Agosto 29th, 2014 Riccardo Fucile
IL RITORNO DI PIERLUIGI ALLA FESTA DELL’UNITA’ DOPO LA MALATTIA
Dal partito al governo, Pierluigi Bersani si leva parecchi sassolini.
Abbronzato, camicia celeste, arriva alla Festa dell’Unità di Bologna determinato a dare, “in amicizia”, parecchi suggerimenti al premier e suo successore alla guida del Pd.
Parte dai numeri negativi dell’economia per dire che “dobbiamo decidere se fare i 100 metri o il mezzo fondo” e invita, in bersanese puro, a “sorvegliare il rapporto tra comunicazione, aspettative e la realtà , altrimenti poi si rischia di generare sfiducia”. “Non è che se ci mettiamo tutti a soffiare poi si alza il vento”, avverte l’ex segretario, consapevole che lui, per il deficit di comunicazione, ha perso la sfida più grande. “Ho il difetto opposto, non riesco a dire che gli asini volano, dovrei almeno imparare a dire che volano bassi bassi, altrimenti poi lo so che la gente si deprime”.
L’ex segretario riconosce a Renzi la “spinta”, il “piglio”, ma lo invita ad evitare l’eccesso di annunci e di fretta, “almeno la prospettiva deve essere quella di mille giorni, qui di scorciatoie non ce ne sono…”.
L’intervistatore Massimo Giannini lo incalza sulla sfida al premier, lui evita attacchi diretti “che qui bisogna tutti dare una mano”. E tuttavia le critiche non mancano, “gli 80 euro sono un’operazione redistributiva con dei bei difettucci, e poi non è mai con una sola misura che si fa ripartire il Paese”.
La mente torna alla “politica del cacciavite”, alla sua esperienza da ministro, “quando l’idea dei bonus fiscali per le ristrutturazioni me la diede il capo di un’organizzazione di Rete imprese Italia”.
E dunque “la concertazione che va aggiornata ma non cancellata, perchè nessuno nasce imparato e con la gente che sta sul pezzo bisogna parlarci”.
E ancora la spending review: “Non si fa ripartire il Paese tagliando la spesa pubblica, che va modificata spostando da dove c’è troppo grasso a dove troppo magro, ma è in linea con gli altri paesi europei”.
Bersani critica l’ipotesi di una nuova manovra di tagli, “se si tratta di 16-18 miliardi si rischiano di tagliare i pilastri dello Stato sociale”.
“Io non ne posso più di sentir parlare di riforme”, sbotta con un sorriso, “bisogna entrare nei dettagli”.
Su Renzi non picchia mai troppo duro, “ha detto battute improprie sui sindacati, ma risponde a un senso comune, ad una crisi della rappresentanza che è reale”.
Sul partito è più duro, partendo dall’esperienza delle primarie emiliane, il mancato accordo su Daniele Manca: “Se non c’è un partito che dà delle indicazioni, se non c’è un soggetto politico diventiamo uno spazio politico, e alle primarie si può arrivare fino a 15 candidati del Pd, e magari un bravo amministratore giovane non se la sente. Il partito deve dare indicazioni, anche rischiando di essere smentito dai cittadini, questo strumento delle primarie lo dobbiamo coccolare…”.
Sulla sua regione, l’ex leader manda segnali precisi ai candidati: “Mi dispiace che Manca non ci sia. Sono tutti bravi, l’Emilia sarà in buone mani, ma ci risparmino le giaculatorie sull’innovazione, che qui si fa dai tempi di Guido Fanti e siamo sempre leader in Europa. Bisogna dire cosa e come si vuole innovare, e per farlo bisogna sapere dove mettere le mani”.
Per Bersani avere il premier -segretario è un problema: “Io non avrei fatto i due mestieri insieme, mi sarei dimesso da segretario, perchè ogni cosa che dici nel partito si scarica sul governo e dunque sul Paese, la discussione è un po’ inibita. E invece ci deve essere discplina ma anche discussione”.
Su questi temi, e anche su come un partito vive senza finanziamento pubblico, lancia un appuntamento di discussione in autunno.
“Da vent’anni questo paese non ha partiti, solo organizzazioni del leader, e questa è una delle cause del nostro declino. Il Pd deve risolvere questo problema democratico”.
La legge elettorale, e le riforme. Per Bersani “il Senato come è stato votato va bene così”, ma nell’Italicum, “i cittadini devono scegliere i deputati, con i collegi, ma io mi bevo anche le preferenze pur di evitare i nominati…”.
Ma il succo del ragionamento è un’altro: “Bene discutere con tutti, ma l’ultima parola non la può avere Verdini e se non sarà d’accordo se ne farà una ragione”.
Patto del Nazareno? “Non mi risulta che ci sia anche la giustizia, e comunque con Berlusconi vanno evitati patti stringenti, perchè lui non ha più nulla da dire in prospettiva a questo Paese”.
La sala è piena, anche se non stracolma: all’arrivo di Bersani molti si alzano in piedi, e alla fine sono autografi e strette di mano. Lui se la cava con una battuta. “Molti mi dicono che si sono pentiti di aver votato Grillo: e io rispondo che per questo perdono qui devono rivolgersi a qualcuno più in alto…”.
Chiosa politica: “Il M5s ha dimostrato in pieno la sua impotenza, e la destra ci metterà molto tempo a riorganizzarsi. Ora tocca al Pd, i voti li abbiamo ma adesso servono i fatti”. Arriva anche il momento del tour nelle cucine con i volontari. E’ la prima festa dopo l’ictus di gennaio. Ma stasera non c’è spazio per lacrime e commozione.
Bersani è tornato sorridente ma intenzionato a farsi sentire.
Sempre “in amicizia”, naturalmente.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 28th, 2014 Riccardo Fucile
“MATTEO HA MANDATO UN MESSAGGIO DI CAMBIAMENTO SENZA AVVENTURA”
“Se Bersani non avesse truccato le primarie, avremmo da due anni un Paese ben governato”.
Chi lo dice?
Fabrizio Rondolino, ex portavoce di D’Alema.
Provi a truccarli Rondolino, tre milioni di voti; poi ne parliamo. Io al massimo ho truccato lo statuto per far correre alle primarie anche Renzi..
Sono in tanti a dire che se alle elezioni del 2013 ci fosse stato Renzi al posto suo, Bersani, non sarebbe finita così.
Guardi, per me la ditta è il partito riformista del secolo, un percorso in cui ognuno fa il suo pezzo di strada. Dopo la caduta del Muro l’Italia si è data un sistema politico provvisorio, occasionale, personalista, demagogico. Per affrontare la decadenza del Paese serve una grande formazione politica che sopravviva ai suoi leader: siano Prodi, Veltroni, Bersani, Renzi.
Resta il fatto che Renzi ha vinto, la vostra generazione no.
Il premier è stato bravissimo, ha trovato un’empatia con un Paese impaziente Sono stato contento nel vedere i volti nuovi del Pd nella notte della vittoria: ma non sono spuntati dal nulla, li abbiamo portati in Parlamento nel 2013. Allora pagammo il prezzo dell’austerità , del sostegno a Monti che doveva evitare il precipizio. Ma conquistammo una base parlamentare che per la prima volta ha consentito al Pd di fare un governo, anzi due. E, a proposito delle ironie su “smacchiamo il giaguaro”…
Ancora?
Berlusconi non ha più potuto imporre leggi ad personam . Senza il risultato del 2013, sarebbe passata una norma di due righe, e avremmo ancora Berlusconi in Parlamento, con Alfano al suo fianco. Un giorno, qualcuno riconoscerà queste cose. Il mio limite è sempre stato vedere le cose nel tempo medio, e non nell’immediato, come si chiede oggi ai politici.
È stato così anche con Grillo?
Vada a rivedersi il famoso streaming, quando avverto i grillini: “Arriverà il momento in cui direte: avremmo potuto dire, avremmo potuto fare”. Sapevo, dai segnali dei giorni precedenti, che avrebbero rifiutato. Ma ero disposto anche a farmi insultare e irridere, pur di dimostrare che ero disponibile a un governo di cambiamento».
Grillo è in calo, dopo il picco del 2013. Come mai?
Quella volta si sfogò il voto innocente a Grillo. Fu un voto in libertà . Il giorno dopo, di fronte all’impotenza e all’allarme, si è affermata una centralità del Pd, su cui Renzi ha investito. Chapeau. È stato bravissimo. Ha trovato un’empatia con un Paese impaziente, dimostrandosi impaziente lui stesso. E ha mandato un messaggio di cambiamento senza avventura.
È la parafrasi di una formula democristiana. In effetti si parla del Pd renziano come di nuova Dc.
In termini di civilizzazione, la Dc insieme con il Pci fece molto; e anche adesso c’è un Paese da tenere insieme, diviso da corporazioni e localismi. Pensi alle sciocchezze su Nord e Sud che si sentono negli stadi. L’altro giorno ero a Bergamo: la campagna elettorale mi ha rimesso in forze, questo Matteo mi ha perfino ridato la salute. Ai bergamaschi ho detto che avremmo dovuto cantare “Canzone marinara” e “Te voglio bene assaje”; perchè sono opere di Donizetti, un loro concittadino.
Parlavamo di nuova Dc.
Qualcuno mi chiede dov’è finita la sinistra. Gli rispondo di non preoccuparsi: la sinistra, intesa come sentimento di eguaglianza e di dignità , è incomprimibile. Il Pd deve esserne il contenitore.
Cosa direbbe oggi a Renzi?
Di spendere in Europa la forza di questo risultato magnifico, aprendo una fase nuova. Non basta sconfiggere l’austerità ; c’è da registrare lo scontro tra l’Europa e la globalizzazione, che ha prodotto populismi anche in Paesi dove la crisi ha morso di meno. Oggi il Nord Europa chiede meno solidarietà , e il Sud meno austerità . Non vorrei che ci si intendesse sui due “meno”: tu allenti un po’ le briglie a casa tua, ma non ti aspettare una politica di solidarietà europea.
Che fare allora?
Fossi in Matteo direi così: non chiediamo sconti o allentamenti; chiediamo una discussione sulle politiche europee che finora hanno prodotto più disoccupazione, più debito, più populismi. La Bce sta lavorando contro la deflazione. Sta a noi trovare un meccanismo per smaltire una parte del debito a costi più bassi. E per investire, anche con gli eurobond, in modo da creare lavoro»
Renzi si è scontrato con la Cgil. Sbaglia?
Renzi deve capire che l’ha votato una parte di quelli che ce l’hanno con la Cgil, ma l’ha votato pure la Cgil. Glielo testimonio io. Superare i ritualismi della concertazione è sacrosanto. Ma l’Italia non può essere un’orchestra felliniana, bisogna parlarsi. Sa come nascono le uniche due leggi che oggi creano un po’ di lavoro? Il bonus per le ristrutturazioni edilizie, che ho voluto io, me lo suggerirono gli artigiani della Cna: non ci sarei mai arrivato. E la legge Sabatini sui macchinari industriali recupera una norma del 1965. Quando si governa ci vuole umiltà . A volte torna utile una cosa antica, o una cosa suggerita da chi vive nel mondo.
A Renzi serve umiltà , quindi?
Molta umiltà . Mi pare che l’abbia capito. Ho apprezzato la sua conferenza stampa dopo il voto
Renzi oggi è premier e segretario del partito. Può mantenere entrambi i ruoli?
Può farne anche tre. Ma non da solo. C’è un proverbio cinese che dice: chi beve si ricordi di chi ha scavato il pozzo. L’albero deve allargare le fronde; purchè non dimentichi le radici
Chi sarà il presidente del Pd?
Non ne ho la più pallida idea. La cosa dirimente è insediare un grande partito riformista che possa giovare al Paese. Ci vogliono sia la velocità che il passo dell’alpino, ma non bastano; bisogna marciare su un solco politico e culturale, bisogna avere radici, perchè verranno anche momenti difficili e servirà tenuta. La situazione economica dell’Italia resta grave.
Ci sono le coperture per gli 80 euro?
Ci sono. Ma molte sono una tantum. Bisognerà trovare le coperture anche per l’anno prossimo, e sarà un passaggio complicato. La spending review non si fermerà ai famosi sprechi; arriverà alle sorgenti della spesa pubblica»
Sta dicendo che Renzi deve saper fare anche politiche impopolari?
Il consenso va costruito anche nel medio periodo. La lotta all’evasione fiscale, ad esempio, può essere impopolare. Ma se sarà condotta a fondo, con tutti gli strumenti a disposizione, dalla tracciabilità alle banche dati, nel medio periodo darà frutto, anche in termini di consenso».
L’Italicum va cambiato?
Sì. Resto convinto che debbano essere rivisti i meccanismi di rappresentanza: sbarramenti, soglia per il premio di maggioranza, scelta dei parlamentari. Siamo democratici e adesso governiamo: dobbiamo garantire per tutti il metodo democratico, non basta più dire che tanto noi facciamo le primarie.
Prima o poi potrebbe riaprirsi la partita del Quirinale. L’ultima volta fu durissima. Come sarà la prossima?
Sarà meno difficile. La prossima volta ci sarà lealtà ».
Aldo Cazzullo
(da “il Corriere della Sera”)
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Aprile 9th, 2014 Riccardo Fucile
E PRENDE POSIZIONE: “SERVONO CONTRAPPESI O CHI VINCE SI PRENDE TUTTO”
«Io sono leale, responsabile e voglio bene alla ditta. Ma prima di tutto, viene l’Italia. Le riforme
facciamole, però senza pasticci. Perchè qui c’è in gioco la democrazia». Pier Luigi Bersani è appena sceso dal Colle, dove è stato ricevuto dal capo dello Stato. Approda nel Transatlantico di Montecitorio, incassa complimenti per la cravatta rosso-quirinalizio e si vede subito che ha voglia di parlare: «Ho salvato il cervello e non intendo consegnarlo».
L’ex segretario del Pd, pienamente ristabilito dopo l’intervento, ce l’ha con la riforma costituzionale e le sue parole puntano dritto a Palazzo Chigi: «Il combinato disposto tra Italicum e Senato delle autonomie è inaccettabile. Se c’è il monocameralismo bisogna prevedere dei contrappesi. Non è possibile che chi vince prende tutto, governo, presidente della Repubblica, nomine…».
Con i senatori democratici divisi in due blocchi, renziani da una parte e neo riformisti dall’altra, Bersani sposta il suo peso sul secondo piatto della bilancia: quello del disegno di legge di Vannino Chiti, sottoscritto da una robusta fronda di 22 senatori. «Va bene andare avanti, ma prendiamoci una serata per discutere e pensare a un progetto per il futuro dei figli, che sia democratico e che regga negli anni. Non facciamo l’errore del Titolo V, per poi ritrovarci tra cinque anni con un bel pasticcio. Parliamone e sono sicuro che una soluzione la troviamo». Linea dura.
Ma il punto non sono i tempi, è il merito.
Renzi vuole arrivare al 25 maggio con la riforma approvata in prima lettura: «Va bene anche piantare la bandierina entro le Europee, perchè vincere è importante, ma non possiamo sbagliare. Adesso va di moda risparmiare e quindi facciamo pure il Senato non elettivo, però con i necessari contrappesi».
E la Camera? Ha un senso che restino 630 deputati mentre i senatori scendono da 315 a 148?
«No, con 630 deputati non può funzionare e potremmo averne di meno anche qui. Un Senato di nominati è inaccettabile».
Ha ragione chi insiste nel voler eleggere i senatori?
«Aspettiamo il testo base e poi presenteremo i nostri emendamenti. Qualche correzione sarà indispensabile».
E qui Bersani si lancia in un ragionamento che non aveva mai fatto prima. Ricorda che lui, dopo le Politiche del 2013, si affrettò a dichiarare di non aver vinto: «Invece il ventennio berlusconiano è finito e il Pd si è preso tutto. Adesso tocca a noi. Ma c’è un aspetto che non possiamo sottovalutare, il Pd si chiama democratico perchè abbiamo a cuore la democrazia».
Lo preoccupa la legge elettorale, con quella soglia «inaccettabile» per i partiti coalizzati: «Stiamo attenti a non inserire nel sistema un elemento corruttivo, perchè liste e listine di pensionati, vedove o via elencando, che senza ottenere un solo parlamentare concorrono a far vincere il premio, provocano un rischio di corruzione altissimo. Se con il 25% il tuo partito prende tutto, Parlamento, governo, Quirinale e Corte costituzionale, qualcosa in cambio gli devi dare, giusto? Soldi, nomine, ricompense…».
La sirena di Montecitorio richiama i deputati e Bersani saluta per infilarsi in Aula: «Vado a votare».
Un’ultima domanda, onorevole. Le è tornata la voglia di riprendersi la ditta?
«Ma no, abbiamo già dato – allarga le braccia Bersani – guidare il Pd è faticoso!».
Monica Guerzoni
(da “il Corriere della Sera“)
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Febbraio 25th, 2014 Riccardo Fucile
BERSANI TORNA A CAPO DELLA MINORANZA PD…LETTA VOTA E RITORNA A LONDRA
L’abbraccio è politico, come il dissenso, come le cicatrici.
Pier Luigi Bersani arriva, col passo felpato del capo comunista: “Sono qui per fare il mio doppio dovere: votare la fiducia e abbracciare Enrico Letta”.
Cicatrice che si intravede sotto il capello più corto, magro e sorridente si va a sedere al suo posto, stringe una quantità infinita di mani, coperto dall’affetto dei suoi.
Enrico Letta, entra cinque minuti prima che Renzi inizi a parlare, sale le scale lentamente, dirigendosi verso il segretario di cui fu vice.
La cicatrice è dentro, non ancora rimarginata.
Un’ovazione accompagna il lungo abbraccio tra “Enrico” e “Pier Luigi”. Lunghissima, interminabile, sotto lo sguardo imperturbabile di Matteo Renzi, che a sua volta applaude.
Applauso liberatorio, applauso di affetto, calore, dissenso, applauso di tante cose se, tra i fedelissimi di Letta, serpeggiano giudizi impietosi: “Ipocriti gli applausi di chi cerca di normalizzare l’accaduto”.
La cicatrice sanguina ancora e certo Letta non ha assolto il Pd per quel che ha fatto.
E così, forse, l’abbraccio diventa anche saluto.
Pier Luigi resta seduto tra i banchi del Pd. Enrico no, va a sedersi lontano dal suo partito, in un posto proprio di fronte a Renzi, sguardo imperturbabile come quello della sfinge.
Poco dopo la fiducia, di corsa all’aeroporto.
L’affetto per Pier Luigi è profondo: “Dal 5 gennaio speravo di vivere questo momento. Bentornato Pier Luigi!” twitta l’ex premier mentre lascia la Camera.
Destinazione Londra, per rimettere in fila i pensieri e capire il da farsi.
Per ora Letta non ha deciso nulla, nè sul come farà politica nè sul suo partito da cui si sente emotivamente lontano.
L’ex premier, racconta chi è vicino a lui in queste ore, non ha intenzione di riaprire i suoi think tank, nè ha intenzione di prendere decisioni affrettate. Si vedrà .
Per ora ha rinunciato all’ufficio che spetta agli ex presidenti del Consiglio, così come ha rinunciato sia agli emolumenti sia alla segreteria che potrebbe avere a disposizione. Tornerà , da “deputato semplice” appena la cicatrice sarà cauterizzata. E chissà se il Pd sarà il suo partito.
L’abbraccio è saluto. Ma è anche un segnale a quella minoranza del Pd che per Bersani avrebbe potuto gestire la fase senza lasciare le impronte digitali sul letticidio. Magari astenendosi alla famosa direzione.
Vecchio capo comunista, Pier Luigi vuole dare un doppio segnale. Ai giovani della sua “minoranza” che, insomma, le maniere contano.
A Renzi che la cambiale non è in bianco: “Il governo Renzi — dice sorseggiando un caffè – tra le sue qualità migliori non ha l’umiltà ma ha bisogno d’aiuto e, quando saranno chiari alcuni obiettivi che sono ancora da chiarire, io starò qui a fare il mio dovere per aiutarlo”.
Dare una mano, vecchio slogan bersaniano. In nome dell’unità del partito: “Reggerà , reggerà ” sorride sornione.
Approccio che segna un solco con Letta. Il grande ritorno di Bersani, nel giorno della “fiducia”, ha il significato di una mano tesa a Matteo, in nome dell’unità del Pd, nella consapevolezza che se fallisce Renzi è finita per tutti: “Per come si è svolta questa vicenda — spiega – e per come il presidente del Consiglio ha interpretato questo voto di fiducia, da domani gli italiani vorranno misurare lo spread tra parole e fatti”.
Matteo coglie al volo, twitta il suo grazie a Bersani, in Aula lo nomina calorosamente nel discorso.
Con Letta neanche un saluto o uno sguardo veloce come un tweet.
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 25th, 2014 Riccardo Fucile
L’ABBRACCIO CON LETTA CHE NON SI SIEDE NEI BANCHI DEL PD
Quasi un triangolo: lui, l’ex, l’altro. 
Lui, Pier Luigi Bersani, riappare alla Camera dopo la malattia.
L’altro, Matteo Renzi, lo abbraccia (e poi twitta), mentre lui con lo sguardo cerca l’ex, Enrico Letta, ma invano.
Tutt’intorno riecheggia il lungo applauso per celebrare il suo ritorno – quasi una standing ovation – dei deputati democratici, ma anche di quelli appartenenti ad altri gruppi parlamentari (tutti tranne i Cinque Stelle, che rimangono seduti negli scranni senza scomporsi: l’educazione è un optional)
Dopo il malore avuto a inizio gennaio e la lunga convalescenza, Bersani torna dunque a prendere posto nel suo seggio per votare la fiducia al governo Renzi.
Il neopremier lo saluta con affetto e poi, come nel suo stile, lo ringrazia pubblicamente con un tweet:
Durante la replica, il presidente del Consiglio ne loda lo stile: “Il fatto che Pier Luigi Bersani sia qui – dice rivolto ai deputati- avendo idee molto diverse, è un segno di uno stile e di un rispetto non semplicemente personale, ma di un rispetto politico. Siamo il Pd”.
Ma Bersani non è andato alla Camera per lui: “Sono venuto ad abbracciare Enrico (Letta, ndr). Ma ancora non è arrivato?”, chiede, regalando visibilmente commosso sorrisi e battute, ai colleghi parlamentari di maggioranza e opposizione, dal capogruppo di Fi Renato Brunetta al portavoce del Pd Lorenzo Guerini, che si accalcano per salutarlo e chiedergli come sta.
Enrico Letta però ancora non c’è. L’ex premier, infatti, giunge a Montecitorio solo intorno alle 16.30, senza partecipare al precedente dibattito sulla fiducia al governo. L’ultimo suo messaggio è stato lo scorso 22 febbraio, quando dopo la gelida cerimonia della Campanella a palazzo Chigi aveva scritto su Twitter: “Grazie Napolitano e tutti quelli che mi hanno sostenuto! Ora uno stacco via da Roma per prendere le migliori decisioni”.
Finalmente Enrico fa la sua entrata in Aula, non degna di uno sguardo Renzi e va dritto incontro a Pier Luigi.
I due si abbracciano con calore, gli applausi continuano scroscianti. Un momento emozionante e al tempo stesso drammatico.
Poi Letta si va a sedere, ma non nei banchi del Pd: prende posto al tavolo del comitato dei Nove, al centro dell’Emiciclo.
Dagli altoparlanti risuona intanto la voce della presidente Laura Boldrini, che dà il bentornato ufficiale all’onorevole Bersani.
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Febbraio 23rd, 2014 Riccardo Fucile
“ESECUTIVO TROPPO PERSONALISTICO, MA NON CI SONO ALTERNATIVE”
Tutto è “in capo alla responsabilità di Renzi. La modernità esalta la leadership, ma ci deve essere qualcosa di più di una squadra attorno al leader. C’è bisogno di una comunità che condivide, partecipa, collabora, costruisce”.
L’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani, in un colloquio con l’Unità , si mostra critico con lo strappo di Matteo Renzi ma invita a “partecipare e fare di tutto perchè l’impresa riesca.”
“Quando sento qualcuno che ipotizza di non votare la fiducia – dice nella prima intervista dopo l’operazione – penso che abbia perso la bussola. La fiducia si vota, altrimenti finisce il Pd. Poi bisogna tornare a pensare e a discutere, senza timore di dire la nostra, su cosa è utile che il governo Renzi faccia per l’Italia e su cosa dovranno fare i democratici da domani”.
“Dobbiamo sempre pensare al film di domani. Oggi stiamo preparando il futuro. E mi preoccupa questo distacco tra la società e le istituzioni democratiche. Temo che il distacco continui a crescere e nessuno di noi può illudersi che basti un po’ di populismo e di demagogia, magari in dosi contenute, per risolvere il problema”, afferma Bersani.
“Bisogna dire la verità al Paese, e non inseguire i pifferai sperando di batterli sul loro terreno. La politica non ritroverà se stessa nei particolari e nelle tattiche. È il senso, la direzione di marcia che le dà forza”.
Parlando della propria salute, “se avessi potuto, ovviamente mi sarei evitato tutto questo. Ma, pur nella sventura, confesso di uscirne con un sentimento di soddisfazione. La persona vale sempre più di ciò che fa”, dichiara Bersani, secondo cui “anche la politica deve guarire”.
“I test – aggiunge – dicono che la mia memoria è al 100%. Ma se avessi perso quel 5% che dico io, non mi sarebbe dispiaciuto”.
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 13th, 2014 Riccardo Fucile
LA TELEFONATA DA PIACENZA: “DEVE ESSERE IL PARTITO A DIRTI NO”
Nel momento più difficile, quello in cui i rapporti più solidi vengono messi alla prova, a dar manforte ad Enrico Letta ci pensa colui che Matteo Renzi considera ancora il vero capo della minoranza, Pierluigi Bersani.
Il premier e l’ex leader del Pd, si parlano al telefono e dalla sua abitazione in quel di Piacenza, l’ex segretario conforta e sostiene l’amico Enrico nella sua decisione di voler andare avanti, di fare tutto alla luce del sole.
Insomma, di farsi caso mai dire dal Pd che un suo «Bis» non s’ha da fare e perchè questa soluzione non sia considerata più praticabile.
Un sostegno significativo alla linea del rilancio, quello di Bersani, tanto più in un crocevia che vede la sinistra spaccata, con una parte dei cuperliani convinti che «ormai è troppo tardi»; e altri pronti a non darla vinta così facilmente al segretario.
Nella notte dei lunghi coltelli, quella in cui lo stato maggiore renziano stava decidendo di rompere gli indugi per far partire l’operazione staffetta, è ad esempio un bersaniano collaborativo col segretario come Roberto Speranza, a restare attaccato al telefono fino alle cinque del mattino per spargere olio su un cambio di programma inatteso: il rinvio della legge elettorale, propedeutico ad un cambio degli assetti di governo.
Ufficialmente la linea della sinistra è «Letta o Renzi, serve un nuovo governo e non tifiamo per nessuno», ma ormai sono in molti nel Pd a dare per scontata la staffetta.
Non solo i renziani duri e puri come Bonafè, Richetti, Rughetti, ma anche i dalemiani Leva e Amendola, fino al più acerrimo avversario di Renzi, Beppe Fioroni.
Il grosso dei cuperliani – fino a poco tempo strenui difensori di Letta – è pronto ad abbandonare Letta al suo destino.
Chiedendosi come mai Enrico, «che non è tipo da alzare il prezzo per trattare una sua uscita onorevole, faccia questo, mettendo a rischio la tenuta del Pd. Non è da lui…».
E dunque nel partito si diffonde il terrore di uno show down che possa lasciare morti e feriti sul campo, con effetti nefasti anche in termini elettorali.
Insomma, l’esito che nessuno, a cominciare da Napolitano, vorrebbe vedere, quello di un passaggio di testimone consumato con uno strappo, potrebbe materializzarsi domani in Direzione, visto che il premier non è intenzionato a desistere.
Nemmeno Franceschini riesce a sminare il terreno da una bomba ad orologeria quale sarebbe una «conta» devastante.
A dare l’idea dell’asprezza dello scontro sono i renziani con più voce in capitolo: «Letta va a sbattere e si farà male se qualcuno non lo ferma, ma se non si convince da solo ci penserà Napolitano, al massimo giovedì mattina. Ormai è partito un altro treno e il Letta Bis è una suggestione superata».
È chiaro che una conta alla luce del sole non conviene a nessuno e il plenipotenziario del leader, Lorenzo Guerini, per mezz’ora ne parla alla Camera con il capo della segreteria politica di Letta, Gianni Dal Moro.
E perciò si capisce come mai, quando tutti danno per scontato che «la prossima settimana Renzi sarà premier», per dirla come Tabacci, ancora non sia partito in Transatlantico il toto-ministri.
Che il premier possa accettare un passo di lato è eventualità assai remota per come si son messe le cose. Anche perchè sono i sondaggi a spingere i lettiani a resistere, come quelli che danno tre italiani su quattro contrari alla staffetta.
Carlo Bertini
(da “La Stampa”)
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Gennaio 19th, 2014 Riccardo Fucile
DURANTE LA VISITA IN OSPEDALE BERSANI HA ESPRESSO LE SUE PERPLESSITA’ AL SEGRETARIO PD
Pier Luigi Bersani non ha gradito il fatto che l’incontro fra il segretario del Pd Matteo Renzi e il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi sia avvenuto nella sede del Pd.
Lo rivelano all’agenzia Lapresse fonti vicine all’ex segretario del Partito democratico al termine della visita di Renzi all’Ospedale Maggiore di Parma, durata circa tre quarti d’ora.
Notizia confermata all’Huffpost da altre fonti vicine al politico emiliano. In ogni caso avrebbe molto apprezzato la visita del suo successore.
Ospitare Berlusconi al Nazareno, avrebbe detto Bersani, sembra riaprire, dopo l’ultimo 20ennio, una parentesi che sembrava chiusa.
L’esercizio della leadership, avrebbe aggiunto l’ex segretario Pd, va fatto tenendo conto delle diverse sensibilità .
A quanto si apprende sempre dalle stesse fonti, Bersani avrebbe augurato a Renzi buon lavoro, trattandosi del loro primo incontro dopo l’esito delle primarie.
Il giudizio sulla proposta di legge elettorale di Matteo Renzi da parte di Bersani invece sarà pronunciato solo dopo la presentazione del testo, lunedì, in direzione Pd. Il giudizio verrà dato in base alla distanza tra la proposta di Renzi e il doppio turno. Secondo le fonti di Lapresse, infatti, il modello spagnolo, a parere di Bersani, presenterebbe due criticità : la prima riguarda la presenza delle liste bloccate, che riporterebbero al Porcellum bocciato dalla Consulta; la seconda il problema della governabilità legata al premio di maggioranza.
Bersani, però, spiegano le fonti, ha intenzione di valutare domani la proposta senza pregiudizi.
Uscito dalla terapia intensiva da pochi giorni, Pier Luigi Bersani ha in questi giorni finalmente potuto ricevere le prime visite al di fuori della cerchia stretta dei famigliari e oggi sono andati a trovarlo a Parma Romano Prodi e Matteo Renzi.
L’ex premier è arrivato a Parma verso ora di pranzo ed ha portato all’amico Bersani una scatola di sigari in dono e insieme, lo ha raccontato, hanno parlato di tutto, ‘dall’Impero romano a oggì. E quel riferimento non è casuale perchè sul comodino dell’ex segretario Pd all’ospedale Maggiore, in una stanza da due letti che al momento occupa da solo, c’è anche un numero del National Geographic di argomento storico.
L’ex leader del Pd ha ripreso a leggere: sta finendo ‘Mia suocera beve’, di Diego de Silva, e segue da vicino le vicende politiche con il suo iPad.
A metà pomeriggio è stata la volta di Renzi.
Il sindaco di Firenze aveva annunciato giovedì durante la direzione che, vista l’impossibilità di Bersani di essere presente ai lavori, sarebbe andato personalmente a parlargli della legge elettorale e così è stato.
Certo, nessuno avrebbe mai pensato che il primo incontro a faccia a faccia tra il nuovo segretario del Pd e il suo predecessore sarebbe stato in una stanza di ospedale.
Hanno chiacchierato un’oretta e si è trattato, a quanto riferito, di un’incontro cordiale. E prima che Renzi se ne andasse, da un’uscita secondaria così come all’ingresso per evitare i cronisti, Bersani lo ha salutato augurandogli: “Buon lavoro”.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 6th, 2014 Riccardo Fucile
STAMATTINA IN VISITA CUPERLO, SPERANZA ED ERRANI, POCO FA E’ ARRIVATO FASSINA… LETTA TELEFONA, RENZI SFILERA’ ALLE 18…. BOLLETTINO MEDICO: “E’ SULLA BUONA STRADA”
Matteo Renzi andrà a visitare Pier Luigi Bersani, ricoverato ieri all’ospedale di Parma per un’improvvisa emorragia cerebrale.
Dopo Cuperlo, Speranza, Stumpo e altri esponenti locali del Pd anche il segretario ha deciso di portare i suoi saluti e il suo sostegno all’ex ministro. S
Secondo indiscrezioni Renzi sarà a Parma alle 18 (in tempo per le edizioni del Tg della sera)
C’è anche Fassina
“Incontrerà Renzi? “Sono qui per salutare Pier Luigi, tutto il resto è altro”.
Il vice ministro dimissionario arriva a Parma alle 14.20 per portare un abbraccio all’amico “Pier”. “Abbiamo bisogno di lui” specifica subito (anche dopo le polemiche interne al partito) e su un possibile incontro con il segretario Pd, atteso in ospedale nel tardo pomeriggio, glissa. “Non sono qui per lui”.
Il ricovero e poi l’intervento “E’ il mio solito Pier”. 
Una Befana di speranza per l’onorevole Bersani. Il volto della moglie un filo più disteso racconta molto della notte appena trascorsa dall’ex segretario Pd dopo l’operazione.
“Sì, la moglie mi ha detto che era il suo solito Pier Luigi” confessa il dottor Ermanno Giombelli all’indomani dell’intervento per cercare di porre rimedio all’emorragia subaracnoidea. “Decorso post operatorio positivo, valori stabili, nessun deficit neurologico. Rimane in Rianimazione con prognosi riservata” recita il bollettino.
E nessun collegamento con il possibile stress politico dei mesi scorsi, tiene a precisare il professore.
Bersani sta meglio, del pericolo di vita “non si può parlare” perchè finchè la “nave non è in porto”, dice Giombelli, neurochirurgo e marinaio per passione, “non si può mai dire”.
Insomma, la solita forma del cauto ottimismo, ma un ottimismo che questa volta c’è davvero. Del resto, appena sveglio, dopo aver riabbracciato moglie e figlie, l’ex ministro ha subito chiesto conto della partita, Juve-Roma, la Signora vien prima di tutto.
Il suo ex portavoce Stefano Di Traglia sorride: “Voleva sapere se avevamo registrato il match”. Vigile, provato ma sereno, ora Bersani dovrà attendere “qualche giorno” prima di poter scongiurare il rischio di ricadute.
Intanto il premier Letta “ha chiamato e verrà presto” dicono dallo staff dell’ex segretario.
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