Destra di Popolo.net

LE ULTIME VIOLENZE DEGLI ESTREMISTI ISRAELIANI AI DANNI DEI PALESTINESI IN CISGIORDANIA SONO COMPIUTE DA UN GRUPPO DI PERSONE A BORDO DI PICK-UP, VESTITI DI NERO, IL VOLTO NASCOSTO SOTTO I PASSAMONTAGNA: DANNEGGIANO COSE, LANCIANO PIETRE, RUBANO BESTIAME, APPICCANO INCENDI

Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile

NEL VILLAGGIO DI HUWARA LE TELECAMERE HANNO RIPRESO ANCHE UN SOLDATO DELLO STATO EBRAICO PICCHIARE DUE PALESTINESI INERMI, INSIEME AI COLONI MASCHERATI …A HEBRON L’ESERCITO ISRAELIANO HA UCCISO UN BAMBINO DI SETTE MESI

Arrivano a bordo di pick-up bianchi, vestiti di nero, il volto nascosto sotto ipassamontagna. Sono una decina. Danneggiano cose, lanciano pietre, rubano bestiame. Inizia così l’aggressione di ieri da parte degli estremisti israeliani ai danni dei palestinesi di Huwara, piccolo villaggio
Poi da Huwara la scintilla di violenza appicca incendi nei vicini villaggi della Cisgiordania, almeno quattro. Le telecamere dei circuiti di sicurezza riprendono gli aggressori mascherati e almeno un soldato dell’esercito israeliano mentre picchiano due palestinesi. «Una volta identificato il soldato, sarà sottoposto a procedimento disciplinare», promette l’esercito, che ha avviato un’inchiesta
Secondo fonti militari, l’assalto è iniziato dopo che i coloni israeliani hanno segnalato il furto di un loro gregge di pecore. Ma le testimonianze dei residenti palestinesi raccontano un’altra versione della storia, e cioè un lasso di tempo prolungato – almeno due ore – di anarchia e assenza d’intervento delle forze di sicurezza durante il quale gli estremisti hanno compiuto abusi e nefandezze.
La Mezzaluna Rossa soccorre otto palestinesi feriti dopo l’arrivo di Tsahal: chi per inalazione di gas lacrimogeno, altri da proiettili di gomma. Un altro è stato ferito alla testa, secondo l’agenzia di stampa palestinese, Wafa.
Il primo politico israeliano a commentare i fatti, all’uscita di Shabbat – il riposo settimanale ebraico – è l’ex capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot, candidato premier indipendente alle prossime elezioni che, in un recente sondaggio di Canale
12, avrebbe superato, in gradimento, il pluri-primo-ministro Benjamin Netanyahu: un primato, nella combattuta campagna elettorale in corso
È quindi lui a postare sui social che «la violenza delle milizie ebraiche estremiste in Giudea e Samaria (come gli israeliani chiamano la Cisgiordania, Ndr) è un atto terroristico criminale e una sfida grave alla sovranità dello Stato».
Condanna l’aggressione che è «in contrasto con i valori ebraici, indebolisce la società israeliana, macchia il nome di Israele nel mondo e sabota attivamente la missione operativa delle forze di sicurezza nella guerra al terrorismo palestinese e nella difesa dei civili»
Nell’elenco quotidiano delle vittime dei raid israeliani su Gaza e sulla Cisgiordania, c’è una morte – avvenuta nella tarda serata di venerdì – che ha continuato ieri a fare rumore: quella di un neonato di sette mesi colpito dal fuoco dell’Idf mentre era in macchina con i genitori nei pressi di Hebron, in Cisgiordania.
Il padre del bambino ha dichiarato al quotidiano israeliano Haaretz che l’auto della famiglia palestinese si era fermata completamente prima che il militare, che si trovava a circa 10 metri di distanza, aprisse il fuoco.
Il soldato – sostiene l’uomo – «ha visto me, ha visto mia moglie e i bambini. Non si può dire che non si sia accorto che eravamo una famiglia». Venerdì l’esercito israeliano ha dichiarato invece che le truppe avevano aperto il fuoco contro l’auto dopo che aveva accelerato verso di loro.
Un’indagine preliminare ha stabilito che le persone ferite erano «civili non coinvolti», ha affermato l’Idf, aggiungendo di «esprimere profondo rammarico» e di aver sottoposto l’incidente alle autorità competenti per una revisione.
All’ospedale Al-Ahly di Hebron, il padre del bambino ha raccontato ai giornalisti dell’Associated Press che un proiettile ha centrato il parabrezza dell’auto prima di perforargli la mano e colpire suo figlio e sua moglie, che ora sarebbe in condizioni critiche.
(da Repubblica)

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UN GIOVANE SU DUE RINUNCEREBBE A UN LAVORO STABILE E BEN PAGATO SE COSTRETTO AD ACCETTARE UN AMBIENTE PERCEPITO COME “TOSSICO”

Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile

PER GLI “UNDER 30”, IL SALARIO RESTA COMUNQUE IMPORTANTE, MA CONTANO ANCHE BENESSERE PSICOLOGICO, RELAZIONI, IL GIUSTO EQUILIBRIO CON LA VITA PRIVATA

Per molti giovani non si tratta più soltanto di guadagnare uno stipendio. Attorno al lavoro passa ormai anche la possibilità di tenere insieme vita, tempo, relazioni, equilibrio personale. È la fotografia di una generazione che continua a cercare stabilità, ma che allo stesso tempo sembra meno disposta ad accettare che la dimensione professionale occupi tutto lo spazio della vita adulta.
La seconda fase della ricerca internazionale “Footprints. Young People: Expectations, Ideals, Beliefs”, presentata ieri a Roma alla Pontificia Università della Santa Croce e realizzata insieme all’istituto di sondaggi Gad3, ha coinvolto oltre novemila giovani tra i 18 e i 29 anni in nove Paesi di quattro continenti – Argentina, Brasile, Filippine, Italia, Kenya, Messico, Regno Unito, Spagna e Stati Uniti – mettendo in relazione lavoro, partecipazione civica, spiritualità e qualità della vita
Il dato che più colpisce è forse questo: quasi un giovane su due dice che rinuncerebbe anche a un lavoro stabile e ben retribuito di fronte a un ambiente percepito come tossico. Il salario resta importante – quasi un terzo degli intervistati lo considera ancora la priorità principale, soprattutto in Argentina e Messico – ma non basta più a trattenere il talento.
Accanto alla componente economica emerge quello che i ricercatori definiscono «stipendio emotivo»: qualità dell’ambiente lavorativo, benessere psicologico, relazioni, possibilità di tenere insieme vita privata e professione senza esserne consumati. «I giovani vogliono lavorare per vivere, non vivere per lavorare», sintetizza Narciso Michavila, presidente di Gad3.
Non è il rifiuto del lavoro. Semmai il rifiuto di un modello nel quale il lavoro finisce per occupare tutto lo spazio della vita. Le parole che i giovani associano più spesso all’idea di lavoro raccontano bene questo cambio di prospettiva: «passione», «carriera», «responsabilità», «necessità». Più in basso restano «sacrificio», «dovere», «servizio».
Su questa trasformazione pesa anche la precarietà. Oltre la metà degli intervistati indica nella mancanza di opportunità il principale ostacolo all’ingresso nel mercato occupazionale. Eppure la formazione continua a essere percepita come decisiva: l’87% considera l’università uno strumento importante soprattutto per accedere a lavori migliori.
Ma le competenze ritenute davvero decisive non sono soltanto quelle tecniche. Contano soprattutto lavoro di squadra, capacità comunicative, relazioni umane. E continua a pesare molto anche la famiglia, indicata dal 62% dei giovani come il principale punto di riferimento nella costruzione della propria idea di futuro
C’è poi la fatica di dover restare continuamente performanti, anche quando le energie sembrano finite. Il 90% considera il riposo essenziale per una vita equilibrata, ma oltre il 60% racconta di sentirsi spinto a restare produttivo anche quando è stanco. Il 71% ha esperienza di lavoro o studio da remoto: la flessibilità viene percepita come un vantaggio, ma il 40% denuncia isolamento sociale e un peggioramento della comunicazione nei gruppi di lavoro. È una generazione cresciuta nella connessione permanente, ma che sembra chiedere soprattutto margini di respiro.
(da Repubblica)

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CENTRODESTRA IN TILT SOTTO LA MADONNINA. LA LEGA VUOLE ACCELERARE SULLA SCELTA DEL CANDIDATO SINDACO A MILANO PER IL 2027 E HA PROPOSTO LE PRIMARIE ENTRO L’ESTATE. MA I FRATELLINI D’ITALIA FRENANO: “SAREMO PRONTI A SETTEMBRE”

Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile

SALVINI TEME CHE IL “TRADITORE” VANNACCI ANNUNCI UN SUO NOME PER PRIMO, E PUNTA SULL’EX NUMERO UNO DI ASSOLOMBARDA, ALESSANDRO SPADA… AFFONDATO IL CANDIDATO DELLE MELONI, CARLO FIDANZA, IL DEUS DELLA LOMBARDIA, IGNAZIO LA RUSSA, HA LANCIATO IL CIELLINO MAURIZIO LUPI, CHE PERÒ NON TROVA ANCORA L’APPOGGIO DI FORZA ITALIA BY MARINA

Il tentativo della Lega di accelerare, e dare le carte in vista della scelta del 2027, agita le acque (già movimentate) del centrodestra cittadino. «Chi frena sulla scelta del candidato sindaco, forse, non vuole vincere a Milano: la Lega vuole mantenere gli impegni presi con i milanesi e avere un nome forte e spendibile prima della pausa estiva», ribadisce così il segretario cittadino del Carroccio Samuele Piscina, per rispondere a chi, soprattutto tra le fila di FdI, ha subito frenato dopo la proposta di due giorni fa di Matteo Salvini.
Ovvero, organizzare per sabato 20 e domenica 21 delle primarie in salsa lumbard. Lasciando campo libero, a chi vuole, di esprimere una propria preferenza, presentandosi ai banchetti che il Carroccio sta organizzando in città e votando chiunque voglia.
Obiettivo, identificare un possibile candidato, facendosi anche forti del fatto che un profilo, il Capitano Salvini, già lo avrebbe individuato, l’ex numero uno di Assolombarda Alessandro Spada.
Non è un segreto, infatti, che il partito stia vivendo un momento di difficoltà, tra tentativi di rilancio che guardano al federale previsto a Roma per mercoledì con la possibile nomina di Luca Zaia come vicesegretario, e lo spauracchio dell’ex vicesegretario che rischia di rubargli voti a destra e a manca, quel Roberto Vannacci che Salvini volle a tutti i costi a Bruxelles.
E che adesso, con il suo Futuro Nazionale, in Lombardia ha già sfondato quota 10 mila iscrizioni, e ha annunciato di voler presentare un proprio volto per le prossime urne milanesi (e romane): se questo nome, allora, fosse fatto prima di quello del candidato leghista, per il Capitano si tratterebbe dell’ennesima gatta da pelare
Di qui, allora, la spinta degli ultimi due giorni. A cui gli alleati guardano però con scetticismo, «è comprensibile la voglia di entrare nel vivo della campagna elettorale, ma il nostro compito a Palazzo Marino non è finito, 12 mesi sono tanti», ripete così il capogruppo di FdI Riccardo Truppo.
Ancora più netta Mariangela Padalino, che a Milano guida Noi Moderati, il cui leader Maurizio Lupi da mesi scalda i motori (con l’appoggio del presidente del Senato Ignazio La Russa): «Le primarie non appartengono alla cultura politica del centrodestra, sono potenzialmente divisive: sarebbero un assist al Pd»
Certo è, però, che un accordo è ben distante dall’essere trovato. Tra la querelle tra il profilo politico e quello civico che continua a non risolversi, e nomi che circolano dentro (e fuori) i partiti: oltre allora a Spada e Lupi, prosegue la corsa (finora in solitaria) del patron del Panino Giusto Antonio Civita, mentre non è da escludersi che dalle primarie “salviniane” possano emergere nomi di leghisti doc, la vicesegretaria Silvia Sardone o il sottosegretario Alessandro Morelli.
Stesso discorso in casa Fi, dove da mesi si punta sull’ipotesi del civico, ma non mancano anche possibili carte politiche, come quelle del consigliere al Pirellone Giulio Gallera o dell’assessore regionale Gianluca Comazzi.
(da agenzie)

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IL PRESIDENTE DEL SENATO, IGNAZIO LA RUSSA, HA DISPOSTO UN’INDAGINE INTERNA SUL CASO DEL SENATORE DI FORZA ITALIA, FRANCESCO SILVESTRO, ACCUSATO DI VIOLENZA SESSUALE DA UN’IMPRENDITRICE, CHE IL 25 FEBBRAIO 2025 EBBE UN INCONTRO NEL SUO UFFICIO

Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile

LA RUSSA “HA CHIESTO AI QUESTORI DI PROCEDERE AGLI ACCERTAMENTI NECESSARI PER LE SUCCESSIVE VALUTAZIONI DI COMPETENZA DEL CONSIGLIO DI PRESIDENZA” – LA DONNA SOSTIENE DI ESSERE STATA “IMMOBILIZZATA” DA SILVESTRO E COSTRETTA A UN RAPPORTO SESSUALE “SENZA ALCUN CONSENSO”

Il presidente del Senato Ignazio La Russa “ha appreso dalla stampa alcune circostanze riferite al senatore Francesco Silvestro. Ai sensi del combinato disposto dell’articolo 67 del Regolamento e degli articoli 2 e 8 del codice di condotta, ha chiesto ai Senatori Questori di procedere agli accertamenti necessari per le successive valutazioni di competenza del Consiglio di Presidenza.
A tal fine, il Presidente e i Questori si incontreranno martedì prossimo”. Lo riferiscono fonti della Presidenza del Senato. L’articolo 67 del regolamento del Senato a cui si fa riferimento prevede, tra l’altro, che “per fatti di particolare gravità che si svolgano nel recinto del palazzo del Senato, ma fuori dell’Aula” il presidente può “investire del caso il Consiglio di Presidenza il quale, sentiti i Senatori interessati, può deliberare le sanzioni”, previste anche per i comportamenti vietati in Aula, che vanno dalla censura all’interdizione di partecipare ai lavori del Senato per un periodo non superiore a dieci giorni di seduta
Le deliberazioni adottate dal Consiglio di Presidenza sono comunicate all’Assemblea e in nessun caso possono essere oggetto di discussione. Per quanto riguarda invece il codice di condotta, tra gli articoli richiamati, il numero 2 riguarda gli obblighi generali di condotta ez prevede, tra l’altro, che i senatori agiscano “con disciplina ed onore, nel rispetto dei principi di trasparenza, integrità e responsabilità, al fine di prevenire qualsiasi azione o comportamento che possa compromettere il prestigio del Senato della Repubblica”.
E “in nessun modo la carica di Senatore può essere utilizzata per ottenere vantaggi finanziari diretti o indiretti o altri benefici la cui accettazione potrebbe determinare una alterazione del principio della libertà di mandato di cui all’art. 67 della Costituzione”.
Secondo l’altro articolo, il numero 8, il Consiglio di Presidenza vigila sull’osservanza del Codice. E su richiesta del presidente del Senato, i presunti casi di violazione del Codice sono sottoposti all’esame del Consiglio di Presidenza che può delegare ai Senatori Questori il compito di procedere agli accertamenti istruttori necessari, in contraddittorio con il senatore interessato.
Se negli accertamenti si rilevano “fatti di particolare gravità che rischiano di determinare una alterazione del principio della libertà di mandato ovvero possano compromettere il prestigio del Senato, il Presidente può investire del caso il Consiglio di Presidenza il quale, sentiti i Senatori interessati, può deliberare le sanzioni” previste dall’articolo 67 del regolamento del Senato. E contro le decisioni il senatore può fare ricorso alla Commissione Contenziosa.
(da agenzie)

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RICATTI SESSUALI E PRESUNTI “SEQUESTRI”. IL COMUNE DI SAN SEVERO, IN PROVINCIA DI FOGGIA, È NEL CAOS: 13 CONSIGLIERI SI DIMETTONO CAUSANDO LO SCIOGLIMENTO DELLA GIUNTA COMUNALE DELLA CITTADINA GUIDATA DAL CENTRODESTRA

Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile

LA SINDACA LIDYA COLANGELO ACCUSA L’EX ASSESSORE AI LAVORI PUBBLICI PIERLUIGI MARINO DI AVERLA CHIUSA DENTRO LA SUA STANZA IN COMUNE. LUI RISPONDE CON UNA DENUNCIA …NON SOLO: LA PRIMA CITTADINA DENUNCIA DI AVER RICEVUTO RICHIESTE CHE RIGUARDANO LA SUA “SFERA FEMMINILE E SESSUALE”

Dopo lo scandalo le dimissioni: finisce a causa del passo indietro di tredici consiglieri comunali, l’esperienza amministrativa della sindaca di centrodestra Lidya Colangelo. Le firme dei dimissionari – tra cui la presidente del Consiglio Rosa Caposiena di Forza Italia – sono state depositate davanti a un notaio, per cui nelle prossime ore lo scioglimento sarà decretato dal prefetto di Foggia, che nominerà un commissario.
Il terremoto arriva a pochi giorni dalle dichiarazioni di Colangelo durante l’assise civica, con le quali aveva denunciato pubblicamente di avere subito pressioni che riguardavano la sua sfera “femminile e sessuale”.
La sindaca aveva anche attaccato duramente l’ex assessore ai Lavori pubblici Pierluigi Marino, accusandolo di averla chiusa dentro la sua stanza in Comune. Marino, per tutta risposta, ha presentato denuncia contro Colangelo.
Tale bomba era arrivata in un momento in cui la situazione politica a San Severo risultava già compromessa, dopo l’azzeramento della giunta disposto dalla prima cittadina il 27 maggio e il progressivo sfaldamento della maggioranza.
A districare la vicenda sul piano non politico sarà la Procura di Foggia e forse anche la Prefettura, vista la gravità delle frasi dette da Colangelo e la possibilità che siano stati commessi reati contro pubblici ufficiali.
Il giorno successivo era andata oltre, denunciando nell’assise «richieste che nulla hanno a che vedere con la politica ma che riguardano la mia sfera femminile e sessuale». Il riferimento era a qualcuno – di cui non è stato fatto il nome – che avrebbe paventato la possibilità di rendere pubbliche notizie personali che la riguardano
A seguire, Colangelo aveva fatto riferimento ad un altro episodio, che a suo dire avrebbe avuto come protagonista l’ex assessore Marino, accusato di un «tentativo di sequestro nella mia stanza, che avrei potuto denunciare». Una ricostruzione che Marino ha respinto prontamente al mittente, con una querela depositata ai carabinieri e alla Procura dall’avvocato Guerino Infante.
«La sindaca mi accusa solo perché ormai sono un avversario politico, prima delle mie dimissioni non ha mai messo in discussione la mia buona fede – ha detto Marino – Nell’episodio che lei ha riferito, ho chiuso la porta solo per garantire riservatezza alla nostra conversazione, nella quale le ho chiesto di revocarmi le deleghe ma lei non l’ha fatto e quindi mi sono dimesso dopo la festa del Soccorso»
Sul nome dell’autore la cittadina si interroga ormai da cinque giorni. Qualcuno pensa di saperlo, altri dicono di non riuscire proprio a immaginarlo. Colangelo, per il momento, non avrebbe sporto denuncia alle forze di polizia.
(da La Repubblica)

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LA DOLCE VITA DEGLI OLIGARCHI RUSSI NON SI E’ MAI INTERROTTA

Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile

LA CERCHIA RISTRETTA DI RICCHI RUSSI VICINI A PUTIN CONTINUA A CONDURRE UNA VITA LUSSUOSA NONOSTANTE LE SANZIONI OCCIDENTALI

La cerchia ristretta di ricchi russi vicini a Vladimir Putin continua a condurre una vita lussuosa nonostante le sanzioni imposte dall’occidente dopo l’invasione dell’Ucraina.
Lo rivela un’inchiesta del Wall Street Journal secondo la quale gli oligarchi amici dello zar usano jet privati di lusso prodotti in Occidente, grazie a una rete di società intermediarie, registrazioni offshore e triangolazioni in Paesi che non hanno imposto le misure contro Mosca.
Sergey Chemezov, amministratore delegato del colosso russo della difesa Rostec, ha utilizzato un jet Bombardier da 75 milioni di dollari per almeno sei viaggi a Dubai, in Turchia e nel Sud-est asiatico tra l’anno scorso e quest’anno.
Come lui tanti altri miliardari russi hanno dovuto adattare il loro stile di vita sostituendo mete come Londra, la Costa Azzurra e le Alpi svizzere con nuove destinazioni quali gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia e l’Azerbaigian.
Secondo il Wall Street Journal, una rete di società intermediarie acquista i jet da produttori occidentali – o di seconda mano – e li immatricola in nuove giurisdizioni per renderli disponibili a cittadini russi colpiti da sanzioni. Oltre a Chemezov, Arkady Rotenberg (storico collaboratore di Putin) e Igor Kesaev, un oligarca attivo nel settore della produzione di armamenti.
(da agenzie)

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L’EFFETTO VANNACCI INGUAIA MELONI

Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile

IL RISCHIO CHE SUPERI LA LEGA. IL DILEMMA SE FARLO ENTRARE O MENO NELLA COALIZIONE, LA REAZIONE DI FORZA ITALIA

Festa del 2 giugno al Quirinale. Un importante politico di Fratelli d’Italia dice una frase assurda che mi rimane in testa. “Dovevamo schiacciare Vannacci come un pinolo. Ora è tardi”. Metafora bucolicamente cruenta, ovviamente paradossale, che però svela un mondo. Un dialogo informale, che illumina il disagio profondo della destra di governo. Panico Generale. L’ex addetto militare dell’ambasciata italiana a Mosca, filo-putiniano per tabulas, reimigrazionista, pignolo sulla pigmentazione e sui lineamenti non caucasici abbinati al sacro tricolore, cattolico oltranzista, machista novecentesco, arcitaliano con moglie rumena, amato dall’alt-right targata Steve Bannon, orripilato dal politicamente corretto (cioè dal banale passo indietro che andrebbe istintivamente fatto di fronte alla sensibilità altrui), inquieta Giorgia Meloni, innervosisce Matteo Salvini e infastidisce Antonio Tajani.
Ma, dettaglio non irrilevante, secondo sondaggi sempre più accreditati e chissà quanto attendibili, ad un anno dal voto vale il 3.5% dell’elettorato. Con una spintarella di Peter Thiel, spiegano fonti vaticane, potrebbe guadagnare altri tre punti secchi, scavalcare la Lega e decidere le sorti dell’esecutivo.
Fantapolitica? Forse. Ma la paura dei suoi – nuovi, ex, possibili? – alleati è reale. Dunque, lo si tiene a bordo o lo si emargina, uno come il Generale? Si insiste con il farisaico e autocelebrativo racconto di una destra moderata che aspira a diventare la colonna conservatrice del Ppe in Europa o si sbraca verso la barricata ultraconservatrice di Futuro Nazionale e del suo mondo al contrario (che poi è il mondo come è sempre stato, con il dominio del più forte sul più debole)?
Oggi, sul Generale tutti zitti, ma tre anni fa, quando uscì il suo libro, autorevoli esponenti di governo, come il ministro Guido Crosetto, presero le distanze dalla velenosa propaganda di questo militare aggressivo e poco decifrabile. Poi Salvini lo invitò incautamente a fargli da vicesegretario, senza contare che il Maschio Belligerante non ha mai l’indole del numero due. Ama il comando. Possibilmente
su truppe docili. Caratteristiche che dovrebbero mettere tutti noi in allarme, perché, diceva Hannah Arendt: “Il male non è mai radicale, è soltanto estremo, e non possiede né profondità, né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero perché si espande come un fungo sulla superficie”. Va da sé che Vannacci non è il Male. Ma i suoi messaggi, spalmati sull’epidermide micotico dello Spirito del Tempo, non inducono all’ottimismo.
Il partito antisistema, vero dominatore delle ultime tre tornate elettorali (prima con Grillo, poi con Salvini e infine con Meloni), oggi indossa le sue stellette. E viene il dubbio che avesse ragione Nenni. «Gareggiando a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura». Se vi sembrano solo suggestioni, chiedetevi qual è il vero motivo per cui la presidente del consiglio rinuncia a partecipare al vertice sui Balcani con Francia, Germania e Gran Bretagna, preferendo il lancio di un nuovo francobollo. Infelice quel Paese che ha bisogno di comici vaffanculisti ormai estinti e di generali suprematisti in ascesa per costruire il senso di sé. E a che cosa serve la tanto sbandierata stabilità, se basta l’ultimo Capopopolo in mimetica per sbilanciare le scelte di Palazzo Chigi?
Dopo quattro anni di rivendicato appoggio euro-atlantista all’Ucraina, perché questa freddezza nel momento di massima difficoltà del Cremlino? L’incompatibilità con Macron, i dubbi su Merz, il tentativo impossibile di recuperare il rapporto con Trump, il fastidio per la retrocessione dell’Albania nelle gerarchie d’ingresso nell’Unione. Tutti elementi veri, che si appoggiano però su un problema di fondo: lo stato confusionale fatto esplodere da Vannacci. Come se, all’improvviso, la premier non fosse più capace di una linea politica autonoma e consegnasse il senso del proprio futuro prossimo non tanto ad una visione, quanto ad un antico e spesso inutile istinto politicista, l’improbabile ciambella di salvataggio di ogni furberia di Palazzo: la revisione rapida della legge elettorale. Che, così com’è, oggi azzererebbe i candidati di Fratelli d’Italia nei collegi uninominali del Sud Italia.
Vannacci aprirà il suo Congresso la prossima settimana. Di fronte al Vaticano. A Roma. Esattamente come Thiel. Ribadirà le proprie parole d’ordine. E una destra moderna, senza bisogno di essere coraggiosa, dovrebbe avere la forza semplice di
dire che cosa ne pensa. Di prendere le distanze. Non succederà. Perché parte della base elettorale meloniana è francamente filo-russa. La Premier li ha tenuti a bada per quattro anni, adesso teme di perderli se non cede al ricatto di questa ennesima minoranza ultra-populista che si colloca nuovamente fuori dal racconto democratico.
Meloni, dopo il vistoso errore del vertice ignorato, è di fronte all’alternativa del Diavolo. Inglobare Vannacci, lasciando che le succhi la ruota e la schiacci sugli umori più estremi di quella parte di Paese affascinata da un’idea orbaniana del potere, oppure dimostrare la sua leadership e rivendicando la sua differenza, anche correndo il rischio di essere tradita dal pallottoliere.
Se Palazzo Chigi piange, la Lega non ride. Difficile immaginare che Luca Zaia accetti di fare la ruota di scorta del Generale in libera uscita. Di prenderne il posto alla destra del suo pericolante leader. Quale vantaggio avrebbe? Se la Lega tornasse a crescere (ipotesi non semplice), il merito sarebbe di Salvini. Se precipitasse a percentuali irrisorie, schiacciata tra Vannacci e Meloni, la carriera del governatore veneto sarebbe al capolinea. Non ha un solo motivo per esporsi.
Il Generale Roberto Vannacci da La Spezia, già comandante della Folgore, è motivo di imbarazzo per la coalizione se resta dentro, ma si trasforma in devastante fuoco amico se resta fuori. Un paradosso capace di ridare fiato persino all’agonizzante campo largo della sinistra, che con tempi di latenza piuttosto preoccupanti, ha finalmente deciso di scendere in Calabria per dire basta alla schiavitù del caporalato.
Resta da capire perché, in una Repubblica fondata sul lavoro, non siano stati la Presidente del Consiglio e il ministro dell’Interno a precipitarsi ad Amendolara dopo la strage di lunedì scorso. Forse perché a morire bruciati sono stati tre afghani e un pakistano. Forse perché gli assassini vengono da Islamabad, forse perché così si eliminano tra di loro, o forse, più francamente, perché abbiamo perso qualunque senso di umanità e non ce ne frega niente se pezzi di Paese sono zona franca, se alla base di quella filiera del cibo di cui ci facciamo giustamente vanto nel mondo, ci sono gli ultimi degli ultimi, con la loro pelle scura, la loro civiltà opaca, la loro lingua incomprensibile. Quelli che non piacciono ai suprematisti, salvo l’attimo in
cui mettono i pomodori in tavola. “La pazzia è rara negli individui, ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche è la regola”, sosteneva Friedrich Wilhelm Nietzsche centoventi anni fa. La regola non è cambiata. Fingiamo di andare avanti, scommettendo sui puri più puri, senza renderci conto che continuiamo ad appoggiare un piede malfermo sul limite di un pericoloso tempo già vissuto.
(da La Stampa)

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LASCIATA SOLA E DOPO AVER INUTILMENTE CHIESTO DI PARLARE CON I MAGISTRATI ITALIANI, GRACIELA RITRATTA DAVANTI A UN NOTAIO

Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile

CASO MINETTI:; SECONDO ALCUNI QUOTIDIANI LA TESTIMONE HA RILASCIATO UNA DICHIARAZIONE GIURATA… IL FATTO RILANCIA: “PUBBLICHEREMO IL CONTENUTO TESTALE DELLE CONVERSAZIONI”

Lasciata sola dopo aver inutilmente chiesto di essere ascoltata dai magistrati e aver scoperto dalle agenzia di stampa che la procura generale di Milano non lo avrebbe fatto, Graciela ha ritrattato. Lo ha fatto con un documento di quattro pagine, scritto davanti a un notaio, in cui fa marcia indietro rispetto a quanto raccontato a il Fatto quotidiano in oltre un’ora e mezza di registrazione e 766 messaggi, incluse fotografie e screenshot di Whatsapp con altre persone.
Il Corriere della sera, il Domani e Repubblica scrivono che Graciela nella dichiarazione giurata afferma di non sapere nulla di ciò che avveniva nella tenuta. La notizia dell’atto formale è arrivata alla Procura generale di Milano a istruttoria conclusa: le dichiarazioni sono state trasmesse tra venerdì pomeriggio e sabato mattina dall’Uruguay ai magistrati e poi indirizzate al Quirinale.
Secondo Repubblica il senso della dichiarazione giurata è questo: “Non ho mai visto che la signora Minetti fosse coinvolta in una presunta operazione destinata ad assoldare prostitute. Nel periodo in cui ho lavorato nella residenza ‘Gin tonic’ non ho mai visto che la signora Minetti fosse coinvolta in una presunta operazione destinata a reperire, attirare, assoldare o indurre a coinvolgere prostitute all’interno della residenza”.
Inoltre, sostiene di non aver dato l’autorizzazione a pubblicare il suo nome e che il senso del sue parole sarebbe stato distorto. In realtà, Graciela aveva autorizzato la pubblicazione dell’intervista e del suo nome.
Poi, l’11 maggio, quando oramai il giornale era andato in stampa, aveva prima solo chiesto delle piccole modifiche , aveva di nuovo autorizzato a scrivere che “Nicole non aveva cambiato vita”, ma più tardi era apparsa spaventata e aveva chiesto che si parlasse principalmente del caso delle presunte molestie sessuali da parte di Cipriani. Prossimamente il Fatto quotidiano pubblicherà il contenuto testuale delle conversazioni avute con lei.
Il 12 maggio anche il Corriere della sera aveva pubblicato il resoconto di un incontro con la testimone dal titolo “il fortino di Graciela” in cui dichiarava: “Là dentro ho visto tutto, ho paura e vivo nascosta”.
E sempre al quotidiano via Solferino aveva affermato: “Sono pronta a testimoniare a sostegno dell’inchiesta milanese sulla grazia”.
Il 13 maggio, era stata intervistata dalla trasmissione televisiva Sin Piedad, ribadendo di voler essere ascoltata. Poi, il 14 maggio l’Ansa aveva titolato: “Non serve sentire la testimone su Minetti, non c’è riscontro sulle sue parole”. Dopo quel giorno, Graciela ha smesso di rispondere ai nostri messaggi. Il 29 maggio, secondo il Corriere della sera, si è presentata da un notaio rilasciando una dichiarazione giurata che ritratta il suo resoconto, poi spedita in Italia e arrivata quando ormai l’istruttoria veniva considerata chiusa e il presidente Mattarella aveva comunicato di non aver intenzione di cambiare idea sulla grazia.
Su cosa è accaduto in Uruguay tra il 14 e il 29 maggio e sul reale motivo della ritrattazione al momento si possono fare solo ipotesi. Graciela vive blindata e non risponde a messaggi e telefonate.
(da Il Fatto Quotidiano)

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LE DISEGUAGLIANZE, PIOMBO DELL’ITALIA

Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile

LA GRAVITA’ POLITICA CONSISTE NEL NON VOLERNE PRENDERE ATTO

La bolla mediatica di un paese solido nonostante i venti contrari che spirano dall’infida Europa sta lasciando il posto alla crescente consapevolezza di vivere in una nazione in preoccupante declino.
Sembra essersi esaurita la spinta propulsiva della nostra creatività, la capacità di superare in avanti i momenti difficili, ripartendo a razzo dopo crisi strutturali o eventi drammatici. Dalla crisi del 2008 l’Italia non riesce più a tirarsi fuori dagli impacci, dai limiti storici della sua base produttiva, senza un guizzo risolutivo, senza idee innovative e senza classi dirigenti consapevoli della fine di un ciclo storico: l’arresto traumatico della lunga fase di espansione di una nazione che pur non possedendo materie prime era diventata una delle manifatture più importanti del mondo. Come se tutti i fattori di debolezza, che per un lungo tratto erano stati nascosti o attutiti dalla fase di espansione, improvvisamente fossero emersi in maniera tale da diventare un ostacolo per ogni duratura ripresa. L’ultima illusione che la ricchezza del Nord fosse in grado di trascinare con sé l’intera economia nazionale è miseramente naufragata. La spinta propulsiva che ci si aspettava dall’aver dato centralità alla questione settentrionale si è dimostrata un bluff. Giuseppe Berta aveva dimostrato già nel 2015 nel saggio Le vie del Nord come il Settentrione non fosse più il motore del paese sul piano economico e come avesse dissipato quelle “virtuose pratiche” (civili e morali) di cui si credeva un tempo depositario. Bisogna tornare al 1973 per vedere così minacciata la nostra economia dall’aumento vertiginoso dell’energia.
Perché l’Italia si sta dimostrando così fragile? Perché ai grandi sconvolgimenti si presenta meno attrezzata per superarli o per limitarne i danni? Restiamo un paese “oscuro a se stesso, nel quale tutti soffrono più malesseri che dolori, senza capirne con chiarezza il perché”, come scriveva Guido Piovene nel suo preziosissimo Viaggio in Italia. “Sotto un involucro di sorriso e bonomia, l’Italia è diventata il
paese d’Europa più duro da vivere, quello in cui più violenta e più assillante è diventata la lotta per il denaro e per il successo”. Considerazioni ancora oggi attuali.
La responsabilità di tutto ciò, certo, non è ascrivibile solo alle destre oggi al governo, ma il loro modo di intendere le priorità della nazione non fa altro che acuire i motivi che sono alla base del declino di lungo periodo. La destra italiana ha oggi la responsabilità grave di nascondere la polvere sotto il tappeto con un trionfalismo arrogante, di rivestire di subalternità e di aggressività una particolare forma di nazionalismo localistico e impotente.
Qual è la zavorra che appesantisce la nostra economia e ci trascina sempre più giù nelle statistiche del malessere? A mio parere l’Italia è malata essenzialmente di disuguaglianze (territoriali, sociali, economiche, di genere, di salute, di dotazioni di servizi essenziali) e questa sua malattia si ripercuote, ormai senza più attenuazioni, sulla sua base produttiva. Tutto ciò che nel passato era sembrato funzionale allo sviluppo, ora sembra accelerarne la caduta. Il Sud a scarso livello di industrializzazione, il basso costo della manodopera, l’emigrazione di massa dal meridione, i servizi pubblici sostituiti dalla famiglia e dai parenti, la più ridotta partecipazione delle donne al mercato del lavoro, un peso enorme dei lavori precari che non ha pari in Europa, l’assenza di politiche alternative sull’energia, la produzione in serie di violenza dalle periferie delle grandi aree metropolitane e delle medie città di cemento che abbiamo irresponsabilmente costruito.
Le ali della nostra economia sono tarpate dalle disuguaglianze. E la gravità consiste nel non volerne prendere atto, come invece avvenne nell’immediato Secondo dopoguerra, avviando un paese povero e sconfitto verso i suoi anni migliori, con il sostanziale consenso di tutti i principali attori politici che avevano sconfitto il fascismo.
La lotta alle disuguaglianze, dunque, non è solo un entusiasmante programma politico, ma una grande strategia di crescita dell’economia. L’Italia è un paese lungo geograficamente, ristretto economicamente e storto socialmente. Ma gli squilibri territoriali e gli egoismi sociali, oltre un certo limite, diventano un
handicap economico, rallentano il motore dello sviluppo, ne inficiano la potenza, e addirittura sono in grado di incepparlo.
Se il Pil rappresenta la ricchezza di una nazione, è ovvio che questa ricchezza non aumenta se non quando essa si propaga in tutte le sue parti.
In effetti, una nazione è come un corpo. Se si cammina su di un solo piede, sarà difficile mantenersi in piedi, ed è già un miracolo fare qualche passo in avanti. Se si usa una sola mano pur avendone due, si possono sollevare pesi inferiori alle possibilità.
Viene in mente l’apologo intramontabile di Menenio Agrippa: un corpo è sano solo se lo sono tutte le sue parti e solo se esse cooperano tra loro. Abbiamo bisogno di un nuovo apologo per l’Italia, quello delle divisioni territoriali e della umiliazione sociale si sta dimostrando perdente.
Se guardiamo ai dati sulla crescita salariale nel periodo 2020-2025, l’Italia compare all’ultimo posto in Europa. Il salario lordo annuo degli italiani, a parità di potere d’acquisto, è stato nel 2021 di 29.694 euro rispetto ai 29.341 del 1990. Nello stesso periodo gli spagnoli sono passati da 25.000 dollari a 27.000, i francesi da 29.000 a 40.000 e i tedeschi da 30.000 a 43.000. L’Italia, dunque, è rimasta sostanzialmente ferma al 1990. I vantaggi sarebbero enormi se si riducesse la disparità delle retribuzioni tra l’Italia e il resto d’Europa.
In Italia il divario di genere è doppio rispetto al resto d’Europa. Se in Europa la differenza tra il tasso di occupazione delle donne rispetto a quello degli uomini è di 10,7 punti, nel nostro paese è di ben 20 punti. Una differenza, però, non uniforme territorialmente: nel Sud appena il 35% delle madri con figli in età prescolare lavora rispetto al 64% delle mamme del Centro-Nord. E il tasso di occupazione delle donne nel Sud è così basso non soltanto perché mancano gli asili ma perché manca il lavoro. In ogni caso, se si portasse il tasso di occupazione femminile meridionale ai livelli del Centro-Nord comporterebbe un vantaggio economico per l’Italia intera, oltre che un passo in avanti in materia di diritti elementari.
Si vive in due Italie nettamente distinte, è evidente. Geograficamente e socialmente. Come fa a reggere una nazione con differenze così marcate? Ecco perché l’Autonomia differenziata è un veleno per la nostra base produttive. Un secondo motore dello sviluppo, quello meridionale, sarebbe più che necessario all’Italia
intera. Ecco perché l’avversione per il salario minimo (e per ogni forma di riduzione delle differenze salariali) è un ulteriore freno per la nostra economia. Ecco perché aver tolto il reddito di cittadinanza porterà solo all’aumento della povertà e una riduzione dei consumi.
I progressisti hanno una grande opportunità di mostrarsi fino in fondo tali e di non cercare nel moderatismo la chiave di volta del successo. L’Italia sta sperimentando il radicalismo della destra, quello di sinistra non ancora. L’identità dei progressisti non può che definirsi come lotta quotidiana alle disuguaglianze per arrestare il declino della nazione.
(da Il Fatto Quotidiano)

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