Aprile 9th, 2012 Riccardo Fucile
ECCO IL PIANO DI BOSSI PER RIPRENDERSI LA LEGA… HA SOLO TRASFERITO I POTERI DI SEGRETARIO ALLA PRESIDENZA…TACE SULLE PURGHE DI MARONI E PREPARA IL RIENTRO FINITA LA BUFERA
Il primo a dirlo, in fondo era l’unico che non ci credeva. «Se ti ricandidi al congresso io ti voto», ha detto Roberto Maroni a Umberto Bossi nel doloroso giorno del pianto e delle dimissioni del Senatùr.
Poi sono arrivati gli altri: Luca Zaia, Roberto Castelli, Manuela Dal Lago e una miriade di dirigenti di prima o ultima fila e di correnti diverse, tutti a dire che non è detto che il capo non si riprenda il suo posto al congresso di settembre. Solo l’onore delle armi oppure la tentazione di tenerselo, l’Umberto, senza il quale nessuno sa se arriverà più un voto?
Il fatto è che alla fine sarà ancora il vecchio leone a decidere i giochi.
Anzi, il suo gioco è già nei fatti.
Per un Bobo che ha già fatto partire le purghe, c’è un Umberto che la sua strategia l’ha messa in atto fin dal primo minuto, quando si è dimesso lasciando la segreteria federale a un triumvirato, forzando lo statuto che indica che sia il presidente del partito ad assumere i poteri in caso di dimissioni del segretario.
E il presidente adesso è Bossi.
I maroniani infatti sono preoccupati.
Hanno fatto una cena a Varese, la patria sia di Maroni sia di Bossi.
E se la sono detta chiara: «La verità è che Umberto è stato geniale un’altra volta. Ci aspettavamo che lasciasse la reggenza a Bobo, invece ha fatto un triumvirato tenendosi la presidenza. Come nel Gattopardo: ha cambiato tutto per non cambiare nulla. Comanda sempre lui».
È in questo quadro che vanno lette le ultime dichiarazioni di Bossi, dal «deciderò all’ultimo se candidarmi al congresso» a quelle di ieri: «Io adesso devo stare un passo indietro, hanno tirato dentro i miei figli in questa cosa tremenda…», e poi: «L’unica cosa che posso fare è tenere unita la Lega».
Eccolo, il piano.
A da passà ‘a nuttata, per dirla come non la direbbe Bossi.
Certo, tutto dipende da come procederà l’inchiesta sulla cassa.
Ma se, come crede, riuscirà a uscirne indenne, non solo Bossi potrà vantare di aver dato le dimissioni subito, gesto che in Italia appartiene solo agli eroi. Ma potrà tornare da vincitore.
«Se ne uscirà come una vittima, quella sarà la sua forza. Bossi non è un ragioniere, ma un capitano d’industria: ha sempre avuto una visione politica più lucida degli altri, e a quanto pare è ancora così», se la ride un deputato cerchista.
Che aggiunge: «Basterà aver tolto ogni ombra nel frattempo, magari il capo potrà dire a tutti: ho sbagliato a candidare Renzo in Lombardia, si è rivelato immaturo, si è fatto abbindolare da Bel(sito)zebù, ma adesso vi restituirà tutto fino all’ultimo centesimo. E la cosa sarà chiusa».
Anche perchè un conto sono i soldi spesi per le notti brave del Trota, altra cosa sono quelli destinati alla scuola Bosina di Manuela Marrone o all’associazionismo padano, «e cioè per sostenere un progetto».
Così, in fondo vengono bene anche le epurazioni di Maroni, cui ieri i suoi a Varese hanno chiesto di «appendere in piazza sei teste»: Belsito, la Mauro, Reguzzoni, Renzo.
Ma anche di Calderoli, accusato di fin troppa vicinanza al Cerchio magico.
E di Giuseppe Leoni, reo di aver chiamato i militanti a fare da claque al Senatùr nel giorno del passo indietro.
Nel frattempo Bossi è già al lavoro.
Sono tre giorni che sta in via Bellerio. Ha convocato Giorgetti, Calderoli, Castelli, Cota, Speroni, ma non la Dal Lago e Maroni. Segnali.
Là dove un colonnello vicino a Calderoli s’è lasciato sfuggire un: «Roberto sta lavorando per far ripartire la Lega con Bossi».
Con Bossi? «Ma sì, ma che pensi? Quello fa vertici ogni giorno, lavora più di prima, ha solo traslocato la sua leadership alla presidenza».
Intanto, in quel di Monza subito dopo Pasqua scatterà la mobilitazione dei telegrammi: tanti, da far arrivare a Gemonio, con su scritto: «Bossi torna!».
E Maroni? Gioca una partita difficile.
Da una parte deve accreditarsi come l’uomo delle pulizie, e soddisfare la sete di sangue della base.
Dall’altra sa di dover cercare un equilibrio. Le epurazioni sono partite. Ieri fra i militanti di Bergamo convocati da Leoni girava un sms: «La segreteria provinciale ha deciso di buttar fuori quelli che erano in Bellerio!».
E segretario a Bergamo è Cristian Invernizzi, maroniano.
Minacce di venir presi a «scopate» sono arrivate pure a chi fosse intenzionato a contestare Maroni martedì, alla giornata dell’«orgoglio leghista», dove la base chiederà l’espulsione della Mauro.
E Varese apre il caso Giorgetti. L
a mozione di sfiducia al segretario imposto dai cerchisti, Maurizio Canton, l’hanno presentata non al Direttivo provinciale, ma direttamente al segretario dei lumbard.
Un modo per costringerlo a venire allo scoperto: «È furbo e in questa fase non si schiera – sorridono i maroniani – Ora dovrà dirci da che parte sta».
La guerra non sarà breve.
Vista così, il congresso non è neppure necessario che si tenga in autunno.
Il triumvirato potrebbe pure durare più a lungo.
Un po’ come i governi tecnici.
Paola Setti
(da “Il Giornale“)
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Aprile 9th, 2012 Riccardo Fucile
MILANO INDAGHERA’ SU BOSSI, NAPOLI SUL RICICLAGGIO E OPERAZIONI ESTERE , REGGIO CALABRIA SUI LEGAMI CON LA ‘NDRANGHETA
Si divide in tre filoni l’inchiesta che ha travolto la Lega Nord e il suo leader Umberto
Bossi.
Una riunione tra i magistrati delle tre Procure che indagano, coordinata dalla Direzione nazionale antimafia, dovrebbe svolgersi entro la prossima settimana e sarà l’occasione per fare il punto sugli accertamenti già svolti.
Ma anche per l’assegnazione dei nuovi compiti evitando sovrapposizioni nelle verifiche che ormai riguardano svariati capitoli.
Una decisione appare comunque già presa: i prossimi controlli sulle spese della famiglia del Senatur saranno effettuati dai pubblici ministeri di Milano.
I colleghi napoletani si concentreranno sugli appalti ottenuti dall’imprenditore Stefano Bonet con un’attenzione particolare alle commesse ottenute dal Vaticano, ma anche alle operazioni estere per le quali è già stata contestata l’accusa di riciclaggio.
L’attenzione degli inquirenti di Reggio Calabria resterà invece puntata sui legami con la ‘ndrangheta e in particolare sul ruolo di quel Romolo Girardelli ritenuto il procacciatore d’affari della «cosca De Stefano».
Sono tre i personaggi chiave della vicenda e il fulcro è certamente Francesco Belsito, 41 anni, tesoriere della Lega dal 2010 e sottosegretario alla Semplificazione nel governo Berlusconi.
A Milano è accusato di truffa aggravata per aver falsificato i dati relativi ai rimborsi elettorali e appropriazione indebita per aver utilizzato a fini personali quei fondi.
La legge sul finanziamento ai partiti consente infatti l’uso del denaro pubblico esclusivamente a fini politici e invece Belsito con quei soldi avrebbe pagato le spese della famiglia di Umberto Bossi e ideato spericolate operazioni finanziarie in Italia e all’estero.
Il suo referente per questi investimenti risulta essere Stefano Bonet, 46 anni, titolare di numerose aziende e assegnatario di svariati appalti pubblici. Proprio grazie a queste commesse sarebbe riuscito a ottenere crediti d’imposta superiori al dovuto.
A Napoli sono entrambi accusati di ricettazione e riciclaggio con altri imprenditori.
Stesse accuse vengono contestate a Reggio Calabria, ma con un tassello ulteriore.
Nella lista degli indagati della Procura di Reggio figura infatti Romolo Girardelli, procacciatore d’affari che nel 2002 fu accusato di associazione a delinquere nell’ambito di un’indagine sulla «cosca De Stefano» e tuttora viene ritenuto dai magistrati il referente finanziario del clan. Girardelli e Belsito hanno creato una società di consulenza immobiliare con sede a Genova e Girardelli è stato poi assunto in una delle imprese di Bonet.
È questo l’intreccio di interessi che i magistrati continueranno a esplorare per capire fino a dove si siano spinti gli affari illeciti di Belsito.
Ma anche per capire se, oltre a Umberto Bossi, ai suoi familiari (i figli Renzo, Riccardo e Sirio oltre alla moglie Manuela), a Rosi Mauro, altre persone – in particolare politici e parlamentari – abbiano ottenuto soldi dalle casse della Lega. Nessuno tra loro risulta al momento nel registro degli indagati.
Le dazioni sono emerse dalle telefonate intercettate tra Belsito e la segretaria amministrativa del Carroccio, Nadia Dagrada.
La stessa funzionaria ha poi confermato che effettivamente una parte del denaro è stato usato a fini non politici.
E ha fornito clamorosi dettagli sull’elenco della spesa con esborsi da centinaia di migliaia di euro per comprare diplomi, lauree, auto, per pagare ristrutturazioni, vacanze, per saldare i conti di medici e avvocati.
La gestione finanziaria illecita è stata confermata dalla stessa segretaria di Bossi, Daniela Cantamessa che ha aggiunto un dettaglio fondamentale per individuare eventuali responsabilità penali: la consapevolezza del Senatur circa l’utilizzo dei rimborsi elettorali.
Da qualche giorno è cominciata l’analisi della documentazione contabile sequestrata durante le perquisizioni effettuate martedì scorso.
E del materiale – anche informatico – trovato negli uffici e nelle abitazioni controllate dai carabinieri del Noe e dalla Guardia di finanza.
Se il quadro disegnato dai testimoni troverà conferma, altre persone rischiano di finire nel registro degli indagati per appropriazione indebita.
E in cima alla lista ci sono proprio Umberto Bossi, i suoi figli, sua moglie e Rosi Mauro.
Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera“)
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Aprile 9th, 2012 Riccardo Fucile
“STONE THERAPY” PER IL SENATUR…”A CASA TROVERO’ QUELLE DUE”…IL RUOLO DELLA MOGLIE DI UMBERTO E’ SEMPRE STATO POLITICAMENTE RILEVANTE
«Certo che è il capo. Lo è sempre stata, anche prima della malattia di Bossi». Lei è Manuela Marrone, la moglie di Umberto Bossi.
Sua, secondo i nemici, la decisione di far scendere in campo il figlio Renzo di cui il marito si è amaramente rammaricato giusto ieri.
Sua, soprattutto, sarebbe la direzione strategica delle grandi manovre che avrebbero dovuto trasformare il Carroccio in una dinastia, sintetizzata dallo slogan che gridavano i pretoriani di Gemonio ai comizi di Renzo nel 2010: «Dopo Bossi, Bossi».
La decisione fatale da cui sarebbe germinata la «cupola» insediata ai vertici della Lega su cui stanno indagando le Procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria.
Nell’opinione comune, il ruolo di Manuela Marrone nasce con la malattia del marito nel 2004.
La realtà è diversa.
Il partito è una creatura di Bossi tanto quanto della moglie.
Un ruolo che lo stesso leader non ha mai nascosto, nè minimizzato: «Se non ci fosse stata Manuela, la Lega non ci sarebbe stata. Lei ci ha messo i soldi, lei il lavoro, lei ci ha messo persino casa sua. Meno male che c’è».
Un amministratore varesino di lunghissima data, sia pure non simpatizzante, lo riconosce: «È una tostissima. Ha mantenuto Bossi quando lui non guadagnava una lira, giorno e notte in giro a far comizi».
Il monolocale in cui abitava in via Crispi, a Varese, è la prima sede della Lega, lo «studio grafico» in cui vengono concepiti i primi, storici volantini padani, nonchè la redazione del Federalista , uno dei giornali fondati dal marito.
Gli anni duri non sono pochi: «Quando rimase incinta di Renzo, dovette nasconderlo sul posto di lavoro, visto che insegnava dalle suore».
Nata a Milano da madre milanese e padre siciliano – cosa, questa, che i leghisti più «etnici» non hanno mai perdonato – Manuela Marrone è sempre stata allergica alla notorietà .
Di lei si ricorda una sola intervista, quella rilasciata ad Oggi nel 1993.
A fianco del marito compare soltanto a Pontida e a Venezia, oltre che durante le vacanze a Ponte di Legno.
Eppure, la sua influenza è enorme.
Già negli anni Novanta chiunque aspiri a un ruolo diverso nel partito sa di doverla incontrare.
Dal 1998 diventa più facile, il quartier generale della signora Bossi – «l’ufficio di Manuela» secondo il modo di dire corrente – diventa la scuola Bosina, sua creatura prediletta.
A due passi dallo stadio di Varese, l’istituto che ai programmi statali affianca lo studio di dialetto e tradizioni locali diventa il crocevia di quello che più tardi sarà chiamato il «cerchio magico»: qui i fedelissimi della signora Bossi iscrivono i figli, qui si discute di ciò che è bene e ciò che è male nel movimento.
Più tardi, nei giardini della scuola, ogni lunedì si riunirà quella che i maroniani con fastidio chiamano «la direzione strategica del cerchio magico», l’appuntamento con Marco Reguzzoni e l’altro fedelissimo Giangiacomo Longoni.
Ma è la malattia di Bossi a cambiare tutto.
È qui che Manuela Marrone si rende conto che, non volesse il cielo, l’Umberto fosse rimasto offeso in modo grave, per i Bossi i tempi si sarebbero fatti duri.
Sarebbe dunque stata lei la stratega della prima uscita pubblica del marito a Montagnola, quella in cui un Renzo ancora quindicenne si affaccia alla finestra con il padre, e come lui solleva il pugno gridando un «libertà » un po’ stentato.
Ed è nelle prime settimane della malattia del marito che decide che dei «due Roberti», Maroni e Calderoli, non c’è da fidarsi.
In assenza del segretario, immobilizzato prima a Sion e poi a Brissago, i due litigano di brutto: sull’opportunità di candidare il Capo malato alle elezioni europee, sul far svolgere o meno il raduno di Pontida, su tutto.
Manuela Marrone si fida, invece, di Rosy Mauro, la pasionaria padana «adottata» dal marito («La Rosy è un po’ terrona ma è brava. Grande impegno», Bossi dixit) resa celebre dai comizi dai toni accesi e dalle foto del 1993 in cui scherza in piscina con Bossi.
Con la futura vicepresidente del Senato, Manuela Marrone condivide una religiosità («terrona» dicono i nemici) che non disdegna affatto astrologia, esoterismo e fede convinta nei santuari.
Nel movimento non si sa a chi delle due si possa attribuire il presunto arrivo di «un mago» al capezzale di un Umberto Bossi in riabilitazione.
Di certo, nel Carroccio varesino si diffonde il panico quando si apprende la diceria, anche qui non confermata, che il letto di Bossi sarebbe stato pieno di pietre: «Stone therapy», pare. Sassi vulcanici per curare il Capo malato.
Con la candidatura di Renzo e la contestuale ascesa di Marco Reguzzoni a capogruppo a Montecitorio, il gioco si fa duro.
La candidatura di Renzo è mal digerita da gran parte della base, mentre l’incarico all’ex presidente della Provincia insubrica porta lo scontro sul piano politico e a superare i confini della provincia di Varese.
La leggenda narra di lunghe serate nella cucina-tinello di Gemonio, con lei e Rosy Mauro a fare e disfare organigrammi, promuovere o escludere dirigenti, preparare il canovaccio delle cose da dire all’Umberto.
A sorvegliare e punire. Il rapporto diventa strettissimo, «la Rosy» prende casa a Gemonio, in una villetta a schiera in cui – dicono – abitino anche le sorelle dell’amica. Bossi, qualche volta, dà segni d’insofferenza.
A chi, nelle sue interminabili notti, gli ricorda che è tardi ed è ora di andare lui sbuffa: «Tanto, a casa ci sarà la Rosy con mia moglie».
L’apoteosi di Maroni all’ultimo raduno di Pontida fa saltare i nervi.
Si parla di un piano per sostituire il segretario «nazionale» lombardo Giancarlo Giorgetti con la fondatrice del Sinpa.
La guerra è ormai dichiarata.
Memorabile l’episodio raccontato dal Giornale con la moglie del Capo che, rotti gli argini, esorta il marito a cacciare Roberto Maroni.
La bolla di «traditore», ossessivamente ripetuta dai «cerchisti» nei confronti dell’ex ministro dell’Interno nasce allora.
L’episodio ringalluzzisce i «cerchisti», sempre in affanno di fronte al dato di fatto incancellabile: il Carroccio nella sua forma dinastica ai militanti piace zero.
Solo i fondamentalisti spiegano che «Bossi ci ha creato, e il minimo che possiamo riconoscergli è il diritto a scegliersi il successore.
Guardate Marine Le Pen… ». Insomma, bene anche il figlio.
A cui, ora, però, tutti consigliano di farsi vedere il meno possibile.
Marco Cremonesi
(da “Il Corriere deella Sera”)
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Aprile 8th, 2012 Riccardo Fucile
MOLTE SPESE ALBERGHIERE VENIVANO SOPPORTATE DAL PARTITO… I DOCUMENTI NASCOSTI DA HELGA GIORDANO
Esiste una documentazione finanziaria della Lega che i responsabili amministrativi
avevano chiesto agli impiegati di non inserire nei bilanci.
Una contabilità «occulta» che dovrà essere adesso analizzata e quantificata. Una parte di queste carte segrete sono state sequestrate a casa di Helga Giordano, contabile di via Bellerio per circa sette anni.
Nel febbraio scorso la donna – che fino a qualche mese fa era assessore al Bilancio del Comune di Sedriano (Milano) – è stata licenziata perchè accusata di aver truffato un’imprenditrice spacciandosi come la segretaria particolare di Bossi.
Lei sostiene di essere stata in realtà «mobbizzata dal tesoriere Francesco Belsito, che mi costrinse anche a lasciare l’incarico politico».
Il 3 aprile, dopo le perquisizioni scattate in tutta Italia nell’ambito dell’inchiesta sulla gestione dei rimborsi elettorali, è stata interrogata dai pubblici ministeri. E si è trasformata in una testimone chiave per ricostruire l’origine di fatture e pagamenti «anomali».
Non solo.
L’ex dipendente ha rivelato come i rapporti tra la Lega e il procacciatore d’affari della ‘ndrangheta Romolo Girardelli siano iniziati ben prima dell’arrivo di Belsito.
In realtà i magistrati sono convinti che proprio Girardelli, attraverso le casse della Lega, riciclasse i soldi della criminalità organizzata.
In questo quadro inseriscono il trasferimento dei cinque milioni e 700 mila euro a Cipro e in Tanzania.
E infatti nel decreto di perquisizione firmato dal giudice di Reggio Calabria è scritto: «Si tratta di complesse operazioni bancarie di “esterovestizione” e “filtrazione” in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa. Condotta posta in essere da Girardelli per agevolare l’attività dell’associazione mafiosa e in particolare della “cosca De Stefano”».
Sono decine i documenti che Helga Giordano nascondeva nel suo appartamento.
E lei così ha spiegato il proprio comportamento: «Nadia Dagrada selezionava specie negli ultimi tempi una serie di fatture che, anzichè passarmi affinchè le contabilizzassi, se le tratteneva lei. Proprio perchè mi ero accorta che vi erano delle anomalie in questa attività di contabilizzazione decisi di portarmi a casa copia dei prospetti dei bonifici da me compilati. Si tratta della documentazione che è stata sequestrata in data odierna nel corso della perquisizione. Per ciò che riguarda la cartellina che mi è stata sequestrata, contenente documentazione varia, in particolare fatture e rendiconto di carte di credito, si tratta per quel poco che sono riuscita a fotocopiarmi, di alcune spese che la Dagrada non voleva che annotassi o di spese che mi sembravano anomale».
I sospetti della donna si concentrano fra l’altro su «varie spese alberghiere che venivano sopportate dal partito in base alla scelta discrezionale di Nadia Dagrada.
Nella fattura CC Hotels di Vicenza, oltre a Bossi e ad altri militanti a me noti, vi sono nomi totalmente sconosciuti».
E ancora: «Le fatture emesse da Paola Prada, Andrea Calvi e Luigi Pisoni, ad esempio, le avevo sulla scrivania perchè recapitatemi direttamente dal postino e mi furono tolte dalla Dagrada dicendomi che non andavano inserite nel prospetto ufficiale delle spese/bonifici.
Tra tutte le spese indicate nei prospetti di bonifico non vi sono voci “sospette” nel senso che almeno da una prima visione mi sembrano spese inerenti l’attività di partito.
Vi sono significative spese di rappresentanza in ristoranti, che potranno essere discutibili dal punto di vista del contribuente con i cui soldi vengono finanziati i partiti, ma si tratta di prassi consolidata e normale in tutte le formazioni politiche.
Dove si vede la voce “asilo” nella colonna “Manifestazioni/Riferimento”, si tratta dell’asilo che si trova all’interno della sede della Lega Nord che svolge appunto un’attività di asilo per bambini a pagamento, anche per persone che non appartengono al partito».
Le dichiarazioni della Giordano confermano l’accusa che numerose spese accreditate alla Lega fossero in realtà spese personali della famiglia di Umberto Bossi o comunque di persone inserite nel «cerchio magico» del leader.
Ma anche affari gestiti per proprio interesse da Belsito. Afferma la testimone: «Tra le spese anomale inserisco le fatture della “Cori.cal service” che erano singolari perchè, tenuto conto che si tratta di una ditta di pulizie, avevano oggetti anche diversi dalla semplice pulizia e lo stesso importo delle fatture mensili era oscillante mentre invece ragionevolmente poteva ritenersi che dovesse essere più o meno fisso, o comunque non discostarsi troppo da un importo stabile.
Indubbiamente sono molte le fatture della “Cori.cal service” con importo variabile e spesso con reiterazione di lavori tinteggiatura.
Sembra che sia una ditta che lavori spesso in tandem con la “G&A soluzioni edili”.
Mi si chiede se questi lavori di rifacimento facciate, pulizia straordinaria, manovalanza, siano stati effettivamente svolti e io rispondo che non sono in grado di stabilirlo.
Tutta la questione della manutenzione della sede di via Bellerio veniva seguita da un nostro dipendente, il signor Luca Canavesi».
Ci sono poi altri pagamenti «anomali».
Afferma la Giordano: «La fattura della “Italtrade”, oltre ad essere indubbiamente assai elevata per la prestazione fornita, richiamò la mia attenzione perchè il fornitore mi chiamò per essere rassicurato sul pagamento.
Si tratta di 1.000 euro al mese per il parcheggio di un camioncino con la vela pubblicitaria sopra, per complessivi 43.000 euro ed oltre, per sei camion in un semestre.
E la fattura della “Boniardi Grafiche” perchè non è emessa alla Lega, bensì a Massimiliano Orsatti».
Tra i fogli inseriti nella cartellina di Helga Giordano ci sono quelli relativi alla macchina di Daniela Cantamessa, la segretaria di Umberto Bossi.
Lei spiega di averli presi perchè l’auto era nella lista della Dagrada «sulle spese da non annotare».
Su questo viene interrogata il giorno dopo la stessa Cantamessa che così spiega il possesso dell’auto: «Circa l’autovettura Focus che uso in via esclusiva, si tratta di vettura presa in leasing o comunque con un finanziamento con riscatto finale da parte della Lega. Le spese di riparazione dell’autovettura sono a carico del partito».
Anche nella sua abitazione sono stati sequestrati documenti contabili, in particolare «una copia del bilancio 2010 e i tabulati relativi alle autovetture del partito».
E lei, per giustificare la scelta di portare via le carte dalla sede di via Bellerio, ha dichiarato: «Avevo redatto delle note critiche sulle spese e volevo darle a Roberto Castelli affinchè svolgesse un accurato controllo».
Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera”)
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Aprile 8th, 2012 Riccardo Fucile
FINITI GLI SLOGAN E LE CARNEVALATE, RESTA IL POPOLO DEGLI AMMINISTRATORI LOCALI
Nel magico mondo di Padania accade anche questo.
Che Umberto Bossi esca dalla villetta di Gemonio per il suo paio d’ore di libertà dalla famiglia, e si metta al telefono con il solito e autorevole Maurizio Lucchi dell’Agenzia Ansa, se scrive lui nessun dubbio, tutto verissimo: «Sai, hanno tirato dentro i miei figli in questa cosa tremenda…».
Non sono neanche le 11 del mattino, ora insolita per Bossi.
Ma ha un appuntamento nella sede di via Bellerio, c’è una brava militante della Lega che lo aspetta, l’ha convocata anche se lei è parecchio provata e sarebbe giorno di riposo.
I giornali riportano le sue ultime dichiarazioni, «è un complotto», è «Roma farabutta«.
E chi incontra, il furibondo Bossi? «Ciao Umberto», «Ciao Daniela». Sì, proprio lei, Daniela Cantamessa, la brava militante, la sua bravissima segretaria particolare.
La Daniela «quella delle bancarelle dei gadget».
Che «l’anno 2012, addì 4 del mese di aprile, in Milano, negli uffici della Procura della Repubblica, alle ore 10», mette la firma in fondo al verbale e tira i figli dentro questa storia tremenda. «Io stessa avevo avvisato Bossi». Dei figli arraffoni, come Rosi Mauro. «Non nominai a Bossi la moglie, mi sembrava indelicato».
Se questo non fosse il fantastico mondo di Padania l’incontro tra Bossi e Daniela non potrebbe accadere.
Hai tirato dentro i miei figli, non è vero, come minimo ti denuncio, non farti più vedere e stati attenta: ti verranno a prendere con i forconi. Invece niente. Fuori da via Bellerio, ai militanti, sul quotidiano «La Padania», devono arrivare i dubbi, lo stupore di Bossi, le sue teorie complottarde «perchè siamo l’unica opposizione».
Ma dentro no, anche in portineria sanno che è tutto vero. Si accredita la tesi del Bossi che «non sapeva», pronti a declinarla, in caso di frana, nel caritatevole «gliel’hanno detto, ma non ha capito».
Quel che si è capito è che nella Padania della Lega nulla sarà più come prima.
Si è perso il mito del Leader infallibile, del Condottiero imbattibile.
L’hanno davvero fregato, tra famiglia e badanti, postulanti e adoranti. E a ripercorrere gli ultimi otto anni, a rileggere dichiarazioni, a rivedere certe foto, è facile la domanda che riguarda tutti i dirigenti della Lega.
Ma non vi siete mai accorti di niente? Chissà se Davide Boni, il Presidente del consiglio regionale acciaccato da un’inchiesta, ripeterebbe ancora la sua frase più nota: «Se Bossi mi dice di raccontare che la mia giacca bianca è nera io vi dico che è nera».
In questo magico mondo di Padania di giornali ne leggono pochi, poco s’informano, nemmeno si curano degli atti dell’inchiesta.
Rosi Mauro, con il suo moroso poliziotto e cantautore della celeberrima «Cooly Noody», continua a vivere nella sua Padania.
E mentre escono i verbali di Daniela eccola al telefono con SkyTg24.
È un complotto, «devo salvaguardare il bene più prezioso che ho, il Sindacato», il suo Sin.Pa.
Ma benedetta signora, già che è in linea, perchè non dici quanti iscritti hai, che non lo sanno nemmeno i giornalisti de «La Padania»?
Basterebbe un elenchino di cortei, se c’è.
Forse non sapeva di essere in linea con un tg, ha parlato come fosse nel tinello di Gemonio o sul pratone di Pontida, sempre nella sua Padania.
Dove, ancora oggi, si possono incontrare personaggi come Fabio Meroni, deputato brianzolo, che sotto la sede di via Bellerio ha sguardo e parole di sfida: «Se avete coraggio scrivete che chi dubita di Bossi dubita di se stesso».
O si possono leggere, nella fatica letteraria dell’ex capogruppo Marco Reguzzoni, uno svezzato dalle signore di Gemonio, frasi come questa: «I nostri militanti veri, fuori da logiche di potere e di palazzo, vedono in Renzo una speranza nel futuro. Uno così non può tradire, non può vendersi».
Uno così, Renzo Bossi.
Ma questo, come si vedrà martedì sera nella manifestazione di Bergamo, sarebbe solo il mondo magico della Padania che ha per capitale morale il tinello di Gemonio e rappresentanza politica in via Bellerio.
Diversa, ben diversa da quella dei sindaci, di governatori come il veneto Luca Zaia, della maggioranza dei parlamentari che in questi anni si son finti distratti, o hanno dovuto schivare minacce di espulsione come Roberto Maroni, ora osannato dai più.
È la Lega, questa, che non voleva più vivere nel magico mondo del Cerchio Magico, che non ha dimenticato la Questione Settentrionale e sa di poter sopravvivere a questi guai.
Basta riprendere tre fotografie dell’ultimo anno per vedere quanto quel magico mondo di Padania era già pronto al disastro, e senza bisogno di inchieste.
Quando Bossi, davanti a Montecitorio, la Rosi accanto, si fa riprendere con il sindaco Gianni Alemanno e la governatrice Renata Polverini mentre se stanno a magnà il rigatone e la pajata.
O a Monza, con Rosi e Roberto Calderoli e Giulio Tremonti, mentre sventola banconote per l’inaugurazione delle sedi dei ministeri, roba che manco il Comandante Lauro, nella Napoli degli anni ’50, si sarebbe permesso.
«Così portiamo un po’ di posti di lavoro al Nord…».
E poi c’è quell’ultima foto, il lunedì di settembre con l’ansia delle borse del mondo (vero). Clik.
Gemonio, terrazza: Bossi che alza il medio, Renzo l’indice, Calderoli in braghette, Tremonti soddisfatto, la Rosi in posa.
E tutti giù a ridere, come se il default fosse una barzelletta dell’amico Renato Pozzetto.
E così, mentre ci sono militanti chiusi in casa per la vergogna, mentre un giornalista de «La Padania» ammette che «gli amici mi ridono in faccia e non so cosa rispondere», la Lega s’aggrappa a Maroni, il primo amico, l’ultima speranza.
Perchè quel magico mondo della Padania è ormai svanito.
Nell’incredibile, con tendenza ridicolo.
Giovanni Cerruti
(da “La Stampa”)
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Aprile 7th, 2012 Riccardo Fucile
BANCA PADANA, GIORNALE E VILLAGGIO TURISTICO: STEFANI E LE SUE AVVENTURE GIUDIZIARIE
L’orafo di Vicenza, 74 anni, parlamentare da 4 legislature e sottosegretario in tre governi, è “l’uomo nuovo”.
Il suo nome è stato legato alla vicenda della Credieuronord, poi salvata da Fiorani.
Ma fu indagato anche per truffa ai danni dello Stato e ricettazione: posizione archiviata anche per il mancato uso delle intercettazioni grazie alla sua carica di parlamentare
Se questo è un nuovo.
Stefano Stefani diventa tesoriere della Lega al posto di Francesco Belsito.
Umberto Bossi si dimette, ma ottiene che i fedelissimi restino nella cabina di regia.
Ecco allora il vicentino Stefani, classe 1938, nelle cronache leghiste da vent’anni. I
l suo curriculum sul sito del Parlamento riporta: “Diploma di scuola superiore; imprenditore orafo; dirigente leghista; sottosegretario alle Attività produttive con delega al Turismo nel governo Berlusconi-2; 4 legislature (1994, 1996, 2001, 2006)”.
Stefani si è interessato di affari del Carroccio poco legati ai gioielli.
Si è concentrato su case, banche e via discorrendo.
Fu protagonista della realizzazione di un villaggio turistico in Istria: 180 appartamenti, albergo, golf, piscina a punta Salvore.
Controlla l’operazione una piccola srl, la Ceit, con ben 114 azionisti tra cui 10 parlamentari e mezzo stato maggiore del Carroccio (Manuela Marrone, moglie del Senatùr, Stefano Stefani e Maurizio Balocchi, il tesoriere del partito che lasciò poi l’incarico al suo delfino Belsito). Stefani e Balocchi figurano anche nel cda.
L’affarone si conclude con 10 avvisi di garanzia.
Ipotesi di reato: bancarotta fraudolenta documentale e a scopo distrattivo.
Stefani ne esce indenne risarcendo a una banca carinziana 500 mila euro di tasca propria .
L’accoppiata Stefani-Balocchi (poi scomparso) si butta in un’altra impresa: nel 2000 nasce Credieuronord, la banca leghista.
Parte una sottoscrizione nelle sezioni, con tanto di lettera di Bossi.
L’obiettivo: “Portare avanti gli ideali della Lega: la difesa del risparmio delle famiglie e della piccola e media impresa”.
I militanti, purtroppo per loro, ci credono e affidano i risparmi a Credieuronord.
Si raccolgono 3.000 sottoscrizioni fino a 100 milioni di lire l’una. Ma i primi bilanci si chiudono con 8 milioni di euro di perdite.
La tecnica creditizia pare singolare: la metà delle sofferenze fa capo a cinque soggetti, tra cui la società Bingo.net   (un’altra disavventura leghista, la sfida “verde” ai bingo “rossi” dei Ds, altrettanto sfortunati).
Nel cda della banca ben due sottosegretari: Balocchi e Stefani.
Nel 2003 Bankitalia fa emergere il dissesto. Centinaia di risparmiatori padani sono sul piede di guerra. Ma arriva il salvatore, Gianpiero Fiorani, numero uno della Banca Popolare di Lodi. Se la Lega non finisce a gambe all’aria, lo si deve a lui.
Che fino al 2004 garantisce milioni di euro.
Il Carroccio offre come pegno la storica sede di via Bellerio, la scuola leghista di Varese e il prato di Pontida.
Così evita la bancarotta.
Passano due anni e Stefani è indagato a Roma per concorso in truffa ai danni dello Stato e riciclaggio nella vicenda dei finanziamenti pubblici a Il Giornale d’Italia.
Tutto comincia l’11 maggio 2007 con l’arresto di Massimo Bassoli, immobiliarista ed ex direttore-editore del quotidiano.
È accusato di aver usato il giornale per rastrellare 14 milioni di contributi all’editoria di partito. Dalle telefonate di Bassoli gli investigatori scoprono conversazioni molto amichevoli con Stefani che è sospettato dal pm Olga Capasso di aver intascato una parte dei fondi ottenuti da Bassoli in cambio del “patrocinio” prestato o promesso dalla Lega a società editrici di Bassoli.
In una telefonata, Bassoli e Stefani parlano di “bottiglie”.
I pm dubitavano si trattasse di denaro.
In un’altra occasione Bassoli chiama un collaboratore, pare intendere di aver raggiunto un accordo sulla cifra da versare in cambio dell’appoggio della Lega e dunque dell’accesso ai fondi.
Più tardi, dopo cena, Bassoli invia un sms all’amico, precisando l’ammontare della presunta “ricompensa”: 1 milione.
Di sicuro Bassoli versò alla Lega 117 mila euro regolarmente iscritti nel bilancio del partito. L’accusa voleva sapere se ci fosse altro. I pm chiesero al Senato l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni di Bassoli.
Niente da fare, la legge Boato rendeva inutilizzabili le intercettazioni con la voce di un eletto dal popolo.
Alla fine Stefani ottenne l’archiviazione.
Nel curriculum di Stefani c’è anche un incidente internazionale che nel 2003 lo costrinse alle dimissioni da sottosegretario al Turismo.
Erano i tempi in cui Berlusconi definiva Kapò il socialdemocratico tedesco Martin Shultz. Stefani intervenne con un frase non molto diplomatica: “Se in passato è bastato un automobilistico ‘test dell’alce’ per capire la fallibilità della Germania, paese ubriaco di tronfie certezze, chissà quante coscienze potrebbe far crollare un doveroso e indispensabile test d’intelligenza. I tedeschi sono noti per le loro roboanti gare di rutti dopo pantagrueliche bevute di birra e scorpacciate di kartoffeln fritte…”.
Già , i rutti, orgoglio leghista.
Ce n’è abbastanza per spiegare l’attestato di Matteo Salvini: “La Lega non è morta. C’è un nuovo tesoriere che conosco e stimo. Bravo a far di conto. Quindi si va avanti”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 7th, 2012 Riccardo Fucile
CARLA RUSTICELLI RIVELA: “C’E’ DA INDAGARE ANCHE QUA: NEGLI ULTIMI ANNI NELLE REGIONI SI SONO CREATI DEI FEUDI E I SEGRETARI SONO DIVENTATI SCEICCHI”
“Anche io, come Gianfranco Miglio, avevo già visto e previsto tutto da tempo. Miglio diceva che Bossi non avrebbe tenuto in piedi un partito cosi per sempre, e c’è riuscito anche per molto. Poi però sono arrivate le poltrone”.
Carla Rusticelli dice invece di essere andata via dalla Lega perchè aveva sentito puzza di bruciato, altri sostengono che sia stata espulsa.
Sono gli ex che ritornano, dicono dentro alla Lega Nord.
È vero però che Rusticelli è un ex eccellente: tesoriere del partito dal 2006, consigliere nel parlamentino della Lega Nord Emilia dal 2004, revisore dei conti a livello regionale dal 2004 e, infine, presidente nazionale delle donne padane dal 2002.
Una mole di incarichi, tutti cessati nel 2009, quando il Carroccio l’ha cacciata assieme ad alti compagni di partito.
“No, sono io ad essermi allontanata. E sono ben felice di averlo fatto. Avevo intuito situazioni poco piacevoli. Frequentavo spesso via Bellerio”.
La bufera su Bossi che effetto avrà a Bologna e in Emilia?
“Bologna è una derivazione di quello che succede al livello regionale, che parte da Reggio Emilia, dove il capo è ancora Angelo Alessandri. Negli ultimi anni nelle regioni si sono creati dei feudi, i segretari sono diventati sceicchi”.
Lei ha controllato le casse del partito bolognese fino al 2009. Tutto in ordine?
“Sì, i miei conti sono sempre stati in ordine, dopo non so cosa sia successo. Avevo lasciato un fondo di 12mila euro, dopo un mese di campagna elettorale abbastanza dispendiosa, è stato usato tutto. Ho assistito a diverse situazioni dove ho visto passare del nero, ma mi sono sempre rifiutata. Per questo motivo sono stata estromessa, solamente perchè mi sono opposta. Tanto è vero che di fronte a un mio preciso rifiuto prima mi hanno tolto il controllo della cassa, poi allontanata dal partito”.
A cosa si riferisce?
“Dovevo dare il consenso per un contratto d’affitto pagato metà in bianco e metà in nero per un negozio in centro, serviva per la campagna elettorale del 2009. Non ci penso neanche, risposi. Da lì a poco mi hanno tolto tutti gli incarichi”.
Lei sostiene anche di essere stata revisore dei conti del partito a livello regionale. Com’era la situazione?
“Sì sono stata revisore dei conti, andavo spesso alla sede di Reggio Emilia. Ma mi facevano vedere solo un conto corrente bancario. Tutto qua, dicevo io? Ho fatto richiesta per poter accedere ad altri documenti, non sono mai stata chiamata. Così mi si sono drizzate le orecchie, sono diventata sempre più sospettosa e severa nel controllare i conti. Gli altri mi trattavano come una rompiscatole, solo perchè onesta”.
Non ha mai denunciato nulla dentro al partito?
“Certo. Una volta al mese c’era il consiglio della Lega Nord Emilia, anche io ne facevo parte. Ho sempre rotto le scatole, sollevando in ogni assemblea queste situazioni. Tutto quanto veniva verbalizzato e poi mandato a Milano. Vista la situazione che si era venuta a creare, chiedevo sempre di poter controllare i verbali inviati a via Bellerio. Erano tutti taroccati. Tutto quello che denunciavo o veniva cancellato o frainteso. Ho fatto un’enorme battaglia contro questa gestione allegra del movimento, non ce n’è traccia”.
Ma se i magistrati indagassero in Emilia cosa accadrebbe secondo lei?
“Un putiferio. Ci sono conti mai messi in ordine, soldi in nero, sia in entrata che in uscita. C’è più sporco qui che a via Bellerio. Quando andavo a Reggio Emilia e chiedevo informazione sui conti tutti mi rispondevano allo stesso modo: “C’è una gran confusione”.
Il Carroccio bolognese è stato commissariato dal regionale dal 2009 al 2011, subito dopo il vostro allontanamento voluto da Alessandri. Che idea si è fatta di lui?
“Penso solo che ha trattato la Lega come un giocattolino e che si dovrebbe dimettere. Non posso dire altro, mi fermo qui”.
Beppe Persichella
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 7th, 2012 Riccardo Fucile
LETAMAIO PADANO: MESSI A CARICO DEL PARTITO LA LAUREA DI RENZO A LONDRA, LA VISITA CARDIOLOGICA DI ROSY MAURO, LA LAUREA IN SVIZZERA DEL SUO FIDANZATO, LA RISTRUTTURAZIONE DELLA VILLA DI GEMONIO, VACANZE E SPESE FOLLI
“Io avvisai Bossi delle irregolarità di Belsito”. E’ la frase pronunciata dalla segretaria del
leader della Lega Nord, Daniela Cantamessa, durante l’interrogatorio di mercoledì scorso, condotto a Milano dai magistrati di Napoli Henry John Woodcock e Francesco Curcio.
Sia dalla testimonianza della Cantamessa sia da quella dirigente dell’ufficio amministrativo del partito — e responsabile dell’ufficio gadget — Nadia Dagrada emergono (di nuovo) le spese dei familiari del Senatur, le anomalie di bilancio, il ruolo della vicepresidente del Senato Rosy Mauro (“Non si staccava mai da Bossi”, “Fu pagata la laurea del compagno”), il rischio che l’ex ministro Roberto Castelli mettesse gli occhi sui bilanci del Carroccio. Circostanze che molti all’interno della segreteria del partito — come sottolineano gli investigatori — sapevano.
“In segreteria sapevano”.
Nelle carte delle indagini viene evidenziato che all’interno della Lega, dopo la scoperta delle operazioni con i fondi esteri in Tanzania, Cipro e Norvegia, erano sorte diatribe interne relative alla possibilità di defenestrare Belsito.
E proprio in questa fase, “dove si palesavano le sue dimissioni, è emerso un quadro di complicità — si legge negli atti — tra Belsito e Dagrada, responsabile contabile del movimento, e di altri soggetti della segreteria.
“Soldi in nero al partito”.
Da una parte la Dagrada ha confermato quanto già emerso dalle telefonate intercettate: “Se sono entrati nelle casse della Lega Nord soldi in contante ‘in nero’? Sì — ha risposto ai pm — Mi ricordo che, alcuni anni fa, l’ex amministratore della Lega Nord, Balocchi, portò in cassa 20 milioni di lire in contante dopo essersi recato nell’ufficio di Bossi”.
Maurizio Balocchi, morto nel febbraio 2010, è stato tesoriere del Carroccio prima di Belsito.
Caccia alla registrazione.
Ora gli inquirenti stanno cercando la registrazione di un colloquio tra Belsito e Bossi nel quale il tesoriere aveva “ricordato” tutte le spese sostenute dalla famiglia.
“Il Belsito mi ha sicuramente detto di aver registrato un suo colloquio con l’onorevole Bossi — colloquio nel quale aveva “ricordato” al segretario onorevole Bossi tutte le spese sostenute nell’interesse personale della famiglia Bossi con i soldi provenienti dal finanziamento pubblico. Non so se Belsito abbia effetuato tale registrazione. Belsito mi disse di voler utilizzare tale registrazione come strumento di pressione dal momento che volevano farlo fuori”.
“Con la malattia l’inizio della fine”.
Dagrada rivela che in definitiva la situazione è precipitata “dopo la malattia del segretario federale Umberto Bossi”.
Quindi dall’ictus del 2004, anche se per la segretaria le avvisaglie sono arrivate l’anno prima.
“Dopo il 2003 — ha spiegato — c’è stato l’inizio della fine: si è cominciato con il primo errore, consistito nel fare un contratto di consulenza a Bruxelles a Riccardo Bossi, se non ricordo male da parte dell’onorevole Speroni. Dopodichè si sono cominciate a pagare, sempre con i soldi provenienti dal finanziamento pubblico, una serie di spese personali a vantaggio di Riccardo Bossi e degli altri familiari. In particolare, con i soldi della Lega venivano pagati i conti personali di Riccardo Bossi, per migliaia di euro, e degli altri familiari, come per esempio i conti dei medici sia per le cure dell’onorevole Bossi sia dei suoi figli. A tal riguardo mi risulta che Belsito paghi con i soldi della Lega tali conti”.
La guerra interna.
Emerge, dalle deposizioni, tutta la guerra che Belsito ha intenzione di scatenare nei confronti dell’ex ministro Roberto Castelli dagli atti dell’inchiesta.
Castelli, nominato a gennaio componente del comitato amministrativo che doveva revisionare i conti del Carroccio, chiede a Belsito il dettaglio dei bilanci e il tesoriere si lamenta del fatto che i Bossi non lo difendano.
La rabbia di Belsito deriva da una serie di telefonate e atti formali che Castelli ha messo in piedi per entrare nel merito dei conti della Lega.
Bonet: “La Lega voleva coprire Belsito”.
Su questo argomento si inserisce anche ciò che riferisce in un’intercettazione Stefano Bonet, l’imprenditore veneto pure lui indagato, parlando al telefono con il suo collaboratore genovese Romolo Girardelli: sulla vicenda dei fondi trasferiti in Tanzania, secondo Bonet, il Carroccio voleva “coprire” il suo tesoriere.
Nel marzo scorso, quando lo scandalo era uscito sul Secolo XIX e la Lega stava cercando di far rientrare i soldi, “Bonet — scrive in un rapporto il Noe dei carabinieri — racconta a Girardelli Romolo, collaboratore genovese, prima l’esito dell’incontro con i senatori Stiffoni e Castelli per la questione dei residui dei fondi Tanzania da restituire, circa 350 mila euro, e poi riferisce che il partito, dopo aver ricevuto gli altri soldi (4.500.000 + 850.000), restituiti da Bonet sul conto Lega di banca Aletti di Genova, vuole coprire Belsito”.
“Si giocano sulle virgole — spiega Bonet — dei rapporti, di risolvere la questione in famiglia intanto che erano interessati ad avere i soldi, adesso che c’è da chiarire il punto, difendono lui”.
“Maroni vince sul cerchio magico”.
La situazione si fa brutta in Lega dopo aver realizzato i pasticci di Belsito. Secondo il quadro delineato in una telefonata del 24 febbraio Lubiana Restaini, vicina a Roberto Castelli, già impiegata al ministero dello sviluppo e ora all’ufficio legislativo della presidenza del consiglio, riferiscea all’imprenditore Bonet — socio di Belsito nell’affaire Tanzania — che dopo la pubblicazione sui giornali degli investimenti della Lega in Tanzania e alcune indiscrezioni uscite su Dagospia riguardo “11 appartamenti intestati alla moglie di Bossi”, per “il cerchio magico non è un bel momento”: il “partito è in rivolta” e “vanno tutti con Maroni”.
La Restaini organizza incontri riservati con Castelli e Maroni affinchè riferisca loro notizie “a discredito di Belsito”.
Gli investigatori annotano che è stata Lubiana a organizzare, nel marzo 2012, una serie di contatti “anche riservati” fra Bonet e Castelli che, in qualità di componente del comitato amministrativo della Lega, vuole “carpire informazioni sull’operato di Belsito e acquisire documentazione e dossier riguardo al suo operato”.
L’interrogatorio di Daniela Cantamessa (4 aprile)
Alla Cantamessa viene fatta ascoltare in particolare una telefonata intercettata l’8 febbraio 2012: al cellulare sono la stessa segretaria particolare del Senatur e Nadia Dagrada, dirigente dell’ufficio amministrativo.
Nel corso della conversazione quest’ultima riferisce alla collega delle spese dei figli di Bossi, di Rosy Mauro e del fidanzato di quest’ultima.
Ecco cosa risponde la Cantamessa ai pm.
“ERA EVIDENTE UNA SERIE DI ANOMALIE”
Questa conversazione con la Nadia Dagrada, braccio destro del Belsito dell’amministrazione della Lega — si inserisce in un contesto di grande amarezza di noi militanti dovuta al fatto che in specie con la gestione del Belsito ci risultava evidente una serie di anomalie anche segnalate dai mezzi di informazione.
Premesso che io non mi occupavo in alcun modo delle questioni economiche relative al partito e a Bossi — a vostra domanda vi dico che non ho mai preso assegni o ritirato denaro per Bossi che noi chiamiamo il capo – tuttavia la stessa Dagrada, ma non solo lei anche se era la più attendibile vista la sua vicinanza al Belsito, mi confidava che era molto delusa dell’amministrazione “opaca” delle risorse finanziarie del partito. Io stessa vedevo che il Belsito aveva intrecciato un rapporto assai stretto con i familiari di Umberto Bossi.
“ROSY MAURO NON SI STACCAVA MAI DA BOSSI”
Nel cerchio dei familiari di Bossi bisogna inserire anche Rosy Mauro che di fatto dopo la malattia del capo si era “installata” in una abitazione attigua a quella di Bossi dal quale non si staccava praticamente mai.
Secondo la Dagrada il Belsito finanziava i predetti soggetti con modalità non chiara e quindi ci chiedevamo se il Belsito messo alle strette da Castelli dallo stesso Bossi — che gli volevano contestare la vicenda della Tanzania e degli investimenti esteri — non si sarebbe difeso contestando a Rosy Mauro e allo stesso Bossi il fatto che a fronte di questi irregolari investimento all’estero di cui il partito non ne sapeva nulla lui poteva a sua volta contestare al partito tutte queste spese riferitemi dalla Dagrada.
Fra queste indubbiamente rientra, per esempio la vicenda dell’Audi A6 acquistata per Renzo Bossi e sulla quale io stessa ho visto Renzo Bossi usarla.
Più in generale, come ho anche detto ieri il Belsito affrontava spese personali dei familiari di Bossi con i soldi del partito e quindi nella conversazione ipotizzavamo che questa poteva essere un arma di ricatto del Belsito.
“AVEVO AVVISATO BOSSI DELLE IRREGOLARITA’”
Quando nel corso della conversazione dico che “il capo continua imperterrito con quello che gli ho detto” mi riferivo al fatto che io stessa avevo avvisato Bossi delle irregolarità del Belsito, o meglio della sua superficialità ed incompetenza e del fatto che la Rosy Mauro era un pericolo sia politicamente e sia per i suoi rapporti con la famiglia Bossi.
Non nominai a Bossi la moglie perchè mi sembrava indelicato.
Confermo che nel corso della conversazione la Dagrada che io torno a ripetere considero una persona fedele al movimento e alla purezza dei suoi intenti sembrava quanto meno soddisfatta, del fatto che avesse suggerito a Belsito di fotocopiarsi tutta la documentazione compromettente in modo che rimanesse la prova della malversazioni effettuate e che chi non era stato fedele al partito ne pagasse le conseguenze, e prima fra tutti la Rosy Mauro. A vostra domanda vi dico che la Dagrada non mi ha mai riferito dell’esistenza di una registrazione inerente ad un colloquio tra il Belsito e Umberto Bossi.
L’interrogatorio di Nadia Dagrada (3 aprile)
Il giorno precedente Woodcock e il collega di Milano Paolo Filippini avevano ascoltato la dirigente amministrativa del partito e responsabile dell’ufficio gadget Nadia Dagrada.
La funzionaria spiega ai pm che di fatto svolge la funzione di principale collaboratrice di Belsito.
Ecco il verbale di interrogatorio.
SOLDI PUBBLICI USATI PER FINI CHE NON C’ENTRANO CON LA LEGA
Effettivamente vi sono una serie di spese e somme danaro provenienti dai finanziamenti pubblici erogati dallo Stato al partito della Lega Nord che non hanno nulla a che vedere con le finalità e l’attività del partito politico della Lega; di tali fatti e di tali vicende ho parlato più volte con il Belsito, facendo commenti anche critici.
Faccio degli esempi: mi risulta, per esempio, che con i soldi pubblici sia stata comprata l’auto Audi A6 acquistata a Renzo Bossi (figlio del segretario federale on. Umberto Bossi) e poi passata a Belsito; ancora sono stati usati soldi pubblici per pagare i conti dei medici, anche per cure ricevute da membri della famiglia Bossi; ancora il Belsito mi ha riferito di aver pagato con i soldi della Lega Nord provenienti dal finanziamento pubblico cartelle esattoriali e conti vari di Riccardo Bossi (figlio del segretario federale on. Umberto Bossi).
“E’ STATO UTILIZZATO DENARO PUBBLICO PER LE SPESE DI FAMIGLIA”
Effettivamente e con dolore dico che sono stati utilizzati soldi del finanziamento pubblico destinati al partita della Lega Nord per pagare conti e per effettuare pagamenti personali in particolare della famiglia Bossi.
Posso dire che la situazione è precipitata dopo la malattia del segretario federale, on. Umberto Bossi, nell’anno 2003.
Dopo il 2003 c’è stato “l’inizio della fine”: si è cominciato con il primo errore consistito nel fare un contratto di consulenza a Bruxelles a Riccardo Bossi, se non ricordo male da parte dell’onorevole Speroni; dopodichè si sono cominciate a pagare, sempre con i soldi provenienti dal finanziamento pubblico, una serie di spese personali a vantaggio di Riccardo Bossi e degli altri familiari dell’onorevole Bossi; in particolare con i soldi della Lega venivano pagati i conti personali di Riccardo Bossi per migliaia di euro e degli altri familiari, come per esempio i conti dei medici sia per le cure dell’onorevole Bossi sia dei suoi figli; a tal riguardo mi risulta che il Belsito paghi con i soldi della Lega tali conti.
“SOLDI PER LA VISITA CARDIOLOGICA DI ROSI MAURO”
A proposito di Rosi Mauro, mi risulta — per avermelo detto sempre il Belsito — che anche a favore della predetta parlamentare (Rosi Mauro) siano state erogate somme e la fatture relativa ad una visita cardiologica effettuata dalla Rosi Muro — per un ammontare di alcune centinaia di euro — pagata con i soldi della Lega; ripeto, il Belsito mi ha raccontato e rappresentato di altre somme della Lega di cui la Rosi Mauro sui sarebbe appropriata, di cui, tuttavia, io non ho visto le carte.
Poi per quanto attiene l’amante di Rosy Mauro, Belsito mi ha riferito che Pier Giuramosca, poliziotto, attualmente suo segretario particolare, è stato da lei aiutato ad ottenere un mutuo agevolato e gli sono stati pagati soldi per conseguire un titolo di studio.
Il poliziotto è attualmente in aspettativa ed ha un contratto con la vicepresidenza del Senato, dove la Rosy è vicepresidente dello stesso organo. Tornando su Bossi Riccardo, so che Belsito ha pagato alcune fatture per gli avvocati difensori di Riccardo, perchè aveva un assegno protestato di circa 12.000,00 euro.
“BELSITO NON ERA SIMPATICO ALLA LEGA”
Belsito non è mai stato nelle simpatie della Lega perchè si diceva che aveva circuito una persona incapace a Genova a cui aveva preso dei soldi.
Ho saputo dell’esistenza di Bonet dopo gli articoli stampa del gennaio 2012 sull’operazione “Tanzania”.
Da questo momento in poi, Belsito mi ha parlato che era collegato al Bonet con cui era socio in affari in uno studio tributario di Genova.
LE VISITE MEDICHE DEL SENATUR
Per quanto attiene il ricovero di Umberto Bossi nel 2003 le spese per la Ildebrand di Varese sono state anticipate dalla Lega e poi l’amministratore Balocchi successivamente se li è fatti rendere da Bossi, credo per circa 100.000,00 euro.
Quando poi Balocchi ha problemi di salute è stato affiancato del ruolo di amministratore da Belsito. Per quanto ritiene le spese, circa un migliaio di euro dal Cardiocentroticino di Lugano, nel 2010-2011 sono state pagate dalla Lega e non mi risulta siano stati pagati dai Bossi.
Al riguardo non ho ancora un riscontro ufficiale.
IL TERRAZZO DELLA VILLA DI GEMONIO
Per quanto riguarda i lavori di ristrutturazione edilizia del terrazzo dell’abitazione di Gemonio di Bossi, so che nel 2010 sono stati pagati 25.000,00 con bonifico bancario della Lega.
E che ci sono da pagare ancora 60.000,00 euro e so che la ditta voleva fare causa per il mancato pagamento.
SPESE, CONTI E FATTURE
Voglio precisare che Belsito ogni volta che ci chiedeva di pagare una spesa della famiglia di Umberto Bossi o anche altre spese non riconducibili direttamente all’attività del partito, diceva alla Tiziana Vivian, l’altra segretaria di Roma della Lega, di pagare con bonifici o altre firme senza avere la fattura di riferimento.
Io non ho la possibilità di fare materialmente i pagamenti in quanto non ho la firma sui conti corrente nè quello online di Genova e di Roma.
Dal gennaio 2011 ho avuto accesso alle fatture regolari pagate da Milano per le manifestazione e spese riconducibili alla Lega Nord.
Per i pagamenti fatti dal conto corrente genovese della banca Aletti, Belsito operava in autonomia e non aveva una segretaria operativa.
Per quanto riguardo il conto corrente della Lega presso il Banco di Napoli della Camera dei deputati di Roma anche in questo caso Belsito era l’unico ad operare sul conto. Mentre la Vivian portava materialmente, gli ordini di bonifico e gli assegni alla banca.
GLI AMICI DI ROSY E DEL SINPA
Per quanto attiene agli assegni circolari di tale Delmirino Ovieni, posso dire che sono stati fatti i pagamenti da parte di Belsito riconducibile alla Rosy Mauro. Quando ho visto gli estratti conto del 2011, del Banco di Napoli di Roma, su detti assegni, di circa 48.000,00 ho chiesto spiegazioni a Belsito, in quanto i pagamenti apparivano privi di causa, e lui non mi ha volutamente risposto.
Ho chiesto a Belsito chi fosse il beneficiario Delmirino Ovieni, ma anche a questa domanda, non mi ha dato risposto, al che ho fatto una ricerca su google, per capire chi fosse, ed ho visto che c’era un rapporto pregresso tra Ovieni e la Rosy Mauro.
LAUREE IN SVIZZERA DA 120MILA EURO
Voglio precisare che noi in generale, diamo dei contributi ai vari organi e/o enti di partito, ma al tempo di Balocchi queste somme non venivano dati tutti questi soldi al SinPa (Sindacato Padano).
Nel 2011 sono stati versati circa 60.000,00 al Sinpa. Belsito mi ha poi riferito che sono stati dati altri soldi in contanti al Moscagiuro Pier, compagno della Rosy Mauro, affinchè pagasse le rate per le spese della scuola privata e conseguire il diploma e poi la laurea, credo “ottenuti” entrambi in Svizzera. Inoltre Belsito mi ha detto anche di aver pagato le rate per il diploma e poi la laurea della stessa Rosy Mauro, pagando con i soldi della Lega.
Per quanto riferitomi da Belsito i titoli di studio menzionati sono costati circa 120.000,00 euro prelevati dalla cassa della Lega. Credo che i titoli sono stati conseguiti in Svizzera.
LA LAUREA DI RENZO A LONDRA: 130MILA EURO
Inoltre anche Renzo Bossi dal 2010 sta “prendendo” una laurea ad un’università privata di Londra e so che ogni tanto ci va a frequentare e chiaramente le spese sono tutte a carico della Lega, ed anche qui credo che il costo sia sui 130.000,00.
A questo punto i pm fanno ascoltare alla Dagrada l’audio un’intercettazione del 29 gennaio.
I PAGAMENTI PER LA DIPENDENTE DEL PARTITO
Per quanto riguarda Helga Giordano ed il suo ragazzo Giordani Paolo, posso dire che 2 anni fa circa mi trovavo in Umbria e ricevetti una telefonata da parte dell’ex marito di Helga che mi chiese i rapporti della Lega con il Legnano Calcio perchè era stato pubblicato sui giornali qualcosa riferito all’assessore al bilancio di Sedriano (Milano), allora Helga Giordano e Paolo Alberto Scrabole, che cercavano di reperire finanziamenti per acquistare il Legnano Calcio unitamente al Giordani Paolo.
Io dissi che la Lega non era interessata a questa cosa.
A fine gennaio inizi di febbraio, telefonarono a via Bellerio 41 per avere un appuntamento con Bossi e precisarono che si tratta di un grave comportamento di una persona che lavorava in via Bellerio.
Anzi preciso che mi chiamò la mia collega Daniela Cantamessa, e mi disse che aveva ricevuto da poco una telefonata da parte di Nella Corrado, figliastra di Silvana Quarantotto ed amica di Helga Giordano che voleva conferire col segretario per un comportamento scorretto di una dipendente della Lega, per l’appunto la Helga Giordano.
La Daniela, la stessa sera, fissa l’appuntamento con queste persone che vengono ricevute in via Bellerio.
La questione da questi sollevata, riguardava una richiesta-truffa di 30.000,00 euro fatta da Helga ed il suo compagno Giordani Paolo per una pratica di finanziamento di 1.000.000,00 di euro, considerato che la Quarantotto Silvana era in difficoltà finanziarie con la sua società , presentandosi come la segretaria di Bossi e millantando vicinanze con lui.
Al chè noi comprendendo la difficoltà di tale situazione chiedemmo a Belsito di far analizzare la pratica da un punto di vista della solvibilità della società Corrado sas di Milano.
Cosa che Belsito fece.
Difatti dopo qualche giorno Belsito gli consegnò personalmente a Silvana Quarantotto un assegno di 140.000,00 circa per andare incontro alle ulteriori esigenze finanziarie, senza indicare contabilmente la causale.
Dopo qualche giorno la Quarantotto, nonostante il contributo, non trovando la soluzione al problema ci richiese altre somme perchè le banche non le finanziano più la sua azienda.
Al chè Belsito visto che non si trovava la soluzione mi informò di aver trovato una soluzione e cioè di fare un compromesso fittizio per l’acquisto del capannone di proprietà della Corrado, in modo giustificare contabilmente il prelievo dalla casse della Lega di altre 130.000,00 circa, richiamando nel compromesso anche le altre 145.000,00 circa già datele con l’assegno.
Tale atto giustifica così i due contributi in modo tale che eventualmente si poteva acquistare il capannone se le Quarantotto non restituiva le somme. Inoltre, proprio stamane sapevo che Belsito avrebbe consegnato alla Quarantotto un altro assegno di 40.000,00 euro consegnandolo il titolo di credito a Genova penso al “solito bar”, così come riferitomi da Belsito.
I magistrati fanno poi ascoltare alla Dagrada una telefonata tra lei e Belsito, nella quale si sente questo scambio.
(Nadia) “Però tu al capo (Bossi) precisi la cosa del discorso soldi, che Castelli vuole andare a vedere la “cassa” e quelli che sono i problemi, perchè comunque tu non è che puoi nascondere quelli che sono i “costi della famiglia”, cioè da qualche parte vengono fuori.
(Belsito) : Sì
(N) : Anche perchè o lui (ndv Umberto Bossi) ti passa come c’era una volta, tutto in nero, o altrimenti come cazzo fai tu. Mentre invece il discorso, chiedi con la presenza di lui, se è meglio Alessandri o Gibelli (che dovrebbero sostituire Castelli)
“CASTELLI VOLEVA VEDERE I CONTI”
Posso dire che sapevo che anni fa sapevo che c’era il “nero” che finanziava il partito, ma io ho assistito ad un solo episodio di 20.000 milioni di lire portati da Balocchi e prelevati dall’Ufficio di Bossi.
Difatti, in questo passo della telefonata voglio precisare che Castelli stava insistendo, anche con me, per vedere i conti del partito e quindi io consiglio a Belsito di riferire al “capo” Umberto Bossi , vista la consistenza delle spese sostenute per la famiglia Bossi — che sono quelle in parte già dette prima — di non permettere a Castelli di fare questi controlli e che quindi per poter continuare a pagare le spese della famiglia, bisognava fare ricorso al “nero”, cioè ad incassare liquidità senza registrazione contabile alcuna, così come ha fatto in passato Balocchi quando è andato nell’Ufficio di Bossi ed è uscito subito dopo con delle mazzette di soldi per 20.000 milioni di lire.
Balocchi uscì dall’Ufficio di Bossi e venne nell’ufficio da me mi consegnò i 20.000 milioni di lire dicendomi di non registrarli e di metterli in cassaforte che poi ci avrebbe pensato lui.
Ribadisco che sapevo che circolava del “nero” nella Lega, ma io ho visto personalmente solo questa operazione.
“LA VACANZA A BOSSI E FAMIGLIA A SPESE DEL PARTITO”
Voglio precisare che Belsito ha pagato al segretario Bossi ed alla sua famiglia, con i soldi della Lega, provenienti dai contributi pubblici, un soggiorno estivo nel 2011 ad Alassio (Genova).
E che è stato regolarmente pagato dalla Lega, ma non è stato fatto dai Bossi perchè proprio il segretario ebbe un infortunio al braccio qualche giorno prima.
“BELSITO NON HA UNA GESTIONE TRASPARENTE”
Devo precisare che da quando è iniziata la gestione Belsito le cose sono mutate rispetto alla precedente gestione Balocchi.
Le cose sono mutate, nel senso che lo stesso Belsito non aveva e non ha una gestione trasparente delle spese che vengono caricate sulla Lega, cioè lui ci diceva di effettuare pagamenti senza che io e le mie colleghe dell’amministrazione vedessimo le fatture o comunque i documenti giustificativi.
Della questione ho parlato spesso con Tiziana Vivian e l’ho persino contestato allo stesso Belsito, tant’è che ebbi con lui in una prima fase un momento di attrito, legato proprio a questa gestione opaca delle risorse delle Lega, abituata invece da Balocchi a riscontrare documentalmente le uscite risultanti dagli estratti conti.
Ricordo anche che ho accennato a Castelli le mie perplessità sul modo di gestire il denaro da parte di Belsito e su come si comportava in modo disinvolto sulla gestione dei fondi.
Alle mie perplessità ricordo che Castelli disse che avrebbe fatto in modo di verificare quanto io gli avevo riferito, manifestando anche le stesse mie preoccupazioni.
Sicuramente non so specificare i prelevamenti straordinari per contanti fatti da Belsito, autonomamente, mentre posso dire che per la nostra gestione preleviamo circa almeno 40-60.000,00 euro al mese dalla Banca Popolare di Lodi per le spese di gestione ordinaria del partito.
“BILANCIO SENZA DOCUMENTAZIONE”
Quando c’era Balocchi io avevo accesso a tutti i dati tant’è che per il bilancio del 2010, io dissi al Belsito — poichè non avevo la disponibilità della documentazione che giustificava le spese caricate sui conti del banco di Napoli e della Banca Aletti — che avevo difficoltà a redigere il bilancio poichè non avevo una visione chiara delle cose.
Tuttavia, la mancata redazione dei bilanci nei termini di legge avrebbe impedito alla Lega Nord di incassare i contributi o i rimborsi elettorali erogati dalla Camera dei Deputati, anche se la documentazione non era completa e non avevo tutte le pezze giustificative, decisi comunque di procedere alla stesura del bilancio consapevole del fatto che responsabilità non era mia, ma di Belsito che era ben consapevole di queste criticità di cui si assumeva la piena responsabilità .
A seguito della presentazione del bilancio 2010, la Lega incassò circa 18.000.000,00 di euro per il 2011.
CON BELSITO SPESE ALLE STELLE
Voglio evidenziare anche che da quando Belsito è amministratore della Lega sono anche mutate le tipologie di spese che permetteva che il partito sostenesse; mi spiegò Belsito che ha fatto comprare una Smart per Renzo Bossi che è intestata alla Lega e che ad oggi, dopo essere stata usata da Renzo per qualche mese è rientrata nella nostra disponibilità ; analoga cosa è successa per il BMW X5 in uso a Riccardo Bossi a cui abbiamo pagato il riscatto del Leasing perchè non era in grado di affrontarne gli oneri, pari a euro 12 o 21.000,00 euro. Inoltre io che svolgo attività di contabile dal 1998, ho immediatamente notato che con la gestione Belsito c’è stato un incremento sostanziale delle spese che gravano sulle casse del partito.
LA SCUOLA DELLA MOGLIE
Per quanto attiene la signora Manuela Marrone, consorte di Bossi, sono a conoscenza del fatto che sono stati versati dal conto corrente della Lega del Banco di Napoli di Roma, “contributi diversi” almeno 80-100.000,00 euro per sostenere la “scuola Bosina” di Varese, dove penso che la signora Marrone riveste il ruolo di preside.
Mi risulta che ulteriori versamenti per un ammontare di 800.000,00 euro sono stati erogati a favore della stesso istituto scolastico dal conto dei fondi della cosiddetta legge Mancia.
Ho appreso nel merito anche chiedendolo a Belsito a chi fossero stati formalmente destinati detti soldi e che lui non lo sapeva.
Al chè io l’ho invitato ad informarsi quali erano gli obblighi di legge della Legge Mancia.
Ho appreso circa un mese fa da Belsito, che nel 2010-2011 gli era stato chiesto da Marrone Manuela di accantonare, per cassa, una cifra per il sostegno della scuola Bosina, pari a circa 900.000,00 o 1 milione di euro per esigenze della scuola bosina.
Poichè lui si mostrava disponibile ad accettare questa richiesta, io gli manifestai il mio disappunto e la mia netta contrarietà perchè ritenevo e ritengo che l’accantonamento deve essere trasparente e dette operazioni devono essere regolarmente iscritto nel bilancio e che non c’era motivo di farlo in maniera nascosta come chiedeva la Marrone al Belsito.
“IL DIPLOMA DEL FIDANZATO DELLA MAURO”
Chiarendo nel merito con Belsito che questa richiesta aveva una doppia valenza, una per Belsito di avere sempre più una forte ascesa nei confronti dei Bossi e l’altra la spregiudicatezza della Marrone nel richiedere la complicità del Belsito per attingere ai fondi del partito.
Questa condotta è analoga a quelle tenute da Belsito a sostegno delle richieste dei figli di Bossi e per la Rosy Mauro che lui voleva tenere nascoste nel bilancio.
Ed io non volevo che i fondi pubblici del partito venissero utilizzate per le esigenze personali e non per i fini delle attività di partito.
Pertanto lo consigliavo di fare dei bonifici tracciabili sui versamenti a favore della ”scuola bosina”, fatti sempre dal Banco di Napoli della Lega di Roma, evitando al contrario i pagamenti a favore di persone e non per gli interessi del partito. In questa categoria rientrano ad esempio alcuni costi tra i quali: il diploma e la laurea (forse in corso) di Moscagiuro Pier, compagno e segretario particolare della Rosy Mauro; il diploma e laurea (forse in corso) per la Rosy Mauro per complessivi 130.000,00; spese per acquisto e noleggio di autovetture; spese di soggiorno per vacanze; spese per la telefonia; comodato d’uso a titolo gratuito dell’associazione umanitaria Padana; prelievo bancario dal Banco di Napoli di 29.150,00 franchi svizzeri a favore di Rosy Mauro.
“ERO CONTRO CASTELLI: TEMEVO PER IL PARTITO”
Io ero preoccupata e mi contrapponevo all’accesso ai conti della Lega da parte di Castelli, poichè ritenevo che attraverso lui, Rosy Mauro avrebbe potuto utilizzare la conoscenza dei fatti sopradetti contro gli interessi del mio segretario e contro gli interessi del mio “movimento”.
Per questi motivi ho spinto Belsito a rappresentare in colloquio riservato a tu per tu con Bossi l’esistenza di questi fatti e di questo pericolo.
“TANZANIA, BELSITO FALSIFICO’ IL VERBALE”
Con l’operazione Tanzania emersa a gennaio sui media, ho scoperto poi successivamente che Belsito per poter effettuare il prelievo dei 5.700.000,00 dalla Banca Aletti di Genova e fare l’investimento con Bonet, ha utilizzato un verbale del consiglio federale della Lega — che stabiliva, ed è tutt’ora vigente, il limite di possibilità di spesa ad euro 150.000,00 con firma singola, mentre superiore a questa cifra è previsto l’avvallo del comitato amministrativo e cioè di Castelli e Stiffoni cancellando la parte in cui era riportato il limite di spesa. Verbale consegnato poi alla banca.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 6th, 2012 Riccardo Fucile
FINITA L’ERA DEI FONDATORI DEI PARTITI PERSONALI E DEL CULTO DEL CAPO, DEI FINTI CONGRESSI E DELLE ACCLAMAZIONI…PER ENTRAMBI NON SI E’ TRATTATO DI DIMISSIONI, MA DI RESA, NON LASCIANO DA VINCITORI MA DA SCONFITTI
Non è un caso che l’addio di Umberto Bossi sia arrivato appena cinque mesi dopo quello di Silvio Berlusconi.
Per quanto diversi per censo e perfino per tratti antropologici, i due erano legati fra loro assai più di quanto non siano legati due semplici alleati politici. La loro avventura era evidentemente destinata ad avere un inizio e una fine comuni, e come certi vedovi inconsolabili, l’uno non poteva sopravvivere alla fine dell’altro.
Così in soli cinque mesi la loro uscita di scena cambia di colpo, e probabilmente per sempre, il profilo della destra italiana e l’intero scenario politico nazionale.
Finisce un’era: quella dei «fondatori», dei partiti personali, del leaderismo e del culto del capo, dei finti congressi e delle acclamazioni.
Finisce anche, si spera, la stagione delle forti contrapposizioni e delle chiamate alle armi.
Pure nell’addio i due vecchi capipopolo risultano così simili da apparire inseparabili.
Per tutti e due, non s’è trattato di dimissioni: s’è trattato di una resa.
Non lasciano perchè ritengono sia giunta l’era del buen retiro, ma perchè travolti dagli avvenimenti.
Non lasciano da vincitori, ma da sconfitti.
Eppure, sono sconfitti cui va riconosciuto l’onore delle armi.
Se è vero infatti che sarà la storia a separare per entrambi il grano dal loglio, già oggi si può dire che sia Berlusconi sia Bossi sembrano migliori da vinti che da vincitori.
Uomo destinato (e non solo per colpa sua) a dividere, Berlusconi ha lasciato unendo: se oggi l’Italia tenta faticosamente di uscire dalla crisi con un governo di solidarietà nazionale, è anche perchè il Cavaliere ha saputo, all’ultimo, tenere a freno i suoi falchi.
Magari l’avrà fatto anche per interesse personale, ma l’ha fatto.
Allo stesso modo, Bossi mostra più nobiltà nel lasciare di quanta ne abbia mostrata restando – non si sa quanto consapevolmente – attaccato a un trono che era diventato la vacca da mungere da parte di una losca compagnia di giro.
La vicenda umana di Bossi è segnata, come molte, da quelle leggi implacabili che si chiamano del contrappasso e dell’eterogenesi dei fini.
Lui che tante volte ha urlato di voler usare come carta igienica la bandiera italiana, è stato di fatto il porta vessillo della versione più meschina della bandiera italiana: quella che, come diceva Longanesi, al centro ha la scritta «ho famiglia».
Lui che organizzò due finte feste di laurea, e che fece credere alla sua prima moglie di essere medico, cade per essersi scelto un tesoriere che comprava lauree e diplomi; e per dare un futuro a un figlio che qualcuno gli faceva credere già quasi laureato.
Miserie, fragilità , debolezze.
Da guardare però con misericordia nel giorno in cui il misero, il fragile e il debole cade.
Per quante responsabilità possa avere avuto, suscita pietà il vecchio capo che con orgoglio parla a un collega del figlio che – crede lui – ha fatto da interprete a Berlusconi e Hillary Clinton; e che poi apprende con sgomento che il libretto universitario del suo erede non ha dei trenta ma degli spazi bianchi.
Proprio perchè noi non ci vergogniamo a essere italiani nel bene e nel male, non ci accodiamo a chi infierisce su un padre che va in crisi per un figlio.
Così è strana la vita: il politico del «celodurismo» cade per essere stato troppo debole in famiglia; e l’uomo che dal niente aveva messo in piedi un impero, cade per mano di mediocri cortigiani.
Bossi «muore» politicamente meglio di quanto abbia vissuto anche e soprattutto perchè non fugge di fronte alle proprie responsabilità , anzi se ne fa carico e arriva a pronunciare parole inaudite nel mondo della politica: «Chi sbaglia paga, qualunque cognome porti».
Altre, e ben più gravi, sono le sue colpe.
Prima ancora che per i colpi della malattia e del cosiddetto cerchio magico, Bossi deve lasciare la scena per un fallimento politico.
È stato grande nel trasformare l’aria del Nord in un partito da dieci per cento. Ma altrettanto grande nello sfasciare tutto: prima mettendo in un angolo le intelligenze che avrebbe potuto arruolare (la migliore, Miglio, fu messa alla porta con la sprezzante etichetta di «una scoreggia nello spazio»), poi dissipando anni e anni di governo senza mai realizzare una sola delle riforme annunciate.
Se la Lega non gli sopravviverà , non sarà perchè non vi può essere un altro leader dopo di lui, ma per i vent’anni di promesse non mantenute.
Anche qui, sarà la storia a rispondere.
Per ora possiamo leggere gli avvenimenti solo con lo sguardo della cronaca, che ci fa immaginare per le elezioni del 2013 una destra e un quadro politico generali completamente diversi – e speriamo migliori – rispetto agli ultimi vent’anni.
Michele Brambilla
(da “La Stampa”)
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