Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile
“LE PRIMARIE SONO UNA IATTURA. SERVONO PER SPACCARE, NON PER UNIRE. LA COMPETIZIONE TRA SCHLEIN E CONTE PRODUCE EFFETTI CONTRADDITTORI SUI DUE ELETTORATI CHE RISCHIANO DI RIPRODURSI ALLE POLITICHE”
Il mondo è in tumulto, l’Italia arranca ma il tatticismo dei leader del Campo largo rischia
di trasformare la vicenda della premiership in un gioco di società e perciò è tranciante il consiglio di Luigi Zanda, uno dei 45 fondatori del Pd e tra i pochi battitori liberi nell’universo transennato del centro-sinistra
«Le primarie sono una iattura. Servono per spaccare, non per unire. In tutto il mondo, nelle coalizioni la leadership spetta al capo del partito più grande. E Venezia ci dà un insegnamento. Molti elettori 5 stelle hanno votato per il candidato di centrodestra. La competizione tra Schlein e Conte produce effetti contraddittori sui due elettorati che rischiano di riprodursi alle Politiche. Una competizione che, in modo più o meno palese, dura da tre anni. Troppi».
I partiti del Campo largo continuano ad ignorare le loro enormi differenze, a cominciare dall’Europa sotto attacco: è una coalizione pronta per governare?
«No. Fino ad oggi il Campo largo è stato soprattutto un cartello elettorale. Senza una visione strategica comune. Senza un programma comune. Senza un leader comune. A questi vuoti per ora si sopperisce con gli slogan ma se il Campo largo vuole vincere e poi governare bene, deve dotarsi di una visione, di una cultura politica, di progetti precisi di riforme. In un contesto internazionale che impone scelte nette e nel quale la presenza italiana, compresa quella della sinistra, è molto debole. Inadeguata»
Per conquistare voti i 5 Stelle stanno tornando a fare i 5 stelle, mentre il Pd continua a giocare di rimessa?
«Per prima cosa il Pd dovrebbe tornare a definirsi un partito di sinistra. Lasciarsi etichettare come progressisti è un errore e sarebbe ora di liberarsi da una definizione che risente della preferenza dei Cinque stelle. Anche chi è di destra può dirsi progressista ma chi è di sinistra deve definirsi di sinistra, liberandosi da una ambiguità dannosa».
Al netto di ogni giudizio sul suo carisma, non pensa che oggi Elly Schlein abbia il diritto di rivendicare un primato, anche se il Pd è radicato su un consenso, 20-22 per cento, che ebbe il Pds, il post-Pci?
«In queste ore un sondaggio assegna al Pd un calo di più di 2 punti: non credo che la flessione sia dovuta al voto di Mestre. Le cause sono profonde. Al Pd servirebbe una vista lunga, un’idea di Paese, un’indicazione chiara di collocazione internazionale. Si invoca una sanità migliore senza dire che tipo di riforma servirebbe. Idem sull’energia. Si contesta la riforma elettorale senza opporre una contro-proposta. Tutto questo mentre l’Italia sta affogando in uno stagno di politiche elettoralistiche. Negli ultimi 6 anni tra Pnrr, contributi edilizi, redditi di cittadinanza, contributi ordinari abbiamo avuto una iniezione di soldi pubblici superiore ai 500 miliardi, ma la crescita complessiva è stata del 4-5%».
(da “la Stampa”)
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Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile
MOLTI LEGHISTI FUGGONO VERSO “FUTURO NAZIONALE” NELLA SPERANZA DI UNA RIELEZIONE VISTO CHE, A OGGI, LA LEGA RIUSCIREBBE A ELEGGERE MENO DELLA META’ DEI 95 PARLAMENTARI INCASSATI NEL 2022… LA NUOVA LEGGE ELETTORALE SCONTENTA I PADANI DEL NORD-EST, AFFEZIONATI AI COLLEGI UNINOMINALI
L’assemblea della Lega dei prossimi 19 e 20 giugno a Treviso, nel Veneto in cui la Lega è ancora più forte di Fratelli d’Italia, non sarà un quasi-congresso per porre le basi per la deposizione di Salvini (che è stato riconfermato fino al 2029), ma per una ridefinizione dell’identità del partito, guidata da Zaia e dai governatori del Nord.
Dopo la scissione di Vannacci, la formula che corre all’inseguimento dell’estrema destra del generale fondatore di Futuro Nazionale non funziona più. Negli ultimi sondaggi il Carroccio è ormai sotto il 6 per cento e Vannacci quasi al 5. Il rischio di un sorpasso all’indietro è ormai reale.
Inoltre i 95 seggi ottenuti nella trattativa del 2022 adesso Salvini se li sogna. Ai livelli attuali la Lega perderebbe una quarantina di parlamentari: di qui la fuga di deputati e senatori in cerca di rielezione verso il partito del generale.
I leghisti del Nord inoltre non sono affatto contenti della nuova legge elettorale. Con la vecchia, infatti, sceglierebbero loro i candidati del territorio da mettere nei collegi uninominali, dove la volta scorsa furono eletti in 17 alla Camera e in 9 al Senato. Con la nuova invece si tratterebbe di negoziare con Meloni gli eletti nel listino, e a trattare sarebbe sempre Salvini.
Il tentativo dunque non è di defenestrare Salvini nel mezzo della crisi assai grave in cui ha portato la Lega, prima immettendo Vannacci al vertice come vicesegretario e poi subendo la sua scissione. Ma di provare a salvarla recuperando il rapporto con il suo territorio storico e riconquistando un po’di potere rispetto al segretario.
L’uomo che guida questo difficile tentativo è Zaia, l’ex-governatore del Veneto, attuale presidente del consiglio regionale, divenuto interlocutore diretto di Meloni e di Marina Berlusconi grazie alle sue posizioni moderate Ma tornare a puntare sul Nord, Zaia è il primo a saperlo, è una scelta d’emergenza, che da sola non può bastare a ricondurre la Lega agli antichi fasti del 10 e del 15 per cento.
(da “la Stampa”)
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Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile
“IN QUESTA FASE UN’ITALIA CHE PONGA A CARICO DELL’EUROPA I PROPRI INSUCCESSI, COME LA MANCATA CRESCITA, È POCO CREDIBILE. IN TUTTO, L’EUROPA CI È VENUTA INCONTRO, DAI FONDI PNRR A FITTO VICEPRESIDENTE ESECUTIVO DELLA COMMISSIONE. SE LA VICINANZA DI MELONI A TRUMP E A NETANYAHU FOSSE STATA ACCOMPAGNATA DA CONTRIBUTI CRITICI, FORSE I LORO AVVENTUROSI INTERVENTI MILITARI IN IRAN NON SAREBBERO AVVENUTI O SAREBBERO STATI MEGLIO PONDERATI”
All’assemblea degli industriali, la premier Giorgia Meloni e il presidente di Confindustria
Emanuele Orsini hanno fatto ogni sforzo per incoraggiare gli imprenditori, i lavoratori e in generale i cittadini a tenere duro e a cogliere i piccoli segnali positivi che si intravedono qua e là, pur in una situazione economica e sociale preoccupante.
Era il loro compito e hanno cercato di svolgerlo al meglio. Hanno anche affrontato il tema chiave: perché l’economia italiana non è là dove dovrebbe essere, con il potenziale che ha e dopo quattro anni di stabilità politica, spesso considerata il primo ingrediente per la crescita?
L’ analisi dei due leader non è stata convincente, perché ha messo a nudo, in entrambi, la tendenza a non assumersi le proprie responsabilità, additando invece il capro espiatorio. Anzi, date le grandi difficoltà causate dalla crisi energetica, sarebbe più appropriato parlare di scaricabarile.
È triste vedere il capo del governo e il capo degli industriali di un grande Paese come l’Italia addossare le colpe essenzialmente all’Europa. Ci gonfiamo il petto chiamandoci Nazione, ci proclamiamo spesso protagonisti, ma quando si tratta di capire che cosa non ha funzionato, la colpa è sempre di qualcun altro. Ma in questa fase un’Italia che ponga a carico dell’Europa i propri insuccessi, come la mancata crescita, è davvero poco credibile. In tutto, l’Europa è venuta incontro al nostro Paese.
I soldi: l’Italia ha avuto più fondi di tutti gli altri Paesi per il proprio Pnrr e, con gli ultimi tre governi, si è affrettata a chiedere anche quelli a debito, non solo quelli a fondo perduto, convinti come siamo che «più fondi, più debiti, più crescita». I benefici per la crescita sono stati scarsi, anche per la riluttanza a fecondare i fondi con le riforme strutturali necessarie per la crescita, ma non gradite alle clientele elettorali (vedi Financial Times del 26 maggio).
Le idee: grazie a personalità come Mario Draghi ed Enrico Letta, che pure hanno formulato i loro rapporti in chiave europea, il pensiero italiano ha potuto avere particolare voce in capitolo nel plasmare le politiche europee per il mercato unico e la competitività.
Il peso politico: la premier Meloni, anche grazie ad un ampio sostegno cross-partisan in Italia e a Bruxelles, ha ottenuto che Raffaele Fitto diventasse vicepresidente esecutivo della Commissione, con un ruolo particolare per i fondi per la Coesione.
Su questo sfondo, se il governo o Confindustria vogliono muovere critiche all’Europa, ben vengano. Ma non con superficialità demagogica. Confindustria deve anche avere avuto un ruolo nel convincere Giorgia Meloni, nel febbraio scorso, a fare fronte comune con la Germania presentando un documento sul mercato unico e la competitività.
Purtroppo, in esso si dava il sostegno dei due Paesi ad alcune misure comunitarie che, come nel caso di una maggiore flessibilità agli aiuti di Stato a livello nazionale, danneggiano il mercato unico, avvantaggiano le imprese tedesche e penalizzano quelle italiane (dato che l’Italia non dispone dello stesso «spazio fiscale» della Germania).
Anche sul piano globale, non solo su quello europeo, la capacità di Giorgia Meloni di attrarre attenzione e rispetto in quanto leader dinamica non trova pieno riscontro in un’analoga capacità di individuare il posizionamento strategico utile per l’Italia e di perseguirlo con coerenza.
Il capitale politico certamente costituito, all’inizio, dalla sua vicinanza al presidente Trump si è trasformato nel tempo in un boomerang, soprattutto perché […] non deve avere neanche provato ad esercitare su di lui le doti di tenacia, di capacità di argomentazione e a volte di persuasione di cui dà prova in tanti altri contesti. Ha preferito, fino a poco tempo fa, restare nella sua luce senza disturbarlo.
Un solo esempio. Ancora tre mesi fa, la premier considerava il Board of Peace un grande strumento per la pace e la ricostruzione nel Medio Oriente, onorata che Trump considerasse molto importante la presenza dell’Italia e sua tra i membri fondatori. È di questi giorni la notizia che quel Board, negazione stessa dello stato di diritto e del multilateralismo, è fermo ai blocchi di partenza e non ha ancora ricevuto alcun finanziamento
Se la vicinanza a Trump — e a Netanyahu — fosse stata accompagnata da leali contributi critici, forse i loro avventurosi interventi militari in Iran non sarebbero avvenuti o sarebbero stati meglio ponderati, condividendo con gli alleati più vicini l’esame preventivo delle inevitabili conseguenze economiche e finanziarie della guerra.
Oggi ci lamentiamo con l’Europa — manco a dirlo — perché non ci aiuta a rendere più tollerabili le conseguenze pesantissime sulle imprese e i cittadini italiani della guerra scatenata dagli Stati Uniti e da Israele. Ma non dovevamo essere noi, l’Italia, il ponte con gli Stati Uniti? Invece, abbiamo lasciato il presidente Trump scatenare la guerra e poi andare a Pechino per un «accordo storico»
Un accordo con il quale un problema creato dal presidente Trump e che tre mesi fa non esisteva, gli Stati Uniti buttano alle ortiche la dottrina su Taiwan che reggeva da ottant’anni la loro strategia indo-pacifica.
Comunque, è sacrosanto chiedere all’Europa di attrezzarsi per non essere una nullità in politica estera e in politica energetica. Purtroppo perché cessi di esserlo è essenziale, tra le altre cose, superare quel diritto di veto in tali materie, che Giorgia Meloni ha più volte perentoriamente negato di essere disposta a superare.
Mario Monti
per il “Corriere della Sera”
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Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile
TUTTE MOSSE CHE POSSONO COSTARE MOLTO CARO E PORTARE LA COALIZIONE A SCHIANTARSI
Chiunque vincerà le primarie e sarà il leader della coalizione di centrosinistra, Elly Schlein e Giuseppe Conte sono già d’accordo su un punto non banale: si va al governo solo vincendo le elezioni. Con la squadra e il programma con cui ci si è presentati davanti agli elettori. Basta governo tecnici o di unità nazionale: «Abbiamo dato», rispondono all’unisono la segretaria del Pd e il presidente 5 stelle. Lui è rimasto scottato personalmente dall’esperienza del governo Draghi. Lei ha sperimentato indirettamente il “costo” politico pagato dal suo partito al termine di quel percorso.
«Andremo al governo solo vincendo le elezioni politiche con la nostra coalizione progressista», ha più volte ripetuto Schlein. Ieri Conte, intervenendo a Oristano all’assemblea regionale del Movimento, ha mandato un avvertimento dello stesso tenore: «Noi non ci rassegneremo a partire e poi si vede. Se cambia qualcosa, poi andate avanti da soli – le sue parole –. Noi non ci metteremo la faccia più. L’abbiamo fatto perché c’era una pandemia in corso».
Insomma, in caso di pareggio o esito elettorale incerto, non venite a bussare alla nostra porta. Ma non è l’unico monito lanciato dall’ex premier, che ancora non si fida di alcuni compagni di viaggio. «Dobbiamo costruire una squadra affidabile, perché se no non vai da nessuna parte», sottolinea.
Fin troppo facile leggerci un riferimento a Matteo Renzi. Poi aggiunge: «Per noi è importante poter andare al governo per cambiare il Paese. Non basta scrivere un testo di un programma e buttarlo lì – spiega –. Per noi sono obiettivi strategici per tutelare gli interessi dei cittadini, sarà il nostro vincolo che firmeremo col sangue».
Anche per Schlein il programma è la stella polare per non perdere la rotta. «Si tratta dell’impegno preso davanti agli elettori delle cose che vogliamo fare insieme.
Anche Italia viva ha firmato con noi una mozione sull’economia», ricorda la segretaria Pd.
I tempi per sedersi intorno a un tavolo a definire il programma dell’alternativa di governo restano lunghi, probabilmente non prima di ottobre. Però «non partiamo da zero», ribadisce Schlein, «le decine di proposte che abbiamo presentato in Parlamento insieme sono già una visione condivisa».
C’è un tema, invece, che può risultare divisivo. È la proposta di una tassa patrimoniale, spinta con decisione dai Verdi-Sinistra, su cui Conte ha frenato. Chissà se ne ha parlato con Bill De Blasio, l’ex sindaco di New York, che all’epoca si era distinto per un aumento di tasse per l’1% dei cittadini più ricchi della Grande Mela . Anche sulla scelta del leader del centrosinistra, va detto, lei e Conte, di fatto, sono già d’accordo. Le primarie sono una strada segnata.
«È importante che ci affidiamo a quello che vogliono gli elettori e a quello che vogliono i nostri militanti e sostenitori», dice la leader dem. L’importante è che «non decidiamo da soli a tavolino». Tradotto, ancora una volta, niente federatori o “papi stranieri”.
(da La Stampa)
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Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile
AMMONTA A 1,3 MILIONI DI EURO IL DANNO ERARIALE CHE LA GUARDIA DI FINANZA DI BENEVENTO E LA CORTE DEI CONTI CONTESTANO A OTTO PERSONE, TRA CUI FIGURANO EX DIPENDENTI DELLA PREFETTURA DI BENEVENTO
Risparmiavano sui servizi assistenziali da fornire nei centri per l’accoglienza
dei migranti del consorzio “Maleventum”, destinando poi il denaro sottratto a scopi personali, come viaggi, soggiorni e accessori di lusso.
Ammonta a 1,3 milioni di euro il danno erariale che la Guardia di Finanza di Benevento e la Procura Regionale per la Campania della Corte dei conti (vice procuratore Davide Vitale, procuratore Giacinto Dammicco) contestano a otto persone, tra cui figurano ex dipendenti della Prefettura di Benevento: a tutti i finanzieri del nucleo di polizia economico-finanziaria hanno notificato altrettanti inviti a dedurre
L’inchiesta della procura contabile nasce dalla trasmissione, nel dicembre 2018, del procedimento penale sfociato lo scorso 21 aprile in una sentenza di condanna emessa dal tribunale di Benevento. Gli inviti a dedurre sono stati recapitati a Paolo Di Donato, ritenuto amministratore di fatto e dominus del Consorzio Maleventum, e agli amministratori e rappresentanti legali dell’ente tra il 2014 e il
2018: si tratta di Renza Fusco, Elio Ouechtati, Giuseppe Caligiure e Giovanni Pollastro.
Tra i destinatari anche Felice Panzone, ex funzionario della Prefettura di Benevento addetto alla gestione dei centri di accoglienza, e gli ex dirigenti dell’Area Immigrazione della Prefettura Maria Rita Circelli e Giuseppe Canale. A Panzone, in particolare, viene contestato di avere lanciato dei veri e propri alert (utilizzando determinate frasi) per avvisare dell’imminenza dei controlli nei centri da parte degli ispettori (di Prefettura, Asl, Nas e anche delle delegazioni dell’Onu), e di non avere avviato le procedure previste per sanzionare le criticità riscontrate.
Analogo discorso anche per gli altri ex dirigenti dell’Area Immigrazione della Prefettura di Benevento che non avrebbero applicato le penalità previste dal contratto e le misure previste in caso di irregolarità. Secondo quanto emerso dagli accertamenti, tra il 2014 e il 2018, al Consorzio Maleventum sarebbero confluiti attraverso la Prefettura di Benevento oltre 20 milioni di euro erogati dal Ministero dell’Interno per accogliere i richiedenti protezione internazionale.
Una ingente somma di denaro parte della quale finita nelle tasche degli amministratori del consorzio e dei loro familiari. I controlli eseguiti dai finanzieri nei centri del consorzio hanno consentito di constatare gravi carenze igienico-sanitarie, sovraffollamento, beni e servizi essenziali insufficienti, assenza degli adeguati standard di sicurezza e, quindi, il mancato rispetto degli obblighi previsti dai capitolati di appalto.
Secondo quanto contestato dalla Procura contabile, i risparmi conseguiti sarebbero stato usati, tra l’altro, per acquisti in negozi di note griffe di moda (Hermès, Chanel e Prada), viaggi e soggiorni, trasferimenti di denaro a familiari del gestore di fatto e altre operazioni ritenute dagli inquirenti estranee agli scopi per i quali erano stati concessi i finanziamenti pubblici.
(da agenzie)
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Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile
RONCONE: “SULL’UCRAINA QUALE SARÀ LA POSIZIONE DEL CAMPO LARGO? E SULLA SICUREZZA? E SULL’IMMIGRAZIONE? LA QUESTIONE CHE PRESENTA INVECE GIGANTESCHE DIFFICOLTÀ È QUELLA DEL CANDIDATO PREMIER. O CI SI SIEDE INTORNO A UN TAVOLO E SI TROVA UN ACCORDO O SI PROCEDE CON LE PRIMARIE. MA ELLY SCHLEIN, AL TAVOLO, SI SIEDE SOLO SE QUALCUNO RIESCE A LEGARLA”
Parliamo del Campo Largo (cosiddetto). Senza troppi ghirigori: c’è da raccontare una scena che, di colpo, appare profondamente cambiata (e le recenti elezioni amministrative c’entrano poco, o niente).
Per cominciare a inquadrarla: capi e capetti e aspiranti qualcosa (tipo quelli che s’immaginano seduti sulla poltrona di premier a Palazzo Chigi), più i soliti magnifici burattinai e qualche fanatico dell’intrallazzo, stavano lì tutti a cincischiare. Un po’ gongolanti per il vittorioso esito del referendum sulla Giustizia, un po’ inclini al gin tonic per via di certi sondaggi che annunciavano un sostanziale equilibrio con il centrodestra
Insomma c’era un brigare diffuso, eccitato. Nell’ex convento del Nazareno, sede del Pd, croccanti retroscena spiegano che è addirittura partito un toto-ministri («Marta Bonafoni? Alle Pari Opportunità. Marco Furfaro lo mettiamo invece al Welfare, ci tiene tanto, e Marco è dei nostri. Tra l’altro: non dimentichiamoci di Sandro. Come Sandro chi? Sandro Ruotolo, no? Anche se a Sandro possiamo pensarci magari alla fine, un posto da sottosegretario alla Cultura riusciamo comunque a trovarglielo, e lui è contento»).
Poi, l’imprevisto. Perché succede che Giorgia Meloni, per uscire dall’angolo in cui è finita dopo la sconfitta referendaria, ritira fuori la storia della riforma elettorale. «La facciamo». Per il Campo Largo, un inatteso, gigantesco problema a miccia lenta.
Con interrogativi tremendi.
Il primo: la riforma, quasi certamente, prevederà l’obbligo per ciascuna coalizione di indicare, alla vigilia del voto, un programma condiviso e un candidato premier. «Abbiamo un programma? No». «Abbiamo un candidato premier? No».
Secondo: le tempistiche. «La riforma si farà?». «Sì, no, probabilmente sì». «Quando?». «Boh. Nell’incertezza, però, dobbiamo farci trovare pronti». Angelo Bonelli, che respira politica da sempre, è sicuro: «Per me, lei vuole varare subito la nuova legge. E poi portarci al voto anticipato». Insomma: ecco la clamorosa urgenza di trovare un programma comune e un candidato ufficiale. Un casino
È un fatto che la stesura d’un programma concordato, a lungo derubricato come un passaggio quasi naturale, rappresenti invece una faccenda tremendamente complessa. Esempio concreto: Giuseppe Conte si ostina a essere filo putiniano e, di
recente, in alcune dichiarazioni, è tornato persino a braccetto con Matteo Salvini (con Salvini, capito Fratoianni?).
Domanda: sull’Ucraina quale sarà la posizione del Campo Largo? E sul tema della sicurezza? Sul fronte immigrazione? Il M5S, oltretutto, finirà la sua campagna di «ascolto» nel Paese a metà luglio. Il rischio è che con i grillini non si possa perciò iniziare a ragionare prima dell’autunno, quando l’eventuale legge potrebbe già essere entrata in vigore (ancora Bonelli, più preciso: «Il mese scelto dalla Meloni per le urne è novembre»).
Non sfugge che, alle brutte, uno straccio di programma riuscirebbero comunque ad accroccarlo. La questione che presenta invece gigantesche difficoltà, sempre finora rimandata, sempre spostata in avanti, immaginando, sperando che si potesse affrontare dopo le elezioni, a elezioni vinte, s’intende, è quella del candidato premier
Per deciderne l’identità, le possibilità sono due: 1) ci si siede intorno a un tavolo e si trova un accordo 2) si procede con le primarie. […] Elly Schlein, al tavolo, si siede solo se qualcuno riesce a legarla a una sedia. Sa che quasi tutti i capi storici dem non l’appoggiano e conosce perfettamente quale sarebbe la trappola di Conte.
«Tu guidi il partito con più voti, ma io a Palazzo Chigi ci sono stato già due volte
Quindi, se non ci torno io, è chiaro che non ci vai nemmeno tu». Annullati i due principali candidati, il ricorso a una terza figura sarebbe inevitabile. Qui entrerebbero in gioco un sacco di nomi: dal sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, al nome più caldo dal punto di vista mediatico, che era e resta quello della sindaca di Genova, Silvia Salis.
Conte, ufficialmente, dice di volere le primarie. Ma, secondo alcuni osservatori, non disdegnerebbe nemmeno lui l’idea di un tavolo, da cui magari alzarsi con la promessa di essere il candidato della coalizione per il Quirinale.
Elly, no: per lei ci sono solo le primarie (è sicura di vincerle). E vuole arrivarci con il suo stile
Primarie. Ma come? Aperte a tutti o solo ai rappresentanti dei partiti? Marione Adinolfi, per capirci, potrebbe candidarsi? Vince subito chi prende più voti o i primi due vanno poi al ballottaggio? Si vota solo nei gazebo o anche online (come vorrebbero i grillini)? In questa situazione — un bel casino, no? — sono tre le personalità che possono provare a mettere, per rango, mestiere e astuzia, un po’ d’ordine: Dario Franceschini, Matteo Renzi e Goffredo Bettini.
Fabrizio Roncone
per il “Corriere della Sera”
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Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile
“NON CI SONO DIRITTI SENZA LIBERTA’ DI DISSENSO”… LE CARICATURE NON AVEVANO NULLA DI OFFENSIVO: “QUESTA E’ L’IDEA DI LIBERTA’ DEL GOVERNO MELONI”
«Fascisti su Marte, democrazia sulla Terra». È il celebre film satirico di
Corrado Guzzanti a ispirare il presidio con cui oggi, sabato 30 maggio, centinaia di attivisti di Extinction Rebellion hanno occupato piazza dell’Esquilino, a Roma. A pochi passi dalla Basilica di Santa Maria Maggiore sono comparse due grandi installazioni: una grande raffigurazione del pianeta Terra e un razzo con le caricature di Donald Trump e Giorgia Meloni. L’iniziativa, concordata anche con le autorità, durerà fino alle 12 di domenica e prevede interventi di tante realtà, tra cui Emergency e Forum Droghe.
I fogli di via
Poco prima, gli attivisti avevano appeso dei simbolici «fogli di via dalla Terra», indirizzati a diverse figure politiche e imprenditoriali italiane e internazionali, accompagnando l’azione con lo slogan «Fascisti su Marte». Tra i destinatari
figuravano, tra gli altri, Elon Musk, Jeff Bezos, Matteo Salvini, Antonio Tajani, Benjamin Netanyahu, Vladimir Putin, oltre a realtà come Leonardo S.p.A. e UniCredit. Con questa iniziativa, gli attivisti hanno dichiarato di voler «presentare il foglio di via a chi è realmente socialmente pericoloso per la Terra e per chi la abita», individuando in particolare «chi finanzia la guerra e l’economia fossile e chi lascia la popolazione nell’insicurezza climatica».
Il flash mob, in realtà, ha avuto vita molto breve, perché la polizia è intervenuta prontamente per ordine del questore per rimuovere le caricature dei due leader politici. «Questa è l’idea di democrazia e libertà di espressione del governo Meloni: una semplice caricatura e un messaggio sarcastico fanno così paura?”», si chiedono gli attivisti del movimento ambientalista sottolineando comunque il successo dell’iniziativa organizzata a tre giorni dall’80esimo anniversario della Repubblica Italiana.
(da Open)
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Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile
IL PRIMO TOUR RELIGIOSO DOPO LA MORTE DEL FONDATORE
Al primo raduno religioso promosso da Turning Point Usa dopo la morte di Charlie Kirk, il fantasma del fondatore è onnipresente. Per i partecipanti del “Make Heaven Crowded tour”, l’attivista conservatore ucciso nel campus dell’Università dello Utah lo scorso settembre non è solo un martire. È il simbolo di un nuovo cristianesimo che è riuscito a unire chiese evangeliche, movimenti carismatici e reti pentecostali e a trasformarli nei crociati del trumpismo. Una galassia in crescita, oggi ramificata in tutte le istituzioni americane, che nel 2024 ha garantito al presidente il sostegno di oltre quattro evangelici bianchi su cinque. E che oggi – sostenuta da una rete di grandi donatori ultraconservatori – è già al lavoro per costruire il dopo Trump. Il primo test è il tour evangelico con cui Turning Point sta attraversando gli Stati Uniti dopo la morte di Kirk. A maggio ha fatto tappa a Portland, nel Maine, dove decine di pastori, influencer cristiani e attivisti conservatori si sono riuniti in un centro congressi sorvegliato da agenti armati e cecchini appostati sui tetti.
Dentro l’universo Turning Point Usa
Il salone del centro convegni è affollato dagli stand dell’universo Tpusa: campagne per le elezioni locali, informazioni per organizzare dibattiti nelle scuole, programmi di educazione ai valori conservatori, borse di studio per scuole religiose e depliant pro-vita. Brandon Maly, che a 27 anni coordina il braccio politico-elettorale dell’organizzazione nel Nord Est degli Stati Uniti, spiega a Open che dopo la morte di Kirk sono stati contattati da molti giovani, ansiosi di commemorare il loro eroe attraverso un maggiore impegno politico. A Portland molti si fermano a guardare ma solo alcuni si avvicinano, spinti più che altro dalla speranza di trovare un lavoro.
Tra di loro c’è una studentessa della York University, ateneo privato cristiano del Nebraska, con il volto ricoperto di piercing, calze a rete e anfibi. È venuta qui con
la famiglia, le piace cantare le canzoni del Gospel e racconta che Cristo, a differenza di molti, la accetta per come è.
Anche Dyazia Pride ha lo stile di un’attivista liberal dell’East Coast. È arrivata dall’Arizona, dove ha sede Turning Point, e per l’evento “Make Heaven Crowded” distribuisce spille con lo slogan “Rigetta la mentalità della vittima” raccontando che il razzismo è una grande bugia liberal: «I neri credono di essere discriminati ma non lo sono davvero», dice. Neanche la schiavitù dei suoi avi sembra incrinare le sue certezze: «Il passato è passato e abbiamo imparato dai nostri errori». Adesso, sostiene Dyazia, bisogna concentrarsi sulle battaglie del presente.
La guerra culturale
A spiegare quali siano le lotte che tengono insieme evangelici, sostenitori di Turning Point Usa e semplici curiosi è Travis Carey, padrone di casa e pastore della Calvary Chapel Greater Portland, una delle megachurch evangeliche affiliate al movimento di Kirk: «Vogliamo trasmettere alle persone la verità del Vangelo contro la cultura woke, smentendo le menzogne diffuse nella società», racconta a Open. La storia di Travis è simile a quella di parecchi pastori del mondo cristiano nazionalista americano: una traiettoria di caduta agli inferi e resurrezione. «Ho sempre creduto in Cristo, ma per molto tempo ho scelto il piacere al posto di Dio: droga, immoralità sessuale. Quello stile di vita mi ha portato in una cella, in crisi d’astinenza e con pensieri suicidi. Solo allora ho capito che tutto ciò che mi avevano insegnato sull’American Dream aveva fallito».
Come lui, spiega, sono tanti i giovani delusi da una nazione che non riconoscono più: «Molti si rendono conto che le promesse della cultura americana – “Segui i tuoi sogni”, “Fai ciò che ti rende felice” – non li soddisfano. Stanno iniziando a ribellarsi contro le menzogne dell’accademia e della cultura secolare». Nel mirino ci sono soprattutto il diritto all’aborto e i diritti transgender. Per Joan Gray, ex segretaria appassionata di ciclismo e teorie del complotto è una questione personale: «In Maine c’è stato il caso di uno studente transgender che voleva competere negli sport delle scuole superiori, e il consiglio scolastico e la governatrice lo hanno sostenuto. Io ho delle nipoti che praticano sport, e non riesco proprio ad accettarlo, è ingiusto per le giovani donne». Joan non è qui per lamentarsi, cerca alleati per difendere i suoi valori
«Molte chiese non combattono abbastanza apertamente la guerra culturale», commenta il pastore in trasferta Josh Lawrence, capo della Calvary Chapel in Kenya. «Gran parte dei pastori evangelici evitano questioni difficili come l’aborto, il transgenderismo, la giustizia sociale o l’immigrazione».
Dall’università ai pulpiti: l’evoluzione di Tpusa
L’idea di una chiesa militante è stata l’ultima grande intuizione di Charlie Kirk, che aveva già avviato la trasformazione di Turning Point, organizzazione nata libertaria nei campus universitari ma destinata a trovare nelle chiese evangeliche una nuova infrastruttura politica: «Tpusa è diventata un’organizzazione nazionalista cristiana nel senso pieno del termine», spiega a Open Matthew Boedy, professore di retorica religiosa all’Università di North Georgia. Il docente, finito nella Professor Watchlist — la lista dei docenti accusati di discriminare studenti conservatori —, sostiene che Kirk abbia compreso molto presto il limite strutturale del movimento universitario: «La domanda che lo ossessionava era: cosa facciamo con gli studenti dopo la laurea?». La risposta è arrivata grazie all’incontro con il potente pastore californiano Rob McCoy: «È stato McCoy a fargli capire l’enorme pubblico potenziale dentro le chiese evangeliche». Il resto l’ha fatto il Covid. «Charlie non poteva più entrare nei campus, mentre molte chiese evangeliche sfidavano apertamente il governo e le restrizioni sanitarie».
Con la svolta religiosa, l’attivista riesce ad ampliare il suo pubblico e la base di donatori. «Kirk ha creato una struttura capace di mettere insieme reti diverse di leader cristiani della destra radicale e di portarli a parlare lo stesso linguaggio politico», spiega a Open Lisa Hagen, giornalista di Npr esperta di estremismo religioso che segue l’organizzazione dagli inizi. «Per decenni molti di questi gruppi non sarebbero nemmeno riusciti a stare nella stessa stanza senza litigare sulla dottrina religiosa. Charlie è riuscito a unirli attorno alla politica».
Le sette montagne del potere
Secondo gli ultimi dati del Public Religion Research Institute, tre americani su dieci si definiscono simpatizzanti o affiliati al nazionalismo cristiano. Quello che fino a pochi anni fa veniva liquidato come un universo marginale e folkloristico, lontano dai centri del potere politico, è entrato nel cuore delle istituzioni, supportato da
grandi donatori ultraconservatori – dalla fondazione Ziklag al Marble Freedom Trust guidato da Leonard Leo – che finanziano con centinaia di milioni di dollari organizzazioni, reti e campagne religiose in tutto il Paese.
Secondo Matthew Boedy, passa dalla teoria delle “Sette Montagne”: l’idea che i cristiani debbano riconquistare i sette grandi ambiti della società — politica, educazione, media, cultura, economia, famiglia e religione — per riportare l’America alle sue presunte radici cristiane.
Alcune partecipanti all’evento di Portland
Anche la line-up di Portland sembra costruita seguendo questa logica. C’è l’ex portavoce della Casa Bianca e star di Fox News Kayleigh McEnany; l’influencer George Janko, diventato negli ultimi anni una delle figure più visibili della nuova “internet christianity”; le podcaster di Girls Gone Bible Angela Halili e Arielle Reitsma, famose per aver messo in scena una preghiera insieme al presidente Trump subito dopo la sua elezione. «La più ampia guerra culturale è ormai il cuore pulsante che unisce il movimento Maga e Turning Point. Trump domina la dimensione governativa, mentre Tpusa si concentra sugli altri ambiti culturali e prepara il dopo: vuole diventare il punto di riferimento dei sostenitori Maga quando Trump uscirà di scena».
Trump il presidente-guerriero
Per il momento, il presidente resta il punto di riferimento politico. La sua immagine non compare mai nei volantini o sul palco di “Make Heaven Crowded” ma il sostegno è presente nelle parole dei partecipanti. Brandon sostiene che sia «l’unico insieme al premier israeliano Netanyahu a promuovere ancora i principi occidentali», mentre Joan dice che è «un uomo imperfetto, perché solo Gesù è perfetto, ma è un leader forte come un leone».
Il pastore Josh Lawrence offre una prospettiva storica per spiegare il suo successo: «Per anni i cristiani hanno avuto la sensazione di essere stati spinti contro un muro. Si è diffusa l’idea che Gesù fosse una sorta di hippie pacifista quando invece ha detto chiaramente: “Non sono venuto a portare pace, ma una spada”. A lungo ci è stato detto: “State zitti, altrimenti verrete considerati pieni d’odio”». Fino all’arrivo di Donald Trump. «Improvvisamente – continua – milioni di americani possono
votare qualcuno che non ha paura di reagire, di parlare di fake news, di essere conflittuale. E così molti cristiani hanno iniziato a sentire di non essere più disposti a restare in silenzio».
Di certo, da quando è tornato alla Casa Bianca, Donald Trump non ha nascosto la volontà di compiacere questo elettorato: ha aperto un ufficio per la fede dentro la White House, ha partecipato a rally di preghiera organizzati dagli evangelici, eliminato programmi aziendali e corsi universitari sulla diversity, limitato il diritto all’aborto e le politiche per i diritti delle persone transgender, e ha fatto della difesa dei cristiani perseguitati nel mondo un punto centrale della sua agenda. L’amministrazione è piena di figure apertamente vicine al conservatorismo evangelico: dal vicepresidente JD Vance al segretario di Stato Marco Rubio fino al capo del Pentagono Pete Hegseth. Il presidente sta inoltre cercando di abolire il Johnson Amendment, una norma fiscale americana del 1954 che proibisce alle organizzazioni religiose non profit — comprese le chiese — di sostenere ufficialmente candidati politici mantenendo allo stesso tempo le agevolazioni fiscali.
Il brand oltre il fondatore
Da quando Turning Point ha avviato il suo ramo religioso – stando ai loro dati – sono circa 10mila le chiese che hanno aderito al network. A esse l’organizzazione offre risorse, formazione e strumenti per “fare attivamente politica contro la cultura woke”, sostenendo candidati e idee. «Turning Point è nata come società che organizzava eventi pensati per vendere ai giovani americani idee libertarie e conservatrici. Non era l’unica ma di certo era eccezionalmente brava nel marketing e nel merchandising», spiega Hagen, co-autrice del podcast investigativo No Compromise. Secondo la giornalista sono la vicinanza a Donald Trump e l’evoluzione religiosa a portare visibilità e denaro all’organizzazione, che è passata dai 79mila dollari di entrate del 2012 agli 85 milioni dichiarati nel 2024. «Il successo ha a che fare più con la costruzione di una macchina perfetta per mobilitare elettori, che con la nascita di un vero movimento giovanile conservatore», puntualizza Hagen.
Consapevoli dell’impossibilità di sostituire Kirk con un leader altrettanto efficace, l’organizzazione affronta oggi una terza vita: «Turning Point era costruita attorno a una singola figura carismatica – spiega Boedy – e nessuno – né Lucas Miles, né Erica Kirk – hanno il carisma di Charlie». I numeri dei primi eventi organizzati da Turning Point dopo la morte del fondatore mostrano una partecipazione minore rispetto alle folle attratte da Kirk. All American Halftime Show, l’evento in risposta al Super Bowl ha avuto 200 spettatori live e registrato 6,1 milioni di visualizzazioni (contro i 128 milioni dell’ufficiale) e il tour religioso fa i conti con parecchie sedie vuote. Tuttavia, insiste Boedy, non è l’ampiezza del movimento ma la sua distribuzione capillare nei vari segmenti della politica della società a definire l’importanza dell’organizzazione. «Oggi il vero protagonista è il brand Turning Point, è così che il movimento sopravviverà oltre il suo fondatore».
(da Open)
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Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile
GLI ISCRITTI ALL’AIRE SONO 6,4 MILIONI
Ci sono più italiani che vivono stabilmente fuori dall’Italia che immigrati che
vivono stabilmente nel nostro Paese. Nel 2025, anno in cui è avvenuto questo singolare sorpasso, erano iscritti all’Aire 6,4 milioni circa di italiani rispetto a 5,3 milioni circa di stranieri regolarmente residenti in Italia.
Più che preoccuparci di un’invasione da parte degli stranieri e vagheggiare qualche forma di remigrazione forzata, dovremmo preoccuparci di un esodo che negli ultimi anni non solo si è fatto più intenso, ma coinvolge sempre più giovani altamente qualificati, impoverendo il Paese dal punto di vista sia demografico sia delle risorse umane.
Tra il 2011 e il 2024, 486 mila giovani italiani (di prima o seconda cittadinanza) sotto i 34 anni sono emigrati verso Paesi, per lo più europei – Germania, Francia, Regno Unito Spagna, Svizzera – che offrivano loro condizioni migliori. Tenendo
conto della stima dell’Istat secondo cui se ne vanno dall’Italia circa 21.000 giovani laureati ogni anno, più della metà, 294 mila, di tutti i giovani emigrati nel periodo sono, appunto, laureati, riducendo ulteriormente la già comparativamente ridotta quota di popolazione residente in possesso di questo titolo di studio. Gli altri sono per lo più diplomati.
Secondo le stime di Almalaurea, la percentuale di laureati che lascia l’Italia è “solo” il 5 per cento. Ma raddoppia in particolari settori, quelli delle lauree “più forti” sul mercato del lavoro, quali le Ict (11,3 per cento se ne va a 5 anni dal diploma), le materie scientifiche (10,3 per cento), gli ingegneri industriali e dell’informazione (8,2 per cento). Evidentemente, anche avere una laurea “forte” non è sempre sufficiente per trovare opportunità soddisfacenti in Italia, competitive con quelle di altri Paesi.
Per altro, le percentuali sono sopra la media anche tra i laureati in Scienze politiche, in Scienze della comunicazione e in Lingue. In altri termini, soprattutto per i giovani, l’emigrazione dall’Italia da tempo non riguarda più persone che provengono da contesti di povertà, a bassa istruzione, disponibili ad occupazioni a bassa o nessuna qualifica. Al contrario, riguarda persone spesso qualificate che non trovano in Italia condizioni, economiche, di qualità del lavoro e di riconoscimento sociale, adeguate alle proprie capacità e aspirazioni, sia nel settore privato sia in quello pubblico.
Per dire, come si racconta oggi in cronaca, il Comune di Torino sta cercando una persona laureata con le competenza necessarie per assumere il ruolo di amministratore delegato della società Turismo Torino e Provincia, stipendio massimo 1500 euro. Ovviamente non la trova.
Poco attrattiva per una parte, certo minoritaria, ma significativa, delle giovani generazioni italiane, l’Italia lo è anche per i loro coetanei di altri Paesi se si tratta, non di venirci in vacanza, ma per lavorare e vivere. I giovani stranieri qualificati che sono entrati in Italia tra il 2011 e il 2024 sono stati solo 55.000. Si aggiunga che mancano dal conteggio dei fuorusciti i giovani stranieri che magari sono nati, cresciuti e comunque hanno studiato in Italia, senza avere ottenuto la cittadinanza e
se ne vanno perché, ancor più dei loro coetanei italiani, non trovano in Italia sufficienti opportunità di far valere le proprie competenze.
Come ha segnalato, infatti, l’ultimo Rapporto annuale Istat, neppure una laurea ottenuta in Italia basta a far superare l’“handicap” dell’origine straniera, specie se da un Paese povero. Sebbene tra i giovani stranieri il raggiungimento della laurea sia ancora più ridotto che tra i coetanei italiani, avere una laurea, a differenza di quanto avviene per questi ultimi, ha un effetto nullo sulle loro opportunità occupazionali rispetto all’avere solo il diploma. Vale quindi per i giovani stranieri in modo particolarmente acuto il circolo vizioso enunciato dal governatore della Banca d’Italia per i giovani in generale.
Da un lato, la scarsa valorizzazione delle competenze scoraggia troppi dall’acquisirle, specie tra chi sperimenta qualche forma di svantaggio sociale – origine straniera, basso reddito familiare. Ciò riduce, oltre che il pieno sviluppo delle loro capacità come esseri umani, cittadini, lavoratori, la disponibilità del capitale umano necessario perché il sistema economico e sociale italiano possa far fronte alle sfide in atto e future.
Dall’altro lato, una parte significativa di chi non si lascia scoraggiare, se può va, appunto, altrove. Lo ha documentato il Rapporto annuale Istat e ripetuto ora il Governatore: «Creare le condizioni perché le nuove generazioni possano realizzare le loro aspirazioni e concorrere al progresso del Paese non è solo una responsabilità economica: è il compito civile di questo tempo.
Solo così l’Italia potrà attraversare un mondo sempre più frammentato senza subirne le divisioni, e trasformare la transizione tecnologica in una stagione di libertà, lavoro e fiducia nel futuro». Aggiungo che, forse, solo così si potrà provare a convincere i giovani che vale la pena investire nel loro futuro in Italia, studiando, ma anche partecipando alla vita politica.
(da lastampa.it)
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