Destra di Popolo.net

L’ AUMENTO DELL’IVA COSTERA’ FINO A 120 EURO IN PIU’ A FAMIGLIA: RINCARI PER BENZINA, AUTO E VESTITI

Settembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

COMMERCIANTI IN RIVOLTA: COSI’ SI DEPRIMONO I CONSUMI… PREOCCUPATI ANCHE I CONSUMATORI PER POSSIBILI SPECULAZIONI

Il salto dell’Iva dal 20 al 21% costerà  agli italiani fino a 120 euro in più l’anno.
Se per alimentari, abitazione, combustibili ed energia, sanità  e istruzione le famiglie (almeno per ora) non saranno toccate da aumenti, visto che l’imposta in questi comparti è al 4 e al 10%, per tutte le altre voci di spesa si profilano incrementi che vanno dai 45 euro annui dei single, ai 97 dei nuclei familiari con 3 componenti, fino al tetto di 105 euro delle famiglie con 4 persone. Mentre un operaio in media dovrà  far fronte a spese più alte per 82 euro, quadri e impiegati pagheranno 100 euro l’anno in più di Iva e professionisti e imprenditori affronteranno spese da imposta sul valore aggiunto che saliranno di 120 euro annui.
Da questa radiografia delle spese (un approfondimento dell’ufficio studi della Cgia di Mestre basato sull’ultimo report dell’Istat “Consumi delle famiglie”) emergono aumenti pesanti sul fronte dei carburanti, abbigliamento e spese per la casa.
I single, in particolare, pagheranno circa 45 euro di Iva in più ogni anno.
Su questo incremento pesano le voci del capitolo trasporti, che dagli attuali 2.074 euro annui crescerà  di 14 euro.
Altri 9 euro usciranno per l’acquisto di mobili ed elettrodomestici, 8 euro in più per abbigliamento e calzature, 7 euro da beni e servizi e 3 rispettivamente da comunicazioni, tempo libero, cultura, giochi.
Sulle famiglie con 3 componenti le voci che s’impenneranno sono quelle dell’Iva su trasporti (+35 euro), mobili, elettromestici, casa (+18) e abbigliamento (+18 euro).
Caro-trasporti pure per le famiglie di 4 persone (+41 euro) con un picco di 22 euro in più su abbigliamento e calzature.
Ma saranno i professionisti e gli imprenditori i più colpiti dal piccolo terremoto che si abbatterà  sui prodotti con l’imposta al 21%: l’aumento dell’uno per cento farà  lievitare i trasporti di 44 euro l’anno, il vestiario costerà  27 euro di più, casa e mobili 18 euro, il tempo libero 9 euro, le comunicazioni 6
Complessivamente la manovra punta a portare in cassa circa 4,8 miliardi di euro su un totale di entrate da tasse indirette che nel 2010 ha superato i 115 miliardi, un terzo del totale delle entrate tributarie dello Stato.
Un risultato che appare a portata di mano, ma a patto che i consumi restino stabili ai livelli del 2010 e non subiscano contrazioni.
Nel caso di una ulteriore modifica degli altri due regimi di tassazione, dal 4 al 5% e dal 10 all’11%, una eventualità  affidata alla delega fiscale, il gettito potrebbe oltrepassare i 6 miliardi a consumi invariati e inflazione al palo.
I commenti di commercianti e associazioni sono molto critici con questa parte della manovra.
Se i consumatori del Codacons parlano di «scelta irresponsabile», per la Confesercenti «un punto di Iva in più allontanerà  la crescita, deprimendo ancora di più i consumi».
Per Confcommercio, infine, «l’incremento delle aliquote Iva resta una scelta errata».

Lucio Cillis
(da “La Repubblica“)

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BOSSI CEDE SULLA PREVIDENZA, LA LEGA SI DIVIDE

Settembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

SALE LA TENSIONE TRA LEGA E PDL: LA LEGA CEDE SULLE PENSIONI E NEL CARROCCIO C’E’ APERTO DISSENSO VERSO BOSSI

Berlusconi insiste sulle pensioni: «Umberto, dobbiamo toccare l`anzianità  con lo scalone e dobbiamo equiparare subito il ritiro dal lavoro delle donne a quello degliuomini». La risposta del Capo leghista è di quelle ruvide: «Silvio, vai a quel paese…».
Poi, poche ore dopo, l`appello del presidente Napolitano a rinforzare il decreto.
Passa la notte e i due soci del governo tornano a parlarsi.
È mezzogiorno quando il premier convoca il vertice di Palazzo Grazioli.
Poco dopo arriva la delegazione padana guidata da Roberto Calderoli. Con lui Rosy Mauro e Federico Bricolo.
Chi ha partecipato al vertice sponda lùmbard – racconta di una Lega che si impunta, che boccia i ritocchi sull`anzianità , sposta l`intervento sulle donne al 2014 e chiede che i soldi dell`Iva siano usati per consolidare i conti pubblici, non per fare spesa. Nella vulgata leghista Berlusconi accetta anche di reintrodurre la supertassa sopra i 300mila euro.
A quel punto Calderoli sente Bossi e Maroni dà  l`ok.
Un accordo che però nel Carroccio lascia più di una ferita aperta.
Basta leggere il titolo di ieri della Padania, house organ leghista che per tutto agosto ha martellato i lettori con le vittorie delle camicie verdi, in particolare sulle pensioni. Ebbene, il giornale di Bossi apre con un freddo “Via libera alla manovra” senza alcun riferimento alle novità  sulla previdenza.
Notizia nascosta. Commenta un deputato leghista di fede maroniana: «Abbiamo passato l`estate a dire che non avremmo permesso che si toccassero le pensioni del Nord e ora ci ritroviamo così…».
Un malumore che, è il timore di Via Bellerio, nella base potrebbe essere ancora più esplosivo.
Sarà  un caso, ma fino a ieri sulla Padania per sabato prossimo era previsto un comizio di Bossi a Treviso.
Poi, improvvisamente, l`evento viene cancellato.
Gli stessi pretoriani del “Capo” dicono che preferisce «non esporsi» in una fase così delicata.
1 più maliziosi parlano apertamente di paura di contestazioni per la manovra.
Tanto che c`è chi mette in giro la voce che Bossi potrebbe disertare anche il raduno di Venezia del 18 settembre, il mitico rito dell`ampolla che nella liturgia leghista eguaglia Pontida.
Vero o no che sia, le anime del partito sono in fibrillazione.
Il partitone degli amministratori del Nord soffre. Nonostante i tagli a comuni e regioni siano stati alleggeriti, molti di loro la manovra la vivono come un cazzotto nello stomaco.
Uno di loro, e di peso, dice che «qui facciamo solo figuracce, dobbiamo uscire subito dal governo».
In molti si lamentano per un Bossi percepito come ormai evanescente e contraddittorio.
I veleni sono però incrociati.
Se molti parlamentari fanno notare (compiaciuti) l`assenza del capogruppo Reguzzoni sulla manovra, il suo entourage risponde che lui non ha condiviso la gestione dei negoziati e che si è volutamente defilato.
Per molti maroniani il ministro dell`Interno è scontento del testo finale, anche se chi ha negoziato con il premier giura il contrario.
Calderoli si spinge ad affermare che «la Lega ha riscoperto il gioco di squadra».
C`è infine chi sostiene che a essere scontento sia Giorgetti: non sarebbe stato informato in anticipo sulle decisioni.
Sia come sia, le tensioni nel Carroccio restano e il banco di prova sulla sua tenuta sarà  il voto sull`arresto di Marco Milanese.

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LA RIDUZIONE DEL DANNO: L’ITALIA E’ CONSIDERATA ORMAI LA ZAVORRA CHE RISCHIA DI AFFOSSARE L’EURO

Settembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

NELLA QUINTA VERSIONE DEL DECRETO PERLOMENO I CONT TORNANO… ALLA FINE LA SINTESI E’ “PIU’ TASSE PER TUTTI”… MANCANO MISURE PER LA CRESCITA E LO SVILUPPO

Se non li puoi convincere, confondili. È la legge di Truman.
Berlusconi e Tremonti, ormai svuotati di spessore politico, la applicano alla manovra con rigore scientifico.
Dopo quattro tentativi miseramente falliti in appena due mesi, spunta ora la quinta versione del decreto anti-crisi.
Già  questa abnorme bulimia quantitativa sarebbe sufficiente a giudicare disastrosa l’azione del governo.
Ma quello che stupisce, e indigna di più, è la totale schizofrenia qualitativa delle misure messe in campo.
A giugno Tremonti aveva garantito che, d’accordo con l’Europa, l’Italia non aveva bisogno di una vera e propria manovra di bilancio, e per questo aveva annunciato una modesta leggina di minima “surplace” contabile.
Ai primi di luglio abbiamo scoperto che eravamo sull’orlo dell’abisso.
Così è cominciata la folle teoria estiva dei decreti usa e getta.
Prima la stangata del contributo di solidarietà  sui ceti medio-alti.
Poi la batosta sulle pensioni d’anzianità  cumulate con il riscatto della laurea e della naja.
Poi ancora la finta caccia agli evasori fiscali a colpi di “carcere & condono”.
Trovate estemporanee di questo o quel ministro, frustate casuali all’una o all’altra categoria.
Senza logica politica, senza tenuta economica.
Non solo i cittadini allibiti e gli speculatori affamati, ma l’intero establishment interno e internazionale ha fatto giustizia di tanta irresponsabile approssimazione.
L’Unione Europea e la Bce, la Banca d’Italia e la Confindustria. Da ultimo, addirittura il Capo dello Stato, che con il suo intervento ufficiale di due giorni fa ha compiuto un passo senza precedenti, fin dai tempi della Prima Repubblica.
Ha imposto la linea non solo sui tempi, ma persino sui contenuti della manovra.
Alla fine, dopo molte figuracce penose esibite sul mercato politico e molti miliardi bruciati sul mercato finanziario, il governo si è dovuto arrendere.
L’ennesima, radicale riscrittura della manovra non cancella le storture di fondo.
Con l’aumento dell’Iva e la reintroduzione della supertassa sui redditi oltre i 300 mila euro si fa persino più massiccio il ricorso alla leva fiscale, che già  occupava quasi il 70% del menù dei provvedimenti varati nelle stesure precedenti.
Svanisce così, ormai anche sul piano simbolico, la ridicola promessa del Cavaliere: “Non mettiamo le mani nelle tasche dei contribuenti”, aveva giurato il premier, che ora invece in quelle tasche ci entra non solo con le mani, ma con tutte le scarpe.
Si anticipa il giro di vite sull’età  pensionabile delle donne, e si rinuncia così a qualunque ambizione riformatrice più generale sul capitolo della previdenza.
Resta la drammatica carenza di misure concrete per la crescita e lo sviluppo.
Resta la plastica evidenza di un governo che non ha una visione sulla società  italiana di oggi, nè una soluzione per quella che vuole costruire domani.
Tuttavia la quinta manovra, per quanto iniqua e sgangherata, almeno un pregio ce l’ha: i saldi contabili sono finalmente più solidi, come la stessa Commissione di Bruxelles ha già  puntualmente riconosciuto.
È certo il gettito in aumento dell’imposta sul valore aggiuntivo, il “male minore” invocato da tempo dalla Banca d’Italia e osteggiato per puro puntiglio dal ministro del Tesoro.
È certo l’incasso a regime dell’intervento sulle pensioni delle donne, suggerito da Confindustria e ostacolato per puro ideologismo dal leader della Lega.
È certo, per quanto risibile, il maggior introito del mini-tributo di solidarietà  per i ceti più abbienti, inopinatamente preferito a una seria imposta sui grandi patrimoni per puro opportunismo elettorale.
Dunque, almeno sulla copertura integrale dei 45 miliardi, la manovra risulta oggettivamente migliorata.
Anche se rimane la sua irrimediabile inefficacia, rispetto alle esigenze di equità  sociale e alle urgenze di rilancio del Pil.
E anche se rimane la sua probabile insufficienza, rispetto agli impegni sottoscritti in Europa sul pareggio di bilancio e alle aspettative delle società  di rating e della business community
Quella di ieri, in definitiva, è solo una tardiva “riduzione del danno”.
I problemi dell’Italia sono tutt’altro che risolti.
Nel momento in cui aggiusta la manovra, il governo certifica paradossalmente la sua fine. Berlusconi, Bossi e Tremonti si acconciano a continui compromessi al ribasso, ormai logorati dentro una convivenza da separati in casa, che li spinge a camminare a tentoni nella buia notte calata su Eurolandia.
Il governo non c’è più.
Lo sostituisce Napolitano, lo commissaria la Banca d’Italia, lo etero-dirigono i mercati.
La stessa coalizione di centrodestra ne è tanto consapevole, che si vede costretta all’ultimo sfregio alle istituzioni: la richiesta del voto di fiducia, su una manovra che lo stesso Pd era pronto a non votare ma a non ostacolare, sembra più un atto di forza interno al centrodestra che non un atto di sfida rivolto al centrosinistra.
In queste condizioni si può tamponare un’emergenza congiunturale, ma non si può affrontare una crisi globale.
Lo scrive ormai anche la grande stampa mondiale, dal “Wall Street Journal” al “Financial Times”: l’Italia è unanimemente considerata la zavorra che rischia di affondare l’euro.
Per questo, ancora una volta, l’unica via d’uscita da questa tempesta imperfetta è l’approvazione rapida del decretone, e poi le dimissioni immediate del governo. Sarebbe l’ultimo, e forse l’unico gesto di responsabilità  compiuto dal presidente del Consiglio.
Con la quinta manovra si recupera un po’ di attendibilità  aritmetica, ma non si ricostruisce la credibilità  politica.
Quella, per il Cavaliere, è perduta per sempre.

Massimo Giannini
(da “La Repubblica“)

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LA PRESA IN “GIRO”

Settembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

RIFLESSIONI   A MARGINE DEL PRESUNTO GIRO CICLISTICO DELLA PADANIA

Vi è mai successo di fare un sogno in cui le persone compiono gesti assurdi come se fossero normali e vi guardano come se i pazzi foste voi?
Dopo una peperonata sognai un amico che scalava l’Everest in pigiama.
Ma nemmeno tutte le peperonate del mondo riuscirebbero a partorire lo scenario surreale che si dipana davanti ai nostri occhi sbarrati: il giro ciclistico della Padania nel centocinquantenario dell’unità  d’Italia.
Autorizzato dalla federazione del ciclismo, finanziato da fior di sponsor, corso da Ivan
Basso e benedetto dal commissario tecnico della nazionale italiana.
Il giro della Padania è un’idea di Bossi e anticipa la sceneggiata del Dio Po toccandone alcuni siti caratteristici.
Se poi restasse qualche dubbio sulla paternità  della peperonata, il primo della classifica generale indosserà  una maglia di colore verde.
Ma il vero incubo è stata la reazione degli addetti ai lavori.
Un dirigente ciclistico ha detto: c’è anche il giro di Sardegna, eppure non si scandalizza nessuno.
Ho capito, ma la Sardegna esiste, sta nelle cartine geografiche.
La Padania solo nella testa di una parte minoritaria di cittadini del Nord.
Vi raccomando poi la reazione dei politici locali del centrosinistra che hanno negato il passaggio della Corsa Verde nelle province amministrate da loro, frapponendo impedimenti fasulli e scuse arzigogolate.
Mentre bastava dire: non vi facciamo passare perchè la Padania non esiste e quindi non esiste neanche il vostro Giro secessionista, che va fermato per vilipendio dello Stato.
Qualcuno avvisi il ministro degli Interni.
Sarà  mica in bici anche lui?

Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)

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VENDERE LE CASERME PER FARE CASSA? PECCATO CHE NESSUNO SAPPIA NEANCHE QUANTE SONO

Settembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

IN TEMPI DI CRISI SI PARLA DI METTERE SUL MERCATO ALCUNI BENI DELLO STATO…MA NON ESISTE UN ELENCO COMPLETO: IL DEMANIO TACE, I MINISTRI SI DEFILANO E LE COMMISSIONI RISULTANO INUTILI

Come in una porta girevole, in questi giorni arruffati in cui il governo è alla ricerca disperata di soldi, l’idea di vendere pezzi del patrimonio dello Stato per fare cassa entra ed esce dalle stanze di palazzo Chigi.
Ma poi si scopre che non esiste neppure uno straccio di censimento della reale consistenza immobiliare, neanche per le caserme che invece, secondo la disinformacja governativa, sarebbero lì belle pronte in attesa di acquirenti vogliosi.
Le caserme e i beni della Difesa (terreni, fari, forti, magazzini, polveriere) ci sono e tanti, presumibilmente con un valore ingente, dell’ordine delle decine e decine di miliardi di euro.
Ma nessuno sa con precisione quanti siano quelli disponibili e tanto meno di quanti metri quadrati si parla.
Sembra impossibile, ma è così.
Ci ha battuto il naso anche Paolo Cirino Pomicino che con grande sorpresa ha dovuto constatare che per la vendita dei beni militari siamo ancora all’anno zero, o quasi.
Ex luogotenente di Giulio Andreotti, ex potentissimo presidente della Commissione bilancio della Camera, più volte ministro ai tempi della Prima Repubblica e infine coinvolto nella vicenda Enimont e condannato, Pomicino è uno che di vendita del patrimonio pubblico se ne intende.
Esattamente vent’anni fa varò la prima società  ad hoc, Immobiliare Italia, ed ora non è affatto ostile a questo governo, anzi, in qualche modo ne fa parte.
Su proposta di Gianfranco Rotondi, ministro per l’attuazione del programma, è stato nominato presidente di un Dipartimento di palazzo Chigi, il Comitato tecnico-scientifico per il controllo strategico nelle amministrazioni dello Stato.
Un incarico «svolto a titolo gratuito», come lui stesso insiste a precisare.
In quella veste Pomicino chiede con insistenza da 11 mesi al ministero della Difesa e a mezzo governo l’elenco dettagliato dei beni. Inutilmente.
Dopo tanto tempo sprecato e una corrispondenza fitta con il ministro Ignazio La Russa, il suo capo di gabinetto, generale di Corpo d’armata Claudio Graziano, il sottosegretario Guido Crosetto, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, sconsolato Pomicino si è rivolto pure ad Antonio Martone, presidente di un’altra commissione governativa dal nome altisonante, Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità  delle pubbliche amministrazioni (Civit), un organismo presentato come uno strumento formidabile per l’efficienza delle mezze maniche statali, voluto con caparbietà  dal ministro Renato Brunetta.
Martone, che per quell’incarico prende 165 mila euro all’anno mentre i commissari 135, ha risposto a Pomicino che l’affare non lo riguarda, limitandosi ad esprimere un generico auspicio di circostanza, cioè «che nel frattempo il problema possa aver trovato una soluzione, anche parziale».
Caustico, Pomicino gli ha risposto con una lettera al fulmicotone di tre righe: «Non pensavo che la scarsa efficienza dei dirigenti del Demanio militare non fosse di competenza della commissione da te presieduta».
Quindi lo ha invitato «con amicizia» ad un incontro «per capire finalmente che cosa fa la tua commissione».
Il carteggio tra Pomicino e i ministri è una specie di metro per misurare tutta la distanza che separa le roboanti velleità  governative e la sconsolante pedestrità  dell’azione effettiva.
La prima lettera è del 15 ottobre di un anno fa. Pomicino chiede alla Difesa «il numero di edifici con il complessivo numero di metri quadrati utilizzati dal ministero e dalle quattro armi».
Dieci giorni dopo il capo di gabinetto del ministro gli risponde buttando la palla in corner: «E’ attualmente in fase di implementazione una mappatura completa e particolareggiata» e senza fissare date e termini promette che quando i dati saranno pronti «sarà  cura di questo Dicastero» fornirli.
Passano appena quattro giorni e Pomicino segnala «con grande disappunto» la faccenda a Gianni Letta e al ministro Rotondi.
Facendo fatica a credere che la lista non esista, insinua il dubbio che il capo di gabinetto non abbia comunicato i dati, pur avendoli, perchè «qualcuno» gli ha detto di fare così, presumibilmente il ministro La Russa intenzionato, magari, a gestire in prima persona l’interessante affare della vendita delle caserme.
Pomicino insiste e fa notare che, se «la mappatura è in fase di implementazione», come dice il capo di gabinetto, vuol dire che ci sarebbe un elenco più vecchio, che però non è saltato fuori.
La desolante verità  è che probabilmente non esiste proprio alcun elenco.
Una quindicina di giorni dopo, novembre 2010, anche Letta scrive a Pomicino e con il solito stile di dire sempre sì a tutti tanto non costa nulla, gli assicura che «il ministero della Difesa fornirà  riscontro agli elementi richiesti».
Due mesi dopo, però, il sottosegretario Crosetto riporta la faccenda al nastro di partenza e annunciando decisive «sinergiche e interattive azioni» tra l’Area tecnico-operativa e quella tecnico-amministrativa del ministero, alla fine comunica a Pomicino che la lista «è in continuo divenire».
Quindi non disponibile. In primavera Pomicino si rivolge al presidente Martone e Martone gli risponde picche.
D’estate Pomicino insiste. Nulla.
Siamo a un passo dall’autunno, Crosetto assicura che la lista negata a Pomicino ci sarebbe e a riprova della sua esistenza manda questi 2 messaggini per telefono.
Primo: «Infrastrutture Difesa 5.815 di cui 1.763 di reale valore».
Secondo: «Esclusi gli alloggi». Punto.
Ottimo e abbondante per la truppa.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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EVASORI, NIENTE PAURA: È TUTTO FINTO

Settembre 6th, 2011 Riccardo Fucile

MANOVRA ANTI EVASORI? SOLO FUMO NEGLI OCCHI…CANCELLATE TUTTE LE MISURE EFFICACI CONTRO I FURBI, RESTANO I PALLIATIVI E CHI TRUFFA IL FISCO NON PAGHERA’

Fumo negli occhi: questo sono le “misure anti-evasione”.
Peccato perchè nella prima stesura della manovra cose buone ce n’erano. Proprio quelle che sono state eliminate.
Cosa buonissima era l’obbligo di inserire in dichiarazione i rapporti bancari di cui si avesse comunque la titolarità ; attenzione, questo significava che il conto intestato alla nonna andava dichiarato, così come la cassetta di sicurezza e il libretto di risparmio al portatore; e, naturalmente, il conto estero, svizzero o caraibico che fosse.
Perfetto. Soprattutto perchè, se adeguatamente sanzionata, questa norma avrebbe permesso di evitare i complessi accertamenti sull’ammontare dell’imposta evasa; sarebbe bastato accertare che il conto alle isole Cayman non era stato dichiarato.
Tempi duri per gli evasori. E infatti non se ne parla più. Perchè?
Non si sa (ma si immagina).
Tanto più che il Fisco ha, per legge, la possibilità  di chiedere al contribuente i rapporti intrattenuti con le banche.
Solo che, con i conti indicati in dichiarazione, andava a colpo sicuro e chi aveva mentito correva rischi gravi.
Ora restiamo con il 10 % di accertamenti, 90% di possibilità  di farla franca e impunità  pressochè assicurata.
Decisiva era la pubblicità  dei redditi. Attenzione, del reddito imponibile, non della dichiarazione. Poteva essere la chiave per abbattere l’evasione.
Chi sarebbe uscito con la Ferrari quando il vicino poteva leggere online che dichiarava 30.000 euro di reddito annuo?
Chi avrebbe corso il rischio della denuncia (non della “delazione”, secondo il lessico dei difensori d’ufficio dell’evasione) da parte di incazzati contribuenti onesti, magari loro malgrado perchè lavoratori dipendenti?
Era una svolta.
Adesso, pensa un po’, si prevede di mettere online i redditi medi delle categorie.
Cioè quello che si legge da anni su decine di siti Internet.
Come se non si sapesse già  che gli avvocati hanno un reddito medio di 50.000 euro, i dentisti di 45.000 e gli albergatori e ristoratori di 12.000.
Dopodichè? Accertamenti mirati sulla base di queste risultanze.
Perchè, fino adesso Fisco e Comuni non lo sapevano che il popolo dell’Iva è pieno zeppo di evasori?
Chissà  se resisterà  l’incoraggiamento ad utilizzare sistemi di pagamento tracciabili.
Tutti sanno benissimo che la moneta elettronica è la mamma dell’anti-evasione (il papà  è la prigione); sicchè c’è da dubitarne.
E comunque: perchè riservarla solo a piccole aziende? Perchè non rendere obbligatori, per tutti, pagamenti con carta di credito, bonifici bancari, assegni ecc?
È ovvio: perchè il popolo della partita Iva si incazza.
Plauso incondizionato per il no alla sospensione condizionale della pena.
L’evasore fiscale è un delinquente seriale, per definizione non dà  alcuna garanzia di non commettere altri reati: tutta la sua economia è fondata sull’evasione; e, se beccato, ricomincia subito, in base al principio (fondatissimo con il sistema tributario e penale tributario italiano) secondo cui il fulmine non cade mai due volte nello stesso punto.
Ma riservare la severità  all’evasore per più di 3.000.000 di imposta è proprio fumo negli occhi. Che si fa, si mettono in prigione Valentino Rossi e Pavarotti.
E poi? Quello che serve è spaventare gli evasori sistematici piccoli e medi, quelli che fanno “nero”.
Lì sta l’evasione vera, quella che ci mette in ginocchio; il resto è operazione di facciata.
Certo, vanno presi e puniti severamente anche loro, anche Rossi e Pavarotti; ma non è con questi due che si salva l’Italia.
Quindi la norma doveva essere estesa a tutti i reati tributari: 6 mesi di prigione al collega della porta accanto sono un deterrente più efficace di 1000 spot anti-evasione.
Resterà  l’abbassamento della soglia di punibilità  per le dichiarazioni fraudolente “con altri artifici”: non più 77.468 euro ma 30.000?
Comunque, anche qui c’è il trucco. Questo reato non si applica quasi mai.
Il popolo dell’Iva, quello che fa il “nero”, quello che è il maggiore responsabile di un’evasione annua pari a 160 miliardi, ottenne, a suo tempo, di inserire nella legge penale tributaria il reato di “dichiarazione infedele” che si ha quando, per evadere, ci si limita a non annotare in contabilità  quello che si incassa.
Insomma, quando il dentista, l’idraulico, l’avvocato, il meccanico, il barista e così via non fanno parcella, scontrino, ricevuta, evadono ma senza “artifici”.
Il che significa pena fino a 3 anni (dunque in realtà  8 mesi con la condizionale), soglia di punibilità  di 103.291 euro (se evado 103.000 euro netti all’anno non commetto reato).
Norma “finta” anche questa.
Come cantavano i mitici Platters, Smoke gets in your eyes.

Bruno Tinti
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LE COMICHE FINALI: OGGI TORNANO DI ATTUALITA’ L’AUMENTO DELL’IVA E IL SUPERPRELIEVO

Settembre 6th, 2011 Riccardo Fucile

DOPO IL NO DELLA LEGA AD INTERVENTI SULLE PENSIONI, IL GOVERNO VIRA DI NUOVO SU UN AUMENTO DELL’IVA E SUL CONTRIBUTO PER I REDDITI SOPRA I 200.000 EURO…E CI FACCIAMO BACCHETTARE PERSINO DALLA SPAGNA

La manovra potrebbe cambiare ancora.
Il governo sta infatti pensando a modifiche soprattutto per quanto riguarda l’Iva e il contributo straordinario a carico dei redditi più elevati.
L’invito del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a varare «misure più efficaci» e nel contempo la difficile situazione venutasi a creare sui mercati finanziari che sta generando una pressione continua sui titoli di Stato, renderebbe infatti necessario ritoccare un provvedimento che rischia di uscire stravolto dal confronto parlamentare.
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è atteso a Roma per un vertice di maggioranza.
Sul piatto della manovra il capo del governo intende nuovamente mettere la possibilità  di un lieve aumento dell’Iva oltre alla riproposizione del cosiddetto contributo di solidarietà , ma in una misura diversa dal precedente.
A essere coinvolti in questo caso sarebbero infatti solo i redditi superiori ai 200mila euro in una misura ancora da decidere.
Del resto i margini di intervento si restringono, visto che dall’incontro di lunedì tra lo stato maggiore leghista e il Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, è venuta ancora una volta meno la disponibilità  della Lega a dare il via libera a un nuovo intervento sulle pensioni, bocciando soprattutto un’accelerazione dei tempi relativi all’aumento dell’età  pensionabile delle donne che lavorano nel settore privato (al momento i 65 anni per tutti andranno in vigore solo nel 2028).
Sul tavolo del vertice, tra l’altro, ci sarà  anche l’opportunità  di porre la questione di fiducia sul decreto, per evitare di veder stravolta la trama dell’intervento dal confronto parlamentare e di prolungare la discussione oltre i limiti: l’ipotesi, infatti, sarebbe di porre la fiducia già  martedì sera per arrivare al voto mercoledì.
Sullo sfondo resta il board di giovedì della Bce, dove la Banca centrale europea potrebbe imporre delle precondizioni all’Italia o stabilire un limite temporale al proprio sostegno ai corsi dei titoli di Stato italiani, che avviene attraverso una massiccia operazione di acquisto.
Insomma, si tratta anche di una corsa contro il tempo, per evitare che la tempesta sui mercati finanziari e la disponibilità  di partner europei e istituzioni continentali impongano condizioni non trattabili.
A peggiorare ulteriormente la situazione arriva dall’estero la reprimenda del governo spagnolo.
L’Italia e la Grecia non stanno rispettando gli obiettivi di risanamento dei conti, creando così sfiducia nei mercati.
L’accusa arriva dall’esecutivo di Madrid attraverso il portavoce Josè Blanco.
«Stiamo attraversando una turbolenza economica che è evidente ogni giorno», ha dichiarato Blanco intervistato da «Telecinco», proseguendo: «Siamo molto preoccupati perchè alcuni Paesi sono in una brutta situazione e non stanno rispettando i loro obiettivi: la Grecia e l’Italia, che si è rimangiata in pochi giorni il suo piano di aggiustamento».
«Ciò – secondo il portavoce – influisce sulla decisione dei mercati che devono acquistare il nostro debito e ci dirige verso una fase caratterizzata da una certa instabilità ».

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SCIPPATORI PADANI: ORA PUNTANO A FREGARE ANCHE GLI SPICCIOLI NEL BORSELLINO DEGLI IMMIGRATI

Settembre 5th, 2011 Riccardo Fucile

UNA TASSA SULLE RIMESSE IN PATRIA DEGLI IMMIGRATI PROPOSTA DAI RAZZISTI DELLA LEGA… CHI PENSA ANCHE AL RECUPERO COATTIVO DEL CONDONO 2002…IL GOVERNO ESCLUDE DI RICORRERE ALLA FIDUCIA E AUTORIZZA NUOVE TASSE COMUNALI

Un colpo di mano della Lega impone una nuova tassa sui trasferimenti di denaro all’estero da parte di cittadini stranieri che non hanno matricola Inps e codice fiscale.
Questo emendamento alla manovra, approvato in commissione Bilancio al Senato, interessa varie centinaia di migliaia di stranieri sconosciuti ai database della previdenza e del Fisco.
In pratica, clandestini o immigrati sfruttati (i lavoratori “regolari” non saranno toccati), in assenza dei due requisiti, pagheranno a caro prezzo l’invio di soldi al di fuori dei nostri confini: la tassa (ufficialmente è un’imposta di bollo) è parametrata sul 2% di ogni transazione, con una soglia minima di 3 euro.
Ad esempio, per un bonifico di 300 euro effettuato in uno dei tantissimi money transfer sparsi in Italia, gli stranieri sborseranno 6 euro mentre la soglia minima al di sotto della quale sarà  meno conveniente inviare denaro, è teoricamente fissata a 150 euro (costo 3 euro).
Le rimesse all’estero degli stranieri ammontano a 6,7 miliardi di euro mentre la nuova “imposta di bollo” potrebbe portare in cassa circa 100 milioni.
Praticamente il nulla, ma tutto fa propaganda ormai.
Anche perchè chi potrà  fare il trasferimento di denaro a un amico con codice fiscale, lo Stato non incasserà  un euro e Calderoli lo prenderà  nel naso come sempre.
Ma dal Senato arrivano anche cattive notizie per gli italiani che hanno dichiarato e “dimenticato” di pagare il condono tombale del 2002.
Agenzia delle Entrate ed Equitalia, potranno imporre il pagamento delle somme non versate “anche dopo l’iscrizione a ruolo e la notifica delle relative cartelle di pagamento”.
Entro 30 giorni dall’entrata in vigore partirà  una ricognizione e il mese successivo Equitalia potrà  avviare azioni “coattive” volte al recupero delle somme entro il 31 dicembre prossimo.
In caso di mancato pagamento le sanzioni salgono al 50% di quanto dovuto.
Non solo: in questo caso Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza, entro il 31 dicembre 2012, potranno passare al setaccio le posizioni dei contribuenti a partire dal 2002.
Inoltre, dal 2015 le maggiori entrate dalla lotta all’evasione andranno a ridurre la pressione fiscale.
Tra le principali correzioni approvate in commissione vanno poi ricordati il salvataggio delle feste laiche, che non saranno più differite alla domenica più vicina (quelle patronali spariranno dal calendario), il paracadute offerto ai piccoli istituti di ricerca e enti culturali, l’addio al blocco delle tredicesime per gli statali.
Aumenteranno, invece, le imposte comunali.
È stato infatti approvato un emendamento del Pdl in base al quale “per assicurare la razionalità  del sistema tributario e la salvaguardia dei criteri di progressività , i Comuni possono stabilire aliquote dell’addizionale comunale all’imposta sul reddito, differenziate in relazione agli scaglioni di reddito corrispondenti a quelli stabiliti dalla legge”.
Bocciato, invece, l’emendamento delle opposizioni che prevedeva l’asta competitiva per le frequenze televisive nel passaggio al digitale.
I lavori proseguiranno per chiudere e dare l’ok alla manovra mentre il voto, come conferma il presidente del Senato Renato Schifani, resta fissato in settimana: “Non vi è alcun rallentamento nei tempi. Il dibattito parlamentare non sarà  strozzato in Aula dalla fiducia che impedirebbe ai parlamentari di confrontarsi con correttezza e senso di responsabilità  come stanno facendo”.
Anche il segretario del Pdl, Angelino Alfano, ribadisce il “no” della maggioranza e del governo alla fiducia e annuncia “una convergenza sia con il Pd che con l’Api: noi diremo sì ad un tema caro al Terzo Polo sulla riforma della giustizia e a un emendamento importante del Pd sulla spending review” in base al quale il ministero dell’Economia avvierà  una ridefinizione dei fabbisogni standard di spesa delle amministrazioni dello Stato.

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L’IRA DI BERLUSCONI CONTRO BRUXELLES: “IL PROBLEMA E’ GIULIO, NON GARANTISCE PIU’”

Settembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile

CRESCE IL TIMORE CHE LA BCE NON INTERVENGA PIU’ NELL’ACQUISTO DEI TITOLI DI STATO ITALIANI… E PALAZZO CHIGI TORNA A STUDIARE L’IPOTESI DI ALZARE L’IVA PER COPRIRE TUTTI I SALDI

“La verità  è che Giulio ormai non è più una garanzia in Europa, non possiamo contare su di lui come lasciapassare per i palazzi di Bruxelles”.
Un Silvio Berlusconi sempre più assediato nel fortino di Arcore non nasconde, a chi gli ha parlato, tutta la sua preoccupazione.
Preoccupazione per i dubbi piovuti dalle autorità  Ue sulla manovra salvaconti che il governo italiano sta faticosamente, confusamente portando avanti.
Sorpreso, raccontano, ancor prima che irritato, il Cavaliere lo è soprattutto perchè meno di 24 ore prima aveva tentato di rassicurare di persona i leader europei.
A margine del conferenza di Parigi sulla Libia.
“Io su questa manovra ci ho messo la faccia, ne ho parlato ancora con la Merkel, con Herman Van Rompuy, con Barroso, loro si fidano di me e ho promesso che faremo bene e in fretta” ripete il presidente del Consiglio.
A Palazzo Chigi, da un lato, sono portati a minimizzare l’uscita del portavoce del commissario Ue agli Affari economici e monetari Olli Rehn.
Ma quell’allarme sull’eccessivo ricorso alle misure antievasione per recuperare risorse è ponderato, nasce da consultazioni e briefing informali tra le autorità  a Bruxelles.
D’altronde, andava in quella direzione anche l’avvertimento a “non annacquare le misure adottate ad agosto”, lanciato dal presidente uscente della Bce Jean-Claude Trichet nell’intervista di ieri al Sole24ore in cui si legge una chiara minaccia sulla possibilità  che Francoforti non compri più i nostri bot.
In ogni caso, Berlusconi si ritiene responsabile fino a un certo punto della situazione di incertezza generata anche oltre confine.
Se c’è un “artefice” dei tentennamenti che hanno generato confusione, quello è il suo ministro dell’Economia.
È stato l’inquilino di via XX Settembre a fare della sterzata sulla lotta all’evasione il marchio di questa manovra.
Tanto più dopo le correzioni apportate proprio da Tremonti due giorni fa con i “suoi” emendamenti depositati in commissione al Senato.
“Non ha la bacchetta magica e lo hanno capito anche in Europa” è una delle considerazioni più amare che alti dirigenti Pdl hanno sentito pronunciare dal premier in queste ore.
E tanto basta a questo punto per convincere ancor più il presidente del Consiglio del fatto che non sia rinviabile oltre un intervento sull’Iva.
Aumentare di uno-due punti l’imposta con un blitz della presidenza del Consiglio, come lo stesso Berlusconi ha ipotizzato da Parigi.
Ma non nei prossimi mesi, come preferirebbe il responsabile dell’Economia. “Non c’è altra strada per recuperare risorse certe e in tempi rapidi per rassicurare l’Europa e i mercati”, va ripetendo il capo del governo ai ministri più fidati.
Tutto questo mentre non solo a Bruxelles maturano i primi dubbi sulle misure antievasione che pure – assicurano dal Tesoro – garantirebbero un gettito quantificato dalla Ragioneria.
Ma già  il vicecapogruppo al Senato Gaetano Quagliariello invita per esempio a riflettere meglio sulla pubblicazione dei redditi dei contribuenti on line. Misura che sembra non abbia fatto esultare di gioia lo stesso Berlusconi.
Ma queste sono davvero ore di grande concitazione.
Lo scontro che poi in serata si fa frontale tra Roma e Bruxelles chiude un venerdì già  di suo abbastanza nero.
Segnato dal nuovo tonfo di Piazza Affari, che perde quasi il 4 per cento, e dal differenziale tra i buoni del Tesoro i Bund tedeschi che torna a superare quota 330 punti, come nelle giornate d’agosto più infauste per la borsa italiana.
Mentre la maggioranza è già  andata sotto in un’occasione sull’esame della manovra in commissione Bilancio.
Una situazione complessiva che il Quirinale tiene sotto controllo ora dopo ora, con una buona dose di preoccupazione.
I moniti lanciati dalle autorità  comunitarie non sono stati presi affatto sotto gamba al Colle. Non fosse altro perchè il rigoroso rispetto dei saldi della manovra, l’obiettivo dell’azzeramento del deficit, le riforme per favorire la crescita sono i paletti che già  il presidente Napolitano ha richiamato a più riprese nelle scorse settimane.
Invitando le forze politiche a un dialogo e a un confronto sui conti da risanare che invece non è mai decollato.
E rischia di non decollare mai, se è vero – come ipotizzavano ieri sera a Palazzo Madama – che un governo che vuol fare quanto più in fretta possibile si prepara a porre la fiducia al decreto non solo alla Camera, ma anche la settimana prossima in aula al Senato.
Fare in fretta d’altronde è il diktat imposto da Arcore da un presidente del Consiglio che ha già  sulle spine per le sue faccende private.
Turbato e innervosito dall’inchiesta napoletana che ha portato in carcere Tarantini e schiaffato sui giornali le imbarazzanti intercettazioni sul caso escort.
Un motivo in più per premere sull’acceleratore del giro di vite, già  previsto dal ddl approvato in Senato e in procinto di essere discusso alla Camera.
Non a caso berlusconiani di stretta osservanza come Cicchitto e Osvaldo Napoli preannunciano fin d’ora che il testo andrà  “anticipato e messo in calendario subito dopo l’approvazione della manovra”.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)

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