Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile
I CONFLITTI IN ATTO NON PUNTANO PIU’ A RIDEFINIRE GLI EQUILIBRI DI POTERE E HANNO ASSUNTO UN ASPETTO TERRORISTICO… ò’ANALISI DI MASSIMO CACCIARI
Più che una crisi attraversiamo un grande vuoto (chaos questo significa). Crisi è il contrasto disordinato tra elementi decifrabili nel loro contenuto e nel loro senso. In essa, insieme a frammenti e rovine del passato, è possibile assumere orientamenti e indirizzi diversi, che tuttavia esistono e si esprimono. La crisi ha sempre, per così dire, un valore costituente. Per usare una metafora giudiziaria, che è più di una semplice metafora: la crisi manifesta il momento del Giudizio; le parti si presentano, prendono la parola e, nel caso giudiziario la Corte, nel caso della storia il più forte giudica, emette la sentenza. Ma chi oggi prende la parola? Dove si pronuncia una parola dotata di senso, coerente in sé, espressione di una fondata strategia? Ogni possibile sede paragonabile, pur in modo assolutamente improprio, a un Tribunale è stata spazzata via ben prima delle tragedie degli ultimi anni. Oggi afferriamo soltanto la volontà di potenza o di sopravvivenza dei grandi spazi imperiali, ma sfugge in toto la recta intentio, l’intenzione precisa che dovrebbe muoverli (anche alla guerra): quale Nomos intendete costituire? Quale nuovo Ordine stabilire (anche magari imponendolo)? Avete valutato le conseguenze del vostro agire? Insomma, potenze sì, ma costituenti nessuna.
Nei periodi di crisi un vecchio Ordine viene “giudicato” da nuove forze emergenti. Una forma decrepita si avvia al proprio superamento attraverso la lotta tra soggetti dotati anch’essi di forma. Proprio la presenza di tali soggetti sembra oggi impossibile intravvedere. È un rimescolio tra idee e visioni di un tempo con pulsioni, velleità, irrealistiche pretese, che appaiono e scompaiono nel teatro universale della comunicazione e informazione. Le parole perdono ogni nesso col loro significato; si inizia dicendo: basta che funzionino, cioè che convincano. Ma convincano a che? Le parole semplicemente demagogiche hanno breve vita – possiamo però inventarne di sempre nuove, all’infinito
Tutte uguali nella loro assenza di forma, e tutte in guerra tra loro. Così diciamo guerra ciò che più nulla ha a che fare con l’ordine della guerra di un tempo, che si distingueva con chiarezza da terrorismo. Le guerre attuali hanno tutte un aspetto apertamente, dichiaratamente terroristico. Riguardano anzitutto popolazioni civili da terrorizzare, non eserciti, non Stati nemici. Non è la lotta per determinare un nuovo ius belli, ma la distruzione di ogni precedente. Al posto di quest’ultimo, il vuoto, dove ciascuna potenza è libera di sguazzare come vuole.
Come è possibile una tale situazione? Non prometteva proprio la Tecnica una razionalizzazione di tutte le forme della nostra vita? Sostituiremo alla prepotenza il calcolo razionale, all’emotività che travolge le masse la misura che caratterizza i nostri metodi – dicevano i suoi artefici. Perché questa promessa viene così spudoratamente tradita proprio nelle guerre attuali? Perché ancora si bombarda, si distrugge, si crepa nelle trincee, si ammazzano donne e bambini? Dovrebbero operare soltanto silenziosi droni pronti a fulminare “il colpevole”; informatici e hacker spietati dovrebbero far saltare reti e comunicazioni dell’avversario, precipitandolo in un craque irrimediabile. Questa sì sarebbe una “nuova guerra”, asettica, pulita, scientifica, all’altezza dei tempi e dell’universale Intelligenza purificata dai limiti del nostro misero intelletto. E invece no – bisogna scendere a terra e dar la caccia al nemico come nelle antiche saghe barbare. E invece di usare algoritmi per trattare, per pervenire a virtuosi compromessi in base a reciproci interessi, a quella universale Intelligenza sembra che sempre più si chieda: dimmi come vincere, dimmi come sterminare il nemico. L’unico gioco che conta è quello che conduce a vittoria senza se e senza ma. Ecco allora che trattativa e guerra convivono, ecco che il presunto accordo è meno di armistizio. Come può convivere questa barbarie col regno indiscusso della Tecnica?
Ci convive benissimo. Ricordate l’ultima scena del Faust di Goethe? La Tecnica di cui egli dispone è giunta a un grado tale di magia da poter domare tutti gli elementi ed egli vuole convincere il mondo alla sua bontà e utilità. Ma per sbarazzarsi di chi resiste nell’opporsi ai suoi disegni, ecco accorrere Mefistofele. Chi non viene convinto a entrare nel regno faustiano della Tecnica deve essere eliminato. Poiché questo regno non è concepibile se non come universale e onni-omologante. Alla
parola di Faust è necessaria compagna la mano assassina di Mefistofele. Se la Tecnica è così vista nella prospettiva della volontà di potenza e i suoi successi sono sempre più indistricabilmente connessi con gli apparati militari e politici degli Imperi, questo esito è inevitabile. Ma può essere diversamente? Se la Tecnica è chiamata a fornire l’algoritmo della vittoria, il suo convivere con la barbarie appartiene alla sua natura. Essa sarà sempre riportata nel fango delle battaglie e delle rovine. Ma il nesso che la lega alla volontà di potenza degli Imperi può venire spezzato?
Se lo chiede con angoscia papa Leone. Dovremmo chiedercelo tutti. La risposta cristiana non può essere la risposta politica. Ma il politico che non ne intenda il significato e l’urgenza è già tutto “accomodato” nel patto tra Faust e Mefistofele. Per costruire un nuovo ethos all’altezza della potenza della Tecnica è necessario essere ben coscienti che può sempre affermarsi una barbarie dell’intelletto stesso, che l’intelletto soltanto potrebbe respingere. Lo scienziato e il politico insieme.
(Massimo Cacciari
(da lastampa.it)
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Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile
LA VICENDA TRUMP-IRAN E’ DIVENTATO UNO SHOW SURREALE
La vicenda Trump-Iran comincia a diventare affascinante tanto quanto è
allarmante. Inutile spiegare perché: allarmante. Affascinante, invece, è la sequenza sconnessa degli eventi, una specie di show surreale. A partire dal famoso «cambio di regime» che ha rafforzato il regime come null’altro avrebbe potuto fare; e i proclami di distruzione totale seguiti da quattro spari in croce, le minacce reciproche intrecciate a promesse di accordo, il caos geopolitico nel quale l’alleato e il nemico sono figure cangianti. (Nel frattempo, anche approfittando del fatto che quasi tutti gli obiettivi sono puntati su Hormuz, Israele porta avanti il suo brutto lavoro in Libano e a Gaza).
Non ci si raccapezza, ed è evidente che non ci si raccapezza per primo Trump, principale artefice di questa guerra, attualmente nella posizione del bullo che aveva detto «adesso ti spiano» alla sua vittima, e se la ritrova che gli saltella attorno. Con il rischio che i peggiori turbanti di Persia finiscano per diventare, su quel ring, qualcosa che non sono, ovvero eroi dell’antimperialismo, nobili resistenti, alternativa plausibile a un Medio Oriente sottomesso “all’Occidente”.
Fatto sta che ne esce incrinata l’idea sulla quale ci siamo molto spesi, in tanti, negli ultimi anni: ormai conta solo la forza. Con lo sfarinarsi delle relazioni internazionali, i più grossi faranno dei più piccoli un solo boccone, si diceva. Non sta andando totalmente così.
L’Iran è una potenza regionale e sotto il tallone degli ayatollah sopravvive una civiltà millenaria: ma che riesca a tenere testa a Usa e Israele affiancate non era poi così prevedibile (tant’è che Usa e Israele non l’avevano previsto). Il mondo non è così facile da semplificare, non si lascia ridurre a una sola ragione. Si dubita che Trump possa averlo capito, la speranza è che “conta solo la forza” diventi, a breve, uno slogan fallace.
(da La Repubblica)
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Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile
NONOSTANTE ABBIA FIRMATO UN “ACCORDO ETICO” NEL QUALE S’IMPEGNAVA A DIMETTERSI DA INCARICHI ESECUTIVI E DIRIGENZIALI E AD ASTENERSI DA CONFLITTI D’INTERESSE. IL MILIARDARIO ITALO-AMERICANO CONTINUA A FARE AFFARI COME NULLA FOSSE
«Shut Up and Listen!«, «Taci e ascolta!» è il titolo del libro nel quale qualche anno fa Tilman Fertitta, che ha da pochi giorni festeggiato il primo anno da ambasciatore americano in Italia e San Marino, illustrava la sua filosofia di business.
Origini siciliane, è un self-made man che da ragazzo puliva gamberi nelle cucine della friggitoria paterna 294esimo uomo più ricco del mondo secondo Forbes , proprietario di catene di ristoranti e casinò e della squadra di basket degli Houston Rockets e molto altro.
Bisognerebbe sottolineare che il gigantesco «deal» appena annunciato — ha comprato la Caesars Entertainment Inc. per 5,7 miliardi di dollari escluso il debito, aggiungendo così una cinquantina di resort al portafoglio che già comprende proprietà come la catena di casinò Golden Nugget e marchi di ristorazione come Rainforest Cafe e Bubba Gump Shrimp — è un evento altamente irrituale.
Perché è vero che ormai i diplomatici di carriera sono soltanto il 60 per cento del totale degli ambasciatori americani, e grandi uomini d’affari come Fertitta possono dare un importante contributo di idee per partnership commerciali tra Paesi. Ma ora che si è aggiudicato nel «pacchetto» dell’acquisizione anche il mitologico albergo-casinò Caesars Palace di Las Vegas […] viene spontaneo rileggere l’«ethics agreement» che gli è valso la conferma nel suo ruolo da parte del senato con voto bipartisan (84-13).
Nel corso delle audizioni a Washington, Fertitta aveva presentato al dipartimento di Stato un «accordo etico dettagliato» nel quale s’impegnava a dimettersi da incarichi esecutivi e dirigenziali (ad esempio, da amministratore delegato di Fertitta Entertainment e Landry’s), al mantenimento di partecipazioni passive, ad astenersi da conflitti d’interesse riguardanti l’Italia, San Marino o settori legati alle sue attività (come ad esempio l’ospitalità e il gioco d’azzardo). Ha ricevuto allora l’ok dall’Ufficio per l’etica governativa e dal Dipartimento di Stato (non gli fu chiesto di cedere beni di rilievo come per esempio gli Houston Rockets).
Però una cosa è l’irritualità che riguarda le questioni formali: l’ambasciatore durante i lavori a Villa Taverna (pagati di tasca sua) ha vissuto (per settimane o mesi, le versioni variano) sul suo superyacht ancorato al largo di Civitavecchia, spostandosi in elicottero, cosa normale per un uomo dal patrimonio di 11 miliardi di dollari.
E’ cosa diversa invece un’acquisizione molto rilevante come quella appena annunciata, che espande in modo massiccio il suo portafoglio (in tutti i sensi) pur avendo Fertitta garantito ai senatori che avrebbe lasciato i ruoli dirigenziali e mantenuto «partecipazioni passive» affidando le aziende a dirigenti di fiducia o adottando soluzioni simili.
Bloomberg spiega che questa maxi-acquisizione è passata attraverso la Fertitta Entertainment nella quale l’ambasciatore ha delegato le operazioni «day-to-day» e quindi non avrebbe personalmente ricoperto un ruolo esecutivo. Mantenendo tutto, tecnicamente, nei confini della legalità.
(da Repubblica)
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Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile
COME E’ CAMBIATO IL MONDO DELLE GANG
«La curva della violenza giovanile è stata stabile per tanti anni, poi nel
2020-2021 improvvisamente sale, quando invece la curva degli adulti rimane ferma. Già nel 2024 avevamo la sensazione che ci sarebbe stata un’impennata. E infatti nel 2026 c’è stata. Il punto di rottura? La pandemia». È l’analisi di Ernesto Savona, Direttore di Transcrime e Professore di Criminologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che a Open spiega come si stiano ridefinendo i contorni della criminalità giovanile in Italia. Nel nostro Paese, infatti, i reati violenti commessi da minorenni registrano un’accelerazione che mette a nudo un cambiamento profondo, guidato da due fattori cruciali: da un lato gli strascichi psicologici della pandemia, dall’altro l’avvento pervasivo della tecnologia. L’esplosione dei social network ha portato con sé dinamiche inedite di emulazione, spettacolarizzazione e una ricerca esasperata di identità all’interno del gruppo virtuale.
Il caso di Milano Certosa
L’ultimo episodio violento in ordine di tempo rimbalzato sulle cronache è la vicenda di Gianluca Ibarra Silvera, il 22enne ammazzato sulla banchina della stazione di Milano Certosa da un gruppo di ragazzi. Un delitto brutale che, secondo il professor Savona, risponde a dinamiche precise, slegate dalle tradizionali guerre di territorio tra bande: «Sono convinto che il delitto di Milano Certosa sia scappato di mano. Questi ragazzi volevano esibirsi e farsi notare. Hanno agito in modo violento e gli è scappato il morto, ma gli è scappato. Tanto è vero che sono scappati anche loro. Ma non si tratta di un conflitto tra bande».
A cambiare radicalmente, infatti, non è solo la frequenza degli episodi, ma la natura stessa della spinta a delinquere. Il colonnello dei Carabinieri Anna Bonifazi, comandante del Reparto Analisi Criminologiche dell’Arma, spiega a Open come la metamorfosi antropologica degli stimoli a disposizione degli adolescenti abbia ridisegnato i vecchi schemi: «Mentre una volta al massimo si potevano organizzare
davanti a casa, se si incontravano, o con una telefonata, ora il fattore tempo e la possibilità di arrivare dappertutto fanno la differenza. Ora basta un clic per organizzarsi, una chat. Rispetto a un tempo adesso c’è la possibilità di aderire, a livello di social e di media, a tante piattaforme che creano gruppi e che rendono un po’ anche il reale poco distinguibile dal virtuale».
L’escalation dei reati violenti
Questa progressiva evaporazione del confine tra la vita vera e lo schermo si traduce in una totale deregolamentazione del gesto violento. I dati raccolti nell’ultimo focus (del 2024) del Servizio Analisi Criminale del Dipartimento della pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno sulla criminalità minorile mostrano come, a fronte di una lievissima contrazione del totale delle segnalazioni nazionali, si assista a un’escalation dei reati di natura prettamente aggressiva. Le rapine commesse da minori registrano un balzo del 7,69% su base nazionale (nel 2023 rispetto al 2022), le violenze sessuali crescono dell’8,25% e le lesioni dolose segnano un +1,96%, con incrementi significativi che colpiscono in modo variegato le principali città metropolitane come Bologna, Firenze, Genova, Milano e Bari.
Ernesto Savona associa questi numeri a una mutazione strutturale della devianza: «C’è un aumento delle modalità violente con cui vengono commessi i reati. Cioè non ci sono più regole. Aumentano i reati giovanili ma aumenta anche il modo in cui viene agita la violenza. Ed è qui che questo fenomeno si incontra con quello delle bande giovanili. Nel senso che ci sono sempre anche crimini individuali, non tutte le bande giovanili ammazzano le persone. Ma c’è un punto in cui le due cose si incrociano. Le bande giovanili esprimono una grande quantità di violenza, la riproducono sui social, la riversano su TikTok, si guardano».
Il crollo del mito delle periferie
Crolla anche il vecchio paradigma sociologico che collegava il crimine esclusivamente alla marginalità economica delle periferie degradate. L’analisi qualitativa sul campo racconta una realtà ben diversa, dove la noia e la ricerca di visibilità uniscono giovani di ogni estrazione, come confermano gli studi istituzionali sulla provenienza dei minori anche da contesti familiari caratterizzati da soddisfacenti condizioni economiche. «Rispetto al passato sono cambiati i fattori
di rischio», spiega il Colonnello Bonifazi. «Una volta la violenza era appannaggio di alcune classi sociali o economiche più disagiate, in cui c’era un ragazzo più vulnerabile, la cui attività non era solo delinquenziale ma era anche fonte di sussistenza economica per la famiglia. Con l’avvento del mondo virtuale, invece, tutti i ragazzi possono essere preda ed essere attratti da un qualcosa. Soprattutto nell’età adolescenziale. C’è magari il ragazzo che ha un po’ più difficoltà a socializzare e a fare il suo gruppo di amici nella vita reale, e allora online trova gruppi enormi ad accoglierlo, che gli danno anche dei ruoli, che elevano lui e, di conseguenza, la sua autostima se fa qualcosa che non aveva il coraggio di fare».
Bonifazi spiega a Open che l’elemento chiave è quello della novità: «C’è della novità per esempio nella blue whale challenge, la novità del dare un cazzotto e scappare via, di minacciare ed estorcere telefonino e cuffiette al ragazzo che sta in autobus prima che scenda per andare a scuola o quando sta tornando a casa. E lì sono tre o quattro insospettabili, magari alle volte anche compagni di classe. Questi fenomeni li registriamo più o meno in tutti i quartieri, anche nei quartieri bene. Li accomuna il senso di sfida, di noia, il fatto di non capire sia l’antisocialità che le conseguenze penali delle azioni che stanno compiendo. C’è proprio una minore capacità di critica rispetto al gesto che stanno compiendo».
L’emergere della componente femminile
Una lettura speculare viene offerta da Savona, che conferma l’assoluta trasversalità del fenomeno e l’emergere di nuove insospettabili sfumature, comprese quelle di genere: «Le bande giovanili sono composte anche da persone dell’alta società, assolutamente non c’entra nessun fenomeno di disagio sociale. Le bande sono miscelate. Il fattore cruciale è la ricerca di forte identità e di senso di appartenenza. E lo si cerca in un gruppo che delinque perché così si può esprimere violenza. Molte delle risse che fanno sono fatte per riprodursi: si filmano, mettono i video su TikTok, con cui magari fanno anche dei quattrini, e dicono “guarda come siamo stati fighi”».
Il professore evidenzia inoltre un preoccupante abbassamento dell’età del primo reato, dovuto al fatto che i ragazzini esposti ai social crescono molto più velocemente, e un coinvolgimento sempre più attivo delle ragazze: «Se la presenza femminile è aumentata negli anni? Sì, certo, prima era un fenomeno solo maschile, oggi i gruppi si mischiano, non si può dire che le femmine siano prevalenti, ma la composizione mista è un dato della realtà moderna. Ci sono molte ragazze bulle per esempio. Perché si associano a episodi di violenza? Perché le donne emulano e poi perché le caratteristiche della violenza sono trasversali ai generi. I ruoli sono un po’ sconfinati e la ricerca di identità appartiene ai due generi, maschile e femminile. Nelle scuole c’è molto bullismo femminile, come vittime ma anche come autori. Sicuramente nella composizione della criminalità le donne hanno un ruolo piccolo, quello che ci preoccupa è che il ruolo delle minorenni va emergendo. Ed è lì che si forma la criminalità di 13 anni. È per questo che dico che bisogna intervenire subito, perché questi ce li portiamo come criminali tra qualche anno».
La metamorfosi del gruppo
L’azione del branco risponde infatti a leggi psicologiche proprie, capaci di azzerare la responsabilità individuale: «Ricordiamo che il gruppo non è una somma di tanti singoli ma diventa altro rispetto alla somma degli altri singoli», spiega a Open il Colonnello Bonifazi. «Perché questi ragazzi, una cosa che fanno in gruppo non la farebbero mai da soli. Il gruppo li trasforma: l’estroverso in gruppo può diventare invece chiuso e osservatore, l’introverso può diventare un leader». L’adolescenza porta con sé il desiderio fisiologico di sperimentarsi e andare contro le figure genitoriali o l’istituzione scolastica, ma oggi gli strumenti di amplificazione cambiano la portata del danno: «Sono cambiati anche i reati, sono aumentati: quelli legati al mondo virtuale prima non esistevano. Ma anche le persecuzioni, lo stalking, anche tra ragazzi molto giovani, di avvicinamento più subdolo, di bullismo compiuto con atteggiamenti più complicati, più complessi. Una volta il bullismo era prendersi in giro, dirsi parolacce. Adesso invece è proprio un’azione denigratoria, magari creare delle false notizie su qualcuno, è un prendersi in giro su aspetti più profondi, sui valori, sulla sfera intima. Nuovi stimoli che sono complessi poi da elaborare, sia per la vittima che li subisce, sia per l’autore che viene poi perseguito a livello penale».
La necessità di un paniere unico di intervento
Affrontare l’emergenza della violenza giovanile impone però un cambio di rotta radicale che superi la logica della pura risposta sanzionatoria ex post, considerata ormai inefficace dagli esperti. Secondo Ernesto Savona, l’attuale sistema rischia addirittura di esacerbare le carriere criminali dei giovanissimi anziché interromperle: «Bisogna intervenire in modo preventivo, perché poi il problema delle pene non c’entra niente. Questi ragazzi sono insensibili a ogni pena. Agiscono indifferentemente, anzi per loro è un atto eroico. Dove poi vanno a finire sono scuole di criminalità, carceri comprese. I luoghi dove dovrebbero essere rieducati sono molto lontani dall’offrire una vera rieducazione. Quindi la possibilità di delinquere cresce con il fatto che vengono internati in questi luoghi. E quando escono, escono come criminali adulti».
La sfida del futuro si gioca quindi sulla capacità di coordinare le risorse in un piano strategico omogeneo e strutturato: «Bisognerebbe creare un paniere di interventi che valga su base nazionale. Vengono spesi miliardi per gli interventi sul disagio giovanile dispersi tra istituzioni che fanno ognuna quello che vuole. Un paniere di interventi che funzionino, adattati luogo per luogo, che tutti si impegnano ad applicare. Ora regna una grandissima confusione».
I presidi sul territorio
E per rispondere a queste profonde trasformazioni e consolidare i presidi di ascolto e prevenzione sul territorio, le istituzioni continuano a promuovere momenti di incontro e riflessione sulle principali tematiche sociali. Il prossimo 5 giugno l’Arma dei Carabinieri celebrerà il 212° annuale della fondazione con una cerimonia militare che si terrà a Reggio Calabria. Una celebrazione che quest’anno avrà un significato in più ricorrendo gli 80 anni della Repubblica Italiana.
Per l’occasione, a Roma, dal 4 al 7 giugno, all’interno di Villa Borghese, sarà allestito il Villaggio Arma, con stand e incontri sulle principali tematiche sociali. La sera del 7 si svolgerà, nella cornice di Piazza di Siena, il tradizionale carosello del 4° Reggimento a cavallo. E per la prima volta, nei giorni 5 e 6 giugno, il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri sarà aperto al pubblico per un ciclo di visite guidate.
(da agenzie)
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Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile
“NON HO ANCORA CAPITO QUANTO DOVREI VERSARE. IN QUESTI ANNI HO DATO AL PARTITO OLTRE 260 MILA EURO E, STANDO AL SITO DELLA LEGA, CI SONO COLLEGHI CHE, PUR AVENDO INCARICHI IMPORTANTI E PRESTIGIOSI, NON RISULTA ABBIANO FATTO VERSAMENTI” (CHI SONO?)… PRETTO E’ FINITO NEL MIRINO PER LE SUE CRITICHE AL SEGGIO DATO AL TESORIERE ALBERTO DI RUBBA, FEDELISSIMO DI SALVINI, CHE E’ LOMBARDO E NON VENETO
Matteo Salvini è il bullo. E quello della Lega è “un atto di bullismo. Un attacco
strumentale”, dice al Foglio Erik Pretto. Il deputato veneto del Carroccio è “basito”. Il suo partito gli dà del moroso, manda mail, apre procedimenti disciplinari e minaccia di espellerlo per non aver saldato le quote. E così?
“Non ho ancora capito quanto dovrei versare. Ho ricevuto questa Pec senza che prima ci sia stato alcun confronto, senza preavviso. Nemmeno una chiamata. In questi anni ho dato al partito oltre 260 mila euro”.
Ma da Via Bellerio battono cassa.
“È surreale. Da quanto risulta sul sito della Lega ci sono colleghi, con incarichi prestigiosi, che non hanno fatto versamenti”.
Onorevole, la invitano a lasciare il partito? Il generale Roberto Vannacci lo aspetta.
“Sono in vigile attesa”.
Onorevole Pretto, riavvolgiamo il nastro. È moroso? Cosa è successo?
“Con estrema sorpresa lunedì ho ricevuto una mail, mi avvisavano dell’avvio di un iter disciplinare per non aver ottemperato agli obblighi dell’articolo 35 dello statuto”.
Prevede che ogni eletto dedichi un “tempo adeguato” all’espletamento dell’incarico assunto. Pretto, che viene da Schio in provincia di Vicenza ed è stato eletto in Veneto, si difende: “Su questo credo che nessuno possa dirmi nulla. Mi è riconosciuto da tutti il fatto che sul territorio sono tra i più attivi”.
L’art. 35 dice anche che i parlamentari debbano contribuire al partito, 3 mila euro al mese. Salvini aveva promesso una stretta, provvedimenti contro chi non paga, minacciando anche espulsioni.
“Tra erogazioni liberali, sovvenzioni e collaborazioni varie, pagate sempre per le attività della Lega sul territorio ho già sborsato oltre 260 mila euro. Ho fatto i conti. Ma a sorprendermi è il fatto che nessuno mi abbia telefonato o cercato Neanche uno che mi dicesse: ‘Guardi, lei ci deve questo’”.
E quanto deve, o dovrebbe?
“È una cifra che a oggi non conosco nemmeno io”, ribatte Pretto
“Le accuse che mi vengono rivolte non hanno fondamento, sono quanto mai surreali. E come se non bastasse mercoledì sera scopro mio malgrado che tutta la questione è stata comunicata alla stampa, in maniera assolutamente inopportuna”, dice Pretto.
“Un trattamento del genere non me lo aspettavo. Inoltre, stando al sito della Lega, ci sono colleghi che, pur avendo incarichi importanti e prestigiosi, non risulta abbiano fatto versamenti”.
Ma non a tutti sarebbe arrivata una pec, è così?
“Mi sono chiesto quale potesse essere la ragione di tutto questo interesse per me. Per come è stata gestita, questa vicenda è un attacco strumentale nei miei confronti. Evidentemente le vere ragioni sono altre”.
Pretto avanza alcune ipotesi, riguardano la partita della Lega veneta (ora commissariata con Tomaello) e le sue velleità di diventarne segretario. “Sicuramente c’è il fatto che alcuni militanti mi hanno proposto come candidato”. E ancora: “Non sono state gradite le legittime perplessità che ho espresso, in qualità di consigliere federale, sulle candidature alle suppletive in Veneto (Alberto Di Rubba e Giulio Centenaro, ndr) e su altre questioni legate al territorio, dando voce ai sindaci dell’alto vicentino”.
Per tutte queste ragioni Pretto s’è convinto che a mettere in giro le voci che lo danno in uscita dalla Lega, verso Vannacci, ma anche verso i meloniani e Forza Italia, siano gli stessi leghisti.
(da agenzie)
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Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO LA PROCURA EUROPEA, SOLO NEL 2024 BEN 458 NUOVE INCHIESTE, QUASI UN QUINTO DI TUTTE QUELLE APERTE, HANNO INTERESSATO IL NOSTRO PAESE CON UN DANNO STIMATO IN CIRCA 3,5 MILIARDI DI EURO. DENARI CHE FINISCONO PER FINANZIARE LE SAGRE DELLA PATATA, DELLA CASTAGNA, DELLA ZAMPOGNA E DEL CACIOCAVALLO PODOLICO
La sagra della patata, quella della castagna, del cinghiale, del prosciutto e poi dei
funghi, la festa del caciocavallo podolico, la sagra dello scazzatiello e la rassegna della zampogna, sino ad arrivare alla festa del fagiolo quarantino e della patata d Volturara Irpina, provincia di Avellino che per l’acquisto di beni e servizi mette in conto oltre 153.000 euro di spesa.
Altre sagre hanno richieste più basse, alcune anche di poche migliaia di euro, ma intanto il conto si ingrossa. Con la scusa della promozione turistica le Regioni italiane, quelle del Nord come quelle del Sud, finiscono col finanziare anche programmi tv, mentre è un dato assodato che molto spesso le risorse del Fondo sociale europeo destinate alla formazione sfociano in truffe belle e buone. Corsi fantasma, ruberie, insomma.
Secondo la Procura europea (Eppo), solo per restare al 2024 ben 458 nuove inchieste, quasi un quinto di tutte quelle aperte dalla Procura europea, hanno interessato il nostro Paese con un danno stimato in circa 3,5 miliardi di euro.
Quando si parla di fondi di coesione, risorse che mettono assieme finanziamenti comunitari e finanziamenti nazionali, a favore innanzitutto delle regioni meno sviluppate del Sud e di quelle «in transizione» del Centro con una quota minore assegnata anche alle altre regioni più sviluppate, sono due i problemi che emergono: il primo è quello dell’estrema polverizzazione dei progetti gestiti dalle tante amministrazioni locali che, spesso in assenza di altri fondi, si aggrappano alle risorse messe a disposizione alla Ue; e l’altro, in parte collegato al primo è il ritardo di fatto cronico con cui l’Italia riesce a spendere questi fondi.
E per questa ragione, visto che il tesoretto è lì, spesso inutilizzato per mesi, se non per anni, i fondi di coesione vengono utilizzati come un bancomat, copyright delle Regioni che in questi giorni protestano per l’ennesimo scippo che si profila.
«Quella dei fondi di coesione – spiega il direttore della Svimez Luca Bianchi – è una politica importante perché in questi anni ha consentito di compensare la carenza di fondi nazionali soprattutto verso il Sud. Ma presenta anche dei problemi, soprattutto in termini di capacità di spesa, perché fatichiamo a spendere questi fondi. Gli obiettivi sono spesso troppo generici, poco mirati e questo aumenta il rischio di disperdere i fondi o comunque di distoglierli. C’è un po’ di tutto dentro e forse c’è troppo».
Solo per restare al bilancio di lungo termine della Ue riferito al 2021-2027 l’Italia nel complesso ha a disposizione ben 73,93 miliardi di euro ripartiti in 4 differenti fondi
In tutto sono 62 i programmi finanziati: 11 sono gestiti al livello nazionale, 38 fanno capo alle Regioni e 10 sono classificati «interregionali». Stando al monitoraggio della Ragioneria dello Stato aggiornato al 28 febbraio, su 73,93 miliardi totali sono appena 28,2 quelli che risultano «impegnati», mentre i pagamenti si fermano a quota 10,91 miliardi di euro.
In termini di impegni l’avanzamento complessivo è arrivato al 38,1% mentre se si guardano i soli pagamenti si scende al 14,76%. Il Jft, come le aree a cui sarebbe destinati questi fondi (Taranto ed il Sulcis), è fermo ad un misero 2,11% dei pagamenti, il Fers è al 12,99%, il Feampa al 16,08 ed il Fondo sociale europeo al 17,99%.
Non sorprende quindi più di tanto anche negli ultimi tempi, non senza polemiche da parte delle opposizioni, si sia attinto ai fondi di coesione ad esempio per finanziare il Ponte sullo Stretto, ipotizzando di togliere 3,8 miliardi a Calabria e Sicilia, o per finanziare la Difesa con 248 milioni sottratti a Sicilia (199 milioni), Calabria (14,8), Basilicata (13,7), Abruzzo (11,2), Lombardia (7,5) e Molise (1,9).
Adesso si pensa di attingere a questo tesoretto per far fronte al caro energia, «ma così si snatura completamente uno strumento pensato per ridurre le diseguaglianze strutturali, non certo per fare interventi di tipo congiunturale», segnala Bianchi. «Adesso – aggiunge – non bisogna aver paura di una profonda riforma della coesione, ed in questo senso occorre prendere esempio dal Pnrr che al Sud ha avuto risultati migliori di altre politiche ed essere attenti ai risultati, passando da un sistema incentrato sui rimborsi che arrivano a fronte di una certificazione di spesa a rimborsi legati al conseguimento di precisi risultati prefissati».
(da La Stampa)
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Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile
IL DEFICIT AUMENTA. RAGGIUNGENDO LA SOMMA RECORD DI 72 MILIARDI DI EURO: SERVONO 35 MILIARDI PER COPRIE IL BUCO
Quasi 35 miliardi di euro di spese da tagliare, per far quadrare i conti della guerra: il buco nel bilancio russo si sta allargando inesorabilmente, e per farvi fronte il governo si sta preparando a ridurre drasticamente tutte le voci non militari del bilancio. È quanto risulta da una lettera firmata dal ministro delle Finanze russo Anton Siluanov, ottenuta dal Financial Times.
Dall’inizio dell’anno, il deficit del bilancio russo ha raggiunto la somma record di 5,9 trilioni di rubli, circa 72 miliardi di euro, superando di una volta e mezzo il tetto previsto per l’intero anno corrente. Mentre le entrate delle casse del Cremlino si rivelano costantemente più basse delle stime della raccolta fiscale, aumentano le
spese: secondo Siluanov, i costi della guerra contro l’Ucraina – che già prevedevano l’astronomica somma di 12,9 trilioni di rubli, circa 150 miliardi di euro – potrebbero lievitare di altri due trilioni, e di 4 trilioni «in caso di scenario negativo» (da 24 a 48 miliardi di euro circa).
Che la Russia di Vladimir Putin vivesse al di sopra dei propri i mezzi lo si sapeva già da tempo, e dall’inizio dell’anno le statistiche pubblicate mensilmente dal ministero delle Finanze mostravano la voragine del deficit allargarsi in maniera inarrestabile, nonostante, la speranza del Cremlino di ripianare le perdite grazie al rimbalzo dei prezzi sul petrolio, dopo lo scoppio della crisi iraniana.
Ma con le speranze di un accordo con Teheran il prezzo del barile è tornato a scendere, e i raid ucraini contro le raffinerie e i depositi di carburante nel territorio russo hanno contribuito a ridurre il potenziale vantaggio russo.
A giudicare dalle proiezioni del ministero dello Sviluppo economico russo, che ha appena ridotto le stime della crescita del Pil ad appena lo 0,4% nel 2026, all’orizzonte non sono previsti cambiamenti positivi, e il ministro Siluanov propone al governo di prendere atto della situazione. […] l’esecutivo russo si prepara a tagliare la spesa non militare, per 2,9 trilioni di rubli quest’anno (circa 35 miliardi di euro).
L’anno prossimo, i tagli al bilancio dovrebbero quasi raddoppiare, arrivando a 5,4 trilioni di rubli, e nel 2028 aumentare ancora, a 7,1 trilioni di rubli. Si tratterebbe soltanto di spese “civili” – sanità, scuola, ricerca, investimenti, infrastrutture – mentre le voci “militari” rimarrebbero intoccabili.
Oltre ai 12,9 trilioni di rubli destinati direttamente alla guerra, tra esercito e industria bellica, altri 4 trilioni vengono destinati alla “sicurezza”, divisa tra entità diverse, dal ministero dell’Interno alla Guardia nazionale e alle molteplici agenzie di intelligence, tra le quali primeggia la polizia politica Fsb. Tutto insieme, questo apparato militare-repressivo costa ai russi quasi il 40% della spesa pubblica, e la stima è ovviamente approssimativa, anche perché molte voci del bilancio russo sono coperte dal segreto di Stato.
La riduzione delle spese militari non sembra venire nemmeno considerata come
opzione, smentendo tra l’altro le dichiarazioni di ieri di Putin su una guerra che «sta volgendo a termine».
Una voce del bilancio russo che, invece, quasi sicuramente verrà risparmiata dalla scure dei tagli sarà il programma da 26 miliardi di dollari dedicato alla longevità, con l’obiettivo di vivere almeno fino a 150 anni (di cui Putin ha discusso con il presidente Xi Jinping a Pechino) finanziato dallo Stato, ma gestito dalla ricercatrice – e figlia del presidente – Maria Vorontsova e dal fisico Mikhail Kovalchuk, il fratello del potente oligarca Yuri Kovalchuk.
Il programma ufficialmente è dedicato a «nuove tecnologie di conservazione della salute», ma secondo il Wall Street Journal, che ha pubblicato indiscrezioni su questo progetto, in realtà avrebbe un solo potenziale beneficiario: Vladimir Putin. Il progetto prevede la produzione in vitro di tessuti e l’allevamento di maialini geneticamente modificati dai quali poi prelevare organi per trapianti. Il primo maiale geneticamente compatibile con Putin dovrebbe arrivare entro il 2030.
(da “la Stampa”)
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Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile
L’EPISODIO NEL VICENTINO, IL 56ENNE RITROVATO IN UNA POZZA DI SANGUE
Lavorava per loro in nero ma dopo una caduta da 3 metri, invece che portarlo in
ospedale l’hanno abbandonato in mezzo alla strada in una pozza di sangue. È l’accusa scattata nei confronti di una coppia di imprenditori di 56 e 48 anni di Bassano del Grappa, in provincia di Vicenza, che sono stati denunciati dai Carabinieri.
Secondo la ricostruzione dei militari, l’uomo, un 56enne di origini indiane, lavorava da alcuni giorni per la coppia in un maneggio della zona, senza un regolare contratto di lavoro.
Nella giornata di giovedì il lavoratore sarebbe precipitato da un’altezza di tre metri, per cause ancora da accertare, e i due, invece di chiamare un’ambulanza, l’hanno lasciato gravemente ferito in via Cà Dolfin, a poca distanza dall’ospedale.
(da agenzie)
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Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO L’ITALIA RECEPISCE UNA DIRETTIVA EUROPEA CI AGGIUNGE TROPPI VINCOLI CHE NEL TESTO ORIGINALE NON ESISTONO
All’assemblea Confindustria 2026 alla Nuvola dell’Eur, governo e industriali hanno recitato lo stesso copione: l’Europa è un gigante burocratico che frena la crescita, l’ETS va sospeso, il nucleare ci salverà, nel frattempo andiamo a “tutto gas”.. Il messaggio di fondo di Meloni e Orsini è in gran parte sovrapponibile.
Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha detto anche cose vere: il costo dell’energia è “una vera e propria minaccia esistenziale” per la manifattura, ci sono 131 GW di rinnovabili bloccati dalle Regioni e su questo ha chiesto correttamente un intervento bipartisan dello Stato. Ha invocato mercato unico dell’energia, mercato dei capitali e debito comune europeo per investimenti strategici: proposte non prive di senso. Ma poi è arrivato il salto logico: il sistema ETS è “una vera pazzia” che ha trasformato la decarbonizzazione in “speculazione finanziaria” e va sospeso subito. Il gas è “fondamentale per mantenere la stabilità energetica del Paese” e pensare di farne a meno è “miopia”. Sul nucleare, chi sostiene che i 10-15 anni necessari per costruire un reattore siano un problema dice una cosa “falsa”. Europa e decarbonizzazione: i nemici delle imprese italiane.
Meloni ha fatto lo stesso dal podio, con maggiore enfasi retorica. L’UE è un “gigante burocratico” che ha sacrificato competitività e crescita sull'”altare di approcci ideologici e tecnocratici”. Il Green Deal era un “orpello ideologico” spazzato via dalla storia. La “giungla normativa” europea va disboscata. E poi, quasi di passaggio, la proposta concreta agli industriali in sala: avviare subito “un cantiere comune per arrivare a una riforma radicale della burocrazia in Italia”. In Italia. Meloni stessa individua il vero problema, lo dice alla platea giusta, poi torna ad attaccare l’Europa. A questa contraddizione se ne aggiunge un’altra più strutturale: chiede velocità nelle decisioni europee, ma difende l’unanimità al Consiglio dove basta il veto di uno Stato membro, anche il suo, per bloccare tutto. Paolo Gentiloni ha sintetizzato bene: dire che il problema dell’Italia è la burocrazia
di Bruxelles “ricorda quello che diceva che il problema di Palermo è il traffico”. E l’Italia è ultima per crescita e prima per debito in Europa, nonostante abbia ricevuto negli ultimi anni circa 200 miliardi di fondi europei: più di qualsiasi altro Paese nella storia dell’Unione.
Anche sull’ETS, governo e Confindustria combattono la stessa battaglia: sospensione immediata, riforma radicale, basta speculazione. Ma si sbaglia nemico. Il prezzo dell’elettricità in Italia è formato per l’89% delle ore dal gas: il costo del carbonio pesa al massimo il 10% sulla bolletta finale, meno dell’IVA. L’Autorità europea sui mercati finanziari ESMA ha indagato due volte sulla presunta speculazione e ha concluso ogni volta che non esiste. Esistono invece molte risorse mal utilizzate: dal 2012 al 2024 le aste ETS hanno generato 18,2 miliardi di euro per l’Italia, di cui solo il 9% è stato investito in politiche di accompagnamento alla transizione, contro il 100% previsto dalla normativa UE. Il dibattito sulla revisione dell’ETS è legittimo, ma la domanda seria è: chi ha usato male quei miliardi?
La vera burocrazia che strangola le imprese non viene da Bruxelles. Il corpus normativo UE conta circa 20.000 atti; quello italiano supera i 150.000. Nel solo 2024, tra Gazzette Ufficiali e supplementi, sono state pubblicate 35.140 pagine di norme italiane. Il problema si chiama goldplating: quando l’Italia recepisce una direttiva europea, ci aggiunge strati di vincoli che nel testo originale non esistono: è così, ad esempio, che i 131 GW di rinnovabili approvati restano bloccati per anni, per scelte di Roma e delle Regioni. Le barriere alla concorrenza nei servizi sono prodotto di scelte tutte italiane: concessioni prorogate a vita, iter autorizzativi che duplicano quanto richiesto dall’UE. E non basta: con 75 procedure di infrazione aperte, l’Italia ha pagato oltre 1,1 miliardi in sanzioni europee dal 2011, più del 70% per danni ambientali con effetti diretti sui cittadini; tutte risorse tornate a Bruxelles. Inoltre, l’Italia continua a non volere ratificare il MES, bloccando di fatto proprio quel mercato unico dei capitali che Orsini stesso chiede come priorità assoluta.
Sul nucleare, nessuno nei piani alti di Confindustria o del governo crede davvero che possa abbassare le bollette italiane in tempi utili. Mettiamo in fila un po’ di numeri e fatti: il PNIEC prevede 0,4 GW di SMR al 2035, che corrisponderebbe all’incirca all’1,1% del consumo nazionale: irrilevante.
Bankitalia scrive senza ambiguità che il nucleare non avrebbe impatti significativi sui prezzi. Gli SMR non esistono ancora commercialmente in Occidente: NuScale non ha cantieri aperti, Newcleo e Naarea sono in crisi finanziaria. Secondo Lazard 2025, il nucleare di nuova costruzione costa tra 141 e 220 dollari per MWh; il solare tra 38 e 78, l’eolico tra 37 e 86. La Corte dei Conti francese ha rivisto al rialzo il programma EPR2 da 51,7 a oltre 67 miliardi, con la possibilità concreta di superare i 100, e la prima coppia di reattori non entrerà in funzione prima del 2039-2044. Per l’Italia, che riparte da zero, si parla realisticamente di 25-30 anni. Nel frattempo, un parco fotovoltaico industriale si costruisce in 18-36 mesi.
C’è poi un problema tecnico che il dibattito italiano ignora: il nucleare è una fonte che produce 24 ore su 24 e si modula con difficoltà. Aggiungere nucleare a un sistema che cresce in rinnovabili non risolve l’intermittenza: la peggiora. In Francia, nel 2025, si sono registrate 436 ore di prezzi negativi proprio perché il nucleare non riesce a modulare con le rinnovabili in eccesso.
Lo stesso vale per il gas, presentato come “fonte di transizione”, ma di fatto blindato come scelta strutturale: investire in nuovi rigassificatori e contratti pluridecennali mentre si annuncia un nucleare lontano vent’anni significa rendere il gas permanente fino al 2045 almeno. E poi: chi obietta “compriamo elettricità nucleare dalla Francia, è ipocrita esserne contro” ci vede come borghetti chiusi da mura e non come un libero mercato: l’Italia importa il 16% del fabbisogno, un terzo dalla Francia, non perché siamo vulnerabili ma perché il mercato europeo è progettato per scambiare energia. La Francia esporta non per generosità ma perché deve: il suo nucleare è troppo rigido per assorbire la produzione rinnovabile in eccesso. È un problema francese, non un modello da imitare. La vera vulnerabilità italiana non è dove compriamo elettricità: è quanto la paghiamo. E paghiamo cara perché nel 70% delle ore il prezzo è fissato dal gas.
La sicurezza energetica non si compra con una promessa al 2050: si costruisce nei prossimi cinque anni, riducendo la dipendenza dal gas. Come? Sbloccando le 4.000 concessioni rinnovabili ferme. Investendo seriamente in accumuli: il MACSE di Terna, già attivo, va potenziato. Lanciando un piano nazionale per ridurre la povertà energetica di 2,4 milioni di famiglie, usando fondi europei in gran parte no
utilizzati. Recependo finalmente la Direttiva Efficienza Energetica, scaduta lo scorso 11 ottobre, e applicando tempestivamente la direttiva Case Green. Tutte cose che si fanno in due-cinque anni, non in venticinque. Ogni gigawatt di rinnovabili installato oggi abbassa il prezzo dell’elettricità in Italia oggi, non nel 2050.
Invece, in 40 giorni il governo ha approvato un decreto bollette da circa 5 miliardi di euro fatto di bonus una tantum, sconti volontari e contributi a pioggia che non cambiano la struttura del prezzo dell’elettricità italiana. Misure effimere e costosissime. Quel miliardo e mezzo destinato alle famiglie, se investito in efficienza energetica delle abitazioni, avrebbe potuto contribuire ad abbassare le bollette per i prossimi vent’anni e creato lavoro qualificato. Questa è la differenza fra una politica energetica strutturale e una politica di rincorsa permanente, che rifiuta di pensare che si può fare a meno di gas, petrolio, carbone.
Il giacimento di sicurezza energetica che abbiamo già in casa si chiama efficienza, e si nutre di sole, vento e accumuli. Continuare a inseguire una promessa lunga un quarto di secolo, mentre famiglie e imprese chiedono risposte adesso, non è scelta strategica. È una scelta di campo: contro politiche climatiche sempre più urgenti, a favore di chi guadagna e specula oggi, a discapito di famiglie e imprese. E in Europa, dove la Spagna abbatte i prezzi con le rinnovabili, la Germania accumula gigawatt di batterie, e la Francia stessa fatica a far quadrare i conti del nucleare, l’Italia si distingue per una cosa sola: per la caparbia con cui sceglie la strada più cara e più lunga. Non è la fatalità del mercato né l’inevitabilità della tecnologia: è una decisione politica precisa, che si può rovesciare. Ma per farlo bisogna cominciare a fare ciò che serve adesso: sbloccare i progetti rinnovabili, finanziare l’efficienza, ridurre la dipendenza dal gas.
(da Fanpage)
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