SCARSA COESIONE E CONTRASTI SULLA LEADERSHIP, IL 45% DEGLI ELETTORI DEL CAMPO LARGO E’ SCETTICO GRAZIE ALLE CONTINUE POLEMICHE TRA ALLEATI: ALTRO CHE DISARMO, SONO DISARMANTI LORO
SE SCHLEIN VINCESSE LE PRIMARIE IL M5S PERDEREBBE 2 PUNTI, LO STESSO CAPITEREBBE AL PD SE LA SPUNTASSE CONTE… L’INCAPACITA’ DI AGGREGARE NUOVI CONSENSI , COMPATTARE L’AREA E APRIRE A UNA TERZA CANDIDATURA RAPPRESENTATIVA DI TUTTI PORTERA’ ALLA SCONFITTA… NEI PROSSIMI MESI LA MAGGIORANZA RECUPERERA’ PARTE DEI VANNACCIANI E NON NE AVRA’ BISOGNO PER VINCERE… DALL’ALTRO LATO I DUE TAFAZZIANI CONTINUANO A DISCUTERE SULLE REGOLE, SULLA PACE E SU CHI E’ PIU’ TRASFORMISTA TRA CONTE E RENZI
Il centrosinistra è unito nei numeri, ma non ancora nelle convinzioni. Le simulazioni delle intenzioni di voto sulle leadership di Schlein e Conte fanno emergere il vero nodo politico dell’alternativa a Meloni. C’è un dato che, più di altri, merita attenzione nel sondaggio Only Numbers realizzato per Porta a Porta, perché mette in luce il tema della coesione. Alla domanda se la coalizione di centrosinistra progressista del Campo largo sia oggi unita e coesa, il 44,7% dei suoi elettori risponde negativamente, contro il 41,7% che invece esprime un giudizio positivo. Una distanza di tre punti che racconta una difficoltà politica tutt’altro che marginale.
Tuttavia, il dato diventa ancora più interessante quando si passa dalla percezione generale alle convinzioni degli elettori dei singoli partiti. Tra i sostenitori del Partito Democratico, il 45,5% non considera la coalizione unita e coesa, mentre il 39,3% lo pensa. Tra gli elettori del Movimento 5 Stelle, invece, prevale, seppure di misura, la valutazione positiva con il 45,3% che si espone sul “sì” e il 40,6% sul “no”. Questa è una fotografia che suggerisce una prima riflessione dove il Campo largo non deve soltanto convincere i cittadini della propria esistenza, ma deve prima di tutto rassicurare una parte dei suoi stessi elettori che si sentono oggi smarriti. Il tema non sembra essere soltanto quello dell’unità organizzativa, ma anche quello delle divergenze all’interno della coalizione.
Qui il quadro è ancora più significativo perché il 43,8% dell’elettorato di centro sinistra risponde che non bastano solo le ricche affermazioni che inneggiano alla velocità di preparazione del programma, inoltre, quasi un elettore su cinque (18,7%) non sa esprimere una valutazione. Tra gli elettori del Movimento 5 Stelle il dato è particolarmente rilevante, perché soltanto il 26,6% ritiene che siano state superate le divergenze tra le linee dei diversi partiti, mentre il 39% esprime un giudizio negativo e il 34,4% non prende posizione.
Tra gli elettori del Partito democratico emerge un quadro altrettanto significativo, con il 42% dei propri elettori convinto che le divergenze all’interno della coalizione siano state superate e una quota identica che ritiene invece il contrario. A colpire sono proprio i dubbi sulla coesione del Campo largo che attraversano anche il partito che ne rappresenta il principale perno. È difficile leggere questi numeri come la fotografia di una coalizione che abbia già risolto i propri nodi politici, sembrano piuttosto descrivere un’alleanza ancora in cerca di una sintesi riconoscibile.
Elly Schlein ha sostenuto che il programma del Campo largo potrà essere costruito rapidamente perché una parte importante del lavoro è già stata fatta in Parlamento e sui territori. Questo è un argomento che richiama esperienze concrete di collaborazione, tuttavia, il sondaggio fa emergere un dubbio importante, perché il lavoro comune su singoli temi non sembra essere sufficiente da solo a garantire una visione condivisa del Paese.
Una coalizione può trovare convergenze sul salario minimo, sulla sanità pubblica, sul lavoro e sulle politiche sociali, più complesso è trasformare queste convergenze in un progetto politico unitario, soprattutto quando restano differenze sulla politica estera, sulle alleanze internazionali, sulle politiche industriali e sul rapporto tra riformismo e opposizione al sistema.
Il punto, quindi, non è negare il lavoro comune che è stato fatto, ma è capire se quel lavoro abbia già prodotto una vera identità politica condivisa oppure se il Campo largo o progressista sia ancora soprattutto una formula elettorale alla ricerca del proprio equilibrio.
È a questo punto che assumono particolare rilievo le simulazioni sulle intenzioni di voto che confrontano Giorgia Meloni con un centrosinistra guidato da Elly Schlein e con uno guidato da Giuseppe Conte. Secondo i risultati del test il cambio di candidato alla guida della coalizione produce effetti differenti sui due principali partiti dell’alleanza: con Conte premier si registrerebbe una perdita di circa 2 punti percentuali per il Partito democratico, mentre con Schlein premier la stessa flessione riguarderebbe il Movimento 5 Stelle.
Questo è un passaggio interessante perché suggerisce che la scelta del leader non sia una semplice questione di nomi, ma possa modificare gli equilibri interni alla coalizione. A questo punto, il nodo centrale diventa quello della leadership del Campo largo, tra la capacità di mobilitare il proprio elettorato di riferimento e quella di costruire una sintesi più ampia tra culture politiche differenti. Le due dimensioni, infatti, non coincidono necessariamente. Un candidato può rafforzare il consenso attorno alla propria area politica e, allo stesso tempo, incontrare maggiori difficoltà nel tenere insieme gli altri alleati. Al contrario, una leadership può risultare più accettabile per le diverse componenti della coalizione senza riuscire, automaticamente, a trasferire il proprio consenso a tutti i partiti che la compongono.
È questa la contraddizione che il centrosinistra è chiamato ad affrontare: individuare una leadership riconoscibile, capace di rendere la coalizione un’alternativa credibile, senza compromettere l’equilibrio tra le diverse forze politiche che la compongono.
La sfida riguarda tanto Elly Schlein, chiamata a dimostrare che il Partito democratico può essere il perno di un progetto più ampio senza imporre la propria identità agli alleati, quanto Giuseppe Conte, che dovrebbe riuscire a superare i confini del consenso del Movimento 5 Stelle senza indebolire le altre componenti della coalizione. Non è una questione che si risolve con una semplice dichiarazione di unità o con l’annuncio delle primarie.
Queste ultime possono individuare un candidato, ma non sostituiscono il lavoro necessario a definire un programma, stabilire regole condivise e individuare un compromesso politico tra le diverse forze della coalizione. Né garantiscono che gli elettori dei partiti sconfitti nella competizione interna si riconoscano automaticamente nella candidatura vincente. La vera sfida del Campo largo, o «Campo progressista», come lo definisce Giuseppe Conte, resta dunque quella di trasformare una somma di forze politiche in un progetto di governo condiviso. Perché la coesione non si misura soltanto nella volontà di stare insieme, ma nella capacità di costruire una visione comune del futuro del Paese e di dimostrare agli elettori che quell’alleanza è in grado di governare l’Italia.
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