivendicare un percorso di avvicinamento in realtà già avviato con «la risoluzione comune da me proposta in Parlamento», anche se poi sfumata, «in cui si riconosceva che l’aggressione russa va sanzionata. Di fronte a un allettante e conveniente prezzo del gas russo», scandisce in uno dei passaggi-chiave, «non lo dobbiamo acquistare fino a quando non ci sarà un trattato di pace».
Pace che non si può fare «senza l’Europa», puntualizza. «Lavoriamo per questa svolta negoziale, cerchiamo di difendere con le unghie e coi denti la popolazione ucraina, ma mettiamo fine al conflitto perché l’escalation militare non può durare all’infinito», insiste. E per far capire come la sua posizione sia simile a quella del Pd più di quanto si pensi, aggiunge pure un altro paio di tasselli: sulla difesa comune che «è assolutamente necessaria» e sul superamento dell’unanimità, «diventata lo strumento per concretizzare un’inerzia totale».
Soddisfatti i riformisti dem: «È positivo che oggi il leader 5S abbia fatto retromarcia e sconfessato i suoi che minacciavano la fine del sostegno all’Ucraina e l’apertura al gas russo», twitta Filippo Sensi. Ma di più lo è Schlein: in fondo, se Conte ha cambiato postura, se è diventato più conciliante sulla politica estera, lo si deve anche a lei e al suo partito, rimasti granitici sulla difesa di Kiev.
Prove tecniche d’intesa che non passano inosservate. «Bene la svolta di Conte sull’Europa, ora primarie», esorta il senatore renziano Enrico Borghi. Ma Ernesto Ruffini, il centrista già pronto alla sfida, avvisa: «Non devono diventare un talent show: prima serve un accordo su regole, apertura e visione di Paese»
(da agenzie)

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IL CERCHIO DI ARCORE SI STRINGE INTORNO A TAJANI, CHE RESTA COME LEADERINO COMMISSARIATO (CON DUE GUERRE IN CORSO NON SI PUO’ MANDARE VIA IL VICEPREMIER E MINISTRO DEGLI ESTERI)

Marzo 29th, 2026 Riccardo Fucile

MARINA BERLUSCONI, DOPO LA CACCIATA DI GASPARRI, ORA PUNTA A DEFENESTRARE BARELLI DA CAPOGRUPPO ALLA CAMERA – TAJANI, CHE SI E’ SFOGATO CON GIANNI LETTA (“SE SI VA AVANTI COSÌ, SI DISTRUGGE FORZA ITALIA”) HA MINACCIATO LE DIMISSIONI NEL CASO DI SILURAMENTO DI BARELLI, CHE E’ SUO CONSUOCERO

“Se si va avanti così, si distrugge Forza Italia», è lo sfogo di Antonio Tajani. Il segretario degli azzurri e vicepremier ha parlato con un “grande vecchio” come Gianni Letta, un po’ per un confronto dopo le vicissitudini post-referendarie e un po’ per far arrivare la sua riflessione su a Milano.
«Con questa modalità ci siamo messi da soli sul banco degli imputati», si è lamentato Tajani. Dopo il terremoto al Senato con Maurizio Gasparri “dimissionato” da capogruppo, la prossima settimana di Forza Italia doveva essere più riflessiva, per così dire. Anche se il capogruppo alla Camera Paolo Barelli resta un indiziato speciale in quanto a prossimo sostituito. La famiglia Berlusconi ha dimostrato che volendo in 15 ore può imporre un cambiamento forte ai vertici del partito
E adesso? Tajani a giorni incontrerà personalmente Marina Berlusconi a Milano. La quale a sua volta si confronterà con altri big del partito, come i ministri Elisabetta Casellati e Paolo Zangrillo (il cui silenzio di questi giorni non è passato inosservato).
La sconfitta del referendum sta destabilizzando l’attuale struttura. Sostituito Gasparri con Stefania Craxi, alla Camera su 54 deputati gli unici pronti a battersi in difesa di Barelli sono 11. Il doppio quelli pronti a firmare un documento per chiederne la sostituzione. Gli altri silenti
Tajani sta difendendo l’assalto al capogruppo a Montecitorio (sono anche consuoceri), tre giorni fa ha addirittura evocato le sue dimissioni in caso di defenestrazione di Barelli, ma tutto dipenderà dalle indicazioni che arriveranno dalla “family”. La quale da tempo si chiede un cambio di marcia e un’identità più riconoscibile e innovativa al partito.
Tajani incontrerà i segretari provinciali la prossima settimana e poi dopo le feste è prevista una segreteria nazionale. Una “esterna” come Francesca Pascale, che ha un filo diretto con Marina Berlusconi, sta facendo un po’ da grillo parlante, con parole che girano di chat in chat: «Questa storia delle tessere è fasulla sono pilotate e servono a questa classe dirigente della vecchia politica a chiudersi, servono a Tajani e ai suoi amici coordinatori regionali a essere riconfermati: Meloni ha il 30 per cento e 250 mila iscritti, Fi con il 6-7 per cento ha lo stesso bacino. Chiaro che qualcosa non torna. Questa situazione offende la memoria di Berlusconi, il quale era il primo a prendere le distanze dai partiti fatti col tesseramento».
Di sfondo, soprattutto, ci sono le Politiche del 2027. Le candidature delle scorse elezioni furono gestite da Tajani con i capigruppo. Cambiare i capigruppo, significherebbe cambiare le logiche di individuazione dei nuovi, possibili, eletti
nelle due Camere. Per fare una nuova Fi, più giovane e dinamica E da Milano sono decisi a una iniezione di “freschezza”.
Alla Camera Gli oppositori ipotizzano una raccolta firme per la sostituzione di Barelli Mentre dentro Forza Italia divampano tanti piccoli fuochi nelle regioni (Sicilia, Puglia, Abruzzo, Piemonte, Lombardia, Liguria) a Roma si tenta la ricomposizione. Tajani resta molto arrabbiato. «Adesso si diano tutti una calmata — ha riferito ai suoi —. Siamo in un momento delicato, basta col braccio di ferro quotidiano, non è certo quello che vuole la famiglia Berlusconi».
La «calmata» significa rinunciare alla sostituzione di Paolo Barelli, capogruppo alla Camera, fedelissimo e cognato del segretario, con uno tra Debora Bergamini, Alessandro Cattaneo, Giorgio Mulè. E in effetti su quel fronte le macchine si sono fermate. Ma mentre Tajani e i suoi confidano che sia uno stop definitivo fino a fine legislatura la minoranza è pronta a riprendere la guerriglia, confidando di avere l’avallo da parte della famiglia del fondatore: «Tanto se Marina vuole, Barelli salta», soffiano.
L’obiettivo, per chi dà a Tajani responsabilità per la sconfitta al referendum e per la performance incolore di Forza Italia un po’ in generale, troppo «schiacciata sul governo», non è tanto sostituire Barelli. Ma fermare i congressi provinciali. I primi della storia di Forza Italia, fissati a partire dal mese prossimo. Per la minoranza un tentativo del segretario «di blindarsi senza tenere nel dovuto conto che il tempo di quel rinnovamento che i fratelli Berlusconi predicano da mesi non si ottiene lacerandosi».
Sui congressi pendono i sospetti di tesseramenti gonfiati, appunto per salvaguardare l’attuale classe dirigente. A dirlo in chiaro, ieri, è stata Francesca Pascale: «I 250 mila tesserati di Forza Italia confrontati con i voti sono un’offesa all’intelligenza degli elettori e alla memoria di Silvio Berlusconi, lontanissimo da quel modello di partito». Ma se la ex compagna del Cavaliere lo dice in chiaro, in tanti fanno questi conti: «Hai decine di migliaia di tesserati a Napoli e perdi 75 a 25? I numeri non tornano». Sull’altro fronte respingono il sospetto: «Il tesseramento è stato regolarissimo. Loro voti non ne hanno affatto e quindi hanno paura di noi».
(da Repubblica)

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IL PROBLEMA NON È TRUMP, SONO GLI AMERICANI. IL “NEW YORK TIMES”: “TRUMP È IL COMPIMENTO DI CIÒ CHE L’AMERICA È SEMPRE STATA, UNA NAZIONE AUTORIZZATA DAI PROPRI MITI A FARE CIÒ CHE VUOLE. TRUMP NON È SPUNTATO DAL NULLA. LE SUE DUE VITTORIE SONO IL RISULTATO DELLE SCELTE COMPIUTE DAGLI AMERICANI E DAI LEADER CHE HANNO ELETTO”

Marzo 29th, 2026 Riccardo Fucile

“MA NEL CORSO DELLA SUA PRESIDENZA, TRUMP HA RIVELATO UNA MALATTIA PIÙ ANTICA: LA FEDE INCROLLABILE DELL’AMERICA NELLA PROPRIA CAPACITÀ DI MODELLARE IL MONDO A SUO PIACIMENTO, INDIFFERENTE A CIÒ CHE GLI ALTRI POTREBBERO VOLERE”

Come molti altri americani, in questi tempi cupi mi sono trovato a oscillare tra due poli emotivi. A volte mi dico che Donald Trump è una figura unicamente malevola, che ha afferrato leve di potere che nessun presidente precedente aveva mai osato impugnare. La storia non si ferma alla violenza di Stato nelle strade o alle operazioni militari illegali all’estero.
Eppure questa lettura ha i suoi conforti: una volta che Trump uscirà di scena —
come richiedono le leggi della natura, se non quelle della politica — potrà avvenire una qualche restaurazione del progetto democratico e costituzionale americano.
Nei giorni più bui, mi ritrovo invece a propendere per una narrazione più radicale: che Trump sia il compimento di ciò che l’America è sempre stata — una nazione compiaciuta, autorizzata dai propri miti sulla provvidenza e sull’eccezionalismo a fare tutto ciò che vuole.
Trump, dopotutto, non è spuntato dal nulla. Le sue due vittorie sono il risultato delle scelte compiute dagli americani e dai leader che hanno eletto. Se non fosse esistito, la storia avrebbe inventato qualcuno come lui. Anche questa spiegazione offre una sua consolazione: almeno è qualcosa che una mente razionale può afferrare.
Questa oscillazione può dare una sensazione di vertigine. La sconfitta di Trump nel 2020, gli interventi dei tribunali per bloccare alcune delle sue mosse più spregiudicate e la prospettiva di un trionfo democratico alle elezioni di medio termine alimentano la teoria dell’eccezione.
Ma altri sviluppi — la vittoria di Trump nel voto popolare nel 2024, la quasi totale sottomissione del Partito Repubblicano alla sua volontà e la decisione della Corte Suprema di concedergli un’ampia immunità per atti potenzialmente criminali compiuti da presidente — suggeriscono il contrario.
La guerra in Iran ha frantumato questa dicotomia. È certamente il prodotto dell’unica e peculiare imprudenza di Trump, che si getta senza esitazione in un conflitto che i suoi predecessori avevano avuto la saggezza di evitare. Ma è anche il punto di arrivo logico di decenni di storia americana: la dipendenza del Paese dalla tecnologia per combattere guerre a distanza, la convinzione miope di poter plasmare eventi lontani con la forza, il progressivo svuotamento dei limiti costituzionali al potere presidenziale.
Trump è un’anomalia della storia o il suo compimento? La risposta, naturalmente, è entrambe le cose. Ma nel corso della sua presidenza, Trump ha rivelato una malattia molto più antica: la fede incrollabile dell’America nella propria capacità di modellare il mondo a suo piacimento, indifferente a ciò che gli altri potrebbero volere e assolutamente convinta che il proprio piano sia quello giusto. Al di là di Trump, è questa mentalità deformante che noi americani dobbiamo affrontare.
Nel dicembre del 1952, uno studioso scozzese di nome Denis Brogan pubblicò un saggio notevole intitolato The Illusion of American Omnipotence. Scrivendo mentre gli Stati Uniti emergevano come potenza dominante mondiale, Brogan individuò una caratteristica peculiare della mentalità americana.
Gli Stati Uniti, alimentati dai propri miti e fermamente convinti della loro visione del mondo, non riuscivano a vedere le difficoltà, tantomeno la sconfitta, come un motivo per mettere in discussione i propri obiettivi. Il fallimento non derivava mai dalla forza o dalla potenza dei rivali, ma da errori o tradimenti.
“Molti americani, a mio avviso, trovano inconcepibile che una politica americana, annunciata e attuata dal governo americano con il sostegno del popolo americano, non abbia successo immediato”, scriveva Brogan. “Se non lo ha, allora — pensano — deve essere per stupidità o tradimento.” Osservatore attento e ammirato del Paese, Brogan colse qualcosa di essenziale: l’America, nella propria immaginazione, non può fallire; può solo essere tradita.
Nella lotta contro il comunismo globale durante la Guerra Fredda, il Paese ebbe molte occasioni per manifestare questo riflesso. Quando i comunisti vinsero in Cina, ciò fu interpretato come il risultato di errori o tradimenti americani.
La Cina, una civiltà vasta e antica, veniva vista come qualcosa che l’America poteva vincere o perdere. Quel fallimento contribuì ad alimentare la paranoia del maccartismo. Corea, Vietnam e altri disastri più occulti alimentarono ulteriormente recriminazioni, anche dopo la fine dell’era di McCarthy. Il fallimento poteva derivare solo da un tradimento interno, un’idea che paradossalmente rafforzava l’illusione di onnipotenza.
Quando l’Unione Sovietica crollò nel 1991, l’America ebbe l’occasione di sperimentare appieno il peso della propria potenza. Aveva sconfitto il “male impero” e si trovava sola come nazione più potente mai esistita, con i suoi fallimenti passati riassorbiti in una narrazione di successo.
La rapida e decisiva vittoria nella guerra del Golfo fu una dimostrazione della superiorità militare americana. Gli Stati Uniti si sarebbero trasformati nel “poliziotto del mondo”, pronti a mettere i propri soldati in gioco per difendere un ordine internazionale basato su regole che essi stessi guidavano.
Ma non passò molto prima che riemergesse il vecchio schema di fallimento seguito da recriminazione. L’America convinse una Cina in rapida crescita a liberalizzare
ulteriormente la propria economia, certa che sarebbe diventata più simile agli Stati Uniti — una società aperta e libera.
Quando questa strategia produsse lo “shock cinese”, svuotando il manifatturiero americano mentre la Cina diventava più ricca, potente e autoritaria, gli americani parlarono di tradimento da parte dei loro leader politici. La Cina e i suoi dirigenti entrarono poco nella narrazione.
Poi arrivò l’11 settembre 2001, che distrusse l’illusione dell’invulnerabilità americana. Le responsabilità erano diffuse, ma George W. Bush trasformò quella ferita in un’espansione straordinaria del potere. Portò l’America in guerra in Afghanistan e in Iraq con un piano irrealistico di trasformarli in democrazie liberali.
La sua amministrazione sostenne che, in Iraq — un Paese che non aveva avuto alcun ruolo negli attacchi — l’urgenza fosse tale da giustificare l’aggiramento del ruolo costituzionale del Congresso nella dichiarazione di guerra. Dopo l’11 settembre, i limiti al potere presidenziale furono essi stessi considerati potenziali tradimenti e vennero progressivamente smantellati.
Naturalmente, non funzionò. Le guerre si trascinarono per anni, causando migliaia di morti tra i militari americani e centinaia di migliaia tra afghani e iracheni. L’Afghanistan è oggi governato dagli stessi talebani che avevano ospitato Osama bin Laden. L’Iraq resta un Paese fragile e diviso. La guerra destabilizzò profondamente il Medio Oriente, favorendo la nascita di gruppi terroristici come lo Stato Islamico e innescando la guerra civile siriana.
L’elezione nel 2008 di Barack Obama, critico delle guerre post-11 settembre, sembrò un momento di resa dei conti con le illusioni americane. Ma Obama si trovò presto impantanato nei conflitti e in una crisi finanziaria globale. Pur mostrando qualche segnale di umiltà nella politica estera, mantenne molti dei poteri straordinari ereditati per condurre guerre tecnologiche a distanza con scarsa supervisione. L’America continuò ad agire senza limiti.
Emergendo sulla scena nazionale all’indomani di questi disastri, Trump ha attinto a una narrazione profondamente americana: le élite avevano tradito il popolo. Tutta la sua vita è stata una preparazione a questo momento: imporre costantemente la propria volontà, sfuggire alle conseguenze, non essere mai chiamato a rispondere delle proprie azioni, nascere già in vantaggio e credere di aver vinto da solo. Era l’incarnazione dell’illusione americana di onnipotenza.
Trump ha annullato la distanza tra la propria volontà personale e quella dell’America, dichiarando nel 2016: “Solo io posso risolvere tutto”. Come l’America, Trump non può fallire: può solo essere tradito. È sempre colpa di qualcun altro. Dotato degli strumenti della presidenza imperiale, considera chiaramente l’America come un’estensione della propria persona. Abbandona ogni pretesa di ordine costituzionale. Ha detto che “sentirà” quando le guerre saranno vinte, e che gli unici limiti sono il suo senso morale.
Nel Golfo Persico, questa illusione si è scontrata con la realtà materiale. La speranza di Trump di un rapido crollo del regime iraniano era sempre stata fantasiosa. La geografia si sta prendendo la sua rivincita: il petrolio e il gas che alimentano gran parte dell’economia globale passano attraverso uno stretto che l’Iran controlla di fatto. Un’invasione terrestre, in un territorio vasto e ostile, potrebbe superare di gran lunga il pantano del Vietnam.
Il regime iraniano, brutale con i suoi vicini e con il proprio popolo, appare scosso ma non piegato dagli attacchi incessanti di Israele e degli Stati Uniti. Sembra prepararsi a una lunga guerra.
Eppure Trump sembra incapace di concepire una forza immune alla potenza americana. E non riesce a immaginare che una guerra lontana possa danneggiare gli Stati Uniti, benedetti da un territorio ricco e protetti da due oceani. Ma l’aumento vertiginoso dei prezzi del carburante, il rialzo dei tassi d’interesse e il rischio di un crollo dei mercati azionari hanno demolito ogni illusione di isolamento dalla realtà economica globale. Se la guerra continuerà, gli americani ne soffriranno profondamente.
Le sofferenze, del resto, non sono nuove: oltre 58.000 nomi sono incisi nel memoriale della guerra del Vietnam a Washington. Non esiste ancora un memoriale nazionale per le cosiddette “guerre infinite”, ma più di 7.000 americani vi hanno perso la vita.
In quei conflitti c’era almeno una parvenza di idealismo americano, per quanto fragile e autoingannevole. Trump ha trascinato l’America in una guerra completamente priva anche di quella facciata: un esercizio nudo di potere, senza alcun velo di provvidenza o superiorità morale. Nella sua sfacciataggine, è quasi scioccante.
Scrivendo negli stessi anni di Brogan, il teologo Reinhold Niebuhr pubblicò un breve libro intitolato The Irony of American History. Molto apprezzato da Obama, è un invito all’umiltà cristiana nella politica internazionale, rivolto agli americani che fraintendono la propria virtù. “L’uomo è una creatura ironica perché dimentica di non essere soltanto creatore, ma anche creatura”, scrive Niebuhr.
Quella frase mi ha fatto capire l’errore della mia stessa oscillazione: entrambe le visioni — Trump come anomalia o come compimento — mettevano comunque l’America al centro della propria storia, con il mondo come palcoscenico. Serviva una prospettiva più ampia, un confronto onesto con la storia e la disponibilità ad ammettere che l’America è, come ogni altro Paese, semplicemente uno dei tanti luoghi del mondo.
L’America non sa esistere in un mondo che non controlla. Fin dalla sua nascita, si è convinta di essere troppo grande, troppo distante e troppo ricca di risorse per subire conseguenze serie per le proprie azioni. Ma non ci sarà modo di sfuggire al cataclisma in Iran.
Nel suo seguito, esiste la possibilità di riconoscere il proprio posto in un mondo interconnesso e di vedersi con chiarezza. L’unico modo per uscire dal ciclo di

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PONTE SULLO STRETTO, IL GEOLOGO MARIO TOZZI: “SE NON APPROFONDISCI, RISCHI COME A KOBE”

Marzo 29th, 2026 Riccardo Fucile

NEL 1995 LA CITTA’ GIAPPONESE FU COLPITA DA UN CATASTROFICO TERREMOTO

In un nuovo post pubblicato su Instagram il geologo, primo ricercatore del CNR e divulgatore scientifico Mario Tozzi è tornato a occuparsi del Ponte sullo Stretto di Messina, sottolineando che se non si approfondiscono tutti i dati a disposizione si rischia come a Kobe, città giapponese nella Prefettura di Hyōgo (isola di Honshu) colpita da un catastrofico terremoto nel 1995, che oltre a numerose vittime ha causato una devastazione senza precedenti, con crolli di ponti e autostrade. Nel post il conduttore di Sapiens – Un solo pianeta ha innanzitutto affermato che del progetto, “forse da rifare”, nulla inizierà prima del 2028. Alla luce di questo ritardo sulla tabella di marcia, evidenzia che sarebbe opportuno sfruttare questa pausa per raccogliere più dati possibili “sulla sismotettonica e il contesto deformativo della regione, come pure richiesto da ricercatori e geologi professionisti”. Il riferimento è anche ai risultati del recente studio “Structural development and seismogenesis in the Messina Straits revealed by stress/strain pattern above the edge of the Calabrian slab” condotto da scienziati dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), nel quale è stato evidenziato che la sopracitata deformazione è associata a un complesso sistema di faglie interconnesse, come un mazzo di carte lanciato su un tavolo in cui alcune figure si sovrappongono alle altre. Questo intricato puzzle sismotettonico abbraccia sia il mare che la terraferma.
La Società Stretto di Messina, che ha l’incarico di realizzare l’infrastruttura, ha dichiarato che le evidenze del nuovo studio non hanno alcun impatto sulla realizzazione del progetto, mentre il dottor Tozzi e altri esperti continuano a sottolineare l’importanza di analizzare più a fondo l’intricato mosaico di faglie che interagiscono fra di esse, conducendo indagini mesostrutturali ad hoc e senza trascurare ciò che è emerso. L’effetto combinato di queste faglie, aveva spiegato il geologo in una recente intervista con Fanpage.it, potrebbe infatti amplificare la potenza distruttiva di un eventuale terremoto. Siamo infatti in una zona a elevato rischio sismico già colpita da un evento catastrofico nel 1908, che ha provocato oltre 80.000 vittime tra le sponde siciliana e calabrese dello Stretto. In sostanza, il dottor Tozzi non dice che il ponte sullo Stretto di Messina non si possa fare, ma che non si può non tenere conto dei nuovi dati prima di procedere all’eventuale costruzione. Ed è proprio per questo che cita il disastro naturale avvenuto in Giappone nel 1995: “Ponti si fanno in zone sismiche in tutto il mondo, ma nessuno così lungo con la ferrovia. E dove non approfondisci rischi (come a Kobe)”. Dunque cos’è successo in occasione del devastante sisma nipponico?
Erano le 05:47 del 17 gennaio 1995, quando dalla Faglia Nojima che attraversa l’isola Awaji – a una ventina di chilometri da Kobe – si innesca un catastrofico terremoto di magnitudo 7.2-7.3, ad appena 16 chilometri di profondità. La scossa dura una ventina di secondi, un tempo relativamente breve ma sufficiente a innescare uno dei peggiori disastri sismici della storia, soprattutto in termini di portata distruttiva. In pochi istanti, il terremoto di Kobe (formalmente terremoto di Hyogo Ken Nanbu) causò quasi 6.500 morti, oltre 26.000 feriti e 300.000 sfollati. Furono distrutti ben 150.000 edifici e i danni economici per l’epoca furono stimati 200 miliardi di dollari americani, come indicato in un articolo dell’Università Statale della Pennsylvania. Molte persone morirono a causa degli incendi sprigionati dai crolli. Danni significativi, a causa dei picchi di accelerazione fino 0.8 g molto superiori alla progettazione dell’epoca, colpirono anche moltissime infrastrutture, fra le quali porti, dighe, argini, metropolitane, autostrade e ponti. Fra i crolli più rilevanti, quello del ponte di Fukae da 18 campate della superstrada Hanshin (Hansin Route 3). “L’impalcato ribaltato era collegato monoliticamente a pilastri di 3,1 m di diametro, che cedettero in modo drammatico”, si legge nello studio “Fukae bridge collapse (Kobe 1995) revisited: New insights” pubblicato nel 2020 su Soils and Foundations. Drammatiche le immagini del ponte letteralmente adagiato su un fianco.
Come si legge nel documento del College di Ingegneria dell’Università Statale della Pennsylvania, per i crolli dei ponti sono emersi diversi problemi di progettazione, come “enfasi sulla resistenza anziché sulla duttilità”; “dettagli inadeguati della piastra di base”; “ganci inadeguati”, “insufficiente armatura trasversale” e via discorrendo. “I danni alle autostrade e ai ponti sopraelevati sono stati diffusi e catastrofici. I danni tipici includevano cedimenti per taglio e flessione delle colonne in calcestruzzo, instabilità delle colonne in acciaio, movimenti delle fondazioni dovuti a cedimenti del terreno e dislocazioni delle travi. Sia i ponti nuovi che quelli vecchi presentavano prestazioni scadenti, rendendo necessarie revisioni dei codici e interventi di adeguamento sismico”, hanno scritto gli esperti. Sono tutti problemi analizzati a fondo dagli esperti e che oggi, a oltre 30 anni di distanza, non vengono assolutamente lasciati al caso.
Per questi crolli non ha influito solo una progettazione inadeguata, in grado di resistere a un sisma così forte, ma anche elementi ambientali non valutati correttamente, con il conseguente “mancato intervento sugli effetti della liquefazione del suolo e dello spostamento laterale del suolo” e il fatto di non aver tenuto conto degli effetti di amplificazione locale dovuti al territorio alluvionale di
Kobe. È stata proprio la liquefazione del terreno a causare moltissimi danni e vittime, a causa della peculiare condizione geologica di Kobe il cui suolo è caratterizzato da strati di sabbia, argilla marina morbida e altri elementi. Chiaramente nella zona sismica dello Stretto di Messina non ci troviamo nella stessa situazione e oggi le moderne procedure di costruzione antisismica eviterebbero i sopracitati problemi. Tuttavia, come sottolineato dal dottor Tozzi, la situazione delle faglie è molto più complessa di quel che si immaginava, come emerso dal nuovo studio, pertanto è doveroso approfondire la sismotettonica e il contesto deformativo prima di avviare qualunque lavoro. “Senza scontri ideologici, solo per stare tranquilli”, chiosa il geologo su Instagram, aggiungendo che “se poi volessimo, invece, destinare quei denari ad altre opere, beh, non ci sarebbe che l’imbarazzo della scelta.”

(da agenzie)

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