LA BIZZARRIA DI UN PREMIER CHE DECIDE DA SE’ LA RIFORMA PER RAFFORZARE IL PREMIER
COME MELONI PRESENTA UNA RIFORMA IN CUI TRA LEI E IL POPOLO SCOMPAIONO QUIRINALE E PARLAMENTO
Giorgia Meloni non è la prima, e probabilmente non sarà l’ultima, a
ripercorrere il cammino, peraltro il più vecchio del mondo, su cui parecchi sono già inciampati, tra bicamerali fallite e bocciature referendarie: l’idea che, una volta chiamati a governare, si debba mettere su il grande circo delle riforme, che fa molto “statista”, accompagnato da una certa pomposità sulla “rivoluzione da compiere”, la transizione da chiudere, la “Terza Repubblica” da fondare.
Quella postura da “anno zero”, esibita anche nella conferenza stampa di oggi, per cui prima c’è lo sfascio e ora l’occasione per la palingenesi. Insomma, sempre meglio che parlare di tutto ciò che non va nel governo: una rivoluzione promessa in luogo di una rivoluzione mancata.
La via della Terza Repubblica è lastricata di tentativi andati a vuoto, anche di gente che maneggiava meglio la materia. La novità, a questo giro, sta nel “come” e nel “che cosa” della proposta, sfavillante esempio di populismo da far studiare nei manuali, in cui modalità e contenuti, merito e metodo si spiegano a vicenda e fanno una “narrazione”. Partiamo dal soggetto: il governo è il governo di un capo che va avanti a colpi di decreti e fiducie, pure sulla cabina di regia sul Piano Mattei (si ravvisa la necessità e urgenza, ma non ci sono soldi e contenuti), composto da comprimari, senza una dinamica politica reale.
Esso vara, e siamo all’oggetto, un disegno di riforma che sancisce formalmente la democrazia di un capo, dove l’unica cosa che conta è l’elezione diretta del premier, non la coerenza complessiva dell’architettura. C’è il leader e c’è il popolo. Tutto ciò che è in mezzo è un impiccio, dal Parlamento al capo dello Stato, con cui evidentemente si creano le premesse di un conflitto istituzionale permanente, tra una figura legittimata dal voto popolare e l’altra dal voto parlamentare. Un pasticcio.
In nessun paese al mondo, dove c’è un’elezione diretta, non viene contestualmente stabilito se è a turno unico e ballottaggio o quale sia il limite dei mandati.
Riguarda la forma delle istituzioni ma, dice la premier con la stessa leggerezza con cui si usa il telefono a palazzo Chigi, il ballottaggio o meno si vedrà quando si parla di legge elettorale, che con la forma di governo non c’azzecca nulla.
E in nessun paese al mondo c’è una norma, per cui, se il premier si dimette, è previsto l’obbligo di nominare un altro esponente della stessa maggioranza che debba eseguire lo stesso programma, concetto buono per la propaganda, meno per la dinamica reale: un eventuale successore di Giorgia Meloni, dovrebbe fare o no i blocchi navali presenti nel programma e su cui ha cambiato idea?
Quel che conta, ad ogni evidenza, non è il funzionamento ma come siffatto capolavoro viene presentato, l’effetto “manifesto politico”, nutrito di ossessione leaderistica: il governo di un capo, forte del suo rapporto col popolo, vara a maggioranza, senza uno straccio di confronto con le opposizioni, un progetto di democrazia plebiscitaria, e lo presenta, appunto, senza mediazioni.
Anche qui: c’è lui (in questo caso lei) e il popolo nella campagna referendaria. Non il Parlamento, e infatti in conferenza stampa la premier lancia già la crociata del referendum: chi ci sta bene, sennò ci vediamo nelle urne. Propone disintermediazione e pratica disintermediazione. Le riforme non come costruzione costituente, da realizzare insieme agli altri perché le regole del gioco riguardano tutti, ma come clava contro gli avversari, usando tutto l’armamentario antipolitico e populista: gli “inciuci”, le “maggioranze arcobaleno”, i “governi tecnici”.
Piuttosto ardito pensare che, su questo schema plebiscitario, si possa separare, come auspicato da Giorgia Meloni, l’esito delle riforme, che per questa modalità hanno già il referendum incorporato, dal governo. Se si vota su un capo, che al tempo stesso governa e chiama il plebiscito sulle riforme, si vota su un capo, punto. Inevitabile l’intreccio dei due piani.
Dicevamo, la narrazione populista, sta proprio nel rapporto tra la realtà e la rappresentazione. Come le norme sui rave party non servono a governare il problema della sicurezza, né i centri per l’accoglienza servono a governare il fenomeno migratorio ma sono solo bandiere securitarie, questo non è un disegno di riforma compiuto, ma anch’esso una bandiera che segnala uno scarto e uno scalpo sul terreno più importante, quello della “Repubblica nata dalla Resistenza”.
Non c’è la grande rupture presidenzialista che avrebbe avuto una sua organicità, ma comunque l’impianto “made in Italy”, per gli eredi del polo escluso, estranei a quel patto fondativo, è sufficiente a tenere viva la propria alterità. Elemento questo vitale per Giorgia Meloni: preservare, mentre governa, l’ostentata diversità identitaria e il racconto anti-sistema. Anzi più aderisce al sistema nella struttura, più il resto diventa il terreno di un recupero identitario attraverso incursioni ove possibile. Non sarà una rivoluzione, ma non è poco.
(da Huffingtonpost)
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