Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile
DALLE FATTURE GONFIATE AL PENTAGONO AL MURO ANTI-MIGRANTI IN MESSICO
Ancora gli indiani. Ma se questa volta si tratta dei lavoratori che secondo la Procura di Milano sarebbero stati reclutati da un’agenzia di Nuova Delhi e poi portati a lavorare in Italia in condizioni di sfruttamento, la Caddell Construction era già finita in acque torbide per i suoi rapporti con altri “indiani”: i nativi americani al centro di un programma federale che doveva aiutare le piccole imprese a entrare nei grandi appalti del Pentagono.
Nel sistema dei grandi appalti federali Usa, Caddell non è un gigante, ma nemmeno un microbo. È al 90° posto nella classifica 2026 dei general contractor americani, quelli che forniscono le grandi opere “chiavi in mano”, o quasi, ai committenti.
Fondata nel 1983 a Montgomery, in Alabama, da John A. Caddell, l’azienda è cresciuta basandosi sullo stretto rapporto con la macchina pubblica. Oggi è controllata dai dipendenti attraverso un piano di azionariato. La continuità dinastica, però, resta: presidente e amministratore delegato è Mac Caddell, nipote del fondatore.
I dati della società raccontano che il suo portafoglio supera i 24 miliardi di dollari in lavori negli Stati Uniti e in 38 Paesi su cinque continenti. Con una buona domanda pubblica: l’ufficio del Dipartimento di Stato che si occupa degli edifici diplomatici americani all’estero, indica Caddell come general contractor del nuovo consolato di Milano, con un progetto che vale fino a 211,9 milioni di dollari.
Ma la scala dei rapporti con Washington è molto più ampia. Nel 2024, tra le altre
cose, Caddell è stata scelta anche per il nuovo compound dell’ambasciata americana a Port of Spain, a Trinidad e Tobago, con un contratto fino a 350 milioni di dollari. A Kabul, in Afghanistan, ha lavorato a un progetto di sede diplomatica il cui costo è salito da 400 a oltre 800 milioni.
E poi contratti con la Difesa Usa, dall’Alaska al Texas. Basta questo elenco sommario per capire che non si parla di un costruttore regionale dell’Alabama, ma di un fornitore stabile in quei cantieri dove sicurezza, diplomazia e denaro pubblico si impastano con il cemento.
Un capitolo significativo riguarda anche il muro al confine con il Messico, l’opera-simbolo di Donald Trump. Nel 2017 Caddell venne selezionata tra le imprese incaricate di costruire i prototipi nella zona di San Diego: in pratica dei “modellini” di dieci metri per dieci dello sbarramento anti-migranti, pagati ai costruttori qualche centinaio di migliaia di dollari. Due anni dopo la joint venture Gibraltar-Caddell ottenne una fetta del muro di Trump: 22 miglia, con un contratto base da 155,3 milioni.
È in questo incrocio tra appalti pubblici, sicurezza nazionale e programmi federali per i subappalti che si collocano anche i rapporti con i nativi americani e i problemi giudiziari. Nel 2012 Caddell si impegnò a pagare 2 milioni al Dipartimento di
Giustizia, che in cambio la dichiarò non perseguibile, per chiudere un caso legato all’assistenza fornita a Mountain Chief, società nativa americana inserita nei programmi “Mentor-Protégé” e “Indian Incentive” del Pentagono.
Quei programmi servivano a favorire l’accesso alle commesse militari di piccole imprese svantaggiate, associate a gruppi più grandi che avrebbero dovuto appunto fare da mentori. Secondo il Dipartimento di Giustizia, però, Caddell presentò richieste di pagamento che gonfiavano in modo significativo l’aiuto fornito a Mountain Chief. L’anno dopo Caddell accettò di versare altri 1,15 milioni per risolvere accuse civili secondo cui aveva falsamente rappresentato il ruolo di Mountain Chief in lavori a Fort Bragg e Fort Campbell.
C’è poi il caso di Camp Lejeune, la nota base dei Marine in North Carolina, dove una joint venture tra Caddell e W.G. Yates fu accusata da una “soffiata” interna di usare piccole imprese-schermo, con annessi benefici fiscali, per una serie di subappalti svolti invece da operatori più grandi. In carcere, nel 2015, finì solo la titolare di una impresa subappaltante: 30 mesi per false dichiarazioni.
Secondo il Project On Government Oversight, che studia la trasparenza della pubblica amministrazione e che nel 2018 pubblicò un’analisi sui contractor scelti per i prototipi del muro, già nel 2014 il Corpo degli ingegneri dell’Esercito Usa
trasmise una raccomandazione per escludere Caddell dagli appalti federali proprio per le false dichiarazioni contestate. L’esclusione, alla fine, non scattò e l’azienda ricevette soltanto un avvertimento. Vedremo se anche il caso milanese finirà allo stesso modo.
(da Repubblica)
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Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile
CHI GUADAGNA DAL DISASTRO AMBIENTALE
La guerra è tornata strumento di politica internazionale, scrive Papa Leone XIV
nell’enciclica Magnifica Humanitas e avverte sul rischio altissimo di «costruire un mondo disumano e più ingiusto», una nuova Torre di Babele. Solo nell’ultimo anno 59 guerre nel mondo, il numero più alto dal 1945, con conseguente sterminio di popolazione e devastazione sociale ed economica (dati Global Peace Index). Questo tragico quadro ne alimenta un altro, che si abbatte silenziosamente sull’intero pianeta: il peggioramento della crisi climatica, ormai prossima a un punto di non ritorno. Le attività militari sono responsabili del 5,5% delle emissioni mondiali di gas serra. Se il comparto bellico fosse uno Stato, sarebbe il quinto più inquinante
dopo Cina, Usa, India e Ue. Analizziamo i dati relativi agli attacchi a Ucraina, Gaza e Iran.
Ucraina, le emissioni causate dalla guerra
Dal febbraio 2022, le emissioni generate dal conflitto in Ucraina hanno superato 311 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. È quanto documenta lo studio Climate Damage Caused by Russia’s War in Ukraine, coordinato dal ricercatore olandese Lennard de Klerk: una quantità di CO2 poco inferiore alle emissioni annuali prodotte dall’Italia. Il 37% sono legate direttamente a operazioni militari: consumo di combustibili fossili da parte di carri armati e aerei da combattimento, produzione di munizioni e sostituzione di equipaggiamenti distrutti. Il 23% è diffuso dagli incendi che, nel solo 2025, hanno devastato 1,4 milioni di ettari di territorio nelle aree a ridosso delle linee del fronte. Un quarto delle emissioni sono dovute alla distruzione di infrastrutture civili e alla loro ricostruzione.
Infrastrutture, pozzi e depositi di carburante
I raid sugli impianti energetici hanno finora generato il 6% della CO2 emessa. Nell’ultimo inverno, con temperature fino a –20 °C, la Russia ha condotto una sistematica campagna contro centrali termiche, sottostazioni e linee di trasmissione per privare la popolazione di elettricità, acqua e riscaldamento. Tra marzo 2025 e febbraio 2026 si sono registrati almeno 15 massicci attacchi contro impianti di
produzione e stoccaggio del gas e altri 19 contro infrastrutture civili. A questi si sono aggiunti raid con droni kamikaze, missili balistici e da crociera che hanno colpito centrali termoelettriche in città come Kiev, Kharkiv e Dnipro, causando blackout prolungati e costringendo milioni di persone a usare generatori a diesel o benzina. Parallelamente, le forze ucraine hanno condotto 140 attacchi contro raffinerie e depositi petroliferi e di fertilizzanti in Russia e nei territori occupati dall’armata russa.
Terreni contaminati e mine
E poi c’è quello che rimane sul terreno: un inquantificabile campionario di sostanze tossiche. Un recente studio pubblicato sulla rivista Environmental Problems rivela come i terreni intorno all’Oblastdi Sumy, una delle aree più colpite dai combattimenti, presentino livelli elevati di piombo, zinco, rame, cromo, cobalto e arsenico che alterano le proprietà chimiche del suolo, compromettendone fertilità e sicurezza alimentare per decenni. A rendere incoltivabili i terreni agricoli ci sono le mine, peraltro spesso non mappate, che secondo l’agenzia statale Demine Ukraine occupano 132 mila chilometri quadrati, un’area grande quanto la Grecia (Qui). Questi ordigni, oltre a causare amputazioni e a mettere in pericolo la vita di migliaia di civili, impediscono anche la semina dei campi riducendo, secondo le
Nazione Unite, la crescita del Pil del Paese tra il 3 e il 5% (Qui). Durante l’ultima conferenza internazionale sul clima a Belém, l’Ucraina ha annunciato l’intenzione di chiedere alla Russia un risarcimento di 57 miliardi di dollari per danni ambientali.
Gaza rasa al suolo
La distruzione di Gaza ha generato oltre 1,3 milioni di tonnellate di CO2. Le emissioni, segnalate da uno studio pubblicato sulla rivista One Earth, riguardano esclusivamente le attività militari: i voli e i bombardamenti israeliani, le operazioni statunitensi per trasportare in Israele 50 mila tonnellate di equipaggiamenti e rifornimenti, oltre all’impiego di razzi e artiglieria. Gli attacchi hanno raso al suolo infrastrutture, ospedali, condomini, strade, reti fognarie, scuole e università, mentre la Fao segnala che oltre l’80% delle terre agricole è stato danneggiato dai bombardamenti. Lo studio prevede inoltre che i costi climatici aumenteranno esponenzialmente con la ricostruzione, fino a raggiungere 33,2 milioni di tonnellate di CO2: un valore equivalente alle emissioni generate in un anno dalla Giordania. Occorrerà aggiungere i dati sugli attacchi israeliani al Libano, che al momento non sono ancora stati quantificati.
Golfo Persico: il dato sui primi 15 giorni
Per il monitoraggio completo dell’attacco condotto da Stati Uniti e Israele in Iran e della risposta di Teheran, che ha coinvolto sei Paesi del Golfo in quanto alleati di Washington, occorrerà attendere. Per il momento esiste solo l’analisi del think tank Climate and Community Institute: il centro di ricerca stima che nei primi 15 giorni i bombardamenti abbiano prodotto oltre 5 milioni di tonnellate di CO2, pari a quelle emesse in un anno da 1,1 milioni di automobili a benzina. Quasi la metà delle emissioni è stata causata dalla distruzione di edifici militari e civili, inclusi 16.191 abitazioni, 3.384 unità commerciali, 77 centri medici e 69 scuole. Tra queste ultime l’istituto femminile Shajareh Tayyebeh di Minab raso al suolo nel primo giorno di guerra, dove sono state uccise 168 persone tra cui 120 bambine (Fonte Mezza Luna Rossa iraniana).
La Ong Conflict and Environment Observatory che ha monitorato oltre 300 azioni belliche, di cui 232 valutate ad alto rischio ambientale, sostiene che le conseguenze degli attacchi alle infrastrutture hanno prodotto contaminazione dell’aria, del suolo e delle acque, oltre a rilasciare sostanze inquinanti come combustibili, oli industriali, metalli pesanti, esplosivi e Pfas. Si aggiungono poi la dispersione di materiali edilizi tossici come l’amianto e gli incendi innescati dalle esplosioni, con conseguente emissione di composti nocivi quali diossine e furani
Petrolio e gas in fiamme
Un terzo delle emissioni è stato generato dalla combustione di petrolio durante gli attacchi a infrastrutture energetiche e impianti di stoccaggio. Tra il 7 e l’8 marzo sono stati colpiti 30 depositi di petrolio a Teheran e nelle aree circostanti, mentre la quantità di greggio distrutto nella regione del Golfo è stimata tra 2,5 e 5,9 milioni di barili. Da parte sua l’Iran ha attaccato con droni raffinerie e depositi di petrolio nei Paesi vicini. Tra i raid più imponenti quelli alla raffineria di Ras Tanura in Arabia Saudita e al porto di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti. Il 18 marzo, dopo l’attacco israeliano al giacimento di gas di South Pars in Iran, uno dei più grandi al mondo, Teheran ha risposto colpendo l’impianto di Ras Laffan, in Qatar, che produce circa il 20% delle forniture globali di Gnl.
Pioggia nera e catrame
Gli attacchi ai depositi di carburante a Teheran hanno esposto 9 milioni di abitanti a una «pioggia nera» che ha rilasciato fuliggine e sostanze tossiche sprigionate dalle nubi di fumo. L’esposizione prolungata a queste microparticelle – spiega uno studio su Nature – è causa di malattie polmonari e cardiovascolari. Gli incendi a pozzi e depositi hanno sprigionato enormi colonne di fumo contenenti particolato, ossidi di
azoto, anidride solforosa, monossido di carbonio e altre sostanze chimiche tossiche, tra cui composti che favoriscono l’insorgenza di malattie tumorali.
Non si salva nemmeno l’ecosistema marino del Golfo Persico, già caratterizzato da un lento ricambio delle acque che favorisce l’accumulo di inquinanti. Gli attacchi a impianti offshore e ad almeno 16 petroliere e navi commerciali bloccate nello Stretto di Hormuz hanno provocato sversamenti di greggio lungo le coste. La perdita più imponente è stata rilevata a maggio vicino all’isola di Kharg, in Iran, dove si stima siano stati dispersi fino a 3 mila barili di petrolio (Qui). Ad aprile, la distruzione di una raffineria a Lavan ha causato uno sversamento che ha raggiunto l’isola di Shidvar, riserva naturale che ospita specie protette, tartarughe marine e uccelli migratori. Nei giorni successivi la fauna selvatica è rimasta intrappolata nella marea nera, mentre carcasse di animali galleggiavano lungo le coste e masse di catrame si depositavano sui fondali marini. Ci vorranno mesi, o forse anni per quantificare l’ampiezza del disastro ambientale nel Golfo Persico.
Chi ci guadagna
Le civiltà più avanzate stanno producendo tutto questo, ma il clima non conosce frontiere, e un ecosistema compromesso non sarà ripristinabile dall’intelligenza artificiale. Però c’è sempre chi trae vantaggi da un mondo «più disumano e ingiusto». Secondo i dati elaborati dalla Ong Global Witness, pubblicati dal
Guardian, nel primo mese di guerra le 100 maggiori compagnie di petrolio e gas hanno registrato extraprofitti per circa 23 miliardi di dollari, grazie all’impennata del prezzo del greggio a seguito della chiusura dello Stretto di Hormuz.
Mentre per l’industria bellica, che non ha mai conosciuto momenti di crisi, sono anni d’oro. I numeri sono raccolti nell’ultimo rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) pubblicato nel 2025 e basato su dati del 2024: i profitti delle prime 100 aziende produttrici di armi hanno raggiunto 679 miliardi di dollari, con una crescita del 26% in dieci anni.
(da Repubblica)
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Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile
APPREZZAMENTO TRASVERSALE E GENERAZIONALE
Siamo alla vigilia della Festa della Repubblica, che celebra il referendum con cui gli italiani sancirono il passaggio alla Repubblica, 80 anni fa. Nel 1946. Una data “storica”. Davvero. Perché ha segnato la nostra storia. E ha dato significato al percorso della nostra democrazia. In questo quadro la figura e il ruolo del presidente della Repubblica è fondamentale. In particolare, di questo presidente. Sergio Mattarella. Per la sua storia personale e familiare. E, comunque, segna il nostro tempo, in una fase attraversata da tensioni e divisioni che mettono in discussione il fondamento stesso della nostra democrazia “rappresentativa”. Non
per caso sono diffuse e crescenti le richieste che mirano a “presidenzializzare” il nostro sistema. Passando attraverso il premierato. L’elezione diretta del premier. Il “capo del governo”.
Naturalmente, si tratterebbe di un cambiamento sostanziale della nostra democrazia che, tuttavia, seguirebbe il percorso della personalizzazione, che ha segnato e segna la politica italiana (e non solo). Visto che, ormai da tempo, i partiti in Italia (e non solo), si sono personalizzati. Riassunti dalla e nella “persona“ del leader. Il “capo”. Il sondaggio di Demos conferma questa tendenza. Rileva, infatti, come la fiducia nei confronti del capo dello Stato, «nel corso del percorso» di Sergio Mattarella si sia consolidato e nell’ultimo decennio sia costantemente sopra al 60 per cento. I rapporti che Demos conduce, con “La Polis-Università” di Urbino, da molti anni confermano questo quadro istituzionale, che vede il presidente della Repubblica come il soggetto intorno a cui ruotano tutte le istituzioni e tutti gli attori politici. È interessante, per questo, osservare come Mattarella abbia “personalizzato” il Paese. O meglio, la nostra democrazia. Visto ciò che sta avvenendo nel sistema politico e nei partiti, possiamo affermare (e io, per quanto mi riguarda, affermo) che si tratta di una grande e fortunata opportunità. In quanto si tratta di una figura autorevole. E di grande valore.
Il consenso nei confronti di Mattarella, inoltre, è, ovviamente trasversale, sotto diversi profili. Anzitutto, sul piano generazionale. Visto che tocca i livelli più elevati fra i più giovani (sotto i 25 anni): 63 per cento. E, soprattutto, fra i più anziani, con oltre 65 anni. Ma il dato forse più sorprendente riguarda l’orientamento politico. Perché il presidente della Repubblica è una figura istituzionale, ma con poteri e ruoli politici.
Per questo motivo è interessante e significativo che il consenso nei riguardi di Mattarella sia davvero trasversale. E attraversi gli schieramenti e i partiti da destra a sinistra, passando per il centro, Con punte elevatissime dovunque. Quasi il 90 per cento fra i sostenitori di Pd, Italia Viva e +Europa. Ma poco meno anche fra chi è vicino a FI. E registra un sostegno oltre i 2 terzi anche nella base del M5S e della Lega.
E ciò riflette sicuramente la domanda di con-divisione che attraversa tutti i campi della politica. Più o meno larghi. In questi tempi attraversati da profonde divisioni. Interne e internazionali
Per questo Mattarella non è «un uomo solo al comando». Ma di certo è il «solo uomo» che ci può guidare, E farci sentire sicuri. Speriamo (io lo spero) che duri ancora a lungo. Soprattutto per noi e la nostra democrazia.
(da La Repubblica)
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Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile
VENTO E CORRENTI L’HANNO SPINTA FINO ALLA SPIAGGIA DOVE SI E’ RADUNATA UNA PICCOLA FOLLA… “ALMENO UNA DELLE NOSTRE IMBARCAZIONI HA ROTTO L’ASSEDIO”
Una delle barche della Global Sumud Flotilla ha rotto il blocco navale ed è
riuscita a raggiungere Gaza. Non si tratta di una vela sfuggita al raid israeliano di qualche settimana fa, ma di una delle ultime intercettate. Anzi, della più grande, l’ammiraglia Kasr-i-Sadabad, su cui erano imbarcati anche il deputato Dario Carotenuto e il giornalista Alessandro Mantovani, bloccata e abbordata a oltre cento chilometri dalla Striscia. Abbandonata in mezzo al mare come le altre 74, 22 al largo di Creta, 52 davanti all’Egitto, priva di equipaggio, è stata spinta da vento e correnti fino alle coste di Gaza.
L’hanno avvistata ieri mattina e subito sulla spiaggia si è riunita una piccola folla che l’ha trainata a riva. Al momento, non è chiaro se una parte del carico di aiuti – magari lo scatolame o l’olio – sigillati in tutti gli anfratti della pancia dello scafo, siano arrivati intonsi. Ma di certo sono stati recuperati tutti i pannelli solari, fondamentali nella Striscia affamata di energia perché il carburante entra ancora con il contagocce.
“Nonostante tutti gli ostacoli, alcuni pezzi dell’imbarcazione Kasr-i Sadabad, appartenente alla Global Sumud Flotilla, sono approdati sulla costa di Gaza”, fa sapere la sezione turca. “Il regime israeliano, con un intervento illegittimo in mare aperto, ha sequestrato l’equipaggio e abbandonato l’imbarcazione dopo averla danneggiata. Oggi, quei resti hanno superato il blocco, rotto l’assedio e hanno raggiunto la loro destinazione”.
Le immagini registrate sulla spiaggia e rilanciate dalla sezione turca della Flotilla, mostrano decine di persone che si affollano attorno allo scafo, lo trainano a riva. Un bimbo stringe in mano il timone, un altro cerca su quel che resta del ponte qualcosa di utile, dai pezzi di legno buoni per accendere un fuoco a, chissà, magari un pacco di riso.
“Simbolicamente è stata un’emozione grandissima. Vedere una delle nostre barche che era stata lasciata alla deriva dalla Marina israeliana arrivare da sola e rompere il blocco, ci ha commossi. Sappiamo che è semplicemente qualcosa di simbolico, è una piccola cosa che ci rende felici”, dice la portavoce italiana, Maria Elena Delia.
Circa una settimana fa, un’altra vela era arrivata quasi intatta sulle spiagge egiziane, con tutto il suo carico di aiuti. E adesso la speranza, dicono dal movimento, è che anche Eolo si metta di mezzo e “altre barche possano arrivare da sole dove agli equipaggi è stato impedito di portarle”
(da agenzie)
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Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile
“I CUBANI NON POSSONO ANDARE AL LAVORO E A SCUOLA. I CONTINUI BLACKOUT PARALIZZANO ANCHE GLI OSPEDALI. IL SISTEMA E’ DEGENERATO: LE MICRO, PICCOLE E MEDIE IMPRESE PRIVATE, LEGALIZZATE NEL 2021, SOPRAVVIVONO SOLO GRAZIE AI DOLLARI INVIATI DAGLI ESULI E DAGLI ANTICASTRISTI CHE VIVONO NEGLI USA”
«Qui c’è chi muore di fame e chi, invece, ha i soldi e sopravvive». A parlare è Antonio – un nome di fantasia, per motivi di sicurezza – un cittadino italiano che vive a L’Avana. Romano, sulla cinquantina, con un passato di militanza negli ambienti di sinistra, è testimone quotidiano di quello che sta succedendo sull’isola e, un tempo, amava definirsi fidelista. «Fidel trovava sempre soluzioni a tutto; quando c’era lui c’era l’uguaglianza», tiene a precisare l’uomo come premessa di ogni suo discorso, soprattutto per far capire le attuali degenerazioni del sistema
«In questo periodo vivo a L’Avana, dove ho una parte della mia famiglia paterna, e posso dire che il Paese è allo stremo. A causa del blocco, il carburante non si trova; ce l’ha solo qualche privilegiato, e quando c’è al mercato nero, costa dieci dollari al litro», e questo impedisce alle persone di andare a lavorare o a scuola.
A Cuba ci sono ricorrenti blackout ormai da diversi anni, ma da quando Trump ha imposto l’embargo energetico, la situazione è peggiorata. Si è passati da interruzioni programmate e limitate nel tempo, a blackout improvvisi che possono arrivare a durare più di venti ore al giorno su tutto il territorio. «Di solito, cercano di preservare L’Avana Vecchia, ma negli altri posti tolgono la corrente per quasi tutta la giornata. Il cibo c’è, ma pochi possono permetterselo».
Antonio mostra le immagini delle strade della capitale ricoperte di rifiuti e racconta dei “cacerolazos”, le proteste spontanee con pentole e padelle contro i blackout, represse dal governo con arresti e intimidazioni; ma anche degli ospedali paralizzati per la carenza di medicinali, e la quasi totale assenza di elettricità che impedisce di portare a termine le operazioni.
L’embargo – quella serie di sanzioni che l’isola subisce illegittimamente dagli Stati Uniti da oltre sessantadue anni – è una parte preponderante del problema, perché si stima che il danno accumulato abbia superato i 164 miliardi di dollari, secondo i dati presentati da Cuba all’Assemblea generale dell’Onu; ma c’è spazio anche per le responsabilità del governo che ha avallato un sistema che non è più nemmeno il ricordo degli anni della Rivoluzione.
«Qui c’è il peggior capitalismo dell’America Latina e la vita se la possono permettere in pochi», afferma l’uomo con rabbia, rivelando anche dei litigi con alcuni attivisti italiani di sinistra per cui Cuba è ancora un simbolo potente di anti-imperialismo.
Ma è stato soprattutto dopo la pandemia e il crollo del turismo – principale motore dell’economia – che il governo ha favorito un’ulteriore apertura per evitare il tracollo. In molti hanno parlato di una scelta obbligata, più che ideologica, legata alla sopravvivenza di un Paese sotto embargo dal 1962. Così, nel 2021, L’Avana ha legalizzato le MiPymes, le micro, piccole e medie imprese private, avviando migliaia di attività nell’ambito del commercio, dei servizi e della ristorazione.
«Con questi stipendi, gli statali possono campare un solo giorno; con le MiPymes, invece, si vive bene. Ormai queste aziende sono tantissime e i loro proprietari, come ad esempio la famiglia Castro o altre persone, sono dei privilegiati. Per aprirle servono i dollari: la maggior parte di coloro che ha lasciato il Paese manda i soldi da Miami. Se ti mandano duecento dollari al mese, puoi aprire una piccola azienda; con cinquecento una grande, se te ne mandano mille, allora sei ricco».
Per Antonio, questa trasformazione dell’economia è ormai il discrimine tra i cubani che devono spendere metà dello stipendio o l’intera pensione in pesos per comprare una confezione di uova, e quelli che vivono grazie ai dollari dei parenti all’estero. «Prima i “balseros” e i “gusanos” (termini con cui il regime indicava in modo
dispregiativo gli esuli cubani e gli anticastristi, ndr) venivano presi a fucilate o morivano in mare sulle zattere. Ora senza i loro soldi non si può fare niente», ribadisce Antonio per spiegare quella che, a suo parere, è la più grande contraddizione del Paese.
(da La Stampa)
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Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile
ANGELO BONELLI TUONA: “CHE QUESTA LEGGE SIA INCOSTITUZIONALE LO SA ANCHE GIORGIA MELONI. L’INDICAZIONE DEL PREMIER VIOLA LA COSTITUZIONE, PERCHÉ È PREROGATIVA DEL CAPO DELLO STATO NOMINARE IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. SE STANNO ACCELERANDO, VUOL DIRE CHE HANNO DECISO DI PUNTARE AL VOTO A NOVEMBRE PER EVITARE DI AFFRONTARE LA GRANDE QUESTIONE DELLA FINANZIARIA”
Ormai è molto più di un sospetto. L’accelerazione della maggioranza sulla nuova legge
elettorale — secondo una tabella di marcia che prevede l’approvazione alla Camera a inizio luglio e il varo definitivo con fiducia in Senato prima della pausa agostana — risponde a un preciso disegno di conservazione del potere. Da realizzare non solo modificando le regole a misura dell’attuale coalizione di governo, ma anche tenendo d’occhio il calendario elettorale.
È l’allarme che si sta diffondendo fra le fila delle opposizioni. Alle prese con la messa a punto della strategia per far deragliare il Melonellum, su cui i leader del
centrosinistra si confronteranno in un vertice ad hoc a metà della prossima settimana
Obiettivo: provare a sventare il piano della destra che, a dispetto dei rischi di incostituzionalità, intende blindare il testo e andare avanti spedita. Come pure dimostrerebbe il divieto imposto ai deputati della maggioranza di proporre modifiche, sia in commissione sia in aula. Un po’ come accaduto su riforma della giustizia e premierato.
Uno sprint congegnato dagli avversari per tenersi aperte tutte le strade che portano alle Politiche, inclusa quella di urne anticipate.
Lo dice dritto Angelo Bonelli: «Che questa legge sia incostituzionale lo sa anche Giorgia Meloni. E allora il punto politico non può che essere uno: evitare che la Corte intervenga prima delle elezioni e bocci il Melonellum. Sarebbe una batosta peggio del referendum».
Una scelta figlia, per il co-leader di Avs, dello scenario che si va consolidando: il governo «non è nelle condizioni di licenziare a fine anno una manovra capace di dare risposte agli italiani. La crisi economica, che loro nascondono, è sotto gli occhi di tutti», spiega.
«Chi ha scritto questa riforma sa bene che l’indicazione del premier viola la Costituzione, perché è prerogativa del capo dello Stato nominare il presidente del Consiglio. Se stanno accelerando, vuol dire che hanno deciso di puntare al voto a novembre per evitare di affrontare la grande questione della Finanziaria, che sarà lacrime e sangue»
La proposizione di un eventuale ricorso in tribunale, l’esame della Corte e l’emissione di un verdetto trascorrerebbero infatti dai quattro ai sei mesi o forse più: se si votasse nel frattempo, si andrebbe quindi alle urne con le regole che il Parlamento avrà licenziato prima dell’estate a colpi di maggioranza. Un bel problema, per il centrosinistra. E non solo per ragioni di metodo e di merito. Ma politiche: il cosiddetto campo largo ancora non esiste
(da agenzie)
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Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile
L’ULTIMO RAPPORTO EURISPES E’ ALLARMANTE: UN TERZO DEGLI ITALIANI DEVE ATTINGERE AI PROPRI RISPARMI …. IL 10% PIU’ RICCO DELLE FAMIGLIE DETIENE IL 60% DELLA RICCHEZZA NAZIONALE
Secondo il rapporto annuale Eurispes, presentato nei giorni scorsi. gli italiani sono preoccupati per il possibile peggioramento delle condizioni economiche. Quasi la metà dei cittadini prevede per i prossimi 12 mesi un peggioramento della situazione economica del Paese. Una percezione che si manifesta anche se per la maggior parte la condizione economica personale resta stabile rispetto allo scorso anno. Più di sei cittadini su dieci arrivano a fine mese con difficoltà e circa un terzo (33,1%) deve attingere ai propri risparmi.
ùA mettere particolarmente in difficoltà le famiglie è l’affitto (45,6%). Dall’indagine campionaria sull’andamento dell’economia nazionale e sulla situazione personale dei cittadini emerge un quadro segnato da fragilità diffusa. La vera incognita riguarda i prossimi mesi: la guerra in Iran, il rincaro delle materie prime energetiche, le tensioni commerciali internazionali e il possibile rialzo dei tassi d’interesse rappresentano una combinazione di rischi che potrebbe invertire i progressi registrati negli ultimi due anni.
Il fatto che quasi la metà dei cittadini (47,8%) preveda un peggioramento della situazione economica nei prossimi dodici mesi – oltre il 10% in più rispetto allo scorso anno – è un segnale di timore per una nuova crisi e di sfiducia nel futuro.
Istat, il ceto medio si impoverisce: in dieci anni spende di più ma compra meno, spesa reale in calo del 5,6%
Nonostante ciò, la dimensione economica personale e familiare mostra stabilità: la quota più ampia di cittadini (42,1%) indica come “rimasta sostanzialmente invariata” la propria situazione economica negli ultimi 12 mesi. Tuttavia, il 36,9% riporta un deterioramento (12,7% “molto”; 24,2% “lievemente”) e solo uno su dieci ha sperimentato un miglioramento.
Addio al ceto medio: perdita del potere d’acquisto
Il rapporto Eurispes certifica il progressivo sgretolamento del ceto medio, con la ricchezza nazionale sempre più polarizzata, mentre il sistema pensionistico è sotto pressione a causa del calo delle nascite e della stagnazione salariale.
Entrando nel dettaglio: il potere d’acquisto del ceto medio italiano è sceso del 7,5% circa dal 2021 (Ocse, 2025). Nel 2023 il reddito reale delle famiglie si è ridotto dell’1,6%, mentre i beni essenziali (utenze, cibo, medicine) sono aumentati oltre il tasso d’inflazione. Il 10% più ricco delle famiglie italiane detiene il 59,9% dell’intera ricchezza nazionale; la metà più povera ne detiene appena il 7,4%. Nel 2024 la ricchezza dei 71 miliardari italiani è cresciuta di 61,1 miliardi di euro (+166 milioni al giorno), raggiungendo 272,5 miliardi complessivi.
Sistema pensionistico sotto pressione
Il reddito familiare più diffuso in Italia è di circa 2.500 euro mensili: la maggior parte delle famiglie italiane si colloca quindi nella parte bassa di questa fascia. La ricchezza netta delle famiglie italiane è scesa del 5,5% nel decennio 2014-2024; il ceto medio sopravvive sempre più grazie al patrimonio ereditato dalle generazioni precedenti. E mentre la forza del ceto medio a sostegno dell’economia del Paese diminuisce, bisogna fronteggiare un problema di sostenibilità del sistema pensionistico. Le nascite totali sono in costante calo dal 2004, fino al minimo storico registrato nel 2024, con una riduzione del 34% in vent’anni.
Il sistema pensionistico italiano, dice l’Eurispes, è sotto pressione per la convergenza simultanea di più dinamiche che si alimentano a vicenda. La natalità scende, la base contributiva si restringe, i salari reali ristagnano, il lavoro irregolare sottrae risorse al sistema, i giovani più qualificati emigrano portando con sé il capitale umano finanziato con risorse pubbliche. Ciascuna di queste dinamiche,
presa isolatamente, sarebbe gestibile. Invece la loro combinazione produce uno squilibrio strutturale.
Le proiezioni prefigurano un miglioramento a partire dal 2040, costruito però su mere ipotesi: crescita della produttività all’1,3% annuo, inversione della natalità, saldo migratorio positivo di 165.000 unità l’anno. Nel frattempo, spiega Eurispes, le generazioni che contribuiscono, oggi si trovano di fronte a una prospettiva concreta: andare in pensione a 70 anni con un assegno pari a poco più della metà dell’ultima retribuzione
Quali voci di spesa pesano di più sulle tasche degli italiani
Il pagamento del canone d’affitto mette in difficoltà il 45,6% delle famiglie che devono affrontare questa spesa; seguono le utenze (28,7%), il mutuo (27,2%) e le spese mediche (25,5%). Ne consegue una quota molto elevata di famiglie che arriva a fine mese con difficoltà (62,1%) e circa un terzo (33,1%, rispetto al 35,4% del 2025) che utilizza i risparmi accumulati per far fronte alle spese mensili.
I prezzi sono in aumento per 8 italiani su 10, con valori percepiti oltre l’8% nel 38,9% dei casi (molti dichiarano un aumento tra il 3% e l’8%). Ma dove si concentrano di più gli aumenti? Alimentari, carburanti e pasti fuori casa le categorie in cui sono stati registrati i rincari più pesanti.
Le categorie dove i rincari sono stati più pesanti sono: generi alimentari (93,3%), carburanti (91,2%), pasti fuori casa (83,4%) e viaggi e vacanze (82,2%). Seguono trasporti (75,4%), vestiario e calzature (72,4%), cura della persona (70,9%), spese per la salute come ticket e medicine (68,8%), tecnologia (61,7%), arredamento e servizi per la casa (61,4%), cinema, spettacoli e attività culturali (61,1%) e affitto (60%). Quote più contenute riguardano invece l’acquisto della casa (56,8%), la palestra e lo sport (56,3%) e le spese telefoniche (49,9%).
Oltre due italiani su dieci hanno chiesto un prestito nell’ultimo anno
Più di 2 italiani su 10 (22,1%) hanno chiesto un prestito bancario nel corso dell’ultimo anno, soprattutto per l’acquisto della casa (46,3%) e per estinguere debiti accumulati (29,1%).
Il 20,5% ha avuto necessità di rivolgersi alla banca per saldare prestiti contratti con altri istituti o finanziarie, gettando ulteriore luce sul fenomeno del
sovraindebitamento che intrappola le famiglie in un circolo vizioso: la difficoltà a onorare i finanziamenti spinge a rinegoziare la propria posizione presso altri istituti. Un cittadino su cinque si è indebitato per affrontare cure mediche (21,6%) o per sostenere le spese di cerimonie come matrimoni, cresime e battesimi (20%), mentre è più contenuto il ricorso ai prestiti per le vacanze (12,1%). A rivolgersi più spesso alle banche sono le famiglie composte da coppia con figli (25,8%).
Aumentano italiani che rinunciano alle cure: tagli ai controlli medici
I danni di questo quadro economico in peggioramento si fanno sentire anche sulla salute: aumenta il numero di chi rinuncia ai controlli medici periodici e alle cure odontoiatriche. Per far fronte alle difficoltà economiche si rinviano anche acquisti considerati necessari.
La metà degli italiani rateizza gli acquisti attraverso piattaforme digitali a tasso zero. La famiglia d’origine resta un porto sicuro: il 29% vi si rivolge per un aiuto economico e il 9,6% vi torna a vivere in caso di difficoltà.
Per contenere le spese vengono rinviati anche acquisti considerati necessari (60,2%), si riducono le uscite fuori casa (54,1%), i viaggi e le vacanze (52,1%), si spende meno per la cura della persona (43,5%), l’aiuto domestico (42,6%) e i lavori di ristrutturazione (39,6%).
Quasi 4 italiani su 10 (38%) hanno fatto ricorso al pagamento in nero di alcuni servizi. Il ricorso alla rateizzazione (41%) si inserisce nello stesso quadro, con l’utilizzo di strumenti di dilazione per sostenere spese altrimenti difficilmente gestibili. Le rinunce più difficili riguardano le cure per la salute: crescono i tagli ai controlli medici periodici (34,6%, dal 27,2% del 2025) e alle cure odontoiatriche (32,1%, dal 28,2% del 2025).
Seguono le visite specialistiche (23,4%), le spese veterinarie (20,4%), le terapie o gli interventi medici (19,8%) e l’acquisto di medicinali (15,7%). Anche i tagli su trattamenti estetici segnano un aumento significativo, dal 26,4% all’attuale 34,9%.
Le piattaforme digitali per la rateizzazione a tasso zero vengono utilizzate nel 51,3% dei casi, in calo rispetto al 65,3% del 2025. Nelle difficoltà ci si rivolge soprattutto alla famiglia d’origine (29,1%), ad amici, colleghi o altri parenti (14,6%) o a privati al di fuori di circuiti bancari (10,6%). Alcuni saldano in ritardo bollette
utenze (23,3%) e le tasse (18,8%). In un caso su dieci le difficoltà costringono a tornare nella casa della famiglia d’origine o dei suoceri (9,6%), a vendere o perdere beni importanti (11,4%), a contrarre debiti che non si riesce poi a ripagare (9,3%) o ad affittare una stanza o un immobile di proprietà (9,6%).
(da Fanpage)
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Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile
LEGA E FORZA ITALIA INTENDONO BARATTARE IL VIA LIBERA ALLA LEGGE CHE VUOLE GIORGIA MELONI (CON L’INDICAZIONE DEL PREMIER, CHE OVVIAMENTE RAFFORZA FRATELLI D’ITALIA) CON PIÙ POSTI GARANTITI NEL LISTINO DEL PREMIO DI MAGGIORANZA
I governi tecnici sono impopolari perché alla grande maggioranza degli italiani non
importa nulla se l’Italia fallisce. Importa di pagare meno tasse possibile, meglio ancora se nessuna, e di essere lasciati in pace. Nel frattempo il nostro debito pubblico continua a crescere e con il peso degli interessi rende molto difficili le manovre espansive. E abbiamo fatto un pessimo uso del Pnrr (tranne le eccezioni che confermano la regola).
Quanto alla legge elettorale, assistiamo a uno spettacolo indecente. Non soltanto siamo l’unica democrazia al mondo in cui a ogni legislatura si cambia la legge elettorale, a vantaggio ovviamente della maggioranza che governa in quel momento. Non soltanto la maggioranza vuole farsi la legge elettorale da sola.
Autorevoli giornalisti politici spiegano che Lega e Forza Italia intendono barattare il via libera alla legge elettorale che vuole Giorgia Meloni (con l’indicazione del premier, che ovviamente rafforza Fratelli d’Italia) con più posti garantiti nel listino del premio di maggioranza.
Il tutto ovviamente senza consentire agli elettori di scegliere i loro rappresentanti. E senza tener conto del referendum del 1993 che, con partecipazione e maggioranza schiaccianti, abolì il proporzionale e introdusse il maggioritario uninominale.
Adesso si fa il contrario: si aboliscono i collegi uninominali e si reintroduce il proporzionale.
(da Il Corriere della Sera)
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Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile
IL MOTIVO? QUELLO CHE DOVEVA ESSERE UN EVENTO APOLITICO, RISCHIA DI TRASFORMARSI IN UN MEGAFONO DELLA PROPAGANDA “MAGA”… GLI ANTI-TRUMPIANI BRUCE SPRINGSTEEN E TOM MORELLO HANNO ANNUNCIATO UN CONTRO-FESTIVAL VICINO WASHINGTON… TRUMP DELIRA: “IO SONO L’ATTRAZIONE NUMERO UNO IN TUTTO IL MONDO. ATTIRERÒ UN PUBBLICO BEN PIÙ VASTO DI QUELLI DI ELVIS AI TEMPI DEL SUO MASSIMO SPLENDORE” (CHIAMATE LA CROCE VERDE!)
Donald Trump valuta di cancellare i concerti in programma sul National Mall di Washington per commemorare i 250 anni della fondazione degli Stati Uniti, sostituendoli con un suo discorso, dopo la defezione degli artisti registrata.
In un post sul suo social Truth, Trump ha suggerito che i concerti potrebbero non essere più necessari qualora gli artisti dovessero continuare a tirarsi indietro, avanzando l’ipotesi di tenere un comizio sul National Mall come attrazione di richiamo ben più potente di qualsiasi esibizione musicale.
“Il fatto è che io sono, secondo molti, l’Attrazione Numero Uno in tutto il Mondo”, ha scritto Trump, aggiungendo di attirare “un pubblico ben più vasto di quelli di Elvis ai tempi del suo massimo splendore” e di riuscirci “senza nemmeno una chitarra”. Il tycoon ha “ordinato ai miei Rappresentanti di valutare la fattibilità dell’organizzazione di un comizio intitolato ‘AMERICA IS BACK’ (L’America è tornata)”.
I concerti erano stati pianificati come parte della più ampia “Great American State Fair” (Grande Fiera Statale Americana), un evento della durata di 16 giorni che si sarebbe svolto dal 25 giugno al 10 luglio prossimi. Gli organizzatori hanno fatto sapere che l’iniziativa, curata dal gruppo “Freedom 250”, si sarebbe estesa lungo il National Mall, dal Capitol Hill fino al Washington Monument, con palchi per concerti, padiglioni dedicati ai vari Stati, mostre, giostre e altre attrazioni distribuite su tutta l’area del Mall.
Tuttavia, la scaletta musicale ha subito una brusca serie di defezioni. Venerdì, ad esempio, Bret Michaels, cantante della rock band Poison, è diventato il quinto artista a dare forfait, affermando che l’evento non era la celebrazione apartitica che si aspettava. Le defezioni hanno sollevato dubbi sulla fattibilità dell’evento così come concepito originariamente. Non è ancora chiaro se saranno ingaggiati altri musicisti o se la proposta di Trump sul suo comizio sia effettivamente presa in seria considerazione dagli organizzatori.
(da agenzie)
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