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CAPODICASA, L’ULTIMO PROBLEMA PER BERSANI

Gennaio 17th, 2013 Riccardo Fucile

IL Rà€S AGRIGENTINO DEFINàŒ “CORVI E SCIACALLI” GLI AGENTI CHE DEBELLARONO UN SISTEMA CRIMINALE

Angelo Capodicasa non è un candidato ‘impresentabile’ (ovviamente a parere di chi scrive) qualunque.
Se Mirello Crisafulli e Antonino Papania (già  descritti in due rapporti dei Carabinieri pieni di intercettazioni inedite svelati dal Fatto negli ultimi giorni) sono i due pesi massimi del Pd a Enna e Trapani, Capodicasa non è solo il leader di Agrigento.
Il deputato di Joppolo Giancaxio ha trascorso ben 50 dei suoi 63 anni di vita nel partito. Entrato nel Pci a 13 anni, primo ex comunista presidente della Regione nel 1998, viceministro con Prodi nel 2006, oggi terzo in lista alla Camera nel collegio Sicilia 1 grazie alle primarie, Capodicasa è il peso massimo del Pd siciliano.
Una discussione sulla sua candidatura implicherebbe un’analisi seria della storia del partito degli ultimi decenni.
Solo l’ex consigliere comunale di Agrigento, Giuseppe Arnone, continua a inondare la commissione di garanzia del Pd con esposti contro la candidatura di Capodicasa.
Nel penultimo il 15 gennaio segnala persino al segretario Bersani un presunto abuso edilizio su una villa di famiglia a Cattolica Eraclea.
E nell’ultimo, di ieri, Arnone accusa il candidato di avere “violato lo statuto del Partito commemorando nella pubblica piazza l’ex sindaco di Campobello di Licata, rimosso per mafia, Calogero Gueli”.
Il fatto risale al luglio del 2011. Capodicasa quel giorno “nel corso della commemorazione pubblica indetta con tanto di lutto cittadino definiva ‘corvi, sciacalli e iene’ gli uomini delle Forze dell’Ordine e della magistratura e i politici che avevano debellato il sistema criminale ruotante attorno alla famiglia Gueli”.
Gueli perse il posto per lo scioglimento del suo Comune per mafia dopo il suo arresto il 22 giugno del 2006.
Scarcerato e poi condannato a 3 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa in primo grado, Gueli fu assolto in appello.
La sentenza definitiva però condannava per mafia il figlio Vladimiro Gueli e il genero Giancarlo Bugea e descriveva così papà  Calogero:
“Ha costituito ‘un centro di potere affaristico imprenditoriale’ sfruttando la posizione di preminenza derivante dalla carica di sindaco (…). Si è certamente acquisita prova di una serie di illegittime ingerenze di Gueli Calogero nelle procedure di aggiudicazione dei lavori nel Comune di Campobello di Licata. Vi è la certezza che il Gueli abbia agito in modo minaccioso nei confronti di altri imprenditori per ottenere contratti di appalto per le imprese di famiglia”.
Perchè allora Gueli fu assolto?
La motivazione avrebbe sconsigliato a Capodicasa la commemorazione: “Può ritenersi che il Gueli abbia posto in essere gli illeciti coinvolgenti la Anaconda Costruzioni e la Sir.Tech per favorire se stesso e i suoi congiunti, Gueli Vladimiro e Giancarlo Bugea, in quanto tali e non quali esponenti mafiosi”.
Il rapporto Gueli-Capodicasa è illuminato dai verbali del pentito Maurizio Di Gati, che però non hanno portato a nessuna conseguenza giudiziaria perchè non riscontrati.
Il primo dicembre del 2006 Di Gati dichiara: “Il capo mafia Giuseppe Falzone, che è stato il mio successore ai vertici di Cosa nostra di Agrigento, mi disse che tramite il sindaco Gueli di Campobello di Licata si poteva arrivare a Capodicasa per avere lavori”.
Al riguardo Capodicasa ha dichiarato: “Non ho mai conosciuto nessuno dei personaggi citati da Di Gati che riporta fatti e circostanze apprese di terza mano e aleatorie”.
E anche Di Gati ammette di non avere mai incontrato Capodicasa nè Gueli. Le dichiarazioni più imbarazzanti per il leader del Pd agrigentino però non sono quelle di un pentito ma di un poliziotto.
L’ex capo della squadra mobile di Agrigento, Attilio Brucato, ha parlato dei rapporti tra Capodicasa e il costruttore di centri commerciali Gaetano Scifo, arrestato nel 2004 e ora sotto processo.
Nell’udienza del 19 marzo del 2011, Brucato spara: “Ci sorprese che dopo l’arresto di Scifo, pendente il processo Alta Mafia, in cui Scifo era imputato per reati aggravati dall’articolo 7, cioè di mafia, i Democratici di sinistra avessero fatto una riunione con lo Scifo medesimo appena scarcerato, riunione perorata, organizzata e promossa da Capodicasa (…), appurammo che i Ds di Capodicasa avevano contatti diretti con Scifo … e che dopo gli incontri tra Scifo e Capodicasa i Ds fecero una presa di posizione sostanzialmente coincidente con quelle assunte da Scifo contro il centro commerciale Moses avversato appunto da Scifo”.
Capodicasa commentò: “Erano riunioni a cui partecipavano numerosi dirigenti e parlamentari della provincia e alcune erano presiedute da componenti della commissione antimafia”.

Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IMPRESENTABILI PD: BERSANI CHE FAI, LI CACCI?

Gennaio 17th, 2013 Riccardo Fucile

IL DIFFICILE DIALOGO TRA INGROIA E BERSANI SULLE CANDIDATURE A RISCHIO

“Io non voglio entrare in casa d’altri, ma è una questione di credibilità  delle istituzioni. Bisogna fare pulizia, basta impresentabili”. Antonio Ingroia e Pier Luigi Bersani continuano a dialogare a distanza.
Un incontro ancora non c’è stato e i tempi per realizzare un patto di desistenza al Senato sono stretti, manca meno di una settimana alla presentazione delle liste.
Le condizioni sono molto diverse: il leader del Pd chiede agli arancioni di rinunciare a candidarsi per “senso di responsabilità ”.
Ingroia vuole invece parlare di accordi politici e, soprattutto, liste pulite.
“Il nodo degli impresentabili è un problema serio — spiega l’ex procuratore — dopo i decenni di impunità  imposta dal berlusconismo, deve iniziare la fase della responsabilità  che non è solo penale ma è politica. Non devono restare fuori solo i condannati in via definitiva, ma anche chi ha nel suo curriculum illeciti gravi”.
Da Crisafulli a Papania, da Capodicasa a Oliverio, la Commissione di garanzia del Pd dovrà  leggere le autocertificazioni dei candidati a rischio e valutare la loro possibile esclusione dalle liste.
Ci sono criteri oggettivi — quelli richiesti dallo statuto e dal codice etico — e ragioni di opportunità  politica a cui Luigi Berlinguer potrà  appellarsi.
“Il Pd ha deciso legittimamente di mettere un correttivo alle candidature con il listino per individuare delle personalità  meritevoli di essere elette. Perchè, allora, non è possibile fare il contrario? — chiede ancora Ingroia ai democratici — quando ci sono fatti che si impongono all’elezione, bisogna dire a un politico togliti di mezzo”.
Un altro ostacolo sulla strada di un accordo tra il Pd e Rivoluzione civile è il parere divergente sulla sentenza della Consulta sul conflitto tra il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e i pm di Palermo arrivata ieri.
“Il presidente della Repubblica deve poter contare sulla riservatezza assoluta delle proprie comunicazioni, non in rapporto ad una specifica funzione, ma per l’efficace       esercizio di tutte” scrive la Consulta. Plaude il Pd con l’ex procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso che definisce la sentenza “chiarificatrice”.
Molto diverso il parere di Ingroia: “Da oggi cambiano gli equilibri tra i poteri dello Stato. La motivazione amplia le prerogative del presidente della Repubblica a discapito del controllo della legalità . Il potere giudiziario fa un passo indietro rispetto alla politica che rende i suoi vertici sempre più immuni e impermeabili ai controlli”.
Ingroia comunque non desiste.
Nè politicamente nè nella speranza di un incontro con Pier Luigi Bersani.
Ma nel movimento non tutti la pensano come lui: “Desistere? Piuttosto parliamo di Resistere — dice il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris — se si dovesse praticare la desistenza non ci sarebbe il sostegno del Movimento Arancione alla Rivoluzione Civile. Ma dato che c’è un legame indissolubile tra Movimento Arancione e Rivoluzione Civile, ritengo che questa sia una proposta o un auspicio legittimo da parte del Pd, ma che per noi resta politicamente irrealizzabile”.
Un messaggio chiaro all’ex inviato Onu in Guatemala: niente democratici o ti scordi i miei voti in Campania.
Sicilia e Campania sono infatti le casseforti di voti di Rivoluzione civile che in quelle due Regioni chiave è dato dai sondaggi in doppia cifra, tra l’11 e il 12 per cento con una media nazionale del 5 per cento.
E per espugnare territori più difficili, Ingroia vorrebbe puntare su volti noti come il fotografo di gossip Antonello Zappadu in Sardegna, che non ha ancora sciolto la riserva.
Immortalò lui Silvio Berlusconi a Villa Certosa in compagnia di varie ragazze.
La prossima volta potrebbe fotografarlo in Parlamento, mentre fa il gesto delle manette a Ingroia, proprio come ieri negli studi di La7.

Caterina Perniconi.
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL PIANO DI BERSANI PER I RUOLI CHIAVE

Gennaio 17th, 2013 Riccardo Fucile

PRONTO L’ACCORDO: D’ALEMA AGLI ESTERI, VENDOLA VICE, SACCOMANNI ALL’ECONOMIA

Per il Pd l’esito delle elezioni è ancora incerto.
A Largo del Nazareno c’è chi dà  per perse, almeno al momento, due regioni come il Veneto e la Sicilia e per incerte la Lombardia e la Campania.
Tant’è vero che ieri il capogruppo Dario Franceschini a nome del Partito democratico ha chiesto a Leoluca Orlando di convincere Ingroia a un patto di desistenza: «La vostra lista in Sicilia, Campania e Lombardia può farci perdere la maggioranza a palazzo Madama».
Il Pd, che per ottenere la desistenza dovrebbe imbarcarsi tre esponenti della Lista Ingroia (questa almeno è la richiesta di Rivoluzione civile) avrebbe voluto che fosse Vendola a condurre la mediazione, ma il governatore della Puglia ha preferito lasciare il compito al partito maggiore della coalizione di centrosinistra.
Eppure, nonostante l’incertezza del Senato continui a gravare, a Largo del Nazareno si pensa già  agli assetti del futuro.
La speranza è che Ingroia alla fine abbassi la testa e le pretese. E se non dovesse accadere, allora sarà  l’appello al voto utile a dargli il colpo di grazia.
Perciò nei corridoi della sede nazionale del Partito democratico si rincorrono già  le voci dei futuri organigrammi.
Il patto siglato mesi fa tra i maggiorenti del partito è saltato dopo l’apparizione di Renzi.
Ma è stato subitamente sostituito da un altro accordo che dovrebbe accontentare un po’ tutti.
Intanto una poltrona sembra sicura: quella della presidenza della Camera.
Andrà  a Dario Franceschini.
Al Senato la questione è più delicata. Anna Finocchiaro è in pole position, ma quel posto potrebbe essere usato nella trattativa con i centristi.
Non a caso Pier Ferdinando Casini, che ha fatto qualche pensierino su quella poltrona, ha mostrato un certo stupore quando è venuto a sapere che Finocchiaro è candidata al Senato.
Raccontano però che l’esponente del Pd nutra qualche ambizione in più e accarezzi l’idea di essere la prima donna al Quirinale.
Questa però è un’altra casella ancora non definita.
Il primo obiettivo di Pier Luigi Bersani è quello di «cambiare il Porcellum».
«Non dovremo attendere cinque anni – è il ritornello del segretario del Pd – per mettere mano alla riforma elettorale: la prossima dovrà  essere una legislatura riformatrice anche sul piano istituzionale».
E il Colle potrebbe essere un posto chiave per allargare lo spettro delle forze politiche con cui siglare un’intesa per abolire il Porcellum.
Perciò a questo punto appare improbabile che possano andarci Mario Monti o Romano Prodi, per quanto quest’ultimo abbia più chance del primo.
C’è infatti chi giura di aver sentito Silvio Berlusconi dire che potrebbe votare il suo avversario di un tempo per mettere in difficoltà  il Pd nei rapporti con i centristi.
O comunque un altro esponente del centrosinistra sempre per mettere in imbarazzo i Democrat.
A palazzo Chigi gli scenari futuri sono assai più semplici da prevedere.
Tutti scommettono che appena Bersani varcherà  quella soglia chiamerà  Vasco Errani. Sarà  il presidente della giunta regionale dell’Emilia-Romagna il Gianni Letta del leader del Pd.
Del resto, in questi giorni Errani ha assunto già  le funzioni da sottosegretario del Consiglio perchè è lui che sta portando avanti tutte le trattative per conto di Bersani. Con il segretario del Partito democratico al governo bisognerà  dare una guida al Pd. In questo senso regge ancora l’ipotesi di affidare questo ruolo a Fabrizio Barca.
E infatti tutti hanno notato come l’Unità  da qualche tempo in qua stia dando spazio al ministro per la Coesione territoriale.
A fianco di Bersani, come vice premier, ci sarà  Nichi Vendola, che alla stregua di Veltroni, dovrebbe prendere i Beni culturali.
Mentre per un altro esponente di Sel, l’ex segretario di Rifondazione Franco Giordano, è previsto un posto di peso nel governo.
Massimo D’Alema pensa all’Europa, ma si vedrebbe bene anche alla Farnesina.
Per Fabrizio Saccomanni si parla del ministero dell’Economia, mentre per Laura Puppato di quello dell’Ambiente.
Dovrebbe andare al governo anche Graziano Delrio.
In questo caso è più che probabile che Matteo Renzi prenda il suo posto alla presidenza dell’Anci.

Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera“)

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VENDOLA NON BASTA PIU’, IL PD COMINCIA AD AVERE PAURA

Gennaio 15th, 2013 Riccardo Fucile

IL PARTITO (RI)SCOPRE LA LEZIONE DI BERLINGUER: NON SI GOVERNA CON IL 51%

Si va materializzando lo scenario peggiore. E i sondaggi cominciano a essere univoci, se non nelle percentuali, certamente nel cambio di rotta degli umori elettorali.
Sì, il Pd tiene e resta oltre il 30%: ma nessuna delle altre rilevazioni sembra confortare il partito di Pier Luigi Bersani.
Nichi Vendola continua a vedere erosi i consensi a Sel dalla lista «rivoluzionaria» di Antonio Ingroia (che comincia a consolidare la sua presenza), il Centro di Monti (e di Fini e Casini) è arrivato al 15%.
E soprattutto, continua la rimonta di Silvio Berlusconi: «Dopo Santoro, la sinistra ha cominciato a preoccuparsi davvero», ha annotato con malizia il Cavaliere. E non ha detto una bugia.
Due elementi, ieri, hanno dato plasticamente la misura dei timori che cominciano a serpeggiare nel quartier generale di Pier Luigi Bersani: la richiesta rivolta ad Antonio Ingroia di non presentare liste per il Senato in Campania, Sicilia e Lombardia, e l’offerta nuovamente avanzata a Mario Monti di un patto, di un dialogo, a elezioni concluse.
Massimo D’Alema, in una intervista al Tg1, è chiaro: «Spero che Monti sappia misurare i termini dello scontro politico, perchè dopo le elezioni dovremo tornare a dialogare».
E Bersani, spiegando al Washington Post il rapporto che intende instaurare col Professore, non lo smentisce: «Noi siamo pronti a collaborare. Non a uno scambio di favori, ma a stringere un patto per le riforme e la ricostruzione del Paese».
Le parole di Bersani e D’Alema sono magari diverse (patto, piuttosto che dialogo) ma il segnale pare univoco: è come se il Pd andasse maturando la certezza che l’alleanza con Vendola non sarà  sufficiente per ottenere una solida maggioranza al Senato e quindi governare il Paese.
«E’ una legge elettorale pazzesca quella per la quale un partito che vince in 17 regioni su 20 non ha poi la maggioranza al Senato per governare», lamentava ieri Claudio Burlando, governatore Pd della Liguria.
Ma intanto così è: ed è con questo scenario che occorre fare i conti.
I vertici democrats osservano da qualche giorno con preoccupazione la lieve ma continua flessione dei consensi al partito di Nichi Vendola stimato, da alcuni istituti di sondaggio, addirittura sotto il 5 per cento.
Cresce, invece, «Rivoluzione civile», la lista di Antonio Ingroia che – rispetto a Sel – sta sfruttando una rendita di posizione non irrilevante: radicalismo a piene mani e una linea di sinistra-sinistra, non avendo il problema di un accordo e di un programma di governo sottoscritto col Pd e assai vincolante in camapagna elettorale.
Da qui, forse, l’idea (risultata impraticabile) di chiedere a Ingroia di non presentare liste al Senato nelle regioni in bilico.
«In Campania ci abbiamo provato – spiega Enzo Amendola, segretario regionale Pd – ma con De Magistris in campo c’è poco da fare. La vittoria qui è in bilico, perchè il Pdl ha sdoganato di nuovo Cosentino, candidandolo naturalmente al Senato, e l’Udc – già  forte grazie a De Mita e agli ex dc – schiererà  Casini come capolista: naturalmente al Senato…».
Risposta analoga (cioè: no) alla richiesta di desistenza è arrivata dalla Sicilia, altre regioni in bilico. «E’ una proposta – ha spiegato Leoluca Orlando – che fa seguito ai mille rifiuti del Pd a qualunque dialogo… Se è una proposta elettorale, ritengo sia molto modesta…».
L’aria, insomma, si è fatta improvvisamente pesante: e giunti al punto cui si è, anche correggere la rotta è diventato difficile per il Pd.
«Non mi sorprende che Ingroia possa sottrarre qualche consenso a Vendola – spiega Rosy Bindi -. Ma non è che noi adesso si possa abbandonare la linea del dialogo con Monti per cercare di fare il pieno a sinistra. Io credo che occorra chiarirsi con Monti sulle prospettive del dopo-voto e andare avanti così».
C’è un’altra ragione, infine, per la quale il Pd non ritiene possibile interrompere il filo del dialogo con Monti: com’è pensabile governare l’Italia in crisi avendo all’opposizione i populismi di Berlusconi e della Lega, i radicalismi della sinistra-sinistra e anche la moderazione e le competenze del centro di Monti?
«Non si governa il Paese con il 51% dei voti», disse a metà  degli anni ’70 Enrico Berlinguer di fronte ad un’Italia spaccata a metà  tra Dc e Pci. Una lezione che Pier Luigi Bersani, evidentemente, non ha dimenticato…

Federico Geremicca
(da “La Stampa“)

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LISTA MONTI TRA CAOS E FLOP: POTERI FORTI TUTTI CON BERSANI

Gennaio 10th, 2013 Riccardo Fucile

IL PROFESSORE ALLARMATO PER LA FUGA DA CONFINDUSTRIA VERSO IL PD

Fiat a parte, i cosiddetti poteri forti, o almeno le parti più forti delle singole categorie, si stanno schierando con il Pd e Pier Luigi Bersani.
Le ragioni sono due: che il Pd e il centrosinistra continuano a guidare i sondaggi e che il progetto di Mario Monti si snatura di giorno in giorno, ormai mutato in una semplice riedizione del fallimentare
Terzo Polo sull’asse Udc-Fli.
Le liste montiane saranno ufficializzate forse già  domani, ma da quanto si conosce è già  chiara la tendenza.
Prendiamo Confindustria: con il Pd si è schierato Giampaolo Galli che è stato silurato da direttore generale con l’arrivo di Giorgio Squinzi alla guida degli imprenditori, ma gode di molta stima nell’apparato e ha ottimi rapporti con una lobby pesante come quella dell’Ania, le assicurazioni, che ha diretto in passato.
Monti ha arruolato Alberto Bombassei ed Ernesto Auci, il primo candidato sconfitto alla presidenza (di poco, ma poi non è riuscito a diventare un polo alternativo dentro l’associazione), Auci ex direttore e ad del Sole 24 Ore e poi responsabile relazioni istituzionali di Fiat.
Entrambi, il primo per cultura e rapporti di fornitura (i freni Brembo), l’altro per carriera, sono considerati uomini Fiat.
E il Lingotto non è più in Confindustria.
Il Pd — tramite Matteo Renzi — si è assicurato (gratis) il sapere organizzativo e manageriale della costosa McKinsey, arruolando uno dei vertici italiani, Yoram Gutgeld.
Anche Monti può contare su una figura in grado di tenere i rapporti con il potere milanese, l’ex direttore delle relazioni esterne di Rcs Lelio Alfonso.
Ma la McKinsey è la McKinsey.
Nella carta stampata Bersani si è preso uno dei giornalisti economici più influenti d’Italia, Massimo Mucchetti, che sul Corriere della Sera ha spesso difeso le ragioni di Unipol (coop rosse, prima potenza finanziaria della galassia bersaniana) quando si voleva prendere la Fonsai dei Ligresti.
E poi è arrivato a disegnare scenari — per ora mai realizzati — di fusioni tra Unicredit e Intesa e poi tra Fs e Alitalia.
Da parte sua Monti ha preso il direttore del Tempo Mario Sechi, con un profilo molto più politico e meno legato agli ambienti della finanza e della grande impresa.
Pure i sindacati che contano sono con Bersani: Guglielmo Epifani sarà  pure un uomo di un’altra stagione, ma da ex segretario della Cgil ha conservato parecchia influenza sul primo sindacato italiano.
E se Raffaele Bonanni si è presto defilato dal progetto montiano per rimanere nella Cisl, il suo numero due Giorgio Santini dovendo scegliere alla fine è andato con Bersani.
E al premier per conquistare il “mondo del lavoro” non resta che spendere il nome di Luigi Marino, leader della Confcooperative.
Che però, prima che montiano, è amico da sempre di Pier Ferdinando Casini.
Persino tra gli intellettuali si replica lo stesso schema: a Monti alcuni professori di prestigio, da Michele Ainis allo storico Andrea Romano che dirige Italia Futura.
A Bersani invece uno come Carlo Galli, politologo meno noto al grande pubblico ma che vanta un solido radicamento a Bologna, dove è una delle colonne dell’associazione (prodiana) del Mulino.
La lista che doveva essere di professori e società  civile, con un po’ di politici, si sta snaturando.
Basta vedere il listone montiano del Senato: in Lombardia Gabriele Albertini soffia la prima posizione a Pietro Ichino (perchè l’ex sindaco di Milano è l’unica speranza di far perdere il Pdl).
Nelle Marche capolista sarà  Linda Lanziollotta, ex Api.
In Emilia il primo sarà  Marino (voluto da Casini), il secondo un altro Udc, Mauro Libè. Il montiano Giuliano Cazzola, tra i primi ad aderire, è stato retrocesso al terzo posto, ammesso che accetti.
Il Lazio è andato ai finiani, capolista sarà  Giulia Bongiorno, mentre Puglia e Veneto sono state destinate a Sant’Egidio, che ha sempre più potere contrattuale.
Del Pdl non resta più nulla tranne Mario Mauro, che ieri si è dimesso dal partito (“un tragico errore l’alleanza con la Lega”) per andare col premier.
Non si candida Alfredo Mantovano — in Puglia non gli si trovava un buon posto — via anche Beppe Pisanu, per i troppi mandati e perchè voleva contendere a Casini la presidenza del Senato.
Fuori Franco Frattini. Sparito anche Corrado Passera, in polemica, e il ministro Andrea Riccardi non si candida.
Tutti cominciano a sentire odore di flop

(da “il Fatto Quotidiano“)

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PROBLEMI A SINISTRA: SULLE LISTE IL PSI MINACCIA DI SFILARSI, RECUPERATA LA CONCIA

Gennaio 8th, 2013 Riccardo Fucile

IMPASSE PER BERSANI IN SICILIA E FRIULI, AL SENATO PATTO CON GLI ARANCIONI

Con ottimi sondaggi sul tavolo, il Pd studia l’offensiva per il Senato.
È il tallone d’Achille che Bersani non può sottovalutare, e su cui in queste ore si sta discutendo, in un intreccio tra scelta di candidati forti (Piero Grasso; Maria Chiara Carrozza; Guglielmo Epifani), accordi, e “casi” irrisolti.
Come la trattativa con i socialisti di Riccardo Nencini.
Il segretario del Psi è arrivato a Roma sabato, per chiedere il rispetto degli accordi su numero e “peso” dei candidati nelle liste. Partita ancora aperta.
Tanto che Nencini dichiara di essere pronto a non candidarsi personalmente, e di preparare delle liste del Psi autonome per il Senato in Lazio, Campania e Basilicata.
Sarebbe un danno per il Pd, dove qualcuno immagina persino “accordi tecnici” di non belligeranza con il Movimento Arancione di Ingroia-De Magistris per evitare competizioni a sinistra, ad esempio in Sicilia e in Veneto.
Ottenere la maggioranza al Senato per Bersani è dare scacco a Monti e alle mire centriste sulla premiership.
Il puzzle delle liste democratiche si compone con difficoltà , a 48 ore dal via libero definitivo in Direzione domani. Il Friuli e la Sicilia sono ancora in pieno caos.
Debora Serracchiani, segretaria democratica friulana, ingaggia un braccio di ferro e interrompe le trattative: «Quattro paracadutati da Roma sono troppi».
Ci si aggiorna a oggi.
In Piemonte, Mariella Enoc ringrazia ma rinuncia.
All’ex presidente di Confindustria piemontese, manager della sanità , cattolica, era stato offerto il primo posto in lista davanti a Cesare Damiano o nella circoscrizione 2. Un modo per equilibrare il “gauchista” Damiano. Niente da fare.
Ignazio Marino sarà  capolista piemontese al Senato, nonostante lui preferisse il Lazio.
Incassa però la candidatura in un posto sicuro di Paola Concia, deputata uscente della corrente mariniana, leader lesbo-gay.
In tarda serata si riaprono le speranze per Stefano Ceccanti e per il renziano Roberto Reggi.
In Toscana potrebbero essere due donne capolista: al Senato (Maria Chiara Carrozza) e alla Camera (Michela Marzano, seguita da Andrea Manciulli).
La Sicilia è in alto mare; oggi il segretario Giuseppe Lupo dovrebbe tornare a Roma, i siciliani non vogliono più di sei nomi nazionali. Beppe Fioroni, dato per possibile capolista in Sicilia orientale (oltre che secondo in Lazio 2), stamani ribadirà  nell’incontro con Migliavacca che è ben contento così.
Matteo Renzi ha fatto avere al tavolo delle candidature la sua lista dei 17, sicuri sarebbero Simona Bonafè (in Lombardia); Francesco Bonifazi, Ivan Scalfarotto, Luca Lotti, Laura Cantini, Nadia Ginetti, Maria Elena Boschi, Paolo Gentiloni, Lino Paganelli, Ermete Realacci, Cristina Alicata, Alessandra Tresalli (consigliere di Carbonia), Michele Ansaldi (ex portavoce di Rutelli). Si è fatto anche il nome del giornalista Beppe Severgnini. Inoltre.
Appello del regista Scola e di Sergio Zavoli per recuperare Vincenzo Vita, esperto di media. Enzo Bianco, l’ex ministro dell’Interno che non si candida ma potrebbe essere in corsa per fare il sindaco di Catania, replica ai montiani del Pd e alle tentazioni di saltare il fosso: «Il profilo democratico-liberale nel Pd dovrà  essere di indubbia rilevanza».
Ma la lealtà  a Bersani pure.

Giovanna Casadio

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BERLUSCONI FA IL KAMIKAZE, BERSANI L’ATTENDISTA, MONTI USA IL SUO BRAND

Gennaio 7th, 2013 Riccardo Fucile

IL GIUDIZIO DEGLI ESPERTI SULLE MOSSE ELETTOLARI DI BERSANI, MONTI E BERLUSCONI

C’è l’invasione radio-televisiva di Silvio Berlusconi, vecchio ma spesso vincente refrain delle sue campagne elettorali.
La scoperta dei social network e del piccolo schermo da parte di Monti, trasformatosi da premier tecnico in politico d’attacco.
La campagna dei cartelloni pubblicitari 6 per 3 di Bersani, fermo e ben attento a non rincorrere gli avversari.
Mai come in questo 2013, alle elezioni si arriverà  di corsa e col fiato corto.
Le strategie comunicative si stanno definendo solo adesso, ci sarà  poco tempo per correggere gli errori.
«Siamo di fronte a una campagna elettorale di grande svolta», dice Edoardo Novelli, professore di comunicazione politica a Roma tre.
«Si è scomposto un quadro durato 20 anni, e — a 40 giorni dal voto — la campagna elettorale è ancora soggetta a grandi e rapide evoluzioni».
Questo complica l’analisi, ma non impedisce di tracciare un quadro.
Cominciando da chi, in questo momento, «amministra un vantaggio numerico, oltre che di offerta e proposta politica».
Pier Luigi Bersani, spiega Novelli, «sta facendo operazioni non tanto di immagine, ma politiche, vincenti: il recupero di Renzi, le primarie per i candidati, l’aver detto “Il tempo che mi spetta in televisione datelo alla Siria”».
Per Alessandro Amadori, di Coesis, «è una linea attendista. Il segretario pd amministra una vittoria quasi certa, e non deve commettere errori. Ma è forse troppo arroccato. Rischia di sembrare l’imperatore cinese chiuso nella città  perduta. Con il pericolo di una marginalizzazione comunicativa. Anche il pranzo con Renzi è sembrato uno snack all’autogrill, non c’era nulla di narrativo».
Annamaria Testa, pubblicitaria ed esperta di comunicazione, è molto severa sui 6à—3: «Sono ovunque, ma la pubblicità  non è un dato irrilevante: se fatta male, danneggia. Quel fondo grigio, i colori desaturati, il volto spento, la bocca tirata che non sorride, l’aria ingobbita: non è mica così vecchio, Bersani!».
E sì che le mosse politiche sono state vincenti: «Ottime le primarie, i confronti televisivi, il giro per l’Europa, perfino la pompa di benzina del padre».
Secondo il sondaggista Fabrizio Masia, di Emg, «Un calo rispetto alle primarie in questo momento può essere fisiologico, ma tra un po’ servirà  più presenza. La gente dimentica in fretta».
D’accordo Antonio Noto, Ipr Marketing: «La pre-campagna elettorale è importante perchè dopo entrerà  in vigore la par condicio, gli spazi diminuiranno».
Molto interessante per gli osservatori la campagna di Mario Monti: «Passa da una fase di emergenza in cui non aveva il problema del consenso a una in cui gli serve, eccome».
Da qui le asprezze nei confronti tanto del centrosinistra (pesanti contro Fassina e Vendola) quanto del Pdl.
«Per ora fa un po’ il finto tonto, si sottrae a domande cruciali, usa espressioni come “Chi se ne intende mi ha spiegato”, “non sono esperto”, ma non può durare. Parole come “silenziare” assomigliano agli scivoloni comunicativi del suo governo (al choosy della Fornero, al posto fisso definito “monotono”). Non si sa quanto casuali».
Comunque, sta colpendo dove deve colpire: nel centrodestra chi non vuole Berlusconi andrà  da Monti naturalmente, nel centrosinistra c’è invece un’area che può essere indecisa tra lui e Bersani».
Più netto Amadori: «Il professore si è completamente berlusconizzato, fa Monti contro tutti, in una sorta di nemesi». Serve? «Sta aumentando la sua visibilità , ma non regge più la sua percezione come uomo al di sopra delle parti. Da lui ci si aspettava una lista di premi nobel, per ora in prima fila si vedono solo Fini e Casini».
«Prevale lo straniamento. Non sta sfondando», conferma Masia. Annamaria Testa boccia il simbolo: «È flebile, riflette la vaghezza della sua proposta politica. Anche il nome scelta civica non si capisce cosa voglia dire».
Per Noto invece «l’ex premier rappresenta la vera novità  di comunicazione di questa campagna. Punta su ciò che è inatteso e cerca di proiettare tutto sul futuro parlando poco dell’attività  di governo. È abile nell’usare i mezzi di comunicazione. Questo può pagare».
Poi c’è Berlusconi, partito — ancora una volta — a razzo.
È ovunque, in tutte le radio e le tv, anche la più sperduta.
«Non ha niente da perdere — dice Amadori — ha già  bruciato tutto in termini di consenso. La sua è la strategia della tigre, del dragone. Un guerriero solitario che in Giappone chiamano Ronin, e che a costo di apparire comico si gioca il tutto per tutto. Quasi un kamikaze. Così facendo però ha già  tolto a Bersani il ruolo di “opposant” di Monti, lo ha ridotto a comprimario».
Per Testa «in un Paese che non legge la televisione resta un grande medium popolare, ed è certo quello più congeniale a Berlusconi e al suo elettorato».
Che, secondo Masia, «è fatto di casalinghe, pensionati e piccoli imprenditori: con i primi funziona il richiamo al quotidiano, al caro vita, con i secondi quello anti-tasse. Questo si legge nei sondaggi».
Ma, dice Noto, «la comunicazione colpisce quando rappresenta una novità  e in questo momento la sua appare molto prevedibile. Se non cambia, difficilmente riuscirà  a sfondare».

Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)

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I SEGRETI DEL PATTO TRA BERSANI E RENZI

Gennaio 4th, 2013 Riccardo Fucile

IL PD HA CAMBIATO PELLE, E’ DIVENTATO “UN PARTITO ALL’AMERICANA”…E RENZI COSTITUIRA’ UN ARGINE AL MONTISMO

L’intesa tra Bersani e Renzi non è (solo) un’operazione di immagine e di potere, e non è (solo) una mossa mediatica in vista della campagna elettorale.
Da ieri il Pd ha cambiato pelle, è diventato – per usare le parole del sindaco di Firenze – «un partito all’americana», dove «il timone è nelle mani di Pier Luigi, mentre io darò una mano».
È il suggello della sfida alle primarie, un punto di partenza e anche di arrivo, perchè chi è uscito sconfitto dalla sfida per la premiership accetta di collaborare con il candidato per Palazzo Chigi.
Ma al tempo stesso il patto pone fine «alle vecchie saghe», alla stagione dei complotti che hanno dilaniato in passato il centrosinistra.
«Mettermi contro Bersani sarebbe ridicolo», spiega Renzi.
E non è (solo) per una questione di «credibilità  e di lealtà » che si pone al fianco del segretario.
C’è una evidente convergenza di interessi tra i due, tra chi cioè si gioca le proprie carte nei prossimi mesi e chi mira ad avere le stesse chance nei prossimi anni.
Perciò Bersani ha invitato l’altro ieri a colazione il «rottamatore», che si è detto pronto a pagare il conto, «a patto che tu mi spieghi la metafora del tacchino sopra il tetto», pronunciata dal segretario del Pd durante il confronto in tv per le primarie.
Davvero Renzi stenta a comprendere «il bersanese», tanto che più volte – durante la conversazione – ha dovuto interrompere l’interlocutore: «Aspetta Pier Luigi, scusami. Questa non l’ho capita».
Epperò su un punto i due si sono subito intesi, quando il leader dei democratici ha chiesto al sindaco di Firenze di mobilitarsi: «Lo devi fare nell’interesse della ditta».
La parola «ditta» ha sempre fatto storcere il naso a Renzi, e non solo per una questione semantica.
Tuttavia il messaggio era comprensibile.
A Bersani serve «un argine al montismo» – così ha detto – in campagna elettorale, e l’ex sfidante – che alle primarie ha incarnato la novità  – è attrezzato alla guerra di frontiera: «Matteo, fatti sentire sui temi dell’innovazione».
Renzi ha accettato, andrà  in tv e nelle piazze, pronto a riproporre alcuni punti del programma con cui lanciò la sfida per palazzo Chigi al segretario: «Anche perchè certe cose che Monti ha inserito nel suo documento, le ha riprese dal mio. E non erano di Ichino…».
Il passaggio del giuslavorista democratico nelle file del premier uscente è stato al centro di commenti poco lusinghieri durante il pranzo, ed è proprio a Ichino che Renzi avrebbe più tardi indirizzato pubblicamente una frecciata, sostenendo che «c’è troppa gente abituata a scappare con il pallone quando perde. Io no».
Ma quando il professore se n’è andato con il Professore, Bersani ha intuito il progetto politico e mediatico che si celava dietro l’operazione, il tentativo di relegarlo nel recinto di un vetero-laburismo condannato all’attrazione fatale con la sinistra estrema, l’idea di dare in Italia e all’estero l’immagine di una coalizione e di un candidato premier «unfit» per palazzo Chigi.
Il «rottamatore» serve proprio a rompere quello schema, e lui sa che la sua funzione sarà  quella di «strappare voti nel campo avverso», cercando di drenarli «a Monti e a Berlusconi»: «Perchè così si vince».
Con Renzi in campo il segretario del Pd lancia un messaggio al premier che mira a «silenziare le estreme», prefigurando quasi una spaccatura del fronte democratico dopo le elezioni.
Con il patto di ieri, invece, un partito «all’americana» è un partito che non si rompe, è un modo – secondo Bersani – per far capire che «non c’è e non ci sarà  nessuna ipotesi di scissione nel nostro schieramento, tantomeno nel nostro partito».
Una tesi ribadita dal sindaco di Firenze, che giura di non volere incarichi nè di fare il capocorrente, e che tuttavia ha garantito sulla lealtà  dei suoi parlamentari: «Saranno più bersaniani di Bersani».
Certo, se da una parte l’intesa di ieri consente di consolidare quel patrimonio accumulato con le primarie, dall’altra c’è il rischio che i messaggi renziani finiscano per alimentare tensioni con l’ala «sinistra» del Pd.
«Ma io non silenzierò nessuno», avvisa Bersani. Che rivolgendosi a Monti, aggiunge: «A un leader non spetta tacitare, tocca svolgere un ruolo di sintesi».
C’è dunque un motivo se ieri il leader del Pd era soddisfatto, se l’accordo sui numeri con Renzi è stato raggiunto in poco tempo.
Il segretario inserirà  una ventina di candidati nel listino, che si aggiungeranno agli altri cinquanta usciti vincenti dalle recenti parlamentarie.
E discutendo di liste a tavola i due erano convinti che «sul piano del rinnovamento daremo lezioni a tutti»: «Quando saranno note le liste collegate a Monti, si vedrà  quali sono le più nuove tra le loro e le nostre».
Il patto di ieri chiude il cerchio nei Democratici e dà  il via alla campagna elettorale, durante la quale Bersani vestirà  i panni del pompiere: non vuole giochi pirotecnici nè intende andare allo scontro diretto con il Professore, «a meno che non sia lui a trascinarmi».
Lascerà  a suoi il compito di lavorarlo ai fianchi, com’è accaduto anche ieri, con il governatore della Toscana Rossi che ha spiegato come il premier uscente «rischi di trasformarsi in un politico mediocre».
Il segretario-candidato agirà  invece «solo di rimessa». Tanto ha capito chi sia stato a suggerire a Monti di aprire un fronte offensivo con il Pd: «È farina del sacco di Casini».
E sorride ricordando l’ammonimento del leader Udc, secondo cui «Pierluigi» non andrà  a palazzo Chigi se non riuscirà  ad avere la maggioranza anche al Senato: «Questo è la solita, vecchia teoria politica di Pier Ferdinando. Comanda chi ha meno voti…».
Non c’è dubbio che alle prossime elezioni sia in gioco il bipolarismo, che Bersani vuole «salvaguardare».
Perciò incalzerà  il Professore quotidianamente, invitandolo a spiegare con chi si schiererà  «in Italia e in Europa», e chiedendo «rispetto» per il Pd, «perchè non può scoprire oggi i nostri difetti dopo essere stato appoggiato per un anno a palazzo Chigi».
Comunque non intende pregiudicare «gli eventuali rapporti futuri», ha spiegato ai suoi, come a segnare il destino di Monti e della sua avventura.
Certo, avrebbe preferito che il Professore rimanesse super partes, e con Renzi si è soffermato sulla scelta del premier di entrare in campo: avesse federato l’intero centrodestra sarebbe stato assai insidioso, mettendosi a capeggiare l’area centrista sarà  funzionale al Pd.
In ogni caso entrambi hanno convenuto che «sta dilapidando un patrimonio».
Ma è soprattutto del Pd che i due ex sfidanti hanno parlato.
Ed è un segno dei tempi se un emiliano e un toscano hanno cambiato il volto di un partito a tra(di)zione post-comunista, dove era sempre toccato ai romani la cabina di comando.
Resta il problema di Renzi, che spesso fatica a capire il «bersanese».
La storia del «tacchino sul tetto», per esempio: il segretario del Pd ha ammesso di aver sbagliato a citare la metafora, «perchè non mi volevo riferire a un tacchino ma a un piccione».
«Si vabbè, Pier Luigi. Ma che vuol dire?».

Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera”)

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L’IRA DEI DEMOCRATICI SUL PREMIER E SALTA L’INCONTRO TRA BERSANI E MONTI

Gennaio 3rd, 2013 Riccardo Fucile

LA PAURA CHE I CENTRISTI FACCIANO SALTARE LA VITTORIA IN LOMBARDIA E LAZIO… LITE TRA I MONTIANI SULL’USO DEL SIMBOLO

E adesso che il Professore prende le distanze anche dal Pd di Bersani, il tavolo rischia di saltare. Il gentlemen’s agreement che tacitamente i due avevano pattuito pare già  archiviato.
Il clima muta repentinamente, al punto che nel giro di poche ore dalla sortita radiofonica di Mario Monti, la segreteria del Nazareno manda in freezer l’incontro tra il presidente del Consiglio e il segretario democratico era stato messo in agenda.
Non è il momento, più in là , forse.
Un faccia a faccia che nelle intenzioni dei due – nel solco della collaborazione che ha segnato questi tredici mesi di governo – avrebbe dovuto spianare la strada a una campagna elettorale all’insegna del reciproco «rispetto».
Colpi di fioretto sì, necessari anche per soddisfare le aspettative dei reciproci elettorati. Ma senza oltrepassare un certo limite: questo nella carta delle buone intenzioni.
Mario Monti invece alza il tiro, azzanna l’ala sinistra della coalizione, taccia di «conservazione». E lo stesso farà  con molta probabilità  nelle nuove apparizioni tv in programma oggi a Unomattina e forse domani a Sky e in altre ancora già  pianificate.
Pier Luigi Bersani non ha gradito affatto la svolta.
Ha lasciato che altri esprimessero tutto il disappunto del partito mettendo in guardia il Professore dalla deriva del «populismo» e della «demagogia», neanche fosse Berlusconi.
Il segretario non replica alle accuse. «Non mi metto a inseguire nessuno sulla polemica spicciola di tutti i giorni, nemmeno Monti – ragiona però coi suoi collaboratori – Io voglio fare un’altra campagna elettorale, senza insulti».
Detto questo, anche per il Pd adesso lo scenario muta.
E i colpi di fioretto lasceranno posto alla sciabola.
Non fosse altro perchè il «partito» del premier ormai «sale in campo» anche nel Lazio e in Lombardia, presentando propri candidati nelle due regioni chiave e rischia di complicare alquanto il cammino di Zingaretti e Ambrosoli.
Da semplice competitor, «Con Monti per l’Italia » diventa avversario.
Democratici poco inclini agli sconti, sebbene consapevoli del fatto che proprio da una buona affermazione della lista unica montiana al Senato nelle regioni strategiche – Lombardia in testa – e dalla conseguente erosione di consensi al Pdl, potrebbe derivare il definitivo successo dell’asse Pd-Sel a Palazzo Madama, la più delicata e incerta.
Monti torna a Roma e incontra Gianfranco Fini.
Matura il via libera definitivo – nonostante le perplessità  iniziali del Professore – alla lista Fli alla Camera. Ma col presidente della Camera il premier ha soprattutto affrontato la grana del giorno.
Ovvero la probabile impossibilità  di inserire il “timbro” Monti anche nelle liste Udc e Fli e nelle eventuali altre che si presenteranno alla Camera, come era previsto finora.
Il caso è stato sollevato dal pidiellino Peppino Calderisi, richiamando l’articolo 14 del testo unico in materia elettorale che obbligherebbe le liste collegate a utilizzare «contrassegni diversi, non confondibili».
«Senza quel simbolo, per le nostre liste si crea un problema di riconoscibilità  nell’apparentamento col leader», insorgono da Udc e Fli.
Che a questo punto non escludono un veto alla corsa della «Lista civica per Monti » a Montecitorio: rischia di essere l’unica col marchio doc.
Il premier si è riservato di decidere, dallo staff minimizzano: «Problema inesistente, il marchio ci sarà  per tutti».
Di certo, il leader non intende rinunciare a una sua lista civica e con lui la macchina già  in corsa di “ItaliaFutura” (Montezemolo) che ne costituisce l’ossatura.
Monti ha confidato invece tutte le sue perplessità  su una lista di ex pidiellini, per il rischio di «disperdere le forze» soprattutto in vista della complicata raccolta delle firme.
Ad ogni modo, Franco Frattini, Mario Mauro e 11 deputati usciti dal Pdl, da Cazzola alla Bertolini a Stracquadanio, ufficializzeranno in questi giorni il movimento “Italia popolare per Monti” (o “Popolari per Monti”) con chiaro link al Ppe.
Ma in assenza di una loro lista – fatta salva la blindatura degli stessi Frattini, Mauro e Mantovano in quella unitaria al Senato – resta il dilemma di dove candidare gli altri alla Camera.
«Non siamo più di una decina e abbiamo consiglieri comunali che possono tornare molto utili per la raccolta delle firme» fa notare Cazzola.
Fatto sta che la Lista civica montiana è aperta ai soli non politici, mentre Udc e Fli hanno già  problemi coi loro concorrenti.
Così, gli ex Pdl rischiano di fare la fine degli esodati.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)

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