Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
FRATELLI D’ITALIA STABILE AL 28,4%; PD AL 22,2%… TESTA A TESTA TRA LE COALIZIONI: IL CAMPO LARGO AL 44,9%, IL CENTRODESTRA AL 44,8%
Coerente con il risultato della recentissima tornata amministrativa, la Supermedia di questa settimana non vede stravolgimenti nei rapporti di forza, con le due coalizioni principali ancora virtualmente appaiate, appena al di sotto del 45%.
Il dato forse più significativo è la crescita di Futuro Nazionale, che sale a un 4% record, forse beneficiando di alcuni consensi in uscita da Lega e M5s che vedono un calo dello 0,3%.
Questa, nel dettaglio, la Supermedia Liste: FDI 28,4 (=) PD 22,2 (+0,2) M5S 12,3 (-0,3) Forza Italia 8,2 (=) Lega 7,0 (-0,3) Verdi/Sinistra 6,5 (+0,1) Futuro Nazionale 4,0 (+0,4) Azione 3,0 (=) Italia Viva 2,5 (=) +Europa 1,4 (-0,2) Noi Moderati 1,3 (+0,1)
Questa, invece, la Supermedia Coalizioni 2026: Campo largo 44,9 (-0,2) Centrodestra 44,8 (-0,2) Futuro Nazionale 4,0 (+0,4) Azione 3,0 (=) Altri 3,3 (-0,1)
(da agenzie)
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Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
“INFRAGO”, LA “RFI” TEDESCA, DI PROPRIETÀ DI DEUTSCHE BAHN, È RICORSA A METODI CREATIVI PER OSTACOLARE ITALO (COME NEGARE GLI SPAZI NELLE STAZIONI E SOSTENERE CHE LA CONCORRENZA FOSSE CONTRARIA)
L’Autorità di vigilanza europea dei trasporti è chiara: la concorrenza deve essere
garantita ovunque e a tutti. Dunque, anche la Germania dovrebbe concedere un pacchetto minimo di fasce orarie nelle tratte più importanti, e con contratti di lunga durata, a chiunque volesse entrare nel mercato del trasporto ferroviario.
Sulla carta, la Deutsche Bahn, che ha il monopolio sul 95% dei collegamenti, dovrebbe lasciare spazio a un concorrente come Italo. Ma la prassi si sta rivelando molto più complicata.
L’azienda italiana, che ha annunciato l’intenzione di far partire i suoi primi treni in Germania ad aprile 2028 – anzitutto su collegamenti cruciali come Monaco-Francoforte-Colonia-Dort- mund e Monaco-Berlino-Amburgo – sta incontrando enormi ostacoli nel tentativo di ritagliarsi uno spazio oltre le Alpi.
Complice, anche, il fatto che la società InfraGo, che gestisce l’infrastruttura ferroviaria, è di proprietà di Deutsche Bahn. Finora InfraGo è ricorsa a metodi creativi per impedire a Italo di mettere piede in Germania. A un certo punto ha sostenuto che la concorrenza fosse contraria.
Un tantino lapalissiano che Flixtrain o altri competitor non gradiscano l’ingresso di un altro concorrente. Ancora più incredibile la vicenda che riguarda gli spazi nelle stazioni chiesti da Italo per le biglietterie o le lounge. Dopo un anno, a fronte di una richiesta per 18 stazioni, InfraGo ha fatto sapere che glieli concederebbe solo a Norimberga.
Non meraviglia, insomma, che Italo abbia deciso nel frattempo di protestare con l’Agenzia federale delle reti.
(da la Repubblica”)
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Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
BONELLI (AVS): “QUESTO È IL SECONDO GRAVE EPISODIO IN POCO TEMPO. MELONI NON PUÒ CONTINUARE A FARE FINTA DI NIENTE”
La chat, intitolata «Congresso FdI», in cui alcuni dirigenti trentini del partito hanno scritto insulti di stampo antisemita, diventa un caso nazionale. I deputati di Pd, M5S e Avs chiedono a Giorgia Meloni di riferire in Aula. Elly Schlein invoca «una condanna ferma» da parte della premier, e «provvedimenti nei confronti degli autori dei messaggi».
Lo scambio è stato reso pubblico dal quotidiano Domani . Gli insulti prendono le mosse da una foto pubblicata su Instagram dal militante Francesco Barone che lo ritrae con il giornalista David Parenzo. Nel gruppo la minoranza locale interna del partito, capitanata dall’ex consigliere comunale, Cristian Zanetti, scontratasi anche con Barone nel congresso per la guida di FdI a Trento, si lancia in una serie di commenti offensivi: «Non so cosa ci sia peggio degli ebrei», «lecca…o dei giudei», «ad averci le p… le cose sarebbero diverse». Nella conversazione comparirebbero anche il consigliere comunale di Trento Daniele Demattè, Silvia Farci ed Emilio Giuliana.
«Invece di scusarsi con le comunità ebraiche per le frasi agghiaccianti emerse dalle chat del congresso di Trento — replica infatti Angelo Bonelli di Avs — FdI attacca l’opposizione. È il loro schema abituale: quando vengono colti in flagrante, alzano un polverone per distogliere l’attenzione. Questo è il secondo grave episodio in poco tempo dopo l’inchiesta di Fanpage su Gioventù nazionale. Meloni non può continuare a fare finta di niente: faccia pulizia in casa sua invece di delegare a Donzelli il compito di fare polemica con l’opposizione».
Dal territorio è Francesca Gerosa, presidente di FdI in Trentino, a tentare di fare chiarezza. «Abbiamo avviato una verifica interna, ma quei messaggi appartengono a una chat privata non nota e che non coincide in alcun modo con gli strumenti ufficiali del partito. Ognuno si assumerà personalmente la responsabilità di quanto detto, se vero».
(da Corriere della Sera)
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Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
NEL MIRINO IL PROGRAMMA TV “DALLA PARTE DEGLI ANIMALI” E UN MECCANISMO DI SPONSORIZZAZIONE AUTOGESTITO DALLA DEPUTATA
La deputata di Forza Italia Michela Vittoria Brambilla è indagata in un’inchiesta
della Procura di Milano per false fatturazioni, assieme ad altre persone, in relazione alla realizzazione del suo programma tv “Dalla parte degli animali” e a un meccanismo di sponsorizzazione.
Sono in corso perquisizioni nella sede dell’Enci, ossia l’Ente nazionale cinofilia italiana, e di tre società di produzione televisiva e che non riguardano la parlamentare.
Animalista convinta
Brambilla è fondatrice e presidente della Lega Italiana Difesa Animali e Ambiente (LeIDAA), e negli anni in cui è stata presidente nazionale dei giovani imprenditori di Confcommercio, ha dato vita alla campagna contro l’abbandono “Finalmente
entro anch’io”, riunendo tutti i pubblici esercizi e le strutture ricettive italiane aderenti a Confcommercio.
Dal 2017 conduce, su Rete 4, il programma televisivo “Dalla parte degli animali”, una trasmissione “che usa la televisione come strumento per promuovere le adozioni e contribuire a sconfiggere la piaga degli abbandoni e del randagismo”.
Nell’ottobre 2022 presenta una proposta di legge di cui diventa relatrice per i reati contro gli animali. Dopo l’approvazione dei due rami del parlamento diventa la legge 6 giugno 2025, n. 82 conosciuta come Legge Brambilla.
I guai giudiziari
A luglio 2019 Michela Vittoria Brambilla patteggia una condanna a un anno e 4 mesi, assieme al padre Vittorio (un anno e 6 mesi), al cugino Alessandro Valsecchi e cognato Nicola Vaccani (due anni a testa), per il fallimento delle Trafilerie del Lario di Calolziocorte, l’azienda di famiglia attiva nella produzione di filo d’acciaio inossidabile.
(da agenzie)
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Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
DOPO LA VITTORIA A VENEZIA CON UN EX UDC, ORA TOCCA A CALENDA E LUPI?
Eccoli lì, dalla Meloni in giù, tutti di nuovo euforici, più gasati di un gasdotto, in seguito all’inaspettata vittoria di Simone Venturini alle comunali a Venezia. Aver azzeccato l’uomo giusto al momento giusto e nel posto giusto, un ex boy-scout dell’Udc, assessore della giunta uscente del sindaco Brugnaro, un tipino che non ha mai avuto a che fare con la filiera Msi-An-FdI, ha fatto sgranare gli occhioni di Giorgia Meloni: ma allora si può vincere anche “allargando”, guardando fuori dalla ridotta dei fedelissimi di Colle Oppio?! Una epifania che ha mostrato finalmente alla Ducetta una strada piena di possibilità, quella che porta al “centro”.
Le comunali di Roma, Milano, Torino, Napoli e Bologna, che saranno chiamate al voto nella primavera del 2027, sono tutte città attualmente amministrate dal
centrosinistra. Ma almeno le prime due, Roma e Milano, che rappresentano poi le “capitali d’Italia”, se si azzecca il candidato giusto, sono contendibili.
Essendo la “Macbeth di Colle Oppio” un politico che ha sempre preferito l’opportunismo tattico del giorno per giorno a qualsiasi strategia a lungo termine (dove è finita la smorfiosa ragazza pon-pon alla corte di Trump? Avete notizie della “pontiera” tra Usa e UE che avrebbe salvato l’Occidente?), pur di vincere e strappare il primo cittadino di Milano e Roma, eccola mettere cinicamente da parte i residuati bellici del suo partito e ricollocare Fdi, in versione “Bisteccheria d’Italia”, al “centro-tavola” democristiano.
Alle comunali di Milano, tra l’ipotesi di perdere, candidando il fedelissimo post-fascio Carlo Fidanza, e la possibilità di vincere con Maurizio Lupi, candidato scelto dal gran puparo La Russa, la scelta di Giorgia cadrà sul leader di “Noi Moderati”.
Ora resta da convincere Marina Berlusconi, che vuole candidare a tutti i costi qualcuno di Forza Italia nella città della buonanima di “Papi”, e poi è fatta.
Se invece vi state chiedendo cosa abbia in comune con i Camerati d’Italia uno come Lupi, già membro del consiglio comunale di Milano dal 1993 al 1997, ministro nei governi Letta e Renzi e soprattutto membro di spicco di Comunione e Liberazione, che all’ombra del Duomo ha un peso rilevante, la risposta è niente (davanti) e tutto (dietro). E in quel dietro c’è la sagoma di Ignazio La Russa.
Ma per Giorgia Meloni l’importante è strappare Palazzo Marino al “Campo largo”, reduce dai due mandati di Beppe Sala, i cui calzini colorati hanno prima incantato la città e poi via via perso colore e appeal.
Non solo: per l’insuperabile “tafazzismo de’ sinistra”, nel Pd ancora si aspetta di capire cosa frulli nella testolina tutta “chiacchiere e distintivo” di Elly Schlein. Che vuole fare a Milano? Chi vuole candidare?
Un nome ricorrente quando si tratta di “voto a perdere” è quello di Pierfrancesco Majorino, della segreteria nazionale del Pd e capogruppo in Consiglio regionale. Per battere lo schieramento di Maurizio Lupi, il candidato più indicato sarebbe invece l’ex direttore di “Repubblica”, Mario Calabresi: un sondaggio riservato, fatto prima di Pasqua, lo premia con un leggerissimo vantaggio su Lupi: 52/48
Il figlio del commissario Calabresi sa bene che occorre l’appoggio di un campo non
largo ma larghissimo che va costruito subito sul ‘’territorio’’, ma finora nessuna notizia è arrivata dal Nazareno, troppo impegnato a sparare supercazzole e a darsi il Martella sui denti scegliendo come candidati i fedelissimi di apparato.
Dal Duomo al Colosseo.
Il tatticismo opportunista della “Statista della Sgarbatella” sta raggiungendo vette inesplorate. Stavolta è riuscita a umiliare qualsiasi aspettativa dei Camerati romani, rimasti basiti davanti all’articolo di “Repubblica’’ di ieri, in cui si annuncia: “FdI apre a Calenda – Roma e Milano: “Ce la giochiamo”.
“Il nodo politico vero, emerso anche durante la riunione dell’altro ieri (nella sede di via della Scrofa per festeggiare i 51 anni di Arianna, ndr) – scrive Lorenzo De Cicco – è l’apertura al centro. Dunque a Carlo Calenda. ‘Per vincere bisogna allargare il perimetro’, è il refrain”.
Eccheccazzo!, si sfogano i camerati che dopo anni passati nelle ‘’fogne’’ a portare l’acqua con le orecchie al partito, e a svezzare le “gabbianelle” sorelle Meloni nelle grotte di Colle Oppio.
I cabasisi frullano come pale eoliche al povero Fabio Rampelli, che oggi si ritrova una Giorgia vestita di nuovo che candida al potere di Milano, un democristianone di Comunione e Liberazione, e al Campidoglio un ex manager che rallegrò le imprese e il fallimentare partito di Montezemolo, “Italia Futura”, traslocando poi in Scelta Civica di Monti, quindi il PD guidato da Nicola Zingaretti con i governi Renzi e Gentiloni, finché nel 2022 s’inventò il suo partitino, “Azione”.
L’ha presa molto male il gabbianone reietto Rampelli, visto che si era autocandidato – via Ansa – a sindaco di Roma per il centrodestra. Una sparata non concordata con i vertici di Fratelli d’Italia e che è stata accolta con gelo da parte degli ex gabbiani oggi al potere.
Eppure, un sondaggio riservato realizzato nei giorni successivi alla disponibilità di candidarsi sindaco di Rampelli avrebbe mostrato un risultato sorprendente: appena 5 punti separano il gabbianone reietto dall’ex ministro dell’Economia.
Come Dago-dixit, all’interno del Nazareno spira un vento contrario nei confronti di Roberto Gualtieri, la cui governance della città eterna è glorificata dalle pagine del primo quotidiano romano, “Il Messaggero” di Caltagirone. Del resto, pur storico
azionista di minoranza (5,75%), in barba al 51% del Comune di Roma, il palazzinaro-editore esprime il vertice della municipalizzata Acea.
Che l’autocandidatura di Rampelli sia destinata a restare carta morta, viene confermato anche dai numeri: i sondaggi danno Carlo Calenda candidato del centrodestra vincente su Gualtieri. Le rilevazioni valgono quel che valgono, lo sappiamo, bisogna prenderle con il beneficio d’inventario (a Venezia il neo-eletto Venturini era stato dato per sconfitto), ma le sorelle Meloni sanno fare le addizioni e ricordano bene che nel 2021, quando il leader di Azione lanciò “Calenda Sindaco” sfiorò il ballottaggio contro Gualtieri nella corsa al Campidoglio.
Raccolse infatti il 19,81% (pari a 219.878 voti), eleggendo 5 consiglieri comunali, arrivando terzo dietro al carneade Enrico Michetti del centro-destra (30,14%) e Roberto Gualtieri del centro-sinistra (27,03%).
Partendo dai consensi capitolini ottenuti dal centrodestra, nonostente un candidato conosciuto solo dagli ascoltatori, tra cui Arianna Meloni, dell’emittente laziofila Radio Radio, e aggiungendo i consensi di cui gode Carlo Calenda tra Parioli e Prati, l’esito finale potrebbe essere: “Salutame Gualtieri!”.
Quindi, occhi aperti: se alle amministrative del 2027 andasse in buca la giravolta centrista di FdI con il duplex Lupi-Calenda, la Ducetta potrebbe strappare al centrosinistra Milano e Roma e fare bingo! Sarebbe un bombastico colpo al cuore dei “tafazzi del Campolargo” in grado di ricompattare la malconcia coalizione del centrodestra lanciando la volata a Meloni & friends per le politiche di ottobre.
Da parte sua, Carlo Calenda non sogna altro: vuole salire sul colle del Campidoglio e sparge interviste e presenze nei talk. Ha compreso un principio sacrosanto: la prima regola per avere importanza, è darsela. Intervistato nei giorni scorsi da Romatoday.it, il leader di Azione non ha avuto problemi a mettere alle corde Gualtieri, riempiendolo di botte, ergendosi a suo sfidante.
Primo cazzotto: “Il centro di Roma è il peggiore d’Europa. Un livello di degrado che per me, che ci vivo e ci lavoro, non è cambiato. Strade sfasciate, auto ovunque, dehors che non hanno criteri estetici e una dimensione infinita. Quella è una questione irrisolta. Nessuna gestione dell’overtourism. Non può andare avanti così. Ci sono cose che non sono state fatte per niente”.
Secondo cazzottone: “C’è quel deputato, Mancini, si sa perfettamente, lo sapete perfettamente che qualunque cosa si faccia in Comune deve passare per Mancini. Sono presìdi di potere che il Pd ha e che la Schlein ha confermato in toto. Grumi di potere fortissimi…Non è scontato affatto che daremo il nostro appoggio a Gualtieri’’.
Il terzo è un pizzino alla Meloni: “Io non ho mai avuto pregiudizi sulle alleanze alle comunali, perché nelle città devi pensare al decoro urbano e ai lampioni, non a mandare le armi all’Ucraina”. Alla fine dell’intervista, il “Churchill dei Parioli’’ non ce la fa più a trattenere il sogno di sostituirsi a Marc’Aurelio sulla piazza del Campidoglio: “Noi non candideremo nessuno, ma voglio vedere chi esprimerà il centrodestra….”. Giorgia, il messaggio ti è arrivato forte e chiaro?
(da Dagospia)
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Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
LA LITE FURIBONDA TRA CROSETTO E MELONI
Guido Crosetto versus Giorgia Meloni: un testa a testa di fuoco tra i due cofondatori
di Fdi che, quando hanno qualcosa che tra loro non va, certo non se le mandano a dire. Sarà che è una vita che camminano l’uno di fianco all’altra. […]
Stavolta ad allontanarli – e a portarli al muro contro muro di ieri- le spese per la difesa che l’Italia dovrà sostenere. L’impegno assunto in sede Nato lo scorso anno, su pressione di Donald Trump, prevede che i soldi da investire in armi, munizioni, droni e via discorrendo lievitino al 5% del Pil per gli alleati entro il 2035.
Una delle ragioni che ha spinto Roma lo scorso luglio ad opzionare la possibilità di attingere ai fondi Safe, il prestito a tassi agevolati che l’Ue ha messo a disposizione dei Paesi membri per investire sulla difesa.
L’Italia dovrebbe attivare il prestito – il “tesoretto” per Roma ammonta a 14,9 miliardi – ma in una lettera dei giorni scorsi indirizzata alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, la premier ha espresso chiaramente la sua posizione: la deroga al Patto di stabilità va estesa anche alle spese per la crisi energetica o l’attivazione del programma SAFE è a rischio
Crosetto nei giorni scorsi aveva reso noto di aver scritto al Mef ben due lettere per capire cosa intendesse fare sul Safe, non ottenendo risposta. Anche da qui la frustrazione, ormai diventata rabbia, che ieri il responsabile della Difesa – partito subito dopo la riunione per una missione che lo dovrebbe tenere fuori fino a venerdì – ha sfogato, dicendo chiaro e tondo alla premier che così per lui non va.
Meloni, come ha ricordato martedì alla platea di Confindustria, sulla difesa non ha cambiato idea. La considera una priorità, ma è scalata in una lista messa a
soqquadro dalla guerra in Iran. «La difesa è libertà», ha rimarcato del resto lei stessa nell’intervento all’assemblea degli industriali, ma se non si tende la mano ad imprese e famiglie “non resterà nulla da difendere”.
Tradotto in soldoni: prima viene l’emergenza rincari, per frenare il prezzo di carburanti e bollette ormai alle stelle, e poi tutto il resto. Un ragionamento che non sembra affatto convincere il suo ministro. Indispettito anche per una narrazione che rischia, a suo avviso, di gettare ombre sulla necessità di aprire i cordoni della borsa per spendere in sicurezza.
«Chi pensa che investire in difesa sia uno spreco di risorse pubbliche – ha detto proprio ieri, in un videomessaggio all’assemblea di Confindustria Brescia – non fa un’analisi corretta e non guarda nella giusta prospettiva. Come ho avuto modo di dire, chi non condivide la necessità di considerare una Difesa forte, lavora inconsapevolmente contro l’Italia, contro il futuro dei nostri figli».
(da Messaggero)
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Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
NON BASTA ACCOGLIERE, OCCORRE SAPER INTEGRARE
Litigare sulla sicurezza e l’ordine pubblico ogni volta che il sangue infiamma gli animi è la maniera peggiore di affrontare il problema. E però è quella usuale: il sistema politico-mediatico funziona per sussulti emotivi, per tempeste di decibel, addossandosi a vicenda responsabilità che sarebbe più interessante e fruttuoso condividere.
Le bande di adolescenti latinos, per esempio, e le violenze dei ragazzi nordafricani di seconda generazione: sono il frutto di una disastrosa e antica incapacità di integrazione non di questo governo, ma del sistema-Italia nel suo complesso
Questo governo, di suo, oltre alla speziatura razzista che lo qualifica, ci ha messo la demagogia securitaria: i centri in Albania sono un grottesco caso di scialo e presunzione e le grida contro i rave party con le quali si inaugurò la legislatura fanno ridere i polli.
Le opposizioni, per contro, non riescono a spendere mezzo ragionamento autocritico sulla differenza, enorme, tra accoglienza e integrazione. Accogliere è facile, mette in pace la coscienza. Integrare è difficile, richiede visione politica, investimenti, scuole e corsi appositi, lotta feroce al lavoro nero (nelle campagne non è più neanche una vergogna, è una cancrena), edilizia popolare, e soprattutto una forte connessione tra diritti e doveri.
La cittadinanza non è una candelina da accendere sull’ara della solidarietà. È una cosa seria, una materia che già gli italiani di quarta, decima, cinquantesima generazione masticano male e applicano peggio.
Governare l’immigrazione, governare l’ordine pubblico e governare in generale ha ben poco a che fare con le rispettive posture emotive, chiamiamole così “buonista” e “cattivista”, della sinistra e della destra. Le accuse e le urla valgono zero. Varrebbe domandarsi dove si è sbagliato; e come provare a rimediare.
(da Repubblica)
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Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
L’ANALISI DI PREGLIASCO (YOUTREND) SULLA DIFFICOLTA’ DEI 5 STELLE: “SCOMPAIONO PERCHÉ SONO AMMINISTRATIVE O PERCHÉ SONO ALLEATI DEL CENTROSINISTRA? QUESTO RIMANDA A UN FATTORE CHIAVE PER UN’ALLEANZA, LA COMPATIBILITÀ DEGLI ELETTORATI. IL CAMPO LARGO RIUSCIRÀ A TENERE INSIEME LE DIVERSE SENSIBILITÀ?”
Nessuna onda lunga del referendum. Non va sott’acqua il centrodestra a Venezia,
principale sfida di queste comunali: a marzo furono 64 mila a votare No sulla giustizia, adesso appena 43 mila hanno scelto il campo largo. Se ne è perso per strada uno su tre. Dalla laguna allo Stretto il panorama cambia poco: in 35 mila votarono contro la riforma del governo Meloni, adesso appena 22 mila i voti del centrosinistra. Ancora: se ne è perso per strada uno su tre.
Insomma, il meteo elettorale non segnala onde né cambi di vento, e queste elezioni non consegnano alcun avviso di sfratto a Palazzo Chigi. Ed è il centrosinistra, alla fine, a pagare lo scotto politico principale al primo round di queste Comunali, anche di fronte a un risultato, nel complesso, di sostanziale parità: sui 118 comuni sopra i 15 mila abitanti al voto, secondo i conti di YouTrend, il centrosinistra ha vinto al primo turno in 37, a fronte di 59 uscenti, e il centrodestra in 25, a fronte di 42 uscenti
«Il significato politico di queste Comunali, con appena 6,5 milioni di elettori al voto, era di per sé modesto — commenta Lorenzo Pregliasco, direttore di YouTrend — È stata l’opposizione a darglielo, legandolo soprattutto a una possibile vittoria a Venezia. Operazione legittima, se pensi di vincere nella città principale. Ma se poi ti va male, quell’investimento politico ti torna indietro».
A rendere ancora più fredda la doccia del campo largo a Venezia, sono i dati che emergono dall’analisi dei flussi di YouTrend.
Metà degli elettori del Movimento 5 Stelle delle Europee 2024 a questo giro ha votato il candidato di centrodestra. Un contributo decisivo, visto che la sua vittoria al primo turno è scattata per pochissimi voti (meno di 700 a fronte di una stima dai 5 Stelle che potrebbe valere più di 3 mila preferenze). Solo un elettore M5S su quattro ha scelto il centrosinistra.
Venturini ha anche saputo pescare di più tra chi due anni fa si era astenuto (il 21% contro il 5% di Martella). Per il resto gli elettori dei partiti si sono mostrati fedeli: nel centrodestra confermano la scelta di campo più quelli di FdI (86%) e Lega (82%) che di Forza Italia (70%). A sinistra, più quelli del Pd (93%) che di Avs (84%)
I risultati dei partiti, alle amministrative, sono da maneggiare con cautela: pesano molto le liste civiche. Il Pd sembra mostrare una tenuta: a Reggio scende al 9,5%, ma a Venezia è al 24,8, a Prato al 28,6. Nell’altro schieramento, FdI è spesso primo nella coalizione, ma con risultati più variabili. «Il Pd sembra avere di più uno zoccolo duro — commenta Pregliasco — FdI si mostra più elastico».
Il dato che torna ciclicamente è la difficoltà dei 5 Stelle: soprattutto se il candidato non è loro, alle amministrative tendono a scomparire. «Scompaiono perché sono amministrative o perché sono alleati del centrosinistra? — si chiede Pregliasco — Questo rimanda a un fattore chiave per un’alleanza, la compatibilità degli elettorati. Il campo largo riuscirà a tenere insieme le diverse sensibilità?».
(da Corriere della Sera)
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Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
IL FONDO ISTITUITO DALLA BANCA MONDIALE PER IL “CONSIGLIO DELLA PACE” VOLUTO DAL PRESIDENTE USA NON HA RICEVUTO ALCUN FINANZIAMENTO, NONOSTANTE LE PROMESSE DI DONAZIONI PER UN TOTALE DI 17 MILIARDI DI DOLLARI. NON È STATO DEPOSTITATO NEMMENO UN CENTESIMO
Il fondo istituito dalla Banca Mondiale per il Board of Peace voluto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump non ha ricevuto alcun finanziamento, nonostante le promesse di donazioni per un totale di 17 miliardi di dollari da parte degli Stati Uniti e di altri leader mondiali. Lo ha riportato il Financial Times, citando quattro fonti a conoscenza della questione.
“Non è stato depositato nemmeno un dollaro”, ha affermato una fonte. Il consiglio di amministrazione ha ricevuto delle donazioni, ma queste sono state depositate direttamente sul suo conto presso JPMorgan, secondo quanto affermato dal portavoce del consiglio stesso.
“Erano state individuate diverse opzioni per ottenere i finanziamenti”, ha dichiarato un funzionario del Board of Peace al Financial Times, “a questo punto, i contributori hanno scelto di avvalersi di altre soluzioni”. Come precisa il Ft, a differenza della Banca Mondiale, il conto JPMorgan non ha alcun obbligo di comunicare la propria situazione finanziaria ai contributori e ai membri del consiglio di amministrazione. Il Board of Peace si è impegnato a presentare i propri bilanci al proprio consiglio direttivo “in un momento ritenuto opportuno”, ha aggiunto il funzionario.
(da agenzie)
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