Destra di Popolo.net

RENZO BOSSI E LO SCANDALO LEGA, IRONIA SUL WEB: “AVRA’ FINITO DI PAGARE L’AUTO”

Aprile 10th, 2012 Riccardo Fucile

SUI SOCIAL NETWORK E’ UNA GARA ALLA BATTUTA MIGLIORE…IL SARCASMO SI MESCOLA ALLA VOGLIA DI VOLTARE PAGINA DA PARTE DEI MILITANTI DELLA LEGA

“Si sarà  consultato con il suo tutor”, “Dicono che abbia passato notti insonni a provare il discorso”, “Dai l’esempio? Allora non dovevi neanche candidarti”.
L’annuncio delle dimissioni di Renzo Bossi da consigliere regionale della Regione Lombardia, ha scatenato in rete l’ironia e la soddisfazione di tanti cittadini, militanti della Lega e non.
Che accolgono le parole del Trota con commenti dettati da sarcasmo, cinismo, giubilo. “Si dimette, avrà  finito di pagare la macchina”, “Adesso potrà  dare una mano a imbiancare i muri di casa”.
E su Twitter e Facebook scatta la gara alla battuta migliore.
Il maggior numero di interventi sulle pagine degli esponenti della Lega Nord.
Come quella di Matteo Salvini, che commenta con un laconico “Pare che Renzo Bossi si dimetta, un vero peccato…”.
Un post che dà  spazio alla voce di tanti militanti. “Spero si dimetta anche la Rosy Mauro. Quando penso che abbiamo pagato lo stipendio – e che stipendio – a due analfabeti, mi viene una rabbia. Se non se non vanno non voterò mai più Lega”. Ancora: “Va be’ pazienza, il Trota sarà  tornato nel fiume”, “Non mi aspettavo questa sorpresa dall’uovo di Pasqua”.
Sullo sfondo il rilancio del Movimento. E proprio Matteo Salvini, con Bobo Maroni, sono indacati da tanti come i protagonisti della “riscossa del Carroccio”. “Dovete prendere in mano il partito e fare piazza pulita. Mettere alla porta anfibi, fattucchiere e cerchi magici. Torniamo a parlare di federalismo fiscale”.
E torna la “durezza leghista”: “Stimo Umberto Bossi, ha creato il nostro movimento. Ma adesso devono restarsene a casa, siamo diventati uguali agli altri partiti”.
Ma è l’ironia a farla da padrona.
Ancora su Bossi jr. “Pare che abbia detto: Me ne vado perchè mi sento un pesce fuor d’acqua…”.
E sul profilo Facebook di Roberto Maroni, gli interventi dei militanti sono decine. Barbari sognanti contro il Cerchio Magico, una lotta per la leadership che trova in rete uno sconfinato campo di battaglia.
“Non siamo tristi per queste dimissioni, anzi ce ne rallegriamo. E’ l’unico modo per far capire agli italiani che non ammettiamo ruberie nel nostro partito”.
Il prossimo obiettivo dei militanti vicini all’ex ministro degli Interni è il vicepresidente del Senato, Rosy Mauro: “La ‘nera’ non lascerà  mai. Dobbiamo essere noi a cacciarla”. E in rete già  circolano numerose petizioni per richiederne le dimissioni (l’appello di Articolo 21).
Poi Twitter. 140 caratteri di cinismo puro.
“Trota ci mancherai, eri puro cabaret”, “Non ti preoccupare, se non ce la fai con le spese facciamo tutti una colletta”, “Ma come si dimette, se non ha mai lavorato”.
E ancora: “Adesso si darà  alla pesca sportiva”, “C’è un comunicato stampa del Cepu che lo difende: dicono che non sa contare”, “Non oso immaginare da chi sarà  sostituito in Regione”.
E, infine, c’è anche chi legge le dimissioni del figlio del Senatur, come un gesto da apprezzare. “Certo, non è una cima. Ma molti squali della politica dovrebbero prendere esempio da lui”.
Nessuno si sente però responsabile per aver chiuso occhi e orecchie per tanti anni di fronte a chiari segnali che qualcosa non andava.

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ALTRO CHE “FATTI RIENTRARE” COME DISSE CALDEROLI: I SOLDI DELLA LEGA SONO STATI RESPINTI DALLA BANCA DELLA TANZANIA PERCHE’ L’OPERAZIONE ERA POCO TRASPARENTE

Aprile 10th, 2012 Riccardo Fucile

CONTINUA LA FAVOLA RACCONTATA DAI PALLISTI DEL CARROCCIO: PERSINO IN AFRICA NON SI SONO FIDATI DELLA LEGA… E DI 1,2 MILIONI INVESTITI A CIPRO SONO TORNATI SOLO 850.000 EURO

Sentivano puzza di soldi sporchi e quindi hanno preferito non accettare il denaro offerto dalla Lega.
Sarebbe stato solo un tentativo di investimento quello dei 4,5 milioni di euro che l’ex tesoriere indagato della Lega Francesco Belsito ha cercato di depositare su una banca tanzaniana.
Secondo i primi accertamenti degli inquirenti milanesi l’istituto di credito probabilmente per una questione di trasparenza bancaria ha «congelato» i fondi per oltre un mese e poi li ha restituiti al mittente, cioè li ha rimandati sul conto del Carroccio presso la banca Aletti, senza quindi che sia stato effettuato l’investimento. Dalla prima lettura delle carte e dall’interrogatorio tra cui l’acquisizione di alcuni documenti bancari e l’interrogatorio di Paolo Scala, l’uomo d’affari indagato assieme a Belsito e al consulente d’impresa Stefano Bonet, i pm hanno effettuato una prima ricostruzione del giro che avrebbero fatto i soldi investiti all’estero.
Da quanto si è potuto capire 1,2 milioni di euro sono stati investiti presso un fondo cipriota da cui poi, quando la vicenda è uscita tra molte polemiche sulla stampa, sono stati riportati in Italia circa 850 mila euro.
Diversa sarebbe stata la strada presa dagli altri 4,5 milioni di euro prelevati dalle casse della Lega: il tentativo sarebbe stato quello di effettuare un investimento in una banca in Tanzania dove sarebbero rimasti però congelati e poi respinti dallo stesso istituto di credito o per le preoccupazioni in quanto la vicenda era già  uscita sui giornali, o per i sospetti su una operazione non trasparente.

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I RAPPORTI DI FORZA NELLA LEGA

Aprile 10th, 2012 Riccardo Fucile

“CERCHISTI” DA UNA PARTE E “MARONIANI” DALL’ALTRA, MA NON SOLO…CI SONO ANCHE I “VENETI”, I “FEDELISSIMI”, I “CALDERONIANI” E I “PIEMONTESI”… L’INCHIESTA SULL’USO DEI FONDI DEL PARTITI HA SCOPERCHIATO UN MALESSERE ORMAI DIFFUSO E UNA LOTTA PER BANDE CHE SOLO BOSSI POTEVE TENERE UNITE

Il passo indietro (momentaneo) del Capo ha aperto di fatto la `lotta di successione’ nel partito.
Questi i principali attori in campo.
Maroniani
La `corrente’, come l’ha definita lo stesso Bossi, fa riferimento all’ex ministro Roberto Maroni che, prima delle inchieste, aveva anche dato vita ai `Barbari sognanti’ per rifondare il partito.
Esponenti di spicco sono il `ribelle’ sindaco di Verona, Flavio Tosi; l’europarlamentare Matteo Salvini; il sindaco di Varese, Attilio Fontana; il presidente del Consiglio regionale della Lombardia Davide Boni; e una pattuglia molto consistente di parlamentari.
Sono rappresentati da Maroni nel triumvirato che traghetterà  il partito al congresso di inizio autunno
Cerchio magico
È il gruppo `organizzato’, subito dopo la malattia di Bossi, dalla moglie Manuela Marrone.
È detto `cerchio’ perchè avrebbe creato una barriera per rendere inavvicinabile il `capo’. Il termine `magico’ fa riferimento a presunte pratiche esoteriche da parte di alcuni suoi componenti.
Ne fanno parte Rosy Mauro; il presidente dei senatori leghisti Federico Bricolo (ma dato in uscita dagli stessi cerchisti); l’ex capogruppo alla Camera, Marco Reguzzoni; ed alcuni esponenti lombardi del partito.
Veneti
Finora non sono organizzati in una vera e propria corrente ma gli scandali che hanno travolto soprattutto la componente lombarda del partito li sta spingendo a venir fuori. Uomo di riferimento è il governatore della Regione Veneto, Luca Zaia.
La forza dei veneti si basa sulla loro radicale presenza sul territorio dove spesso la Lega è il primo partito.
Eredi della `Liga veneta’ sembrano pronti a reclamare posti di rilievo nel Carroccio e c’è chi indica Zaia come nuovo leader.
Tra questi anche la deputata `cerchista’ Paola Goisis.
Fedelissimi di Bossi
Lontani dall’organizzarsi in corrente, sono alcuni esponenti del Carroccio legati ad Umberto Bossi da una amicizia storica e profonda.
Non sono nè maroniani nè cerchisti. Non a caso il `capo’ li sta indicando per i ruoli chiave del partito.
Tra di loro ci sono i quattro `irriducibili del 92′: Stefano Stefani, Roberto Castelli, Gianpaolo Dozzo e Giuseppe Leoni.
Si tratta dei pochi, fortunati, esclusi dalla lunga lista di epurati del Carroccio.
Stefani è il tesoriere al posto di Belsito; Dozzo è il nuovo capogruppo a Montecitorio.
Piemontesi
Corrente che sta nascendo attorno al presidente della Regione Piemonte, Roberto Cota. Forte sul territorio, alla Camera può contare su un piccolo gruppo di cui fa parte tra gli altri Sebastiano Fogliato.
L’ex capogruppo alla Camera, indicato in passato vicino ai cerchisti, prova a mantenersi alla larga dalle guerre interne al partito.
Nel nuovo organigramma della Lega è riuscito a `piazzare’ il presidente della provincia di Biella, Roberto Simonetti, nel Comitato amministrativo federale.
Calderoliani
Area che fa riferimento a Roberto Calderoli. I componenti non sono numerosissimi ma politicamente `pesanti’ nel partito grazie al ruolo svolto da Calderoli di coordinatore delle segreterie nazionali della Lega.
L’ex ministro è uno dei tre componenti del `triumvirato’ che attualmente guida la Lega.

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LA LEGA VENETA SI SMARCA DA MARONI: “DOPO BOSSI, ZAIA SEGRETARIO”

Aprile 9th, 2012 Riccardo Fucile

L’INVESTITURA DI GOBBO, IL LEADER DELLA LEGA VENETA LANCIA IL GOVERNATORE: “E’ LUI L’UOMO GIUSTO”

Alla fine il nome lo fa: Luca Zaia. E lo motiva: la base lo chiede.
E addirittura scavalca la dichiarata indisponibilità  del governatore spiegando che quando il partito chiama bisogna mettersi a disposizione.
Sentire Gian Paolo Gobbo, segretario veneto della Lega, esprimersi in maniera così decisa è già  una novità , figurarsi se il tema è la successione a Bossi: «Il Veneto ha tutte le caratteristiche per esprimere un segretario federale e l’uomo giusto potrebbe essere Zaia–ha detto sabato nella sua Piazza dei Signori a Treviso – e se lo chiede la base bisogna rispondere ».
Non sarebbe nemmeno una candidatura estemporanea: «Ne stiamo ancora discutendo» sibila, quasi facendo balenare il sospetto che questo nome sia stato portato addirittura al Federale.
Poco importa che anche sabato Zaia abbia ribadito ad AntennaTre che ne ha già  abbastanza così, che deve già  «risolvere troppi problemi in Veneto».
Le frasi di Gobbo (pronunciate, guarda caso, nell’anniversario del bombardamento della sua città ) hanno l’aura di un’investitura proprio perchè uscite dalla bocca di un uomo con l’allergia a taccuini, titoloni e annunci pubblici.
Uno che, quando parla, lo fa per lanciare messaggi.
«La Liga Veneta è la madre di tutte le Leghe, il Veneto ha posti rilevanti e di responsabilità . C’è grande orgoglio nel nostro territorio, altro che sudditanza nei confronti dei lombardi» ribatte a chi chiede più autonomia.
«Siamo un movimento federale, ma abbiamo dimostrato di avere un peso notevole. Treviso, in particolare, è la segreteria con il maggior numero di voti, di militanti e con i migliori risultati».
Forse sono solo parole che deve a una base delusa, forse sono qualcosa di più: un piano d’azione.
Nel frattempo il triumvirato va bene, anzi, benissimo.
«Ho sempre detto che per me sarebbe stata questa l’unica soluzione, anche se temporanea, con la presenza di un veneto. La Dal Lago farà  bene».
Zaia, quindi.
Il figlio di una Liga Veneta uscita senza macchia dal fango lombardo, «uno dei giovani dirigenti che più stanno facendo crescere il movimento » riflette il segretario.
Amato dal popolo, capace di rifondere fiducia nel Carroccio che esce a pezzi da via Bellerio prendendo il posto del leader spodestato dal nepotismo e dai presunti versamenti occulti di denaro pubblico.
E checchè ne dica il governatore, risoluto nell’escludere una sua candidatura in Via Bellerio, non sarà  lui a decidere.
«Anch’io mi sono chiamato fuori diverse volte, non l’ho chiesto io di fare il segretario, ma se il movimento e i militanti chiamano bisogna rispondere».
Gobbo, di solito, fa e non dice. Soprattutto, non ama i colpi di scena.
Adesso però le cose sono cambiate perchè al di là  del Garda sta crollando il castello della famiglia Bossi e del suo entourage, e qualcuno deve prendere in mano la situazione.
Riuscirà  ad essere la Liga, che invece esce dalle vicende giudiziarie con la faccia pulita e un rinnovato orgoglio, internamente più forte ora che i cugini hanno dimostrato la fragilità  degli uomini all’ombra del Capo?
Qui non ci sono figli candidati in Regione, lauree comprate all’estero e case restaurate all’insaputa di tutti, nè figure come Belsito che manovravano milioni di euro.
Dei quali, lo dicono carte e bilanci, mai uno è arrivato in Veneto: le circoscrizioni all’asciutto, le sedi tutte in affitto e coi pagamenti in ritardo proprio perchè di soldi non c’era neanche l’ombra.
Anzi, l’unico veneto nell’occhio del ciclone, il senatore trevigiano Piergiorgio Stiffoni, sembra in grado di dimostrare la sua correttezza.
Due giorni fa, il presidente della Regione Zaia aveva chiesto più democrazia nel movimento, e un peso maggiore dei veneti nel direttorio.
Forse non era a questo che pensava, non una candidatura designata proprio dal suo segretario.
«Non so perchè si continua a dire – sibila Gobbo – che serve più democrazia, ce n’è sempre stata nella Lega. Oggi la situazione è grave, sono giorni amari e chi ha sbagliato pagherà . Ma il simbolo e gli ideali della Lega restano. È la volontà  di migliaia di persone che credono in un progetto».
In tutto questo, il congresso nazionale è ancora un pensiero lontano.
«È tutto da vedere – taglia corto -. Prima c’è il provinciale di Padova. Non sarò solo io a decidere la mia ricandidatura».
Ieri sulle vicende giudiziarie del Carroccio è intervenuto anche Flavio Tosi, sindaco di Verona. «Come si fa a fare pulizia? Basta vedere dove sono i soldi usciti dalla Lega e chi li ha utilizzati e quelli se ne vanno dal partito».

Silvia Madiotto
(da “Il Corriere della Sera”)

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RONDE, RAZZISMO E PADANIA: PERCHE’ DOVREMMO RIMPIANGERLI?

Aprile 9th, 2012 Riccardo Fucile

L’ESCLISSE LEGHISTA NON MERITA L’ONORE DELLE ARMI… BASTA LA PAROLA DEI SUOI MANIFESTANTI: “BUFFONI”

Fa tristezza pensare alla Lega, come è finita. Ma non per il destino infelice di Bossi che cade dal trono.
Fa tristezza pensare che questi della Lega, dopo l’immenso danno arrecato all’Italia e il cospicuo guadagno che alcuni di loro ne hanno ricavato, hanno dovuto dirsi da soli quello che sono.
Buffoni, imbroglioni, traditori, gridava la folla degli ex elettori in strada.
E dentro, dove vi descrivono abbracci e pianti fra guerrieri che si salutano, potete immaginare che cosa — in realtà  — si sono detti, che carte hanno sventolato, quali riguardi hanno dedicato al vecchio capo che se ne andava.
So benissimo che le urla di strada volevano essere di sostegno. Ma nella confusione le parole erano quelle.
Nessuno può dire, con un minimo di faccia e di decoro che si tratta di una sorpresa e chi l’avrebbe mai detto, quei bravi ragazzi.
Forse non si sapeva niente del Trota, dalla scuola al Consiglio regionale Lombardo al trofeo calcistico delle squadre dei popoli oppressi?
Forse non ci avevano parlato loro stessi di Monica della Valcamonica che provvede a truccare le elezioni per aprire la strada al Figlio?
Forse ci avevano ipocritamente nascosto il loro linguaggio da statisti?
Borghezio, che è sempre rappresentante parlamentare della nostra Repubblica in Europa, ha mai negato, “cazzo” (sto citando suoi importanti discorsi politici) “se la vadano a prendere in culo e gli immigrati vanno buttati in mare ” di esprimersi e comportarsi come Lega comanda?
Riconosciamo ciò che dobbiamo riconoscere.
La Lega non ci ha mai mentito.
Durante la guerra contro Gheddafi i disperati fuggivano cercando soccorso in Italia e Bossi ha detto subito, a tutti i nostri microfoni “fo era di ball”.
Era ministro, quasi vice premier.
Ed era ministro (dell’Interno) anche Maroni, quello che adesso invoca la pulizia.
E volete che Marina militare e Forze dell’ordine della Repubblica nata dalla Resistenza non ne abbiano tenuto conto nei crudeli e ripetuti respingimenti in mare, prima fatti insieme a un Paese dispotico e senza diritti umani, la Libia, poi con la complicità  di tutti coloro che hanno fatto finta di non sapere, col risultato di lasciar morire in mare uomini, donne, bambini, giovani donne incinte cui spettava il diritto d’asilo secondo le leggi del mondo?
Congratulazioni agli uomini della Lega, d’accordo.
Hanno compiuto, tra l’indifferenza di tanti, ciò che avevano promesso, e hanno incassato il dovuto e più del dovuto — il tutto girato alla famiglia — perchè intanto consentivano a Berlusconi di governare e gli votavano leggi ad personam da avanspettacolo.
Ma il più vergognoso discredito (e condanna dell’Alta Corte di Strasburgo per violazione dei diritti umani) a carico della Repubblica italiana, questo è il dono della Lega al Paese che l’ha accettata.
Ci sono due domande che tormenteranno chi ci seguirà  nella storia .
La prima è: ma c’era la Costituzione.
Come hanno potuto i leghisti volere e ottenere la legge sulle ronde, le classi separate per i bambini non italiani (dunque in regime di apartheid) le impronte digitali per i bambini rom, il “pacchetto sicurezza” che assegna poteri del tutto arbitrari ai sindaci e sospende le garanzie fondamentali ai cittadini immigrati; centri di identificazione ed espulsione dove si può restare rinchiusi un anno e mezzo senza difesa e senza diritti nelle condizioni più disumane; il federalismo fiscale, penosa invenzione senza numeri e senza copertura di spese come mega manifesto elettorale da esibire, a spese di tutto il Parlamento in ogni manifestazione leghista; l’approvazione quasi unanime nelle due Camere di un Trattato di amicizia, collaborazione militare, scambi di basi e di segreti, respingimenti congiunti in mare di profughi e migranti, anche se titolari di diritto d’asilo?
Come è potuto accadere senza una rivolta del Parlamento, prima di tutto della sua opposizione?
La seconda è: ma come hanno potuto, stampa e televisione italiana, sottrarsi al dovere di denunciare all’opinione pubblica un partito che ha oscillato sempre fra il ridicolo (Calderoli con il lanciafiamme), il dileggio aperto alle istituzioni (“Signora , il tricolore lo può mettere al cesso”).
E il gesto criminale di dare fuoco di notte ai giacigli di immigrati senza casa accampati a Torino sotto i ponti della Dora?
O incendiare un campo rom per presunto stupro mai avvenuto?
Per capire questo inspiegabile evento italiano mettete da parte due citazioni da editoriale di grandi quotidiani del 6 aprile.
Prima citazione.“Bossi aveva tutti contro ma ha contribuito a scardinare la Prima Repubblica, portando istanze nuove dove prima il Nord era solo una espressione geografica”. (Pierluigi Battista, Il Corriere della Sera) .
Avete letto bene, “istanze nuove”.
E il Nord di Olivetti, Agnelli, Pirelli, Pasolini, Montale, Visconti, prima di Bossi, era “solo una espressione geografica”.
Seconda citazione. “Non lasciano da vincitori ma da sconfitti (Berlusconi e Bossi, ndr). “Eppure sono sconfitti a cui va riconosciuto l’onore delle armi”. (Michele Brambilla, La Stampa).
La cronaca vuole che la richiesta di onore delle armi (una sorta di funerale di Stato a un vivo) arriva proprio mentre, sempre sincero e privo di imbarazzo, Bossi ha fatto sapere che “è tutto inventato da Roma ladrona e farabutta”, con il consueto linguaggio di statista che “porta nuove istanze”.
Ecco perchè oggi, nel ricordare furti e ricatti e menzogne e delitti (i morti in mare) della Lega e il suo scempio di diritti umani, è giusto ricordare il mondo giornalistico italiano che ha reso tutto ciò possibile.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LA RIVINCITA DI PATELLI: “UMBERTO, STAVOLTA IL PIRLA SEI TU”

Aprile 9th, 2012 Riccardo Fucile

LO STORICO TESORIERE DELLA LEGA: “IL BOSSI CHE CONOSCEVO CONTROLLAVA I CONTI DI PERSONA”….”DOPO LA MALATTIA SE NE SONO APPROFITTATI”

Alessandro Patelli, lei è passato alla storia come “il pirla” della Lega”. Era responsabile amministrativo, organizzativo e uomo di fiducia di Bossi: il 7 dicembre 1993 fu arrestato per una presunta tangente da 200 milioni. Uno scandalo, per quei tempi. Ma nulla in confronto a quanto sta succedendo in questi giorni…
«Sa quali sono le due cose che più mi hanno sorpreso?».
Prego.
«Da che parte è arrivato Belsito? Chi l’ha messo lì? Come è diventato tesoriere?».
Lei lo conosce?
«Mai visto. Nessuno sa niente di lui, è avvolto dal mistero. Viene da pensare che forse sia vera la questione dell’accordo economico del 2000. Ma se Belsito non era un uomo di fiducia di Bossi, di chi lo era?».
Di Berlusconi?
«Non so, mi faccio delle domande».
La seconda cosa che l’ha sorpresa di questa faccenda?
«Il collegamento con la ‘ndrangheta. Assurdo, folle. La Lega ha sempre combattuto questo tipo di organizzazioni».
Bossi si è dimesso.
«Finalmente, sono contento per lui. Può riprendersi un po’ di dignità  senza essere usato come icona. Il ruolo di presidente è perfetto per lui».
Patelli, approfondiamo e ci faccia capire. Secondo lei Bossi sapeva della cartella “The family”? E dei rispettivi conti?
«Qualcosa, forse. Sicuramente non tutto. Comunque ai miei tempi si sarebbe accorto di ogni stranezza».
In che senso?
«Il sistema di controllo che avevo adottato era molto semplice: un unico conto corrente centrale a cui confluivano i finanziamenti pubblici e da cui si prelevava solo per trasferirli sui conti per la gestione ordinaria. La firma era di Bossi. Il quale non controllava tutto, ma si accorgeva in caso di prelievi esagerati o non giustificati».
Non è più così?
«Non credo. Quando mi sono dimesso, è stata smontata quell’organizzazione del lavoro. E da quel momento tutte le vicende sono andate male, dalla sede acquistata per 14 miliardi – quando pochi mesi prima ne valeva 8 – alla banca e agli investimenti immobiliari».
Il nuovo tesoriere è Stefani.
«Un imprenditore attento, ex gioielliere, bravo a gestire. Uno come lui non andrebbe mai a investire in Tanzania, sceglierebbe l’oro italiano. Niente azzardi, ma sicurezze».
Torniamo a Bossi. Quanto è cambiato con la malattia?
«Molto. Non percepisce più le situazioni con la stessa immediatezza di prima. È sfruttato da tutti, ognuno cerca di usarlo come si usa un totem. L’avessimo fatto noi, ai tempi, ci avrebbe buttato giù dal palco».
Secondo lei è stato circuito?
«Dire che è stato circuito è un’espressione forte. Ma rende l’idea ed è più credibile rispetto all’ipotesi che sapesse tutto quello che è accaduto in questi mesi».
Patelli, verrebbe da dire che Bossi sia stato un po’ un pirla.
«È così. Un pirla non cosciente».
E detto da lei…
«Ha fatto la figura del pirla, ma non per colpa sua. Avesse voluto soldi per la famiglia, si sarebbe fatto aumentare lo stipendio di 10 mila euro al mese. Senza bisogno di alte manovre strane».
Già , la famiglia. La sua rovina politica.
«Guardi, nel 2004, dopo la malattia, io dissi che l’unica persona in grado di prendere in mano la Lega era la moglie di Umberto. Oggi i fatti mi hanno smentito. La moglie e il figlio stanno mandando a gambe per aria la Lega. Ma capisco cosa possa essere successo».
Cosa capisce?
«Quando una moglie scopre di essere tradita, va dal marito e dice basta. Gliela fa pagare. Pretende che almeno la famiglia venga sistemata, che i figli abbiano un futuro».
È andata così?
«Il Bossi che conoscevo, mai avrebbe portato i figli nella Lega. Ricorda la famosa battuta? “Solo un asino per famiglia può fare politica”».
Invece Renzo detto il Trota…
«L’ho visto crescere, bambino sveglio e furbo. La madre lo curava solo con prodotti omeopatici».
Sarà  per quello che è peggiorato?
«Non lo conosco ora, non so come sia diventato. Di sicuro non è una cima in politica».
Patelli, la domanda che tutti si fanno, adesso, è: la Lega ha sempre rubato?
«L’errore di fondo è che si dà  troppo denaro ai partiti senza controlli. I bilanci non ti permettono di sapere come vengono usati i soldi».
Così però non ha risposto. La Lega ha sempre rubato?
«No. Quando l’amministravo io non sono mai stati distratti fondi pubblici. C’è solo la faccenda dei 200 milioni che ormai spero sia chiara a tutti. Non fu una tangente, ma una non dichiarazione di aver percepito   soldi. Da ’92 in poi, però, non so cosa sia avvenuto…».
Quale è il futuro della Lega?
«Credo che ci siano due strade. La prima è quella che porterebbe a tirare a campare, cioè far tornare Bossi segretario. E sarebbe l’errore più grosso».
L’altra?
«Fare un congresso federale tra due mesi. Eleggere Bossi presidente, padre della Lega, ideologo, e affiancargli tre o quattro uomini di fiducia con Maroni segretario. L’unico modo per avere un futuro vero».

Alessandro Dell’Orto

(da “Libero“)

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INCREDIBILE: RENZO BOSSI IN REGIONE LOMBARDIA INSEGNAVA “LEGALITA”

Aprile 9th, 2012 Riccardo Fucile

IL TROTA RELATORE DI UN PROGETTO SULL’EDUCAZIONE ALLE REGOLE IN REGIONE LOMBARDIA… RENZO E’ STATO ASSENTE A META’ DELLE SEDUTE

Certo, in quel consiglio regionale non c’erano i curriculum più adatti per salire in cattedra.
Sarà  stato per i cecchini della magistratura che man mano facevano cadere come birilli consiglieri e vicepresidenti della Regione Lombardia, sarà  stata per vocazione personale, ma alla fine in cattedra è salito Renzo Bossi. Ognuno la penserà  come meglio crede dopo la bufera che sta investendo la Lega da qualche giorno.
Però il Trota nei due anni in cui siede in Regione Lombardia un solo compito ha svolto di un certo prestigio: la commissione affari costituzionali di cui è membro gli ha affidato il mandato di relatore della legge sull’educazione alla legalità .
Bossi jr dunque è finito in cattedra, come maestro di legalità , trovando finanziamenti e norme perchè questa rilevante materia che lui evidentemente padroneggiava fosse insegnata in tutte le scuole, introducendo perfino in Lombardia un giorno della legalità .
Non che abbia lavorato spaccandosi la schiena per questo, il Trota.
Pur essendo fra i giovanissimi che hanno conquistato una poltrona di primissimo piano della politica (fare il consigliere regionale significa subito sghei senza dovere combattere prima lunghi anni in municipi e consigli comunali conquistandosi gettone su gettone con le presenze), Bossi jr ha cercato di non fare la figura del secchione.
Gli altri giovanissimi catapultati su poltronissime cercavano di rimediare al peccato originale cercando di essere i primi ad entrare e gli ultimi ad uscire dalle aule consiliari e dalle commissioni?
Lui no, il Trota ha bisogno di nuotare all’aperto.
Anche nella commissione che tanto onore gli ha concesso, eleggendolo maestro di legalità , ha bigiato in media una volta su due.
Circa una trentina le riunioni in due anni- e già  non era cosa da uscire con la schiena ricurva e spezzata- e lui ne ha bigiate almeno una quindicina.
Spesso avendo cura di farsi sostituire da altro collega del Carroccio, almeno per non mettere la maggioranza in difficoltà .
Altre volte dimenticandosi pure dell’incombenza: ha dato buca e basta.
Non c’era perfino il giorno in cui dovevano affidargli formalmente il mandato di relatore sulle proposte di legge unificate di educazione alla legalità .
Ma alla fine ha preso sul serio il suo compito, e il 27 gennaio 2011 in commissione c’era ad approvare e rigettare emendamenti al testo.
Ha strappato pure qualche sorriso nelle fila dell’opposizione, visto che ha difeso a spada tratta testi dell’Italia dei Valori causando qualche maldipancia ai colleghi di maggioranza.
Il Trota maestro di legalità  è riapparso anche in aula l’8 febbraio successivo, quando la legge di cui era relatore è andata ai voti del consiglio regionale.
Ha duettato amabilmente con il presidente del Consigliom, Davide Boni, ancora immacolato da problemi legali e perfino con Filippo Penati, che quel giorno era ancora vicepresidente prima che la legalità  se lo portasse via.
Ha letto la sua relazione di accompagnamento alla legge che stanziava 500 mila euro per istituire quei corsi di legalità  fin da giovani.
Chissà  se il testo era stato scritto dal Trota o semplicemente affidato da penna altrui alla sua oratoria.
Fatto sta che le parole è stato lui a pronunciarle, e restano scolpite nella pietra del consiglio regionale ancora oggi.
Come la certezza indignata con cui definiva la legge di educazione alla legalità  «una risposta concreta alla mancanza di civismo» che lui aveva riscontrato nelle giovani generazioni. E la percezione che solo l’educazione ricevuta in erba fosse necessaria «per rimuovere la maleducazione imperante».
A sentire il Trota sembrava davvero cresciuto ad Oxford, non certo frequentando per corrispondenza.
Cortese anche quando cassò un emendamento che fortissimamente voleva l’assessore Romano La Russa.
Scivolato sulle origini familiari solo quando replicò all’augusto fratello di Ignazio: «Ho cercato di trovare una quadra a questo progetto di legge, altri emendamenti non posso accettare».
Giorno di trionfo per Bossi jr, forse il solo in questa legislatura che sta prendendo una piega amara.
Lui l’ha celebrato ben con due comunicati stampa trionfali. Maestro di legalità  era divenuto, e ormai l’effigie era apposta sul petto.
Non può certo togliergli il titolo un John Henry Woodcock qualsiasi…

(da “Libero”)

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SCANDALO LEGA: I DURI E PURI CON LE COSCHE, ECCO L’ASSE REGGIO CALABRIA-MILANO

Aprile 9th, 2012 Riccardo Fucile

IL CLAN DE STEFANO, GRAZIE ALLA MEDIAZIONE DELLE FAMIGLIE DELLA LOCRIDE, HA PORTATO I SUOI AFFARI AL NORD… FINO A INCONTRARE INVESTITORI IN CAMICIA VERDE

Da una parte gli uomini della Lega e i loro intrallazzi nella gestione dei rimborsi elettorali.
Dall’altra le società  ed i business milionari dei clan De Stefano.
In mezzo, a fare da anello di congiunzione tra i due mondi, una serie di ambigui “procacciatori d’affari” capaci di muoversi in paludi d’ogni genere. Sono proprio le nebbie di questa sorta di terra di mezzo ad avere attirato l’attenzione delle indagini calabresi sul ruolo che Francesco Belsito potrebbe avere avuto in un pasticcio che coinvolge ‘ndranghetisti, broker e politici del Carroccio.
Per il pm della Dda reggina, Giuseppe Lombardo, è plausibile che il punto di contatto tra ‘ndrine e Lega sia rappresentato proprio dai faccendieri che gestivano affari sia per conto della criminalità  organizzata calabrese che per i duri e puri di Umberto Bossi.
Stessi fini, identiche tecniche. Con l’obiettivo di ripulire e rigenerare soldi provenienti da affari loschi.
Mazzette e rimborsi elettorali da una parte capitali frutto di estorsioni e grandi traffici dall’altra.
A fare da collante personaggi come Romolo Girardelli e l’avvocato (che poi avvocato non è) Bruno Mafrici.
Per i magistrati Girardelli, un procacciatore di business in odore di ‘ndrangheta. “L’ammiraglio”, come lo chiamavano nell’ambiente, nel 2002 era stato indagato per associazione di stampo mafioso.
Gli investigatori lo ritengono vicino ai vertici del clan De Stefano, famiglia potentissima della città  dello Stretto con interessi in Liguria e Francia.
Una figura simile a quella di Mafrici, consulente a tutto campo, con una laurea in giurisprudenza e una tessera da consulente del Consiglio dei Ministri ai tempi in cui Belsito era sottosegretario del Ministero della semplificazione normativa.
Entrambi sono legati poi a un personaggio chiave che compare in diverse inchieste dell’antimafia.
Si tratta di Paolo Martino cugino di Peppe De Stefano, boss indiscusso del clan più moderno e potente delle cosche della ‘ndrangheta.
Martino ha già  pagato un omicidio commesso da minorenne a Reggio Calabria negli anni in cui imperversava la guerra dI mafia.
Uscito dal carcere, secondo alcune inchieste si sarebbe trasferito a Milano, dove si sarebbe occupato per conto della “famiglia” di molti affari.
Accuse che Martino ha respinto durante un recente interrogatorio davanti al Gip di Milano Giuseppe Gennari che lo ha fatto arrestare a seguito dell’inchiesta “Redux   –   Caposaldo”.
Quello che Martino non può negare sono i legami con i De Stefano. Una dinastia di ‘ndrangheta considerata l’èlite dell’organizzazione.
L’uccisione del vecchio patriarca, don Paolino De Stefano, il 13 ottobre del 1985, portò ad una guerra di mafia che fino al 1991 portò a contare tra i 700 e gli 800 morti a Reggio Calabria e provincia.
Una mattanza che si chiuse soltanto dopo un difficilissima mediazione da parte dei boss di vertice dei mandamenti della Tirrenica e della Locride.
Da allora la ‘ndrangheta reggina è cresciuta e prosperata, anche grazie al ruolo dei De Stefano.
Una famiglia, dicono i pentiti, “che gestiva i rapporti con la politica, la massoneria e l’economia”.
A loro era demandato “il contatto con ambienti istituzionali”, insomma “con la gente che conta”.
Così la cosca è cresciuta a dismisura, fino a sedere ai tavoli della “Reggio bene” e, molto probabilmente, anche della “Milano da bere”.
In questa ottica, sempre secondo le inchieste del Pm Giuseppe Lombardo, la chiave d’accesso ad alcuni ambienti è rappresentata da uomini come Martino e Girardelli, mentre avvocati come Mafrici   –   questo il sospetto – sarebbero arrivati in Lombardia per tenere d’occhio gli affari di società  e aziende riconducibili, più o meno direttamente, alle famiglie calabresi.

Giuseppe Baldessarro
(da “La Repubblica”)

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RENZO BOSSI SI DIMETTE DA CONSIGLIERE REGIONALE DELLA LEGA: IL COLPO DI GRAZIA DALLA CONFESSIONE DEL SUO AUTISTA

Aprile 9th, 2012 Riccardo Fucile

“OGNI VOLTA CHE AVEVO BISOGNO DI SOLDI PER FARE BENZINA O PER PAGARE UN RISTORANTE POTEVO ANDARE ALL’UFFICIO CASSA DELLA LEGA, FIRMARE UN DOCUMENTO CHE NON PREVEDEVA GIUSTIFICAZIONI E RITIRARE AL MASSIMO 1.000 EURO, ANCHE PIU’ VOLTE AL MESE”

“Mi dimetto”. Così Renzo Bossi, figlio del leader della Lega Nord, annuncia al Tgcom24 la decisione di lasciare l’incarico di consigliere regionale lombardo. Un passo indietro che, nelle ultime ore, era stato chiesto da militanti ed esponenti leghisti con sempre maggiore forza.
“Non sono indagato — ha spiegato — ma credo che sia giusto e opportuno per il mio movimento fare un passo indietro”.
E ha aggiunto: “Senza che nessuno me l’ha chiesto faccio un passo indietro in questo momento di difficoltà , do l’esempio — ha detto – Sono sereno e ho fiducia nella magistratura, anche se non sono indagato. E’ giusto e opportuno farsi da parte, sono sereno e so benissimo cosa ho fatto”.
Gli elementi imbarazzanti si moltiplicano e anche la base della Lega, fatto salvo l’affetto per Umberto Bossi, inizia a non sopportare più quello che sta leggendo e ascoltando.
Le dichiarazioni dell’autista di Renzo, il colpo di grazia.
“Non ce la faccio più, non voglio continuare a passare soldi al figlio di Umberto Bossi in questo modo: è denaro contante che ritiro dalle casse della Lega a mio nome, sotto la mia responsabilità . Lui incassa e non fa una piega, se lo mette in tasca come fosse la cosa più naturale del mondo. Adesso basta, sono una persona onesta, a questo gioco non ci voglio più stare”. Alessandro Marmello, autista e bodyguard di Renzo Bossi, si sfoga con Oggi. E al settimanale racconta i tre mesi del 2009 durante i quali ha lavorato per il figlio del Senatur.
Dall’aprile 2011, inoltre, Marmello è stato assunto dalla Lega, racconta, con un contratto a tempo indeterminato emesso direttamente dalla Lega Nord Padania e firmato dal tesoriere Francesco Belsito.
“Da quel momento avrei avuto disponibilità  di denaro contante per le spese relative al mio servizio. Ogni volta che avevo bisogno di soldi per fare benzina, oppure pagare eventuali spese per la manutenzione dell’auto, ma anche per pagare il ristorante quando ci trovavamo, spesso, fuori Milano, potevo andare direttamente all’ufficio cassa alla sede della Lega, in via Bellerio, firmare un   documento che non prevedeva giustificazioni particolari e ritirare ogni volta un massimo di 1.000 euro. Anche più volte al mese”.
“Il fatto è – spiega Marmello – che questo denaro mi veniva dato come corrispettivo degli scontrini e delle ricevute che presentavo. E tra queste ricevute molte mi erano state date da Renzo per coprire sue spese personali: poteva essere la farmacia, ristoranti, la benzina per la sua auto, spese varie, cose così. Insomma, quando avevo finito la scorta di denaro andavo in cassa, firmavo e ritiravo. La situazione stava diventando preoccupante e ho cominciato a chiedermi se davvero potevo usare il denaro della Lega per le spese personali di Renzo Bossi. L’ho fatto presente a Belsito, spiegandogli che avevo pensato addirittura di dimettermi. Lui non mi ha dato nessuna spiegazione chiara. Ho cominciato ad avere paura di poter essere coinvolto in conti e in faccende che non mi riguardavano, addirittura di sperpero di denaro pubblico, dal momento che i soldi che prelevavo erano quelli che ritengo fossero ufficialmente destinati al partito per fare politica. Soldi pubblici. Certamente, almeno credo, non spendibili per accontentare le spese personali di Renzo Bossi”.
Occhi puntati per domani a Bergamo dove si svolgerà  la manifestazione dell’ orgoglio leghista.
Sarà  in quella sede che i militanti avranno le loro risposte.
E’ quanto garantito da Roberto Maroni che ieri, nonostante la giornata di festa, ha voluto far sentire la sua voce su Facebook.
“Venite martedì sera (domani, ndr) a Bergamo e avrete le risposte. Pulizia pulizia pulizia, mi sono francamente rotto di Cerchi Magici e Culi Nudi”, scrive l’ex ministro replicando ai militanti del partito e ribadendo la necessità  di fare pulizia nel partito investito da tre inchieste giudiziarie.
Maroni, nel post sul social network, si scaglia contro il cosiddetto ‘cerchio magico’ di Rosi Mauro e ironizza su ‘Kooly Noody’, la hit di Pier Moscagiuro, nome d’arte Pier Mosca, fidanzato della stessa Mauro.

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