NEL MONDO UN VUOTO DI IDEE E OBIETTIVI; ANCHE LE GUERRE HANNO PERSO IL SENSO
I CONFLITTI IN ATTO NON PUNTANO PIU’ A RIDEFINIRE GLI EQUILIBRI DI POTERE E HANNO ASSUNTO UN ASPETTO TERRORISTICO… ò’ANALISI DI MASSIMO CACCIARI
Più che una crisi attraversiamo un grande vuoto (chaos questo significa). Crisi è il contrasto disordinato tra elementi decifrabili nel loro contenuto e nel loro senso. In essa, insieme a frammenti e rovine del passato, è possibile assumere orientamenti e indirizzi diversi, che tuttavia esistono e si esprimono. La crisi ha sempre, per così dire, un valore costituente. Per usare una metafora giudiziaria, che è più di una semplice metafora: la crisi manifesta il momento del Giudizio; le parti si presentano, prendono la parola e, nel caso giudiziario la Corte, nel caso della storia il più forte giudica, emette la sentenza. Ma chi oggi prende la parola? Dove si pronuncia una parola dotata di senso, coerente in sé, espressione di una fondata strategia? Ogni possibile sede paragonabile, pur in modo assolutamente improprio, a un Tribunale è stata spazzata via ben prima delle tragedie degli ultimi anni. Oggi afferriamo soltanto la volontà di potenza o di sopravvivenza dei grandi spazi imperiali, ma sfugge in toto la recta intentio, l’intenzione precisa che dovrebbe muoverli (anche alla guerra): quale Nomos intendete costituire? Quale nuovo Ordine stabilire (anche magari imponendolo)? Avete valutato le conseguenze del vostro agire? Insomma, potenze sì, ma costituenti nessuna.
Nei periodi di crisi un vecchio Ordine viene “giudicato” da nuove forze emergenti. Una forma decrepita si avvia al proprio superamento attraverso la lotta tra soggetti dotati anch’essi di forma. Proprio la presenza di tali soggetti sembra oggi impossibile intravvedere. È un rimescolio tra idee e visioni di un tempo con pulsioni, velleità, irrealistiche pretese, che appaiono e scompaiono nel teatro universale della comunicazione e informazione. Le parole perdono ogni nesso col loro significato; si inizia dicendo: basta che funzionino, cioè che convincano. Ma convincano a che? Le parole semplicemente demagogiche hanno breve vita – possiamo però inventarne di sempre nuove, all’infinito
Tutte uguali nella loro assenza di forma, e tutte in guerra tra loro. Così diciamo guerra ciò che più nulla ha a che fare con l’ordine della guerra di un tempo, che si distingueva con chiarezza da terrorismo. Le guerre attuali hanno tutte un aspetto apertamente, dichiaratamente terroristico. Riguardano anzitutto popolazioni civili da terrorizzare, non eserciti, non Stati nemici. Non è la lotta per determinare un nuovo ius belli, ma la distruzione di ogni precedente. Al posto di quest’ultimo, il vuoto, dove ciascuna potenza è libera di sguazzare come vuole.
Come è possibile una tale situazione? Non prometteva proprio la Tecnica una razionalizzazione di tutte le forme della nostra vita? Sostituiremo alla prepotenza il calcolo razionale, all’emotività che travolge le masse la misura che caratterizza i nostri metodi – dicevano i suoi artefici. Perché questa promessa viene così spudoratamente tradita proprio nelle guerre attuali? Perché ancora si bombarda, si distrugge, si crepa nelle trincee, si ammazzano donne e bambini? Dovrebbero operare soltanto silenziosi droni pronti a fulminare “il colpevole”; informatici e hacker spietati dovrebbero far saltare reti e comunicazioni dell’avversario, precipitandolo in un craque irrimediabile. Questa sì sarebbe una “nuova guerra”, asettica, pulita, scientifica, all’altezza dei tempi e dell’universale Intelligenza purificata dai limiti del nostro misero intelletto. E invece no – bisogna scendere a terra e dar la caccia al nemico come nelle antiche saghe barbare. E invece di usare algoritmi per trattare, per pervenire a virtuosi compromessi in base a reciproci interessi, a quella universale Intelligenza sembra che sempre più si chieda: dimmi come vincere, dimmi come sterminare il nemico. L’unico gioco che conta è quello che conduce a vittoria senza se e senza ma. Ecco allora che trattativa e guerra convivono, ecco che il presunto accordo è meno di armistizio. Come può convivere questa barbarie col regno indiscusso della Tecnica?
Ci convive benissimo. Ricordate l’ultima scena del Faust di Goethe? La Tecnica di cui egli dispone è giunta a un grado tale di magia da poter domare tutti gli elementi ed egli vuole convincere il mondo alla sua bontà e utilità. Ma per sbarazzarsi di chi resiste nell’opporsi ai suoi disegni, ecco accorrere Mefistofele. Chi non viene convinto a entrare nel regno faustiano della Tecnica deve essere eliminato. Poiché questo regno non è concepibile se non come universale e onni-omologante. Alla
parola di Faust è necessaria compagna la mano assassina di Mefistofele. Se la Tecnica è così vista nella prospettiva della volontà di potenza e i suoi successi sono sempre più indistricabilmente connessi con gli apparati militari e politici degli Imperi, questo esito è inevitabile. Ma può essere diversamente? Se la Tecnica è chiamata a fornire l’algoritmo della vittoria, il suo convivere con la barbarie appartiene alla sua natura. Essa sarà sempre riportata nel fango delle battaglie e delle rovine. Ma il nesso che la lega alla volontà di potenza degli Imperi può venire spezzato?
Se lo chiede con angoscia papa Leone. Dovremmo chiedercelo tutti. La risposta cristiana non può essere la risposta politica. Ma il politico che non ne intenda il significato e l’urgenza è già tutto “accomodato” nel patto tra Faust e Mefistofele. Per costruire un nuovo ethos all’altezza della potenza della Tecnica è necessario essere ben coscienti che può sempre affermarsi una barbarie dell’intelletto stesso, che l’intelletto soltanto potrebbe respingere. Lo scienziato e il politico insieme.
(Massimo Cacciari
(da lastampa.it)
Leave a Reply