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“STUDIO DOVE ABITANO, ME LE SEGUO IL POMERIGGIO, QUANDO ESCONO DALLA PALESTRA PER FARGLI POI LE RAPINE…STO GASATO OGGI”: TANCREDI ANTONIOZZI, FIGLIO DEL VICECAPOGRUPPO DI FRATELLI D’ITALIA ALLA CAMERA, ALFREDO, DOVRÀ SCONTARE SEI ANNI DI CARCERE PER UNA SERIE DI RAPINE

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

ERA A CAPO DI UNA BANDA SPECIALIZZATA NELLE RAPINE DI OROLOGI DI LUSSO IN ZONA PARIOLI …UNA VOLTA MESSO A SEGNO IL COLPO, SECONDO LE ACCUSE, ANTONIOZZI JR AVREBBE TENTATO ANCHE DI ESTORCERE DENARO AL MALCAPITATO

«Tranquilla cara perché presto pagherò io». Scriveva così su Instagram, tre giorni fa, Tancredi Antoniozzi, citando il cantante cileno Bayron Fire. Reggaeton e testi da immaginario criminale a fare da cornice a un post pubblicato appena due giorni prima della sentenza di primo grado con cui il tribunale di Roma lo ha condannato a sei anni e quattro mesi per rapina, tentata estorsione e tentata violenza privata.
Per la procura, il figlio del vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Alfredo Antoniozzi, era a capo di una piccola banda specializzata nelle rapine di orologi di lusso: nel mirino finivano rampolli di famiglie bene con Rolex e Audemars Piguet al polso. In totale, le pene per i tre componenti della gang arrivano a 15 anni di carcere. Assolto, invece, perché «non ha commesso il fatto», Michael Giuliano, indicato inizialmente come il quarto membro del gruppo.
L’inchiesta nasce da un colpo messo a segno l’11 dicembre 2024
La vittima viene seguita fino a via Cavalier d’Arpino, ai Parioli. La banda sa che al polso ha un Rolex Daytona da 20mila euro. A entrare in azione è David Cesarini, 29 anni, condannato a 5 anni e 8 mesi. «Dammi l’orologio, altrimenti ti devo
accoltellare», avrebbe detto al ragazzo impugnando un coltello da cucina con una lama di venti centimetri.
Per i magistrati, a seguire l’agguato da un’auto parcheggiata poco distante c’era Tancredi Antoniozzi. Il ventiduenne avrebbe orchestrato tutto: «Mi studio dove abitano, me le seguo il pomeriggio, quando escono dalla palestra per fargli poi le rapine sto gasato oggi».
È così che Antoniozzi si vantava delle sue abilità con un amico, senza sapere di essere registrato mentre parlava al telefono. E che quella conversazione sarebbe finita nera su bianco nell’ordinanza di applicazione della misura cautelare firmata
dalla gip Emanuela Attura. «Ci sta chi non crede che faccio da stalker io – prosegue l’intercettazione – vuol dire che i fondamentali non ce l’hanno mai avuti». Non solo.
Una volta messo a segno il colpo, secondo le accuse, Antoniozzi avrebbe tentato di estorcere denaro al malcapitato: «So chi c’ha il Daytona si è mosso un amico mio… entro lunedì me lo fa avere. Devi anticipare 3.000 euro, ne vuole 7.000. Per meno di 7.000 euro il Daytona non lo trovi più. Io ti posso anticipare 950 e tu metti due sacchi…», si legge in un’altra intercettazione.
Il piano, però, salta pochi giorni dopo. Quando Manuel Fiorani – ieri condannato a 3 anni – crolla e confessa tutto. All’una di notte del 14 dicembre scrive un messaggio alla vittima. Chiede scusa. Dice di aver partecipato alla rapina «sotto la
costrizione dell’Antoniozzi», riportano gli atti. Fiorani racconta agli investigatori di aver subito pressioni dal ventiduenne: urla sotto casa, porte e balconi danneggiati. Minacce per convincerlo a non denunciare.
Dalle indagini spunta anche un tentativo di rapina fallito nella notte tra il 22 e il 23 febbraio 2025, sempre ai Parioli e sempre per un orologio di lusso. Questa volta un Audemars Piguet. Il piano viene bloccato dalla presenza di telecamere e passanti. L’inchiesta approda così al tribunale di piazzale Clodio, dove tutti gli imputati hanno scelto il rito abbreviato
(da agenzie)

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“SCIMMIA, TORNA NEL TUO PAESE. REMIGRAZIONE!” – A PARMA, L’INFLUENCER VICINO ALLA LEGA FERENC VENTURELLI (SOPRANNOMINATO “ETERNO”) FA IL BULLO INSULTANDO SENZA MOTIVO UN GRUPPO DI RAGAZZI NERI CHE REAGISCE E LO MENA

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

“ETERNO” HA POSTATO SUI SOCIAL IL VIDEO DI LUI MENTRE VENIVA PESTATO, MA TAGLIANDO LA PARTE IN CUI LUI PROVOCAVA IL GRUPPETTO

Sul web si fa chiamare Eterno ma all’anagrafe è Ferenc Venturelli. Un nome conosciuto sui social per il giovane, attivista e influencer vicino alla Lega, per le varie iniziative e polemiche che animano i suoi contenuti. A Parma, Eterno ha subito un’aggressione da parte di un gruppo di ragazzi neri con calci, pugni.
Con conseguenze evitate grazie all’intervento di un suo amico e all’utilizzo di spray urticante come dissuasore.
Ma c’è un pregresso: prima dell’aggressione, in un video di cui Repubblica è entrata in possesso, si vede l’influencer discutere animatamente col gruppo di ragazzi, che termina con l’invito alla “remigrazione”. E si distingue chiaramente un insulto razzista, “scimmia”, urlato al gruppo non si distingue se da Venturelli o da chi riprende la scena. Una provocazione che può aver trasformato la tensione in violenza, esplosa poco dopo, in strada.
(da agenzie)

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GIORGIA, SALUTAME “L’EGGGEMONIA”! ANCHE DA DESTRA ARRIVA UNA RANDELLATA ALLA DUCETTA: ANDREA VENANZONI, IL PARA-GURU DELLA NUOVA DESTRA, SPERNACCHIA I CAMERATI D’ITALIA SUL CASO DEL MONOLOGO QUIRINALIZIO DEL 2 GIUGNO, IN CUI PAOLA CORTELLESI NON HA CITATO GIORGIA MELONI: “È L’ENNESIMA LEZIONCINA SBATTUTA IN VOLTO A CHI PENSAVA CHE L’EGEMONIA CULTURALE NON FOSSE ALTRO CHE UN PAIO DI MOSTRE ORGANIZZATE CON PIGLIO NOTARILE”

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

“AL CENTRODESTRA È RIMASTA SOLO LA BILIOSA ESACERBAZIONE PERCHÉ ALTRI, NON ELETTI DA NESSUNO, ESERCITANO IL POTERE”… L’IRONIA SULLO SPOT DI FRATELLI D’ITALIA CHE “SCOPIAZZA” IL FILM DELLA CORTELLESI: “UNA TELENOVELA PIEMONTESE, UN NEOREALISMO TURCO EPIFANICO CON TANTO DI SOGNO DA PEPERONATA ISTITUZIONALE”

Accade, in questo mesto Paese condannato ad affrontare le tragedie con piglio da Temptation Island e le bagattelle con tono da apocalisse, accade dicevo che lo scorso 2 giugno l’attrice Paola Cortellesi tenga via Rai un discorso sul voto delle donne, ottanta anni dopo il riconoscimento formale di tale diritto.
Nelle parole della Cortellesi, memoria delle donne passate dal non-voto ad occupare importanti scranni della Repubblica, dalla Presidenza della Camera all’Assemblea Costituente, c’è una donna che rimane fuori: Giorgia Meloni.
Il caso deflagra. I giornali riportano l’irritazione, assai comprensibile, della
Presidente del Consiglio. Io, purtroppo, vengo costretto a sorbirmi il discorso e la sua retorica. La retorica della Repubblica nata dalla lotta partigiana e dalla scheda elettorale piegata e il voto delle donne e le amministrative di marzo 1946 e poi il referendum del due giugno e la democrazia e i tiranni e la retorica fascista e ancora fascismo e poi ancora fascismo e fascismo e c’era meno fascismo in M di Scurati o durante il Ventennio che nel discorso fatto dalla Cortellesi.
In effetti, la prima Presidente del Consiglio donna della storia repubblicana una
citazione, se non altro per coerenza filologica, pure se in ipotesi antipatizzata dal dinamico duo quirinalizio, l’avrebbe meritata
Anche se non riesco a capire dove la si sarebbe potuta inserire, considerando che tutto il discorso alla fine ci tiene a far capire che la sua elezione, non come donna ma come “destra”, è uno sfortunato incidente di percorso lungo la gloriosa storia italiana nata dalla resistenza e dai partigiani e dalla lotta al fascismo e aggiungere fascismo a piacimento
O forse, è una ipotesi, pur non nominata, lei c’era, quando c’era lei, caro il mio lei.
Perché quel discorso sembra talmente agonistico e retoricamente antagonistico da lasciar pensare che l’omissione sia quasi il minore dei mali.
Però tutta questa storia, l’omissione ma pure il discorso insopportabile che in certi temi e toni appare un attacco nemmeno tanto indiretto alla parte politica che oggi governerebbe, è l’ennesima lezioncina sbattuta in volto a chi pensava che egemonia culturale o arte di governo non fossero altro che esercizi museali, un paio di mostre organizzate con piglio notarile, il mantra dell’egemonia recitato come le preghiere dopo la confessione, e via, andare.
Se nomini in giro, dalla Rai fino all’ultima partecipata statale, gente che non ha idea di come vada il mondo bizantino delle amministrazioni, se non hai occhi che
controllino e osservino e soprattutto non hai persone che con grande galateo istituzionale, felpato contegno istituzionale e prussiana decisione occhieggino i discorsi e voci che dicano, bè ragazzi miei, ma io capisco che la Presidente, anzi Giorgia, non vi sia simpatica ma non vi pare troppo ometterne il nome?
Io lo dico per voi, per serietà storica, per non farvi figurare come troppo presi dall’afflato tribale della parte politica considerando che sedete su un alto colle, poi per carità, fate come meglio credete e non sarò certo io a ingerirmi con la vostra verve creativa la quale in questo profluvio tonitruante di fascismo omettendo i
nome della prima Presidente del Consiglio donna sembra quasi suggerire che ci sia del fascismo pure in lei, tanto da non doverla nominare
Lo avrebbe saputo per tempo, almeno. Lo avrebbe rappresentato alla committenza politica di governo (leggasi: Giorgia). Avrebbe instillato il dubbio dell’inopportunità, storico-filologica, di quella mancata presenza, nel cuore dei redattori, per le motivazioni dette.
Dover leggere, oggi, della Meloni infastidita, rabbiosa, indispettita, ognuno poi ricostruisce con cinquanta sfumature di intensità dell’arrabbiatura, fa sorgere solo un abissale quesito: governate da oltre quattro anni, maggioranza solida, governo longevo, e possibile, possibile, che tutto ciò che sappiate fare è mangiarvi i gomit
per l’arrabbiatura? Non è mica la prima volta, poi. Fosse la prima volta uno ci passerebbe sopra, una sbavatura, un foro nel muro, ci possono stare. Ma no, questo è il sistema, la prassi.
E il centrodestra che fa? Si indigna E tutto quel che sembra poter e saper fare il centrodestra è andare dietro in processione, la processione dell’indignazione, come fossero tutti, parlamentari, esponenti di governo, commentatori simpatizzanti, dei passanti che non sono mica al governo, che non hanno responsabilità e potere di decidere, scegliere, selezionare.
No. Gli è rimasta a quanto pare solo la biliosa esacerbazione perché altri, non eletti da nessuno, esercitano il potere. Lo esercitano Stati profondi e acquitrini burocratici e scrittori e attrici e chiunque, ad eccezione loro.
Proprio per questo acquista nuova luce, davanti gli occhi, un filmato che Fratelli d’Italia ha realizzato in occasione del 2 giugno e di quel voto che le donne esercitarono, dopo il riconoscimento del marzo 1946 e le amministrative: una sorta di C’è ancora domani in versione Telenovela Piemontese, e chi si ricorda Mai Dire TV saprà, per tutti gli altri andate a cercare su YouTube e ridetene, un neorealismo turco epifanico con tanto di sogno da peperonata istituzionale.
C’è una donna disillusa e triste che si corica, poter andare a votare non la emoziona,
non cambierà niente, poi però di notte, chissà che ha mangiato a cena, le appare il futuro, e questo futuro contiene al posto dei fantasmi dei Natali passati presenti e futuri donne ascese ai vertici dello Stato e nel novero c’è pure Giorgia (Meloni, in FdI si cerca sempre di dire solo “Giorgia” per lasciar intendere una prossimità amicale). A differenza invece del monologo della Cortellesi, dove è stata omessa.
Visto adesso, dopo la polemica, sembra un tentativo di giustificarsi a posteriori. Ma è stato fatto prima! Si dirà, giustamente. Ma ingiustamente alla gente non gliene frega niente. Se lo trovano davanti, adesso, sulle piattaforme social e sghignazzano, pensando sia la reazione in house, tipo quando vai in un negozio di premi e trofei a
far preparare la coppa per il settimo classificato perché tuo figlio arriva sempre in fondo e vuoi dargli un contentino.
Andrea Venanzoni
per tempi.it

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COMUNALI, SEI CAPOLUOGHI AL BALLOTTAGGIO: DA LECCO AD AREZZO, QIAL E’ LA POSTA IN PALIO PER I PARTITI

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

IL CENTRODESTRA TENTA LA SPALLATA A LECCO E LA CONFERMA AD AREZZO, DOVE PESA AZIONE… IL CENTROSINISTRA PUNTA SU CHIETI E AGRIGENTO

Nonostante nelle coalizioni si sia subito passati ai bilanci dopo le vittorie al primo turno nei grandi capoluoghi come Venezia e Reggio Calabria, entrambe andate alla destra, la partita delle comunali non è ancora chiusa.
Domenica 7 e lunedì 8 giugno si torna alle urne per i ballottaggi in 42 Comuni. Sei sono capoluoghi: Agrigento, Arezzo, Chieti, Lecco, Macerata e Trani. È il secondo tempo di una tornata che ha già consegnato alcuni segnali politici: il centrodestra, anche a sorpresa, tiene incassando alcuni successi, mentre cresce il ruolo di civici e centristi, potenziale ago della bilancia in questa seconda manche.
La sfida che ora agita Fratelli d’Italia in particolare è Lecco. Qui Filippo Boscagli, candidato sostenuto dalla coalizione e uomo di FdI, è arrivato davanti al sindaco uscente Mauro Gattinoni: 48,65% contro 42,53%. Poteva essere una rivincita quasi perfetta rispetto al 2020, quando il centrodestra perse Palazzo Bovara per appena 31 voti. Boscagli era a un passo dalla soglia del 50% che gli avrebbe risparmiato il ballottaggio. Per il partito della premier la conquista di Lecco ha un valore che va oltre il Comune: significherebbe aggiungere una bandierina in Lombardia, dove la coalizione governa la Regione ma nei capoluoghi latita. Mentre ancora si discute
ul nome da far correre a Milano il prossimo anno (e, chissà, del partito che si aggiudicherà il candidato alle regionali).
Arezzo, il rebus dei voti dei centristi
Anche ad Arezzo il centrodestra parte avanti con Marcello Comanducci, fermo al primo turno al 43,8%. Dietro di lui c’è Vincenzo Ceccarelli, candidato del centrosinistra, al 32,37%. Ma gli occhi sono tutti puntati su Marco Donati, civico sostenuto anche da Azione, che ha raccolto 9.299 voti, pari al 20,49%, e, escluso dal ballottaggio, ha scelto di non dare indicazioni di voto. Una neutralità difesa dal partito di Carlo Calenda, che ha preso le distanze dai candidati dell’area Donati che ora sostengono Ceccarelli. La direzione che prenderanno i voti moderati domenica e lunedì, insomma, resta un’incognita.
Da Chieti a Macerata, le sfide del centrosinistra
Dove ha buone chance il centrosinistra, almeno nei numeri del primo turno, è Chieti. Giovanni Legnini era a un passo dalla vittoria con il 47,21%, mentre Cristiano Sicari si è fermato al 27,47%. Il centrodestra, però, arriva al ballottaggio ricompattato: Sicari ha stretto un accordo con l’area che al primo turno sosteneva Mario Colantonio, arrivato al 16,64%, e con alcune liste centriste, tra cui quelle che avevano appoggiato Alessandro Carbone, fermo al 4,76%. Resta da capire se la somma farà il totale e riuscirà a ridurre il divario con Legnini, che parte in vantaggio.
Anche a Macerata il sindaco uscente Sandro Parcaroli ha mancato la riconferma per un soffio: 49,96%. Il candidato del centrosinistra Gianluca Tittarelli è arrivato secondo con il 41,95% e ha cercato di allargare la coalizione con l’intesa con Marco Sigona, candidato di Officina delle Idee. Nelle Marche a guida Francesco
Acquaroli, dal Nazareno ancora sperano in una rimonta per assestare un colpo al dominio della destra in regione
Ad Agrigento si gioca sempre su una manciata di voti. Michele Sodano, candidato del centrosinistra, è in testa con il 39,13%, a un passo dalla soglia del 40% che in Sicilia avrebbe evitato il ballottaggio. Dino Alonge, sostenuto da Forza Italia, Fratelli d’Italia, Udc e autonomisti, si è fermato al 34,7%. Il centrodestra ha pagato le divisioni, con Luigi Gentile, sostenuto da Lega e Dc, al 14%, che ha escluso apparentamenti. Qui il centrosinistra può dunque tentare il colpo, ma in caso di vittoria i numeri in consiglio potrebbero complicare la vita della nuova amministrazione.
A Trani si vota dopo due mandati targati centrosinistra. Marco Galiano, sostenuto al primo turno dal Pd ma non dal Movimento 5 Stelle, parte dal 40,69%. Angelo Guarriello, candidato del centrodestra, dal 30,32%. L’assenza di un apparentamento con il civico Giacomo Marinaro, terzo con il 21,5%, complica la rimonta della destra.
Chi tenere d’occhio oltre ai capoluog
Fuori dai capoluoghi, sotto la lente d’ingrandimento c’è il Lazio. A Genzano di Roma il centrodestra di Fabio Papalia è arrivato primo con il 34,14%, davanti al
Tra i Comuni da attenzionare c’è infine Vigevano, dove il centrosinistra è arrivato primo con Rossella Buratti al 34,3%, il ballottaggio si gioca contro Paolo Previde Massara, sostenuto da Forza Italia. Qui a sorprendere è il risultato di Furio Suvilla, candidato vannacciano, che ha superato il 14% e può diventare decisivo nella seconda manche.
(da Open)

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TRUMP SI ADDORMENTA DI NUOVO NELLO STUDIO OVALE

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE CON GLI OCCHI CHIUSI E LA TESTA RECLINATA

Un nuovo video dallo Studio Ovale, durante un incontro sulla politica energetica, riaccende le polemiche sui presunti momenti di sonnolenza di Donald Trump durante eventi pubblici
Sono più di dieci, secondo diverse ricostruzioni, le volte in cui Donald Trump è stato ripreso dalle telecamere in momenti di apparente sonnolenza durante eventi pubblici dall’inizio del secondo mandato. Episodi che, nel tempo, sono diventati materiale di discussione sui social. L’ultimo caso è successo giovedì 4 giugno alle 15 del pomeriggio, nello Studio Ovale della Casa Bianca. Le immagini mostrano Trump seduto alla scrivania mentre ascolta una serie di interventi su temi legati al carbone e alla politica energetica. In alcuni passaggi appare con gli occhi chiusi e la testa leggermente reclinata. E il caso vuole che giusto pochi giorni prima il Segretario di Stato Marco Rubio era intervenuto al Congresso per respingere le accuse secondo cui Trump si sarebbe addormentato durante eventi ufficiali. Il Segretario di Stato aveva infatti affermato: «Non l’ho mai visto addormentarsi. Al contrario, quel tipo non dorme».
Le reazioni sui social
Il video è diventato rapidamente virale, alimentando una nuova ondata di polemiche e reazioni sui social network. Hanno iniziato a circolare soprannomi ironici come sleepy Trump o commander in sleep.
Sull’episodio è intervenuto anche Hunter Biden, il figlio dell’ex presidente Joe Biden che, memore della campagna elettorale in cui Trump chiamava suo padre sleepy Joe, ha scritto: «Visto… ve l’avevo detto che era un clone. Continuano a dimenticarsi di caricargli la batteria».
Anche il comico Seth Meyers, nel suo programma Late Night with Seth Meyers, ha ironizzato sull’episodio. Secondo lui, il Presidente degli Stati Uniti è stanco perché «è troppo impegnato a postare di notte immagini generate dall’IA di se stesso come Gesù, o sul Monte Rushmore, o a cavallo con George Washington».
(da agenzie)

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PATRIMONIALE, QUELL’INVINCIBILE TABU’ ITALIANO

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

L’IMPOSTA ESISTE IN FRANCIA, SPAGNA, NORVEGIA E SVIZZERA, MA SOLO IN ITALIA GUAI A PARLARNE: DA NOI SI PREMIANO SOLO GLI EVASORI FISCALI

In un’Europa normale — tra guerre, crisi energetiche e sistemi di welfare minacciati dall’inverno demografico e dalla penuria di risorse pubbliche dirottate altrove — non fuggiremmo spauriti davanti al tabù della tassa sui grandi patrimoni: l’avremmo già fatta. E invece no. La famigerata “patrimoniale” è come la linea dell’alta tensione: chi la tocca, muore. È e resta la parola che, solo a evocarla, ti fa perdere le elezioni prima ancora di sapere quando si tornerà al voto. Dagli armadi della sinistra rispuntano fuori antichi scheletri: Visco che a fine 1995 rilancia la
tassazione dei Bot al 12,5%, Bertinotti che nel 2006 lancia la campagna “Anche i ricchi piangano”, Padoa-Schioppa che nel 2007 dice in tv “le tasse sono una cosa bellissima”. Dai cassetti della destra riemergono i soliti slogan: meno tasse per tutti, non metteremo mai le mani nelle tasche degli italiani. E via così, fino alla successiva fiammata polemica, buona giusto per animare un paio di talk-show. Eppure, non passa giorno senza che non ci piovano addosso le cifre di una disuguaglianza sempre più insopportabile. Le ultime arrivano dalla Banca d’Italia: il 10% delle famiglie detiene il 60,6% della ricchezza nazionale, mentre la metà meno abbiente ne detiene solo il 7,2. Cos’è questo, se non è uno scandalo sociale e fiscale?
Ci indigniamo tutti, quando leggiamo che Elon Musk ha una ricchezza personale di 839 miliardi e paga due spicci di tasse perché ha pochi redditi e molte stock option. Che i 3.000 miliardari del pianeta pagano imposte per lo 0,3% della loro ricchezza. Che Giovanni Ferrero re della Nutella ha un patrimonio 700.000 volte più grande del reddito di un contribuente medio. Che nel Belpaese la rendita immobiliare è tassata al 10%, le plusvalenze azionarie al 26 e il lavoro dipendente al 43. E ci arrabbiamo ancora di più, quando scopriamo che i salari reali hanno perso l’8% del potere d’acquisto mentre il tasso di profitto è arrivato al 44. Che i poveri assoluti sono ormai 6 milioni. Che nelle liste d’attesa della sanità pubblica più di 2 milioni di cure sono in ritardo di centinaia di giorni. Che nella scuola primaria solo 2 bambini su 5 hanno accesso al tempo pieno mentre gli stipendi degli insegnanti sono inferiori del 33% alla media Ocse. È la macabra contabilità dell’ingiustizia, e sarebbe sufficiente a giustificare una riflessione collettiva: se pochi hanno tantissimo, e molti hanno poco, sarebbe logico riscrivere il patto sociale chiedendo un modesto sacrificio ai primi, per sostenere i bisogni dei secondi. Ma qui c’è il grande paradosso: a quanto pare è tutto inutile. Chi ci prova, è un bolscevico nostalgico di Stalin, del Gosplan e dell’esproprio proletario.
Elly Schlein ha osato. Le è andata male, perché ha detto una cosa giusta nel modo e
nel momento sbagliato. La “patrimoniale” è un affare troppo serio per essere liquidato con una dichiarazione estemporanea, non chiara nei contenuti e non concordata con gli alleati. La sortita schleiniana ha innescato la sollevazione non solo dei cinici meloniani immemori del loro brodo di coltura da destra popolare, ma anche di opinionisti autorevoli e consapevoli delle criticità oggettive del tributo. E ha incassato la sconfessione non solo dai sofferenti/evanescenti “riformisti Pd”, ma anche dai pentastellati contiani sempre inclini ai distinguo. Si è persa così anche questa occasione, per affrontare in modo serio e responsabile la vera mucca nel corridoio della fase, cioè l’esplosione di iniquità sociali ormai accettate quasi come un male di natura, contro il quale non può esistere una cura. Invece esiste. Presenta valide ragioni etico-economiche. Ma sconta precise condizioni tecnico-geografiche.
L’ostacolo tecnico è cruciale: qual è la base imponibile? Titoli azionari e obbligazionari? Case e ville, in un Paese che ha un catasto kafkiano? Partecipazioni in società, quotate e no? Auto, yacht, opere d’arte? Trust e holding, dietro alle quali si schermano molti rentiers del capitalismo familiare? Già questo è un esercizio complesso: l’Italia è una giungla fiscale, con tassi di infedeltà da terzo mondo, autonomi che dichiarano redditi da fame, metà della popolazione che non paga un centesimo di Irpef e lo 0,1% che denuncia meno di 300 mila euro l’anno. L’ostacolo geografico è banale: nel mercato globalizzato i capitali scelgono di farsi tassare dove conviene. Anche l’Italia ha introdotto per i ricchi che si trasferiscono qui una tassa forfettaria: Renzi l’aveva fissata in 100 mila euro, Meloni l’ha alzata a 200 mila. Come risolviamo il corto-circuito, se con una mano cerchiamo di attrarre e con l’altra proviamo ad imporre? Anche questo è un nodo da sciogliere. Certo, potremmo limitarci ad aggredire quei 100 miliardi di evasione e a sbloccare quei 1.331 miliardi di cartelle esattoriali che lo Stato non riesce a riscuotere. Ma gli evasori votano: perché disturbarli?
Anche i ricchi votano, ma nessuno li vuole ridurre sul lastrico. E anche la “patrimoniale” ha le sue criticità, ma nessuna ne inficia la praticabilità. Un’imposta
sulle grandi fortune esiste in Francia e in Spagna, ma anche in Svizzera e in Norvegia che l’hanno accompagnata con una Exit Tax a carico dei contribuenti che vogliono espatriare. Nessuno di quei Paesi è finito in bancarotta.
La Commissione europea ha appena pubblicato uno studio (Wealth Taxation, including Net Wealth, Capital and Exit Taxes) che sottolinea la complessità di questo tipo di tassazione: “L’introduzione di patrimoniali a livello puramente nazionale è inefficace e rischia di scontrarsi con le regole del mercato unico… Senza un solido coordinamento internazionale, i grandi patrimoni aggirano la tassa… spostando i capitali su veicoli societari o asset tassati in modo più favorevole”. Ma tassare i ricchi non è una lotta contro i mulini a vento. Bruxelles ci avverte solo che una buona “patrimoniale” funziona bene se è supportata “da registri patrimoniali e immobiliari pubblici di altissima qualità”, da un collaudato “sistema di scambio di informazioni finanziarie tra Stati membri” e da “unità speciali di controllo dedicate ai soggetti con patrimoni molto elevati”.
Se si vuole, si può. Persino nell’era di Trump e del tecno-capitalismo digitale. È questa la vera battaglia che tutte le forze progressiste d’Europa dovrebbero fare insieme. Sulla scia delle proposte già avanzate da Piketty e Zucman, e sperimentate da Mamdani a New York. Ed è su questo che Schlein dovrebbe concentrare i suoi sforzi, mobilitando il partito socialista europeo: una nuova tassa comunitaria, non un altro balzello tricolore, che spaventa non solo chi ha i soldi, ma anche il ceto medio che li ha persi. Secondo Oxfam, un’imposta sui patrimoni netti superiori ai 5,4 milioni frutterebbe solo da noi 13 miliardi di euro: i soldi che spenderemo per missili e droni nel 2027. Ci si può e ci si deve ragionare, con spirito costruttivo e non punitivo. Senza scordarsi la lezione del socialdemocratico Olof Palme, che diceva “noi dobbiamo combattere la povertà, non la ricchezza”. Ma senza arrendersi allo sberleffo del turbo-finanziere Warren Buffett, che risponde “la lotta di classe non è finita, l’abbiamo vinta noi”.
(da La Repubblica)

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PARISI: “TORNARE AL NUCLEARE E’ TROPPO COSTOSO. L’ITALIA PUNTI SU SOLARE E GEOTERMICO”

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

IL NOBEL PER LA FISICA: “IL PROBLEMA NON E’ AVERE L’ENERGIA, MA LA CAPACITA’ DI IMMAGAZZINARLA”

Il Premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi ha molti dubbi sul ritorno dell’Italia al nucleare. È l’energia solare, secondo lui, la soluzione vincente. Che al momento non cogliamo, perché non l’abbiamo davvero capita.
Professore, il nucleare è un’opportunità o un problema?
«Può essere un’opportunità, se si pensa ai reattori di quarta generazione, ma di questi abbiamo soltanto dei prototipi e non abbiamo un’idea precisa di quando saranno disponibili e di quanto possano costare, né se funzioneranno: sappiamo
che, comunque, sono da preferire, perché utilizzano neutroni veloci e hanno l’enorme vantaggio di poter “bruciare” come combustibile il plutonio e parte delle scorie a più lunga vita, riducendo così il volume e la pericolosità dei rifiuti radioattivi. Questa via è stata sperimentata su scala industriale, con il progetto Superphénix, e però il reattore ha avuto una serie di incidenti ed è stato necessario chiuderlo trent’anni fa».
Neutroni veloci, ma poco veloci per le nostre esigenze sempre più impellenti?
«È così. Quanto ai mini-reattori, i cosiddetti reattori modulari, li conosciamo meglio perché si basano sostanzialmente sulla tecnologia di terza generazione, ma il problema c’è e sono i costi: questi impianti sono troppo cari e, quindi, oggi non li vedo come una soluzione alternativa».
Qual è la sua proposta alternativa?
«Possiamo produrre praticamente tutta l’energia che vogliamo con il solare. Al momento la Cina produce i pannelli solari ai costi più bassi, però non è detto che l’Italia e gli altri Paesi europei non possano mettersi a costruirli. I prezzi stanno via via calando, mentre l’energia ottenuta dal nucleare costa almeno tre volte tanto».
Il solare, tuttavia, non è di facile gestione: come si risolve il gap di produzione tra giorno e notte?
«Il problema non è avere l’energia in generale, è averla nelle ore giuste della giornata e, quindi, poterla immagazzinare: oggi si stanno sviluppando nuovi tipi di batterie di accumulo, a costi sempre più bassi».
Intanto, però, ci ritroviamo in un difficile periodo di transizione: come lo si affronta?
«In Italia abbiamo a disposizione una serie di risorse che stiamo sfruttando relativamente poco: per esempio, il geotermico e anche l’idroelettrico, grazie alle dighe. In un caso e nell’altro possono funzionare al massimo quando c’è richiesta e, quindi, come infrastrutture di accumulo».
Che ruolo ha l’Europa nello sforzo di mettere a punto la propria «sicurezza energetica»?
«È un lavoro eccezionale e si può fare: uno dei vantaggi dell’Ue è proprio quello di dividersi i compiti e di integrarsi: ogni Paese deve muoversi nella direzione che gli è più congeniale. L’Italia con il geotermico, prima di tutto, la Francia proseguendo con il nucleare: non ha aree vulcaniche e dispone di molte zone con bassa densità di popolazione, mentre l’Italia ne ha pochissime con tutti i requisiti necessari per la costruzione delle centrali. Senza dimenticare un altro fatto: oggi non ha molto senso che la Germania abbia una quantità di solare molto superiore alla nostra, pur avendo meno ore di Sole, mentre l’Italia sta puntando sul nucleare. Ripeto: abbiamo enormi potenzialità sul solare e non le stiamo sfruttando. Basterebbe cominciare con i pannelli da installare sui tetti di tanti palazzi di Roma».
Crede sia possibile avviare un piano realistico ed efficace?
«Non è complicato. Penso si debba ridurre la burocrazia necessaria per realizzare gli impianti, sia piccoli sia grandi. E poi penso alla creazione di un’agenzia, che funzioni a livello regionale e comunale e che si occupi dei contratti e dei costi: così si semplificherà la vita dei cittadini, che pagheranno ciò che devono pagare, senza l’incubo di districarsi tra proposte e offerte in perenne contrasto tra loro».
Addio al nucleare, quindi?
«Al momento è troppo caro. Quando, in futuro, si realizzeranno reattori commerciali di quarta generazione, allora, finalmente, si avrà una valutazione chiara di quanto costano e del valore del loro ciclo integrato. Così si potrà cominciare a discuterne seriamente, ma prima di vent’anni anni non se ne parla. L’ulteriore considerazione da fare adesso è un’altra: sono oltre dieci anni che, con diversi esperti, tra cui il compianto Massimo Scalia, sostengo che il governo debba impegnarsi a costruire un deposito nazionale di scorie nucleari. Il motivo è che i depositi attuali sono temporanei e sparsi sul territorio, con standard di sicurezza inferiori, mentre abbiamo una costante produzione di scorie, dall’industria fino agli ospedali. Purtroppo, si continua a non decidere dove localizzare questo centro»
Quanto è grave la nostra attuale situazione energetica?
«Il punto è che cosa fare nei prossimi cinque-dieci anni, perché, come abbiamo visto, se continuiamo a basarci su petrolio, gas e carbone i costi rappresentano variabili assolutamente imprevedibili. Se ci baseremo sul solare, invece, diventeremo un Paese sempre più resistente agli shock esterni e all’incertezza. Dobbiamo fare questa transizione il più velocemente possibile, cominciando dagli aspetti legislativi. Ecco perché il Parlamento, il governo e le varie istituzioni devono agire».
A proposito di spazi idonei, c’è chi teme danni paesaggistici e ambientali da un ricorso eccessivo al solare: lei che cosa risponde?
«È estremamente interessante che si trascuri un fatto: è possibile far convivere l’agricoltura con il solare e, anzi, in una situazione in cui aumentano le temperature e gli eventi estremi, i pannelli solari, installati a una certa altezza dal suolo, tendono anche a proteggere le coltivazioni e a migliorare la resa dei prodotti».
(da La Stampa)

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FRANCO CARDINI: “2 GIUGNO, DESTRA PERMALOSA”

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

LO STORICO: “MELONI SBAGLIA A PRENDERSELA PER NON ESSERE STATA CITATA “… “PAGA LA SCARSA ATTENZIONE AI PROBLEMI SOCIALI CHE ERA PATRIMONIO DEL MSI”

Professor Franco Cardini, secondo lei Giorgia Meloni è cronaca o storia? Dopo il lungo monologo di Paola Cortellesi alla serata del 2 giugno nella piazza del Quirinale si sono fatte sentire le polemiche. Nello spettacolo comparivano Teresa Vergalli, Tina Anselmi, Irma Bandiera, Nilde Iotti, Teresa Mattei e tante altre ancora, ma la prima donna presidente del Consiglio non c’era. La spiegazione di questa esclusione, data dal Comitato per le celebrazioni, è stata che Meloni è ancora nella cronaca e non nei ranghi della storia. È così?
«Ho molti dubbi che si possa fare questa distinzione tra cronaca e storia», commenta con un sorriso malizioso Franco Cardini, storico medievista, cattolico, appartenente all’area che a lui piace definire “anarchismo di destra”. Il professore
ha un legame di antica data con Giorgia Meloni. «Mi sembra un escamotage, una scusa. Meloni è “storia” vivente, lei ne è consapevole e se ne deve ricordare tutte le volte che interviene pubblicamente in Italia e nelle sue relazioni internazionali per le quali è stimatissima e a cui tiene molto. Donna Giorgia non se la deve prendere se alla Festa della Repubblica il suo nome non è apparso nel novero delle Grandi Madri ed è stata trascurata. Deve aver presente la vecchia lezione del Divo Giulio, Andreotti. Se non veniamo menzionati le ragioni sono due: o siamo troppo importanti, e gli altri portano invidia e non ti prendono in considerazione per farti uno sgarbo, oppure sei tu che non hai fatto abbastanza. Non si deve mai prestare il fianco alle frecce dell’avversario. Meloni ha sbagliato e credo che se la sia presa perché sta attraversando un momento non tranquillo e che sia troppo tesa».
Tesa? Come mai?
«Di recente il vento le ha soffiato contro. Le è andata male la luna di miele con Donald Trump. Era un legame tossico, che non portava bene e che non mi spiace per nulla si sia infranto. Poi donna Giorgia ha sottovalutato la partita del referendum. In questo paese alle consultazioni referendarie non si votano le leggi ma si scelgono le personalità. E va a finire che si schierano contro di te anche gli amici di partito. Donna Giorgia ha un carattere spigoloso, pieno di angoli. E Fratelli d’Italia non è un partito facile. Lei per di più lo pettina contropelo. Non è detto che tutti i Fratelli o le Sorelle la pensino come Meloni sull’Ucraina o su Israele. Il suo è il partito delle avversioni, del dubbio e pure, perché no?, della nostalgia. Poi a creare problemi c’è il carattere autoritario di Meloni».
Intende dire che dentro FdI c’è qualche malumore?
«È abituata a comandare e ad avere obbedienza e se qualcuno le si mette di traverso non ci pensa due volte: dice al fedelissimo Giovanni Donzelli di mettere da un lato quelli che non le garbano. Infine il partito sta trascurando anche istanze a cui i Fratelli e le Sorelle tengono molto. Lo dico, dal momento che sono religioso, con le parole di Sant’Agostino: le tematiche dimenticate sono la pace civile, sociale e
l’equità. Meloni non deve dunque prendere troppo sul serio l’esclusione dalla rievocazione della storia d’Italia del 2 giugno. Ma deve curarsi delle voci che si levano dal partito e che lamentano la scarsa attenzione ai problemi sociali. Come la necessità di accoglienza adeguata per chi arriva sui gommoni o per chi vive sotto la soglia della povertà. Voci che esortano al recupero della destra sociale il cui spirito apparteneva anche al primo Mussolini».
Le immagini che in piazza del Quirinale scorrevano sul grande schermo per tracciare la storia d’Italia non raccontavano quella del Movimento sociale italiano e nemmeno quella dei big del governo ma evidenziavano decenni in cui i discepoli di Giorgio Almirante, che Meloni ha di recente ricordato con affetto, erano esuli in patria. E le vicende del Paese erano invece il movimento del Sessantotto, la legge sul diritto di famiglia, gli scioperi, il divorzio, l’aborto, la guerra del Vietnam. E a documentarle erano i poeti, gli artisti e attori, vivi o non, come Alda Merini, Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante, Gianni Morandi, Carlo Verdone e così via. Non proprio di destra. Insomma la festa era una celebrazione dell’egemonia culturale di sinistra?
«Se la destra al Quirinale si è sentita emarginata deve prenderla in maniera sportiva. In effetti tanti intellettuali capaci di rappresentare la destra oggi non ci sono. Alcuni dei più importanti artisti, storici e scrittori o si sono messi ai margini, come Marcello Veneziani o Giordano Bruno Guerri, oppure sono stati cacciati. Pietrangelo Buttafuoco non è certo un autore allineato e io non mi considero un intellettuale organico alla destra. Il mio amico Massimo Cacciari sostiene, erroneamente, che l’egemonia culturale di sinistra non è mai esistita. Ernesto Galli della Loggia ne ha constatato la proliferazione. Io sono dalla parte di Ernesto e ho toccato con mano che non essendo di sinistra vivevo a latere del potere».
Però la premier si è presa una rivincita nelle celebrazioni per la nascita della Repubblica. Il voto del 1946 è diventato uno spot di FdI su Meloni: una donna inizialmente indecisa se votare o meno sogna la premier e va alle urne. Il breve
video social è intitolato “Il futuro ha bisogno di voi” e propone una lettura parziale delle battaglie femminili e della rappresentanza politica delle donne in Italia. Come mai non ha appagato i sogni di gloria di Meloni?
«Giorgia è esigente. Questo spot è propaganda necessaria, non c’è dubbio. Ma capisco che Meloni possa sentire il bisogno di una egemonia culturale. Ma allora, invece di pensare a posti di potere e poltrone, perché non mette tutti i suoi intellettuali intorno a un tavolo, seguendo la massima di Mao Zedong: “Che cento fiori sboccino, che cento scuole di pensiero gareggino”. Coniato nel 1956, questo motto diede il nome alla Campagna dei cento fiori, con cui il leader comunista incoraggiò gli intellettuali cinesi a esprimersi liberamente per migliorare il socialismo. Allora andò a finire male. Ma con la capacità di donna Giorgia può fiorire un libero pensiero di una destra dei cento fiori e non ha poi importanza se un Fratello è troppo filo palestinese o filo russo».
(da La Stampa)

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UN GOVERNO DA RICOVERO

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

IL DIETROFRONT DELLA MELONI: LA RIFORMA DEIMEDICI DI FAMIGLIA NON S’HA PIU’ DA FARE

Dopo il via libera di nemmeno due mesi fa a Giorgia Meloni è bastato un faccia a faccia di una manciata di minuti per dire a Orazio Schillaci che la riforma dei medici di famiglia non s’ha da fare.
O almeno, non per decreto, come il ministro della Salute e il quasi compatto fronte dei governatori regionali erano intenzionati a fare per evitare di arrivare alla scadenza del 30 giugno, ultima data utile per incassare la rata finale del Pnrr, con le nuove Case di comunità prive dei medici di famiglia
L’ultimo rapporto Agenas del marzo scorso dice che dei 1.715 maxi ambulatori aperti 7 giorni su 7, h24, il 55% è di fatto una targa affissa a una porta dietro la quale c’è il vuoto di medici e servizi, come visite specialistiche e accertamenti diagnostici di base che si dovrebbero garantire.
Mentre sono solo 66, meno del 4%, le strutture con tutti i servizi avviati. Così appare un miraggio arrivare a fine mese con la nuova rete di servizi territoriali funzionante
Una corsa contro il tempo che aveva spinto Regioni e ministro, per una volta alleati, a mettere nero su bianco la riforma dell’assistenza sanitaria territoriale poggiata su tre pilastri: l’obbligo per tutti i medici di famiglia, compresi quelli con 1.500 o più assistiti, di lavorare almeno 6 ore a settimana nelle nuove strutture; una nuova remunerazione basata non più sul numero di assistiti ma su quello che effettivamente si fa, come la presa in carico dei cronici; la possibilità, considerata “residuale”, di assumere nelle Case di comunità senza personale specialisti ospedalieri o gli stessi medici di famiglia, che da liberi professionisti sarebbero passati a essere dipendenti.
Ed è questo ad aver fatto alzare subito le barricate al potente sindacato di categoria, la Fimmg, che pur rappresentando il 4,6% dei 400mila medici italiani, da sempre controlla il loro ente previdenziale, l’Enpam.
Una cassaforte da 32 miliardi di patrimonio che con il graduale passaggio alla dipendenza dei medici di famiglia rischierebbe di sfuggire di mano alla loro Federazione.
Tanto che si mormora di una telefonata del presidente dell’Ente, Alberto Oliveti, a Giorgetti, al quale sarebbe stata paventata la dismissione dei 3 miliardi di titoli di Stato sottoscritti dall’Enpam qualora il Governo avesse deciso di portare avanti la riforma invisa ai medici di famiglia.
Fatto è che, pur con i governatori di centrodestra compatti nel sostenerla, a boicottarla hanno cominciato a essere esponenti di spicco della stessa maggioranza: il meloniano presidente della Commissione Sanità del Senato Francesco Zaffini, l’ex capogruppo azzurro alla Camera Paolo Barelli e, da ultimo, si sussurra nei corridoi del ministero della Salute, il sottosegretario Marcello Gemmato, che avrebbe incontrato i sindacati di categoria per assicurare loro che la riforma non sarebbe passata.
Atteggiamenti che avrebbero fatto cambiare idea anche alla Premier, spaventata dall’impatto sull’opinione pubblica di un inedito sciopero dei medici di famiglia, minacciato dai loro sindacati.
Anche se non manca chi, Schillaci in testa, tra gli esponenti della stessa maggioranza crede che a far perdere più consensi sarebbe arrivare a fine mese tagliando nastri davanti a scatole vuote finanziate con 2 miliardi di Pnrr, messi sul piatto per potenziare l’assistenza sul territorio e decongestionare così gli ospedali.
Così, rimettendo nel cassetto qualsiasi ipotesi di passaggio alla dipendenza, si è deciso ora di lavorare in fretta e furia alla nuova convenzione dei medici di base per il triennio 2025-27, magari stabilendo già nell’atto di indirizzo che fissa il perimetro del nuovo accordo il paletto delle sei ore minime di lavoro nelle Case di comunità.
Un piano B che rischia però di andare fuori tempo massimo, perché siglare la nuova convenzione richiederà certamente del tempo e per passare dalle parole ai fatti servirà poi sottoscrivere gli accordi regionali.
(da La Stampa)

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