Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile
LA SCOMMESSA DELLE COMPAGNIE AEREE PER SCONGIURARE UN CALO DELLE PRENOTAZIONI ESTIVE
Per settimane, i timori per la mancanza di carburante per aerei sembravano presagire
un’estate da incubo, con migliaia di voli cancellati e tanti altri a rischio. In realtà, rivela un’indagine del Financial Times, da qualche settimana i prezzi dei voli sono tornati a scendere, con le compagnie aeree che stanno abbassando i prezzi per scongiurare un calo delle prenotazioni. Da un’analisi sui dati di Google Flights, emerge che diverse compagnie aeree europee stanno abbassando le tariffe per l’estate nel tentativo di rilanciare le prenotazioni.
L’inaspettato calo dei prezzi
L’analisi del quotidiano britannico prende in esame le tariffe più basse disponibili su Google Flights per alcune delle principali rotte europee verso il Mediterraneo. Tra il 9 aprile e il 6 maggio, i prezzi per una settimana di vacanza a luglio sono scesi in 27 delle 50 tratte considerate. In quindici casi, il calo è stato pari o superiore al 10%, mentre su otto rotte la riduzione ha superato il 20%. Il caso più evidente citato dal Financial Times è quello dei voli tra Milano e Madrid, dove la discesa ha raggiunto il 44%.
Anche alcune ricerche effettuate da Open su Google Flights per una settimana di vacanza, da lunedì 29 giugno a domenica 5 luglio, confermano la lettura del Financial Times e mostrano prezzi bassi o comunque nella fascia «tipica» dalla piattaforma. Per un Milano-Palermo, Google segnala 42 euro come prezzo del volo più economico, in calo rispetto a uno e due mesi fa. Sulla tratta Roma-Maiorca, il prezzo minore rilevato è di 36 euro, anche in questo caso in discesa. Più alta, ma comunque allineata alla media storica indicata dalla piattaforma, la tariffa per Milano-Tokyo: 709 euro, con un intervallo abituale tra 670 e 810 euro. Due screenshot di Google Flights che mostrano la discesa dei prezzi dei biglietti aerei nelle ultime settiman
La mossa delle compagnie aeree per convincere i clienti
Il nodo, più che la domanda in sé, sembra essere la cautela dei consumatori. Andrew Lobbenberg, analista di Barclays, parla al Financial Times di una «partita di fiducia» tra compagnie aeree, agenzie di viaggio e clienti: molti rimandano la prenotazione, aspettano l’ultimo momento o scelgono mete più vicine. Per questo, sostiene, vettori e tour operator sono spinti a offrire prezzi più bassi per sbloccare la domanda. Una dinamica confermata anche dall’amministratore delegato di Wizz Air, József Varadi, secondo cui «è possibile stimolare la domanda, ma a un costo». E nel breve periodo, questo si traduce proprio in una riduzione delle tariffe.
Il rischio cancellazione e i prezzi più alti per chi aspetta
Il paradosso è che i prezzi bassi di oggi non garantiscono che la situazione resti così fino all’estate. Alcune compagnie hanno già tagliato alcune tratte e, secondo le stime citate dal Financial Times, tra il 5 e il 15% dei voli potrebbe essere cancellato nei mesi estivi, a seconda dell’evoluzione della crisi nello Stretto di Hormuz. I passeggeri che hanno già prenotato verrebbero con ogni probabilità riprotetti su altri voli, mentre chi aspetta potrebbe trovarsi davanti a meno posti disponibili e tariffe più alte. Insomma, i cieli quest’estate non resteranno vuoti e il mercato dei voli estivi non rischia di diventare più caro. Piuttosto, molto più imprevedibile.
(da Open)
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Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile
TAJANI: “BASTA AGGRESSIONI AI CRISTIANI” (AI PALESTINESI INVECE SI PUO?)… L’IRA DELLO STATO TERRORISTA DI ISRAELE: “OLTRAGGIOSO”
L’Unione europea ha deliberato oggi per la prima volta di sanzionare i coloni israeliani
ritenuti responsabili di azioni violente in Cisgiordania: vengono colpiti dalle nuove sanzioni Ue, come ha riassunto il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, «le organizzazioni israeliane colpevoli di sostenere la colonizzazione estremista e violenta della Cisgiordania, così come i loro dirigenti». A deliberare la decisione sono stati oggi i ministri degli Esteri dei 27 riuniti a Bruxelles. L’opzione delle sanzioni mirate contro i protagonisti delle peggiori violenze anti-arabe in Cisgiordania – assalti a persone, case, villaggi – era sul tavolo dell’Ue da tempo, ma sino al mese scorso la decisione era sempre stata bloccata da Paesi recalcitranti, in particolare dall’Ungheria.
La svolta Ue dopo la sconfitta di Orbán
Ora che Viktor Orbán ha perso le elezioni e a Budapest si è insediato il nuovo governo di Péter Magyar, e che hanno indurito la posizione verso Israele anche tradizionali alleati di peso come Italia e Germania, nessun Paese Ue ha più posto ostacoli all’adozione della decisione. Al contempo il Consiglio Esteri ha anche deciso di imporre nuove sanzioni ai principali dirigenti di Hamas, «movimento terroristico che deve essere imperativamente disarmato ed escluso da qualsiasi partecipazione al futuro della Palestina», ha ricordato ancora Barrot nel celebrare la doppia decisione. «Era ora che passassimo dall’impasse ai fatti. Estremismi e violenze hanno conseguenze», gli ha fatto eco l’Alta rappresentante Ue per la politica estera Kaja Kallas.
Tajani: «Inaccettabili le aggressioni ai cristiani»
Ad appoggiare le sanzioni Ue ai coloni è stata dunque anche l’Italia di Giorgia Meloni. Lo ha confermato il ministro degli Esteri Antonio Tajani parlando ai cronisti al termine della riunione, spiegando che a contribuire all’indurimento della posizione dell’Italia verso Israele sono state anche le ripetute aggressioni o provocazioni contro obiettivi cristiani, in Cisgiordania ma anche in Libano o dentro Israele stesso. «Sono troppe e inaccettabili; c’è un atteggiamento aggressivo che non ci piace», ha detto Tajani enumerando i casi susseguitisi nelle ultime settimane – dal divieto al Cardinale Pierbattista Pizzaballa di dire messa al Santo Sepolcro nella Domenica delle Palme all’agguato a una suora a Gerusalemme, dagli attacchi ai cristiani in Cisgiordania alla distruzione di una statua della Madonna da parte di un soldato nel sud del Libano. «Sono tutte cose che non vanno. Così come noi proteggiamo sempre i cittadini di religione ebraica in Italia, vogliamo che ci sia un atteggiamento duro di condanna nei confronti degli attacchi a minoranze religiose in Israele», ha detto Tajani.
La carta dell’embargo sui prodotti dei coloni
Altre misure punitive verso Israele per le sue recenti decisioni e condotte per il momento non ne sono state decise, anche se qualcos’altro potrebbe muoversi nei prossimi mesi. Sul fronte del blocco doganale alla messa in commercio nell’Ue di prodotti venduti da imprese basate in insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania, in particolare, i ministri degli Esteri dei 27 hanno deciso di chiedere alla Commissione di predisporre una proposta che sarà poi esaminata dai governi stessi. Non sono invece neppure entrate nel menu della discussione di oggi, dopo la chiara opposizione espressa già all’ultimo Consiglio Esteri in particolare da Italia e Germania, altre azioni più forti contro Israele, come sanzioni ai ministri oltranzisti stessi (Itamar Ben-Gvir e Betzalel Smotrich) o la sospensione anche solo parziale dell’Accordo di Associazione Ue-Israele – strada per la quale una petizione popolare ha raccolto nei mesi scorsi oltre 1 milione di firme dopo la mobilitazione di movimenti pro-palestinesi e partiti di sinistra.
L’ira di Gerusalemme: «Decisione oltraggiosa»
La sola decisione di sanzionare dirigenti ed organizzazioni oltranziste degli insediamenti ebraici oltre la Linea Verde ha però già provocato l’ira funesta del governo israeliano. «Israele respinge fermamente la decisione di imporre sanzioni a cittadini e organizzazioni israeliane. L’Ue ha scelto in modo arbitrario a causa delle sue opinioni politiche e senza alcun fondamento», protesta il ministro degli Esteri dello Stato ebraico, Gideon Sa’ar. Secondo cui l’equilibrismo con cui l’Ue ha contemporaneamente deliberato anche nuove sanzioni a Hamas sarebbe la classica toppa peggiore del buco. «Oltraggioso e inaccettabile», per Sa’ar, «il paragone che l’Ue ha scelto di fare tra cittadini israeliani e terroristi di Hamas, un’equivalenza morale completamente distorta». «Israele ha sempre difeso diritto degli ebrei a stabilirsi nel cuore della nostra patria. Nessun altro popolo al mondo ha un diritto alla propria terra così documentato e consolidato come quello del popolo ebraico alla Terra d’Israele. Questo è un diritto morale e storico, riconosciuto anche dal diritto internazionale, e nessun soggetto può sottrarlo al popolo ebraico», conclude la replica al veleno il ministro degli Esteri di Benjamin Netanyahu. «Qualsiasi tentativo di imporre opinioni politiche attraverso le sanzioni è inaccettabile e non avrà successo».
(da agenzie)
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Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile
PIATTAFORME ACCUSATE DI CAPOLARATO, SI SALVA SOLO JUST EAT CHE NEL 2021 HA ASSUNTO I RIDER
Per anni, il food delivery italiano ha vissuto su un equilibrio fragile: consegne rapide, prezzi bassi e rider pagati una miseria. Un modello fondato sulla promessa della flessibilità, ma anche su un’ambiguità che sta diventando sempre più difficile da evitare: quanto è davvero autonomo un lavoratore che riceve gli ordini da un’app, viene valutato da un algoritmo, si muove dentro zone stabilite dalla piattaforma e dipende dalle consegne per la parte principale del proprio reddito
Questa domanda non è nuova. Anzi, è la stessa che i sindacati e diverse procure in giro per il mondo si fanno ormai da anni.
La novità è che da qualche mese la pressione su Glovo e Deliveroo – le due principali piattaforme di food delivery che non assumono i propri rider – si è intensificata: il commissariamento, le inchieste per caporalato, l’istruttoria dell’Antitrust, ma anche il decreto Primo maggio del governo e l’atteso recepimento della direttiva europea sul lavoro di piattaforma. Al punto che vale la pena chiedersi se il settore stia finalmente per cambiare pelle. Non per volontà delle aziende, quanto per la tempesta perfetta che si è creata attorno a loro.
Il fronte giudiziario: l’inchiesta del 2021, il commissariamento e il faro dell’Antitrust
Il primo fronte è quello giudiziario. Nel 2021, una maxi-indagine della procura di Milano impone alle piattaforme di regolarizzare circa 60mila rider e fa ciò che la politica fino a quel momento non è riuscita a fare, ossia accendere i riflettori sulla sicurezza sul lavoro. Quello scossone produce risposte molto diverse da parte dei colossi del settore. Nel 2023, dopo sette anni di attività, Uber Eats lascia l’Italia, sostenendo che nel nostro paese non ci sono «opportunità di crescita sostenibile a lungo termine». Just Eat sceglie la strada del lavoro subordinato, firmando un accordo con Cgil, Cisl e Uil e inquadrando i propri rider come dipendenti assunti con il contratto nazionale della logistica. Glovo e Deliveroo, invece, continuano a difendere il modello fondato su lavoro autonomo e parasubordinato.
A cinque anni di distanza da quell’indagine, la procura di Milano è tornata a scuotere il mondo del food delivery. Lo scorso febbraio, Glovo e Deliveroo sono finite sotto amministrazione giudiziaria con l’accusa di caporalato. Secondo la tesi dei magistrati, circa 40mila rider attivi a livello nazionale avrebbero lavorato per anni in condizioni di sfruttamento, con paghe inferiori fino al 90% rispetto ai minimi della contrattazione collettiva. Nei giorni scorsi arriva l’ultima mazzata, con l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato che annuncia di aver avviato un’istruttoria nei confronti di alcune società del gruppo Glovo e di Deliveroo. Secondo l’Antitrust, le aziende avrebbero comunicato «informazioni ingannevoli riguardo al loro impegno etico e alla loro responsabilità sociale verso i rider».
Il caso Just Eat, che ha scelto la strada del dialogo con i sindacati
Dei tre colossi del food delivery che operano in Italia ce n’è uno che è riuscito a schivare tutte queste inchieste. Si tratta di Just Eat, che dopo l’indagine del 2021 ha acconsentito ad assumere i propri rider. Takeaway.com Express Italy, la società di Just Eat in Italia, ha firmato con Filt Cgil, Fit Cisl e Uil Trasporti un accordo per applicare ai rider il contratto nazionale della logistica. Nell’intesa si legge che i contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato «costituiscono la forma comune di rapporto di lavoro» con cui il lavoratore svolge la propria attività. Un rider che lavora 30 ore a settimana prende circa 1.500 euro con tredicesima, ferie, malattia e infortuni.
Il testo prevede anche part-time, lavoro intermittente, pause, riposo settimanale, retribuzione oraria, indennità aggiuntive, rimborsi chilometrici, coperture assicurative. Insomma, tutti quei diritti che fino a prima del 2021 erano sempre stati negati ai rider. «Oggi Just Eat è presente in oltre 40 città. Hanno storicizzato la loro presenza e stanno vendendo bene il fatto di essere gli unici ad aver assunto i propri dipendenti», spiega Danilo Morini, funzionario della Filt Cgil che ha seguito fin dalle prime battute le vicende di Just Eat. «Dal primo contratto del 2021 abbiamo firmato tre accordi integrativi, riuscendo ogni volta a ottenere qualcosa. Il modello tiene, ma sempre in attesa di capire cosa succederà alle altre piattaforme».
L’ultimo accordo, firmato a febbraio di quest’anno, introduce anche un premio di risultato, legato a parametri di presenza e produttività, e apre tavoli su rimborsi chilometrici, spese telefoniche, copertura assicurativa per il furto dei mezzi, welfare e organizzazione locale. Tutto questo non significa che il modello Just Eat sia totalmente privo di problemi. Innanzitutto, perché rispetto al 2021 ha perso quote di mercato rispetto ai concorrenti che non assumono i propri rider. In più, fa sapere la Filt Cgil, la nuova proprietà ha da poco presentato un’istanza di licenziamento collettivo (che non riguarda i rider, ma altre figure) per ridurre i costi.
Altro che lavoretti: per molti rider le consegne sono la prima fonte di reddito
In tutti i discorsi sui rider, il nodo giuridico più controverso si concentra su una domanda: chi organizza davvero il lavoro? Le piattaforme sostengono che il rider sia libero di collegarsi quando vuole e di accettare o rifiutare le consegne. I
sindacati rispondono che questa libertà è molto limitata, perché il lavoro viene regolato di fatto dall’algoritmo. Chi consegna cibo a domicilio, inoltre, viene spesso descritto come una persona in cerca un lavoretto occasionale per arrotondare lo stipendio, ma la realtà è molto diversa.
Un report elaborato dalla Nidil Cgil ha tracciato l’identikit di chi sono i rider italiani e ha portato a galla risultati per certi versi sorprendenti. Il 91,7% di chi ha risposto al questionario è uomo, con una forte presenza di lavoratori migranti (la componente pakistana rappresenta da sola un quarto del totale). Per più di tre rider su quattro (il 76,4%), il food delivery è la principale fonte di reddito, mentre il 72,9% dice di lavorare sei o sette giorni alla settimana. Il guadagno medio per consegna si colloca molto spesso tra 2 e 4 euro lordi. E in quella cifra c’è tutto: non solo la consegna, ma anche i tempi di attesa, gli spostamenti, i costi del mezzo, il carburante, la manutenzione, il telefono.
La spinta della politica: dalla direttiva Ue al decreto Primo maggio
Accanto alla questione giudiziaria e a quella sindacale, ce n’è una politica. Su questo fronte, il prossimo passaggio decisivo sarà il recepimento della direttiva europea sul lavoro di piattaforma, approvata a fine 2024 e attesa entro la fine dell’anno. La norma introduce la presunzione legale di subordinazione, impone maggiore trasparenza sugli algoritmi e prevede una supervisione umana sulle decisioni automatizzate. Un cambio di prospettiva che potrebbe incidere direttamente sul modello usato finora da Glovo e Deliveroo.
Nel frattempo, il governo Meloni è intervenuto con il decreto Primo maggio, che secondo Morini contiene un elemento positivo ma ancora insufficiente: «Presuppone che il rider abbia caratteristiche da lavoro dipendente, salvo che l’azienda dimostri il contrario. Si inverte l’onere della prova». Per il sindacalista, il provvedimento non esaurisce il tema: «Quel decreto non è sufficiente perché parla prevalentemente di rider. Non risponde a quello che dice la direttiva europea». I sindacati, insomma, si aspettano altre iniziative da parte dell’esecutivo di Giorgia Meloni per recepire appieno la direttiva Ue entro fine anno, senza accontentarsi delle novità annunciate con il decreto Primo maggio.e
Cosa succede ora a Glovo e Deliveroo?
Proprio l’ultimo intervento legislativo del governo potrebbe scombinare le carte e reindirizzare il lavoro della procura di Milano con Glovo e Deliveroo. «Il commissariamento dura quanto il processo penale. Alla dirigenza delle due società è stata affiancata una figura che rimarrà fino a quando non verranno rimossi gli elementi contestati», spiega Francesco Melis, funzionario della Nidil Cgil. «La trattativa con la procura – sottolinea il sindacalista – era finalizzata ad alzare le retribuzioni che sono valse alle due piattaforme le accuse di caporalato. Ora che il quadro è cambiato, con il decreto Primo maggio, la procura potrebbe non accontentarsi più della questione economica».
L’intervento del governo, insomma, crea una sorta di convergenza tra politica, magistratura e sindacati, tutti uniti nel chiedere a Glovo e Deliveroo di assumere i propri rider. «Le piattaforme sono in difficoltà, per loro la strada si sta facendo sempre più stretta», osserva Melis. Di fronte a una simile pressione, gli scenari sul tavolo sono diversi: cedere alle richieste e assumere i rider, sperare di cavarsela con paghe più elevate e accordi con i sindacati oppure abbandonare l’Italia, come ha fatto Uber Eats nel 2023. Di certo c’è solo che la strada scelta finora – ossia comprare tempo e far finta di niente – non sarà percorribile ancora per molto.
(da Open)
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Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile
“GRANDE E’ LA CONFUSIONE SOTTO IL CIELO DELLA CULTURA”… SPUNTA ANCHE L’ANEDDOTO SU BUTTAFUOCO
«Ho sbagliato, mi scuso». Anzi no. «Posso sempre andare via». Dopo la nota di Palazzo
Chigi che ieri ha svelato l’incontro della premier Giorgia Meloni con il suo ministro della Cultura Alessandro Giuli i retroscena dei giornali non convergono su quanto si sono detti i due.
Secondo il Corriere della Sera, che sostiene che l’iniziativa sia partita da via del Collegio Romano, Giuli è arrivato per scusarsi: «Ho capito di aver sbagliato, di aver provocato un problema al governo e al partito».
Secondo Il Foglio invece Giuli vede spettri come Macbeth e il suo Macduff è Federico Mollicone, responsabile cultura di FdI. E a Meloni avrebbe detto: «Non ce la faccio. Io posso andare via. Io non volevo farlo, me lo avete chiesto voi».
La convocazione di Giuli si è resa necessaria perché via della Scrofa e Palazzo Chigi erano molto irritati con il Mic per la storia della cacciata di Proietti e Merlino. Secondo le chat quella del ministro della Cultura sarebbe stato «un harakiri». Ovvero un gesto degno di Yukio Mishima, intellettuale giapponese che il ministro apprezza. Giuli «chiede e ottiene un incontro» con Meloni, è il racconto del Corriere, che per primo ha parlato della cacciata dei due fedelissimi di FdI dal ministero. Sempre secondo il racconto la presentazione di Giuli cosparso con il capo di cenere è anche un modo per ristabilire i rapporti di forza.
L’aereo perduto
Terminato l’incontro Giuli doveva partire per Bruxelles ma a causa di uo sciopero il suo volo viene cancellato. Intanto Il Foglio dice che Meloni ha detto a Giuli: «Ti abbiamo sempre difeso. Di chi ti fidi?». E che lui intanto prepara anche l’addio del suo capo di gabinetto Valentina Gemignani. Secondo Giuli il capo della segreteria tecnica Merlino era un informatore di Mollicone. E la sua capa di gabinetto lo sabota. Secondo il quotidiano ieri Meloni lo ha cercato per chiedere l’incontro.Il retroscena su Buttafuoco
E intanto, a proposito della lite alla Biennale, si svela un retroscena interessante: Meloni chiese a Buttafuoco di fare il ministro e Buttafuoco rispose: «C’è chi meglio di me lo può fare, Alessandro». Insomma, per un soffio non abbiamo avuto un governo schierato con l’Ucraina con dentro un ministro che vuole invitare i russi alle kermesse. La prova definitiva del fatto che in Italia la situazione è disperata, ma non seria.
(da Open)
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Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile
DOPO SANGIULIANO E PIANTEDOSI, AVANTI UN ALTRO, ANZI PARE ALTRI DUE… EVVIVA LA FAMIGLIA TRADIZIONALE DECANTATA DAI SOVRANISTI
Un ministro con l’amante. Sarebbe il terzo dopo i casi Sangiuliano e Piantedosi. Ma come nella tradizione del gossip, non si sa chi sia. Anche se ha un profilo ben delineato. A parlarne per prima è stata Concita De Gregorio nella sua rubrica su Repubblica domenica 10 maggio. E oggi il quotidiano Libero riprende tutto con toni indignati ma di fatto dando pubblicità alla vicenda.
Il gossip
L’ex direttrice dell’Unità parla prima della vicenda del dipendente di JP Morgan che accusa la sua capa di averlo drogato e violentato, schavizzandolo. Poi arriva al punto: «Sono settimane che in tutta Roma non si parla d’altro che della prossima bomba», scrive. «Un altro ministro ancora, non Piantedosi e non Sangiuliano, un’altra ragazza, eccetera. Mogli al corrente, naturalmente. Non è mai vero che non sanno, talvolta anzi facilitano». Libero bolla tutto come pissi-pissi dei ristoranti, dei parrucchieri, delle sale che prosperano intorno al potere. Ma poi sulla storia torna anche Paolo Mieli, che ne parla «con divertita enfasi» su Radio24. Lasciando intendere, sempre secondo Libero, che si tratta di una notizia con alte potenzialità di montare.
Il ministro travolto da insolita passione
Il quotidiano aggiunge che indagando i ministri potrebbero essere anche due: «Un’amante tira l’altra, come le ciliegie». E che il protagonista della storia è stato «travolto da solita passione con una collaboratrice di qualche decade più giovane. Tanto più che ci è stato comunicato che non ci sono mogli che si sentono ferite. Chi è curioso, cerchi su internet, tra gli sposati, quali possono essere i sospetti».
Ma poi aggiunge che le sorelle Meloni si sono sottratte a ogni speculazione, in riferimento alla chiusura dei rapporti con Andrea Giambruno e Francesco Lollobrigida. E per Libero si tratta di un esempio «che gli uomini potrebbero imitare, se non per evitare di complicarsi la vita personale, per non creare problemi all’esecutivo».
(da Dagoreport)
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Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile
L’ANNUNCIO DEL MINISTRO HOXHA: TIRANA ENTRERA’ NELL’UE
L’Albania non intende estendere il suo accordo migratorio con l’Italia oltre il 2030. Lo ha
dichiarato il ministro degli Esteri albanese, Ferit Hoxha, in un’intervista ad Euractiv. «Prima di tutto, dura cinque anni e non sono sicuro che ci sarà una proroga. In secondo luogo, non ci sarà alcuna proroga perché saremo membri dell’Unione europea», ha dichiarato il ministro.
L’accordo e l’extraterritorialità
L’accordo quinquennale, che permette all’Italia di utilizzare le due strutture di Gjader e Shengjin come centri di detenzione per migranti che non hanno ottenuto asilo in Italia, è stato ratificato all’inizio del 2024 e avrà bisogno di una proroga per continuare oltre il 2029, proprio pochi mesi prima della scadenza indicata dall’Albania per l’ingresso nell’Unione europea. «Tutti hanno fatto lo stesso calcolo», ha detto Hoxha, riferendosi all’obiettivo dell’Albania di entrare nell’Ue entro il 2030. «Una volta che l’Albania entrerà, quello non sarà più territorio extraterritoriale, ma territorio dell’Unione europea», ha aggiunto.
L’adesione dell’Albania
Hoxha ha respinto le ipotesi secondo cui ciò potrebbe incentivare il governo italiano – che sostiene l’ingresso dell’Albania nell’Ue – a non permettere all’Albania di aderire, pur di mantenere operativi i centri. «L’Italia aveva bisogno di aiuto. Noi abbiamo aiutato. E questo non può essere dimenticato», ha dichiarato
Hoxha. Nei giorni scorsi secondo alcune indiscrezioni il governo Meloni stava lavorando per tornare a mandare nei due centri le persone salvate in mare, come stabiliva la lettera del patto prima delle sentenze dei giudici.
(da agenzie)
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Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile
L’IDEA NASCE DA UN FUMETTO CHE RACCONTA LA SOLITUDINE DELLA GENITORIALITA’, SOPRATTUTTO DELLE MADRI, DURANTE LE ORE NOTTURNE, QUANDO I FIGLI NON DORMONO
La notte, con un bambino che piange ininterrottamente, può sembrare veramente infinita. Lo sanno molto bene le madri, spesso costrette, nei delicati equilibri familiari, a prendersi cura da sole dei loro figli nelle ore notturne. Ore interminabili, dense di desolazione e senso di solitudine, nelle quali è più facile per loro sentirsi abbandonate dalla famiglia, ma anche dalle istituzioni, che normalmente forniscono aiuto solo di giorno. Eppure in Giappone un manga pubblicato nel 2017 sta suggerendo un modo nuovo per venire loro incontro e per farle sentire un po’ meno sole.
I “caffè del pianto” sparsi per il Giappone
Si tratta di caffè – o bar – che osservano un orario particolare: sono aperti infatti dalle 21 fino alle 6 del mattino. A renderli veramente insoliti non sarebbe però tanto l’orario di apertura, quanto altre due caratteristiche: il loro essere spazi del tutto gratuiti e le persone che li popolano. Madri in comodi abiti da casa, in compagnia di figli molto piccoli che faticano a dormire, mentre cercano di rilassarsi. Particolare anche l’equipaggiamento che arricchisce questi luoghi, che di giorno sono normalissimi bar o pasticcerie: guardando al loro interno, si scorgerebbero infatti tappetini per permettere ai neonati di gattonare e dormire, ma anche spazi dedicati all’allattamento e al cambio dei pannolini. Uno dei primi aveva aperto nell’ottobre del 2025 nella cittadina di Memuro, nell’Hokkaido, nel nord del Giappone. Si trattava di una pasticceria specializzata in french toast, posizionata vicino alla stazione ferroviaria e gestita dalla ventottenne Madoka Nozawa.
Oyako no Koya: la casa dei genitori e dei bambini
Madoka Nozawa è una madre. Proprio per questo conosce benissimo i limiti dell’assistenza che viene prestata alle figure femminili nei loro nuclei familiari, e ha deciso di fare qualcosa per loro. Dall’ottobre dello scorso anno, la domenica sera, si erano così cominciate a scorgere luci soffuse provenire dall’interno del suo locale, anche nelle ore notturne. Con una rete di volontarie aveva infatti istituito un luogo, rinominato Oyako no Koya, che in giapponese significa “La casa dei genitori e dei bambini”, all’interno della sua pasticceria. «Voglio che questo sia un luogo di
rifugio dove le persone possano sentirsi meno sole nelle loro difficoltà» ha dichiarato, memore dei primi anni di vita della figlia primogenita trascorsi a prendersi cura di lei mentre il marito dormiva, dovendo andare al lavoro il giorno dopo.
L’idea originale all’interno del manga Yonakigoya
L’idea sarebbe nata da un manga che risale al 2017, frutto del lavoro di un’autrice, fumettista e madre giapponese dal nome Kanemoto. Si trattava originariamente di una piccola pubblicazione di tre pagine, dal titolo La capanna del pianto notturno, che raffigurava un luogo immaginario, ma sicuramente molto ambito, se fosse esistito veramente: una capanna, all’interno della quale i genitori si potevano ritrovare e combattere insieme la solitudine e le difficoltà causate dall’insonnia dei figli. Solo quattro anni dopo, alla luce del successo del primo episodio, aveva deciso di far uscire una seconda parte della storia, dal titolo Yonakigoya, poi trasformata in una serie manga, auto-prodotta dalla stessa autrice. Le vignette raccontano storie molto familiari alle mamme – ma anche ai padri, più in generale – che li ritraggono aggirarsi scoraggiati per le strade buie, armati di fascia per neonati e pettorine, fino a trovare conforto in genitori nella loro stessa condizione.
Le reazioni dei lettori
L’autrice ha dichiarato stupita: «Pensavo che sarebbe stato difficile realizzare questo progetto. È molto incoraggiante sapere che ci sono persone che si stanno impegnando attivamente». Eppure l’accoglienza sui social e i numeri delle letture su Kindle Unlimited (circa 90.000 utenti) del suo fumetto avevano da subito dimostrato il forte interesse dei lettori al tema. Sono stati infatti in moltissimi a commentarlo positivamente, sottolineando come rappresentasse in modo molto fedele le difficoltà vissute dalle madri. Esperti del settore, come Kaori Ichikawa, professoressa presso l’Università di Scienze dell’Informazione di Tokyo e specializzata in assistenza post-parto, hanno però anche commentato come, al di là della nobiltà dell’iniziativa, la responsabilità di una risoluzione del problema non possa essere rimessa alle sole iniziative di privati che lavorino a titolo gratuito: «Il supporto governativo è spesso limitato di notte, nei fine settimana e nei giorni festivi, quindi il settore pubblico e quello privato devono collaborare per creare luoghi come i caffè del pianto notturni, dove le persone possano chiedere aiuto ogni volta che ne hanno bisogno».
Non solo bar notturni
Nel corso dei mesi, iniziative simili sono nate anche altrove. Nella prefettura di Tokushima, sono stati istituiti due caffè dove gli operatori si prendono cura temporaneamente dei bambini durante sessioni mensili, permettendo così alle madri di riposarsi. A Niigata, capoluogo dell’omonima prefettura, un gruppo di donne gestisce un caffè simile, anche se solamente per una volta alla settimana, dallo scorso luglio. La maggiore sfida di questi progetti continua comunque a essere quella economica: si basano infatti su donazioni di privati e aziende, nonché su personale volontario, mentre i costi finanziari e le esigenze operative notturne sono considerevoli.
(da agenzie)
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Maggio 11th, 2026 Riccardo Fucile
LA 46ENNE DICE DI AVERE VISTO PASSARE AL “GIN TONIC” IMPRENDITORI, POLITICI E RAGAZZE ARRIVATE DA BRASILE, ARGENTINA, ITALIA: “C’ERANO ALCOOL, DROGA E SESSO. IO VENIVO MANDATA A SISTEMARE O PULIRE DOPO. MI DICEVANO SEMPRE: ‘NON GUARDARE’. GIUSEPPE CIPRIANI MI CHIESE MASSAGGI EROTICI. QUANDO MI RIFIUTAI INIZIARONO I PROBLEMI. E NICOLE MINETTI ERA LÌ, INDIFFERENTE” – È PRONTA A CONFERMARE TUTTO AI MAGISTRATI DI MILANO, SE DECIDESSERO DI CONVOCARLA
“Sono io la testimone dei festini con le escort a Punta del Este”. E no, “Nicole Minetti non
ha mai cambiato vita, ha continuato a fare quello per cui era stata condannata in Italia, il favoreggiamento della prostituzione”. Graciela Mabel De Los Santos Torres ha lavorato nella tenuta di Giuseppe Cipriani a Punta del Este per quasi vent’anni.
Massaggiatrice uruguaiana, 46 anni, racconta di avere visto passare nella finca “Gin Tonic” modelle, imprenditori, politici e ragazze arrivate da Brasile, Argentina, Italia e Uruguay.
Graciela aveva già parlato con Il Fatto Quotidiano, ma ora ha deciso di farlo uscendo allo scoperto, con nome e cognome, assumendo su di sé tutto il peso delle parole che confermerà ai magistrati di Milano, qualora decidessero di convocarla per una deposizione nell’ambito degli ulteriori accertamenti in corso richiesti dal Quirinale sui requisiti per la grazia concessa a Nicole Minetti.
“Mi sono decisa dopo il suo articolo di venerdì scorso, quello sull’accusa di molestie sessuali rivolta a Cipriani negli Stati Uniti da una sua dipendente che per questo fu subito licenziata, e si chiuse con accordi transattivi riservati. Mi sono riconosciuta perché è successo anche a me.
Il Fatto ha visionato chat, screenshot, fotografie, audio, mappe della tenuta e documenti forniti dalla donna. In diversi punti il suo racconto coincide con quanto riferito da altre fonti ascoltate dal giornale sul ruolo e sulla vita mai cambiata dell’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi e sull’ambiente che gravitava attorno alla finca uruguaiana di Cipriani. Quella che segue è la sua testimonianza.
Lei da quanto tempo conosce Giuseppe Cipriani?
“Sono rientrata in Uruguay da New York nel 2003, quando avevo 23 anni. In quel periodo ho iniziato a lavorare per lui, ancora prima dell’apertura ufficiale del primo hotel a Punta del Este. Facevo massaggi anche a casa sua. All’inizio era un ambiente diverso: feste, modelle, gente ricca. Poi, col tempo, tutto è diventato altro. Non era più solo jet set internazionale”.
Che cosa è diventato?
“Un sistema. Un posto dove arrivavano continuamente ragazze da Brasile, Argentina, Italia per ricchi imprenditori, politici e ospiti importanti. Alcune con voli privati. C’era una rotazione continua. Le uruguaiane e le argentine, poi le brasiliane considerate ‘top model’, poi le italiane. Tutto molto organizzato”.
E come funzionava questo sistema?
“Prima c’erano le presentazioni, gli imprenditori, il jet set argentino, brasiliano ed europeo. Poi restavano gli ‘amici di casa’. E lì iniziavano alcool, droga e sesso. Io spesso venivo mandata a sistemare o pulire dopo. Mi dicevano sempre: ‘Non guardare’”.
E chi frequentava quell’ambiente?
“In quegli anni ho conosciuto imprenditori molto importanti e politici, sia uruguaiani che italiani. Ricordo anche cene con figure ai massimi livelli istituzionali uruguaiani. Per noi dipendenti era chiaro che quello fosse un ambiente protetto e intoccabile”.
Chi organizzava questi arrivi?
“C’erano intermediari argentini e brasiliani che chiamavano direttamente chiedendo tre, quattro, cinque ragazze. Alcune venivano mandate in giro per il mondo: Dubai, New York, Europa”.
Come era possibile tutto questo?
“In Uruguay l’immigrazione è molto corrotta. C’è chi con pochi soldi riesce ad avere timbri falsi su un passaporto, a modificare date di ingresso e uscita dal Paese e anche a non farle risultare proprio. Ed è lo stesso sistema che permetteva di chiudere gli occhi sui voli privati e sull’arrivo continuo e senza controllo delle ragazze”.
Lei parla anche di favori alle funzionarie dell’immigrazione
“Sì. C’era chi si occupava di fare regali alle funzionarie dell’immigrazione, le ‘cuponeras’: erano abbonamenti da dieci massaggi gratuiti. Quelle stesse funzionarie venivano poi da me, a casa mia, a fare i massaggi. Era tutto considerato normale”.
Era il suo lavoro, giusto?
“Sì. Facevo massaggi nella spa al piano terra della casa principale della tenuta, affacciata sul giardino ed esattamente sotto la finestra della camera da letto privata di Giuseppe Cipriani. È in questa area che è allestito anche il salone da parrucchiere in cui le ragazze venivano preparate prima delle cene. Per questo conosco bene il posto. Vi ho mandato mappe e screenshot con le frecce per spiegare esattamente dove succedevano le cose”.
Lei sostiene di avere subito molestie?
“Sì. Giuseppe pretendeva massaggi sempre più intimi. A un certo punto mi chiese apertamente massaggi erotici. Quando mi rifiutai iniziarono i problemi. E Nicole Minetti era lì, presente e indifferente”.
Che cosa accadde?
“Una sera Nicole mi accompagnò nella camera di Giuseppe per fargli un massaggio. Lei entrò in bagno a fare la doccia e lui, appena rimasti soli, iniziò a chiedermi cose che io non avrei mai fatto: voleva sesso orale e che andassi a letto con lui. Mi rifiutai e da quel momento cambiarono atteggiamento nei miei confronti. Fu lì che iniziarono i problemi”.
Che tipo di problemi?
“Semplicemente smisero di chiamarmi. Da un giorno all’altro mi sostituirono con un’altra massaggiatrice disposta a fare quello che io non volevo fare”.
Chi può confermare che sia successo?
“Io mandai messaggi di protesta. Li mandai alla factotum e braccio destro di Cipriani, scrissi chiaramente: ‘Io non faccio quel tipo di massaggio e Giuseppe mi ha chiesto molte volte di fargli un massaggio erotico ’.
Mi sfogai anche con una domestica che sapeva tutto quello che succedeva dentro la finca. Le scrissi: ‘Tra noi, secondo me è perché non ho accettato i tipi di massaggi che lui vuole. Hanno chiamato Cristina’”.
E lei che cosa fece?
“Andai da un avvocato, volevo denunciare. Fu lui a placare la mia rabbia. Mi spiegò che sarebbe stata una battaglia lunga anni, contro persone molto potenti, con altri avvocati da pagare e nessuna certezza di vincere. Mi disse che sarebbe stata la mia parola contro la loro”.
Come finì?
“L’unica cosa che potevo contestare facilmente erano stipendi e contributi non pagati, perché formalmente risultavo assunta come collaboratrice domestica, mentre lavoravo come massaggiatrice professionale della spa. Alla fine mi offrirono poche migliaia di dollari con un accordo di riservatezza.
Accettai quei soldi perché volevo solo andarmene il prima possibile da quell’ambiente tossico. Non fui coraggiosa. E rimasi in casa per un anno per paura di ritorsioni”.
Lei ha conservato altri documenti?
“Sì. Le chat, la busta paga, i messaggi. Ho imparato a conservare tutto nella vita. In passato ho avuto problemi di violenza domestica con il mio ex marito, anche se oggi ci parliamo ancora. So quanto sia importante tenere prove e documenti, perché quando una donna parla la prima cosa che fanno è cercare di screditarla. Io però non bevo, non mi drogo, cerco di vivere con equilibrio”.
Che ruolo aveva Nicole Minetti dentro questo ambiente?
“Nicole non era una presenza occasionale. Viveva lì per lunghi periodi. Tutti la conoscevano. Era lei a scegliere le ragazze: “esta chica me gusta, esta no”. Pensava al loro aspetto, dall’abbigliamento da indossare al parrucchiere. Loro la chiamavano ‘la deputata’, oppure ‘la Madama’. Tutti la temevano. Era molto fredda, calcolatrice. Quando arrivava lei cambiava il clima anche tra le ragazze era di paura”.
Lei sostiene che Minetti non abbia cambiato vita
“No. È questo che mi ha colpita della grazia. Io l’ho vista con i miei occhi vivere dentro quel mondo fino a marzo 2025, quando mi hanno licenziata. Nicole già prima faceva dei viaggi con l’Italia, ma per stabilire se avesse cambiato vita bisognava cercare dove aveva vissuto negli ultimi 15 anni. E non certo in Italia dove andava per viaggio e si è trasferita da poco”.
Lei ha conosciuto il figlio di Minetti e Cipriani?
“Sì. È un bambino bellissimo. Giocava sempre con il suo grande cane nero, Rio. Ho persino un video in cui giocano insieme a pallone. La persona che lo seguiva davvero era Fátima, la tata uruguaiana. Viveva praticamente ventiquattr’ore su ventiquattro con lui. Nicole spesso era altrove per lavoro”.
Lei era preoccupata per la salute del bambino?
“Io posso parlare solo di quello che ho visto negli anni in cui il bambino viveva lì. Dopo l’operazione negli Stati Uniti stava benissimo, e questa è una grande gioia. Quello che vedevo era un bambino che giocava, correva e viveva serenamente”.
Lei ha parlato anche di ragazze troppo giovani.
“Una ragazza mi raccontò piangendo di essere arrivata lì quando aveva solo quindici anni, portata dalla madre. Mi parlò di droga, depressione, anni molto difficili”.
Ha ancora contatti con alcune di loro?
“Sì. Ho ancora chat e screenshot. Una modella brasiliana mi scriveva messaggi molto affettuosi ringraziandomi perché cercavo di prendermi cura di lei. Io vedevo quelle ragazze come figlie”.
C’è anche Giovanna, ‘Gio’?
“Sì. Anche lei, brasiliana, oggi per fortuna è lontana da quell’ambiente. Ha passato un periodo molto buio ed è felice di essersi allontanata dalla finca
Perché nessuna parla?
“Per paura. Tutte dipendono economicamente da quel mondo. Nessuna si metterà contro Cipriani. Ha amicizie molto potenti e in Uruguay è riuscito a ottenere cose che nessun altro avrebbe ottenuto in così poco tempo: dalla legge che autorizza il casinò alla demolizione e ricostruzione del resort San Rafael”.
Lei stessa ha avuto paura?
“Moltissima. Dopo l’uscita degli articoli e dei video vidi auto ferme sotto casa mia e ricevetti telefonate. Rimasi chiusa nel mio appartamento. Qui è un posto piccolo. Quando tocchi persone così potenti hai paura anche della tua ombra. E la vita qui non vale nulla”.
Perché esce ora allo scoperto?
“Mi aveva sconvolta leggere che Nicole Minetti negli ultimi anni avrebbe ‘cambiato vita’. Non è vero. Nicole è rimasta dentro questo mondo fino a poco tempo fa. Poi ho letto il vostro articolo sulle molestie sessuali a New York, avvenute nello stesso periodo, mi sono riconosciuta in quella storia e ho deciso di parlare con nome e cognome, sperando che lo facciano anche altre. Anch’io mi sono ritrovata a scegliere tra affrontare persone molto potenti o sparire in silenzio”.
Confermerebbe tutto davanti ai magistrati?
“Sì. Ma con protezione. Io non sono una giornalista o un’investigatrice. Sono solo una donna come tante, che ha lavorato lì per vent’anni e che a un certo punto non è più riuscita a sopportate quello che vedeva e a tacere. Non so adesso cosa succederà di me, è chiaro che ho paura. Ma penso che se parlo io per prima, altre donne troveranno il coraggio di farlo. E tutto questo finirà”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Maggio 11th, 2026 Riccardo Fucile
LA PARATA DIMESSA DEL 9 MAGGIO È LA PROVA CHE “MAD VLAD” VIVE A CHIAPPE STRETTE: CON LO SBLOCCO DEI 90 MILIARDI EUROPEI A KIEV (CHE ORBAN BLOCCAVA) E LA FORMIDABILE INDUSTRIA MILITARE UCRAINA, ORA È LA RUSSIA A ESSERE IN GROSSA DIFFICOLTÀ
Putin ha perso il suo cavallo di Troia in Europa e il suo castello è venuto giù in un attimo. La sconfitta di Viktor Orban alle elezioni ungheresi, un mese fa, è un colpo fatale per lo zar del Cremlino. La crepa della vittoria di Peter Magyar (non certo un moderato, ma intenzionato a rimettere Budapest nel binario dell’Ue, se non altro per tornare a incassare i miliardari fondi di Bruxelles) si è trasformata in una voragine.
L’Ucraina, dopo anni passati a sorbirsi la retorica dei putiniani de noantri sull’inevitabilità di una resa, ha ora il coltello dalla parte del manico: i formidabili droni low cost riescono a penetrare in profondità il territorio russo, e lo sblocco dei 90 miliardi di prestito, finora ostacolato da Orban, permetterà a Kiev di proseguire lo sforzo bellico senza preoccuparsi delle casse.
Gli aiuti americani ormai non arrivano da un anno e mezzo, eppure le truppe di Zelensky resistono e rispondono a uno degli eserciti più grandi del mondo.
Come riassume David Carretta sul “Foglio”, “Kyiv è riuscita a sviluppare un’industria della difesa in grado di produrre quasi tutto ciò di cui ha bisogno per mantenere la linea del fronte.
I 90 miliardi di euro del prestito dell’Ue metteranno al sicuro il bilancio pubblico e la produzione di armi. Putin ha perso Viktor Orbán, il suo cavallo di Troia nell’Ue, il che potrebbe significare più sanzioni europee contro la Russia e più passi avanti dell’Ucraina verso l’adesione”.
La debolezza di Putin è apparsa evidente al mondo sabato 9 maggio. La data del “giorno della vittoria”, solitamente celebrato mettendo in mostra missili, carri armati e meraviglie dell’arsenale, quest’anno si è tenuta in tono dimesso, è stata “la più sottodimensionata della storia”, come scrive Anna Zafesova sulla “Stampa”. Per fare numero, sono stati chiamati nientemeno che i soldati della Corea del Nord, che Kim Jong-Un manda a morire per mostrare la sua fedeltà all’ex agente del Kgb.Putin era talmente terrorizzato da un’eventuale attacco ucraino che ha chiesto a Trump di dichiarare un cessate il fuoco, ed è stato “trollato” in diretta da Zelensky, che ha siglato un decreto per “ordinare di non compiere attacchi sulla Piazza Rossa”.
Un modo per dire che, se avessero voluto, gli ucraini avrebbero potuto colpire nel cuore del regime putiniano (la Russia ha schierato il grosso delle sue difese aeree nelle zone occupate del Donbass, lasciando sguarnita la Capitale, ormai sotto tiro dei droni di Kiev).
Anche le parole di Putin hanno un significato chiaro, come racconta ancora Zafesova: “Il ‘signor Zelensky’ invece del ‘capo di una cricca di neonazisti’. Conoscendo l’abitudine quasi superstiziosa di Vladimir Putin di non chiamare mai i suoi nemici più odiati con il loro nome, la sua decisione di menzionarlo potrebbe essere il segno di un mutamento degli umori di Mosca, quasi più della promessa di una guerra che ‘sta andando verso la conclusione’.
È vero che il dittatore russo fondamentalmente non ha detto nulla di nuovo – vuole che l’Ucraina si ritiri da tutto il Donbas, ma il modo in cui l’ha detto, e la necessità che ha sentito di dirlo potrebbe essere un messaggio”.
La proposta di nominare un negoziatore, nella persona di Gehrard Schroeder, praticamente un suo dipendente, si può invece catalogare nella categoria “trumpate alla vodka”.
Come Trump ha nominato suo genero, Jared Kushner, e il suo amico Steve Witkoff, come “mediatori” per le crisi in giro per il mondo (che sfruttano per chiudere affari miliardari), Putin fa il nome dell’ex cancelliere tedesco, lobbista per il colosso dell’energia Gazprom, sapendo di non poter essere preso sul serio
Una sola persona potrebbe sbrogliare la matassa: Donald Trump. Il Nerone della Casa Bianca, però, non ha alcun interesse al dossier ucraino: impelagato nella suicida guerra all’Iran, la sua tesi è che il destino di Zelensky sia un affare soltanto europeo: il suo messaggio agli alleati dell’Ue è, in soldoni, “vedetevela voi, a me di Kiev non me ne frega un dazio”.
Quel che non dice Trump è che gli europei si occupano dell’Ucraina almeno da gennaio 2024, quando è iniziato il suo secondo mandato. Gli Usa hanno tagliato gli aiuti militari e restano in campo con la preziosa intelligence, che potrebbe però essere sostituita quasi completamente dagli ottimi servizi britannici.
A livello economico, sono gli Stati dell’Ue a sostenere Kiev, che ormai rappresenta la punta di lancia della NATO. Finanziare Zelensky, è stato un ottimo investimento: l’industria militare ucraina è in grado di competere in tutto il mondo, come dimostra l’interesse degli stati del Golfo per i droni prodotti nelle fabbriche del Paese ex sovietico: gli ucraini sanno come abbattere gli Shahed iraniani, perché lo fanno da quattro anni, mentre emiratini e qatarioti sprecano missili patriot da milioni di dollari ciascuno.
L’esercito di Kiev è addestrato, combattivo, agile: tutto quello che non sono quelli europei, che però possono sfruttare quell’esperienza per riformarsi e prepararsi alla guerra del futuro.
Poi c’è la questione interna: Putin è alle prese con un’economia che sopravvive soltanto grazie alla guerra, e per la prima volta nella sua carriera, vede il suo potere sfaldarsi. Conclude Zafesova: “Le tensioni interne si moltiplicano.
Tre elementi corroborano questa lettura: l’assassinio del numero due dei servizi segreti militari in febbraio, lo scontento interno alle élite per la situazione economica sempre più grave e per il lockdown digitale imposto dal leader russo; e la riduzione al minimo delle apparizioni pubbliche di Putin.
Secondo diversi rapporti interni che circolano tra le capitali dell’Ue, la popolarità di Putin è in netto calo e il leader russo vive in un clima di inquietudine crescente
(da Dagoreport)
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