Giugno 8th, 2026 Riccardo Fucile
IL MOSSAD E’ ANDATO OLTRE MA ALLA CASA BIANCA HA SEMPRE AVUTO ORECCHIE
Una cosa colpisce in questo sfiancato 2026, in questo precoce esalare dell’ennesimo anno “in agony”, tra massacri concretissimi e teoriche dichiarazioni dei diritti: fa scandalo, si grida al tradimento per la notizia che il Mossad, questo polipo tenace paziente prensile, spia gli Stati Uniti. Sì, gli Stati Uniti. I Servizi israeliani, con armeggi oscuri, mettono il naso (perfino?!) negli sgangherati segreti dell’amico Trump. A cui Netanyahu ha promesso la massima patacca prevista dallo Stato ebraico per premiare l’alleato perfetto.
I morti, colpevoli ma soprattutto innocenti, si ammonticchiano grazie anche a questo crocicchio spionistico di doppi fondi, bugie, inganni, sfregi al codice penale noto confidenzialmente come “l’Istituto”, che ormai mette ovunque, nette e allucinanti, le sue impronte digitali vantandosene. Vi par strano che tradisca perfino le Tavole dell’intoccabile Canone occidentale? Ogni alleanza ha i suoi guai.
Suvvia! Che ipocriti. Applaudiamo con dionisismi fiumani, dal 1948, a ogni omicidio mirato domestico e in trasferta, vera pietra d’altare nei riti dei solerti cucinatori di questo genere di pietanze criminali. Le diramazioni da tela di ragno ci incantano come le esibizioni di tracotanza impunita di questi accreditati piromani della guerre sporche. Gli escamotage efficacissimi, dal telefonino bomba per Hezbollah fino ai borgiani cioccolatini al topicida riservati a quelli dell’Olp, sono passati in mille libri e articoli come gustosa leggenda.
Quando i pensionati del Mossad, con la consueta transustanzazione, trovano ufficio e stipendio nelle agenzie della cosiddetta Sicurezza a tutti i costi o nelle aziende locali dell’high tech spionistico, non sono forse le democrazie mature, compresa l’Italia, i migliori clienti di questi gioiellini che servono a tener d’occhio soprattutto sudditi pericolosi? Al Pentagono, poverini, si indignano perché il Grande Fratello israeliano è negli States a «un livello critico» di intrusione e che le conversazioni del catastrofico negoziatore per il Vicino Oriente Witkoff e del gran muftì del Pentagono Colby non hanno segreti per il Mossad. I “karsa”, i suoi reclutatori, si sa hanno gusto nello scegliere i collaboratori.
Giochiamo a carte scoperte: chi è amico nella visione israeliana del destino? Nessuno. Chi è nemico? Tutti. Perché mai Netanyahu, impegnato a edificare una zona di sicurezza silenziosa come un cimitero dal Mediterraneo alla Via della seta, dovrebbe fidarsi di un tipo come Trump e della sua banda di trafficoni prestati alla politica internazionale da una delle frequenti battute a vuoto della più grande democrazia della Storia?
Con l’Iran e a Gaza e in Libano, tutti posti dove il viver ormai disossa, qualsiasi quiete perduta, polverizzati perfino gli habitués del bel tempo andato, Israele gioca una partita ben diversa da quella di Trump. Lo ha fatto scivolare nella guerra con i Pasdaran. Che rischia di far finire al museo la onnipotenza americana. Ma la acrobazia più complessa è quella di tenerlo ben avviluppato nella rete fino a quando tutti gli scopi di Israele saranno raggiunti. Trump è certamente più amico, e complice, dei presidenti che lo hanno preceduto; ma chi garantisce lo Stato ebraico dalle contorsioni imprevedibili dei suoi piani monumentalmente ambiziosi e fallimentari? Chi garantisce che lo scombinato Mabuse di Mar-a-Lago domattina non decida davvero di stringer la mano alla Guida suprema che fino a un’ora prima garantiva di aver sbriciolato con una bomba di cinquemila chilogrammi? Il profumo di un buon affare, di un succulento contratto petrolifero gli può offrire la più profonda consolazione e voilà, l’Iran può risorgere dalla età della pietra al miracolo trumpiano dell’arricchiamoci… Con lui visibilità zero come su una autostrada ingessata dalla nebbia. Quindi meglio prender precauzioni.
La sanno lunga a Gerusalemme di come si fa in fretta a smontare le impalcature geopolitiche delle eterne amicizie. Basta consultare la panciuta lista degli alleati “indispensabili’’ degli Stati uniti, dai vietnamiti agli afgani, sacrificati alla elasticità di questi rapporti speciali. Una pièce già nota dunque.
Allora cosa c’è di più utile per sopravvivere che sapere in anticipo le idee che questi strampalati diplomatici fai da te portano nelle valigette quando telefonano dai loro jet privati in comodo viaggio verso sterili negoziati da premio Nobel? Queste, spiare soprattutto gli amici, son cose che si fanno, lo si certifica in proverbio, senza dirle. Il nasconderle anzi è la condizione per farle. Un gioco da ragazzi per chi riuscì ad arruolare, per anni, il fedelissimo ma avido autista di Arafat, Kasim, che inviava al «nemico sionista» densi rapporti quotidiani sulle attività lecite e illecite del raiss. Si dimenticarono di avvertirlo (ma fu davvero sbadataggine?) che anche grazie ai suoi rapporti avrebbero bombardato il quartier generale palestinese a Tunisi. La “fonte” ci rimise, per sua fortuna, solo una gamba.
E poi è imbarazzante ritornarci, ma è utile. Scomodo ma necessario. A Washington hanno memoria labile e ritrosa se non ricordano Jonathan Jahy Pollard, analista dei servizi segreti della Us Navy che trasferiva materiale top secret ai suoi datori di lavoro di Gerusalemme per 2.500 dollari al mese. Verrebbe da dire: a costo basso. Quando lo scoprirono, nel 1985, chiese, troppo tardi, asilo alla ambasciata israeliana. Il nome dell’ambasciatore dell’epoca che trattò la pratica ? Benjamin Netanyahu! Per tirarlo fuori dall’ergastolo americano, nel frattempo, gli concessero la cittadinanza onoraria e offrirono scuse formali agli Usa: «Spiare gli Stati Uniti è in totale contraddizione con la nostra politica. Tale attività è sbagliata». «Nelle
proporzioni raggiunte», si precisava. Ammissione postuma in cui «le proporzioni» significava non rinunciare a spiare ma evitare in seguito di farsi scoprire. La segretissima sezione americana del Mossad si chiama “Al”, ovvero «al di sopra». Di tutto. Appunto.
(da La Stampa)
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Giugno 8th, 2026 Riccardo Fucile
QUANTO CONTANO LE LEGGI ELETTORALI
«I sistemi elettorali sono lo strumento più manipolativo della politica», sosteneva il
celebre politologo Giovanni Sartori. Ma allora quanto conta davvero la legge elettorale su chi vince le elezioni, visto che negli ultimi 33 anni l’abbiamo cambiata quattro volte e adesso si va verso la quinta? Per capirlo occorre comprendere il meccanismo che trasforma il nostro voto in seggi in Parlamento. Da quella formula dipendono due cose: la rappresentanza, cioè quante e quali forze politiche entran
in Parlamento, e la governabilità, cioè fare in modo che dalle urne esca una maggioranza solida in grado di formare un governo che duri i cinque anni per i quali è stato eletto. In Italia trovare l’equilibrio tra le due logiche si è rivelato molto difficile. Secondo i politologi Nicola Pasini (Statale di Milano) e Marta Regalia (Università del Piemonte Orientale di Alessandria) la legge elettorale dovrebbe dare potere agli elettori e «spingere i partiti a presentare all’opinione pubblica coalizioni pre-elettorali chiare così che i cittadini possano esprimere una scelta di indirizzo altrettanto chiara». Invece chi scrive le regole del gioco cerca di costruire le formule che ritiene più favorevoli al proprio partito guardando ai risultati elettorali passati o ai sondaggi.
Rappresentanza contro governabilità
In un sistema proporzionale ogni partito ottiene seggi in proporzione ai voti e il Parlamento riflette tutte le sensibilità politiche del Paese. Questo però non garantisce la governabilità perché può portare a coalizioni ampie, eterogenee e instabili. Al contrario, assegnare singoli seggi nei collegi elettorali a chi prende anche solo un voto in più, oppure garantire un premio di maggioranza al partito o coalizione che vince, può portare a governi stabili. Almeno sulla carta. Perché, come vedremo, ci possono essere delle sorprese!
La Prima Repubblica
Dopo il fascismo l’Italia, per evitare gli errori del passato, sceglie un modello che faccia contare tutti. Nella cosiddetta Prima Repubblica per 45 anni c’è una sola legge elettorale, se si esclude la cosiddetta «legge truffa» del 1953 che prevedeva
un premio di maggioranza mai scattato e rapidamente abolita. Il cittadino sceglie un partito e può indicare fino a tre o quattro preferenze per i candidati di quella lista: i seggi vanno ai partiti in proporzione ai voti e ai candidati secondo le preferenze. Dopo il voto i partiti si mettono d’accordo e indicano al Capo dello Stato il Presidente del Consiglio. Risultato: massima rappresentatività, ma tanti partiti che rendono instabile il governo. Dal 1948 al 1994 si succedono 47 governi, con una durata media di 355 giorni.
Il Mattarellum (1993)
Nel 1993, per avere più stabilità, si cambia con il Mattarellum: il 75% dei seggi vanno a chi prende anche solo un voto in più nei collegi sparsi sul territorio, e il 25% viene distribuito in proporzione ai voti. Il cittadino non può esprimere preferenze: il partito o la coalizione scelgono il candidato che nei collegi sfida gli altri. La gara diventa tra due schieramenti, ma i piccoli partiti restano decisivi e hanno potere di ricatto: nel 1994 la Lega di Umberto Bossi all’8,4% fa cadere il governo Berlusconi I, e nel 1998 Rifondazione Comunista di Fausto Bertinotti all’8,5% fa cadere il governo Prodi I. In 12 anni 8 governi della durata media di 423 giorni, ad esclusione del Berlusconi II rimasto in carica 1.412 giorni.
Il Porcellum (2005)
Nel 2005 arriva il Porcellum e si torna al proporzionale con i candidati eletti in base all’ordine scelto dai partiti in liste bloccate. Gli elettori scelgono il partito, ma i nomi degli eletti li decidono i partiti. C’è però un premio: alla Camera il 55% dei seggi alla coalizione più votata, mentre al Senato il bonus scatta regione per regione
garantendo anche qui il 55% dei seggi alle coalizioni più votate. I numeri però mostrano come la stessa legge possa portare a risultati opposti. Vediamoli.
Stessa legge, esiti diversi
Nel 2006 l’Unione di Romano Prodi prende il 49,81% e la Casa delle Libertà di Berlusconi il 49,74%. Uno scarto quasi nullo, ma grazie al premio l’Unione ottiene 348 seggi alla Camera contro 281. Al Senato, invece, finisce quasi pari: 158 a 156, una maggioranza fragilissima.
Nel 2008 il Popolo delle Libertà e la Lega hanno il 46,81% contro il 37,55% di Pd e Italia dei Valori. Il vantaggio si trasforma in una valanga di seggi: alla Camera 344 contro 247, al Senato 174 contro 134.
Nel 2013 Italia Bene Comune di Pier Luigi Bersani prende il 29,55%, il Popolo delle Libertà il 29,18% e il M5S il 25,56%. Alla Camera scatta il premio e Italia Bene Comune ottiene 345 seggi contro i 126 del centrodestra e i 109 del M5S. Al Senato invece nessuno ha i numeri per governare con 123 a 118 e il M5S a 54. Nasce un governo di larghe intese che nessuno avrebbe mai immaginato. Sta di fatto che tra il 2006 e il 2018 ci sono 6 governi con una media di 724 giorni, conteggiando il record di Matteo Renzi di 1.024 giorni.
La Consulta e l’Italicum (2015)
Nel 2014 la Corte costituzionale boccia il Porcellum perché il premio di maggioranza scatta senza che ci sia una soglia minima di voti e le liste bloccate sono troppo lunghe: la convinzione della Consulta è che il premio di maggioranza senza una percentuale minima di voti faccia perdere rappresentatività al Parlamento
e le liste bloccate sfavoriscano un rapporto diretto tra elettori ed eletti. Segue l’Italicum, voluto da Matteo Renzi nel 2015: proporzionale con premio di maggioranza, ma solo se viene raggiunto il 40% dei voti, altrimenti si va al ballottaggio tra i due partiti più votati. Torna un po’ di potere ai cittadini perché solo il nome del capolista è bloccato, mentre gli altri vengono eletti in base alle preferenze. Ma anche l’Italicum viene bocciato dalla Corte costituzionale.
Il Rosatellum (2017)
Dal 2017 si vota con il Rosatellum: il 37% dei posti vanno a chi prende anche solo un voto in più nei collegi e il 63% viene diviso in proporzione ai voti dei partiti. Nessuna possibilità di esprimere preferenze. Nel 2018 il centrodestra prende il 37%, il M5S il 32,7% e il centrosinistra il 22,8%. Alla Camera il centrodestra ottiene 265 seggi, il M5S 227 e il centrosinistra 122. Al Senato il centrodestra arriva a 137, il M5S a 111 e il centrosinistra a 60. Nessuna coalizione ha i numeri per governare da sola come era già successo nel 2013 con una legge elettorale completamente diversa. In 4 anni e 7 mesi 3 governi, media 554 giorni.
Il governo Meloni
Il governo Meloni, il quarto votato con il Rosatellum, è in carica da 1.325 giorni, il secondo più lungo dopo il Berlusconi II.
Eppure proprio la sua coalizione ha depositato in Parlamento, il 26 febbraio 2026, la proposta della quinta legge elettorale. Forse perché teme di non avere più lo stesso consenso del 2022 e cerca la formula più adatta a blindarla? I pilastri su cui si regge, in base all’ultima versione, sono: sistema proporzionale con premio di
maggioranza per chi raggiunge il 42% dei voti; se nessuno ci arriva, scatta il proporzionale puro. Le coalizioni devono indicare nel programma elettorale chi sarà il presidente del Consiglio designato. E ancora una volta sono escluse le preferenze, che potrebbero restituire un po’ di sovranità agli elettori.
Il confronto internazionale
Il Regno Unito ha scelto il maggioritario nell’Ottocento, la Germania il modello misto nel 1956, la Francia il doppio turno nel 1958 e la Spagna il proporzionale in piccole circoscrizioni nel 1985.
Noi, invece, non abbiamo idea di quale modello vogliamo: siamo alla quinta proposta in 33 anni, e l’esito dimostra che il vincolo della legge, pur essendo imprescindibile, non è garanzia di stabilità. Infatti le stesse leggi hanno dato esiti diversi, e leggi diverse hanno prodotto lo stesso stallo, perché il problema si annida nella struttura del sistema partitico. Se i contendenti continuano a scrivere le regole in preda alla moda del momento, in base ai risultati attesi alle urne, e rinunciando a selezionare una classe dirigente in grado di comprendere quale futuro vuole per il Paese, non cambierà nulla. Non solo, l’elettore potrebbe allontanarsi ancora di più, poiché l’unica cosa che comprende è che questi continui cambi di formule non sono nell’interesse di chi vota, ma di chi vuole governare.
Milena Gabanelli e Simona Ravizza
(da corriere.it)
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Giugno 8th, 2026 Riccardo Fucile
LE FUGHE,LE INDAGINI CHE COINVOLGONO PARLAMENTARI E CONSIGLIERI REGIONALI, ALTRI SCANDALI SESSUALI IN SICILIA
Antonio Tajani non parla, ma nella cerchia del vicepremier, a mezza bocca, ammettono che sì, le accuse contro Francesco Silvestro sono un fardello pesante, «come un materasso». E certo c’è il garantismo sbandierato dagli azzurri, ma se altro verrà fuori, potrebbe essere accompagnato rapidamente alla porta: sospeso,
quantomeno. «Silvestro non è certo un fedelissimo di Antonio», racconta un colonnello forzista, tajaneo doc. O meglio: il “materassaio”, così lo chiamava Silvio Berlusconi dimenticandone il nome ma ricordandone gli affari con lo strapunto, faceva parte dei campani a sostegno del ministro degli Esteri, ma da qualche mese aveva tentato il salto della quaglia, provando a traslocare nella minoranza interna. «Sognava di fare il segretario di FI in Campania», malignano i colleghi di partito, ora che è nel mezzo della tormenta.
Si era rotto da tempo il sodalizio con Fulvio Martusciello, capodelegazione di FI a Bruxelles e, appunto, segretario regionale del partito partenopeo, braccio operativo del vicepremier nel Meridione. Silvestro, uomo d’affari con una fiorente impresa di materassi – nel cv sul sito del Viminale si presenta come diplomato odontotecnico, ma aggiunge anche una laurea «hc» (honoris causa?) in «economia e commercio» e si dichiara pure «socio aggregato» di una camera degli avvocati, in altri documenti si presenta come «console dell’Ossezia del Sud», che per la Farnesina non esiste – aveva spesso foraggiato il partito, collettore di contributi, diretti e indiretti. Fino a diventare presidente della commissione bicamerale per gli Affari regionali. Scalata da Arzano, Comune sciolto più volte per mafia, tra gli «impresentabili» delle regionali 2020, vince la sua battaglia alle politiche del ‘22 (anche se perde spesso quella con i congiuntivi). C’è chi racconta però che il suo peso politico-economico si fosse affievolito, negli ultimi tempi, da quando tra le file degli azzurri è entrato Gianfranco Librandi, ex deputato Pd, ex Iv, un altro paperone che magari avrebbe voglia di tornare a fare l’onorevole.
Ora l’ultimo travaglio, politico e giudiziario, per Silvestro. FI lo scaricherà? Nel partito azzurro qualcuno lo difende, si evoca la «vicenda Richetti», il parlamentare di Azione che proprio alla vigilia del voto, estate di quattro anni fa, venne tirato in ballo per quella che a molti sembrò una polpetta avvelenata, accusato di molestie da un’anonima, una storia che faceva acqua da tutte le parti, tanto che poi il deputato denunciò per stalking.
Ma non tutti la pensano così, tra i post-berlusconiani. C’è chi evoca la sorte toccata proprio nelle ultime ore a un altro esponente del Sud, il consigliere regionale Riccardo Gallo Afflitto, fan di Renato Schifani, che la procura vuole arrestare per corruzione e che insieme a un altro politico azzurro nell’Agrigentino è accusato di voler assoldare ragazze per una partecipata, in cambio di sesso. «Piglia e ti ci va’ curchi». Ci vai a letto, si legge nelle intercettazioni. Ecco, Gallo Afflitto è stato sospeso ieri dal partito. Quanto a Silvestro, si vedrà.
Non è l’unica tribolazione giudiziaria dei forzisti, che già scontano i malumori per i due ex leghisti accolti nel gruppo cinque mesi fa e ora passati con Vannacci, irritando Marina Berlusconi, che preme per il rinnovamento. Giusto una settimana fa è stato chiesto il rinvio a giudizio per un altro parlamentare, stavolta deputato, Vito De Palma: insieme al consigliere regionale Massimiliano Di Cuia, è accusato di brogli; avrebbe dirottato, a sentire i pm, voti di FdI su Forza Italia, pur di strappare il seggio. Pure Martusciello ha qualche grattacapo: finora non è indagato, ma rischia di perdere l’immunità a Strasburgo, su richiesta della procura belga che vuole far luce sul cosiddetto Huawei-gate.
Nei territori, le storiacce abbondano. Di Gallo si è detto. Sempre in Sicilia, il deputato regionale di Forza Italia, Michele Mancuso, è stato accusato di corruzione. Il campionario è vario. E non sempre FI ha preso le distanze dai suoi «impresentabili». Ma stavolta, dicono i nemici interni di Silvestro, c’è anche una questione di «opportunità»: il tipo di accusa che gli viene rivolta, gravissima se comprovata, il luogo in cui sarebbe stata commessa, il Senato. Il grosso delle donne di FI tace. Pure la capogruppo, Stefania Craxi, che con Silvestro aveva bisticciato di recente: il senatore campano avrebbe voluto traslocare in Antimafia, ma la neo-presidente del gruppo aveva risposto picche.
(da Repubblica)
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Giugno 8th, 2026 Riccardo Fucile
IL QUOTIDIANO DI TRAVAGLIO PUBBLICA MESSAGGI E TELEFONATE REGISTRATE
Graciela De Los Santos Torres avrebbe ritrattato con una dichiarazione giurata
davanti a un notaio in Uruguay. Lo scrivono alcuni quotidiani: la donna sosterrebbe di non sapere nulla del ruolo di Nicole Minetti in giri di prostituzione nel ranch di Giuseppe Cipriani e di essere stata travisata. Ma nessun travisamento c’è stato. Ecco perché, prima di farlo nella causa civile preannunciata, riportiamo qui di seguito le trascrizioni testuali di alcuni dei contatti intercorsi con lei, omettend
quel che riguarda il minore che abbiamo sempre tutelato e i nomi di terze persone pure citate dalla donna. In corsivo alcune note che spiegano come abbiamo riscontrato il suo racconto. Il Fatto contatta Graciela dopo aver ricevuto da un giornalista uruguaiano alcuni messaggi audio in cui la donna raccontava quello che succedeva nel ranch di Cipriani, dove aveva lavorato, prima che venisse concessa la grazia a Minetti. Racconti che poi ha ripetuto anche a noi tra il 22 aprile e il 13 maggio. Cose analoghe ha in seguito riferito anche al Corriere della Sera e alla trasmissione della tv uruguaiana Sin Piedad . Di tutto il materiale utilizzato Il Fatto possiede le registrazioni audio e gli screenshot originali.
Thomas: “Buongiorno. Sono un giornalista italiano e sto ricostruendo le attività di Giuseppe Cipriani in Uruguay… Quando possiamo parlare?”.
Graciela: “Ciao, come stai… Potrebbe chiamarmi alle 10?”.
La donna inizia a inviare fotografie aeree e planimetrie della tenuta, accompagnandole con questi messaggi.
G.: “Al piano di sopra, alcune ragazze che vengono a trovarla alloggiano vicino a quelle finestre, e l’area adibita a tale scopo è stata ristrutturata, creando una stanza, un bagno e uno spogliatoio per le ospiti”.
G.: “La freccia verde indica la piscina, mentre quella rosa l’ingresso alla fattoria”.
G. : “Al piano di sopra, quella finestra è la stanza di Giuseppe. Al piano di sotto, quella porta conduce alla spa e al salone di parrucchiere. Tutto è sempre nascosto sotto quegli alberi; è impossibile per loro scattare foto aeree”
G.: “È come la casa di Playboy, c’erano feste, le ragazze, molte cose… droghe.
Portano molte ragazze dal Brasile, dall’hotel… che sono modelle. Vengono pagate… le pagano per l’accompagnamento”.
Thomas: “E le ragazze come arrivavano, con l’aereo?”.
G.: “Con il suo aereo… si procurano anche le ragazze da un bordello di qui chiamato White, sono degli argentini, e sono loro che procurano le ragazze”.
G.: “La tenuta Gin Tonic ha come una tenuta campestre e lì ci sono diverse casette dove vanno le ragazze. Ad esempio, Samir è un argentino che gli procura le ragazze e le fornisce agli imprenditori con cui Giuseppe vuole fare affari o con cui vuole avere rapporti commerciali. Samir chiede cinque ragazze. (…) È un esempio e l’ho sentito e so che… Insomma, deve trovare cinque ragazze per domani. Samir arriva con cinque imprenditori”.
Di un tal Semair o Samari hanno parlato gli autisti interpellati sul posto dall’inviato del
Antonio Massari quando hanno confermato di aver portato escort dal White a Gin Tonic, definendolo “persona molto legata al White”.
G.: “S. è un argentino che gli procura le ragazze e le fornisce agli imprenditori con cui Giuseppe vuole fare affari… S. chiede cinque ragazze. Chiama A. A. è il braccio destro di Giuseppe. A. deve procurare cinque ragazze per S. perché lui arriva con cinque imprenditori… Poi arrivano dal Brasile… Fanno incontri con imprenditori brasiliani. Lì trovano altre cinque ragazze. Che lì salgono sull’aereo con Giuseppe. Giuseppe passa da Rio e le porta sul suo aereo”.
G.: “Se ne sono già andate le ragazze prostitute uruguaiane, argentine, che sono le
più economiche, nel pomeriggio arrivano le brasiliane, che sono le modelle d’élite… Domani arrivano le brasiliane, poi arrivano le italiane ed è così, ti abitui e le accogli. È quello che ti tocca”.
G. : “S. gli presenta… poi c’è la brasiliana, che porta due ragazze, le porta a Giuseppe… Si organizzano, non è che cenano e si alzano prima… Lui gliel’ha presentata a quell’uomo e lui se n’è andato con lei. Cioè, se ne vanno durante la festa e dopo la festa”.
G.: “Puoi vedere quella argentina; copierò le foto di C. dove si incontrano in Spagna. Le mandano in tutto il mondo come prostitute VIP”.
G.: “La 3, Nicole e una dominicana al Gin Tonic, quel posto è dove si chiudono le porte, si spengono le luci e comincia la ‘festa sessuale’”.
G.: “La ragazza argentina [Omissis] veniva pagata per accompagnare C. (imprenditore italiano di cui Il Fatto ha verificato la presenza a Punta del Este, ndr). Era obbligatorio bere tutti i giorni e non indossare mai lo stesso vestito due volte. Entro le 21:00 (d’estate), dovevano essere pronte, truccate e vestite per la cena”.
IL RUOLO DI MINETTI
22/4/26 – Telefonata
Thomas.: “Sai se lei ha un ruolo di manager per le minorenni?”.
G.: “Sì, ovvio. Lei sa tutto… lei era alle feste, vedeva tutto”. G.: “E Nicole sa tutto. È lei la maitresse. È la padrona”.
Thomas.: “E Nicole, c’entra con l’organizzazione, è la maitresse anche oggi secondo te?”.
G.: “Sì, lei c’entra con tutto, tutto… guarda le ragazze. Le ragazze devono fare esercizio, hanno la loro parrucchiera… Io… stiamo parlando di come era l’organizzazione fino a un anno fa. Io parlo di un anno fa. Nicole guarda le ragazze: questa mi piace, questa non mi piace…”.
24/4/26 Chat WhatsApp
G.: “Lei è sempre la stessa. È oscura e continua ad essere una Madamma”.
G.: “Noi a volte tra di noi la chiamavamo ‘la deputata porno’, perché lei sì che è super protetta da qualcosa… Nicole è cattiva. Ci trattava malissimo”.
G.: “Anche Nicole è presente, ok? e si vedono e sono tutte lì, tutte insieme”.
8/5/26 – Chat WhatsApp
G.: “Le tende sono chiuse e c’è un camino davanti al divano (…) proprio come quello delle foto che mi hai mandato, dove c’è Nicole. Max faceva il DJ ad alcune feste private con delle ragazze”.
LE MOLESTIE SESSUALI
G.: “Io me ne sono andata perché Giuseppe non conosce il ‘no’. Dovevi stare attenta a lui. Non era lo stesso di quando lavoravo con lui più di 20 anni fa. Ora è una cosa tipo… una depravazione. Tutto, tutto è una depravazione”.
G.: “Lì è dove diventa tutto buio… la volta in cui mi mandavano a prendere i bicchieri eccetera, la festa è lì, mi dicevano ‘Non guardare e basta’”.
5 e 8/5/ 2026 Chat WA
G.: “(Giuseppe, ndr) Ha cercato di baciarmi e un giorno mi ha chiesto un massaggio erotico (gli ho risposto che non facevo quel tipo di massaggio…). E l’ultimo giorno ha cercato di baciarmi di nuovo e voleva che lo toccassi. Mi sono rifiutata e la cosa non gli è piaciuta per niente. Il giorno dopo, A. mi ha detto che non avevano più bisogno di me…”.
Lo stesso giorno, alle 15:12, Graciela inoltra al cronista lo screenshot del messaggio inviato ad A. (la factotum della villa) il giorno del suo allontanamento:
“Io non faccio quel tipo di massaggio e Giuseppe mi ha insinuato molte volte di fargli un massaggio sensuale”.
Questo è un riscontro documentale sulle molestie denunciate dalla donna alla propria responsabile.
G.: “Mi obbligava a guardarlo negli occhi mentre gli facevo il massaggio. Ha cercato di baciarmi circa 3 volte e voleva che gli facessi massaggi erotici. È stato un calvario per quasi 1 anno”.
LE FOTO E L’AUTORIZZAZIONE
24 e 25/4/26 – Chat
Thomas: “Ma tu che sei stata lì tanto tempo parlavi con le ragazze? Non hai messaggi, audio o altro con loro in cui si sfogavano o dicevano qualcosa che oggi possa essere utile per provare tutto questo ‘bordello’ nascosto dagli alberi?”
G.: “Vi mando dei messaggi, che potrebbero non essere comprensibili, ma per dimostrare che ho lavorato e che sono rimasta in contatto con tutte le escort di cui mi sono presa cura, come se fossi la loro madre”.
La donna invia screenshot delle conversazioni con ragazze ospiti della tenuta.
G.: “Buongiorno, credo di essere stata molto utile per l’articolo e per l’indagine che state conducendo. Lo Stato, la procura e chiunque altro debba mettersi al lavoro. Ho rischiato la mia vita e fornito informazioni sufficienti, ma non sono un’investigatrice, non sono una giornalista, sono semplicemente una donna che ha lavorato come massaggiatrice per 32 anni. Si tratta solo di collegare i punti e vedere se è utile o meno, se trovano somiglianze nei metodi usati da Cipriani, Epstein e Madame Minetti”. Il giornalista invia in chat il Pdf del primo articolo pubblicato dal Fatto quotidiano sui festini alla tenuta, in cui i racconti di Graciela compaiono in forma anonima.
G.: “Eccellente. Se ritenete necessaria la mia dichiarazione, per non lasciarvi soli, sono disposta a rilasciare un’intervista; tutto ciò di cui ho bisogno è la garanzia che il mio nome non verrà comunicato a loro o ai loro avvocati”.
9 e 10/5/26 – Cha
Thomas: “Allora, mi autorizzi a dire al direttore che faremo l’intervista con nome e cognome ma con l’accordo che prima di pubblicare avrai tempo per leggere tutto e non verrà modificato dopo?”.
G.: “Sì”.
T.: “Sto scrivendo. Scegli delle belle foto, se ne hai nella tenuta bene, sennò foto di te che ti rappresentano”
G.: “Se dovessi farmi una foto adesso, sembrerei invecchiata di 100 anni con tutto questo, quindi cercherò una foto vecchia”.
Alle 00:44 e alle 00:45, Graciela invia spontaneamente due sue fotografie in chat.
LA RITRATTAZIONE NOTTURNA
Il giornalista alle 20:29 invia il file word con la bozza finale dell’intervista pregandola di leggerla e segnalare modifiche. Graziela risponde: “Lo farò più tardi stasera”. Risposta: “Devo chiudere il giornale tra un’ora, per questo te lo chiedo”.
G. alle 22:36: “Eliminate il requisito del passaporto; mi causerà solo ulteriori problemi”.
Il giornalista spiega di averlo già eliminato e invia la versione definitiva. Segue il silenzio e il giornale va in stampa.
Solo alle 23:15 ora italiana
Graciela scrive: “Ci sono cose che non dovrebbero essere in quell’articolo. Hai il mio consenso per dire che Nicole non ha cambiato vita, è vero, [omissis], ma la parte sull’immigrazione e sul mio passaporto non dovrebbe essere inclusa. L’articolo dovrebbe parlare di un altro caso di molestie sessuali, punto e basta”.
Alle ore 23 e 57, Graciela ritira per la prima volta il consenso alla pubblicazione.
G.: “Non voglio che l’articolo venga pubblicato in questo modo perché alcune cose sono superflue e mi addossa tutta la responsabilità. Non autorizzo e non voglio che includiate informazioni non vere, soprattutto quelle sull’immigrazione. Io non vi ho
abbandonato, e ora voi state facendo lo stesso rivelando informazioni che potrebbero solo danneggiarmi”.
L’11 maggio l’intervista è in edicola. Graciela è spaventata e chiede aiuto a lasciare il Paese.
G.: “Il viaggio serve anche per farmi uscire di qui!! Sta per esplodere tutto e io rimarrò bloccata qui. Eduardo mi ha detto che il ministro manderà qualcuno a proteggermi, ma ho ancora paura… La mia vita è finita”.
La notizia è stata confermata all’inviato del Fatto in Uruguay da fonti locali: Eduardo è il giornalista che chiede al ministro dell’Interno, suo amico, di occuparsi dell’incolumità di Graciela. Il ministro chiede alla polizia di Maldonado di attivarsi, ma la donna rifiuta la protezione. Dal 13 maggio non la sentiremo più.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Giugno 8th, 2026 Riccardo Fucile
I CORSI TENUTI DA DOCENTI CHE NON FANNO PARTE DELLE FORZE ARMATE SONO DESTINATI AL PERSONALE DELLA DIFESA
Il Ministero della Difesa israeliano ha messo a punto la creazione di un programma biennale volto a formare militari e funzionari in operazioni psicologiche per influenzare l’opinione pubblica globale. In totale 320 all’anno, selezionati tramite un bando interno, pronti a plasmare l’immagine di Israele e non solo in ambito internazionale. Il corso, aperto anche a non meglio definiti “partner stranieri” e che nella prima edizione pare sia partito nel 2025, include moduli “Black Hat” per aggirare i filtri di social media come Facebook e Google, puntando a manipolare attivamente percezioni e comportamenti. Questo sforzo strutturato si inserisce nel contesto della guerra di propaganda di Israele, mirato in particolare a risollevare i consensi negli Stati Uniti.
Il bando, svelato dalla piattaforma investigativa israeliana The Hottest Place in Hell e ripreso da +972, mostra che la maggior parte dei corsi – scrive InsideOver – “è orientata ad azioni ‘offensive’, definite come interventi mirati a ‘interrompere o manipolare le convinzioni, gli atteggiamenti e i comportamenti dei pubblici bersaglio’”. Nella lista dei corsi, sono due in particolare a colpire: uno, dedicato alle tecniche ‘Black Hat’, che insegna “la distribuzione e la promozione di contenuti
illegittimi utilizzando strumenti e soluzioni tecnologiche – un percorso che bypassa Facebook e Google“, mentre “un altro modulo insegna a pianificare ‘operazioni informative allo scopo di influenzare la coscienza pubblica nell’arena locale e internazionale’”, compresa la creazione di testi ad hoc per situazioni e popolazioni specifiche, misurandone l’impatto in tempo reale. Poi ci sono moduli riservati all’intelligence “per l’influenza” e “culturale”, rispettivamente creati per alimentare le campagne psicologiche e per studiare i codici culturali di popolazioni target in modo da aumentare l’efficacia dell’azione. I corsi per gli stranieri – in particolare quelli su operazioni di influenza, intelligence per l’influenza e attivismo online – verranno tenuti in inglese: per quanto non siano classificati, vengono applicate misure di riservatezza per non svelare agli stessi docenti l’identità dei corsisti e il loro ruolo nell’intelligence.
Alla base di questa operazione ci sono i tentativi di Israele per riguadagnare terreno nell’opinione pubblica americana. A questo scopo, il ministero degli Esteri di Netanyahu ha avviato da tempo campagne digitali su Google e YouTube finalizzate a veicolare contenuti pro-Israele. L’acquisizione di Paramount Global da parte di Skydance Media, guidata dall’imprenditore David Ellison – figlio di Larry, multimiliardario fondatore di Oracle e che ha donato milioni di dollari alle forze armate israeliane – ha impresso una svolta fortemente filo-israeliana all’assetto del gruppo, che include anche Cbs. La transizione ha generato tensioni interne e un ampio dibattito mediatico per la gestione dei contenuti e le scelte editoriali, in particolare per la scelta della giornalista filo-israeliana Bari Weiss, diventata
direttrice della tv. Peraltro Ellison, scrive il Financial Times, “si prepara a riunificare CBS e CNN sotto il suo controllo attraverso l’ acquisizione di Warner Bros Discovery per 111 miliardi di dollari”. Tra le campagne di influenza – e disinformazione – di Israele, anche quella che ha coinvolto influencer israeliani e stranieri e che si è svolta tra ottobre 2023 e dicembre 2024: l’obiettivo era quello di raccontare la guerra a Gaza promuovendo esclusivamente la narrazione dell’Idf. Israele continua tuttora a bloccare l’ingresso indipendente dei giornalisti internazionali nella Striscia.
(da Il fatto Quotidiano)
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Giugno 8th, 2026 Riccardo Fucile
“L’ITALIA È IL VENTRE MOLLE DELL’EUROPA PER L’INCERTEZZA DELLE POSIZIONI POLITICHE CHE ESISTONO SIA NEL CENTRODESTRA CHE NEL CENTROSINISTRA. ELLY SCHLEIN NON È MAI ANDATA A KYIV IN QUESTI ANNI, COSÌ COME NON CI È MAI ANDATO CONTE. È UN FATTO POLITICO DI PRIMA GRANDEZZA, NON UN DETTAGLIO”
Onorevole Picierno, lei ha lasciato il Pd dicendo che stava diventando meno
europeista e più populista. Che cosa sta succedendo nel centrosinistra italiano?
«Intanto, forse con una battuta, non sono andata via io: forse sono loro ad aver cambiato indirizzo. Ho contribuito a fondare quel partito, dopo essere stata leader dei giovani della Margherita.
Il Partito democratico era nato per tenere insieme culture politiche diverse: quella liberale, quella cattolico-democratica e quella socialista. Lo sforzo era dare una casa ai riformisti italiani. Per un partito che ha scelto l’aggettivo democratico, il pluralismo era un elemento fondativo. Oggi, invece, sotto la segreteria Schlein, le differenze non sono più percepite come una ricchezza, ma come un problema».
Il problema è una deriva verso una sinistra più radicale?
«Il problema riguarda non soltanto questo ma la natura del Pd. Era nato per tenere insieme pensieri diversi. Oggi dire che si è liberali dentro il Pd significa spesso essere additati come avversari.
Le faccio una domanda molto diretta. Quanto condiziona oggi Giuseppe Conte Elly Schlein?
«Io credo molto ed è una delle ragioni per cui ho deciso di lasciare il Partito democratico. La forza del Movimento 5 Stelle non sta più tanto nel consenso elettorale, che oggi è molto inferiore rispetto al passato, quanto nella capacità di condizionare altre forze politiche che dovrebbero mantenere una linea chiara e coerente. Questo condizionamento esiste ed è profondo».
Lei ha spiegato in un’intervista al Foglio che il nodo centrale riguarda l’Ucraina e la difesa europea. Conte è stato accusato di essere filoputiniano come Salvini e Vannacci. Si può paragonare il modo in cui Conte condiziona Schlein al modo in cui Salvini e Vannacci condizionano Meloni?
«Non so se le due cose siano paragonabili. Però ho assistito a una discussione
parlamentare nella quale si è partiti da punti che per Conte sono irrinunciabili: la contestazione di impegni assunti dall’Italia in sede Nato e di impegni assunti a livello europeo e internazionale.
Sono questioni che riguardano non solo la postura europea dell’Italia ma anche la serietà di una forza politica. Credo che questo condizionamento esista e sia molto profondo. Ho più volte sottolineato, per esempio, che Elly Schlein non è mai andata a Kyiv in questi anni, così come non ci è mai andato Giuseppe Conte. È un fatto politico di prima grandezza, non un dettaglio».
Ed è per questo che i critici dell’Italia a Bruxelles ritengono che sia il ventre molle dell’Europa?
«L’Italia è il ventre molle per l’incertezza delle posizioni politiche che esistono sia nel centrodestra sia nel centrosinistra. Nel centrodestra Giorgia Meloni ha subito per anni una forte influenza della destra putiniana»
Però va detto che Meloni ha difeso l’Ucraina e la Nato. Domani Merz, Macron e Starmer, i leader europei, si incontrano a Londra. Perché non ci sarà anche Meloni domani?
«Bisognerebbe chiederlo a lei. Ma penso che il più grande errore di Giorgia Meloni sia non aver collocato l’Italia nel luogo che le spetta naturalmente: nell’avanguardia europeista dei volonterosi. Ha preferito tenere due piedi in una scarpa: presentarsi come la migliore alleata di Trump in Europa, e allo stesso tempo cercare di mantenere la credibilità presso gli altri leader europei. Ma io penso che non si possono servire due padroni»
Lei sostiene addirittura che Trump e Putin abbiano lo stesso obiettivo?
«Sì. Trump e Putin hanno lo stesso obiettivo: disarticolare l’Europa. Per loro l’Europa rappresenta un problema perché incarna l’idea che il potere possa essere limitato, che la democrazia abbia una forza e che libertà, diritti e Stato di diritto vadano protetti. Questa idea né Putin né Trump la tollerano».
Passiamo alle prospettive del 2027. Lei ha aderito al Partito Democratico Europeo, nella famiglia di Renew Europe. In Europa i liberali sono uniti, in Italia restano divisi.
«Ho aderito al Partito Democratico Europeo, fondato da Romano Prodi, perché rappresenta bene ciò in cui credo: la difesa della democrazia liberale, un europeismo convintissimo e l’idea che l’Europa debba tornare al centro anche del dibattito politico italiano. È vero che in quell’area esistono molte divisioni, ma il mio impegno sarà quello di provare a far prevalere il senso di responsabilità».
Ok a livello europeo, ma a livello italiano Matteo Renzi e Carlo Calenda si odiano, e poi c’è Magi e Marattin e gli altri. Riusciranno mai a stare insieme?
«Dipenderà dalla capacità di mettersi intorno a un tavolo e ragionare. Io continuo a credere che sia possibile tenere tutto insieme».
«Io ho lasciato il Partito democratico per le stesse ragioni per cui il campo largo non è oggi un’alternativa credibile alle destre: troppe divisioni e poca cultura di governo. Dobbiamo costruire un campo alternativo alla destra populista di Giorgia Meloni, ma deve essere alternativo anche al populismo che oggi esiste in una parte della sinistra».
Se nel 2027 la scelta fosse tra vincere con Conte dentro il campo largo, o perdere senza Conte, allora voi liberali finirete comunque alleati con Conte? Lei si mette dentro o fuori un campo largo che contiene M5S?
«Dipende da che cosa sarà il campo largo e quale sarà il suo programma. Io sono convintamente fuori dai due populismi che tanto danno hanno fatto al nostro Paese. Al centro devono esserci l’Italia e l’Europa. Sono convinta che una sintesi credibile sia possibile, ma nel campo democratico ed europeista non c’è spazio per il populismo».
Se la capisco bene, lei sta dicendo tre cose: che Giuseppe Conte condiziona troppo Schlein, che la linea di Conte allontana il centrosinistra dall’Europa e dalla Nato, e che il Pd sta pagando un prezzo politico per la sua dipendenza dal Movimento 5 Stelle. È una sintesi corretta?
«È una sintesi perfetta. Non solo corretta».
(da Repubblica)
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Giugno 8th, 2026 Riccardo Fucile
IL PARADOSSO È CHE IL 76ENNE ZOLEY È A SUA VOLTA UN IMMIGRATO, ARRIVATO A TRE ANNI CON LA FAMIGLIA A ELLIS ISLAND. AVEVA RACCONTATO LA SUA STORIA EVIDENZIANDO QUANTO L’ESPERIENZA DELL’IMMIGRAZIONE L’AVESSE FORGIATO
Lo Stato del New Jersey ha fatto causa a un gestore privato di centri di detenzione per gli immigrati. La struttura in questione è la Delaney Hall di Newark dove – secondo l’accusa – ci sono maltrattamenti abusi e violazioni dove non è garantito l’accesso ai funzionari del dipartimento statale della sanità.
La causa è arrivata dopo settimane di proteste – sfociate anche in scontri e tensioni fuori dai recinti della struttura – dopo che le denunce dei detenuti sono diventate pubbliche tramite i resoconti dei loro avvocati.
La Delaney Hall ha mille posti letto ed è gestita dalla Geo, una società privata che coordina 21strutture negli Stati Uniti e ha contratti con le agenzie federali. Il suo fondatore e amministratore delegato si chiama George Zoley ed è lui stesso un immigrato.
Nato nel 1950 in una zona remota del nord della Grecia, nel 1953 intraprese con i
fratelli e la madre 28enne la traversata di 16 giorni che lo portò a riunirsi con il padre che nel 1951 si era insediato ad Akron in Ohio con la speranza di dare un futuro migliore alla sua famiglia.
Zoley ha raccontato la sua storia sei anni fa in un’audizione al Congresso, sottolineando come la sua personale esperienza da immigrato ha forgiato la sua vita. Ai deputati raccontò dell’esperienza a Ellis Island, il luogo nella baia di New York che ha ospitato dal 1892 al 1954 12 milioni di immigrati per la quarantena e le pratiche di ammissione negli States.
“La mia storia di immigrato ha plasmato i valori fondamentali che guidano la mia intera esistenza e la mia vita, che include il principio di non porre mai il profitto sopra i diritti delle persone”, disse allora.
Sei anni dopo Zoley si trova “dall’altra parte” della barricata con decine di immigrati, presi dagli agenti dell’Ice e in attesa di comparire davanti al giudici e di essere, in ultima istanza, deportati, che denunciano il trattamento in una delle strutture gestite dalla Geo; società che ha fondato nel 1984.
“Zoley – ha confessato un uomo alla Cnn protetto da anonimato – non avrebbe mai voluto che la sua famiglia passasse quanto ho passato io in quel centro di detenzione”. L’uomo, un 40enne, ha detto che le condizioni sono “di totale disprezzo per gli immigrati”
Durante l’Amministrazione Trump e in conseguenza all’estensione delle deportazioni di immigrati illegali, circa 50 persone, sotto custodia dell’Ice, sono morte, una cifra record negli ultimi 20 anni.
Il business dei centri di detenzioni private è assai redditizio. La Geo, ha dichiarato qualche mese fa lo stesso Zoley, ospita quest’anno circa 25mila detenuti dell’Ice nelle sue strutture.
(da La Stampa)
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Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile
SUSLOV: MOSCA ARCHIVIA “DENAZIFICAZIONE” MA NIENTE UE PER L’UCRAINA
“C’è stato un cambiamento fondamentale in Russia”, rivela il consigliere del
Cremlino Dmitry Suslov: “La maggior parte della leadership si è resa conto che non siamo in grado di infliggere all’Ucraina una vera disfatta, e quindi di imporre le condizioni massimaliste che avevamo messo in conto”.
Mosca ha accantonato la pretesa di avere un governo filo-russo a Kyiv: niente “denazificazione”, per usare il gergo di una propaganda che definisce “nazista” chiunque resista o si opponga al suo volere. E niente “demilitarizzazione”, spiega
Suslov in questa intervista a Fanpage.it: l’Ucraina continuerà ad avere forze armate degne di questo nome. Il regime di Vladimir Putin se ne farà una ragione.
Sono affermazioni che vanno anche oltre quanto sostenuto da un altro pezzo grosso dell’establishment politico-accademico di regime, Vasily Kashin, in un recente articolo. Seguono l’aumento degli attacchi sul suolo russo, la riconquista di alcuni villaggi e territori da parte dell’Ucraina e un rapido deteriorarsi della situazione economica e dei conti pubblici. Potrebbero corrispondere alla disponibilità a compromessi per una pace “giusta”, o almeno sostenibile. Per ora, la prospettiva è però quella di bombardamenti sempre più intensi sulle città e le infrastrutture del Paese invaso. Un’escalation per arrivare all’eventuale trattativa in posizione di relativa forza. E potersi assicurare il Donbass. Così Putin potrebbe fingere la vittoria.
È significativo che Suslov ci consegni queste osservazioni subito dopo che il suo presidente, dal palco del forum economico di San Pietroburgo aveva sminuito la crisi economica e militare. E liquidato la lettera con cui Volodymyr Zelensky gli offriva un faccia a faccia, il cessate il fuoco e la trattativa. Tattica della voce grossa per cercare almeno di limitare compromessi inevitabili? O davvero Putin vive in una realtà parallela?
Dmitry Suslov è dirigente e docente presso l’Alta scuola di economia di Mosca e membro del Consiglio russo per gli affari internazionali. L’intervista è stata rivista per ragioni di sintesi e chiarezza. È integrale nei contenuti.
Professor Suslov, nella lettera aperta di Zelensky che Putin ha più o meno snobbato non c’era proprio alcun appiglio che la Russia potesse afferrare per arrivare finalmente alla pace?
Assolutamente no, la lettera non contiene niente di nuovo. È solo offensiva. Alza il livello dell’insulto. Non è in alcun modo un passo diplomatico. Proprio perché è una lettera aperta. La diplomazia non funziona così. Niente vietava a Zelensky di scrivere a Putin privatamente, se davvero avesse voluto negoziare. La lettera ha come destinatari, in realtà, i Paesi europei, l’America e i cittadini ucraini. Non il nostro presidente.
Ecco, a proposito di Europa: è cambiato qualcosa nelle vostre posizioni riguardo alla partecipazione europea a future trattative di pace?
Zelensky insiste su questo punto e Putin ha risposto in modo chiaro: siamo pronti a parlare con quegli europei disposti a un impegno costruttivo. Ma solo su questioni che vanno oltre l’Ucraina. Sulla cooperazione energetica, su alcune questioni di sicurezza, sul controllo degli armamenti. Ma la Russia non può accettare l’Unione Europea ai negoziati sull’Ucraina. Perché la consideriamo parte in guerra.
Un motivo in più per averla al tavolo, no? E sull’integrazione dell’Ucraina nell’UE, qual è oggi la vostra posizione? Fino a qualche tempo fa eravate aperti all’ipotesi di un’integrazione solo “parziale”, economica. Con il veto alla dimensione militare prevista dai trattati dell’Unione. È cambiato qualcosa?
Il dibattito interno in Russia è ancora in corso. D’altra parte, la questione riguarda un eventuale accordo finale. Ne siamo ancora lontani.
La posizione del nostro Ministero degli Esteri è rigida. Parte dall’osservazione che l’Unione Europea è fortemente anti-russa. E che sta approfondendo l’integrazione nel settore della difesa, diventando di fatto un blocco militare.
Di conseguenza, sarebbe praticamente impossibile separare gli aspetti economici da quelli militari di tale integrazione. Gli europei insistono che l’integrazione nella difesa debba precedere quella economica. Il cancelliere Merz vuole le forze armate ucraine nella difesa UE.
Eh, certo: hanno l’esercito migliore del continente. Di gran lunga. Dovreste saperlo.
Proprio per questo l’ipotesi è assolutamente inaccettabile per la Russia. Se in teoria non siamo contrari all’integrazione economica, restiamo fortemente contrari alla componente militare. Ma siccome oggi è impossibile separare queste due dimensioni, la Russia si oppone all’integrazione tout court.
Quindi, non se ne parla proprio…
Esattamente.
Una chance in meno per la pace. Ma non è che la Russia cominci ad avere una certa urgenza di porre fine a questa carneficina? La guerra ormai l’avete in casa, con gli attacchi dei droni ucraini a lunga gittata. L’economia si è contratta. Sul fronte perdete decine di migliaia di soldati e qualche posizione. Il suo collega Kashin ha
scritto su Russia in Global Affairs che urge un cessate il fuoco. Come discusso ad Anchorage. Sulle attuali linee, quindi. Poi, si potrebbe parlare del resto…
Non vedo la possibilità di un congelamento del fronte, almeno nel futuro immediato. Ma un cambiamento fondamentale è avvenuto recentemente in Russia, e l’articolo di Kashin lo rispecchia: nella maggioranza della leadership e dell’establishment è ormai emersa la conclusione che non saremo in grado di schiacciare completamente l’Ucraina, e quindi di poter imporre condizioni massimaliste per un accordo. A causa della massiccia produzione di droni da parte dell’Ucraina col supporto dei suoi partner europei.
Questa è una notizia. A quali condizioni rinunciate?
“Denazificazione e demilitarizzazione”, per esempio. Erano obiettivi di guerra fondamentali. Abbiamo capito che non abbiamo la capacità di raggiungerli. Nemmeno abbiamo davvero bisogno di raggiungerli, ora. E questa è la realtà.
Fantastico. E quindi? Facciamo questa benedetta pace?
Ma abbiamo bisogno di qualcosa che compensi il mancato raggiungimento degli obiettivi. La contropartita potrebbe essere il Donbass. Un simbolo di vittoria, per noi. O almeno potremmo presentarlo come una vittoria, seppur molto più limitata.
Cessate il fuoco e poi discussioni sul Donbass, allora? A Kyiv molti, anche vicino a Zelensky, lasciano intendere che la cessione di territori non è più un tabù…
Porre fine alla guerra semplicemente congelando la situazione attuale, come continua a proporre Zelensky, lascerebbe la Russia senza alcuna vittoria, né sostanziale né simbolica. Per questo viene considerato impossibile.
Ancora guerra? Ancora bombe sull’Ucraina?
Nonostante la consapevolezza di non poter raggiungere gli obiettivi fondamentali, prevale ancora l’idea che si possano ottenere obiettivi minimi. Il principale strumento per ottenerli è l’intensificazione degli attacchi in profondità, inclusi quelli contro Kyiv, sfruttando l’attuale carenza di difese aeree di cui soffre l’Ucraina.
(da Fanpage)
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Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile
ELLY SCHLEIN: “SEQUESTRO PREVENTIVO PER LE AZIENDE CHE SFRUTTANO”
Migliaia di persone hanno invaso le strade di Amendolara per gridare «Mai più». Il corteo, organizzato dalla Cgil dopo il brutale omicidio di quattro braccianti avvenuto lunedì scorso, vede in prima fila il segretario generale Maurizio Landini e il leader della Flai Cgil Giovanni Mininni. Accanto a loro, anche la segretaria del Partito Democratico, Elly Schelin, e le delegazioni di lavoratori e braccianti stranieri giunti da ogni angolo d’Italia.
La rabbia di Landini e il terrore nei campi
Prima dell’inizio della manifestazione, Landini ha espresso parole durissime contro l’attuale modello economico: «Questa tragedia rappresenta un sistema sbagliato di fare impresa, fondato sullo sfruttamento e sul caporalato. È il momento che tutti, uscendo dall’ipocrisia, dicano basta a questo sistema. Il governo applichi le leggi che ci sono. Se si vuole intervenire bisogna rafforzare i controlli, fare le assunzioni, mettere nelle condizioni gli ispettorati e tutti i soggetti di fare quello che fanno o quello che dovrebbero fare».
La testimonianza di un bracciante indiano
Il Corriere della Sera riporta poi la testimonianza drammatica di chi vive questa realtà ogni giorno. Un bracciante di origine indiana confessa il clima di terrore che si respira nelle campagne: «Abbiamo molta paura che succeda anche a noi». Spiega che l’impiego è gestito interamente dai caporali e, alla domanda sul perché le vittime non scelgano la via della denuncia, risponde netto: «Perché abbiamo paura soprattutto per le nostre famiglie in India e poi ci serve la sicurezza del lavoro. Altrimenti poi ti chi prende?».
La politica in corteo
Al corteo partecipano numerose sigle della politica e della società civile. Tra i manifestanti si incrociano i simboli del Partito Democratico, del Movimento 5 Stelle, di Rifondazione Comunista e di Alleanza Verdi e Sinistra, affiancati dai rappresentanti di Libera, Anpi e Legambiente. La folla intona slogan incentrati sulla
sicurezza e sulla legalità, ripetendo: «Basta morti e clandestinità». Per Landini serve una svolta immediata che coinvolga ogni livello istituzionale: «Questo sistema mette in discussione la dignità, l’umanità, la vita stessa delle persone. C’è bisogno che ci sia una reazione da parte di tutti i soggetti politici e istituzionali, imprenditoriali, perché ci sono tutti gli strumenti legislativi, e non solo, per poter invertire questa tendenza e bloccare questo sfruttamento che sta portando alla morte delle persone»
L’affondo di Schlein: «Non è solo caporalato, è padronato»
Presente alla manifestazione anche la segretaria del Pd, Elly Schlein, che lancia una proposta netta sul piano normativo e giudiziario. Secondo la leader dem «bisognerebbe rafforzare la legge sul caporalato non soltanto mettendo più risorse e assicurando che sia attuata fino in fondo ma anche prevedendo il sequestro preventivo delle aziende che impiegano lavoratori sfruttati e vittime di caporalato». Schlein alza poi il tiro contro le responsabilità della filiera: «Quattro braccianti uccisi brutalmente, con violenza inaudita, non è accettabile. Non si può più parlare soltanto di caporalato, ma bisogna parlare del padronato. Parlare di padronato vuol dire guardare anche alle responsabilità delle connivenze delle aziende che impiegano lavoratori sfruttati e vittime di caporalato».
Ricordando che lo sfruttamento nei campi «è una piaga strutturale, non sono fenomeni episodici, questo ce lo siamo detti davanti ad ogni tragedia, anche quella della morte di Satnam Singh», la segretaria del Pd ha indicato la necessità di intervenire sulla legislazione nazionale. Occorre infatti «rivedere le norme sbagliate che favoriscono l’illegalità è quindi la ricattabilità, come la legge Bossi-Fini che va superata con canali regolari e regolati per l’ingresso».
Le opposizioni contro il governo
Anche il Movimento 5 Stelle è presente in prima linea ad Amendolara con una delegazione parlamentare composta da Dario Carotenuto, capogruppo in commissione Lavoro alla Camera, Anna Laura Orrico e Vittoria Baldino. In una nota congiunta, i deputati attaccano duramente l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni: «Il M5S ha voluto essere qui ad Amendolara per rendere omaggio alle vittime di una strage orrenda che è solo la punta dell’iceberg di un sistema di
sfruttamento disumano, intollerabile in un Paese civile nel 2026. Il Governo Meloni non ha fatto nulla per combattere concretamente il caporalato, anzi».
I parlamentari bocciano inoltre le ultime dichiarazioni ministeriali: «Suona ipocrita l’annuncio della ministra Calderone di una intensificazione dei controlli. Noi crediamo che servano ben altre azioni, a cominciare dall’introduzione del reato di omicidio sul lavoro e dalla revisione della legge Bossi-Fini. In una Repubblica democratica fondata sul lavoro la schiavitù va sradicata una volta per tutte».
Fratoianni: «In questo Paese chi lavora è considerato pietra di scarto»
A chiudere il fronte delle critiche è il leader di AVS, Nicola Fratoianni, che punta il dito contro l’indifferenza delle istituzioni e la svalutazione della manodopera: «La sensazione che abbiamo provato è che viviamo in un Paese in cui l’ipocrisia la fa da padrona, viviamo in un Paese dove chi lavora è sempre più considerato una pietra di scarto, un oggetto da un umiliare». Poi conclude esprimendo forte scetticismo sull’operato della maggioranza: «Spero che questo Governo cambi marcia ma temo che sia difficile aspettarselo. Siamo qui per dire basta e per dire che il lavoro deve essere al centro dei temi della classe dirigente».
(da agenzie)
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