Destra di Popolo.net

L’ERA DELLA LEGA DI SALVINI E’ FINITA, IL SIMBOLO DEL FALLIMENTO DEL CARROCCIO E’ VIGEVANO CON UNA TRIPLA DEBACLE: PERDE IL SINDACO; NON VA NEANCHE AL BALLOTTAGGIO; VEDE GLI SCISSIONISTI DI “FUTURO NAZIONALE” AFFERMARSI COME SECONDO PARTITO DELLA COALIZIONE, DOPO FORZA ITALIA

Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile

DA MANTOVA A LEGNANO, DA BOLLATE A SEGRATE, LA LEGA SPROFONDA. E’ ALLARME ROSSO IN VIA BELLERIO: “A MILANO OGGI VALIAMO IL 4 PER CENTO” – LUCA SFORZINI, DIRIGENTE DEL PARTITO DI VANNACCI, FA IL MARAMALDO: “AL CARROCCIO È RIMASTA SOLO LA GESTIONE DEL POTERE, NON HANNO NEMMENO UN VOTO D’OPINIONE”

Nella piazza rinascimentale del centro di Vigevano, quella che a sorpresa Roberto Vannacci riempì lo scorso 17 maggio, il gran visir di Futuro nazionale del territorio, Luca Sforzini, se la gode: «Eravamo qui seduti al bar, due mesi fa, e con Furio Suvilla ci prendemmo un caffè insieme: prima decise di costituire il gruppo in Consiglio comunale con due eletti, poi lo abbiamo sostenuto da candidato sindaco. Alla Lega è rimasta solo la gestione del potere, non hanno nemmeno un voto d’opinione. E non rilevano più l’area del disgusto».
Succede di non rappresentare più “il disgusto”, quando si amministra una città per 26 anni e il giochino del partito “di lotta e di governo” si rompe. Vigevano, secondo centro della provincia di Pavia, 60 mila abitanti (…) è il teatro di una tripla débâcle per il Carroccio: perde il sindaco, che era Andrea Ceffa; non va neanche al ballottaggio con Riccardo Ghia, assessore uscente, gioielliere e nuovo candidato
leghista; vede gli scissionisti di Fn affermarsi come secondo partito della coalizione, dopo FI. Ma come ci si è arrivati? «Sono mancati i voti di FdI, e ci fosse stata anche FI, è matematica, saremmo andati al ballottaggio», si lamenta Ghia.
Ma rispetto al 2020, sono di sicuro spariti i consensi leghisti, col partito sceso dal 27 per cento al 9,6. L’uscente Ceffa invece parla di una combinazione di fattori: l’exploit di Vannacci, unico leader nazionale che qui s’è fatto vedere, e la polemica sui due candidati musulmani nella lista leghista. Il futurista Suvilla, ufficio elettorale di fronte al municipio, pronuncia la sua sentenza: «Ormai la Lega governava come il Pd. Sicurezza, nulla. Cura del territorio, nulla… Io facevo opposizione da destra, ora vediamo il da farsi. La coerenza però conta», ragiona.
Tradotto: Fn forse non siglerà alcun accordo col candidato azzurro per il secondo turno.
Ma per entrare meglio nel dettaglio, la colpa sta finendo tutta addosso al consigliere regionale e segretario cittadino Andrea Sala, che aveva messo in lista il portavoce della comunità islamica di Vigevano Hussein Ibrahim e Hagar Haggag, studentessa. Entrambi non avevano mai fatto politica e si erano presentati con post social dove citavano Allah. Un suicidio, quando si ha un certo tipo di elettorato. Su come sia stato possibile, a via Bellerio si risponde a taccuini chiusi: «Questa faccenda ci ha fatto perdere almeno 10 punti percentuali, mentre i due si sono portati dietro 79 preferenze. Evidentemente qualcuno voleva prepararsi la campagna elettorale delle regionali con un accordo con la comunità musulmana…».
Le candidature furono poi rinnegate dalla segreteria regionale e anche da Matteo Salvini e ora arriva il commissariamento del Carroccio. «Beh, non me ne sono occupato direttamente, ma questo è stato un doppio cartellino rosso, sia politico che popolare. Quando non si fanno scelte coerenti, finisce così», ammette Angelo Ciocca, eurodeputato fino al 2024, ras delle preferenze nella zona
La vicenda dei musulmani in lista è solo una parte della storia, perché negli ultimi anni la Lega locale è stata attraversata da una guerra senza esclusione di colpi tra Ceffa e lo stesso Ciocca.
Una storiaccia finita in tribunale, la cosiddetta “congiura di Sant’Andrea”:
Che però è generale, se si guarda la Lombardia, ex motore ideologico e granaio del consenso. Legnano, altra città simbolo: dal 15,5 del 2020 al 6 per cento; Mantova, dal 9,6 al 4,4; Corsico, dal 12,8 al 3,8; Somma Lombarda, dal 20,8 al 7,5; Segrate, pezzo di casa Mediaset, dall’8,7 per cento al 2,6; Bollate, dal 16,8 al 9 per cento. Numeri da allarme rosso per Massimiliano Romeo, il segretario della Lega Lombarda che era stato eletto per riportare un po’ di spirito nordista laddove era nato tutto.
La cura al momento non sta funzionando e per il futuro, con questi numeri, si prevede un’ecatombe di eletti per il Parlamento soprattutto al nord, ragione che fa guardare un pezzo di apparato con sempre maggior interesse a Vannacci. «A Milano oggi valiamo il 4 per cento», ammette sconsolato un lumbard. Messa così il peggio, forse, deve ancora arrivare.
(da Repubblica)

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LE BOLLETTE SALGONO, LA CRISI IMPOVERISCE GLI ITALIANI, MA IL GOVERNO HA UN’ALTRA PRIORITÀ: IL “MELONELLUM”

Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile

FDI D’ITALIA ACCELERA SULLA RIFORMA DELLA LEGGE ELETTORALE, PER PORTARE IL PROVVEDIMENTO IN AULA ENTRO FINE GIUGNO: IN COMMISSIONE AFFARI COSTITUZIONALI ALLA CAMERA ARRIVERÀ IL TESTO “MODIFICATO”, CON UN INNALZAMENTO DAL 40 AL 42% DELLA SOGLIA PER OTTENERE IL PREMIO DI MAGGIORANZA E L’ABOLIZIONE DEL MECCANISMO DEL BALLOTTAGGIO – RESTA IL NODO DELLE PREFERENZE: LA BASE DI FDI PRETENDE DI REINTRODURLE, MA FORZA ITALIA E LEGA FANNO MURO: “NON SE NE PARLA, SE PASSANO SALTA TUTTO”

Per una legge elettorale «scritta insieme» c’è ancora da attendere: probabilmente un pezzo. Per lo Stabilicum, la legge elettorale voluta dal centrodestra invece i lavori proseguono.
Le novità rispetto al testo precedente sono state messe a punto dagli sherpa del centrodestra e sono sostanzialmente tre: per ottenere il premio di maggioranza sarà necessario che una coalizione raggiunga il 42%, il 40% non basta più.
Punto secondo, il tetto massimo che una coalizione può raggiungere alla Camera grazie al premio non è più di 230 seggi (con la possibilità di arrivare a 240 con gli eletti all’estero e le autonomie), ma soltanto di 220, al Senato si passerebbe da 114 a 113. Infine, è scomparsa qualunque ipotesi di ballottaggio, fin qui prevista se entrambi gli schieramenti non raggiungessero la soglia utile a far scattare il premio.
Ieri si sono aperti i lavori della commissione Affari costituzionali della Camera, presente la ministra delle Riforme Casellati. E subito i toni si sono accesi. Le opposizioni chiedevano un nuovo testo prima di proseguire con la discussione generale, il leghista Igor Iezzi a dire che un testo ancora non c’era.
La maggioranza non intende presentare un testo per farlo subito impiombare da «milioni di emendamenti». In breve: alla richiesta di un nuovo testo, il centrodestra ha risposto picche.
«È un po’ il gioco dell’oca — ha detto il dem Gianni Cuperlo —. Abbiamo chiesto che almeno i relatori ci illustrassero le modifiche, ma invece siamo partiti con il dibattito».
Resta ancora assolutamente aperta la questione delle preferenze. FdI da sempre vorrebbe reintrodurle, FI e Lega si voltano solo a sentirle menzionare
La mediazione potrebbe essere i capilista bloccati. Roberto Vannacci ieri ha promesso di fare «tutti gli emendamenti e tutti gli ordini del giorno possibili» per reintrodurle: «Anche se sappiamo che le dinamiche di potere e le mosse del cavallo delle segreterie dei partiti saranno difficili da superare».
L’imperativo di Palazzo Chigi è correre. E la maggioranza corre veloce sulla legge elettorale. ieri mattina alle 8.30 – un’ora prima dell’inizio dei lavori – gli sherpa del centrodestra, ospiti degli uffici di FdI a Montecitorio, erano già riuniti per limare l’iter
A sera i tecnici legislativi ancora ragionavano sulle sudate carte per portare a casa il risultato: salvo ritardi last minute, arriverà oggi in commissione Affari costituzionali alla Camera il testo bis con i correttivi concordati.
La capigruppo di Montecitorio calendarizzerà il provvedimento in aula per la fine di giugno, probabilmente il 30. È il passaggio che permetterà di velocizzare i tempi. A ridosso della data, infatti, davanti all’ostruzionismo delle opposizioni, la maggioranza potrà decidere di far cadere tutti gli emendamenti in commissione e arrivare all’esame dell’assemblea senza mandato al relatore.
Aggirando così l’ostruzionismo garantito delle minoranze. Giorgia Meloni vuole a tutti i costi chiudere a Montecitorio entro luglio: «O così o salta» è il ragionamento ripetuto in FdI.
L’ipotesi del restyling sostanziale, già anticipata dai giornali, ieri ha messo ancor più sul piede di guerra le opposizioni. «Perché iniziamo il dibattito su un testo che di fatto voi stessi dite che non c’è più?», osservava il deputato Pd Gianni Cuperlo a margine della seduta.
Il vero problema rimane sempre lo stesso: le preferenze. FI e Lega sono state perentorie: «Non se ne parla, se passano salta tutto». FdI ha recepito il messaggio. Tant’è che gli stessi meloniani hanno smesso di assicurare nelle dichiarazioni pubbliche che tenteranno di introdurle
Un emendamento, dovesse esserci, arriverà non in commissione, ma in aula: lì dove è già pronto il paracadute del voto segreto, che può essere richiesto da venti deputati o da un capogruppo. Eventualità, appunto: non è escluso che alla fine la proposta non venga nemmeno azzardata
I Fratelli per salvare la faccia stanno prospettando agli alleati una via di mezzo: un sistema misto tra nomi bloccati e preferenze. Per risolvere l’impasse, sarebbe stato arruolato un esperto e veterano di complicanze parlamentari: il presidente del Senato Ignazio La Russa.
(da “Corriere della Sera”)

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SCHLEIN E CONTE HANNO UN PROBLEMA ENORME IN VISTA DELLE POLITICHE E RIGUARDA L’ALLEANZA PD-M5S: A VENEZIA LA METÀ DEGLI ELETTORI CHE ALLE EUROPEE HA VOTATO 5 STELLE, HA SCELTO IL CANDIDATO DEL CENTRODESTRA

Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile

IL M5S E’ AI MINIMI NELLE CITTA’, LA BASE NON SEGUE LE SCELTE DEI VERTICI, CONTE FA AUTOCRITICA: “SE C’È UNA COSA CHE INSEGNANO QUESTE COMUNALI È CHE BISOGNA ESSERE VICINO AI CITTADINI IN MODO PRAGMATICO E NON IDEOLOGICO”

Non solo Venezia, città simbolo e cartina al tornasole per leggere i risultati che molti, tra i 5Stelle, definiscono deludenti. Ma ci sono anche molti capoluoghi dove il partito guidato da Giuseppe Conte non si è presentato o non è entrato in consiglio comunale.
Nella città del leone alato i 5Stelle sono riusciti a conquistare un seggio soltanto attestandosi al 2,61%. Ed è qui che l’analisi del voto è amara: a determinare la sconfitta del candidato del campo largo Andrea Martella sarebbero stati proprio gli stellati.
Secondo le elaborazionidi Youtrend, la metà degli elettori che alle Europee ha votato Movimento 5 Stelle, alle amministrative ha invece scelto il candidato del centrodestra Simone Venturini, «e questo – secondo l’istituto di ricerca – è stato decisivo per la sua vittoria al primo turno visto che ha superato di poco la soglia della maggioranza assoluta dei voti validi». L’ex assessore è stato eletto infatti con il 51,03%.
Nell’area progressista, sempre stando alla comparazione con le Europee, tra gli elettori del Pd solo il 3% (come Avs) ha votato Venturini e il 93% Martella (percentuale che scende all’84% tra gli elettori rossoverdi). Nella base M5S invece la percentuale di coloro che hanno scelto Venturini cresce di molto arrivando al 50%: solo il 24% ha scelto Martella.
Conte è cauto
Punta i fari sul ritorno «di un astensionismo elevato» per questo chiede prudenza, ma l’astensionismo si è registrato anche tra i suoi elettori. Poi il dito contro «la presidente Meloni che si è sentita ringalluzzita dal voto di Venezia, dove non mi sembra sia stata in campagna elettorale. Parliamo di un civico, sono elementi da cui trarne delle valutazioni».
E se a Venezia il Movimento è riuscito ad eleggere almeno un consigliere, a Prato invece il campo largo sarà meno largo nonostante la vittoria del centrosinistra con Matteo Biffoni del Pd che ha ottenuto il 54,73% dei voti. Qui infatti M5S è sparito dal consiglio comunale: il 2,33% non è bastato. E sempre in Toscana, anche a Pistoia il partito di Conte non entrerà in municipio. Giovanni Capecchi ha portato il centrosinistra alla riconquista della città, dopo una consiliatura di centrodestra a guida Tomasi, incassando il 54,42% dei voti. M5S si è fermato al 2,34%.
In generale nel centrosinistra Avs ha superato costantemente M5s, eccetto ad Avellino, Macerata e Chieti. Flop anche in Sicilia, un tempo roccaforte grillina. A Messina i pentastellati si sono fermati al 3%, a Enna invece non si sono presentati così come ad Agrigento dove a correre per la carica di sindaco c’è un loro ex parlamentare, Michele Sodano. Assenti anche a Reggio Calabria. Va un po’ meglio in Campania, dove a Salerno il Movimento ha superato il 4% e ad Avellino il sette.
«Il nostro percorso prosegue», garantisce Conte: «Se c’è una cosa che insegnano queste comunali è che bisogna essere vicino ai cittadini in modo pragmatico e non ideologico». È vero che M5S è un partito che mai ha brillato negli appuntamenti con le amministrative, a parte vittorie come a Roma o Torino, ma questa volta a Venezia ha pesato più che in altre occasioni o parti d’Italia.
(da Repubblica)

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AVEVA RAGIONE BIDEN: PUTIN È UN “MACELLAIO”. SECONDO L’INTELLIGENCE BRITANNICA, QUASI 500MILA SOLDATI RUSSI SONO STATI UCCISI DALL’INIZIO DELLA GUERRA IN UCRAINA – PER GLI ESPERTI, IL DATO DIMOSTRA CHE PUTIN “STA ARRETRANDO SUL CAMPO DI BATTAGLIA”. IN PASSATO L’UCRAINA AVEVA INDICATO CIFRE PIÙ CHE DOPPIE, INTORNO AL MILIONE DI MORTI

Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile

L’’UE È PRONTA AD APRIRE A GIUGNO I PRIMI CAPITOLI PER L’ADESIONE DI KIEV… ZELENSKY CHIEDE A TRUMP PIÙ MUNIZIONI PER I SISTEMI PATRIOT

Quasi 500.000 soldati russi sono stati uccisi dall’inizio della guerra in Ucraina. Lo ha dichiarato Anne Keast-Butler, direttrice della Gchq, l’agenzia d’intelligence britannica, omologa dell’americana Nsa, che si occupa di cyberattacchi e di spionaggio e controspionaggio digitale. Secondo Keast-Butler, il dato dell’intelligence di Londra dimostra che Vladimir Putin “sta arretrando sul campo di battaglia”. In passato Kiev aveva indicato anche cifre più che doppie, intorno al milione di morti.
L’Ue pronta ad aprire a giugno i primi capitoli per l’adesione di Kiev
La Commissione Ue va verso la proposta dell’apertura del primo gruppo di capitoli negoziali, o ‘cluster’, sull’adesione dell’Ucraina al Consiglio Affari generali del 16 giugno. L’incontro precede il summit dei leader Ue del 18-19 giugno, che potrà esprimersi sulla proposta. E’ quanto si apprende da diverse fonti a Bruxelles. Secondo il portale europeo Euractiv.com ci sarà la proposta di aprire il primo ‘cluster’ anche per la Moldavia. A concorrere all’accelerazione è stato anche l’arrivo di Peter Magyar a capo del governo Budapest. Un incontro tra Magyar e Volodymyr Zelensky potrebbe essere calendarizzato agli inizio di giugno.
Zelensky chiede a Trump più munizioni per fermare i missili di Mosca
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha chiesto agli Stati Uniti maggiori munizioni per i sistemi di difesa aerea Patriot al fine di contrastare i missili balistici russi. Lo riporta l’Afp. Secondo un documento visionato dall’agenzia di stampa, in una lettera datata 26 maggio e indirizzata al presidente statunitense Donald Trump, Zelensky ha chiesto agli Stati Uniti di “aiutarci a garantire questo strumento vitale di protezione contro il terrorismo russo, i missili Patriot Pac-3 e i sistemi aggiuntivi, per fermare i missili balistici russi e altri attacchi missilistici russi”.
La richiesta di Zelensky a Trump arriva pochi giorni dopo uno dei peggiori attacchi combinati di missili e droni lanciati contro Kiev dall’invasione russa dell’Ucraina, avvenuta oltre quattro anni fa. L’appello sottolinea quanto l’Ucraina dipenda dai suoi alleati occidentali per contrastare i bombardamenti missilistici russi, nonostante abbia sviluppato un sistema per l’intercettazione di droni a lungo raggio che è l’invidia di alcuni degli eserciti più avanzati al mondo.
In dichiarazioni separate rilasciate all’Afp, un alto funzionario della presidenza ucraina ha ammesso che reperire munizioni per i sistemi di difesa aerea avanzati forniti dagli alleati occidentali di Kiev è “complicato”.
“È difficile trovare missili in questo momento, dato che ci sono così tanti altri ordini nel Golfo e in altre zone simili. E anche le forniture tramite il Purl hanno subito dei rallentamenti”, ha spiegato, riferendosi al sistema che permette agli alleati europei dell’Ucraina di acquistare armi dagli Stati Uniti per conto di Kiev. La guerra in Medio Oriente, che ha visto gli alleati statunitensi impiegare enormi quantità di munizioni per la difesa aerea a protezione delle postazioni nel Golfo, ha aggravato la carenza che l’Ucraina affronta dall’inizio del conflitto.
(da agenzie)

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DESTRA DI POPOLO VA DIECI GIORNI IN VACANZA

Maggio 17th, 2026 Riccardo Fucile

CI RITROVIAMO GIOVEDI’ 28 MAGGIO

Dopo 14 mesi senza pause, il blog va in vacanza per 10 giorni: riprenderemo la pubblicazione degli articoli giovedi’ 28 maggio (ogni tanto abbiamo bisogno di disintossicarci dalle vicende italiche e tirare il fiato).
Un grazie alle migliaia di lettori che ogni mese seguono un blog anticonformista che da quasi 19 anni rappresenta un “unicum” a livello nazionale e di “destra sociale”.
Una voce libera oltre gli steccati ideologici che non ha paura di raccontare fatti e verita’ scomode.
Ps Domenica prossima ci saranno elezioni amministrative in diversi comuni italiani. Un’occasione per mandare a casa diversi sindaci sovranisti, in primis Venezia e la corte dei miracolati di Brugnaro.
Un abbraccio a tutti

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LA SOLITA ITALIA DA RECOVERY. PER RIUSCIRE A REALIZZARE LE GRANDI OPERE INSERITE NEL PNRR E “AGGIRARE” I RITARDI, IL GOVERNO LE HA RIVISTE, SPEZZETTATE IN VARI LOTTI O SFILATE DAL PIANO E MESSI A CARICO DEL BILANCIO ORDINARIO. MA PER LA CORTE DEI CONTI IL RIDIMENSIONAMENTO DEI PROGETTI “RISCHIA DI SFOCIALE IN OPERE INCOMPLETE”

Maggio 17th, 2026 Riccardo Fucile

SECONDO OPENPOLIS, LO STATO DI FINANZIAMENTO DELLE “INFRASTRUTTURE STRATEGICHE” FINANZIATE DALL’EUROPA (TRA FERROVIE, TRAMVIE, PORTI, DIGHE E ACQUEDOTTI) È AL 52% … E I 25 MILIARDI DI FONDI ANDATI AL GRUPPO FS? 18 MILIARDI DI SPESA SONO STATI RENDICONTATI A BRUXELLES, MENTRE GLI ALTRI 7 MILIARDI SONO GIÀ STATI MESSI A TERRA

Se i progetti più grandi non fossero stati spezzettati in vari lotti funzionali, come ha suggerito a suo tempo la Commissione europea, o sfilati dal Piano e messi a carico del bilancio ordinario dello Stato perché di difficile realizzazione nei 4 anni di tempo concessi dalla Ue, l’Italia si sarebbe trovata in grande difficoltà nel portare a termine entro il 30 giugno la realizzazione delle grandi opere inserite nel Pnrr.
Secondo la Corte dei Conti, che in settimana ha presentato una nuova relazione sullo Stato di avanzamento del Pnrr, il capitolo «infrastrutture» come pure altri inseriti nel pacchetto finanziato coi fondi Ue, presenta comunque «alcune criticità».
In linea generale «l’attuazione degli interventi risulta sostanzialmente in linea con gli obiettivi concordati a livello europeo», ma il ridimensionamento dei progetti secondo la magistratura contabile «rischia di sfociale in opere incomplete»
In base ai dati aggiornati allo scorso 26 febbraio la fondazione Openpolis ha
analizzato per La Stampa lo stato di attuazione dei progetti relativi alle grandi opere. Il campione comprende in tutto 59 progetti tra ferrovie, tramvie, porti, dighe ed acquedotti finanziati col Pnrr ed inseriti nella lista delle infrastrutture strategiche e prioritarie del Paese per un ammontare di 17,4 miliardi a fronte di un costo totale di 38.
«Tutti i progetti individuati sono in corso e nessuno si è già concluso. Lo stato di avanzamento finanziario medio è pari a circa il 24,6% se si considerano gli importi totali delle opere, quindi molto basso – spiega l’analista di Openpolis, Luca Del Poggetto –. Se si considera solo la componente Pnrr però saliamo al 52,3%».
«In particolare sul fronte ferroviario i fondi del Pnrr sono stati utilizzati per accelerare e dare certezza a opere già in corso di realizzazione – spiega Andrea Giuricin, economista dei trasporti dell’Università Milano Bicocca – ed è stata una scelta corretta visto che in passato l’Italia ha faticato a completare alcune grandi opere proprio per carenza di fondi».
Il progetto più oneroso in assoluto compreso nelle lista dei 59, 9,59 miliardi in tutto (e di questi 3,69 miliardi finanziati dal Pnrr), è quello relativo al Terzo valico dei Giovi sulla linea Av Genova-Milano i cui lavori finora secondo l’analisi di Openpolis risultano pagati esclusivamente coi fondi europei per un totale di 2,54 miliardi pari al 69,05% del totale dei fondi Ue disponibili.
Arriva invece all’85,19% del «tiraggio» dei cantieri per realizzazione della sub tratta Verona-Vicenza lungo la direttrice Milano e Venezia dell’alta velocità: costo totale 3,28 miliardi di cui 2,37 finanziati dal Pnrr e ben 2,02 già pagati.
Sulla stessa linea la subtratta Brescia-Verona ha invece già assorbito il 77% dei fondi messi a disposizione dal Pnrr (2,2 miliardi in tutto a fronte di un investimento complessivo di 3,1).
Analizzando i lavori il cui importo supera il miliardo di euro e scendendo al Sud l’avanzamento «finanziario» (e quindi dei lavori) – secondo Openpolis – risulta più lento: la prima fase del lavori per portare l’Av da Salerno a Reggio Calabria ha infatti assorbito appena il 37,97% dei fondi del Pnrr (in totale 719 milioni per una tranche di quest’opera che vale 2,7 miliardi).
E’ invece al 40,33% (480 milioni a fronte di 1,19 miliardi finanziati ed una spesa totale di 1,9 miliardi) il raddoppio della tratta Cancello-Vitulano della nuova linea Av Napoli-Bari, mentre per i lavori di integrazione con l’alta velocità di questa stessa tratta non è ancora stato utilizzato un euro a fronte dei 376 milioni disponibili ed un costo totale di 1,05 miliardi di euro.
Il Gruppo Fs, alle cui società sono stati assegnati in tutto 25 miliardi di euro, pari all’11% delle risorse disponibili per l’Italia (22,74 assegnati in particolare a Rfi), conferma non solo che tutti i progetti sia del Pnrr che del Pnc sono state avviati, e che sono tutti i fase di realizzazione avanzata; tutti gli obiettivi fissati per il 31.12.2025, poi, sono stati raggiunti, e risultano già consuntivati anche a Bruxelles circa 18 miliardi di spesa (72% del totale).
Quanto ai restanti 7 miliardi, questi sono già stati messi a terra . Si tratta di interventi che riguardano sia lo sviluppo dell’Alta velocità che il potenziamento del trasporto regionale
Alle Fs sono certi di completare in tempo tutti i programmi. Detto questo, ora che mancano poche settimane dalla scadenza del 30 giugno del Pnrr, secondo la Corte dei Conti occorre «velocizzare gli interventi in corso».
«Da qui ai prossimi anni è estremamente importante avere le risorse necessarie per mandare avanti tutti i cantieri: oggi questo è il punto – sostiene Giuricin -. Perché anche se manca il controllo dell’Europa tutte le opere vanno comunque completate. Non avrebbe infatti senso lasciarle a metà».
(da La Stampa)

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NEONATA DI POCHE SETTIMANE MUORE DI IPOTERMIA DOPO LO SBARCO A LAMPEDUSA

Maggio 17th, 2026 Riccardo Fucile

UNA MOTOVEDETTA DELLA GUARDIA DI FINANZA HA SOCCORSO 55 PERSONE A POCHE MIGLIA DA LAMPEDUSA, TROPPO TARDI

Un viaggio su un barchino di metallo di 7 metri, costato dalle 400 alle 600 euro a persona, si è trasformato nell’ennesima tragedia nel Mediterraneo. Una neonata di pochi giorni ha perso la vita a Lampedusa, dopo una traversata in mare su un barchino. Il decesso della piccola è avvenuto subito dopo lo sbarco sull’isola al molo Favarolo, dove è arrivata insieme alla madre.
La vicenda
Questa mattina, poco prima dell’alba, intorno alle 4.30, al molo Favarolo sono sbarcate 55 persone originarie di Camerun, Costa d’Avorio, Gambia, Guinea, Mali, Nigeria e Sierra Leone, dopo il soccorso effettuato della motovedetta V1307 della Guardia di finanza, che le ha recuperate in mare. Fra loro c’erano anche sette donne e sei minori. I migranti che viaggiavano con madre e figlia hanno detto di essere salpati da Sfax-El Amra in Tunisia alle 2 circa di ieri.
La neonata una volta arrivata è subito apparsa in condizioni cliniche critiche, ed è stata trasferita al Poliambulatorio assieme alla madre. La bambina però è deceduta durante il trasporto. Giunti al Poliambulatorio, i medici non ha potuto fare altro che constatare il decesso della piccola, che aveva poche settimane, forse poco più di un mese.
La Procura apre un’inchiesta per la morte della neonata
Ora la Procura di Agrigento ha aperto un’inchiesta. È stata disposta l’ispezione cadaverica che dovrà confermare l’ipotermia come causa del decesso. La madre sarà sentita per ricostruire i dettagli della traversata e come e quando la bimba ha iniziato a mostrare segni di malessere. La donna ha, al momento, solo riferito che entrambe sono originarie della Costa d’Avorio. Dopo essere stata dimessa dal punto sanitario dell’isola è stata portata all’hotspot dove le verrà prestata assistenza psicologica. La salma è stata trasferita alla camera mortuaria del cimitero di Cala Pisana.
Le reazioni
“Mentre lo Stato attacca chi salva vite in mare indagando il capitano di Sea-Watch, a Lampedusa è arrivata una neonata di un mese, morta tra le braccia della mamma, dopo una traversata di tre giorni. Chi pagherà per quest’ingiustizia?”. È il commento dell’Ong tedesca Sea Watch.

(da agenzie)

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URSO, UN DISASTRO DOPO L’ALTRO. IL CASO ELECTROLUX, CON 1.700 LAVORATORI CHE FINIRANNO A CASA, PORTA A 44 IL CONTEGGIO DEI TAVOLI DI CRISI ATTIVI AL MINISTERO DEL MADE IN ITALY

Maggio 17th, 2026 Riccardo Fucile

LE AZIENDE IN DIFFICOLTÀ SPAZIANO TRA I VARI SETTORI INDUSTRIALI, DELL’AUTOMOTIVE (BOSCH BARI E SPEEDLINE) ALLA SIDERURGIA/METALLURGIA (LIBERTY MAGONA, JSW STEEL PIOMBINO), FINO ALL’ARREDAMENTO (NATUZZI) E ALLA MICROELETTRONICA (SIAE). SENZA DIMENTICATE IL “BUBBONE” DELL’EX ILVA

Il caso Electrolux porta a 44 il conteggio dei tavoli di crisi attivi, in tutti i principali settori industriali, al ministero delle Imprese e del made in Italy. Il “bianco” era già rappresentato nella lista da Beko, ora si aggiunge un dossier complicatissimo, che prefigura 1.700 esuberi.
Tra i 44 tavoli ministeriali figurano crisi conclamate che vanno dalla filiera dell’automotive (Bosch Bari e Speedline ad esempio), alla siderurgia/metallurgia (Liberty Magona, Eurallumina, Jsw Steel Piombino), dall’arredamento (Natuzzi) alla microelettronica (Siae).
Electrolux Italia già figurava in un differente elenco, quello dei 33 tavoli di crisi in fase di “monitoraggio”, come coda di una vecchia vertenza.
Il settore degli elettrodomestici – sembrano concordare ministero e sindacati – sta scontando in Italia l’esplosione degli effetti di una difficoltà strutturale a livello continentale, con i produttori extraeuropei che hanno guadagnato spazi quasi impronosticabili soltanto pochi anni fa.
La vicenda Beko, a controllo turco, è stata per lunghi mesi paradigmatica. La crisi si era aperta con quasi 2mila esuberi, si è poi giunti a un accordo che ne ha previsti 700 in meno con un impegno per 300 milioni di investimenti in Italia.
A sbloccare la situazione è stato un compromesso diplomatico giocato anche su altri piani, tramite i contatti tra ministero delle Imprese e del made in Italy e il ministero dell’Economia di Ankara che hanno portato all’acquisizione di Piaggio Aerospace da parte della turca Baykar.
A un anno dall’accordo, secondo il ministero per le Imprese e il made in Italy, l’azienda «ha confermato la prosecuzione dell’attuazione del piano di trasformazione industriale in Italia, in coerenza con gli impegni sottoscritti. Sono stati finora destinati circa 110 milioni di euro agli stabilimenti italiani».
Ma i sindacati sono meno ottimisti. In un report, la Fim-Cisl sottolinea che «ad oggi, per lo stabilimento di Siena, non c’è una proposta industriale concreta che permetta di mantenere la vocazione produttiva del sito per almeno 300 occupati e anche negli altri siti italiani la produzione risente del calo della domanda europea».
Specchio fedele di come è cambiato il mercato del “bianco” in Italia: nel low cost dominano i produttori extra-europei, la fascia media di gamma è in crisi conclamata e alla fine sopravvive chi si colloca sul made in Italy di livello alto (Smeg ed Elica ad esempio) o chi ripiega sulla logistica.
(da agenzie)

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NEL RISIKO DI TRUMP, LA PROSSIMA A CADERE E’ CUBA: IL CAPO DELLA CIA JOHN RATCLIFFE VOLA A L’AVANA PER INCONTRARE RAÚL GUILLERMO RODRIGUEZ CASTRO, IL NIPOTE PREDILETTO DELL’EX PRESIDENTE, NONCHÉ UNO DEGLI UOMINI PIÙ INFLUENTI DEL REGIME: DOVRANNO DISCUTERE DELLE NUOVE RELAZIONI DIPLOMATICHE

Maggio 17th, 2026 Riccardo Fucile

WASHINGTON PROPONE AIUTI DA VINCOLARE A “CAMBIAMENTI FONDAMENTALI” COME RIFORME ECONOMICHE, L’ALLONTANAMENTO DA RUSSIA E CINA E LIBERAZIONE DEI PRIGIONIERI POLITICI … L’AVANA NON HA MOLTE ARMI: LA SITUAZIONE UMANITARIA E’ VICINA AL COLLASSO, SULL’ISOLA NON C’E’ PIU’ PETROLIO, I BLACKOUT DURANO FINO A VENTIDUE ORE AL GIORNO SU OLTRE IL 60% DEL TERRITORIO NAZIONALE, GLI OSPEDALI SONO PARALIZZATI

«L’embargo non basta a spiegare la crisi di Cuba. Non spiega lo stop alle riforme economiche promesse dal regime nel 2011 né la riforma monetaria del 2021 che ha portato l’inflazione a tre cifre. Non spiega gli investimenti miliardari nel turismo mentre molti hotel restano vuoti e vaste terre agricole restano inutilizzate. Non spiega neppure la repressione contro dissidenti e artisti come Luis Manuel Otero Alcántara e Maykel Osorbo» [Ferrer, “New York Times”, Usa, 11/5].
Il “suo” uomo all’Avana. Donald Trump ha mandato nell’isola ribelle il capo della Cia, John Ratcliffe, emblema vivente, nella retorica rivoluzionaria, del «potere dell’imperialismo statunitense». Non è la prima volta che un dirigente dell’intelligence americana si reca a Cuba. Né che incontri emissari del governo. Il fatto inedito è che la riunione sia stata ampiamente pubblicizzata – con tanto di foto – dai media super controllati del Paese. Ratcliffe, oltretutto, è arrivato in pompa magna, con tanto di aereo ufficiale della Casa Bianca.
Non ne atterrava uno dal viaggio di Barack Obama, dieci anni fa. Tanta enfasi sembrerebbe indicare uno snodo cruciale nei nebulosi negoziati in corso da quattro mesi tra i due nemici storici a partire dal cambio della guardia in Venezuela e dal blocco petrolifero decretato da Washington.
L’oggetto della trattativa è opaco. Più chiaro, invece, cosa non si sta negoziando: la democratizzazione dell’isola socialista. Con il consueto humor nero, i cubani definiscono i piani di Trump una «dittatura Coca Cola». Un cambio di vertice che non intacchi la struttura del sistema, sul modello di Caracas. Anche stavolta ad essere “sacrificato” sarebbe il presidente. Sulla carta sarebbe facile: al contrario di Nicolás Maduro, Miguel Díaz-Canel non detiene il potere reale, ancora nelle mani del clan Castro.
E quest’ultimo verrebbe “esentato” dalla purga. Incluso l’anziano Raúl, ancora “jefe máximo”, capo supremo, come lo chiama Díaz-Canel, nonostante i 94 anni. La sostituzione interna tra élite, però, scatenerebbe l’ira degli esuli di Miami, i quali
aspirano ad assumere la guida dell’isola. E la loro opinione conta: a differenza dell’opposizione venezuelana, costituiscono una base elettorale fondamentale del movimento MAGA e del segretario di Stato, Marco Rubio, già in corsa per le presidenziali 2028.
In cambio della fine dell’embargo energetico, l’Avana continua ad offrire cooperazione sui temi della sicurezza, migrazione, narcotraffico. Dossier su cui la cooperazione fra i due Paesi è storica, al di là della retorica.
Lucia Capuzzi
per “Avvenire”

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