Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile
IN UN SOLO ANNO IL TYCOON HA GRAZIATO 1600 PERSONE (1500 DI LORO SONO I RESPONSABILI DELL’ASSALTO A CAPITOL HILL), TRA CUI L’EX PRESIDENTE HONDUREGNO JUAN ORLANDO HERNÁNDEZ, CHE DOVEVA SCONTARE UNA CONDANNA A 45 ANNI PER AVER IMPORTATO NEGLI USA 400 TONNELLATE DI COCAINA, LE STAR DEI REALITY SHOW TODD E JULIE CHRISLEY, CONDANNATI PER FRODE BANCARIA ED EVASIONE FISCALE
Altro che giustizia uguale per tutti. A Washington ormai è cosa nota: per ottenere la benevolenza del presidente e uscire di galera, basta avere i contatti giusti. E fondi sufficienti a oliare i portafogli di consulenti e lobbisti con entrature alla Casa Bianca o a Mar-a-Lago: familiarità con i membri del “cerchio magico” di Donald Trump.
Le donazioni costano piuttosto caro ai postulanti: da un minimo di un milione di dollari, fino a sei, a seconda delle imputazioni e della rilevanza dei facoltosi pregiudicati da rimettere in libertà. Una pratica così diffusa, che una recente inchiesta del settimanale New Yorker parla già di “economia delle grazie”. E il Wall Street Journal addirittura di “industria della clemenza”.
Trump, nel primo anno del suo primo mandato, ne concesse solo una. Le cose sono radicalmente cambiate col secondo mandato. In un solo anno, ha infatti graziato la bellezza di 1600 persone. Certo, circa 1500, come promesso in campagna elettorale, sono i responsabili dell’attacco a Capitol Hill del 6 gennaio 2021.
Ma gli altri cento nomi che hanno ottenuto “clemenza esecutiva” sono da scorrere con attenzione. C’è infatti, quello dell’imprenditore sportivo Tim Leiweke, condannato per illeciti finanziari, graziato durante una partita di golf a Mar-a-Lago giocata dal parlamentare Trey Gowdy col presidente.
Don Jr, figlio maggiore di Trump, ha invece perorato la causa di Changpeng Zhao, fondatore della piattaforma di criptovaluta Binanace anche lui condannato per frode fiscale. E pure l’influencer conservatrice Laura Loomer, confidente di Trump, è intervenuta a favore di qualcuno: ottenendo clemenza per il rabbino Joseph Schwartz, proprietario di una casa di cura nel New Jersey, condannato per aver frodato il governo per trentotto milioni di dollari non pagando le tasse sul lavoro.
E ci sono nomi perfino più incredibili: come quello dell’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, che doveva scontare una condanna a 45 anni per concorso coi cartelli della droga, accusato di aver importato negli Usa 400 tonnellate di cocaina. E perfino Ross Ulbricht, creatore del sito Silk Road noto lo spaccio di stupefacenti sul dark web.
Per carità, non sempre di vendita delle indulgenze, si tratta. Il New Yorker nota che «qualcuno riesce a risparmiare sfruttando le antipatie del presidente», scrivono. «Se qualcuno è stato arrestato per ordine di un giudice, di un detective, di un ministro che gli sta antipatico, il gioco è fatto».
È andata così alla star dei reality show Todd e Julie Chrisley, condannati per frode bancaria ed evasione fiscale. E pure a Matt Gaetz, mancato procuratore generale per quel suo “vizietto” di accompagnarsi a minorenni.
(da Repubblica)
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Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile
LA “FIAMMA MAGICA” DI PALAZZO CHIGI ORA VUOLE “SALVARE” EMANUELE MERLINO, APPENA SILURATO DA GIULI DAL RUOLO DI CAPO SEGRETERIA, E PIAZZARLO IN UN RUOLO CON UNO STIPENDIO DI ALMENO 133 MILA EURO L’ANNO (POTREBBE FINIRE AL COORDINAMENTO NEL GRUPPO FDI ALLA CAMERA O IN UN ALTRO MINISTERO)… PER L’EX GIORNALISTA, I RAPPORTI CON FRATELLI D’ITALIA SONO COMPROMESSI: ADDIO A UNA CANDIDATURA ALLE PROSSIME POLITICHE E NON E’ ESCLUSO CHE GIULI, CON UN COLPO A EFFETTO, SI DIMETTA
L’indicazione arriva direttamente da Giovanbattista Fazzolari. È lui il primo ad aver
subito lo sfregio più evidente, con la cacciata di Emanuele Merlino. Il sottosegretario non può subire un affronto del genere, tant’è che ha già dato mandato di trovare per il capo della segreteria tecnica dimissionato da Alessandro Giuli un incarico all’altezza, per peso politico e retribuzione.
Da decreto guadagna 133mila euro l’anno, non vogliono che scenda sotto quella soglia. E così sarà perché il segnale deve essere chiaro: chi sta con Palazzo Chigi non sarà lasciato indietro. Semmai, chi pagherà un prezzo politico è Giuli.
Si incontra con la premier. E, a dispetto di quanto si legge nelle note semi ufficiali che trapelano al termine del colloquio, il faccia a faccia va malissimo. Lo sostengono quasi in coro da Fratelli d’Italia, non lo negano informalmente dalla presidenza del Consiglio.
Secondo queste fonti, Giorgia fa presente ad Alessandro che quanto accaduto non fa altro che destabilizzare l’esecutivo in una fase critica. Ma c’è di peggio: il sospetto è che Giuli cerchi lo scontro, addirittura il “licenziamento”. Lo farebbe perché convinto di essersi tagliato i ponti alle spalle con Palazzo Chigi. E di averlo fatto dopo il violentissimo diverbio di una settimana fa, in consiglio dei ministri.
Ne aveva scritto per prima Repubblica, sul sito: un duello tra il titolare della Cultura e Matteo Salvini su una norma legata al piano casa e ai poteri delle sovrintendenze. Quel che non è emerso fino in fondo è che in quella lite Giuli ha avuto un autentico frontale anche con Meloni. La premier, a un certo punto, sarebbe intervenuta nella contesa: «Avverto una punta di prosopopea». Chiosa evidentemente non gradita al ministro della Cultura, che — punto sul vivo — avrebbe risposto piccato: «Ti stai rivolgendo a me?». Domanda ripetuta per due volte, in tono di sfida. Vista la piega, la premier avrebbe però preferito glissare.
Per evitare di arroventare un clima già surriscaldato da un altro battibecco, stavolta tra Francesco Lollobrigida e lo stesso Giuli, che aveva appena notificato il suo voto contrario al provvedimento. Quando il responsabile dell’Agricoltura gli ha ricordato che in tre anni e mezzo mai in Cdm è mancata l’unanimità, l’altro si è appellato al regolamento: «Siccome è previsto, posso farlo».
È il secondo sfregio politico di questa storia, a danno della presidente del Consiglio: inaccettabile per il cerchio magico meloniano. E dunque la strategia diventa quella di contenere il danno, in attesa della resa dei conti.
La capa del governo non può rinunciare a Giuli — il secondo alla Cultura dopo Gennaro Sangiuliano — perché cacciarlo significherebbe salire al Colle e, forse, aprire la strada a un rimpasto. Ma è proprio per questa ragione che a Palazzo Chigi considerano un tradimento quello del ministro-giornalista: alza il tiro perché sa che non è possibile allontanarlo senza conseguenze.
Tuttavia ai piani alti di Fratelli d’Italia già guardano al futuro e assicurano — dietro anonimato — che ormai la prospettiva di candidarlo alle politiche si è fatta impraticabile.
Ma torniamo a Merlino.
Quanto più monta la rabbia contro Giuli, tanto più bisogna “salvare” il suo ex capo segreteria, che potrebbe essere sostituito da Donato Luciano, giudice contabile alla guida del Legislativo: una mossa che consentirebbe al ministro della Cultura di “commissariare” un’altra avversaria interna, la capo di gabinetto Valentina Gimignani, con cui i rapporti sono sempre stati tesi.
L’incarico più probabile è un ruolo di coordinamento nel gruppo Fdi alla Camera. Ma sembra difficile liberare una casella con uno stipendio tanto pesante, le opzioni per Merlino diventano due. La prima: assicurargli anche un secondo incarico, che integri l’appannaggio nel gruppo parlamentare. La seconda: piazzarlo ai vertici di un altro ministero. Quel che sospettano in tanti, lo strappo sembra talmente grave che nessuno può escludere che sia lui stesso a decidere, nei prossimi giorni, un clamoroso addio.
(da Repubblica)
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Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile
SORGI: “MELONI PUÒ USCIRE SOLO IN DUE MODI: 1) O CONVINCE LA COMMISSIONE UE A RICONOSCERE LA POSSIBILITÀ DI AGIRE SUL DEBITO PER VENIRE INCONTRO A FAMIGLIE E IMPRESE. MA NON E’ QUESTO L’ORIENTAMENTO DI BRUXELLES. 2) OPPURE SI MUOVE NELLA STESSA DIREZIONE, MA SENZA AUTORIZZAZIONE, CON CONSEGUENZE CHE È FACILE IMMAGINARE SUI MERCATI, SUI QUALI DEVONO ESSERE COLLOCATI I TITOLI DI STATO, E SUGLI SPREAD, TENUTI BASSI FINORA DAL RISPETTO DELLE REGOLE DEL PATTO DI STABILITÀ
Inflazione al rialzo, consumi al ribasso, contrazione della produzione sono gli elementi della crisi causata dalle conseguenze energetiche (ed economiche) della guerra in Iran, la cui soluzione non è affatto prossima. La Bce ne valuta la portata in modo scientifico e prevede una propensione agli acquisti più bassa anche da parte degli strati più abbienti della popolazione, i quali preferiscono risparmiare, vista l’incertezza del futuro.
E condizioni di vita più difficili per gli strati medi, che hanno già dato fondo alle risorse messe da parte, e bassi, quelli che per intendersi fanno fatica ad arrivare a fine mese. In cima ai problemi sono la crescita dei prezzi dei carburanti, appena appena calmierati dagli interventi del governo sulle accise, e di quelli per la spesa quotidiana
Gli effetti politici di una situazione come questa sono destinati a creare un’insoddisfazione diffusa, dalla quale Meloni può cercare di uscire solo in due modi. O convince la Commissione europea a riconoscere che è in arrivo un’emergenza simile, se non uguale o peggiore di quella del Covid, in cui in sostanza fu riconosciuta ai Paesi membri la possibilità di agire senza limiti sul debito per venire incontro ai bisogni di famiglie e imprese. Ma finora non sembra questo l’orientamento di Bruxelles.
Oppure si muove nella stessa direzione, ma senza autorizzazione, con conseguenze che è facile immaginare sui mercati internazionali, sui quali devono continuamente essere collocati i titoli di Stato, e sugli spread, tenuti bassi finora dalla stabilità governativa e dal rispetto abbastanza rigoroso delle regole economiche del Patto di stabilità.
In entrambi i casi, si prepara una stagione di difficoltà per chi, come Meloni, deve percorrere l’ultimo anno prima delle elezioni. Le turbolenze nella maggioranza emerse ieri sera a Palazzo Chigi dimostrano che gli alleati della premier lo hanno già capito benissimo.
Marcello Sorgi
per “la Stampa”
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Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile
LA DISEGUAGLIANZA ECONOMICA INFLUISCE SU DIVERSI ASPETTI DELLA VITA DEI RAGAZZINI, COME L’EDUCAZIONE, L’ALIMENTAZIONE E LO STILE DI VITA: TRA I RAGAZZI DELLE FAMIGLIE PIÙ BENESTANTI, L’84% HA COMPETENZE BASE IN MATEMATICA E LETTURA, CONTRO MENO DEL 45% TRA QUELLI PIÙ POVERI E I BAMBINI DI FAMIGLIE A BASSO REDDITO HANNO UNA PROBABILITÀ 1,7 VOLTE MAGGIORE DI ESSERE IN SOVRAPPESO
Quasi un bambino italiano su quattro vive al di sotto della soglia di povertà: il 23% dei
bambini italiani vive in famiglie con un reddito inferiore al 60% della media nazionale – uno dei tassi più elevati in Europa. E’ quanto emerge dal report: “Opportunità disuguali – bambini e disuguaglianza economica, di Unicef office of strategy and evidence – Innocenti.
L’Italia occupa il 12mo posto nella classifica sul benessere dei bambini su 37 paesi.
Si trova nel primo terzo della classifica per quanto riguarda il benessere mentale (10mo posto), mentre si colloca nella fascia media per quanto riguarda la salute fisica (17mo posto) e le competenze (25mo posto).
Tra I paesi con dati comparabili inclusi nel rapporto, l’Italia si colloca al 22mo posto su 40 per quanto riguarda la disparità di reddito, con il quintile più ricco della popolazione che guadagna 5,35 volte il reddito del quintile più povero. Si colloca al 30mo posto per quanto riguarda la povertà infantile, con un tasso pari al 23,2%.
Tra i paesi per cui il rapporto fornisce dati comparabili, l’Italia si colloca al 15mo posto su 41 per quanto riguarda l’entità del divario nelle competenze di base in matematica e lettura tra i bambini provenienti dalle famiglie più ricche e quelli provenienti dalle famiglie più povere: l’84% dei bambini appartenenti al quintile delle famiglie più ricche ha competenze di base in matematica e lettura, rispetto a poco meno del 45% dei bambini appartenenti al quintile più povero.
«La disuguaglianza influisce profondamente sul modo in cui i bambini imparano, su ciò che mangiano e su come vivono la vita» ha dichiarato Bo Viktor Nylund, direttore dell’Unicef Innocenti.
«Per limitare gli effetti più gravi della disuguaglianza, dobbiamo investire con urgenza nella salute, nella nutrizione e nell’istruzione dei bambini delle comunità più vulnerabili».
Secondo il rapporto, esiste una chiara correlazione tra livelli più elevati di disuguaglianza economica e la salute dei bambini. Nel mondo, i bambini che crescono nei paesi con il maggior livello di disuguaglianza hanno una probabilità 1,7 volte maggiore di essere in sovrappeso rispetto a quelli che vivono nei paesi con minor livello di disuguaglianza, il che potrebbe essere dovuto a un’alimentazione di qualità inferiore e al fatto di saltare i pasti.
Mettendo in evidenza i dati relativi ai paesi dell’Unione Europea, il rapporto sottolinea inoltre che solo il 58% dei bambini appartenenti a famiglie che rientrano nel quintile più povero della popolazione gode di ottima salute, rispetto al 73% di quelli appartenenti al quintile più ricco.
Il rapporto evidenzia poi una relazione tra disuguaglianza economica e rendimento scolastico.
Osserva che i paesi in cui il divario tra ricchi e poveri è più ampio tendono a registrare, nel complesso, risultati scolastici inferiori. Nei paesi con il più alto livello di disuguaglianza, il 65% dei bambini rischia di lasciare la scuola senza aver acquisito competenze di base in lettura e matematica, rispetto al 40% dei bambini nei paesi con il più basso livello di disuguaglianza.
Queste disparità tra i vari paesi si riscontrano anche all’interno dei singoli paesi, dove si registrano notevoli differenze nei risultati dei voti scolastici tra i ragazzi provenienti dalle famiglie più abbienti e quelli provenienti dalle famiglie più povere. In media, l’83% dei quindicenni appartenenti al quintile più ricco della popolazione possiede competenze di base in matematica e lettura, rispetto al 42% di quelli appartenenti al quintile più povero.
Il rapporto esorta i governi ad adottare misure in diversi ambiti politici per ridurre al minimo l’impatto delle disuguaglianze sul benessere dei bambini, in particolare attraverso la riduzione della povertà infantile.
Il 27% dei bambini e degli adolescenti italiani di età compresa tra i 5 e i 19 anni è in sovrappeso, in linea con il trend di lunga data che vede un’elevata prevalenza di sovrappeso nei paesi dell’Europa meridionale. Se a ciò si aggiunge il divario alimentare legato al tenore di vita, ne emerge che l’alimentazione nei primi anni di vita costituisce una chiara leva politica sia per l’equità sociale che per i risultati in materia di salute infantile. E’ quanto emerge dal rapporto – “Opportunità disuguali – bambini e disuguaglianza economica” Unicef Innocenti.
Dal report emerge anche che le abitudini alimentari dei bambini variano notevolmente a seconda del reddito familiare.
Tra gli italiani di età compresa tra gli 11 e i 15 anni, il 22% dei ragazzi provenienti da famiglie a basso reddito consuma verdura ogni giorno, contro il 39% di quelli provenienti da famiglie ad alto reddito: un divario di 17 punti percentuali. Il consumo giornaliero di frutta si attesta al 32% (basso reddito) contro il 40% (alto reddito).
Il consumo giornaliero di bevande zuccherate mostra un andamento inverso: il 18% nelle famiglie a basso reddito e il 12% in quelle a reddito elevato. Questi divari – osservano gli estensori del report – suggeriscono che le politiche alimentari rivolte
alle famiglie a basso reddito (pasti scolastici, programmi di distribuzione di frutta e verdura, regolamentazione dello zucchero) affrontano una disuguaglianza reale e misurabile.
(da agenzie)
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Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile
IL MOVIMENTO 5 STELLE PRESENTA UN’INTERROGAZIONE ALLA MINISTRA DEL LAVORO, MARINA ELVIRA CALDERONE: “VERIFICHI LA PIENA TRASPARENZA E IMPARZIALITÀ DELLA PROCEDURA. A PATTO CHE NON SIA STATA COMMISSARIATA DAL COLLEGA LOLLOBRIGIDA”
È l’ultimo miglio prima del traguardo. Fabio Vitale, consigliere dell’Inps, sta per vincere la sua partita: Alessandro Di Meglio sarà investito dell’incarico di coordinatore dell’area legale dell’istituto di previdenza. Vitale è molto più di un semplice consigliere. Vicinissimo al ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, che lo ha voluto alla guida di Agea, cassaforte del mondo agricolo, il dirigente è sempre più potente. L’eroe dei due mondi della destra, dall’agricoltura alla previdenza.
Secondo quanto risulta a Domani, nella prossima riunione del cda, in calendario mercoledì 13 maggio, sarà ratificata la nomina. Come aveva rivelato un’inchiesta di Fanpage.it, Di Meglio, ora responsabile legale nel Lazio, è sponsorizzato da Vitale: lo aveva conosciuto quando era direttore dell’Inps nel Lazio. Le traiettorie sono pronte a ritrovarsi. Affidando a Di Meglio dossier importanti.
L’Inps è sempre più a immagine e somiglianza di Fratelli d’Italia. Un passaggio che preoccupa le opposizioni. Dopo l’articolo di Domani, sulla possibile, imminente, nomina di Alessandro Di Meglio a coordinatore dell’area legale nazionale, vengono chiesti chiarimenti alla ministra del Lavoro, Marina Elvira Calderone.
Il Movimento 5 stelle ha annunciato un’interrogazione. «Riteniamo fondamentale che, prima della formalizzazione della nomina, la ministra verifichi la piena trasparenza e imparzialità della procedura. A patto che sia ancora lei la titolare di via Veneto e non sia stata commissariata dal collega Lollobrigida», ha detto il deputato del M5s, Dario Carotenuto.
La destra, dunque, è pronta alla conquista anche del ruolo dell’avvocatura dell’Inps, che consente di gestire i dossier più delicati. Di Meglio, attuale responsabile dell’area legale nel Lazio, resta il grande favorito della terna di nomi selezionata dalla commissione preposta alla prima scrematura.
A caldeggiare la sua promozione è Fabio Vitale, componente del Cda molto vicino al ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida. Il dirigente ha creato un asse con la direttrice generale, Valeria Vittimberga, voluta in quella casella dal sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. Sarà proprio Vittimberga, nella riunione del Cda di domani, a proporre il nome di Di Meglio al Consiglio di amministrazione, forte della maggioranza di destra.
L’operazione non ha incontrato nemmeno l’opposizione del presidente, Gabriele Fava, di area Lega. Anzi. Nella governance dell’istituto le due anime, meloniana e leghista, non sono mai entrate in rotta di collisione. Fava sta per prendere atto di una nomina che non gli dispiacerà: la promozione da funzionaria a dirigente di Enrica Conte, molto stimata proprio dal presidente. E per questo considerata una figura in ascesa nelle gerarchie interne. Insomma, tutti escono soddisfatti.
Ma il vero fulcro continua a essere Vitale, capace di svolgere il doppio ruolo di direttore di Agea (l’ente che eroga i finanziamenti in agricoltura) e di uomo-forte all’Inps. Di Meglio è un’operazione pianificata da tempo, visto che aveva lavorato con lui già quando era direttore regionale dell’Inps nel Lazio. Non è la prima volta che il nome di Di Meglio crea tensioni nell’istituto. La nomina a coordinatore regionale dell’Inps nel Lazio, nel 2018, era stato oggetto di una controversia legale, quando proprio Vitale era direttore nel Lazio.
Uno dei partecipanti all’interpello, Giuseppe Fiorentino, aveva presentato un ricorso. Il tribunale del lavoro di Roma, nel 2021, aveva dichiarato «l’illegittimità
della determina Inps (quella della nomina di Di Meglio, ndr) sotto il profilo della violazione delle norme di buona fede nel conferimento dell’incarico». Da qui la richiesta all’Inps di risarcire Fiorentino.
La dg Inps Valeria Vittimberga e il presidente Inps Gabriele Fava
L’istituto ha appellato la sentenza, ma la Corte d’Appello non si è mai pronunciata: ha dichiarato chiusa la controversia dopo l’accordo tra le parti, facendo decadere l’oggetto della lite. Una storia che, comunque, non concorre a portare serenità intorno alla prossima nomina. Il deputato del Pd, Arturo Scotto, intravede sul nome di Di Meglio «rischi di conflitti di interesse». A sintetizzare la vicenda è la senatrice M5s, Elisa Pirro: «FdI trasforma l’Inps in una succursale di Colle Oppio».
(da Domani)
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Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile
IL COORDINATORE DELLA CAMPAGNA MARTELLA SINDACO, MATTEO BELLOMO, DEFINENDOLO “SIAMO A UNA MINACCIA POLITICA E PERSONALE ESPLICITA, VIOLENTA, ALLUCINANTE”
Scoppia la polemica attorno a un video pubblicato su Facebook da un giovane veneziano
che aizza il suo cane contro un volantino elettorale dei candidati del Pd alle comunali, Margherita Fonte e Mattia Costantini. L’autore del video, in dialetto, dice: “Le moschee a Venezia potete metterle a casa vostra”, per poi incitare l’animale a mordere il volantino e tenerlo tra i denti. “Questa è la fine che meritate, sbranati vivi”, dice. E ancora: “topi”.
A commentare il filmato è intervenuto il coordinatore della campagna Martella Sindaco, Matteo Bellomo, definendolo “una minaccia politica e personale esplicita, violenta, allucinante. Alla nostra piena solidarietà verso Margherita e Mattia – afferma – si accompagna una denuncia politica molto netta. Alcuni evidentemente non hanno capito cosa significhi campagna ‘con il sorriso’, o ‘non attaccheremo mai gli avversari’. E non fanno, infatti, altro che attaccare gli avversari, deformare la realtà e dipingere scenari apocalittici”.
“Simone Venturini e tutta la sua coalizione – conclude Bellomo – condannino immediatamente l’accaduto smentendo chi sceglie di alimentare una campagna costruita sulla paura, sull’odio e sulla demonizzazione dell’avversario”.
(da agenzie)
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Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile
IL CASUS BELLI PER LA CACCIATA DI DUE NOMI DI PESO DALLO STAFF, DIETRO IL CASO BIENNALE?
«Alessandro Giuli non ha le posizioni di Fazzolari. Da questa storia della Biennale è uscito sconfitto e ha capito che in quest’ultimo anno che gli resta al governo deve provare a incidere facendo ciò che pensa davvero». In altre parole, il ministro stanco di sentirsi ‘commissariato’ da FdI avrebbe approfittato del pasticcio sul docufilm su Giulio Regeni per imprimere una svolta al suo ministero.
A quanto apprende Open, è questa la lettura che circola in ambienti vicini al partito nel day after dell’ennesimo terremoto che ha investito il Mic e l’incontro a palazzo Chigi con Meloni non è servito a cancellare i sospetti, anche se ha certamente abbassato la tensione.
Come ha anticipato il Corriere domenica 10 maggio, Giuli alla fine ha messo alla porta Emanuele Merlino, capo della segreteria tecnica e “fedelissimo” del potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari. Oltre che Elena Proietti, alla guida della sua segreteria personale ed ex dirigente di Fratelli d’Italia in Umbria considerata vicina ad Arianna Meloni.
Il casus belli dell’allontanamento di Merlino sarebbe da ricercare negli strascichi della polemica nata dal mancato finanziamento del docufilm su Giulio Regeni, bocciato dalla commissione che assegna i contributi ministeriali.
Una «inaccettabile caduta» secondo il ministro, che inizialmente aveva preso le distanze dalla decisione sostenendo che non fosse una scelta politica. Tra i parlamentari di Fratelli d’Italia però circola una lettura diversa in queste ore. Dopo aver subito la linea Fazzolari sul caso Biennale, che attraverso Merlino avrebbe spinto per il pugno duro contro Pietrangelo Buttafuoco sulla riapertura del padiglione russo, Giuli si sarebbe deciso a cambiare passo. A liberarsi una volta per tutte dal “commissariamento” in cui si è ritrovato dal giorno del suo arrivo al Collegio Romano, quando ereditò il capo della segreteria tecnica dal predecessore Gennaro Sangiuliano. Un altro giornalista prestato alla politica.
La frattura dopo il caso Biennale
È questa la ricostruzione che prende quota tra chi conosce bene gli equilibri interni di via della Scrofa, proprio mentre nel pomeriggio il ministro si intrattiene per più di un’ora a Palazzo Chigi per un incontro chiarificatore con la premier.
Regeni sarebbe stato soltanto un «pretesto». Dietro le decisioni di Giuli ci sarebbe piuttosto il tentativo di riacquistare margini di autonomia dopo mesi di convivenza complicata con pezzi del partito che al Mic pesavano più del ministro. Ufficialmente, infatti, il capo della segreteria tecnica è accusato di non aver avvertito il ministro della possibile grana Regeni che si stava profilando in commissione. Una giustificazione che nel partito non convince: «Può anche essere che il film su Regeni abbia fatto da detonatore», ragiona qualcuno. «Ma non rimuovi una figura come Merlino per una cosa così, soprattutto a un anno dal voto. Suona più come una scusa».
Il ruolo di Merlino
Emanuele Merlino, figlio di Mario, volto storico di Avanguardia nazionale, è considerato un «purissimo» della Fiamma. Uno che conosce in maniera «viscerale» la destra e la sua storia. Non certo un semplice funzionario. Chi ha lavorato a stretto contatto con lui ultimamente racconta di ritardi e lentezze nella gestione dei dossier. «Ma il problema non è tecnico», riflette qualcuno. «Con la fine della legislatura dietro l’angolo non è credibile rivedere solo ora la squadra perché non funziona. È piuttosto un problema politico. E arriva proprio dopo il pasticcio della Biennale», quando Giuli si sarebbe ritrovato schiacciato su una linea non sua. «Lì Merlino ha tenuto una posizione netta contro Buttafuoco, quella di Fazzolari».
Il caso ha lasciato il segno. Il ministro avrebbe preferito una linea più morbida da quella che è stato spinto a tenere. Una vicenda che a Giuli «ha fatto male due volte: umanamente, per lo scontro con l’amico Pietrangelo, e politicamente», perché avrebbe portato alla luce le sue difficoltà nell’imporre una linea autonoma. Da qui un’insofferenza crescente. «Merlino era il migliore che aveva nel suo ministero. Il suo unico ‘problema’ è che era un uomo di Fazzolari». Ora, azzerato il vertice, il numero uno della Cultura spera di «uscire dal commissariamento» e giocarsi in autonomia l’ultima fase della legislatura.
(da Open)
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Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile
SOLO UNO DI LORO E’ MAGGIORENNE
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti è stato un ragazzo di 15 anni (ne compirà 16
tra qualche giorno) a sferrare i fendenti all’addome di Bakari Sako, con un coltello o un cacciavite, uccidendolo. Il 35enne originario del Mali è stato accerchiato all’alba di sabato scorso 9 maggio, da un gruppo di cinque giovani e ferito mortalmente da uno di loro in piazza Fontana, nel centro storico di Taranto. Sono cinque i fermi disposti, quattro dalla procura minorile e uno della procura ordinaria. Il maggiorenne è Fabio Sale, di 20 anni, i quattro minori hanno tra i 15 e i 16 anni. Per tutti l’accusa è di omicidio aggravato dai futili motivi.
Accerchiato, spintonato. Poi la fuga e l’aggressione del 15enne con gli amici
Sako sarebbe stato ucciso con tre fendenti al petto e al torace. Colpi che non gli hanno dato scampo. Decisive per le indagini sono state le immagini registrate dalle telecamere di sicurezza. Il bracciante è stato prima circondato e aggredito con pugni e spintoni. Poi ha cercato di fuggire ma è stato rincorso e colpito tre volte nella ona toracica e addominale con un’arma da taglio che il 15enne portava con sé. Bakari Sako, originario del Mali, aveva 35 anni. Era arrivato a Taranto nel 2022, aveva un regolare permesso di soggiorno, nessun precedente penale ed era inserito nella comunità degli immigrati. Quel giorno stava andando a lavoro, con la sua bici. Secondo quanto riporta il Corriere della Sera lascia nel suo paese d’origine due mogli, entrambe incinte. Bambini che non vedranno mai il loro padre.
(da agenzie)
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Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile
IL NOME PREFERITO E’ QUELLO DI PIER FERDINANDO CASINI
Il prossimo presidente della Repubblica si elegge a inizio 2029. Prima ci saranno le elezioni. E sarà quindi la nuova maggioranza a mandarlo al Quirinale. E, scrive La Stampa, gli uomini che rispondono a Marina Berlusconi e al Partito Democratico stanno intensificando i contatti. In ballo c’è Gianni Letta che parla della questione con Dario Franceschini e Francesco Boccia, secondo fonti di Forza Italia. Entrambi vicini a Elly Schlein. Il nome scelto sarebbe quello di Pierferdinando Casini.
La convergenza
La strana convergenza tra Mediaset e Pd deriva dalla necessità che il successore di Sergio Mattarella non sia la diretta espressione della destra meloniana. Intanto balla anche un incontro tra Marina Berlusconi e Schlein. Di cui Letta ha il mandato di verificare la fattibilità. E sul tavolo c’è anche la legge elettorale. E proprio di legge elettorale ha parlato ieri Meloni. Magnificando la possibilità che porti stabilità garantendo un premio di maggioranza. E così criticando implicitamente chi tifa per il pareggio. Tra i quali ci sarebbe proprio Marina B. Che invece preferirebbe un proporzionale. Con la possibilità di una non-vittoria che finisca per scardinare l’attuale quadro politico.
(da agenzie)
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