Destra di Popolo.net

SENZA IL BALLOTTAGGIO IL MELONELLUM E’ TRUFFA

Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile

ALTERA IL RAPPORTO TRA VOLONTA DEI VOTANTI E RAPPRESENTANZA DEGLI STESSI

Le leggi elettorali che prevedono un premio di maggioranza o di governabilità sono per definizione “leggi truffa” perché servono ad alterare significativamente il rapporto tra volontà dei votanti e rappresentanza degli stessi. L’Italia, purtroppo, ha un triste primato di tali leggi, dalla n. 2444/1923 (cosiddetta legge Acerbo), preordinata a instaurare il regime fascista, alla n. 58/1953 (alla quale deve l’epiteto denigratorio), fino al Porcellum (nomen omen: n. 270/2005) e all’Italicum (n. 52/2015), mai applicato.
Il premio di maggioranza è incompatibile con un ordinamento realmente democratico, come dimostra la sostanziale inesistenza dell’istituto fuori dall’Italia: solo in Grecia e a Malta è previsto tale premio, ma in misure tali da non assicurare un’effettiva prevalenza parlamentare. Tutto il resto del mondo ignora il premio di maggioranza. Probabilmente lo ignoreremmo pure noi se la Corte costituzionale, anziché sanzionarlo, non avesse aperto all’ipotesi, giungendo fino a definire il 40 per cento di voti come soglia ragionevole per garantirne l’applicazione (con un argomento non dissimile da un pugno sbattuto sul tavolo: n. 35/2017). Si è così ignorato il principio secondo il quale ogni sistema elettorale deve salvaguardare il rapporto tra singolo votante e rappresentanza dello stesso, come sancito dall’articolo 48 della Costituzione che, al secondo comma, afferma solennemente che il voto è personale ed eguale. Eguale ovviamente anche nel conteggio secondo il rapporto “uno vale uno” che il premio di maggioranza modifica in modo abnorme. L’aperta violazione del parametro costituzionale sarebbe giustificata, secondo la favoletta propalata dal centrodestra, per salvaguardare la governabilità. Ma questo risultato non si può conseguire incidendo sui diritti fondamentali dei quali l’eguaglianza costituisce cardine.
Augusto Barbera con altri studiosi sostiene che l’ordinamento repubblicano disciplinato nella seconda parte della Costituzione è stato configurato per l’apprensione delle forze costituenti di non ricadere in un esecutivo come quello fascista caratterizzato dall’assoluto accentramento di poteri. Una riforma utile ad assicurare stabilità al governo va fatta, di conseguenza, nell’ambito proprio, innovando cioè la seconda parte della Costituzione, senza alterare o violare i principi della prima. Gli strumenti sono noti, a iniziare dalla sfiducia costruttiva. Occorre aggiungere: il premio di governabilità previsto dallo Stabilicum comporta una doppia truffa. La prima deriva dal tipo di normazione, la seconda riguarda in concreto la pesante elusione della volontà popolare. Sembra che il centrodestra abbia concordato nell’aumentare al 42 per cento la soglia d’applicazione del premio (ridotto ma ancora abnorme). Quale che sia la misura della soglia non cambia l’illecita e grave manipolazione della volontà degli elettori. Per comprenderlo basta fare una semplice ipotesi suffragata oggi dai sondaggi. Secondo rilevazioni sostanzialmente condivise dagli operatori, all’esito elettorale le due maggiori coalizioni supererebbero entrambe il 42 per cento attestandosi a distanza minima con uno scarto che, secondo alcuni sondaggisti, non andrebbe oltre lo 0,1 per cento dell’intero elettorato. La riforma prevede che la coalizione con un voto in più ottenga il premio di maggioranza; l’altra coalizione, che con il sistema proporzionale otterrebbe probabilmente un egual numero di seggi, subisce una drastica riduzione. È costituzionalmente ragionevole tutto ciò? Può ammettersi che una norma prevarichi la rappresentanza popolare?
Uno 0,1 per cento avrebbe la capacità di polverizzare perfino un milione di voti. Per evitare questo grave attentato alla democrazia occorre prevedere un meccanismo che riconduca la scelta al popolo sovrano. Unica soluzione praticabile è il ballottaggio perché sia l’intera comunità nazionale, comprendendo coloro che non hanno votato per le due coalizioni, a decidere chi dovrà rappresentare gli italiani e governare il Paese. Solo il ballottaggio può rabberciare una riforma costituzionalmente illegittima nell’ipotesi che entrambe le coalizioni superino la soglia del 42 per cento. In mancanza di tale previsione sarebbe estremamente difficile per il presidente Mattarella dare immediato corso a una legge che offende i principi fondanti della Repubblica.
(da Il Fatto Quotidiano)

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L’USO PRIVATO DI UNA CITTA’

Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile

LE NOZZE DI DUA LIPA A PALERMO

La grossolanità del titolo di un giornale inglese (molto contento di far coincidere Palermo e mafia) ha messo in ombra il vero dibattito sorto attorno al fastoso matrimonio di Dua Lipa, dinamica popstar anglo-albanese molto quotata nelle classifiche mondiali.
Come già accadde per le nozze di Bezos a Venezia, Lipa e il suo sposo hanno noleggiato un pezzetto del centro storico di Palermo per farne uso privato. Poiché poche cose sono pubbliche come una città, specialmente una piazza del suo centro storico, una parte dei palermitani si è sentita espropriata e non l’ha presa bene. Ed è questo — non la mafia — l’argomento rilevante, specie in uno scorcio d’epoca nel quale non sembra esserci limite al potere dei soldi.
Le grandi manifestazioni popolari — gare sportive, concerti, cortei politici, sagre, processioni — hanno sulle città un impatto evidente, seppure per poche ore e non per un paio di giorni (è il caso delle nozze dei due Lipa). Ma hanno anche una evidente rilevanza pubblica.
Qui invece si tratta di una festa privata, che non inclina certo al basso profilo. Si tratta di circoscrivere e affidare al governo di un piccolo esercito di buttafuori un pezzo di spazio civico. Se ville e castelli non bastano più si affitta una città d’arte, sperando che le città d’arte bastino, almeno per un poco, a ospitare coreografie e banchetti direttamente proporzionali al patrimonio degli anfitrioni.
Pensare male di questa tendenza attira quasi in automatico l’accusa di populismo, in aggiunta a quella di non capire come funziona l’economia di mercato (lo volete capire che tutto ha un prezzo?). Muterei il capo di imputazione: non è populismo, è civismo pensare che ci sia un drastico limite all’uso privato di una città.
(da Repubblica)

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QUESTA CI MANCAVA: “VIOLENZA SESSUALE IN UFFICIO AL SENATO”

Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile

IMPRENDITRICE DENUNCIA PARLAMENTARE DI FORZA ITALIA (LUI NEGA)

Un pomeriggio di febbraio, lo studio ovattato di un parlamentare, bandiere scenografiche e divanetto per gli ospiti. Chi entra in quelle stanze per motivi di lavoro pensa di non aver nulla da temere in uno dei palazzi istituzionali più blindati di Roma. Invece proprio nel cuore di San Luigi dei Francesi – l’ex complesso dei Beni Spagnoli, l’edificio dove hanno i loro uffici gli eletti a Palazzo Madama – una donna di 52 anni, che chiameremo solo V., professionista autonoma, salde radici in Emilia, residente da alcuni anni in una cittadina del Sud Italia, scopre che si può scivolare in un incubo.
Vittima di un atto di violenza sessuale da parte di un senatore di Forza Italia. Che lei, stimata agente di commercio di vini di pregio, aveva incontrato per la prima volta. V. è stata contattata da un terzo, un carabiniere parente di lui (e conoscente di lei), in quanto «il senatore aveva bisogno di una fornitura importante di bottiglie, in particolare champagne e Sassicaia, per le cantine della nuova villa a Capri da inaugurare». Questo, almeno, è il racconto che la professionista ha depositato in un’articolata denuncia che Repubblica è in grado di rivelare, nella doverosa e doppia scelta: tutelare chi denuncia, e sentire chi è accusato.
La violenza che la donna dice di aver subìto, a freddo, «senza alcun consenso né espresso né implicito», è avvenuta il 25 febbraio ‘25. La querela giunge oltre un anno dopo. Perché? «Sono stata in terapia, ero sotto choc. E ho avuto paura. Sono stata intimidita da un amico del senatore, un carabiniere anche suo lontano parente. Ha cercato di dissuadermi dal fare la querela», spiega.
Il parlamentare indicato nella querela è Francesco Silvestro di FI. Ma sotto accusa finisce anche A. P., l’uomo che, tempo prima, si era già presentato a lei come carabiniere. A tutela di entrambi i denunciati, il pm potrebbe decidere di sentirli, prima di proseguire con l’iscrizione nel registro degli indagati. E gli atti, oggi in un ufficio di periferia, potrebbero presto essere trasferiti a Roma.
Silvestro, 55 anni, già assessore ad Arzano (Comune poi sciolto per camorra), oggi segretario di Fi in provincia di Napoli, facoltoso imprenditore, è noto come “il re della notte”, sia perché è titolare della prima azienda italiana di materassi («Siamo un colosso da 100 milioni»), sia perché ama tirare tardi nei locali romani e bere
champagne («Sempre il Krug»). Ieri sera ha risposto a Repubblica negando però quanto denunciato dalla donna a suo carico.
Le sue parole, tuttavia, confermerebbero alcuni elementi del racconto della stessa V. al pm. Questi: é vero che l’ha incontrata un’unica volta a San Luigi dei Francesi; è vero che doveva inaugurare la sua villa a Capri; è vero che le ha ordinato dei vini; è vero che a suggerirle l’agente di commercio è stato il carabiniere-parente. Falsa, a suo dire «assurda», invece, la scena di lui che le mette le mani sulla testa e la spinge a subire un atto di violenza.
Cosa accade, secondo V., in quei «terribili» 30-35 minuti nello studio al Senato? Dopo i convenevoli, e dopo l’ordinativo con cui lui largheggia («Champagne, sassicaia, vari cartoni»), il parlamentare si racconta con orgoglio («Io guidavo i camion che ero ancora minorenne, e adesso sto al Senato»). Silvestro avrebbe cominciato con frasi allusive e molestie («Il vino mi eccita, perdo i freni») e di punto in bianco lei si ritrova col senatore che la blocca, spingendo un tavolino contro di lei che resta immobile seduta sul divano, «costretta» all’atto sessuale. V. dice di aver lasciato quella stanza in stato di choc. Fuori, l’attendeva in auto un amico che l’ha trovata in lacrime.
Silvestro non è mai stato denunciato per molestie. È finito invece nella bufera per altre storie: un vecchio procedimento per tentata corruzione e falso da cui è uscito (con la prescrizione); le sospette frequentazioni con personaggi in odore di camorra, da lui smentite; lo scontro pubblico con Mimmo Rubio, il giornalista autore di inchieste anticamorra che Silvestro aveva querelato (perdendo la causa). Attengono ai meme e al ”colore” invece le gaffe in aula, di cui il senatore – che ha avuto vari dolori, un figlio morto giovanissimo, un fratello travolto da una voragine – è il primo a sorridere.
Nella denuncia, colpiscono tuttavia anche le presunte intimidazioni. Quando A. P. è messo al corrente della violenza dalla donna, le dà appuntamento «in un anonimo bar di una zona industriale in Campania» e, facendole segno di tenere a distanza borsa e cellulare «nel timore di essere registrato», l’avrebbe ammonita: «Guarda che se denunci, ti rovini la vita. Pensaci bene, i politici hanno un potere che neanche ti immagini. Se lo fai, non lavorerai più». Per inciso: l’ordinativo, circa 7mila euro di vini per Silvestro, la vittima l’ha cestinato. Il senatore, ricorda V., aveva assicurato che poteva pagare ma «tutto in contanti».
La palla passa a questo punto alla magistratura, la giustizia farà il suo corso.
(da La Repubblica)

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QUANDO DAVIDE BERGAMINI A GENNAIO 2026 LASCIO’ LA LEGA DISSE: “PASSO A FORZA ITALIA PER NON FARMI TRASCINARE NELLE IDEE DI VANNACCI”

Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile

E DOPO 5 MESI PASSA CON VANNACCI: COERENZA SOVRANISTA

Addio al Carroccio che ha deragliato a destra. Così Davide Bergamini, già commissario del partito di Matteo Salvini a Bologna e sindaco di Vigarano Mainarda, nel ferrarese, ha deciso di cambiare casacca.
Passando dalla Lega a Forza Italia anche sui banchi del parlamento, dove siede dal 2022.
«La Lega si è spostata troppo a destra, io sono prima di tutto un sindaco, mi piacciono le cose concrete – spiega – rispetto tutti ma non posso farmi trascinare nelle idee del generale Vannacci, ho preferito andarmene io».
Così si era espresso Bergamini nel gennaio di quest’anno. A distanza di 5 mesi ennesimo salto della quaglia; come se niente fosse, ora passa da Forza Italia a Futuro Nazionale, il partito di quel Vannacci di cui parlava male .
(da agenzie)

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“NON SONO PREOCCUPATA PER LE USCITE DA FORZA ITALIA VERSO VANNACCI”: MARINA BERLUSCONI, SECONDO “ADNKRONOS”, NON AVREBBE ALCUN “RAMMARICO” PER L’ADDIO A FI DEI DEPUTATI ATTILIO PIERRO E DAVIDE BERGAMINI PASSATI A FUTURO NAZIONALE DI ROBERTO VANNACCI

Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile

“SONO SCELTE SBAGLIATE DEL PASSATO” (UN SILURO A TAJANI CHE HA PORTATO DENTRO AL PARTITO ANCHE ESPONENTI CHE NON NE CONDIVIDEVANO I VALORI FONDAMENTALI)… PER GIORGIA MELONI, LA COPERTA E’ CORTA: SA CHE SE IMBARCA ANCHE VANNACCI, RISCHIA DI PERDERE FORZA ITALIA. MARINA BERLUSCONI HA DETTO CHIARAMENTE CHE “NON VUOLE ESTREMISTI IN COALIZIONE”

Nessun rammarico per i due deputati che da Forza Italia sono passati a Futuro Nazionale di Roberto Vannacci.
La primogenita di Silvio Berlusconi, Marina, a quanto apprende l’Adnkronos da fonti vicine ad Arcore, non sarebbe preoccupata per l’addio di Attilio Pierro e Davide Bergamini, che avevano aderito al movimento azzurro nel gennaio scorso e sono approdati oggi ufficialmente in Futuro nazionale.
Certe uscite, raccontano le stesse fonti, sono considerate la conseguenza di scelte sbagliate del passato, che hanno portato dentro al partito anche esponenti che non ne condividevano i valori fondamentali.
La presidente di Fininvest non ha nessuna intenzione di interferire nella linea politica di Fi, ma le sta a cuore il futuro del partito fondato dal padre e crede fermamente in una sua svolta liberal. In tale contesto c’è stato il doppio avvicendamento alla Camera e al Senato con la nomina dei capigruppo Enrico Costa e Stefania Craxi.
(da Adnkronos)

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COME MAI PETER THIEL TORNA A CIANCIARE DI ANTI CRISTO A ROMA? A FAR GIRARE I NEURONI DEL CAVALIERE DELLA TECNODESTRA AMERICANA È STATA LA SCELTA DI PAPA LEONE XIV DI INVITARE IL CO-FONDATORE DI ANTHROPIC, CHRISTOPHER OLAH, ALLA PRESENTAZIONE DELL’ENCICLICA “MAGNIFICA HUMANITAS”

Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile

THIEL TORNA NELLA CITTA’ ETERNA DOPO CHE, LO SCORSO MARZO, IL SUO CICLO DI CONFERENZE ERA STATO SNOBBATO SIA DAL GOVERNO MELONI, SIA DAI QUATTRO SCAPPATI DI CASA DELL’EGEMONIA CULTURALE DI DESTRA

Come mai Peter Thiel torna a cianciare di Anti Cristo nella città eterna? Non gli è bastato all’eminenza nera dei Big Tech, gran sostenitore finanziario del vice-Trump, JD Vance, il fallimentare debutto romano, snobbato sia dal governo Meloni, sia dai quattro scappati di casa dell’egemonia culturale di destra?
È successo che nessuno, ma proprio nessuno, Mago Othelma compreso, si aspettava che, dopo appena un anno di pontificato, la prima enciclica di Papa Leone venisse dedicata, anziché a chissà quale questione teologica, al tema contemporaneo, il più controverso e dibattuto: che fare per regolamentare la nuova e dirompente rivoluzione tecnologica prodotta dall’Intelligenza Artificiale?
A far girare i neuroni di Thiel, già survoltati del loro, fino al punto di spingerlo a far organizzare il prossimo 11 giugno nella cornice barocca del Salone Borromini alla Biblioteca Vallicelliana, di nuovo a cura dell’Associazione Culturale Gioberti, un nuovo convegno capitolino è stata la scelta del primo Papa americano Robert Prevost di invitare per la presentazione dell’enciclica “Magnifica Humanitas” il cofondatore di Anthropic, Christopher Olah, che insieme all’americano di origine italiana, il cattolico Dario Amodei, ha sviluppato Claude, l’unico modello generativo di AI focalizzato sulla sicurezza etica.
Tant’è che Anthropic, che è più potente del rivale GPT di OpenAi, ha rotto un contratto da 200 milioni di dollari con il Pentagono per l’uso e abuso militare di Claude, mandando su tutte le furie Trump.
Ovviamente la nascita di un’alleanza dei due avversari, tra i più temuti dal presidente demente degli Stati Uniti, meritava una nuova “crociata” nella capitale del mondo cattolico da parte dell’ideologo della tecnodestra che, non contento di accumulare miliardi con le tecnologie di Palantir, vuol fare anche il Mosè del Web sparando cazzate su cazzate sull’arrivo prossimo venturo di un Anti Cristo, nemico dell’innovazione e del progresso tecnologico (insomma, del suo conto in bancarotta
(da Dagoreport)

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DAL BARONE NERO AL «FIGLIO D’ARTE» LA GRANDE PESCA A DESTRA DI VANNACCI

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

LA CORTE DEI MIRACOLI RECLUTATA DA VANNACCI

Venghino, signori, venghino. In Futuro nazionale c’è posto per tutti. Almeno per ora. Il generale ha aperto al reclutamento senza test psicoattitudinali né richieste di giuramento. Per Roberto Vannacci la selezione avverrà dopo.
Sa che il numero è potenza. Quello dei sondaggi che lo danno vicino al 5%, ma soprattutto quello degli iscritti (e siamo sulla soglia dei 100 mila) e dei rappresentanti nelle istituzioni.
I parlamentari arruolati sono quattro (Emanuele Pozzolo, Edoardo Ziello, Laura Ravetto e Rossano Sasso) ma già nella giornata di oggi ne dovrebbero arrivare altri quattro. L’annuncio è previsto in una conferenza stampa a Viareggio. Un gradino sotto ci sono i consiglieri regionali.
E anche su questo fronte, Futuro nazionale alla vigilia della sua prima assemblea nazionale (a Roma il 13 e 14 giugno) può schierarne quattro: il più noto è Massimiliano Simoni, vero braccio destro del generale, unico superstite dei 9 consiglieri leghisti alle elezioni in Toscana del novembre scorso, subito pronto a seguire Vannacci nella nuova avventura politica
E poi, tra quelli della prima ora, c’è il veneto Stefano Valdegamberi, putiniano di ferro, anche lui ex leghista, scatenato reclutatore di adepti tra le campagne e i vigneti del suo territorio
In Lombardia i colonnelli vannacciani sono due (presto ne dovrebbe arrivare un terzo): Pietro Macconi, una lunga storia a destra dal Msi fino a FdI, e Luca Ferrazzi, già in An e poi nelle liste civiche di Roberto Maroni e Letizia Moratti.
Il bacino d’utenza è prevalentemente quello di chi si dice deluso da Lega e Fratelli d’Italia, ma non mancano anche fuoriusciti di Forza Italia. La «campagna acquisti»
sta funzionando egregiamente in Veneto. Con alcune sorprese, come l’adesione di Stefano Gentilini, figlio di Giancarlo, il mitico «sceriffo» leghista di Treviso.I transfughi da queste parti sono parecchi. Ecco gli ex consiglieri regionali Joe Formaggio (FdI, famosa una sua foto con mitra in braccio), Luciano Sandonà (ex leghista, passato a FdI, non rieletto), Mariangelo Foggiato (indipendentista). C’è anche l’ex sottosegretario in quota An-FdI Luca Belotti.
Futuro nazionale può contare su due sindaci a Verona: Roberto Brizzi (Bussolengo) e Luciano Alberti (San Mauro di Saline). Al momento, ci sono solo altri due sindaci vannacciani: Mauro Giannini (Pennabilli, noto per le sue camicie nere), Francesco Garofano (Millesimo) e Claudio Cavallo di Stellanello (Savona).
In Lombardia il generale può fare affidamento sull’ideologo di destra Roberto Longhi Javarini, il «Barone nero», sull’ex consigliere regionale di Lega e Fi Max Bastoni ma anche su una vecchia conoscenza del Carroccio che fu: Pier Gianni Prosperini (quello del famoso «Ciapa el camel» rivolto agli immigrati).
A Vigevano l’ex assessore leghista Furio Suvilla non è riuscito ad andare al ballottaggio ma con il suo 14% ha attirato le luci dei riflettori.
A Terni si è arruolato Orlando Masselli (già candidato sindaco di FdI sconfitto da Stefano Bandecchi), a Genova Francesco Maresca (assessore nella giunta di Marco Bucci e ora consigliere di opposizione), a Novara i consiglieri comunali Mauro Gigantino, Maurizio Nieli e Michele Ragno. Con Vannacci anche l’ex parlamentare campano Franco Cardiello (già senatore Pdl).
(da agenzie)

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IL CAPITANO SALVINI PROVA IN TUTTI I MODI A RIMETTERE INSIEME I PEZZI DEL CARROCCIO ANNUNCIANDO LA NOMINA A VICESEGRETARIO DI LUCA ZAIA. DI FATTO È UN’AMMISSIONE CHE LA LINEA “VANNACCIANA” SCELTA DALL’EX TRUCE DEL PAPEETE È STATO UN FALLIMENTO

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

MA L’EX DOGE NON HA NESSUNA INTENZIONE DI FARE LA FOGLIA DI FICO DI SALVINI E PUNTA SEMPRE AL DOPPIO PARTITO FEDERALE SUL MODELLO TEDESCO DELLA CDU-CSU

Più che un congresso per eleggere un vicesegretario serve l’abiura del segretario. La trattativa Salvini-Zaia rischia di colorarsi di nero Vannacci, saltare. Si sta “guastando”.
Chi vuole bene a Salvini fa sapere che la trattativa è chiusa con Zaia vicesegretario (l’altro è Fedriga), chi sente Zaia dice che non lo è affatto. Risultato? Zaia ha un’occasione per sfilarsi e Salvini di perdere l’ultima spiaggia.
E’ un’operazione tormentata che dovrebbe essere annunciata mercoledì al Federale Lega e prevedere successivamente un congresso non elettivo a settembre.
E’ un’operazione che imporrebbe prudenza e invece Salvini ha scatenato la fiera delle cariche, le anticipazioni. Prima ha riempito d’onore Vannacci, pentendosene, ora dice a Zaia e a Bof e Furgiuele (i due deputati corteggiati da Vannacci): “Cosa volete? Ditemi, e vi do”.
Vannacci ha lasciato Salvini dicendo: “Me ne vado perché mi attaccano i tuoi, mi attacca Zaia”, ma in due anni ha avuto la possibilità di consultare i dati Lega, salire su palchi pagati dalla Lega.
Quanto è costata questa infatuazione, l’investimento Vannacci? Fedriga e Zaia temono ora di fare la foglia di fico di Salvini e Salvini per chiuderla baratta titoli. Il problema è il ruolo che propone, la sua pienezza e la libertà di manovra. Che politica vuole portare avanti?
Salvini ha un’occasione unica per ricominciare ma continua a sbagliare modi e tempi: a Vannacci offriva le rose, a Zaia e Fedriga pensa di poter dare pacche sulle spalle. Ha finora proposto il ritiro della Lega ma dovrebbe iniziare con il mi pento e mi dolgo dei miei Vannacci.
Tutto si può dire, tranne che la nomina di Luca Zaia come vice-segretario della Lega sia normale amministrazione. Salvini ha un certo interesse a farla passare come tale
Solo che non è un mero ritorno alla normalità. In mezzo c’è il fallimento di un progetto politico, il tentativo di trasformare l’anima profonda del leghismo come l’aveva concepita e messa in pratica Umberto Bossi.
Salvini decise di andare oltre e di fare della Lega un partito di estrema destra, costruito sulla riscoperta di una tradizione mai illustrata con chiarezza. Il suo Carroccio, nordista solo sul piano retorico, conservava l’obiettivo formale di un’Italia ricomposta nel mosaico delle “autonomie differenziate”, ma di fatto s’ispirava alla Francia di Marine Le Pen: una nazione centralista con orgoglio e un partito che intende tramandarne il retaggio
E poi c’erano i tedeschi di Alternative, accusati di nostalgie neo-naziste e comunque noti per essere una “quinta colonna” in Occidente della Russia di Putin. Questa è stata la Lega salviniana, con un iniziale successo elettorale che presto si è spento insieme al carattere specifico del movimento.
Il connubio con il generale Vannacci, nominato alla vice-segreteria (proprio la carica a cui oggi è chiamato Zaia), aveva segnato il sigillo sulla svolta immaginata dal cosiddetto “capitano”. Ma è stato anche il primo indizio che il vecchio partito non gradiva la direzione di marcia, per cui serviva una forzatura.
Il resto è cosa nota. Vannacci è rimasto fin quando gli ha fatto comodo e poi se ne è andato a fondare il suo Futuro Nazionale: temi, slogan e ambizioni tipici di una
frangia estremista, compreso l’esplicito sostegno alla guerra del Cremlino in Ucraina. Strada facendo, Salvini ha perso la battaglia.
Il generale gli ha sottratto i consensi nazionalisti, quelli guadagnati con la svolta destrorsa, e adesso non rimane che ripiegare. In fretta. Con Zaia la Lega vuole ritrovare sé stessa, secondo l’inevitabile ritorno alle origini. Non a caso la scelta è caduta sull’ex presidente del Veneto, titolare di un curriculum prestigioso. E di certo non è una figura che arriva per fare il vice come un burocrate qualsiasi.
Zaia al momento maschera la disfatta di Salvini, ma tutti sanno che è stato un critico assiduo della linea “vannacciana”. Solo perché manca un anno alle elezioni va in scena l’abbraccio tra il lombardo e il veneto, ognuno interprete di un modo diverso di essere leghisti post bossiani. Ma se il Carroccio riuscirà a guadagnare un po’ di credibilità e dunque di voti, il merito sarà soprattutto del nuovo vice-segretario e della sua esperienza nordista.
Del resto, solo così la Lega sarà forse in grado di ritagliarsi una funzione nell’alleanza guidata da Giorgia Meloni: ritrovando il rapporto con le “piccole patrie” e con un mondo produttivo piccolo e medio che ha necessità di avere punti di ririmento. Alternative non ce ne sono, visto che la sfida a destra non ha
funzionato. E adesso è tutto da vedere se riuscirà nella versione Vannacci. Nonostante i sondaggi, peraltro contraddittori, i dubbi sono legittimi.
(da il Foglio)

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LA DUCETTA DEVE DECIDERE: SE IMBARCA VANNACCI, ROMPE CON FORZA ITALIA. MARINA BERLUSCONI NON ENTRERA’ MAI IN UNA COALIZIONE IN CUI C’E’ ANCHE L’EX PARA’

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

RONCONE: “E C’È RAGIONE DI CREDERE CHE NON CI SI SAREBBE SEDUTO NEMMENO IL PADRE SILVIO. BASTA RICORDARE LO STORICO DISCORSO SULLA RESISTENZA DEL 2009 AD ONNA. CERTO NON SFUGGE CHE IL 4% DI VANNACCI FA GOLA. LA LEGA LASCIA APERTO UNO SPIRAGLIO A UNA FUTURA ALLEANZA. E LO STESSO FANNO I FRATELLI D’ITALIA. QUESTO IMPONE A MELONI E A SALVINI UNA SCELTA: STARE CON VANNACCI O CON FORZA ITALIA?”

La scena politica italiana è confusa e ingannevole. tanto più cresce il numero dei soggetti al seguito del generale Vannacci, tanto più aumenta la possibilità che Marina Berlusconi, e con lei FI, si allontanino dallo schema che tiene insieme l’attuale coalizione di centrodestra
Cerco di dirla meglio. Vannacci nei sondaggi è dato intorno al 4%. Una vagonata di voti preziosi. Certo, sappiamo che con i sondaggi è meglio essere cauti: però è evidente che l’ex comandante della Folgore ormai non guida più solo un manipolo di arditi. Intorno a lui s’è infatti cominciato a coagulare un movimento di gente che applaude eccitata a ogni suo comizio. Dove il generale non parla solo di remigrazione, ma ondeggia tronfio dentro discorsi in cui calpesta i diritti civili tra razzismo, negazionismo e omofobia.
Ecco il punto: Marina Berlusconi non si siederà mai al tavolo con uno così. E, tra l’altro, c’è ragione di credere che non ci si sarebbe seduto nemmeno il padre Silvio. Guardate: su di lui, sulla sua stagione politica e umana, ciascuno di noi ha maturato un proprio giudizio. Ma è sicuro che il Cavaliere sapesse bene da che parte stare: come, del resto, spiegò con nettezza in quello storico discorso tenuto il 25 aprile del 2009, ad Onna, paese protagonista della Resistenza, a pochi giorni dal tremendo terremoto che aveva devastato l’Aquila e l’Abruzzo.
Anche Marina sa da che parte vuole stare (vedremo poi se scendendo in campo, o restando dietro le quinte). Certo non sfugge che pure agli altri alleati Vannacci crei imbarazzo. Però il suo 4% fa gola. Così la Lega, per bocca di Massimiliano Romeo, lascia aperto uno spiraglio a una futura alleanza. E lo stesso fanno i Fratelli d’Italia, affidando il compito a Galeazzo Bignami, noto per essersi travestito, in un carnevale di anni fa, da ufficiale della Wehrmacht. Marina, invece, ha mandato un messaggio secco: non intende allearsi con gli estremisti.
Questo, fin d’ora, impone perciò a Giorgia Meloni e a Matteo Salvini una scelta: stare con Vannacci o con Forza Italia?
(da Corriere della Sera)

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