Settembre 8th, 2026 Riccardo Fucile
LA PASSIONE PER LE VITTORIE ALTRUI CHE DA SEMPRE LO ACCOMPAGNA… E I COLONNELLI COMMENTANO RASSEGNATI
Vince tutte le gare, e tutte le elezioni, tranne quelle a cui partecipa. Domenica mattina le agenzie diffondevano il suo primo dispaccio: “Il segretario della Lega Matteo Salvini ha inviato un messaggio ad Alice Weidel, leader di Afd, in occasione delle elezioni regionali di oggi in Sassonia-Anhalt”. E già, su whatsapp, uno dei più importanti dirigenti della Lega scriveva così a un suo collega in Senato: “Siamo all’imitazione di Vannacci. Matteo è la fotocopia della sua stessa copia”. Passa qualche ora, Afd vince sul serio, Salvini è appena sceso dal podio (non se ne perde uno) dove ha consegnato la coppa del gran premio di Monza al pilota Kimi Antonelli, ed ecco un altro dispaccio con il quale il leader della Lega si congratula per il trionfo dell’estrema destra tedesca. “Complimenti all’amica Alice Weidel e a tutta Afd”. E bisogna riconoscergli una certa continuità di temperamento. Nel maggio del 2024, quando la medesima Afd venne cacciata dal gruppo europeo che ospitava anche la Lega, per via di certe simpatie per le SS naziste, Salvini si era congratulato pure allora, ma con Marine Le Pen, che l’espulsione l’aveva voluta. Altro messaggio laconico del solito dirigente leghista: “E’ disperato”. Ma davvero non si capisce perché questi colonnelli, o ex colonnelli di Salvini, non apprezzino il loro segretario e vicepremier, quest’uomo di illimitata cordialità, che al lampeggiare di un successo qualunque, in qualunque latitudine, sente accendersi dentro di sé la lampadina delle felicitazioni, come un tempo con Putin e poi con Trump, e non ha modo di spegnerla.
Anni fa, durante la campagna elettorale in Emilia-Romagna, l’avevamo visto farsi foto con i partigiani avvolti nel fazzoletto rosso, celebrare la statua di Peppone a Brescello, indossare il cappellino della Ferrari a Maranello e quello di Pantani a Cesenatico. Poi se ne andò pure a festeggiare le bellezze della Corea del Nord (“qui si respira un’aria bellissima”), si rallegrò anche per il ballottaggio di André Ventura in Portogallo, ma questo solo dopo il periodo in cui diceva che “sono d’accordo con Mario Draghi su tutta la linea”. Oggi manca tuttavia un nome all’appello di questa sterminata cordialità, e i colonnelli che si scrivono su whatsapp lo sanno benissimo: cercherà pure di salire sul podio con Vannacci? “Noi non escludiamo nessuno”, ride Massimiliano Simoni, il numero due del Generale. Lui scherza, ma sottovaluta Salvini.
(da agenzie)
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Settembre 8th, 2026 Riccardo Fucile
L’EREDITA’ DEL COMUNISMO SOVIETICO E LA SUA INFLUENZA SUI PAESI SATELLITI
La grande permeabilità di molte società dell’Est Europa ai partiti di estrema destra, alle
strette autoritarie, al nazionalismo e perfino al razzismo, proietta una luce tragica (ulteriore) sull’eredità del comunismo sovietico e la sua influenza sui Paesi satelliti (la Sassonia-Anhalt è ex Ddr).
Parrebbe un paradosso che laddove il socialismo era Legge e Regola, e l’internazionalismo una vantata ideologia di Stato, oggi prosperano la destra, il suprematismo etnico e religioso, il culto del leader forte come soluzione di qualunque problema. Prima rossi, poi neri: ma come è possibile?
Forse, invece, non è un paradosso. Esiste un nesso ben leggibile tra il duro passato di quei popoli e il loro presente. E questo nesso, non so come dirlo altrimenti, è l’estraneità alla democrazia. Laddove la democrazia non è mai stata un valore condiviso, e soprattutto non è mai stata una pratica, un potere autoritario, magari con qualche merito assistenziale che il capitalismo non è più in grado di garantire (Welfare addio?), risulta preferibile alle incertezze, al caos sociale, alla paura del domani.
Si usa dire che in assenza di tutele sociali per i poveri e per gli impoveriti, e in mancanza di un governo efficace dei flussi migratori, non c’è fede nei princìpi che tenga. Con i princìpi non si mangia. Verissimo. Ma la pancia piena, se non si crede in qualcosa di giusto e perfino di allegro, come l’uguaglianza e la libertà, non basta per dare respiro e luce a una società.
La famosa “identità” che il sovranismo nero indica nella Nazione, nella chiusura e nella nostalgia del passato, è un’identità truce. Non può essere il fondamento di una comunità che pensa al suo futuro. Nella battaglia sui princìpi, sulle idee-bandiera, la democrazia non parte battuta.
(da agenzie)
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Settembre 8th, 2026 Riccardo Fucile
L’EGITTO CELEBRA L’INCONTRO TRA AL SISI E TAJANI A DUE SETTIMANE DALLA SENTENZA DEL TRIBUNALE DI ROMA
Un incontro istituzionale, con tanto di photo opportunity. Il racconto di «un rapporto pacificato». Eccolo l’ultimo tentativo egiziano prima della sentenza: fare pressione, condizionare il clima nel quale tra due settimane i giudici italiani dovranno decidere sui presunti sequestratori, torturatori e assassini di Giulio Regeni. Il messaggio che il Cairo sta facendo passare in queste ore è semplice: la crisi è finita, i rapporti con l’Italia sono stati ricostruiti, il caso Regeni non è più un ostacolo tra i due Paesi. Una rappresentazione che Roma ufficialmente respinge ma che arriva nel momento più delicato possibile. E dentro la quale si inserisce un’altra vicenda, quella di Nessy Guerra.
La scorsa settimana Abdel Fattah al-Sisi ha ricevuto al Cairo il ministro degli Esteri Antonio Tajani. E sui media egiziani quell’incontro è diventato la certificazione della ritrovata normalità. C’è soprattutto un fatto: la commissione congiunta egiziano-italiana ad alto livello è tornata a riunirsi per la prima volta dopo dieci anni. Di fatto, dalla morte di Giulio. L’ambasciatore egiziano in Italia, Bassam Radi, l’ha definita il «coronamento dei grandi sforzi compiuti dalle due parti negli ultimi anni». La lettura rilanciata al Cairo è ancora più esplicita: la crisi aperta nel 2016 dall’uccisione del ricercatore sarebbe ormai superata. La tempistica non è passata inosservata alla famiglia Regeni. I genitori di Giulio hanno sempre sostenuto che, davanti alla mancata collaborazione egiziana sull’omicidio del figlio, l’Italia avrebbe dovuto interrompere i rapporti diplomatici con il Cairo. Veder riaprire proprio adesso, alla vigilia della sentenza, il principale tavolo politico ed economico tra i due Paesi non può essere considerato un passaggio qualsiasi.
E poi c’è Nessy Guerra. Italiana, originaria di Sanremo, da circa tre anni è bloccata in Egitto insieme alla figlia, oggi di tre anni. Dopo la separazione dall’ex marito italo-egiziano, Tamer Hamouda, l’uomo ha ottenuto dalla giustizia egiziana il divieto di espatrio per la bambina fino ai 21 anni. Guerra ha denunciato ripetutamente minacce dell’ex marito ed è arrivata a vivere nascosta, insieme alla figlia e ai propri genitori. Nel febbraio scorso è stata condannata a sei mesi per adulterio proprio in seguito a una denuncia dell’ex marito; ad aprile la condanna è stata confermata in appello. Ora teme il carcere e, soprattutto, che la bambina possa essere affidata al padre. La Farnesina segue il caso da mesi e Tajani ne ha parlato direttamente con il ministro degli Esteri egiziano. Una storia sulla quale la nostra diplomazia e intelligence si sta muovendo con grande delicatezza. E che rende particolarmente delicato ciò che sta accadendo in queste settimane. Perché da una parte c’è una cittadina italiana che chiede al proprio Paese di poter tornare a casa con sua figlia e la cui sorte è nelle mani delle autorità egiziane; dall’altra c’è un processo nel quale lo Stato egiziano ha fatto di tutto per impedire che quattro suoi uomini arrivassero davanti ai giudici. Nessuno, è la preoccupazione, pensi di mettere le due vicende sullo stesso tavolo.
In mezzo ci sono interessi enormi. Sisi ha chiesto di dare attuazione ai risultati della commissione su commercio, investimenti, energia, trasporto marittimo, agricoltura e turismo e ha invitato Giorgia Meloni al Cairo. Tajani ha ricordato che le esportazioni italiane verso l’Egitto sono cresciute del 17 per cento negli ultimi sei mesi. Poi c’è l’immigrazione, dossier sul quale il governo considera il Cairo un interlocutore fondamentale.
È questo lo scenario nel quale tra due settimane arriverà la decisione del tribunale di Roma. Sul banco degli imputati ci sono quattro uomini della National Security egiziana. Il processo può stabilire per la prima volta in una sentenza che uomini degli apparati di sicurezza del regime di Sisi sequestrarono, torturarono e uccisero un cittadino straniero. È esattamente il punto che il Cairo ha cercato per anni di evitare, prima ostacolando le indagini e poi impedendo di fatto la notifica degli atti agli imputati. È stato necessario l’intervento della Corte costituzionale perché il processo potesse andare avanti anche in loro assenza.
Su una cosa, però, la famiglia Regeni non ha mai mostrato incertezze: la fiducia nella magistratura italiana. È rimasta intatta durante questi dieci anni e lo è anche adesso. La preoccupazione riguarda ciò che accade intorno al processo, non dentro l’aula. Il Cairo può provare a ricostruire i rapporti diplomatici, riaprire i tavoli economici e raccontare che la crisi è finita. Ma non può decidere quello che tra due settimane verrà scritto in una sentenza. Davanti a tutto il mondo.
(da Repubblica)
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Settembre 8th, 2026 Riccardo Fucile
SCRIVERE UN PROGETTO COMUNE SIGNIFICA SCIOGLIERE I NODI CHE FINORA SONO STATI RINVIATI A DOMANI
Il problema del campo largo non è più capire se riuscirà a mettersi d’accordo. È capire su
che cosa dovrebbe mettersi d’accordo prima: sul programma o sul candidato premier. Perché da qualunque parte si cominci si finisce davanti allo stesso ostacolo.
Michele Serra lo ha spiegato con due obiezioni difficili da aggirare. La prima riguarda quanti sostengono che un programma comune sia impossibile, viste le distanze tra i partiti della coalizione. Se è così, perché mai gli elettori dovrebbero affidare il governo a una coalizione che sa già di non poter governare insieme? La seconda riguarda la soluzione opposta: prima facciamo le primarie, scegliamo il leader e poi sarà lui, con il peso della vittoria, a scrivere il programma. Ma anche questa strada conduce a un precipizio. Perché una competizione tra Giuseppe Conte ed Elly Schlein può stabilire chi ha preso un voto in più, non garantire che gli sconfitti accettino le idee del vincitore. I due maggiori leader del campo largo rischiano di trovarsi di fronte a quella che Frederick Forsyt definì «l’alternativa del diavolo»: trovarsi a scegliere tra due opzioni che portano entrambe a una catastrofe.
Il peccato originale è stato costruire la coalizione rinviando a dopo ogni scelta fondamentale. Le differenze, infatti, non riguardano questioni marginali. Conte ha assunto da tempo una posizione nettamente contraria all’invio di nuove armi all’Ucraina e al riarmo, mentre nel Pd esiste un’area consistente che considera il sostegno militare a Kiev e il rafforzamento della difesa nazionale scelte irrinunciabili. Non sono divergenze che si possono nascondere dentro un programma di cinquanta pagine mettendo tutti d’accordo sul salario minimo, sulla sanità pubblica e sulla lotta alla precarietà.
Certo, la soluzione più razionale sarebbe quella che Elly Schlein indica nella sua intervista a L’Espresso: concordare un programma prima delle primarie. I candidati dovrebbero sottoscriverlo, impegnandosi entrambi a rispettarlo. Ma proprio qui cominciano i guai. Perché scrivere quel programma significa sciogliere oggi i nodi che finora sono stati rinviati a domani. Conte, in realtà, la sua strategia ce l’ha. Vuole le primarie perché esse azzerano i rapporti di forza tra i partiti e trasformano la scelta in una sfida personale. Esattamente il terreno sul quale lui ritiene di avere maggiori possibilità, non avendo quasi nulla da perdere.
Se ottiene le primarie, ha già vinto la prima battaglia. Se le vince, diventa candidato premier pur guidando il secondo partito della coalizione. Se le perde, resta padrone del Movimento. Se infine il campo largo salta sull’Ucraina o sul riarmo, rivendicherà di non aver tradito le proprie idee.
Schlein rischia molto di più. Perché guida il maggiore partito dell’opposizione e quindi spetta innanzitutto a lei costruire un’alternativa credibile. Ha avuto anche una risorsa che raramente i suoi predecessori hanno avuto: il tempo. La sua permanenza alla guida del Pd è ormai da record. Anni nei quali avrebbe potuto definire le alleanze, fissarne i confini, stabilire le condizioni programmatiche e indicare il metodo per scegliere il candidato premier.
Se il Pd arriverà alle elezioni senza aver risolto nessuna di queste questioni, quel record cambierà significato. Dimostrerà che si può restare molto a lungo alla guida di un partito senza riuscire a dargli ciò di cui aveva più bisogno: una strategia per vincere.
(da agenzie)
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Settembre 8th, 2026 Riccardo Fucile
“L’EUROPA SI E’ STRAVACCATA IN UNA POSIZIONE ATLANTICA, SUBALTERNA AGLI USA. E’ FRANATO IL TERRENO SOTTO I PIEDI”
“Ormai l’Europa è in briciole”. Massimo Cacciari, intervistato dall’Adnkronos, commenta il trionfo di AfD nelle elezioni in Sassonia-Anhalt e il quadro di un’Europa sempre più divisa, che fatica a trovare una voce comune mentre deve confrontarsi con potenze autocratiche, come la Cina o con guide forti come gli Stati Uniti. “Bisogna sperare che cambi un po’ il vento negli Usa e da lì si possa prendere un discorso di relazioni con gli Usa improntato su altri principi”, osserva.
“Bruxelles deve ricordarsi di come era nata l’Europa, sulla base di culture politiche di solidarietà, servizi sociali, assistenza, difesa dei ceti più deboli. Principi che sono nella nostra Costituzione e sono stati abbandonati. E poi politiche autonome. Invece l’Europa si è stravaccata su una posizione atlantica, subalterna agli Usa nel bene e nel male. Ormai l’Europa è in briciole e stanno sfasciando persino Schengen. Torneremo a mostrare i passaporti per andare in Francia o in Spagna. Una catena infinita di errori ha condotto a questo”, afferma ancora.
Per Cacciari, tuttavia, l’avanzata della destra radicale non è un fenomeno improvviso, ma l’esito di un lungo processo. “È un processo che va avanti da quasi un decennio e di cui non si è mai preso sul serio il pericolo. Se fai politiche di destra in tutti i Paesi europei, in quasi tutti i Paesi Ue, come fai a non far crescere un’opposizione di destra? Si è cercato di moderare le politiche di destra, ma alla fine la gente finisce per pensare che hanno ragione quelli di destra-destra. È discorso del c… quello secondo cui vince il moderato. È sempre meglio l’originale della mala copia. Se faccio politiche di destra, do ragione a chi fa politiche di destra e alla fine la spunta la proposta radicale rispetto al compromesso moderato”. Una dinamica che, secondo il filosofo, riguarda anche il centrosinistra. “Temo sia franato il terreno sotto i piedi. Non è una questione italiana, ma europea”.
(da agenzie)
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Settembre 8th, 2026 Riccardo Fucile
FRA GLI ORGANIZZATORI DEL COMITATO C’E’ GIANLUCA PINI, EX DEPUTATO, E ANCORA MEMBRO DEL CONSIGLIO FEDERALE DELLA “LEGA NORD”, STRUTTURA RIMASTA IN VITA PER PAGARE I 49 MILIONI CHE IL CARROCCIO DEVE RESTITUIRE ALLO STATO – LA DISPUTA SULLO STATUTO CHE NASCONDE LA PARTITA POLITICA: LA LEGA NORD È UN SOGGETTO DISTINTO DALLA LEGA PER SALVINI PREMIER E SOPRATTUTTO È ANCORA TITOLARE DELLO STORICO SIMBOLO CON ALBERTO DA GIUSSANO, CONCESSO IN USO AL NUOVO PARTITO
Dopo il primo annuncio, si passa ai fatti: ora, infatti, la battaglia per riprendersi la vecchia
Lega Nord passa anche da un nuovo sito e dalla richiesta dei libri contabile. Da oggi è online comitatofederale.org, la piattaforma attraverso il quale il “Comitato per il Congresso Federale” apre la raccolta delle adesioni alla richiesta di convocare il congresso della Lega Nord per l’Indipendenza della Padania. Informalmente, in questi giorni, sono già state raccolte circa 300 firme. Ma ora l’obiettivo è metterle nero su bianco e soprattutto capire quanti soci ordinari militanti siano pronti a sostenere formalmente l’iniziativa.
Il sito permette infatti di aderire come soci sostenitori, soci ordinari militanti (som) oppure semplici simpatizzanti ed elettori, attraverso la condivisione della propria carta di identità. Ma è la categoria dei “som” quella decisiva nella partita che il Comitato presieduto dall’ex parlamentare Gianluca Pini ha aperto contro l’attuale gestione del vecchio partito, commissariato dal super salviniano Igor Iezzi.
Il motivo sta nell’incrocio tra lo statuto della Lega Nord e il Codice civile. Lo statuto stabilisce che il Congresso federale è l’organo rappresentativo di tutti i soci e deve essere convocato ordinariamente ogni cinque anni. L’ultimo si tenne a Milano il 21 dicembre 2019, quando venne sancita la coesistenza tra la vecchia Lega Nord e la nuova Lega per Salvini premier e l’attività politica venne di fatto trasferita a quest’ultima.
Da allora il vecchio movimento è affidato, per l’appunto, a una gestione commissariale. Di fatto è una struttura dormiente, che sta ripagando il debito con lo Stato dei famosi 49 milioni di euro e alla quale diverse migliaia di persone continuano a destinare il proprio 2 per mille.
Secondo i promotori, comunque, il termine ordinario previsto dallo statuto è ormai ampiamente trascorso. Ma lo statuto non prevede che un determinato numero di firme dei militanti faccia automaticamente scattare il congresso. Qui allora entra in gioco l’articolo 20 del Codice civile, la strada sulla quale il Comitato intende muoversi: la norma prevede che la convocazione dell’assemblea debba avvenire quando ne faccia richiesta motivata “almeno un decimo degli associati” e che, se gli amministratori non provvedono, può essere ordinata dal presidente del tribunale.
Per questa ragione la raccolta firme da iniziativa politica può trasformarsi in battaglia legale. Il problema è stabilire quanti siano oggi i soci della Lega Nord. Lo stesso Pini ha ammesso di non saperlo. (…)
Trecento, dunque, potrebbero essere tante oppure poche. Se i soci fossero 3 mila, sarebbero già sufficienti; se fossero 10 mila ne servirebbero mille. Nel conto utile ai fini dell’articolo 20 non entrano i semplici elettori o simpatizzanti che possono aderire al Comitato: ciò che conta è quanti dei firmatari possano effettivamente qualificarsi come associati della Lega Nord.
Il primo passo formale è stato compiuto il primo settembre, quando la richiesta motivata di convocazione e quella di esibizione dei libri sono state trasmesse ai vertici della Lega Nord. Senza ricevere alcuna risposta, per ora.
Dietro la disputa statutaria resta naturalmente la posta politica. La Lega Nord è un soggetto distinto dalla Lega per Salvini premier e soprattutto è ancora titolare dello storico simbolo con Alberto da Giussano, concesso in uso al nuovo partito. Per questo il congresso non sarebbe soltanto un’assemblea di reduci. Potrebbe ricostituire gli organi del vecchio movimento, eleggere nuovi vertici e riaprire la discussione sulla gestione del suo patrimonio politico e simbolico. È il vecchio guscio della Lega che qualcuno vorrebbe tornare a riempire, senza l’“ingombro” di Salvini.
(da Repubblica)
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Settembre 8th, 2026 Riccardo Fucile
IL GIUDIZIO SU DI LUI SI SALDA CON QUELLO SU DONALD TRUMP. LA STESSA PLATEA CHE PROMUOVE MELONI BOCCIA AL 90,2 PER CENTO LA POLITICA ESTERA DELLA CASA BIANCA. IL 58,5 PER CENTO ASSEGNA A TRUMP ADDIRITTURA IL VOTO MINIMO… ANCHE SALVINI NELLA LISTA DEI CATTIVI. GIORGETTI, INVECE, E’ IL PORTAVOCE NATURALE DELLA DESTRA PREFERITA DALLA PLATEA DEL FORUM AMBROSETTI CON IL SUO PRAGMATISMO DISTANTE DAI TONI TRIONFALI DI PALAZZO CHIGI
Poi c’è la destra che Cernobbio ha deciso di invitare perché non si può fingere che non esista: Roberto Vannacci. Sabato al generale è stato concesso il salotto dell’establishment, uno dei passaggi che certificano la sua normalizzazione politica.
Ma appena si è seduto al tavolo, quel salotto gli ha girato le spalle. Il vecchio Mario Monti è stato sommerso di applausi, mentre pronunciava un attacco insolitamente chiaro ed efficace: nel programma e nei discorsi di Vannacci – ha detto l’ex premier – non vede necessariamente la ricostituzione del partito fascista, ma qualcosa di più subdolo. “Trovo in lei la ricostruzione della narrativa, della retorica, dello spirito del fascismo”. Il generale ovviamente ha respinto l’accusa, ma la platea aveva già scelto da che parte stare. Il bollino poi lo ha messo Emma Marcegaglia, ex presidente di Confindustria: “Vannacci è impreparato a governare”.
Altre voci influenti: Renato Mazzoncini, amministratore delegato di A2a, lo ha giudicato poco concreto quando si è misurato con il dossier energetico; Pier Carlo Padoan, ex ministro dell’Economia e oggi presidente di Unicredit, ha invece speso parole di apprezzamento per Monti. Il risultato del duello è stato abbastanza insolito per questi tempi (e significativo della bolla in cui vive il meeting sul lago): l’ex tecnico, mai un campione di carisma, trasformato in beniamino della sala, il tribuno lasciato quasi solo sul palco
Ieri, all’ora della colazione, la scena che completa il quadro: Vannacci va incontro a Matteo Salvini, il leader della Lega prova a restare defilato e alla fine ricambia una stretta di mano gelida, quasi d’ufficio. Due destre che pochi mesi fa stavano nello stesso partito e ora si contendono lo stesso elettorato. La sentenza di Cerobbio, per ora, è che Vannacci è troppo importante per essere escluso, ma non abbastanza potente per essere accettato.
E il giudizio su di lui si salda con quello su Donald Trump. La stessa platea che promuove Meloni boccia al 90,2 per cento la politica estera della Casa Bianca. Il 58,5 per cento assegna a Trump addirittura il voto minimo, 1. Per l’establishment riunito sul lago, insomma, la destra va benissimo finché garantisce ordine, Europa e prevedibilità. Quando prende la via del nazionalismo muscolare e delle sparate identitarie, l’applauso si spegne.
Infine c’è Giancarlo Giorgetti, che a Cernobbio sembra quasi il portavoce naturale della destra preferita da quella platea. Il ministro dell’Economia ha stilato il bilancio del governo con una metafora assai meno trionfale di quelle care a Palazzo Chigi: “Non abbiamo fatto i fenomeni, ma la barca è rimasta in galleggiamento”.
Rivendica una crescita acquisita dello 0,8 per cento, forse vicina all’1, e soprattutto la credibilità conquistata sui mercati. Qui comincia il regolamento di conti con Salvini. Il leader della Lega chiede più deficit e nuovi soldi dalle banche. Giorgetti risponde che più deficit non produce automaticamente più crescita, cita la Francia e ricorda che ogni quattordici giorni l’Italia deve vendere Btp e convincere qualcuno a prestarle denaro. Quindi rivendica la sua specie politica: “Sono un sovranista pragmatico”. E precisa che si può essere sovranisti “sparandole grosse” oppure “facendo i fatti”. Salvini non viene nominato, ma neppure serve.
(da “il Fatto quotidiano”)
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Settembre 8th, 2026 Riccardo Fucile
LA SCHIACCIATA CONTRO VANNACCI: “CHI NEGA CHE L’ITALIA POSSA ESSERE UN PAESE MULTIETNICO GRAZIE ALLE DONNE DEL VOLLEY HA UN ARGOMENTO IN MENO”
C’erano una volta un’ivoriana, una russa, una tedesca, una sarda; e tutte erano italiane. In
panchina, un favoloso argentino. E c’era una ragazza nata a Cittadella da un camionista e un’infermiera nigeriani, che chiamarono sua sorella Angela, suo fratello Andrea, e lei Paola.
Certo, in un mondo ideale non ci sarebbe bisogno di ricordare che la nostra splendida Nazionale di volley femminile è figlia e modello di integrazione. Ma siccome si deve raccontare il mondo com’è, non come vorremmo che fosse, di questi tempi è invece importantissimo notare come l’Italia della pallavolo sia un mosaico di storie, di radici, di identità che hanno creato una delle più grandi squadre di sempre.
Se nella finale di ieri le azzurre avessero battuto le turche nel catino infernale di Istanbul, sarebbe stata davvero un’impresa storica. Una vittoria agli Europei avrebbe segnato una tripletta straordinaria, dopo l’oro olimpico di Parigi 2024 e la vittoria mondiale del 2025, proprio contro la Turchia. Non è andata così, l’Italia ha perso al quinto set dopo aver dominato i primi tre, e gettato via il secondo.
Oltre al condizionamento del pubblico, è mancato qualcosa. Velasco saprà porre rimedio. Rimane una grande storia sportiva. E non solo perché Paola Egonu è stata il principale bersaglio dell’invettiva xenofoba grazie a cui l’uomo nuovo della politica italiana (così siamo messi) ha ottenuto la sua notorietà.
In realtà, Paola è nata in Italia, è profondamente italiana ed è oggi la numero 2 del volley mondiale; essendo la numero 1 la turca Melissa Vargas, che viene da Cuba e a cui Erdogan — che non è meno sovranista dei nostri — si è affrettato a dare la cittadinanza, consegnandole di persona il passaporto.
Anche l’erede naturale di Egonu, Merit Adigwe, è nata in Italia, a Crema, da genitori nigeriani. Sarah Fahr è figlia di uno skipper tedesco e parla con l’accento toscano dell’isola d’Elba dove è cresciuta. Ekaterina Antropova è nata in Islanda da genitori russi. La vera leader della squadra, Myriam Sylla, è nata a Palermo da genitori ivoriani e cresciuta a Valgreghentino in provincia di Lecco.
La capitana però è Anna Danesi, bresciana, un metro e 96, fortissima, dolcissima: ha portato la fiaccola a San Siro all’inaugurazione dell’Olimpiade di Milano-Cortina, l’ex direttore di Raisport sciaguratamente improvvisatosi telecronista derubricò lei e Simone Giannelli, capitani delle Nazionali di volley campioni del mondo, alla voce «altri tedofori». Alessia Orro è stata premiata pure a Istanbul, per l’ennesima volta, come migliore palleggiatrice del torneo; purtroppo non ha potuto sventolare la bandiera dei quattro mori, con cui aveva festeggiato l’oro olimpico rivendicando l’identità sarda accanto a quella italiana.
Il più italiano di tutti è forse il tecnico argentino di padre peruviano, Julio Velasco. Personaggio leggendario, salvatosi dai torturatori che spensero la vita di suo fratello, arrivato in Italia nel 1983, demiurgo della grande squadra maschile che vinse per la prima volta il Mondiale e della grandissima squadra femminile che ha dato all’Italia il primo oro olimpico.
Abituato a esercitare il potere sulle anime, il ct ha trasmesso calma fino all’ultima palla della finale, e ha saputo trovare le parole giuste per inserire l’argento di ieri in un percorso che ha come meta Los Angeles 2028. Perché la pallavolo è ormai una sorta di sport nazionale ombra. Il più praticato e il più seguito dalle donne. Una vera e propria scuola: sono italiani l’allenatore della Turchia campione d’Europa e della Polonia semifinalista.
Aldo Cazzullo
per corriere.it
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Settembre 8th, 2026 Riccardo Fucile
I DUE ASPETTI LEGISLATIVI SU CUI INTERVENIRE SONO L’ELIMINAZIONE DELLA DEFISCALIZZAZIONE DEL SECONDO PILASTRO DEL SISTEMA SANITARIO E LA RIDEFINIZIONE DEL PRIVATO ACCREDITATO
Salvare il sistema sanitario pubblico è priorità etica, tutela della democrazia e opportunità politica. Gli italiani capiscono finalità e modalità del degrado indotto del Sistema sanitario nazionale (Ssn): arrivare alla privatizzazione passando da continui favori al privato e sfregi al pubblico. Un sondaggio mirato confermerebbe ciò che si rileva parlando con malati e familiari: consapevolezza delle cause e disponibilità di supportare forze che, pur politicamente lontane, credibilmente dimostrino la volontà primaria di salvare il Ssn. Un grande capitale politico pronto a essere impiegato.
Il sistema è su un piano inclinato: senza svolte precise il collasso è inevitabile. Ecco i passaggi legislativi chiave che unitamente ad altri meccanismi di sfregio della sanità pubblica hanno trasformato in un colabrodo la diga che il monopolio del pubblico esercitava sul diritto naturale alla salute. Dopo De Lorenzo (1992) nel 1999 vi è un passaggio fondamentale con Bindi che integra i fondi integrativi con quelli sostitutivi.
Nel 2009 il Dm Sacconi/Berlusconi (rinforzato dal Jobs Act) fonda il secondo pilastro sanitario (simile a quello che sta disastrando il sistema sanitario Usa) creando il fondo sostitutivo con deduzione fiscale fino a 3.600 euro. Balduzzi (2012) taglia i posti letti nel pubblico del 22 per cento (3,1 per mille abitanti contro una media Ocse del 4,3) aumentando quelli del privato convenzionato. Permettendo una mutualità sostitutiva e non semplicemente integrativa lo Stato finanzia sistema pubblico e concorrente privato con la creazione di un fallimentare “welfare on demand”.
Il sottofinanziamento del Ssn fino a scendere attorno al fatidico 6 per cento del Pil è stata scelta di quasi tutti gli ultimi governi eccetto il Conte 2 col 7,5 per cento (incremento reale del 5,5). Su un totale di 190 miliardi impiegati per la sanità, 46 sono out of pocket (maggiori del 20 per cento dei paesi Ocse) e 6,8 miliardi per fondi sanitari (17 milioni di iscritti in oltre 320 fondi) con incredibili costi di gestione (superiori al 30 per cento). I restanti 138 miliardi dei fondi pubblici sono divisi fra strutture pubbliche e private convenzionate (questi ultimi in crescita costante, oltre il 45 per cento in alcune regioni). Le diverse politiche regionali hanno svelato che era pretesa da mosca cocchiera guidare il fenomeno senza deragliare verso la privatizzazione.
Per bloccare il machiavellico meccanismo di svuotamento della sanità pubblica non basta chiedere più soldi galleggiando sopra il 6 per cento del Pil (soglia minima stimata per mantenere in vita un sistema universalistico e che, certifica Gimbe, abbiamo già sfiorato nel 2025): lasciare il sistema intatto vuol dire riproporre ciclicamente e in maniera crescente la crisi attuale.
Occorre cambiare paradigma. Alla sanità malata serve la cura del pubblico. I due aspetti legislativi più importanti sui quali intervenire sono l’eliminazione immediata della defiscalizzazione del secondo pilastro sanitario (decreto Sacconi) e la progressiva e seria ridefinizione del privato accreditato istituito dalla legge Bindi in un range di proposte che preveda, al minimo, la chiusura totale della sua componente sostitutiva sino al massimo di chiusura tout court (e riassorbimento del personale).
I due sistemi sanitari pubblico e privato non si equivalgono. Vi è una chiara superiorità del pubblico in termini di maggiore efficacia di salute e di minor costo. Questa realtà contrasta la narrazione che da molto tempo si cerca di inculcare negli italiani e che cioè efficienza e qualità stiano nel privato e che il pubblico non sia più sostenibile economicamente.
Il governo dell’economia domina la politica: partiti diversi ma stesse politiche improntate alla contrazione del welfare, alla privatizzazione ed oggi ad un riarmo sconsiderato, magari pretendendo che gli italiani paghino in silenzio oltre il 50 per cento di tasse e poi si paghino direttamente la sanità. Insostenibile non è il costo del sistema pubblico ma il costo del privato pagato dal pubblico.
Le esperienze di privatizzazione del liberismo (anglosassone ma non solo) certificano l’aumento globale dei costi (perfino potente meccanismo di creazione di lavoro povero) ma ridotta aspettativa di vita. Altre potenzialità a favore del privato: profilazione sanitaria di popolazione e individuale con esternalizzazione di dati sanitari massivi e obbligo di attivazione del Fascicolo sanitario elettronico. Sarà semplice rendere questi dati disponibili alle assicurazioni adducendo necessità superiori di salute. Per rimettere in bolla il sistema occorrerà poi ripensare al rinnovo epistemologico fra medicina e sanità.
(da editorialedomani.it)
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